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Caffe' Europa
Il giorno 20 maggio 1999, a Roma, le Brigate Rosse per la Costruzione del Partito
Combattente hanno colpito Massimo D'Antona, consigliere legislativo del Ministro
del Lavoro Bassolino e rappresentante dell'Esecutivo al tavolo permanente del
"Patto per l'occupazione e lo sviluppo". Con questa offensiva le Brigate
Rosse per la Costruzione del partito Comunista combattente, riprendono l'iniziativa
combattente, intervenendo nei nodi centrali dello scontro per lo sviluppo della
guerra di classe di lunga durata, per la conquista del potere politico e l'instaurazione
della dittatura del proletariato, portando l'attacco al progetto politico neo-corporativo
del "Patto per l'occupazione e lo sviluppo", quale aspetto centrale
nella contraddizione classe/Stato, perno su cui l'equilibrio politico dominante
intende procedere nell'attuazione di un processo di complessiva ristrutturazione
e riforma economico-sociale, di riadeguamento delle forme del dominio statuale,
base politica interna del rinnovato ruolo dell'Italia nelle politiche centrali
dell'imperialismo. Un attacco che spezza la mediazione politica neo-corporativa,
su cui questo Esecutivo tenta di assestare un consolidamento del dominio della
borghesia imperialista, contrapponendovi gli interessi generali del proletariato,
con l'obiettivo di farne il piano su cui organizzare la classe per costruire
lo sbocco rivoluzionario alla crisi della borghesia imperialista e alla sua
guerra, in un momento in cui gli stessi connotati dello scontro generale tra
le classi vengono investiti dalla guerra aperta che lo Stato italiano, nel quadro
più generale dell'Alleanza Atlantica, sta conducendo nei Balcani per
assoggettare la Jugoslavia. Una guerra, quella odierna, che ha i suoi presupposti
nella politica attuale fin dagli inizi degli anni '90, dalla Nato e dall'Europa,
per favorire la disgregazione della Federazione Jugoslava, con la creazione
di Stati o protettorati su base etnica, e che ora è rivolta a distruggere
il potenziale produttivo, e le risorse infrastrutturali della Repubblica Serba,
per ridurla in miseria, piegarne la volontà e annientare l'entità
statuale jugoslava per imporre i termini del dominio imperialista, in un disegno
folle che mira a costruire condizioni di insediamento politico-militari dirette,
funzionali ad esercitare funzioni di dominio politico con cui governare le profondissime
contraddizioni sociali generate in queste aree dai riflessi della crisi dell'imperialismo
e dall'inserimento dell'ex-campo socialista nel mercato capitalistico. Un quadro
politico generale che impone al proletariato e alle sue avanguardie rivoluzionarie
di assumersi la responsabilità politica di costruire l'alternativa di
potere storicamente adeguata a questi progetti, attraverso la ripresa dell'attacco
rivoluzionario, sia al cuore delle politiche che consentono a questo Stato di
sostenere il suo ruolo imperialista, per logorarne il potere e in questo avanzare
nella costruzione delle condizioni della guerra di classe e del Partito, che
nei nodi centrali della contrapposizione tra imperialismo ed antiimperialismo,
per costruire le alleanze antimperialiste necessarie ad indebolire il nemico
comune nell'area politica Europea-Mediterraneo-Mediorientale, attrezzandosi
conseguentemente a sostenere lo scontro prolungato con lo Stato e l'imperialismo.
In questa prospettiva si colloca l'offensiva a Massimo D'Antona, con la quale,
le avanguardie rivoluzionarie che concretamente l'hanno costruita, per la valenza
politica che essa assume nello scontro generale tra le classi, possono svolgere
un ruolo d'avanguardia in continuità oggettiva con la proposta delle
Br-Pcc ed assumersi perciò la responsabilità politica di prenderne
la denominazione.
Massimo D'Antona, esponente di spicco dell'equilibrio politico dominante e del
progetto affermatosi come centrale nel corrispondere agli interessi di governo
dell'economia e del conflitto di classe della Borghesia Imperialista, ha costituito
cerniera politico-operativa del rapporto tra esecutivo e sindacato confederale,
un formulatore ed interprete della funzione politica del "Patto Sociale"
e della sede neo-corporativa in dialettica con i caratteri storici della democrazia
rappresentativa in Italia, e del ruolo antiproletario e controrivoluzionario
della corresponsabilizzazione delle parti sociali e innanzitutto del sindacato,
nelle decisioni sulle materie di politica economica, a maggior ragione oggi,
nel quadro delle necessità implicate a livello, sia di esercizio della
funzione economica dello Stato, che della governabilità delle contraddizioni
sociali, dal contesto della coesione europea, e dal rinnovato interventismo
bellico rivolto ad assoggettare i popoli che resistono al dominio imperialista
ed a imporre l'ordine sociale del capitale. "Patto Sociale" che opera
specificatamente in funzione dell'isolamento e dell'accerchiamento delle espressioni
di autonomia di classe, che non accettano la subordinazione degli interessi
proletari alla centralità degli interessi della b.i., oppure dell'inglobamento
di quelle componenti che, per penetrare i filtri che selezionano un ruolo negoziale
sul piano della contrattazione capitale/lavoro o un ruolo politico sul piano
politico generale, attivano un progressivo processo trasformistico, condizioni,
quelle dell'accerchiamento delle prime e dell'inglobamento delle seconde, che
per l'equilibrio dominante, costituiscono termini politici complementari necessari
ad assicurare la governabilità. Un progetto politico che ha consentito,
già dal governo Amato e poi con quello Ciampi, di tradurre, gli indirizzi
politici di controllo delle leve statuali del governo macroeconomico, in elemento
attivo nelle contraddizioni di classe, grazie al sostegno del radicamento reale
e diffuso, e ad un'azione soggettiva di ricomposizione forzata del conflitto
sul piano neo-corporativo, in dialettica con le dinamiche politiche in sede
parlamentare, del sindacato confederale, che, in questi anni, ha assunto tutti
i caratteri della soggettività politica riferendo la sua progettualità
non solo alla contrattazione capitale-lavoro, ma ai nodi politici complessivi
con cui confronta l'azione dello Stato. L'accordo del '93 fu infatti momento
di ratifica di un processo di trasformazione dei soggetti coinvolti nel Patto,
e momento di assunzione di ruoli coerenti con l'azione di governo dei fattori
critici dell'economia e del conflitto sociale e di classe. Ogni soggetto, e
cioè Confindustria, Governo e Sindacati confederati, si impegnava a tenere
una condotta in linea sia con gli obiettivi dell'accordo (contenimento dell'inflazione),
che con i contenuti dello stesso, che riguardavano la struttura contrattuale
e le relazioni industriali in modo fondamentale, per cui lo snodo era la subordinazione
del salario all'inflazione programmata, con la quale il paese viene agganciato
al programma di Maastricht. In quelle circostanze, se il governo (tecnico-istituzionale)
aveva una sua maggioranza programmatica che ne sosteneva le scelte, e la Confindustria
era il soggetto che si muoveva all'offensiva e non doveva fare altro che ripetere
i suoi attacchi e le sue forzature per assumere ruolo politico, il sindacato
era il soggetto che doveva operare le maggiori forzature al suo interno e soprattutto
nel corpo della classe, come dimostrò la forte opposizione e la dura
protesta anti-confederale all'accordo del '92 nell'autunno di quell'anno, per
potersi collocare sul terreno generale della negoziazione corporativa e svolgervi
il proprio ruolo politico. Un patto, quello per la politica dei redditi del
'92, che fu passaggio centrale che apriva la strada al più organico Patto
del luglio del '93, e contro cui si è attuato l'attacco alla sede nazionale
della Confindustria dei Nuclei Comunisti Combattenti con cui veniva proposta
la ricostruzione delle forze rivoluzionarie attorno alla ripresa dell'iniziativa
rivoluzionaria. Un progetto, quello neo-corporativo, che oggi si è qualificato
per l'assumere la direzione di un avanzamento-assestamento con la definizione
di un assetto stabile ed articolato della politica neo-corporativa, per consolidare
le forme di dominio della borghesia nel rapporto con il proletariato, per sostenere
il carattere complessivo e generale dell'intervento sulle materie di ordine
economico-sociale, componendo gli interessi sociali in modo corporativo; per
articolare una capillare diffusione della dinamica negoziale centralizzata,
come funzione della competitività generale, per poter sfruttare i differenti
vantaggi competitivi locali; per l'allineamento agli indirizzi centralizzati
e per una garanzia rafforzata della prevenzione e controllo del conflitto sociale;
per l'inglobamento nella sede, con il suo allargamento, dei soggetti sociali
non rappresentati e socialmente rappresentativi, se necessario, tramite regole
e formule che spingano al riallineamento, e in tutto ciò intendendo rafforzare,
la dinamica dell'intero processo di decisione politica, istituzionale e negoziale.
Un progetto che oggi si completa con l'elezione di Ciampi alla Presidenza della
Repubblica e con l'incarico ad Amato al Tesoro, soggetti politici che hanno
svolto un ruolo storico nell'affermazione della politica neocorporativa e che
perciò rappresentano punti di unità politico-istituzionale su
cui maggioranza e opposizione, pur non senza contraddizioni, possono convergere.
