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Per
una storia della sinistra comunista italiana nel dopoguerra
(1943-1945)
Introduzione
– Il Partito Comunista Internazionalista (1943-1952)
Prospettive - Dopo lo sbarco in Sicilia (1943)
Demagogia democratica e fascista e realtà
di classe (1943)
Manifesto
del PC Int. diffuso a Milano nel gennaio 1944
Volantino
del PC Int. – Sezione di Piombino (1944)
Appello del PCInt per la creazione del fronte unico
proletario contro la guerra (1944)
Ercole Ercoli appoggia la monarchia (1944)
Natura della guerra (1944)
Manifesto
della Federazione torinese del PC Int. (1944)
Schema di programma del PC Int. (1944)
Abbasso
i traditori della causa proletaria (1944)
Che cos'è e che cosa vuole il Partito
Comunista Internazionalista (1945)
Circolare del PC Int. (1945)
Per la creazione e il potenziamento dei gruppi comunisti
di fabbrica (1945)
Punti di orientamento del PC Int. (1945)
CEDOC
Quaderni del Centro di Documentazione sull’età contemporanea
Savona –
Gennaio 2003
Nuova Serie
Il Partito Comunista Internazionalista (1943-1945)
La crisi del regime
fascista, conseguenza diretta dell’andamento sfavorevole della guerra, apre
nuove possibilità di azione politica per i comunisti, fino ad allora costretti
ad una rigidissima clandestinità. Nel corso del 1942 a partire dalla Lombardia
e dal Piemonte e poi via via in Liguria,
Veneto, Emilia e Toscana,
piccoli nuclei di comunisti internazionalisti, rimasti fedeli alla linea
coerentemente marxista rivoluzio- naria del PCd’I del 1921-1926, iniziano a
riorganizzare una prima embrionale forma di partito. In pochi mesi i gruppi di
Torino, Milano, Casale Monferrato, Asti riescono a radicarsi nelle fabbriche
approfittando soprattutto della ripresa di combattività operaia espressa dalla
prima grande ondata di scioperi spontanei del marzo 1943.
Alla caduta del fascismo nel luglio 1943 gli internazionalisti sono dunque in condizione di intervenire attivamente nel moto sponta- neo di formazione delle commissioni interne che agita le grandi fabbriche del nord. I piccoli gruppi comunisti rivoluzionari chiamano la classe operaia a mobilitarsi contro la continuazione della guerra e contro il tentativo della borghesia di sostituire all’ormai screditato regime fascista un nuovo regime “democratico” di coalizione dei partiti antifascisti. Le parole d’ordine sono quelle leniniste del 1917: trasformare la guerra imperialista in rivoluzione, autonomia di classe contro tutte le frazioni borghesi comunque collocate sul fronte militare.
Alla fine del 1943 questo sforzo politico ed organizzativo porta alla formazione del Partito Comunista Internazionalista che si dota di un breve documento programmatico in cui sono fissate le linee di intervento. Il partito si estende rapidamente a tutto il nord con consistenti gruppi a Torino, Milano, Asti, Casale Monferrato, Sesto San Giovanni, Parma e Firenze. Il primo novembre esce il primo numero di “Prometeo”, rivista teorica mensile. Guida politica e animatore instancabile del PC Internazionalista è Onorato Damen, già dirigente di primo piano del PCd’I fino al congresso di Lione. Chi si cura, invece, di mantenere i collegamenti fra i vari gruppi locali è Bruno Maffi, proveniente da posizioni azioniste, ma approdato ad una coerente e rigorosa scelta di campo marxista negli anni Trenta durante la detenzione nelle galere fasciste.
Contro la continuazione della guerra il partito lancia nel dicembre un appello per la creazione di un fronte unico proletario dal basso che unisca gli operai nei luoghi di lavoro indipendentemente dai partiti. A differenza dei gruppi comunisti di sinistra, come Stella Rossa o “Il Lavoratore”, gli internazionalisti non si fanno alcuna illusione sulla natura di classe dell’URSS e dello stalinismo. L’URSS non può più in alcun modo essere considerata un paese socialista. Lo stalinismo è la forma assunta in Russia dalla controrivoluzione. In quello che è stato il paese dei soviet i comunisti sono in galera o nella clandestinità. La fine della guerrà porterà una nuova gigantesca ondata di lotte proletarie a livello internazionale che segneranno la ricompo- sizione del proletariato d’occidente e d’oriente in un unico, compatto, movimento che di nuovo innalzerà le bandiere del bolscevismo e dell’internazionalismo.
La reazione degli staliniani è durissima. Il PC Internazionale – affermano - è solo un “covo di spie” e di “provocatori trotzkisti”, agenti del fascismo e della Gestapo. I dirigenti del PCI, Togliatti in testa, temono soprattutto la nascita alla loro sinistra di un partito autenticamente comunista capace, a differenza dei piccoli gruppi dei dissidenti degli anni Trenta, di organizzare una parte consistente della classe operaia soprattutto al nord. Echi di questi timori, fortissimi nella dirigenza stalinista, emergono con estrema chiarezza da una lettera di Scoccimarro del dicembre 1943:
“C’è del dissidentismo a Napoli …, c’è del dissidentismo a Roma, c’è a Milano…. – si legge nella lettera- Queste varie e diverse correnti possono a un certo momento tendere a coalizzarsi e trovare una base nell’immaturità politica delle masse operaie italiane, specie tra i giovani. La nostra politica attuale può offrire loro pretesti di apparente giustificazione…. specie se dovremo assumere responsabilità di governo. Dobbiamo, ad ogni costo, evitare che, mentre tendiamo all’unità col PSI, ci sorga a fianco uno pseudo partito comunista capace di rappresentare un nuovo elemento di scissione della classe operaia.”
In effetti tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944 esistono in Italia tutte le condizioni per la costruzione di un partito rivoluzionario con una presenza significativa nella classe operaia. Condizioni che gli internazionalisti, al pari degli altri gruppi comunisti di sinistra, non sapranno cogliere, vuoi per insufficiente capacità di analisi, vuoi per l’incapacità manifesta di offrire praticabili sbocchi politici ad una classe operaia impegnata in un gigantesco sforzo di mobilitazione che spontaneamente tende a coniugare la resistenza al regime poliziesco instaurato e sorretto dalle forze armate tedesche con l’embrionale, ma significativo dispiegarsi di obiettivi di classe.
Proprio l'incapacità di saper dialetticamente legare i vari aspetti della fase in un coerente e praticabile programma transitorio riduce l’azione degli internazionalisti ad un lavoro di mera propaganda, vanificando le premesse che il buon lavoro svolto fra il 1942 e il 1943 aveva posto. Proprio quando la situazione politica subisce una brusca accelerazione in senso rivoluzionario, sulla base di un’analisi delle prospettive che meccanicamente ipotizza la ripetizione degli avvenimenti del primo dopoguerra dando per certo l’apertura dopo la fine delle ostilità di una situazione simile al biennio rosso, il PC Internazionalista si dedica esclusiva- mente ad un lavoro di propaganda nelle fabbriche, mirando prima di tutto a preservare le forze già raccolte e a delimitarsi con la massima nettezza dagli stalinisti. Per preparasi al meglio al domani, si rinuncia alle concrete possibilità dell’oggi. Il risultato sarà l’isolamento ed un sostanziale attesismo che di fatto taglia fuori gli internazionalisti dal grosso delle forze vive della classe operaia.
Partendo da un’analisi non dialettica del movimento partigiano che non riesce a coglierne i forti connotati di classe, ma schematicamente lo vede come mero stru- mento “della guerra inglese”, gli inter- nazionalisti invitano apertamente gli operai a non raggiungere le bande e nel caso che lo abbiano già fatto ad abbandonarle. Mentre la classe operaia pur tra mille difficoltà tende spontaneamente ad armarsi e a darsi un’organizzazione militare, Prometeo, parla genericamente di “autodifesa operaia”e nei fatti rifiuta di inserirsi a pieno titolo nella lotta armata per riorientarla su posizioni classiste come i bolscevichi avevano saputo fare nel luglio 1917 contro il golpe korni- lovista. In un momento di forte accelerazione dello scontro di classe, mentre il proletariato spinge in avanti e costringe lo stesso PCI ad indurire in modo massimalistico le proprie posizioni, restringere il campo d’azione all’autodifesa non può che offrire argomenti preziosi alla propaganda staliniana che ha buon gioco a presentare gli internazionalisti come agenti del nemico.
Analoghi elementi di debolezza politica presenta l’azione nelle fabbriche che il PC Internazionalista considera l’unico vero terreno di azione per il partito. Anche qui gli internazionalisti si rivelano incapaci di tradurre le loro analisi in concrete parole d’ordine che offrano sbocchi all’azione della classe. Significativamente il partito, che pure è composto quasi esclusivamente di operai, non sentirà mai la necessità di dotarsi di un giornale sindacale o di fogli di fabbrica. La contrapposizione al PCI staliniano resta astratta, incapace di far leva sulle contraddizioni che pure la politica togliattiana manifesta. Militanti coraggiosi, estremamente devoti alla causa proletaria, gli internazionalisti non sanno parlare agli operai a causa di un’insufficiente assimi- lazione della lezione dell’Ottobre sull’importanza della tattica. Limite peraltro già evidente nell’agire politico di Bordiga nel quinquennio ardente 1921-1926. Incapace di articolare sul concreto terreno dell’azione quotidiana le proprie analisi, il PC Internazionalista lascia di fatto campo libero agli stalinisti e non sarà sufficiente la tardiva ed estemporanea partecipazione con proprie squadre armate all’insurrezione di Torino e Milano per recuperare il tempo perduto.