All'interno di questo quadro si è collocato l'incarico conferito a Massimo
D'Antona, dapprima come esponente dell'Esecutivo nella definizione generale
del "Patto per l'occupazione e lo sviluppo", poi come responsabile
della sua sede stabile, ossia il Comitato consultivo sulla legislazione del
Lavoro, il Comitato ha la funzione dare attuazione alla strutturazione delle
politiche neo-corporative, approvata con il Patto nel dicembre del 1998, e cioè
alla istituzione di una consultazione continua tra esecutivo e parti sociali,
e di occuparsi dell'adeguamento della legislazione italiana alle direttive europee,
di semplificazione e delegificazione, di rivedere le norme sul contratto di
formazione e di potenziare l'apprendistato, perciò tende a svolgere una
funzione di pressione sul Parlamento, per velocizzare l'attuazione del Patto,
e sostiene l'esecutivo nell'esercizio delle deleghe su ammortizzatori sociali,
incentivi e collocamento. Un compito nient'affatto semplice date le contraddizioni
sociali che la crisi, e in particolare il ciclo recessivo, generano, perciò
l'incarico sanziona, in un ruolo complessivo, la funzione politico-operativa
svolta da Massimo D'Antona sulle principali contraddizioni su cui l'avanzamento
e capillarizzazione dell'assetto neo-corporativo va ad impattare, e cioè
regole della contrattazione, della rappresentanza e dello sciopero, tutti piani
inclinati su cui può scivolare la prevenzione del conflitto che a sua
volta è linea di affrontamento dello scontro ai fini di garantire la
governabilità; e perciò aspetti di riferimento per condurre l'opera
di revisione legislativa. E' infatti al Ministero della Funzione Pubblica, con
Bassanini, nell'Esecutivo Prodi, che Massimo D'Antona elabora la normativa sulla
rappresentanza sindacale dei lavoratori per il pubblico impiego, modello di
riferimento, nelle sue linee generali, anche per la legge sulla rappresentanza
nel privato, e sperimentato nella sua capacità di garantire, la predominanza
del sindacato confederale. Mentre è con l'Esecutivo D'Alema che lavora
alla modifica della legge 146 sulla regolamentazione del diritto di sciopero
in quei settori strategici che vengono definiti "servizi pubblici essenziali",
in direzione dell'inasprimento ed estensione delle misure sanzionatorie, passaggio
a cui si intende pervenire avendo attestato su basi più solide, almeno
nel settore pubblico, la legittimazione della linea sindacale che accetta di
subordinare il diritto di sciopero agli interessi del capitale, mascherati da
diritti fondamentali di cui sarebbe portatrice la "categoria degli utenti".
Una legge con la quale si intende affiancare il processo di privatizzazione
e liberalizzazione in corso, di settori, soprattutto come quello dei trasporti,
e più in generale di quelli che abbiano una funzione infrastrutturale.
Processo di privatizzazione e liberalizzazione che, oltre ad esercitare la funzione
di abbattere i costi nel trasporto delle merci, può svolgere un ruolo
importante nelle politiche U.E. di sostegno alla concorrenza del capitale monopolistico
europeo, sia in generale per il ruolo del trasporto delle merci nell'attuale
sistema di produzione incentrato sulla segmentazione e delocalizzazione del
ciclo, e nelle attuali dimensioni dei mercati, sia, in specifico, per la funzione
di traino che i settori infrastrutturali possono svolgere nell'investimento
di capitali. La nuova legge dovrebbe servire a superare quei limiti dimostrati
dalla 146, soprattutto nell'effettiva comminazione delle sanzioni, affinchè
funzioni da fattore di contenimento e prevenzione del conflitto in settori in
cui, avendo i lavoratori una forza contrattuale potenziale superiore, costituiscono
poli di attrazione oggettivamente rischiosi per la governabilità. Nello
scontro politico generale entro cui, secondo le intenzioni della borghesia e
del suo Stato si dovrà pervenire a ridimensionare, in modo drastico,
lo sciopero in quanto diritto, l'aggressione Nato alla Jugoslavia ha costituito,
per il sindacato confederale, Cgil in testa, l'occasione per cercare di sfruttare
le contraddizioni, presenti in seno alla classe in questa fase, tramite l'invito
rivolto ai settori che avevano annunciato azioni di lotta a rinunciare a realizzarle,
e la promozione di attivazioni solidaridastiche e di pronunciamenti, per capitalizzare
sia un atto di lealismo nei confronti dello Stato in guerra che la subordinazione
degli interessi del proletariato a supposti superiori interessi "dell'umanità",
più concretamente della borghesia imperialista e concorrenziale che trae
vantaggio sia dall'assoggettamento della Jugoslavia che dalla subordinazione
del proletariato nazionale. Con ciò ha cercato di realizzare il duplice
obiettivo di affermare la subordinabilità della lotta ad altre istanze
e di incanalare la posizione dei lavoratori, ad esprimere un consenso all'intervento
dello Stato. La linea seguita dalla Cgil, nell'aggressione Nato alla Jugoslavia,
è stata quella di fare assumere con gesti concreti una posizione ai lavoratori
italiani, nella polarizzazione del conflitto tra Jugoslavia e secessionismo
kosovaro-imperialismo Nato, per sfruttare ogni minima possibilità di
attiva legittimazione dell'intervento bellico, che viene qualificato dal suo
segretario Cofferati, come una "necessità contingente", in
una posizione più generale che preme il governo italiano e che, rivendicando
una funzione attiva dell'Europa nell'area balcanica, chiede che l'Europa stessa
si attrezzi politicamente, istituzionalmente e militarmente a svolgerla congiuntamente
agli Usa. Posizione che se ha dato bene il polso di quanto il sindacato si attesti
in una posizione di prima linea antiproletaria anche su questo piano, non ha
trovato spazio nella classe, la cui situazione difensiva non è equivocabile
con una disponibilità a farsi strumento della propria oppressione.
L'adozione di una normativa che ridimensioni il diritto di sciopero, è
strettamente connessa alla definizione in via di legge delle regole della rappresentanza
sindacale nei luoghi di lavoro, affinchè le sanzioni siano applicabili
come strumento reale di prevenzione del conflitto e non finiscano per renderla
debole, come sarebbe possibile se la condivisione politica di questo passaggio
da parte del complesso dei lavoratori o la criminalizzazione delle azioni di
lotta operate dall'interno stesso della classe e quindi come sua propria contraddizione,
apparisse debole e incerta, a causa della inattendibilità degli strumenti
formali di verifica dell'entità di una forza sociale quella del sindacato
confederale, che non si manifesta esercitandosi in azioni di lotta, e che deve
sostenere questo ruolo imprescindibile di quinta colonna dello Stato e della
borghesia nei luoghi di lavoro.
La definizione del quadro delle norme sulla "rappresentanza sindacale dei
lavoratori", con le necessarie modifiche al testo in discussione in parlamento,
è a sua volta anche la base su cui quest'Esecutivo intende sciogliere
il nodo della struttura della contrattazione, affinchè la contrattazione
aziendale o locale, possa assumere il peso che gli si vuole dare in modo che
il salario, e le condizioni di impiego della forza-lavoro, nel quadro delle
compatibilità macroeconomiche, siano strettamente legati agli obiettivi
e alle sorti del capitale (qualità, produttività, redditività).
Nodo che va sciolto in modo tale che sia certa la complementarietà tra
il merito della contrattazione centrale e quello della contrattazione aziendale,
tra il ruolo della rappresentanza associativa (e storicamente in massima parte
confederale) e quello della rappresentanza nei luoghi di lavoro, nell'intreccio
e subordinazione del secondo al primo, affinchè siano rese solide le
basi di un sistema di relazioni industriali fondato sulla dipendenza della variabile
forza-lavoro al capitale come principio, e sulla politica neo-corporativa come
quadro generale del governo delle contraddizioni sociali e di classe. Nodi questi
che Massimo D'Antona ha affrontato con l'organicità politica che sintetizza
il legame tra la maggioranza politica e sindacato confederale, che gli ha fatto
svolgere un ruolo di perno nell'equilibrio politico dominante e gli ha valso
un incarico decisivo. Nella sfera delle responsabilità del soggetto,
per il ruolo che il Ministero del Lavoro è approdato a svolgere e intende
svolgere nella ristrutturazione e riforma economico-sociale, si collocano anche
materie come la flessibilizzazione e l'incentivazione del part-time, come strumento
per spalmare la precarizzazione del lavoro, per superare lo strumento del prepensionamento,
e affrontare il nodo delle pensioni d'anzianità. L'attacco alle conquiste
storiche della classe, come presupposto di una subordinazione strutturale della
forza-lavoro al capitale, viene cinicamente giustificato, con ragioni di equità
e tutela sociale, per quelle componenti di salariati arrivate di recente sul
mercato del lavoro e più precarie. La spinta alla trasformazione del
vecchio quadro normativo, quadro a cui queste componenti sono parzialmente sottratte
attraverso l'impiego di forme contrattuali e giuridiche specifiche, è
stata canalizzata e focalizzata, nell'operato di Massimo D'Antona, verso una
politica neocorporativa caratterizzata dalla costruzione di metodo e obiettivi
comuni tra esecutivo e parti sociali, così che, nelle scelte e nelle
decisioni concrete, l'Esecutivo sia vincolato, in modo formalmente legittimo,
dalle istanze provenienti dagli interessi antagonisti, in un contesto in cui,
le finalità sociali, in riferimento alle quali metodo e obiettivi si
definiscono, è ovvio, sono date e immutabili, e coincidono strutturalmente
con le finalità della frazione dominante della Borghesia Imperialista.
In questo senso Massimo D'Antona ha rappresentato una figura organica dell'Esecutivo
D'Alema, che ha assunto "la concertazione come metodo di governo"
come aspetto sostanziale del suo programma. D'Alema e il gruppo della Quercia
che ha incarichi nell'Esecutivo, infatti, intendono far pesare l'iniziativa
politico-legislativa del governo, ben all'interno delle dinamiche parlamentari
come termine di risoluzione, specificamente, delle contraddizioni interne alla
maggioranza e in particolare ai Ds, e in generale delle resistenze della rappresentanza
parlamentare al cambiamento, dovute alla sua impossibilità di pervenire
a mediazioni politiche sufficienti e organiche, all'interno del quadro di compatibilità
economico-politiche dettate dalla centralità degli interessi della b.i.
e dai suoi obiettivi di fase. Questo ulteriore ruolo politico-legislativo, l'Esecutivo
lo svolge adducendo la legittimità delle parti sociali a pesare, nelle
trasformazioni politico-giuridiche, in virtù delle materie in oggetto
sulle quali si riconoscono loro facoltà autonome. Questa "autonomia",
che per quanto riguarda il sindacato confederale è fondata sul peso politico
storico del movimento operaio e derivata da questo, diventa la giustificazione
dell'accentuato intervento legislativo dell'Esecutivo, su temi che non concernono
semplicemente il piano capitale-lavoro, ma il modo di concepire il ruolo del
"lavoro" nella società e nelle sue finalità, e che perciò
necessitano di formalizzazioni giuridiche di livello legislativo, e anche costituzionale,
che investono il Parlamento e perciò il ruolo della rappresentanza politica.
D'altra parte, nella sede politica, la contraddittorietà tra, i contenuti
costituzionali che riflettono il peso che ha avuto in essi l'interesse politico
autonomo del proletariato e il peso politico decisivo che tuttora ha la classe
e, il riferirsi, della dinamica politica, agli attuali rapporti di forza generali
tra proletariato e borghesia, si manifesta nella difficoltà a superare
il quadro normativo che è ancora significativamente condizionato dal
peso politico della classe, e che ostacola l'attuazione dei nuovi indirizzi
che devono operare aggirando i vincoli costituzionali e perciò vengono
frenati dalle contraddizioni generate dalla debolezza di questa pratica, in
termini di disorganicità o inconcludenza dell'iniziativa legislativa
parlamentare, che l'Esecutivo si incarica di forzare. La tradizionale impostazione
dell'azione politica dei partiti che, in un contesto di impiego della spesa
pubblica per stimolare la produzione, poteva essere tesa a una gestione delle
risorse statali, in funzione del consolidamento del consenso politico-elettorale,
si è dovuta riadeguare alle istanze della borghesia imperialista a fronte
delle odierne contraddizioni della crisi del capitale. Ora, l'azione politica
dei partiti, sostiene la funzione economica dello Stato perseguendo linee di
attivo di bilancio, di contenimento dell'inflazione, di contrazione dei costi
diretti e indiretti di produzione, di definizione di meccanismi che stimolino
la competizione interna, come condizioni irrinunciabili affinchè il capitale
a base nazionale conservi quote di mercato e la formazione economico-sociale
non arretri nella scala gerarchica della catena imperialista. Le scelte politiche
assumono un carattere più spiccatamente antiproletario, sia perchè
per sostenere la funzione economica dello Stato in questo contesto, il presupposto
diventa il dispiegamento di un'offensiva complessiva alle posizioni e condizioni
della classe, sia perchè si riduce strutturalmente la mediabilità
degli interessi. Il carattere di queste scelte è stato sostenuto con
l'adozione di un sistema elettorale sostanzialmente maggioritario, che corrispondesse
alla oggettiva riduzione del complesso degli interessi rappresentabili e mediabili.
Questi fattori nel loro insieme rendono tendenzialmente più fragile il
dominio politico-economico della borghesia. Se da una parte, quindi, la risposta
è quella di incrementare le misure repressive generali, rafforzare organici
e strumentazioni degli apparati di polizia (vedi pacchetto anticriminalità
Diliberto-Jervolino), inasprire le sanzioni anti-sciopero, estendere le campagne
di criminalizzazione e la pratica dell'incriminazione delle lotte di settori
che non accettano la subordinazione agli interessi della B.I. ma anche alternativamente
quella di assorbire e svilire l'opposizione di settori di proletariato, dall'altra,
l'istanza di una più forte legittimazione dell'azione statuale viene
soddisfatta affiancando al canale di legittimazione istituzionale, politico-rappresentativo,
quello negoziale con le parti sociali, che tende a controbilanciare gli effetti
negativi, in termini di governabilità, dell'esecutivizzazione implicata
a livello di ri-disposizione dei ruoli delle istituzioni nell'ordinamento politico-istituzionale
materiale, dagli odierni indirizzi politico-economici rispondenti alle istanze
della classe dominante. Una manovra che, però, ha il limite della sovraesposizione
politica del sindacato confederale e di acuire la crisi di legittimazione reale
che lo investe. L'assestamento in senso neo-corporativo della dinamica politica
e sociale è il progetto politico che tiene coeso l'equilibrio politico
dominante, equilibrio che a sua volta è la risultante del processo di
trasformazione e selezione delle forze dell'arco costituzionale nel rapporto
organico con il sindacato confederale, che hanno investito il capitalismo negli
anni '80 e '90, per candidarsi a rappresentare gli interessi della borghesia
imperialista nel nuovo corso, basandosi proprio sulla capacità di effettuare
la trasformazione funzionale, e nel contempo, garantire la coesione e il consenso
sociale necessario a governare, pur senza poter adottare i tradizionali strumenti
della spesa pubblica.
Questo equilibrio si puntella sul ruolo della negoziazione
neocorporativa, che a propria volta ha come principi fondanti la negazione degli
interessi generali del proletariato e la composizione forzata di interessi sociali
particolari e transitori intorno agli interessi generali della frazione dominante
di B.I., ed è indirizzata a completare il processo di riforma e ristrutturazione
economica e sociale per sostenere il ruolo del capitale monopolistico nella
competizione e nel quadro dell'integrazione europea, e a strutturarsi come modalità
di governo delle contraddizioni di classe, sostanziando lo Stato imperialista
neo corporativo, che vuole ingabbiare le contraddizioni sociali in modo funzionale
anche alla sua assunzione di ruolo nelle politiche centrali dell'imperialismo.
Così la composizione neo-corporativa delle contraddizioni sociali, mentre
è modalità di affrontamento delle contraddizioni sviluppate dalla
crisi del capitale nell'ambito nazionale, è anche condizione politica
interna per affrontare il manifestarsi delle stesse sul piano internazionale,
condizione del sostegno alla borghesia imperialista che lo Stato può
espletare nelle sue funzioni di dominio non solo all'interno, ma anche rivolto
all'esterno, a spezzare le resistenze opposte alla penetrazione imperialista
e alla sua oppressione.
Dentro questo quadro generale si colloca l'intervento dell'Esecutivo e delle
parti sociali rivolto, come linea di fondo, alla ulteriore flessibilizzazione
e abbassamento del costo del lavoro, nel sostenere il rapporto concorrenziale
con altre aree economiche, incrementato dall'Uern e dalla crisi capitalistica.
Una linea che cerca di coniugare corrispondenza alle istanze di competizione
del capitale e risposta alla crisi occupazionale, ma nel concreto prevede una
condizione di lavoro privata di garanzie fondamentali, selettiva su basi meritocratiche
o produttivistiche e di controllo sociale, e mediamente impoverita come condizione
salariale e di sussistenza in genere. La delega ottenuta dal Parlamento, per
la riforma degli ammortizzatori sociali e il riordino degli incentivi, assieme
alla delega sul collocamento, e a quella sulla sanità, e alla più
complessiva politica fiscale, (ben 7 sono le deleghe, nel collegato ordinamentale
all'ultima finanziaria su investimenti e occupazione), sono gli strumenti per
un'opera organica di redistribuzione del reddito a favore del capitale e di
riorganizzazione della società in funzione della competizione capitalistica
e del profitto. Le "politiche attive del lavoro" sono un aggiornamento
degli aiuti statali alle imprese, nel quadro dell'integrazione europea e della
liberalizzazione dei mercati e del movimento dei capitali, che impongono allo
Stato di svolgere la sua funzione di sostegno economico al capitale, stimolando
non più i consumi, ma sostenendo e stimolando l'accumulazione capitalistica,
in modo selettivo. La finalità ideologica è quella dell'occupazione,
drasticamente contrattasi a partire dal programma di Maastricht, su cui può
essere convogliato il consenso sociale. La concessione di tagli a oneri sociali
e altri costi del capitale, viene compensata con tagli e rifunzionalizzazione
della spesa sociale, in modo tale che le erogazioni siano, in parte circoscritte
ad assistere situazioni socialmente marginali e particolarmente svantaggiate,
quindi più universali, ma selettive, e in generale fungano soprattutto
da stimolo alla flessibilità interna ed esterna della forza-lavoro incrementando
la competizione tra proletari. La riforma amministrativa e quella fiscale, nel
quadro più generale di una riforma in senso federale a livello costituzionale,
sono tasselli di un mosaico di condizioni che è in corso di costruzione
e di completamento, nel quale gli obiettivi di fondo di questo progetto possano
trovare realizzazione, e di questo fa parte anche la riallocazione a livello
locale e regionale della gran parte del sistema degli incentivi. Il complesso
di questi passaggi dovrebbe costituire un processo di frammentazione degli interessi
particolari e immediati della classe per poterli convogliare a una composizione
subordinata, in primo luogo e in generale, agli interessi della B.I., e anche
a quelli delle componenti di capitale concorrenziale e di borghesia locali,
situazione per situazione. Dopo la riforma pensionistica di Dini che, rovesciando
il criterio delle pensioni da retributivo a contributivo, introducendo il sistema
a capitalizzazione e aprendo la strada alla previdenza integrativa privata,
prospetta un futuro di povertà ai pensionati dei prossimi decenni, il
processo di riforma e ristrutturazione economica e sociale, dovrebbe, oltre
che velocizzare le scadenze della riforma pensionistica stessa, cancellare istituti
come la Cigs e i prepensionamenti che, assieme alle pensioni di invalidità,
criminalizzate ad arte negli ultimi anni, costituivano le misure di un welfare
state povero che aveva essenzialmente consentito di governare gli effetti delle
crisi e delle ristrutturazioni degli anni '80. In un contesto in cui la disoccupazione
non è solo un effetto di crisi cicliche, ma è un dato strutturale
non governabile con questi strumenti tradizionali, nelle contraddizioni sociali
che genera e, dal momento che rapporti di forza favorevoli alla borghesia fanno
reputare di poter eliminare questi costi sociali, la linea che nasce dal progetto
centrale della B.I. prevede la loro sostituzione con un istituto come quello
del "reddito minimo di inserimento" che consenta di perseguire l'obiettivo
specifico di ridurre la spesa sociale, pur a fronte di incrementate esigenze
sociali, e quello generale di favorire la competizione tra proletari. La natura
e i caratteri di questo istituto in via di definizione, per la limitatezza,
transitorietà e proporzionalità dell'erogazione, sono tali da
farne una leva per la svendita della forza-lavoro che, affiancata alle misure
per la "flessibilità in uscita" cioè per la liberalizzazione
dei licenziamenti, svilupperà competizione tra occupati e disoccupati.