Amadeo Bordiga e la Frazione
di sinistra dei comunisti e socialisti italiani (1943-1945)
Mentre al Nord si sviluppa l'esperienza del Partito Comunista Internazionalista, nel Sud appena liberato dalle truppe alleate si costituisce la Frazione di sinistra dei comunisti e socialisti italiani ad opera di un gruppo di militanti comunisti in rotta con il PCI togliattiano. I dirigenti della Frazione e con loro Amadeo Bordiga, che pur senza un diretto impegno militante rappresenta il loro principale punto di riferimento sul piano teorico, ritengono tuttavia prematura la proclamazione di un nuovo partito comuni- sta. I rivoluzionari devono, dunque, restare all’interno dei partiti della sinistra, PCI e PSIUP, per fare opera di chiarificazione politica nei confronti delle più larghe masse proletarie che in tali partiti ancora ripongono la loro fiducia. La questione del partito rivoluzionario, di cui si denuncia chiara- mente l'assenza a causa della degene- razione opportunistica del PCI, va di certo risolta, ma a tempo debito e senza forzature volontaristiche. Fortemente influenzati dal determinismo bordighiano, gli esponenti della Frazione sostengono che "la trasformazione in partito non è questione di volontà di persone, ma risponde soltanto alle condizioni oggettive prerivoluzionarie… l'assenza di un partito di classe indica alla Frazione il compito di appellarsi alle forze sane del movimento rivoluzionario per la convocazione di un congresso nel seno del quale dovrà esprimersi la nuova organiz- zazione politica del proletariato".
Diffusa in tutto il Sud e con una significativa presenza a Roma, la Frazione raccoglie in breve migliaia di aderenti, molti dei quali continuano a lavorare all'interno dei tradizionali partiti operai. A Napoli, dove edita "La sinistra proletaria", la Frazione apre molte sezioni nel circondario. A Salerno, dove esce "L'Avanguardia", con- trolla la maggioranza della base comunista. Lo stesso accade a Catanzaro dove il segretario della locale federazione del PCI riconosce in un rapporto a Roma che il dirigente della Frazione Francesco Maruca "gode di grande popolarità ed è considerato nella massa, come il rappresentante del 'vero comunismo'. Ha in mano tre leghe della CCdL" tanto da esercitare “ una certa influenza su una parte dei nostri stessi compagni".
Tutto ciò non poteva lasciare indifferente gli stalinisti che in un primo momento tentano un recupero dei militanti di base, ancora definiti "compagni", con una dura messa in guardia nei confronti di posizioni sbagliate: "La posizione di questi compagni - scrive la Direzione del PCI per l'Italia occupata - non ha nulla in comune col marxismo-leninismo. Nella posizione di questi compagni vi sono anzi dei punti di contatto con le posizioni anti-leniniste del traditore Bordiga cacciato dal partito nel 1930, il quale a furia di fraeologia sinistroide ha finito col diventare aiuto ed alleato del fascismo". Un attacco duro, ma che si inasprisce ulteriomente a partire dall’aprile 1945. Se Bordiga resta un "traditore", tutti i suoi seguaci senza distinzione alcuna sono diventati, secondo la rivista del partito "Rinascita", una "accolta di avventurieri che, fatto dell'anticomunismo il proprio cavallo di battaglia, non ha tardato ad esprimere dalle sue file ogni sorta di sabotatori del movimento proletario, provocatori e agenti stipendiati dall'OVRA". Alle parole seguono presto i fatti: il PCI interviene sulle autorità militari alleate perché impediscano l'uscita della stampa rivoluzionaria e perché severi limiti vengano posti all'azione politica degli interna- zionalisti.
Nel frattempo la Frazione aveva iniziato a stringere rapporti, oltre che con il Partito Comunista Internazionalista a nord, con il Movimento Comunista d'Italia (Bandiera Rossa) e con l'Unione Spartaco, un gruppo dissidente socialista. All'inizio di gennaio 1945 si tiene a Napoli un Convegno a cui vengono invitati rappresentanti degli altri gruppi. Scopo del convegno, si legge nella Piattaforma politica redatta per l'occasione, è di "esaminare le questioni concernenti la preparazione e l'organizzazione di un congresso per la costituzione del nuovo partito di classe; si tratta dunque di un avvenimento che segnerà, probabilmente, l'inizio di una nuova fase nello sviluppo della lotta del proletariato italiano… il nuovo partito dovrà affrontare una ibrida coalizione di cui fanno parte le forze sedicenti di sinistra notoriamente manovrate dalla politica di Mosca… oggi si rischia un fallimento peggiore di quello del 1921… la situazione va assumendo caratteri prerivoluzionari ed il partito di classe non esiste".
Nonostante le preoccupazioni unitarie, le divergenze fra i gruppi partecipanti si rivelano troppo forti, soprattutto sulla questione dell'URSS e dello stalinismo su cui si sviluppa un aspro contrasto fra il portavoce della Frazione, Libero Villone, che svolge una critica della degenerazione dell'URSS e dei PC vicina alle posizioni di Trotsky e Bordiga e il rappresentante del MCd'I su posizioni staliniste di sinistra.
Tuttavia, nonostante il sostanziale fallimento dell'ipotesi di un’ unità organizzativa in tempi brevi, dal convegno esce comunque una commissione paritetica di coordi- namento composta di 4 membri della Fra- zione, 4 del MCd'I e 4 dell'Unione Spartaco.
Pochi mesi dopo la Frazione pubblica un corpo di tesi "Per la costituzione del vero Partito comunista". Elaborate da Bordiga, Villone e Renato Pistone, le tesi si articolano in tre capitoli: "La degenerazione della III Internazionale", "Verso il vero partito comunista", "Il problema della Russia nella presente guerra". Per quanto riguarda il primo tema il documento si rifà alla tradizionale critica condotta dalla Sinistra Comunista italiana nei confronti della Terza Internazionale a partire dal III Congresso (1921) e dalla questione del fronte unico. Quanto alla questione del partito, preso atto dell'impossibilità di "raddrizzare" i partiti operai, si ritiene necessario svolgere all'interno di questi "una continua opera di chiarificazione ideologica, mediante la quale gli elementi non ancora corrotti dalla degenerazione centrista potranno ritrovare la loro giusta strada". E questo è tanto più importante in quanto "l'aggravarsi della situazione generale in tutti i paesi di Europa…, non soltanto prepara le condizioni favorevoli per la trasformazione della Frazione in Partito, ma apre un periodo che può precedere anche di poco una situazione prettamente rivoluzionaria". Infine sulla valutazione della politica sovietica e della natura sociale dell'URSS il documento della Frazione manifesta una grande cautela limitandosi, a differenza degli internazionalisti del nord che su Prometeo parlano apertamente di capitalismo di stato, ad una denuncia della degenerazione burocratica del paese dei soviet governato da "una classe di privilegiati e di sfruttatori, formata dai dirigenti, funzionari e tecnici, costituenti appunto la burocrazia, alleata alla classe dei contadini ricchi e medi".
In questo contesto Bordiga, in quel periodo residente a Roma, sviluppa un'intensa attività politica, riallacciando, senza mai tuttavia apparire pubblicamente, rapporti con vecchi militanti comunisti, alcuni dei quali ancora dentro il PCI. L'interesse verso di lui è enorme. Nei più disparati ambienti si pensa ad un suo rientro sulla scena della grande politica e la cosa preoccupa gli staliniani. Togliatti in particolare appare addirittura "ossessionato" dal possibile ritorno del vecchio leader.
Analogo interesse mostrano i comandi alleati ed in particolare i servizi segreti americani. Un emissario di questi, spacciandosi per giornalista, riesce ad avere un incontro con Bordiga che descrive come "una dinamo umana e un gigante del pensiero… il punto di riferimento di tutti i dissensi". Gli americani sperano di utilizzare Bordiga in funzione anticomunista. Vanni Montana, un sindacalista italo-americano vicino ai socialisti e all'OSS ( il servizio segreto di allora da cui dopo la guerra nascerà la CIA), contatta Bordiga e gli propone di rientrare nel PSI per svolgervi una battaglia antistalinista impegnandosi a finanziare "qualunque attività politica" che egli avesse intrapreso.
Contatti con Bordiga vengono ricercati anche dalla Quarta Internazionale che attraverso suoi militanti membri delle truppe alleate cerca di costi- tuire un primo embrione di organizzazione trotskista in Italia. Charles Van Gelderen, dirigente inglese della Quarta Internazionale, allora di stanza a Napoli con l'esercito britannico, riesce ad entrare in contatto con Bordiga, ma con esiti altrettanto deludenti. " Bordiga - ricorda - parlava bene l'inglese, quindi non avemmo difficoltà nel comunicare. Politicamente non si era spostato di un centimetro dalla sua posizione di ultrasinistra degli anni Venti. Nutriva il più profondo rispetto personale per Trotsky, ma non aveva molte simpatie né per il trotskismo né per la Quarta Interna- zionale…Bordiga e io diventammo buoni amici, pur rimanendo assai distanti dal punto di vista politico".
L'atteggiamento politico di Bordiga resta dunque un enigma per chi, entrato in contatto con lui, non si capacita che un militante di quel livello e con quella storia si ostini a voler rimanere al di fuori dell'attività politica. In realtà egli non crede nella possibilità di una ripresa rivoluzionaria a breve termine. La vittoria militare ormai evidente dell'imperialismo americano gli fa valutare con grande pessimismo le possibilità che alla guerra segua una fase rivoluzionaria come quella del primo dopoguerra e di conseguenza lo conferma nella convinzione della sostanziale impossibilità di costruire il partito comunista rivoluzionario. Van Gelderen lo ricorda poco interessato "al lancio di un nuovo partito, né in effetti ad alcun tipo di gruppo organizzato". Dunque, pur collaborando con la Frazione, Bordiga non crede esistano le condizoni per una ricostruzione del partito che giudica prematura e volontaristica. Posizione non priva di ambiguità e destinata a durare fino agli inizi degli anni Cinquanta e a segnare, come vedremo, con effetti dirompenti il suo rapporto con il PC Internazionalista di Onorato Damen.
Con la fine dalla guerra la Frazione, all'interno della quale si è costituita una corrente (Tarsia, La Camera, Maruca, Pistone) vicina alle posizioni della Sinistra Comunista, stabilisce contatti diretti con il PC Internazionalista nella prospettiva di una possibile fusione. Agli inizi di giugno si svolge un incontro fra i delegati dell'Esecutivo provvisorio della Frazione e Bruno Maffi della Federazione di Milano del PC Internazionalista nel corso del quale viene fissato per il 15 luglio lo svolgimento a Milano di un convegno nazionale di unificazione.
Il Convegno si terrà i giorni 17 e 18 luglio 1945 e, constatata la piena identità di vedute sul terreno ideologico e tattico, delibera l'integrazione della Frazione nei ranghi del PC Internazionalista. Il 29 luglio, nello studio di Tarsia, presenti fra gli altri Maffi, Damen e Bordiga, la Frazione viene sciolta e i suoi militanti aderiscono in maggioranza al PC Internazionalista, mentre altri rientrano nel PCI e nello PSIUP o, come Libero Villone, si orientano definitivamente verso il trotskismo.
Il Partito Comunista Internazionalista (1945-1952)
Nonostante gli attacchi violentissimi del PCI, giunti fino all’assassinio di militanti di primo piano del partito come Acquaviva e Atti, nel primi mesi dopoguerra il PC Internazionalista conosce una rapida estensione giungendo in breve a coprire con le sue 13 federazioni e 72 sezioni l’intero territorio nazionale.
Il 28 dicembre 1945 e il 1 gennaio 1946 si tiene a Torino la prima conferenza nazionale. A questa conferenza è assente Bordiga che, pur scrivendo sugli organi del partito e cercando di orientarne la linea, rifiuta l’iscrizione formale. Nella conferenza emergono i primi contrasti e le prime critiche sull’attivismo e sul troppo “facile allargamento” dell’organizzazione nei mesi successivi alla fine della guerra. In particolare Vercesi (Perrone), vero e proprio portavoce di Bordiga, si esprime contro il convincimento di larga parte dei militanti dell’apertura di una nuova fase rivoluzionaria. La tesi sostenuta è liquidatoria: la nascita del partito è stata prematura e totalmente falsa è la prospettiva di uno sviluppo ulteriore del partito sul modello del 1921.
Nei fatti queste posizioni coprono un più profondo e sotterraneo contrasto fra i due principali esponenti internazionalisti: Amadeo Bordiga (Alfa) e Onorato Damen (Onorio). Contrasto inerente la valutazione della natura sociale dell’URSS (Bordiga è restio ad accettare la tesi del capitalismo di stato)e l’analisi sia della fase che della situazione internazionale interamente ruotante sull’incipiente confronto russo-americano.
Nel 1947, valutando come la situazione internazionale rendesse impossibile la continuazione della collaborazione governativa delle sinistre, Battaglia Comu- nista correttamente prevede l’aprirsi di una nuova fase massimalista del PCI in cui la fraseologia anticapitalista nei fatti tende a coprire la tradizionale politica filo-russa a livello parlamentare ed elettoralistico . L’analisi è come sempre lucida e corretta, molto meno le implicazioni politiche che ne vengono fatte derivare.
Nella convinzione che il manifesto fallimento della politica togliattiana apra consistenti spazi a sinistra gli internaziona- listi decidono di partecipare alle elezioni del 1948, raccogliendo nelle pochissime circoscrizioni in cui si presentano poco più di 20 mila voti. Un risultato non disprez- zabile, ma certamente di molto inferiore alle attese.
Il fallimento delle speranze elettorali riattizza le polemiche fra le varie anime del partito. Nel Congresso di Firenze (maggio 1948) lo scontro è furibondo fra Damen e i suoi e quella che questi definiscono la “massoneria napoletana”, Bordiga, Vercesi e gli altri teorici dell’attendismo. Il contrasto è chiaro: da un lato Vercesi, sostenuto da Bordiga, che considera inesistenti le condizioni minime per un intervento attivo del partito nella società e nella classe e dall’altra Damen che, pur riconoscendo la disfatta storica del proletariato, ritiene ancora valide le motivazioni alla base della fondazione del PC Int.
Lucidamente, come suo solito, Damen denuncia come ci sia “una tendenza, in alcuni compagni, che mira a restringere i compiti del partito, se non addirittura a negare la legittimità storica della sua esistenza. Su questo piano è facile arrivare alla teoria che postulerà la liquidazione del partito”.
Il congresso non risolve alcun nodo lasciando tutti i problemi aperti. Il voto finale a favore delle tesi astensioniste di Maffi, mostra tuttavia che Bordiga può ormai contare su una maggioranza del partito.
Il Congresso di Firenze innesca un processo di declino del PC Int. che si rivelerà inarrestabile. Negli anni successivi, fino alla definitiva rottura del 1952, centinaia di militanti vengono espulsi o lasciano il partito che dal canto suo chiude molte sedi locali e riduce la periodicità del giornale. E’ un processo in parte determinato dal clima di riflusso della politica italiana che ha pesanti ripercussioni anche sul ben più radicato PCI, ma che sconta fortemente il peggioramento della situazione interna al partito, l’inasprirsi delle polemiche e anche il carattere sostanzialmente eterogeneo della base che nei suoi primi convulsi anni di vita il PC Int. aveva raccolto.
Lo scontro interno si fa durissimo a partire dal 1950 e dai temi più generali relativi alla fase passa alla politica quotidiana del partito con particolare riguardo alla tattica sindacale. All’interno del Comitato Centrale Vercesi sostiene ormai apertamente l’inattualità dell’organizzazione del partito.
“In queste condizioni – afferma – il vincolo organizzativo non favorisce, ma impedisce la difficile ed indispensabile opera di chiarificazione”. Compito dell’ora è studiare, tutto il resto è “attivismo”. Il PC Int. non rappresenta che piccoli gruppi “falsamente etichettati in quanto partito”. D’altronde, conclude Vercesi, sostenendo a voce alta negli organismi del partito quello che Bordiga dice privatamente a pochi intimi, “le condizioni per la formazione del partito non si palesarono nel 1945-46 e non esistono nemmeno oggi”.
Coerentemente con queste posizioni nel gennaio 1951 il Comitato Esecutivo delibera a maggioranza non solo l’abbandono dell’azione sindacale, unico terreno di lavoro “pratico” del partito, ma addirittura l’adozione di una sistematica e organizzata azione di crumiraggio nei confronti degli scioperi e delle lotte della CGIL “controrivoluzionaria” e “stalinista”. E’ una tattica suicida, propagandata dal giornale e attuata a Asti, unica realtà in cui il PC Int. ha grazie al martirio di Acquaviva ancora un certo radicamento operaio. Le conseguenze sono devastanti: i quattro rappresentanti della minoranza “non-bordighista” nel CC (Bottaioli, Stefanini, Lecci e Damen) prendono con un durissimo documento le distanze dalla decisione e poi ad uno ad uno rassegnano le dimissioni dall’organismo dirigente del partito. La risposta della maggioranza consiste nell’allontanamento di Damen dalla direzione di “Battaglia comunista” e nella sua sostituzione con Maffi. A questo punto la minoranza chiede lo svolgimento di un Congresso straordinario del partito, ottenendo in risposta lo scioglimento delle tre federazioni dove è maggioranza.
In reazione nel gennaio 1952 si costituisce sotto la direzione di Damen un “Comitato del Congresso” che organizza un “Secondo Congresso Nazionale” a cui la maggioranza non partecipa. E’ la scissione che segna la nascita di due organizzazioni, entrambe con lo stesso nome di PC Internazionalista, attorno a Damen (“Battaglia Comunista”) e a Bordiga (“Programma Comunista”).
Giorgio Amico
Lo sbarco anglosassone in Sicilia apre nella guerra una nuova fase che merita di essere attentamente studiata dal punto di vista delle prospettive rivoluzionarie. È oggi impos- sibile prevedere la durata della lotta in quel settore, per quanto le prime impressioni siano di un'offensiva condotta con abbondanza di mezzi ed estrema facilità di rifornimenti, contro le forze numericamente elevate ma tecnicamente insufficienti e tutt'altro che ansiose di combattere. È anche impossibile prevedere quali sviluppi avrà, se cioè sarà il punto di partenza di un attacco diretto al continente italiano o se, come sembra più probabile, servirà di trampolino di lancio verso le due altre isole maggiori (da cui un attacco all'Italia sarebbe molto più agevole) o verso la Puglia e, di qui, la Grecia. In questo campo non è dato avanzare che ipotesi. Ma, comunque abbia a svolgersi la lotta, è chiaro ch'essa porta l'Italia al centro dell'offensiva anglosassone contro l'Europa e ne fa uno dei principali teatri della guerra. L'Italia entra in questa fase in condizioni disperate: con una situazione alimentare difficilissima, con un armamento del tutto insufficiente, con le sue città praticamente indifese contro le incursioni, con una truppa male armata, mal nutrita e stanca di combattere. Sono questi, dati di fatto che nessuna propaganda nazionalistica e nessuna retorica da articolo di fondo può smentire. D'altra parte, la ripresa della lotta sul fronte orientale impegna l'esercito tedesco nel momento in cui la sua presenza sul teatro bellico mediterraneo sarebbe, dal punto di vista dell'Asse, improrogabile. In queste condizioni, è facile prevedere la tragedia che si abbatterà sul paese, la demoralizzazione che provocherà nelle truppa - già stanca e percorsa da una profonda vena di disfattismo - lo smarrimento, la stanchezza, il panico delle popolazioni civili, la disorganizzazione della vita economica, il peggioramento della già difficile situazione alimentare e dei rifornimenti in genere. Tutto lascia prevedere, da una parte, l'aggravarsi delle condizioni generali della vita e, dall'altra, l'accentuarsi della tensione politica interna. S'inizia, per il regime, un periodo di crisi in cui la classe operaia sarà evidentemente chiamata ad esercitare una funzione di primo piano. È questo, dal punto di vista delle prospettive rivoluzionarie, un primo dato positivo.
Il secondo dato positivo è offerto dalla situazione generale europea. L'attacco all'Italia rientra in un piano generale di assalto alla "fortezza europea". Ora, questa fortezza è in realtà, una polveriera. La situazione interna italiana si ripete, moltiplicata e peggiorata, per tutti i paesi d'Europa: la Francia e i Balcani sono, alle due estremità opposte, in un periodo di profondo fermento, di latente e aperta rivolta: la guerra vi ha inciso profondamente nella situazione economica interna, nella vita politica, nei sentimenti. La Germania, duramente e continuamente colpita nella sua attrezzatura industriale, largamente dissanguata su tutti i campi di guerra, è anch'essa nonostante l'apparente solidità della sua struttura generale, alla vigilia di una crisi profonda. Tutta l'Europa è in bilico sull'orlo di una convulsione di lotte politiche e sociali. La bardatura di guerra simula una stabilità, non garantita tuttavia da solide basi economiche, politiche, militari, sociali. Non è difficile immaginare lo scatenarsi di forze che la rottura di questo telaio artificioso potrà provocare. Qualunque durata, estensione e forma stia per assumere nel prossimo futuro la guerra, è questo un secondo dato di fatto incontrovertibile.