L' "incentivo" a competere è dato dal rischio di perdita di
questo reddito minimale e dello status stesso di disoccupazione che, con la
riforma in atto del collocamento, si cerca di collegare alla ricerca attiva
di lavoro, alla partecipazione a corsi di formazione, all'accettazione del lavoro
che c'è, alle condizioni imposte. L'affermazione, attraverso una riforma
organica degli ammortizzatori sociali, della logica "premiale" dell'erogazione
di un reddito minimo, come corrispettivo dell'attribuzione all'iniziativa e
responsabilità del disoccupato, della ricerca del lavoro e dell'ottenimento
di un reddito, che consente di svincolare lo Stato da qualsiasi altro dovere
sociale, è passaggio necessario da affiancare all'affrontamento del nodo
della "flessibilità in uscita" ossia della libertà dei
padroni di licenziare. Lo scardinamento dei vincoli alla discrezionalità
del capitale nella disponibilità della forza lavoro (vincoli che ora
ruotano sul principio dell'ammissibilità del licenziamento per giusta
causa, da cui nascono significativi diritti di risarcimento e reintegrazione)
e che erano stati formalmente addirittura estesi nel 1990, con la legge 108,
alle piccole imprese, diventa urgente ora che i contratti di formazione-lavoro
sono stati sanzionati dall'Ue come una forma di sostegno mascherato alle imprese
e quindi di concorrenza sleale, e perciò vengono a diminuire i margini
per aggirare questi vincoli con i contratti a tempo determinato. Altre misure,
quali la formazione obbligatoria fino ai 18 anni (che assieme alla ridefinizione
dello status di disoccupazione, otterrà il risultato, sul piano statistico,
non certo sostanziale, di diminuirne il tasso percentuale), la generalizzazione
della figura dell'apprendistato al di fuori dell'ambito artigianale nel quale
aveva una qualche motivazione funzionale, con lo scopo di istituire, senza chiamarlo
con il suo nome, il salario d'ingresso (che viene a sancire, come istituto di
valenza generale, la pratica diffusissima negli ultimi anni di prevedere a livello
di contratti aziendali questa forma di salario), sono tutti tasselli che raccolgono-sistematizzano-rilanciano
trasformazioni avvenute a macchia di leopardo o tendenzialmente, nei rapporti
capitale-lavoro e sfruttano il vantaggio di forza ottenuto dallo Stato, e dalla
borghesia in generale, nei confronti della classe, in un quadro organico di
riforma e ristrutturazione economico-sociale che ha inciso in modo acuto nel
corpo della classe in termini di condizioni di vita e contraddizioni e in cui
gioca un ruolo centrale la forma entro cui questo processo si è sviluppata,
cioè la negoziazione neo-corporativa, e in essa il ruolo dei sindacati
confederali. Questo governo non rinuncia nemmeno a tentare di gestire in modo
offensivo queste contraddizioni, coniando uno slogan "meno ai padri, più
ai figli" che, nel tentativo di sintetizzare una supposta contraddizione
sociale centrale, cerca di intercettare e mobilitare un altrettanto supposto
consenso di fasce giovanili, per contrapporlo alle resistenze della massa dei
lavoratori ad accettare il ridimensionamento e la rifunzionalizzazione in senso
antiproletario di quel poco di sicurezza sociale che c'è stata in Italia.
Lo scambio che la "concertazione" e la maggioranza politico-sindacale
offrono al proletariato è quello tra sicurezza sociale e "sicurezza
pubblica" cioè in realtà, la difesa della proprietà
privata. Un passaggio come quello del "pacchetto anticriminalità",
ha seguito infatti, in modo puntuale la firma natalizia del Patto, preceduto
dalla campagna di "allarme criminalità" con cui il governo
ha iniziato il nuovo anno e, assieme alla criminalizzazione e incriminazione
delle lotte che non accettano la subordinazione ai nuovi rapporti di forza favorevoli
alla borghesia in generale e alla sua frazione imperialista in particolare,
sono l'arco più vasto di risposte, di indirizzo riformatore, che questo
equilibrio politico, intende dare al proletariato e alle contraddizioni che
la crisi del capitale rovescia sulle sue condizioni di vita. Risposte, sostanzialmente
inscritte in una strategia difensiva nei confronti della crisi del capitale,
e di attacco al proletariato, che questo equilibrio politico intende dare alle
contraddizioni generate dall'approfondimento della crisi-sviluppo dell'imperialismo
e dalle politiche con cui sono state affrontate, in funzione degli interessi
della frazione dominante di B.I. Un approfondimento che è il portato
dell'internazionalizzazione dell'economia reale e finanziaria, tendenza a sua
volta accentuatasi con la modificazione degli equilibri internazionali prodottisi
con il crollo degli Stati aderenti al patto di Varsavia alla fine degli anni
'80, e che ha costituito la risposta complessiva di "sviluppo" alla
crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale e alla tendenziale caduta del
saggio di profitto, che ha indotto l'incremento della concorrenza, della lotta
per contendersi margini di profitto e spazi di mercato, e ha spinto alla concentrazione
e centralizzazione che si è combinato con l'allocazione su scala internazionale
di segmenti del ciclo produttivo, laddove questo richiedesse elevato impiego
di manodopera e fosse possibile ottenere forza-lavoro a costi ridotti. I processi
di concentrazione e centralizzazione di capitale hanno accentuato la finanziarizzazione
dei capitali, tipica dello stadio imperialistico del capitalismo, così
che questa ha assunto una dimensione e mobilità tali da costituire un
fattore costante di potenziale destabilizzazione, aggravato dall'approfondimento
del legame di interdipendenza che caratterizza il rapporto tra capitali e quello
tra formazioni economico-sociali. Questa dinamica di crisi/sviluppo dell'imperialismo,
è alla base dell'aumentato peso della borghesia imperialista che porta
a far assumere agli Stati, e alla soggettività politica della borghesia,
il ruolo dominante della centralità dei suoi interessi. L'interesse comune
delle varie componenti nazionali di borghesia imperialista si coagula e trova
realizzazione nell'affermazione di politiche di liberalizzazione, nella ristrutturazione
delle diverse formazioni economico-sociali, funzionali a sostenere questo livello
di concorrenza monopolistica e il mantenimento dei necessari livelli di governabilità
delle conseguenti contraddizioni di classe, e nella definizione di politiche
e organismi politico-militari atti a sostenere la penetrazione economica, l'aggressione
e l'oppressione politico-militare nei confronti di paesi politicamente autonomi
dagli Stati dominanti della catena imperialista, in relazione all'attuale ridefinizione
degli equilibri internazionali.
Il carattere non espansivo del capitalismo, in questa fase storica, rende immediatamente
tangibile che, se l'affermazione di queste controtendenze consente di contenere
gli effetti della crisi, in realtà ciò si traduce in un approfondimento
delle contraddizioni. Nei paesi del centro, la borghesia imperialista ha premuto
o preme sui rispettivi Stati nazionali per la rifunzionalizzazione di tutti
i fattori competitivi a partire dalla gestione della forza-lavoro e, complessivamente,
del ruolo dello Stato nell'economia, con i conseguenti riflessi sul piano dei
caratteri dell'assetto politico-istituzionale delle democrazie rappresentative
per corrispondere ai nuovi termini di governo dell'economia e del conflitto
di classe, e al ruolo che può essere svolto negli attuali equilibri internazionali.
Su questi aspetti, la borghesia imperialista, tramite la soggettività
politico-istituzionale, media con le altre componenti della borghesia. La pressione
della borghesia imperialista sugli Stati si riflette nell'assunzione di ruolo,
degli Stati stessi, nelle politiche centrali dell'imperialismo. Attraverso questo
ruolo, corrispondente sia al peso assunto dalla competizione a livello internazionale
che alla funzione politico-militare e diplomatica degli Stati, le varie componenti
di B.I. ricercano condizioni politiche di vantaggio competitivo sul piano economico.
Un ruolo che colloca l'autonomia e l'interventismo degli Stati, dentro il quadro
integrato e interdipendente delle aree economiche (ruotanti intorno ai poli
statunitense, europeo e giapponese), e nei rapporti di forza storici tra i paesi
della catena imperialista, in dialettica con la funzione e l'azione di organismi
interstatali (Ue, Nato, Fmi...). Queste condizioni costituiscono fattori di
acutizzazione dello scontro di classe, ulteriormente accentuato dal carattere
non espansivo dello sviluppo capitalistico, che produce conseguenze macroscopiche
visibili negli elevatissimi livelli di disoccupazione e nell'incapacità
del reddito da lavoro salariato di garantire la stabilità dei livelli
di sussistenza, con una tendenza di fondo all'impoverimento. Per altro verso,
le politiche centrali dell'imperialismo, per assestare le condizioni politiche
ed economico-sociali rivolte ad approfondire la qualità della penetrazione
economica degli interessi della borghesia imperialista nei paesi dipendenti,
e in particolare nei paesi ex-socialisti, hanno costituito e costituiscono fattore
di destabilizzazione di queste aree, e definiscono il quadro politico in cui
si colloca l'avanzamento della tendenza alla guerra come portato delle contraddizioni
intrinseche dell'imperialismo. Contraddizioni che vengono affrontate collocandone
progressivamente la soluzione sul piano dell'accentuato intervento politico-militare,
rivolto alla stabilizzazione del dominio imperialista. Nell'area regionale europea,
la borghesia imperialista ha perseguito linee di integrazione e coesione economica,
politica e militare, al fine di rafforzare la capacità di dare risposte
comuni alle contraddizioni generate dalla crisi. L'ostacolo alla liberalizzazione
dei mercati e alla dimensione internazionale della concorrenza tra monopoli
costituito dalla frammentazione politica di una regione del centro imperialista,
quale quella europea che è storicamente investita da tutti gli assi di
contraddizione, quello proletariato/borghesia, nord/sud ed est/ovest, è
stato affrontato dalla frazione dominante della borghesia imperialista con passaggi
politici e indirizzi che rispondessero sia all'istanza di unificazione e integrazione
dell'Europa in quanto mercato delle merci, dei capitali e della forza lavoro,
sia a quella di una superiore attivizzazione sul piano delle politiche economiche,
e sul piano politico e militare, degli Stati europei stessi che, isolatamente
presi, sono privi della dimensione e capacità per svolgere un ruolo che
affianchi gli Usa (e il Giappone) nell'affrontare le misure sempre più
critiche richieste per il mantenimento del dominio imperialista. Un progetto
che si è definito intorno al connotato di relazioni intestatari e non
sovrastatali, e che esprime, nei rispettivi ambiti nazionali, lo strumento di
pressione politica rappresentativa degli interessi comuni della frazione dominante
della borghesia imperialista, e in particolare, del ruolo del capitale finanziario
che, nell'imperialismo, tende a sussumere il capitale industriale. D'altra parte,
tale progetto, ha risposto anche alle specifiche esigenze del capitale monopolistico
a base europea, in quanto condizione per poter esercitare il proprio ruolo nella
concorrenza internazionale, come richiedevano le nuove dimensioni dell'accumulazione
capitalistica raggiunte nella crisi subentrata all'espansione della ricostruzione
post-bellica e alle politiche liberiste avviate dal polo dominante statunitense.