L'attacco all'Italia si ripercuoterà dunque sulla situazione europea e ne subirà di riflusso i contraccolpi. Le possibilità oggettive rivoluzionarie si dilateranno col dilatarsi della guerra, e si faranno più prossime. Ora è chiaro, indipendentemente dalle ragioni generali su cui si fonda l'ideologia e l'azione comunista, che i questa crisi imminente il fattore risolutivo non può essere dato che dalla classe proletaria, sulla qual la situazione più direttamente incide e, al suo seguito, dai ceti proletarizzati dei contadini poveri - ai quali la guerra ha tolto le braccia dei giovani e che non trovano un compenso nell'attività speculativa dei medi e grossi contadini - e della piccola borghesia: ceti, questi ultimi che possono intervenire nella lotta solo in quanto il proletariato li guidi e che si orienteranno soltanto in funzione dell'orientamento della classe più rivoluzionaria, ma che avranno comunque una funzione nella fase critica ed insurrezionale. Un fenomeno delle proporzioni assunte dagli scioperi torinesi e milanesi, dimostra nell'ambiente proletario una rinnovata volontà di lotta, che l'aggravarsi della situazione non potrà non accentuare. La possibilità e, insieme, i compiti di un partito rivoluzionario sono, da tutti questi fattori, moltiplicati. Oggettivamente, la situazione matura con una rapidità che può divenire, in determinate circostanze, precipitosa.
Ma la situazione ha anche i suoi elementi negativi, che un partito rivoluzionario deve affrontare con estrema fermezza e con assoluta obbiettività. Lo sbarco anglosas- sone, qualunque estensione e sviluppo stia per assumere, segna il primo passo verso l'insediamento in Italia e, successivamente in Europa, di un gigantesco blocco di imperia- lismi borghesi; imperialismi che estendono i loro tentacoli a tutto il mondo e che dispongono di risorse materiali e politiche enormi: imperialismi che agiranno, sul terreno politico europeo e mondiale, in senso nettamente reazionario. Anche sotto questo aspetto la situazione italiana si salda strettamente alla situazione internazionale. Se è vero che lo sbarco e i suoi sviluppi militari accelereranno il processo di crisi europea ed italiana o incrineranno la compagine degli stati fascisti, è altrettanto vero che le forze così impiantatesi in Italia e in Europa agiranno - vorranno agire - come forze d'ordine borghese e perciò come fattori controri- voluzionari. La presenza della Russia non muta - stando le cose come stanno - la realtà di questa situazione: essa si muove ed agisce - ed agirà, a meno di un rivolgimento interno nel senso di una ripresa proletaria - nell'orbita degli imperialismi inglese e americano. È questo un fattore nettamente negativo della situazione, ed è chiaro che nel crollo del fascismo, la posizione di un partito seriamente rivoluzionario non può essere che di opposizione alle forze internazionali borghesi che tendono ad assumere l'eredità fascista. Anti-capitalisti, noi non possiamo essere che anti-democratici, allo stesso modo che siamo anti-fascisti, e la rivoluzione proletaria, sbarazzatasi dei regimi totalitari, dovrà affrontare la stessa aspra battaglia contro i regimi democratici borghesi.
Questi regimi non dispongono soltanto della forza militare, ma si trovano spianata la strada - ed è questo, dal nostro punto di vista, il secondo fattore negativo - dalle formazioni politiche che, sul terreno italiano ed europeo si muovono in funzione anglo-russo-americana. Fattore non meno importante e pericoloso, tanto più pericoloso in quanto, attraverso le due grandi correnti tradizionali operaie, esercita la sua influenza diretta sulla classe proletaria. Il filo-democratismo socialdemocratico (che si risolve, concretamente, in anglofilia) e l'opportunismo staliniano, col suo corredo di fronti nazionali, di blocchi anti-fascisti, di supina accettazione della politica della Russia, cospirano, nel loro comune e generico anti-fascismo, a preparare la vittoria di uno dei due blocchi imperialistici sull'altro - e, quel che più importa, sulla classe operaia. Sarebbe stolto, anzi delittuoso, nascondersi che nella situazione presente, le masse italiane e, più genericamente europee, si muovono pratica- mente e sentimentalmente, sul terreno del compromesso. Stanche di un ventennio di reazione e di soffocamento, esse si orientano in un accesso di disperazione verso la soluzione più comoda, verso la "linea di minor resistenza". E, in tal modo, favoriscono, senza volerlo, senza capirlo, un riassestamento della società borghese su basi più sane e sicure. Le ragioni di questo orientamento sono state da noi più volte indicate: la lotta contro questa degenera- zione opportunistica è, non da oggi, la nostra ragione di essere. Ma non è in nostro potere modificare, di colpo, una situazione obbiettiva e soggettiva che da del problema rivoluzionario un problema di avanguardia proletaria.
Ma nell'esaminare questi due fattori negativi (di cui, ripetiamo, sarebbe folle ridurre l'importanza), noi abbiamo finora trascurato una serie di variabili. Abbiamo cioè ammesso nelle forze da noi considerate un'assoluta immobilità, come se il corso stesso delle cose non dovesse provocare, anche in questo campo, uno spostamento di forze. Abbiamo, per esempio, considerato le tre nazioni unite come un blocco solo, come se, cioè, la loro situazione interna fosse immobile. Ma la guerra passerà su di loro senza lasciare le sue tracce? Il colossale indebitamento dell'Inghilterra verso l'America, l'ipertofria delle industrie di guerra negli Stati Uniti, la pressione a cui il conflitto ha sottoposto l'intera struttura economica e sociale dell'Urss, non provo- cheranno in queste che ci appaiono già come le "nazioni vincitrici" profondi squilibri interni e possibilità di crisi politiche? La classe operaia inglese, russa, americana, non risentirà anch'essa come la tedesca, l'italiana, la francese, la balcanica ecc. , gli effetti tremendi di una guerra gigantesca? L'intera economica mondiale non uscirà dal conflitto più sconvolta ancora che alla fine dell'altra guerra? Prospettive lontane, d'accordo, che presuppongono la fine del conflitto, ma che si profilano già oggi, per esempio, nell'inquietudine sociale che serpeggia in America.
Ma vi sono elementi anche più vicini, di cui si deve tener conto. La crisi che l'"attacco all'Europa" inaugura, qualunque sia la sua durata di maturazione, potrà mancare di produrre nelle masse una spinta verso sinistra? Una situazione come quella che si profila può avvalorare l'ipotesi che la cornice democratico-opportunista in cui i massimi partiti operai cercano di inquadrare le masse possa contenere a lungo il proletariato e costringerlo a battere il passo, mentre l'allontanarsi dell'artificiosa bardatura di guerra provocherà paurosi squilibri nell'economia, affretterà la svalutazione della moneta, peggiorerà la già difficile situazione alimentare e le già dure condizioni di vita? Non c'è governo di successione al fascismo che possa risolvere, sul piano borghese, le enormi difficoltà che la crisi farà sorgere, e il governo che si accollerà un'eredità simile - o lo stesso regime totalitario irrigiditosi in una caparbia resistenza - è destinato ad attirarsi l'odio e il disprezzo di un popolo che non vuol più tollerare la disciplina di guerra e che, conquistata la pace, non riesce a conquistarsi il pane e il lavoro. Tutti questi fattori incideranno profondamente sullo stato d'animo delle masse. Rimarranno esse inquadrate in partiti che non soddisfano più alle loro esigenze e alle loro speranze, che continuano ad esercitare, in una situazione potenzialmente io apertamente rivoluzio- naria, una funzione moderatrice? Giacché non è soltanto vero che le masse sono oggi, nella maggioranza, sospinte verso una pura soluzione "anti-fascista" e perciò disposte ad accettare la politica del compromesso: è anche vero che accettano questa politica perché credono ancora nell'efficienza rivoluzionaria dei loro tradizionali partiti. È una situazione, in larga misura, di equivoco: ma una situazione di equivoco può durare a lungo in periodi normali, non dura a lungo in fase di ripresa rivoluzionaria e di crisi sociale profonda. Lo sfasamento che si verificherà tra la spinta delle masse e il freno opposto dai partiti maggiori - le masse cento volte avanti al partito, come constatava Lenin nella primavera del '17, ed oggi lo saranno non cento ma mille volte - avvicinerà fatalmente il punto di rottura. E il nostro compito è appunto di preparare fin da oggi quell'organismo di partito rivoluzio- nario che rappresenterà agli occhi delle masse - per la continuità e la decisione con cui avrà sostenuto la sua battaglia contro tutti i miti e contro tutte le mistificazioni - un naturale centro di raccolta. Alla fine dell'altra guerra questo centro di raccolta non c'è stato, o, almeno, non c'è stato subito: in tutti i paesi, la scissione tra opportunisti e rivoluzionari si è verificata in ritardo, in fatale ritardo, sugli avvenimenti: è avvenuta, quasi sempre, in fase di declino della situazione rivoluziona- ria. Domani la situazione rivoluzionaria si ripresenterà: e non sarà più soltanto un partito a porsi sul piano della conservazione borghese, ma saranno due. Per contro, vi sarà, è necessario che vi siano, i quadri già saldi di un partito rivoluzionario.