Nell'affermazione del processo di coesione europea una funzione centrale di
spinta è stata svolta dalla Germania, nel suo ruolo di principale potenza
economica europea, che si è ulteriormente accentuato con la fine degli
equilibri di Yalta, con l'inglobamento dell'ex-Ddr e con l'esportazione di capitali
nei paesi dell'est europeo e con l'influenza politica che vi esercita. Un approfondimento
di ruolo economico a cui si è affiancato un intensificato riadeguamento
della capacità di intervento militare e della legislazione che lo limitava,
nel quadro dell'integrazione Nato e con l'assunzione di iniziative di creazione
di strutture militari interforze a livello bilaterale nel quadro europeo (ad
es. Francia). I differenti gradi di sviluppo delle singole formazioni economico-sociali
appartenenti all'Ue e quelli all'interno delle stesse, con l'adozione di politiche
economiche comuni, e con linee di riforma economico-sociale omologhe, costituiscono
un fattore favorevole ai capitali monopolistici europei nella concorrenza sul
piano internazionale, perchè si avvantaggiano della competizione interna
alla Ue stessa e ai singoli paesi, che viene imposta dalle politiche macroeconomiche,
e incentivata dalle politiche specifiche. Al contrario questa dinamica condanna
all'inesorabile declino quelle aree che non presentano sufficienti vantaggi
competitivi e consente al capitale operante in Europa, nel suo complesso, di
esercitare una forza superiore nella contrattazione salariale e nel mercato
del lavoro. Un progetto, quello della coesione europea, che sta operando il
passaggio cruciale dell'adozione di una moneta unica e si sta attrezzando politicamente
e istituzionalmente per l'inglobamento organico dei paesi dell'est-europeo che
riescono a stabilizzare quelle condizioni macroeconomiche che vengono valutate
funzionali all'investimento di capitali (l'allargamento dell'Ue). Essa costituisce
un nuovo ambito di relazione del quadro politico nazionale che si aggiunge a
quello Atlantico di cui ne supporta il ruolo di dominio nell'area mediterraneo-mediorientale
e nell'est-europeo, entro cui, e in riferimento al quale, costruire le condizioni
politiche istituzionali e materiali che consentano ai suoi Stati di svolgere
sia una funzione economica più adeguata alle attuali dimensioni dell'accumulazione
capitalistica che un ruolo politico-militare più attivo e incisivo nelle
aree in cui il dominio imperialista deve essere stabilizzato, affinchè
la Nato nel suo complesso sia capace di affrontare anche un conflitto in più
teatri o generalizzato. Un ruolo che non è nè antagonista al polo
dominante statunitense nè asservito ad esso, ma è unitario, a
causa dei processi di internazionalizzazione e dei legami di interdipendenza
che si sono storicamente affermati tra gli Stati dominanti della catena imperialista
con la capillare presenza di capitali Usa in Europa e viceversa. Infatti le
politiche controrivoluzionarie e militari, contemplate dal progetto di Unione
Europea, e le politiche di allargamento ad est, trovano motivo di definizione
in specifici interessi degli Stati europei, in modo complementare al progetto
di ridefinizione del ruolo della Nato, in funzione sia del dominio imperialista
verso i paesi dell'Europa orientale, balcanica e dell'area del mediterraneo-mediorientale,
che del rafforzamento del dominio interno. E ciò perchè la dimensione
del capitale finanziario, la sua concentrazione e centralizzazione si è,
fin dal dopoguerra, sviluppata trasversalmente nei paesi dominanti della catena,
e in un ambito separato da quello del campo socialista, facendo prevalere sulle
intrinseche, ma relative, istanze concorrenziali, quelle dell'interdipendenza
tra i capitali monopolistici, e conseguentemente anche tra le formazioni economico-sociali,
e si è progressivamente accentuata man mano che, nelle crisi, le tendenze
e le politiche, approfondivano il grado di concentrazione e centralizzazione
capitalistica. L'ambito integrato europeo pesa nel favorire queste tendenze
del capitale e perciò anche la sua crisi di sovrapproduzione. Crisi che
non può mutarsi in una fase espansiva se non per un passaggio di ingente
distruzione di capitali e forze produttive che solo una guerra di estese proporzioni
può produrre, come gli esiti non-espansivi dei processi di penetrazione
nei paesi dell'est e delle aggressioni imperialiste, hanno ampiamente dimostrato
in questi anni.
Sul piano delle relazioni politiche tra le classi, nella loro determinazione
storica di fase, l'aspetto principale è lo spostamento dei rapporti di
forza nella contraddizione rivoluzione/controrivoluzione, uno spostamento dovuto
all'attestamento di un processo controrivoluzionario. Un processo controrivoluzionario
che, nei paesi del centro imperialista, e in particolare in Europa, si è
dispiegato a partire dall'attacco militare e politico al ruolo che, la Strategia
della Lotta Armata per il Comunismo, ha svolto come ridefinizione di una proposta
politico-organizzativa adeguata a sviluppare il processo rivoluzionario nelle
attuali forme di dominio dell'imperialismo. Una dinamica controrivoluzionaria
che, con la crisi e la caduta degli Stati a transizione socialista, ha modificato
le condizioni di forza che, a partire dalla Rivoluzione Sovietica, si erano
prodotte nella contraddizione borghesia imperialista/proletariato internazionale.
Sebbene questa condizione di vantaggio non sia assestata e sia impossibilitata
ad eliminare il dato storico-politico prospettico che, la rivoluzione del '17,
ha fissato nella storia del proletariato e dell'umanità, gli assetti
internazionali ne sono stati mutati profondamente, e alla situazione di sostanziale
equilibrio strategico tra gli Stati dell'Alleanza Atlantica e quelli del campo
socialista, che aveva favorito i processi di autodeterminazione dei popoli dei
paesi dominanti, è subentrata una situazione di squilibrio politico-militare
a vantaggio della Nato, che ha visto sia l'intensificarsi dell'impiego della
sua forza militare che dell'iniziativa politica per la legittimazione degli
interventi, con la formulazione di principi di diritto che sanzionassero il
nuovo quadro dei rapporti di forza internazionali, come quello dell'"ingerenza
umanitaria" su cui l'Alleanza imperialista cerca di basare la giustificazione
di un ruolo di gendarme e stabilizzare il retroterra politico sulla base del
quale poter aggredire qualsiasi popolo, o come quello che riconosce la facoltà,
ai tribunali degli Stati della catena, di processare qualunque combattente antimperialista
a cui gli Stati imperialisti abbiano attribuito l'etichetta di criminale di
guerra; fattori con cui si vuole ratificare lo stato dei rapporti di forza internazionali
in un ruolo di dominio legittimato. Un quadro che, gli eventi bellici che si
sono succeduti in questo decennio, si incaricano sia di dimostrare quanto esso
sia la base sulla quale la tendenza alla guerra indotta dalla crisi di sovrapproduzione
di capitale, si possa trasformare in processo reale, sia che la direttrice di
questo processo, non è altro che la storica direttrice est-ovest, stante
il grado di interdipendenza maturato tra gli Stati della catena imperialista,
cementato dal comune attuale interesse di imporre il proprio dominio ovunque
questo non si sia assestato o non sia realizzabile nè per via economica,
nè con limitate offensive militari.
In Italia, il processo controrivoluzionario, avviato dai primi anni '80, ha
inciso in profondità, assumendo prioritariamente il piano dell'attacco
alle forze rivoluzionarie e in particolare al ruolo delle Brigate Rosse e della
loro proposta strategica, in quanto elemento caratterizzante lo sviluppo dell'autonomia
di classe in Italia. Un processo che ha operato collegando il rapporto di scontro
militare ad una strategia politica complessiva rispetto allo scontro di classe,
tesa a separare il piano della lotta di classe dal piano rivoluzionario, e a
sfruttare le contraddizioni interne al Movimento Rivoluzionario e alle stesse
B.R., espressione delle tendenze critiche da sempre presenti nel movimento operaio
e proletario ed espressione soggettiva del carattere contraddittorio del ruolo
della classe nei rapporti socialisti capitalistici. Tendenze al soggettivismo,
all'economicismo, all'idealismo che si sono espresse oppositivamente al passaggio
politico-organizzativo allora in corso, cioè il passaggio di costruzione
del Partito Comunista Combattente. Contraddizioni aggravate dalle difficoltà
di distinguere i caratteri della proposta politica delle B.R., influenzati dall'essere
nata in un ciclo di lotte fortemente offensivo, dagli elementi strategici che
qualificavano tale proposta politica come avanzamento della strategia della
rivoluzione proletaria nell'adeguamento alle forme di dominio e ai caratteri
economico-sociali dell'imperialismo, in questa fase storica.
Il ricentramento dei termini dell'impianto politico-strategico, operato dalle
Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente, nel rapporto
con lo scontro, secondo la dinamica prassi/teoria/prassi, pur costituendo, per
parte rivoluzionaria, termine di approfondimento della contraddizione rivoluzione/controrivoluzione,
si è confrontato con le contraddizioni storiche che presiedono alle condizioni
della Fase della Ricostruzione delle Forze in quella più generale di
Ritirata Strategica, e si è prodotta una condizione di discontinuità
nel percorso rivoluzionario. Il rafforzamento delle posizioni della borghesia
realizzato con l'affermazione di questo duplice processo controrivoluzionario,
sul finire degli anni '80 comincia a riversarsi sul piano complessivo delle
relazioni politiche tra le classi. L'articolazione della dinamica controrivoluzionaria
è stata infatti, il piano su cui le forze politico-istituzionali hanno
avviato un processo di riposizionamento intorno agli interessi della frazione
dominante della B.I., modificando il riflesso sulle stesse, del ruolo che lo
sviluppo del movimento di classe aveva prodotto sui caratteri generali dello
scontro politico; un riposizionamento, che ha riguardato principalmente le rappresentanze
istituzionali della classe. La necessità di evitare la congiunzione tra
piano rivoluzionario e piano della lotta di classe, aveva, infatti, contenuto
l'attacco alle condizioni complessive della classe; il consolidamento del processo
controrivoluzionario, determina le condizioni per riversare l'offensiva su tutta
la classe, in quanto i passaggi per sostenere il governo dell'economia, nei
caratteri storici attuali dell'accumulazione capitalistica, potevano avvenire
in un quadro ipotetico di governabilità del conflitto di classe.