L'analisi sommaria che abbiamo fatto - forzatamente sommaria, in mancanza di dati sicuri sulla situazione interna degli altri paesi - ci porta ad alcune conclusioni che riassumiamo rapidamente: a) esistono fattori obbiettivi che preparano in modo indubbio la ripresa rivoluzionaria operaia; b) esistono fattori obiettivi e soggettivi che bi metteranno ostacolo: essi sono rappresentati dalla prossima presenza sul continente di forze militari del blocco imperialista anglosassone, della debole preparazione politica delle masse, dall'opportunismo dei maggiori partiti operai; c) esistono le premesse di una situazione nuova, in cui anche questi fattori negativi possono essere neutralizzati, sia dall'affiorare di forze rivoluzionarie negli stessi paesi vincitori, sia dalla crisi spaventosa che si rovescerà sull'Europa e dalla conseguente radicalizza- zione delle masse operaie europee, sia dall'incapacità dei partiti opportunisti di mantenere nell'alveo del compromesso l'ondata rivoluzionaria; d) condizione prima perché queste premesse si concretino in possibilità rivoluzionaria è l'esistenza di un partito che non solo abbia per obiettivo finale la realizzazione di una società socialista, ma imposti tutta la sua azione quotidiana, la sua tattica, la sua strategia sull'obiettivo pratico e diretto della presa rivoluzionaria del potere. Gli elementi negativi non saranno mai sottovalutati da un partito come questo. Non sottovaluteremo la forza militare dell'imperialismo anglosas- sone, come non sottovaluteremo la colossale importanza di partiti che, per tradizione, per l'appoggio di forze politiche e militari, per l'immaturità di una larga parte delle masse, convogliano ancora sul terreno del compro- messo e delle soluzioni opportunistiche gran parte del proletariato italiano ed europeo. Né sopravalutiamo i riflessi che l'accentuarsi e il giganteggiare della crisi avranno sulla vitalità politica di questi partiti. Il compito di un partito rivoluzionario non è soltanto di interpretare una situazione e comprenderne le direttrici di sviluppo: è d'inserirsi in questa situazione come suo elemento risolutivo. Riconoscere, oggi, che la nostra ora non è ancora giunta non significa adattarsi passivamente ad una situazione di fatto, così come riconoscere che il corso dei fatti evolve nel senso di una crisi rivoluzionaria non significa attendere passivi che questa crisi "avvenga". Significa, al contrario, misurare le forze in giuoco per orientarsi in esse. È questa l'importanza decisiva, capitale del partito, che non è la massa ma il suo interprete e la sua guida. La situazione, ricca di elementi positivi e, insieme, di pericoli, sarà in larga misura determinata dalla forza d'urto, dalla capacità politica, dalla tempestività di azione del partito. Per questo è necessario stringere i quadri.
La nostra debolezza d'oggi è la debolezza di una situazione di fatto, così come la nostra forza di domani sarà, in gran parte, la forza di una situazione di fatto radicalmente diversa. La crisi che si annuncia all'interno dello stesso regime di guerra e [illeggibile] più ancora, si prepara per il regime di pace, libererà una quantità di forze sinora compresse, e, con loro, libererà dall'isola- mento i partiti di avanguardia proletaria. Oggi, non esiste più una direzione internazionale del proletariato, non esistono contatti internazionali. Ma vivono, in tutte le nazioni, forze politiche, pur isolate, lavorano con una mentalità e con una mentalità e con una struttura organica internazionalista. Non sarà difficile, domani, a queste forze il ritrovarsi.
Di fronte agli sviluppi dello sbarco inglese, la nostra posizione non può essere dubbia. Essa implica una lotta tenace e decisa contro i blocchi e contro le pastette a base "nazionale" o "popolare"; lo smaschera- mento dell'opportunismo filodemocratico, filoinglese e filo-staliniano dei due maggiori partiti operai: la contrapposizione immediata, nel periodo culminante della crisi, della parola d'ordine dei Consigli degli operai, dei contadini poveri e dei soldati, sono strumenti di lotta rivoluzionaria prima e come organi del potere proletario poi, alle parole d'ordine costituzionali, patriottarde, parlamentaristi- che, che il [illeggibile] o "anti-fascismo" non mancherà di lanciare: l'armamento del proletariato, la preparazione teorica e tecnica della rivoluzione.
Solo se sapremo foggiare al proletariato un'arma tagliente, le prospettive rivolu- zionarie si concreteranno in realtà di fatto. La lotta contro l'opportunismo deve essere l'altra faccia della lotta per la preparazione di quadri che siano ideologicamente e praticamente all'altezza della situazione politica, economica, sociale, del paese. È questo il nostro compito immediato: ed è, insieme, il nostro compito primordiale.
(Dattiloscritto,
Torino 1° settembre 1943)
Ogni
stato belligerante ha bisogno, per convincere la massa operaia della suprema
utilità e santità del massacro, di prendere una certa tintarella sociale o
addirittura socialista. Il "socialismo nazionale" di Hitler ha
servito di paravento alla preparazione bellica della Germania; il "piano
Beveridge" serve a Churchill per barattare i sacrifici presenti dei
lavoratori contro la promessa di una vita comoda e di una vecchiaia tranquilla
nell'avvenire. E poiché questa demagogia sociale è tanto più necessaria quanto
più profonda è la crisi del sistema borghese, è naturale ad analoghi
trattamenti di chirurgia estetica sentano l'urgente bisogno di sottoporsi
soprattutto gli stati in cui il marasma sociale e politico interno minaccia di
sconvolgere le basi stesse della società borghese. Non per nulla, punto di
minor resistenza dell'edificio capitalistico mondiale, lo stato fascista
repubblica cerca, autoproclamandosi socialista, di riguada- gnare presso il
proletariato il prestigio cla- morosamente perduto.
Questa manovra in se stessa puerile, è uno dei più clamorosi esempi della degenera- zione capitalista. Quella stessa borghesia che, nella tremenda crisi sociale dell'altro dopoguerra, lanciò sul mercato l'articolo del fascismo, movimento "repubblicano e proletario", e poi - una volta imbrogliati i più ingenui - gli tolse la maschera e lo presentò per quel che era, cioè un movimento monarchico, forcaiolo e schiettamente padronale, per abbatterlo infine quando minacciava di travolgerla nell'abisso dell'avventura bellica, quella stessa borghesia rispolvera oggi i vecchi arnesi demagogici del 1919 nella speranza di legare al suo carro una parte almeno della massa operaia come se fossero passati invano venti anni di reazione antiproletaria, di orge capitalistiche, di sfrontati guadagni digeriti all'ombra dei bassi salari, della protezione doganale, dell'autarchia e, infine, della guerra.
Con un colpo di bacchetta, il capitalismo si trasforma in ...socialismo. Ora, che cos'è questo socialismo di cui la recente dichiarazione programmatica del Partito fascista preannuncia la funzione rivoluzionaria? Il socialismo dei cosiddetti "adeguamenti salariali" e della partecipazione agli utili (arma vecchia di almeno mezzo secolo), con cui la classe padronale ha spesso cercato di cointeressare l'operaio alle sorti dell'azienda promettendogli per la fine dell'anno un invito a pranzo; il socialismo della difesa del piccolo coltivatore, delle cooperative di produzione e di consumo, dell'esproprio delle terre coltivate male o non coltivate affatto, che riprende cioè i temi obbligati del più logoro e pantofolaio riformismo; un socialismo che si impegna a ricostruire le commissioni interne e a dar vita ad una confederazione generale di soli lavoratori liberamente eletti, nello stesso momento in cui scatena nei centri operai e nelle fabbriche una reazione spietata; un socialismo, soprattutto, che dichiara di voler mettere al centro dello stato il lavoro, ma si affretta subito a proclamare inviolabile e protetta dallo stato la proprietà privata; che minaccia la guerra alla plutocrazia internazionale, ma ripudia la lotta di classe, anzi vuole la conciliazione fra le classi; che lancia fulmini e tuoni contro il capitalismo monopolistico, ma non ha neppure il coraggio di parlare di nazionalizzazione del monopolio.
Salari equi, partecipazione agli utili, commissioni interne, sindacato libero, cooperative di produzione e consumo: un altro passo avanti e il programma fascista repubblicano coinciderà punto per punto col programma sociale dei cinque (o sei) partiti antifascisti, tanto è giusta la nostra tesi che fascismo e democrazia sono due facce diverse di una realtà sola. Ed è naturale, poiché, se nell'Italia fascista repubblicana il programma di rivendicazioni sociali tende a rendere più popolare la guerra tedesca, nell'Italia democratizzata lo stesso programma tende a rendere popolare la guerra inglese.
Demagogia, dunque, da ambo le parti. Ma al fondo di questa mascheratura c'è una realtà tragicamente seria: la realtà di una crisi sociale di cui la classe dominante avverte già i sintomi minacciosi, e della quale si preoccupa di ritardare a qualunque costo l'esplosione. Siatene certi: pur di non cedere sulla questione di fondo - sul suo dominio di classe - la borghesia fascista o democratica sarà domani disposta (e lo è già oggi) a cedere sulle questioni secondarie, ad aumentare un pochino i salari, a lasciar sorgere delle commissioni interne che ha tanti modi per corrompere, a subire il controllo delle entrate da parte di organismi operai preventivamente narcotizzati. Può darsi anche che, in extremis, ceda su qualche cosa di più e che in questo gioco trovi un fraterno appoggio nell'opportunismo di certi sedicenti partiti operai.
Spetta a noi fin da oggi smascherare una manovra che, con la vecchia e sempre giovane arma della collaborazione, tende a spuntare l'impulso rivoluzionario del proletariato e dimostrare ogni giorno e ogni ora che la soluzione della tesi sociale non può avvenire entro i confini dell'economia e dello stato capitalista, e presuppone come primo e fondamentale atto il grande colpo di scopa della rivoluzione proletaria.
(Da
"Prometeo" dell’1 dicembre 1943)
1944
Manifesto del Partito Comunista Internazionalista diffuso a Milano nel
gennaio 1944
OPERAI MILANESI
Voi avete incrociato le braccia. Soddisfatte o no le vostre richieste di oggi, voi vi muovete fatalmente in un vicolo cieco e sarete, in, breve, costretti ad incrociare ancora le braccia.
Perché?
Perché i capitalisti e il governo nazi-fascista, responsabili della guerra, sono incapaci non solo di risolvere la tremenda crisi che ha polverizzato l'economia nazionale, ma persino di sfamare voi e le vostre famiglie, costrigendovi ancora a fabbricare cannoni per la guerra.
OPERAI
Un solo mezzo avete per uscire dalla crisi : fare della vostra forza di classe una cosciente forza rivoluzionaria. Solo unendovi compatti contro la guerra, contro il capitalismo, contro gli sfruttatori di ogni colore che si servono delle vostre braccia e della vostra vita per la loro lotta criminale di dominio, solo spostando la vostra azione dal terreno economico a quello politico, riuscirete"spezzare le catene che ancora vi imprigionano.
OPERAI
Al capitalismo, colpito a morte dalla sua stessa guerra, contrapponete ora la vostra capacità e la vostra orza di nuova classe dirigente.