In quegli anni le linee di politica economica, che avevano accompagnato la risposta
dello Stato all'offensiva di classe e rivoluzionaria, dovendo sostenere l'accumulazione
capitalistica e sufficienti margini di governo del conflitto, raggiungono un
punto critico di fronte alla ridefinizione degli interessi della frazione dominante
della B.I., in relazione ai nuovi termini di concorrenza intermonopolistica
e in relazione alle contraddizioni aperte dall'approfondirsi della crisi, aggravate
dalle condizioni di debolezza dell'Italia collegate al posto da essa occupato
nella divisione internazionale del lavoro. La leva del debito pubblico, come
sostegno alla domanda interna e alla produzione, e come fattore su cui costruire
equilibri sociali intorno agli interessi della B.I., ha teso a saturarsi per
i livelli raggiunti e per gli effetti dell'investimento di capitali, tali da
incrementare il deflusso di risorse in favore dell'accumulazione finanziaria
ed estera, anzichè sostenere la produzione e il mercato interno.
La differenziazione valutaria come fattore di compensazione competitiva, rispetto
alle economie di paesi dominanti, venne ridimensionata per l'aumento della spesa
per interessi comportata dalla svalutazione, per i riflessi delle politiche
di unificazione monetaria, e per l'interesse della frazione dominante della
B.I., a favorire processi di concentrazione e centralizzazione di capitale e,
della borghesia nel suo complesso, a ricercare la competitività del sistema
economico. Tutto ciò, non ha peraltro impedito di ricorrere a svalutazioni
che hanno portato la lira fuori dallo Sistema Monetario Europeo fino a quattro
anni orsono. Anche il ruolo dello Stato come capitalista reale, è stato
ridimensionato, a fronte delle politiche di liberalizzazione corrispondenti
alle spinte alla concorrenza, alla concentrazione monopolistica multinazionale
e al recupero di settori sottratti alla competizione internazionale.
La frazione dominante della B.I., espressa dal capitale monopolistico italiano,
ha premuto sul quadro politico affinchè si facesse carico di sostenere
i nuovi termini di concorrenza connessi all'avanzamento del progetto di Unione
Economico-Monetaria-Unione Europea, e più complessivamente, di collocarsi
nelle politiche centrali dell'imperialismo, che si rapportavano alla modificazione
degli equilibri internazionali, in quanto il ruolo dello Stato sul piano internazionale
per sostenere gli attuali termini di concorrenza intermonopolistica, assumeva,
in questo contesto, un peso ancor più significativo.
Questi elementi, tra cui l'approfondirsi di un ciclo recessivo, connessi all'avvenuta
modifica dei rapporti di forza tra rivoluzione e controrivoluzione, fanno assumere,
all'azione della soggettività politica della borghesia, e in particolare
dei diversi esecutivi che si sono succeduti, un connotato offensivo e complessivo,
rispetto ai rapporti con la classe, e i caratteri di un sempre maggiore attivismo
politico-militare nel quadro dell'Alleanza Atlantica e della Nato. La crisi
delle leve consolidate e strutturate attraverso cui le forze di governo avevano
costruito equilibri sociali e politici intorno agli interessi della frazione
dominante della B.I., spingendo a un riadeguamento dell'azione politica degli
esecutivi, si riversava anche sugli assetti istituzionali, sul ruolo del potere
esecutivo, legislativo, giudiziario, delle forze politiche, e sulle forme di
rappresentanza. Ciò, connesso agli esiti dell'offensiva controrivoluzionaria,
assumeva il carattere di una crisi e ridefinizione della mediazione politica;
cioè della sintesi del rapporto di forza e politico tra borghesia e proletariato
riferita sia al piano del rapporto sociale di produzione, che al piano del rapporto
classe/Stato, che a quello dello scontro tra rivoluzione e controrivoluzione,
in una determinata fase storica. Sintesi dei caratteri storici, quindi, che
informa gli aspetti di fondo di una fase, e cioè i connotati delle strutture
politiche, e delle forme della soggettività politica istituzionale, e
a cui, le politiche stesse devono riferirsi per essere efficaci. Il sistema
politico-istituzionale del dopoguerra aveva esercitato il suo ruolo antirivoluzionario
e antiproletario, attraverso l'istituzionalizzazione e la massima rappresentatività
in sede parlamentare degli interessi conflittuali, per ricercare, in essa, equilibri
politico-istituzionali rappresentativi di equilibri politici generali, che consentissero
il governo dell'economia e del conflitto di classe, avvalendosi del ruolo dello
Stato nell'economia, per sostenere forze politiche e maggioranze di governo,
funzionali alla tutela degli interessi della frazione dominante della B.I..
I nuovi termini del governo dell'economia, collegati all'approfondirsi della
crisi, che aveva già eroso la capacità di essere rappresentative
delle forze politiche storicamente al governo, inducevano la necessità
di ridurre la misura di rappresentatività con cui si dovevano andare
a comporre maggioranze di governo, e quella di accentuare il ruolo dell'esecutivo
rispetto al legislativo. Inoltre la modificazione degli interessi espressi dalla
frazione dominante della B.I., premendo per un'azione offensiva antiproletaria
degli esecutivi, comportava una necessità di selezione degli interessi
rappresentabili in sede politica decisionale.
La ridefinizione della mediazione politica, non ha assunto la tendenza di un
superamento della democrazia rappresentativa, ma quella della ridefinizione
dei caratteri particolari che essa aveva in Italia in relazione ai caratteri
dello scontro di classe e rivoluzionario. Rispetto a questi elementi, si è
verificata l'impossibilità, per le forze politiche, di operare una ridefinizione
organica del sistema politico-istituzionale e dei poteri dello Stato, come progetto
che consentisse di traghettare il sistema politico-istituzionale, espressione
della fase storica precedente, nelle condizioni della fase attuale, creando
quegli equilibri che permettessero di governare linearmente una ristrutturazione
complessiva del sistema economico-sociale, ed in particolare del contenuto e
del ruolo dello Stato sociale. La saturazione critica delle politiche economiche
che avevano consentito di sostenere l'accumulazione capitalistica e il governo
del conflitto di classe, come politica di gestione dell'offensiva controrivoluzionaria,
si verifica sul finire degli anni '80 quando, l'approfondimento della crisi,
accentua la pressione del capitale monopolistico nazionale per l'adozione delle
politiche controtendenziali che, a livello internazionale, si affermavano già
come termine di sviluppo della crisi. Una pressione indotta anche dalla necessità
di sostenere i nuovi termini di concorrenza intermonopolistica che si andavano
definendo. Per cui, la frazione dominante della borghesia europea, ha premuto
sugli Stati per l'adozione di politiche economiche aperte ai processi di concentrazione
e centralizzazione del capitale monopolistico (è nell'87 che i responsabili
della politica economica dei governi europei, sanciscono l'asimmetria degli
accordi di cambio nello S.M.E., quindi l'impegno alla stabilità valutaria,
solo per le monete sottoposte a svalutazione e non per quelle che si rivalutano,
e assumono gli accordi di Basel-Nyborg, sulla liberalizzazione del movimento
dei capitali, e sull'uso della politica dei tassi di interesse come strumento
per la stabilizzazione dei cambi).
Nel contempo si era avviata, con le aperture gorbacioviane, la prospettiva della
ri-definizione degli equilibri internazionali che si presentava come possibilità
di estensione della penetrazione capitalistica nei paesi del blocco socialista.
In questo quadro, De Mita, sia come segretario della Dc, che come Presidente
del Consiglio, nell'assunzione della necessità di ridefinizione complessiva
della mediazione politica, richiesta dal dover corrispondere ai termini del
governo dell'economia che si prospettavano per dare risposta alle spinte della
borghesia imperialista e garantire la governabilità del conflitto di
classe, tentò di attestare un progetto, e i relativi equilibri politici,
che partisse dalla ridefinizione della rappresentanza politica e dell'assetto
istituzionale. Questo per condurre il sistema politico in una condizione adeguata
a sostenere lo scontro di classe, implicato dalla ridefinizione dei termini
di governo dell'economia, che avrebbe investito complessivamente la regolamentazione
dei rapporti sociali e politici tra le classi assestati nella fase precedente,
processo che avrebbe inciso sulla rappresentanza politico-istituzionale. La
concezione che sosteneva questo progetto ruotava intorno alla tesi che il processo
controrivoluzionario avesse prodotto una condizione di modificazione dei rapporti
di forza tra le classi e una ridefinizione delle forze politiche intorno agli
interessi della B.I. L'attacco delle Br-Pcc al progetto di riforma dello Stato,
attuato con l'azione contro Ruffili in dialettica con l'opposizione della classe,
e le contraddizioni interne al quadro politico-istituzionale legato anche ad
altre frazioni della borghesia, impediscono l'affermazione del progetto. Dato
il rapporto di guerra in cui le forze rivoluzionarie sono inserite, il vantaggio
politico ottenuto con la realizzazione della disarticolazione degli equilibri
che sottostavano al progetto di riforma dello Stato, non ha potuto trasformarsi
in un lineare avanzamento del processo di ricostruzione delle forze, a causa
delle operazioni di controguerriglia dell'88-89 a cui segue una condizione di
discontinuità nell'iniziativa di attacco al cuore dello Stato e nella
costruzione del complesso delle condizioni per l'avanzamento della guerra di
classe. Così pure, la rottura degli equilibri internazionali, aveva indotto
una condizione per la modificazione della divisione internazionale del lavoro
e dei mercati, e una spinta della catena imperialista a riassestare gli equilibri
a suo favore, e al suo interno, tra interessi comuni e contraddizioni. Il processo
controrivoluzionario raggiungeva l'obiettivo del crollo degli Stati socialisti
frutto della Rivoluzione sovietica e della resistenza all'offensiva imperialista,
ma anche dell'operato revisionista delle dirigenze politiche della transizione.
Questa evoluzione del quadro politico internazionale produceva una condizione
economica e politica di accelerazione delle controtendenze di sviluppo della
crisi, sulla direzione dell'internazionalizzazione, della concorrenza e della
concentrazione monopolistica, im un quadro di permanenza in una condizione di
non espansione. La frazione dominante della borghesia imperialista, perciò
ha premuto sugli Stati per definire una progettualità politica che corrispondesse
a queste condizioni, una progettualità che assumesse i caratteri dello
specifico sviluppo che la politica centrale dell'imperialismo dell'Ue, nelle
caratteristiche di Uem espresse con il trattato di Maastricht, determinava il
progetto di Uem, i in particolare il trattato di Maastricht, definiva una prospettiva
e un quadro di integrazione e concorrenza tra capitali monopolistici multinazionali,
che accelerava le tendenze già in atto, scadenzandole e inquadrandole
in politiche economiche restrittive e di liberalizzazione. La frazione dominante
della B.I. ha premuto sul quadro politico-istituzionale per affermare i suoi
interessi di concorrenza nel contesto europeo, una pressione che, se da un lato
si è espressa contraddittoriamente rispetto ad altre componenti della
borghesia, dall'altro ha espresso il loro interesse comune per scaricare sulla
classe operaia e sul proletariato i costi della crisi; e che, date le modifiche
dei rapporti di forza tra le classi prodottesi nella fase precedente, e le contraddizioni
indotte dal governo dell'economia, ha sviluppato un'azione offensiva a tutto
campo da parte della soggettività politica della borghesia.
Il quadro politico-istituzionale italiano, ha visto, le forze qualificatesi
nel processo politico come rappresentanze istituzionali della classe, ridefinire,
già nella fase precedente, la loro collocazione intorno agli interessi
della borghesia, sul piano controrivoluzionario e nella priorità della
difesa dell'accumulazione capitalistica. Un processo graduale in cui la classe
dirigente di tali forze politiche e sindacali, ha cercato di conservare il radicamento
sociale assunto come rappresentanza istituzionale della classe, nella ricerca
di formule politiche che mantenessero questa base sociale, ricollocandola intorno
all'interesse della borghesia imperialista.
Un processo scandito dall'assunzione delle ferme priorità: dell'adesione
al progetto dell'Ue, dell'adesione alle politiche imperialiste di intervento
nell'area mediorientale e balcanica, dell'adesione al superamento dell'ordinamento
costituzionale, del riconoscimento della riforma dello Stato sociale etc. Una
ricollocazione peraltro niente affatto priva di contraddizioni per il contrasto
tra gli interessi da comporre. Le formule politico-sociali che erano state adottate
dalle forze politiche che nel dopoguerra si erano collocate intorno alla priorità
della rappresentanza degli interessi della B.I, per sostenere la capacità
di governo del conflitto di classe, nel quadro dello sviluppo del processo rivoluzionario
e della lotta di classe espressasi in Italia, informate come erano dal tipo
di ruolo dello Stato nell'economia che aveva caratterizzato la fase precedente,
avevano prodotto il costituirsi di vere e proprie componenti sociali della borghesia
sorrette da questo sistema, la cui presenza all'interno dei partiti che avevano
governato il paese, rendeva difficilmente governabile il processo di trasformazione
e riadeguamento politico che doveva essere operato. Il processo di trasformazione
che doveva svilupparsi ed è ancora in atto, a fronte dei nuovi termini
di crisi-sviluppo dell'imperialismo, e nel contesto di una sostanziale modificazione
dei rapporti di forza tra le classi in favore della borghesia, si definisce
come una ristrutturazione e riforma complessiva del sistema economico-sociale
per riadeguarlo agli attuali termini di concorrenza intermonopolistica e per
ricollocarlo nel nuovo quadro di concorrenza internazionale, attraverso il ruolo
esercitato dallo Stato nelle politiche centrali dell'imperialismo che, con la
ridefinizione degli equilibri e delle relazioni internazionali, modificano le
posizioni dei diversi sistemi economici nella divisione internazionale del lavoro
e dei mercati. Processo che mette in crisi il contenuto della mediazione politica
su cui si era strutturato il sistema politico-istituzionale, entro cui la soggettività
politica della borghesia aveva stabilizzato relativi termini di governo dell'economia
e del conflitto di classe.
Ciò che si è evidenziato negli anni '90, è stato che l'aspetto
principale sul piano della contraddizione Classe/Stato, quello che si presentava
prioritariamente ed emergenzialmente, non è stato il riadeguamento dell'assetto
dei poteri dello Stato, ma la costruzione di equilibri politici e sociali che
potessero realizzare, nello scontro di classe, quella ristrutturazione e riforma
complessiva del sistema economico-sociale e della relativa politica economica
dello Stato, che sostenesse i nuovi termini di concorrenza intermonopolistica,
e in essi, gli interessi della frazione dominante della borghesia imperialista.
Ciò nelle condizioni che si andavano definendo in relazione alle modificazioni
nel quadro europeo e internazionale. E' quindi sui nodi politici dello scontro
di classe legato alle priorità dell'attuazione di questo processo di
ristrutturazione, che si sarebbe costruito quel processo di rifunzionalizzazione
dello Stato e del sistema politico tendente a definirsi, sui contenuti e dagli
equilibri politici che emergono in questo scontro, in un complessivo riassetto
degli istituti e dei poteri da codificare in un nuovo ordinamento costituzionale.
Le formule politiche ed economiche su cui si erano assestati gli equilibri politici
e sociali che avevano consentito il governo dell'economia e del conflitto di
classe, per i quaranta anni precedenti, erano minate dall'interno, e per sostenere
l'interesse della frazione dominante della B.I., dovevano essere stravolte.
La contraddizione era data anche dal fatto che, la modificazione dei rapporti
di forza tra le classi collegata al processo controrivoluzionario, in realtà
non si era affatto riversata, in termini generali, e di rottura storica, sulla
legislazione che regolava i rapporti sociali tra le classi, nella riproduzione
materiale, espressione dei rapporti politici attestatisi nella fase precedente.
Le modificazioni indotte da questo processo avrebbero avuto un portato critico
sull'assetto politico-istituzionale. Tale assetto, per garantire l'accumulazione
capitalistica di fronte al forte conflitto di classe, si era fondata su un sistema
parlamentarista che, grazie alla massima rappresentatività della sede
parlamentare, istituzionalizzava il conflitto. Gli equilibri di governo dovevano
rappresentare la maggioranza reale nel corpo elettorale, il ruolo economico
dello Stato era il contenuto materiale per garantire maggioranze parlamentari,
espressione di diversi interessi di classe, da rendere compatibili con la priorità
dell'interesse della frazione dominante della B.I. Il processo di ristrutturazione
e riforma del sistema economico-sociale, attraverso la modifica della legislazione
che lo regolava e delle relazioni politiche tra le classi formalizzate in essa,
per corrispondere agli effetti dell'approfondimento delle contraddizioni di
classe, spingevano e spingono a ridimensionare la rappresentanza reale e la
mediabilità degli interessi, nelle sedi politiche decisionali. Il rafforzamento
del potere esecutivo e la modificazione della rappresentanza degli interessi
sociali in sede istituzionale, in modo da garantire il mantenimento della rappresentanza
formale, svincolando la sede politica decisionale, sarebbe stato il piano su
cui stabilizzare il governo del
conflitto di classe nei nuovi termini di governo dell'economia. La modificazione
dell'assetto istituzionale e costituzionale non si colloca a seguito del crollo
di uno Stato per una rivoluzione di classe o a seguito di un conflitto tra Stati.
C'è stato sì uno scontro rivoluzionario e un processo controrivoluzionario
che ha modificato le relazioni politiche tra le classi e ha modificato i fattori
che hanno caratterizzato la mediazione politica, ma non tale da qualificare
il passaggio attuale come crisi di Stato.
I motivi del riordino dell'assetto istituzionale originano dalla ridefinizione
degli istituti e della materia legislativa attraverso cui lo Stato regola i
rapporti sociali in funzione del sostegno ai caratteri storici dell'accumulazione
capitalistica, una modificazione di portata complessiva, distinta dai normali
interventi di politica economica, in questo incidono, come quadro di scontro
in cui si svolge tale modificazione, i rapporti di forza e politici tra le classi,
e la collocazione della formazione economico-sociale nella divisione internazionale
del lavoro come condizione e margini economici di compatibilizzazione delle
contraddizioni. Il tentativo demitiano quindi, mirava a costruire un equilibrio
politico-istituzionale che, a partire dalla rifunzionalizzazione dei poteri
dello Stato e del sistema politico-istituzionale, ponesse le condizioni per
trasformare linearmente il sistema politico, come passaggio prioritario per
affrontare e governare la ristrutturazione del sistema economico-sociale. Le
contraddizioni indotte dallo scontro di classe e rivoluzionario, evidenziano
come, la realizzazione di questo passaggio non si presentava come la codificazione
degli equilibri politici tra le classi prodottisi nella fase precedente, ma
la risultante, in sede politico-istituzionale, dello scontro di classe collegato
alle nuove contraddizioni. La ristrutturazione e riforma del sistema economico
e sociale, la sua priorità di fronte all'accelerazione delle politiche
di integrazione europea, trova nel supporto tra esecutivo e sede neocorporativa,
e nella assunzione di questa a sede di valenza istituzionale, la formula politica
per costruire equilibri politici e sociali in grado di dare risposta alla contraddizione
dominante nella fase, sul piano Classe/Stato, cioè affrontare tale priorità
ridefinendo in essa i termini di governo del conflitto di classe.