Contro il fascismo, che vuole la continua- zione della guerra tedesca, e contro
il Fronte Nazionale dei sei partiti, che vuole la continuazione della guerra
democratica, voi organizzatevi sul posto di lavoro, cementate in un FRONTE
UNICO PROLETARIO i vostri comuni interessi, il vostro stesso destino di classe
i indica come già iniziata la lotta decisiva per la conquista del potere.
Il Partito Comunista Internazionalista è al vostro fianco.
Abbasso la guerra fascista !
Abbasso la guerra democratica !
Viva la rivoluzione proletaria !
Il Partito Comunista Internazionalista
(Da
“Prometeo” n.3 -gennaio 1944)
Volantino del Partito Comunista Int. – Sezione di
Piombino
PROLETARI
Al congresso di Livorno nel 1921 si compie un fatto storico che si ripercuote profon- damente all'atteggiamento tattico del prole- tariato italiano.
La minoranza rivoluzionaria, non riuscendo ad infrangere l'ascendente dei Padreterni del socialismo, i quali si rifiutano di accedere alle richieste della Terza Internazionale, rigettando le tesi contenute nei suoi ventun punti, si scindono dai compagni della vigilia per dar vita a un nuovo organismo: IL PARTITO COMUNISTA D'ITALIA, sezione della 3a Internazionale.
I ventun punti di Mosca sono da lui accettati in pieno. Nella sua base programmatica spiccano i seguenti postulati:
1) abbattimento della borghesia mercé l'azione rivoluzionaria
2) allargamento del concetto di patria dalla nazione al mondo
3) libertà di pensiero, di riunione, di parola e di stampa
4) abolizione del (lavoro) salariato integrata dalla seguente formula: ognuno dia alla comunità secondo le proprie possibilità fisiche e intellettuali; la comunità dia a ciascuno secondo i propri bisogni.
Postulati da attuarsi attraverso la Repubblica dei Consigli.
Per venti anni di lotte sotterranee, il Partito Comunista resta fedele alla sua tattica rivoluzionaria, ai suoi postulati economico-sociali e al suo internazionalismo.
Poi avviene il fatto nuovo che scardina tutte le vecchie formule. L'internazionale è sciolta.
Il Partito Comunista si ammanta si patriottismo; rinnega la dittatura del
proletariato per vagheggiare un'ipotetica democrazia progressiva e partecipa,
insieme a quelli che ieri erano i suoi naturali nemici, ad un governo
monarchico-borghese e sventola la bandiera della costituente quale soluzione
definitiva della nostra crisi politica e sociale.
Il cordone ombelicale che ci legava all'internazionale è reciso. L'identità di vedute e di intenti col neo Partito Comunista non esistono più. Non ci resta che ricominciare dal punto di partenza - il Congresso di Livorno - tenendo conto delle esperienze acquisite.
Ecco perché sorge il Partito Comunista Internazionalista!
Ecco perché sorgendo rivendica i ventun punti di Mosca.
ESSO NON E' NE' TROTZKISTA NE' STALINISTA.
E' MARXISTA-LENINISTA.
E' il partito proletario rivoluzionario.
LAVORATORI
La vostra emancipazione non può essere che il frutto della vostra opera. Venite a noi che inalberiamo il solo vessillo il quale meriti che si combatta e si muoia sotto le sue pieghe:
IL VESSILLO DELL'INTERNAZIONALE COMUNISTA.
IL COMITATO
(s.d. ma 1944)
Appello del Partito Comunista Internazionalista per
la creazione del Fronte Unico Proletario contro la guerra
OPERAI!
Chiusasi appena una fase delle vostre agitazioni di fabbrica, già si pone la ripresa della lotta: non vi vien dato quello che solo in parte vi era stato concesso: ed anche se concesso, esso non poteva, come non potrà domani, soddisfare i bisogni vostri e delle vostre famiglie, poiché le paghe non consentono il lusso degli acquisti sul mercato nero, e con la tessera ne avete appena a sufficienza per non morire di fame.
Il nostro partito vi aveva ammonito che una tale situazione si sarebbe in breve verificata, dato che il vicolo cieco in cui si è cacciata l'economia capitalistica ha gettato in un vico cieco tutte le rivendicazioni contingenti economiche e morali della classe operaia.
Perché questo?
La ragione va ricercata nella guerra che da cinque anno ormai si alimenta esclusivamente del vostro sangue sui vari fronti del conflitto, e dei vostri sudori e del vostro pane sui posti di lavoro.
Vi diciamo anzi che le vostre condizioni continueranno a peggiorare ad onta degli scioperi a cui sarete costretti, perché è mancata fin qui alla vostra lotta la chiara visione politica dei vostri compiti fondamentali e, soprattutto, vi è mancata una guida veramente di classe, animata dallo spirito della rivoluzione.
Infatti siete andati e continuate ad andare disarmati davanti ai vostri padroni e ai loro sgherri politici, perché la terribile arma di lotta, lo sciopero, non ponendo al centro del vostro movimento il problema della lotta contro la guerra, anzi acconsentendo che forze politiche a voi estranee, quelle dei sei partiti democratici, con a capo il partito comunista centrista, prendessero la guida del vostro movimento per trascinarlo sul piano politico antioperaio e controrivoluzionario della guerra nazionale, è stata praticamente spuntata.
Così, non soltanto siete rimasti scornati da una "vittoria" che vi lascia la pancia vuota come prima, ma, quel ch'è peggio, vi siete prestati, certo inconsciamente, ad una manovra politica peggiore, nella conseguenza di una sconfitta di classe, perché avvilisce e disonora le ragioni ideali e politiche della lotta del proletariato. La guerra imperialistica non è forse la più feroce, la più disumana, la più assassina guerra condotta dalla borghesia contro il proletariato? Porsi perciò su questo piano significa favorire l'opera distruttrice della classe nemica a danno della propria classe.
Contro i vostri padroni fascisti che, soddisfacendo in parte a vostre richieste, tentano di aggiogarvi una volta di più alla loro guerra; contro coloro che, approfittando delle vostre condizioni economiche e del vostro naturale odio contro il fascismo sanguinario, vi sobillano allo sciopero a ripetizione perché ciò rientra a meraviglia nel loro piano di guerraioli che operano oggi come avanguardia dell'esercito alleato, cosiddetto liberatore, e opereranno domani al suo fianco per la continuazione della guerra democratica:
contro coloro che tentano di incanalare la vostra lotta nel fronte della liberazione nazionale fingendo d'ignorare che la "patria" del proletariato, quella del lavoro e della solidarietà senza frontiere, non ha nulla di comune con la "patria" dei borghesi; voi, operai, rispondete con le parole di Lenin: "La guerra è un inevitabile stadio del capitalismo, una forma altrettanto normale della vita capitalistica quanto la pace... Il rifiuto di prestare servizio militare, gli scioperi contro la guerra e simili cose, sono pure stupidità, un pallido e codardo sogno di lotta inerme contro la borghesia armata, un sospiroso desiderio di ottenere l'annientamento del capitalismo senza una disperata guerra civile". Oggi, chiusa in se stessa, la lotta per le rivendicazioni economiche immediate perde significato e valore; a che gioverebbe la parziale soddisfazione delle vostre richieste, se l'immane massacro continuasse succhiando il vostro sangue e il vostro sudore?
OPERAI!
L'ora presente impone la formazione di un fronte unico operaio, l'unione cioè di tutti coloro che non vogliono la guerra, sia essa fascista o democratica.
Operai di tutte le formazioni politiche proletarie e senza partito! unitevi ai nostri operai, discutete insieme problemi di classe al lume degli avvenimenti della guerra e formate di comune accordo in ogni fabbrica, in ogni centro comitati di fronte unico capaci di riportare la lotta del proletariato sul suo vero terreno di classe.
Il fronte unico tra operai sarà una realtà viva e operante alla sola condizione che voi, qualunque sia la vostra posizione politica di partito, siate d'accordo sulle seguenti
1) - La guerra imperialista è il tentativo più vasto, violento e corruttore condotto contro il proletariato per sbarragli la strada che conduce alla conquista del potere;
2) - Tra due poli della guerra, il fascista e il democratico, il primo sintesi di violenza e il secondo di corruzione, il proletariato esprime avversione ad entrambi come aspetti apparentemente diversi dalla stessa realtà capitalistica:
3) - nessuno sarà più disposto a far credito alla ormai vecchia e ridevole storiella della "manovra tattica", che comporta la lotta al male peggiore (leggi nazifascismo) per preferire l'alleanza al male minore (leggi dittatura democratica);
4) - Le parole d'ordine dell'insurrezione armata, cara ai guerriglieri della liberazione nazionale, è soltanto verbosità rivoluzionaria che nasconde il tradimento della rivoluzione proletaria e mira a creare ai sei partiti una sufficiente base elettorale per la scalata al potere politico.
5) - Nella fase attuale della crisi e sotto l'imperversare più furioso della guerra, le rivendicazioni di natura salariale o di contingenza politica, se da un canto esprimono i bisogni gravi e urgenti delle masse e sono inevitabili, come inevitabile e insopprimibile è il diritto proletario di valersi dei mezzi che gli sono propri per la difesa dei suoi interessi, dall'altro sarebbero praticamente vane e illusorie se nel proletariato non esistesse la coscienza che solo l'avversione attiva, classista alla guerra, solo la guerra spietata all'imperialismo comunque camuffato, solo la lotta rivoluzionaria vittoriosa assicureranno il potere al proletariato.
6) - È necessario distinguere fra lo sciopero, espressione organica della lotta operaia e mezzo normale di difesa della classe, e la scioperomania di coloro che portano nella direzione del movimento una mentalità da guerrigliero balcanico e da organizzatore di bande armate. Ciò serve in definitiva a rendere inefficace l'arma dello sciopero e a screditarlo nella coscienza delle masse.
Solidali perciò con gli scioperi e con ogni manifestazione classista di fabbrica, promotori anzi della loro condotta, gli operai siano soprattutto gli assertori costanti, instancabili, della suprema necessità della lotta per il potere da parte del proletariato nel cui clima storico le lotte contingenti, nella loro stessa parzialità e inutilità, si illuminano e assumono così colore e sostanza di classe.
In una parola, all'ordine del giorno della storia oggi per il proletariato è la conquista del potere; tutto il resto va considerato in funzione di questa necessità fondamentale.
7) - Sulla base di queste premesse gli operai (l'etichetta della loro fede politica non conta) si facciano divulgatori dell'appello del nostro partito, e, dibattute e chiarite e accettate le idee che ne sono la giustificazione, si facciano essi iniziatori dei primi contatti e dei primi raggruppamenti organici sul posto di lavoro. Del resto, gli operai hanno dimostrato chiaramente di essere ormai maestri nell'arte di organizzarsi in barba dei padroni e dei loro servi fascisti.
8) - Il fronte unico operaio raggruppa e cementa le forze destinate a battersi sulle barricate di classe contro la guerra e le sue forze politiche di direzione, tanto fasciste quanto democratiche.
Suo compito maggiore e più urgente è impedire che gli operai siano appestati dalla propaganda guerraiola; di smascherare gli agenti camuffati da rivoluzionari, ed evitare che lo spirito di lotta e di sacrificarlo che anima il proletariato sia comunque sfruttato ai fini della guerra e della sua continuazione, sia pure sotto la bandiera della libertà democratica.
VIVA IL FRONTE UNICO OPERAIO PER LA LOTTA CONTRO LA GUERRA
VIVA LA RIVOLUZIONE PROLETARIA!
Il Comitato Centrale del Partito Comunista Internazionalista
(Da "Prometeo"
n. 4 del 1° febbraio 1944)
Ercole Ercoli appoggia la monarchia: i veri comunisti
gli rispondono
OPERAI: Il partito centrista staliniano, che ancora usurpa l'appellativo di comunista, vi ha dato nei giorni scorsi per bocca del suo capo Palmiro Togliatti (Ercoli) l'ultima più inconfutabile prova del tradimento della vostra causa rivoluzionaria: l'appoggio del centrismo alla monarchia dei Savoia. Legati mani e piedi al giogo della reazione borghese, al Badoglio del 25 luglio, che vi massacrarono con le mitragliatrici e i carri armati dopo appena qualche ora di respiro dalla caduta del fascismo, i centristi non si accontentano ora più di essere i servi e i paladini della borghesia democratica antifascista, si fanno gli iniziatori più sfacciati della repressione e dell'imperia- lismo.
Se ancor ieri potevate vedere su questi signori la maschera di un preteso sinistrismo antimonarchico e antibadogliano; se ancora vi si poteva presentare abilmente confezionato l'ormai ammuffito minestrone della tattica e dello stratagemma machiavellico in una sedicente politica di Comitato di liberazione nazionale che pur lontanissimo dalla vera tattica intransigente di ogni genuino rivoluzionario, tuttavia si atteggiava a difensore di un'Italia nuova, libera dai legami con i venti anni di fascismo; oggi invece la maschera è gettata e la famosa tattica, raggiunto il culmine del suo vantato realismo, è divenuta, nell'alleanza col re, più che realista, regalista. Chi, di questo passo, oserà ancora definire realmente antifascista costoro, i quali, per amore dell'agognata carriera e della medaglietta non hanno esitato a porsi accanto ai fomentatori del fascismo ed a salvare quella casta di militanti e di generali che il nominato Togliatti ha ritenuto altamente preziosi per la creazione di un futuro, poderoso esercito italiano?
Di fronte al volgare tradimento centrista non avete che una scelta: una volta definita la natura reazionaria di quello che fu un giorno il vostro partito, rompere ogni legame con esso per salvare il vostro avvenire e, liberati dalla tenaglia guerrafondaia che vi incita alla lotta antinglese o antitedesca, schierarvi nelle file del PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALISTA, continuatore instancabile di Marx e di Lenin, per la trasformazione del conflitto imperialista in una guerra civile, in una lotta di classe, per la creazione di quelle premesse rivoluzionarie necessarie per la vostra vittoria di domani, che consistono oggi in una costante assidua opera di chiarificazione politica, ideologica, di preparazione di quadri, di creazione di fronti unici di base sotto la guida del nostro partito, di disfattismo contro la guerra ed i guerraioli di ogni colore, di sabotaggio, di diserzione.
OPERAI, nessuno, né la Germania, né l'Inghilterra, né l'America e neppure la stessa Russia staliniana, vi porterà la rivoluzione. Voi soli, se ne avete la decisa volontà, sarete in grado di conquistare le vostre libertà.
Come i comunardi di Parigi del '71, come gli operai di Pietroburgo e di Mosca nel '17, uniti nel vostro vero partito, iniziate la lotta decisiva per la vittoria del Comunismo che solo può nascere là dove l'oppressione e la guerra borghese sono combattute con l'arma vera del proletariato: la guerra di classe in tutti i paesi, all'interno dei fronti di battaglia, nelle città, nelle fabbriche, nelle campagne!
VIVA LA RIVOLUZIONE COMUNISTA INTERNAZIONALE!
IL PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALISTA
(Aprile 1944)
Le guerre napoleoniche, come tutte le altre susseguitesi, tra le quali quella del risorgimento italiano, portavano l'impronta della rivoluzione borghese. In effetti queste guerre non rappresentavano altro che l'atto conclusivo di una nuova fase economica, la quale aveva potuto procrearsi nel grembo stesso della vecchia società; l'economia borghese dopo aver penetrato in seno alla società feudale ricorre alla guerra per poter suggellare la vittoria politica.
La guerra aveva quale obbiettivo l'abbattimento delle barriere traballanti del feudo, in vista della creazione dello stato nazionale, il che voleva dire aprire nuovi orizzonti economici alla nuova classe dirigente.
Ad un certo momento dello sviluppo dell'economia allargata nazionale, con la presenza del nuovo fattore procreato dallo stesso sviluppo dell'economia industriale, il proletariato - il quale per le sue esigenze rivendicative era portato a lottare sul terreno di classe - conseguentemente spingeva indirettamente la classe nemica alla ricerca dei nuovi mercati per collegare quella merce che sul mercato nazionale non aveva più possibilità di essere smerciata. Fu da questa lotta inevitabile tra proletariato e borghesia che ebbe inizio il periodo della guerra del brigantaggio coloniale.
La corsa alle colonie aveva due significati intimamente legati: da una parte la guerra rappresentava di per se stessa un fattore d'impiego del plusvalore, che non trovando posto di collocamento negli ambiti dell'economia nazionale, rappresentava un fattore di crisi permanente; dall'altra i frutti delle conquiste di nuove terre di influenza che si sarebbero verificati in un secondo tempo con la messa in valore dei nuovi territori nel senso di creare un nuovo mercato di consumo.
Quale contraccolpo ai due suddetti fattori, si verificava un crescente potenziamento numerico del proletariato, in effetto dell'inevitabile sviluppo industriale dovuto alle necessità dei nuovi mercati, ed inoltre un risveglio della potenza politica del proletariato, il quale da quest'epoca passava dalla fase iniziale dei grandi organismi di massa (organi di difesa) a quella della formazione di organi di partito.
L'epoca di floridezza economica che si aperse in relazione diretta alle conquiste coloniali, comportò in seno al proletariato il manifestarsi di una fatale illusione: l'illusione riformista. La tendenza riformista in seno ai partiti socialisti ebbe il sopravvento; essa si basava su una falsa visione del come la classe proletaria realizza la sua emancipazione di fronte al suo nemico capitalista. La posizione controrivoluzionaria consisteva nel fatto di credere possibile staccare il fattore economico da quello politico. Lo strappo di una rivendicazione economica da parte proletaria avrebbe dovuto comportare di riflesso una nuova tappa verso la strada rivoluzionaria dell'abbattimento dello stato capitalista, e solo su questa direzione di lotte per il continuo riallacciamento del fattore minimo al fattore massimo del potere, il proletariato avrebbe potuto evitare di essere trascinato nel vertice della guerra 1914-1918.
Il tradimento socialista, viceversa, si appoggiava su un piano completamente opposto, cioè la rivendicazione economica veniva valorizzata quale punto di partenza per il raggiungimento della riforma politica, la quale a sua volta doveva rappresentare una tappa vittoriosa verso il potere proletario.
Alla fine di questo tragitto di penetrazioni (il quale dopo aver fatto economia di una rivoluzione doveva concludersi con il trionfo pacifico del socialismo), il mostro della guerra si presentò sotto le spoglie degli stessi uomini e organismi che giuravano per l'idea socialista.
Era inevitabile che al termine della fase evoluzionistica che ebbe inizio a favore nei nuovi margini dei mercati coloniali, una crisi di dominio doveva sconvolgere le base stesse della società capitalistica. La classe proletaria mondiale era annientata dalla politica riformista e perciò impotente ad opporsi allo scatenamento del conflitto.
Se le guerre napoleoniche e quelle del risorgimento italiano aprivano nuovi orizzonti all'economia borghese, la quale poteva dilagare su scala nazionale, le guerre coloniali davano respiro di una maggiore portata e lo sviluppo tecnico industriale poteva lanciarsi in spazi quasi illimitati. Ma l'illusione di una evoluzione economica senza fine su basi borghesi cadde nella constatazione che il mercato coloniale si saturava nel capovolgimento della sua funzione primitiva, cioè da cliente minacciava di trasformarsi in offerente. Lo stesso fenomeno che travalicava l'economia metropolista avvolgeva disperatamente nel loro irresistibili sviluppo industriale le stesse colonie.
Da questo fenomeno ebbe origine la guerra 1914-1918, guerra di decadenza dunque, giacché non si trattava più di andare alla conquista di nuovi mercati, ma bensì di una nuova ripartizione delle zone di influenza già acquisite dal capitalismo mondiale. Il trattato di Versailles doveva rappresentare la base di una pace duratura, ma fu invece il punto di partenza del diversivo per la preparazione di un nuovo conflitto. Infatti i vincitori della ultima guerra non poterono evitare di essere travolti nella crisi mondiale iniziatasi nel 1929 con il crac americano, e ciò nonostante la spogliazione delle colonie tedesche, mentre la Germania di Hitler poté iniziare la sua campagna demagogica antiversagliese per trascinare le masse verso la guerra. Dall'altro canto le democrazie poterono galvanizzare la masse verso la guerra antifascista, per poter nascondere quella crisi congenita al capitalismo mondiale che si chiama mancanza di sbocchi commerciali. In realtà la ripresa economica iniziatasi nel dopoguerra aveva una sola origine e certamente non quella del passaggio delle colonie tedesche in nuove mani, ma bensì dal fatto concreto della distruzione del potenziale economico verificatosi nell'immane guerra.
Ripresa ricostruttiva dunque, anzi ripetizione economica: ecco l'unico mercato conquistato dal capitalismo mondiale, mercato che ha la sua chiusura nel 1929 e che si apre in pieno solo nel 1932 con la messa in piedi dell'economia di guerra.
Le caratteristiche della guerra attuale si pongono su un piano molto più elevato, pur avendo quale punto di partenza le stesse basi della guerra 1914-1918, cioè anche questa guerra fa parte della serie di conflitti a carattere distruttivo.
Mentre nella guerra 1914-1918 si sperava risolvere la crisi con la spogliazione del "nemico" dei suoi blocchi coloniali, nell'attuale conflitto l'obbiettivo prende delle proporzioni molto più profondo, giacché il capitalismo mondiale ha realizzato la coscienza del pericolo che lo sovrasta.
Il fallimento della stabilizzazione a lunga portata dell'economia mondiale, costringe il capitalismo ad evadere dal vecchio concetto di guerra, basato puramente su antagonismi economici tra stato e stato, ed i nuovi obbiettivi saranno molto più chiari in quantoché non si tratterà più dell'obbiettivo minimo di strappare una nuova zona d'influenza ad un concorrente, bensì di infrangere ed annientare i punti fondamentali di un'industria capace di trasformarsi in base di partenza verso il socialismo.
L'incrocio del formidabile potenziale industriale tedesco con il bacino agricolo danubiano, avrebbe realizzato l'embrione decisivo del socialismo. Impedire la comunione di questi due fattori, ecco l'obbiettivo del capitalismo mondiale. Se la Germania nel suo formidabile sviluppo industriale minacciava di valicare gli argini-base della società borghese - e questo pericolo non era possibile evitarlo neanche con la buona volontà di Hitler - evidentemente il capitalismo, e per lui Hitler stesso, non poteva non convincersi che l'unica strada per risolvere la crisi di sviluppo era la guerra. La guerra giacché l'altro corno del dilemma si chiamava rivoluzione ed esso pure covava in potenza nelle viscere del capitalismo.
La situazione tedesca dopo la decapitazione degli spartachisti nel 1919 con l'assassinio di Rosa Luxemburg e Carlo Liebnecht da parte di sicari militaristi diretti della socialdemocrazia per il capitalismo mondiale, era soddisfacente e poteva vivacchiare tranquillo intervenendo attraverso aiuti economici finanziari ecc.
La possibilità di vittoria proletaria nel periodo di crisi del 1923, era già compromessa dall'errore commesso al congresso di Halles nel 1922 con la fusione degli spartachisti e socialisti indipendenti; fatto, questo, che comportò l'annegamento della parte sana degli spartachisti in seno alla zavorra opportunista. Le tesi opportuniste del III Congresso dell'Internazionale completarono il quadro della disfatta del proletariato tedesco, il quale, guidato dai centristi, doveva cadere nelle braccia del fascismo e trascinato alla guerra. Il capitalismo mondiale poteva giudicare pacificamente l'evolversi della situazione tedesca che la mancanza di un vero partito impediva di sboccare verso la rivoluzione. Il trionfo di Hitler ha rappresentato la conclusione della crisi che aveva già imboccato la via della guerra.
Il ruolo controrivoluzionario dei Noske, Scheidemann e compagni, rappresentanti della socialdemocrazia tedesca, e la politica centrista, erano la garanzia per il capitalismo mondiale dello svolgersi inevitabile della situazione tedesca verso il fascismo: cioè la guerra.
Hitler al potere in Germania nel 1933 rappresentava l'unica via di salvezza della situazione tedesca nei confronti degli interessi mondiali del capitalismo. La corsa sfrenata agli armamenti fatta dal nazismo, era l'unica politica capace di dare respiro ad una economia senza via d'uscita. Il riarmamento della Russia, l'annessione della Sarre ecc. non erano altro che gli anelli di una stessa catena, che aveva diretto legame alle basi stesse della società borghese. Più che un disperato tentativo di arginare l'irruenza tedesca verso la guerra alla conferenza di Monaco verso il 1938 si recitò una commedia che consisteva nel reciproco tasto di polso per misurarsi la temperatura che, pur essendo altissima nei confronti della Germania, travagliava tutti i presenti della stessa febbre; la diagnosi era senza appello: la GUERRA.
La crisi sociale acuta del subito dopoguerra che investì il settore italiano, permise al capitalismo di infrangere l'assalto proletario del 1919, grazie ad un partito che per la sua stessa struttura ideologica politica e organizzativa, non poteva essere idonea per guidare la classe proletaria alla conquista del potere. Da questa posizione la borghesia italiana, fiancheggiata dal capitalismo mondiale, passò all'offensiva dimostrando di aver compreso il significato rivoluzionario del congresso di Livorno del 1921, dal quale sortiva un partito comunista diretto dalla sinistra. Questo fattore costrinse il nemico a precipitare gli eventi verso il trionfo fascista. La borghesia italiana trattata da Cenerentola, sul tappeto verde di Versailles, potrà sfogare la sua bile controrivoluzionaria per più di vent'anni sul corpo del proletariato; invece di rivendicazioni territoriali essa riceverà con grande orgoglio il manganello forgiato a Londra e benedetto dal rappresentante del mondo religioso: il Papa.
La crisi di sviluppo che scosse nel 1935 la borghesia italiana, ebbe ancora una volta al suo fianco i rappresentanti quotati del capitalismo mondiale, il quale era preoccupato di una sola cosa: impedire alle grandi masse italiane di veder chiaro nell'avventura africana, giacché essa era l'unica via d'uscita per risolvere momen- taneamente la crisi sociale interna; risolvere momentaneamente la crisi interna signi- ficava impedire il manifestarsi di quei sintomi che avrebbero potuto rappresentare i punti di appoggio di una ripresa mondiale del meccanismo di classe. A completare l'annebbiamento della realtà ai proletari italiani furono le sanzioni. Si trattava di far credere infatti alle grandi masse che il loro problema d'esistenza era legato alla conquista di nuovi territori. Applicare le sanzioni voleva dire, in un certo senso, facilitare il compito di propaganda guerriera della borghesia italiana, la quale poteva facilmente convincere le masse che l'ostilità inglese era dovuta alla sua tendenza rapace che la spingeva a lottare contro ogni tentativo altrui di conquistare nuovi territori.
La prova di connubio della borghesia italiana con il capitalismo mondiale, viene data dal beneplacito inglese al passaggio delle navi italiane in rotta verso l'Africa, e dall'altro canto della inutilità dal punto di vista economico delle terre occupate, non rappresentando esse una contropartita immediata di una messa in valore commerciale. Questo al tempo stesso prova che la guerra d'Etiopia non era altro, per il capitalismo, che un diversivo necessario a far deviare un complesso di contraddizioni interne, aventi quale origine la crisi di sviluppo di cui era travagliata la società italiana.
La necessità di dirigersi immediatamente dopo verso il settore spagnolo non fa altro che rinsaldare la tesi suaccennata. Lo svolgimento della guerra di Spagna potrebbe far supporre l'esistenza di guerre fondamentalmente differenti l'una dall'altra, ma tale supposizione non può sorgere che da un giudizio fatto sulle apparenze. Infatti l'assoluta assenza in questo conflitto di particolari interessi territoriali, conferma la natura di questa guerra, la quale trova anch'essa origine nella lotta che il capitalismo mondiale ha ingaggiato contro il proletariato mondiale. La presenza nella guerra di Spagna di tutta la gamma del capitalismo mondiale, Russia compresa, dimostra l'interessamento che il nemico manifestava impedendo al proletariato spagnolo di trovare la via della sua vera lotta. Inchiodarlo sui campi di battaglia al servizio dei due diversivi di pretta marca borghese, il Burgos di Franco e la Barcellona di Companis, ecco il loro vero obiettivo.
Se la guerra di Spagna può sorgere dalla deviazione di un movimento di classe (sciopero generale) la guerriglia partigiana si presenta nelle situazioni di frattura militare e politica, cioè dei momenti propizi per una possibile entrata in campo della classe proletaria. Difatti il proletariato in genere è preso nell'ingranaggio della guerriglia partigiana in un momento che, stanco e demoralizzato cerca una via d'uscita e la trova nell'indicazione centrista che, sotto il manto del comunismo, può facilmente trascinarlo ed inchiodarlo di nuovo alla guerra illudendolo di lottare per la rivoluzione.
Si può affermare che nell'ambito della guerra il partigianismo si presenta quale manovra estrema in vista di chiudere il passo allo straripamento delle masse sul terreno della lotta contro la guerra.
1°) L'enorme sviluppo dell'apparato produttivo mondiale, costringe il capitalismo a dirigersi verso uno sbocco che possa essere nello stesso tempo distruttore e realizzatore di plus valore. Il punto di partenza per la realizzazione di questo piano si trova nello stesso meccanismo dell'economia di guerra, la quale troverà nel vasto campo della guerra in atto la base per sviluppare al massimo le capacità distruttive. Ma sarà solo nelle direttive fondamentali dell'azione bellica che il capitalismo svelerà la mostruosità del suo duplice obbiettivo.
2° Tenuto conto della formidabile potenzia- lità dell'apparato industriale tedesco, che rappresentava una permanente minaccia di sfuggire al controllo, diviene evidente che la direttiva bellica era in Germania, giacché annientare questo potente meccanismo vuol dire distruggere un fattore socialista di primo ordine e nello stesso tempo creare le condizioni per una ripresa economica su scala mondiale, fattore quest'ultimo necessa- rio alla realizzazione del plus valore, caratte- ristica fondamentale dell'economia capita- listica.
3°) Non esiste problema economico senza quello politico: da questa elementare nozione marxista si deve concludere logicamente l'esistenza di una direttiva capitalistica nella condotta della guerra, con obbiettivo il fattore politico, che scaturisce da quella stessa potenza economica, contro la quale la guerra ebbe il suo punto di partenza. Evidentemente la guerra attuale nella sua conclusione ultima, si concretizza come manifestazione di lotta contro il proletariato. Non esiste possibilità di distacco tra il fattore economico, procreatore di socialismo, e la classe proletaria, prodot