Una ridefinizione data dall'introduzione del contenuto neocorporativo nella
legislazione riguardante la regolazione del sistema economico-sociale, e dalla
trasposizione a tutti i livelli dello scontro di classe di strumenti repressivi
e preventivi sia di carattere politico-giuridico che di ordine pubblico. Tale
legislazione non risponde solo all'esigenza di finalizzare tutti i fattori economici
e sociali al sostegno dell'accumulazione capitalistica nel quadro dei nuovi
termini di concorrenza che pure è una precisa necessità, ma incanala
le contraddizioni di classe al fine di collocarle sul terreno di una mediazione
corporativa degli interessi. Con ciò la mediazione corporativa degli
interessi sociali si coniuga con l'approccio riformistico e le istanze di ristrutturazione
economico-sociale, per dare una base materiale alla governabilità, cercando
di legare agli interessi della borghesia imperialista, quelli di settori di
aristocrazia proletaria e di piccola borghesia, che storicamente costituiscono
il referente sociale del riformismo. Un tentativo che, in particolare in un
paese come l'Italia, impatta con l'erosione reale di vantaggi e tutele che,
anche questi settori, hanno dovuto subire per gli effetti della crisi e delle
politiche adottate, e perciò è intrinsecamente debole. Nel contempo
il rapporto esecutivo-parti sociali, consente sia di sottrarre la funzione decisionale
dell'esecutivo ad un potere interdittivo, in quanto le parti sociali, a differenza
della rappresentanza parlamentare non hanno titolo ad intervenire nella decisione
politico-legislativa, che di costruire equilibri politici nel paese atti a dare
governabilità alle forzature e di definirne la sostenibilità reale,
nel rapportarsi ad apparati radicati nel tessuto sociale perchè vi svolgono
un ruolo di soggetti della contrattazione tra capitale e lavoro. Un ruolo ridefinitosi
in chiave neocorporativa sulla base di una rappresentazione dell'interesse della
classe operaia esclusivamente come merce forza-lavoro, componente del ciclo
di accumulazione capitalistica, alla quale viene riconosciuta solo una legittimità
di contrattazione del proprio prezzo e condizioni d'uso, nel quadro di una subordinazione
alla priorità del processo di accumulazione di cui essa è considerata
solo funzione. Un ruolo di contrattazione riconosciuto come fattore economico
funzionale in quanto garante della lineare gestione dei rapporti sociali di
produzione capitalistici. Ruolo economico-sociale che può mettere in
grado di sostenere la governabilità nell'attuazione delle politiche che
vengono definite, mentre nella sede neocorporativa, l'esecutivo, espressione
di una maggioranza parlamentare, come espressione dell'interesse generale del
paese, dovrebbe garantire la corrispondenza tra accordo in sede di trattativa
neocorporativa e produzione legislativa. La ristrutturazione e la riforma del
sistema economico e sociale, nel quadro del progetto di Ue-Uem, e la relativa
ridefinizione delle forme statuali e istituzionali, è la contraddizione
dominante sul piano Classe/Stato, la negoziazione neocorporativa Stato/parti
sociali, è stato il perno del progetto che ha costruito gli equilibri
politici e sociali che hanno consentito di garantire il governo del conflitto
di classe, la mediazione neo-corporativa è il contenuto generale della
composizione di interessi che viene operata e il piano di trasformazione della
mediazione politica che lo Stato vuole assestare, come base di un processo più
complessivo di ridefinizione che si sviluppa sia sul piano dell'assetto dei
poteri dello Stato che del rinnovato ruolo dell'Italia nelle politiche centrali
dell'imperialismo e dei suoi piani di guerra nell'area Europa Mediterranea Mediorientale.
Nel breve-medio periodo i caratteri della contraddizione dominante sul piano
Classe/Stato sono riferibili nel complesso al passaggio che realizza l'integrazione
monetaria europea, informato dai criteri e dai vincoli concreti del patto di
stabilità, alle tendenze recessive, all'intensificazione dell'intervento
politico militare e diplomatico rivolto ad estendere e stabilizzare il dominio
imperialista. Per cui si rinnova e approfondisce sia la necessità di
un controllo centralizzato di tutti i fattori del mercato delle merci e della
I.I., che segue al passaggio ruotato intorno al risanamento del bilancio statale
e al controllo dell'inflazione finalizzato a garantire l'ingresso dell'Italia
nella moneta unica, che di equilibri politici solidi che sostengano l'interventismo
politico-militare. Il triennio che si è aperto dal primo gennaio del
1999, si concluderà con la sostituzione delle monete nazionali con la
moneta unica europea, che sancisce l'avvenuta integrazione economica. Un triennio
durante il quale i rapporti economici e monetari tra i paesi dell'area euro
vengono regolati dai patti di stabilità che costituiscono un approfondimento
dei vincoli macroeconomici fissati da Maastricht e dovrebbero garantire la possibilità
di attribuire all'euro, il valore di scambio voluto per sostenere il capitale
finanziario europeo nell'ambito della competizione globale. Dato il nesso tra
deficit di bilancio, indebitamento, Pil e valore di mercato dell'Euro, il controllo
sulla spesa statale continua ad essere un asse della politica economica in funzione
dell'osservanza dei vincolo posti dal patto di stabilità.
Questa condizione e l'approfondimento dell'integrazione, omologa le politiche
economiche dei diversi paesi europei, sul piano delle politiche di bilancio
e per la liberalizzazione, per l'apertura alla concorrenza. Il tendenziale risanamento
del bilancio statale italiano e il taglio dei tassi di interesse bancario, secondo
i parametri di Maastricht, il controllo dell'inflazione assunto nel corso degli
ultimi anni, attraverso la politica dei redditi, sono i presupposti su cui l'equilibrio
politico dominante ha inteso procedere a un completo riassetto, che andasse
dai livelli della contrattazione, a quello degli incentivi, dalla decurtazione
del costo del lavoro alla riforma degli ammortizzatori sociali, dal riordino
delle forme contrattuali, alla prosecuzione graduale della riforma del sistema
pensionistico, dal riordino dell'organizzazione dell'impiego della forza-lavoro
(orario di lavoro) alla revisione progressiva delle norme sulla licenziabilità,
dalla riforma della rappresentanza, alle politiche per la programmazione industriale
e il relativo impiego di risorse pubbliche interne o UE. Riassetto complessivo
tanto più necessario e urgente per l'accumulazione capitalistica, a fronte
dei riflessi negativi che la crisi asiatica ha prodotto sulla competitività
delle merci italiane e sui profitti, e all'impatto economico negativo che ha
la guerra alla Jugoslavia.
L'esigenza di governabilità, per essere assicurata, ha visto affiancare
al disegno teso a comprimere il costo diretto e indiretto della forza-lavoro,
a flessibilizzarne prezzo e condizioni di impiego, a cancellare o comprimere
certe garanzie e sicurezze sociali, un tentativo di promozione di uno sviluppo
competitivo che stimolasse e attirasse nuovi investimenti e profitti anche attraverso
un limitato e selettivo impiego della spesa pubblica, in una formazione economico-sociale
come quella italiana che è tra le più fragili tra i paesi del
centro imperialista, e questo ha cercato di costituire il terreno di un consenso
sociale che bilanciasse le contraddizioni generate dalle misure adottate e che
l'approfondimento della crisi accentuerà. Il problema dell'accrescimento
del Pil o quantomeno della sua tenuta nell'attuale contesto di crisi, e la contraddizione
della disoccupazione, condizione comune a tutti i paesi europei (ma che in Italia
assume un particolare connotato di stabilità), e spinta ad acuirsi dalle
politiche economiche adottate nel quadro europeo, pongono urgentemente il problema
dello sviluppo, mentre la caduta delle residue barriere all'integrazione dei
mercati con l'adozione di politiche per la liberalizzazione che acuiscono la
concorrenza, pone il problema dell'assunzione di un indirizzo teso alla competitività
in generale dei fattori produttivi, come condizione strategica per sostenere
i vincoli dei patti e nel contempo contrastare le tendenze recessive per conservare
la collocazione occupata dal paese nell'Uem e nella catena imperialista. Un
indirizzo di competitività, e per uno sviluppo ad essa congruo, che rinnova
e approfondisce l'adozione di una linea e di un controllo centralizzato di politica
economica e su tutti i fattori di mercato, che pone al centro le istanze di
flessibilizzazione della forza-lavoro e di compressione del costo del lavoro
nelle sue diverse variabili. Questa linea che pone al centro queste istanze
e che viene propagandata come funzionale allo sviluppo economico e sociale,
denuncia le sue motivazioni strettamente difensive, attraverso le previsioni
di crescita per l'anno in corso, che sono ben lontane, essendo inferiori della
metà, da quelle solo molto relativamente rosee del 2,5%, rispetto alle
quali veniva proposto lo scambio tra conquiste del movimento operaio sul piano
del diritto del lavoro, e sviluppo, cioè occupazione. Una prospettiva
su cui oltretutto, a breve termine, incide negativamente l'impegno bellico per
il rastrellamento di risorse che dovrà essere effettuato per sostenere
le spese, e nella quale, in generale, le spese di riarmo che dovranno essere
effettuate per svolgere il ruolo politico-militare corrispondente agli interessi
della borghesia imperialista, previsto dai nuovi indirizzi strategici della
Nato, ipotecano gli indirizzi di gestione del bilancio e le linee della programmazione
economica.
Pe l'attuazione di queste politiche è perciò fondamentale il rapporto
tra Esecutivo e sindacato confederale per la funzione economica che questi svolge
nella contrattazione tra capitale e lavoro e, sulla base di questa, per la sua
corresponsabilizzazione politica in un cambiamento che necessita tanto dell'estensione
capillare del suo ruolo, che di una certezza della rappresentatività
e capacità di rappresentazione dei soggetti della contrattazione, secondo
regole che selezionino a priori la compatibilità delle istanze sociali
con le politiche economiche che informano il quadro generale dei contratti di
lavoro, e la disponibilità a contenere l'azione conflittuale. Da queste
istanze nascono le linee rivolte sia all'inglobamento, attraverso queste regole,
di nuovi soggetti sindacali, che all'allargamento della negoziazione centralizzata
a un arco più ampio di forze sociali; di qui nasce, anche un sistema
sanzionatorio più rigido, e conciliatorio più diffuso e stringente.
Se è solo nell'ambito della sede neo-corporativa e delle relative politiche
che l'affrontamento di questi passaggi può trovare avanzamento, la contrazione
della base produttiva e la crisi occupazionale - accentuata dalle politiche
economiche adottate in questi anni, e aggravata dalle prospettive di approfondimento
del ciclo recessivo internazionale- , costituiscono un forte fattore di contraddizione
nel ruolo di questa sede, in particolare nella capacità del sindacato
confederale di garantire la tenuta delle politiche che vengono adottate.
Intorno all'asse del neo-corporativismo, e intorno a questi equilibri, si sono
definiti e dovranno definirsi anche passaggi di rifunzionalizzazione dello Stato:
dall'accentramento di ministeri economici, alla riorganizzazione della pubblica
amministrazione, dalla riforma fiscale nel senso del sostegno diretto della
fiscalità generale al profitto e all'accumulazione capitalistica e del
federalismo fiscale, alla rifunzionalizzazione del ruolo delle amministrazioni
locali nel senso del rafforzarne il ruolo di esecutivo locale attraverso il
decentramento, alle privatizzazioni e alla ridefinizione in senso privatistico
dell'intervento economico dello Stato. La necessità che si presenta per
un equilibrio politico in cui i Ds hanno ruolo centrale, in un passaggio come
quello attuale, è quella di dare soluzione alla contradditorietà
intrinseca di questo modello politico che vede due canali di legittimazione,
attraverso il rafforzamento del ruolo politico dell'Esecutivo, con un maggior
intervento di proposta legislativa, nell'opera di mediazione tra l'ambito della
negoziazione neo-corporativa e quello parlamentare. La rinnovata funzione dell'Esecutivo
e della componente Ds-Cgil, nel mediare le funzioni di questi ambiti, nella
ricerca dell'equilibrio sufficiente a sostenere il complesso delle politiche
che vanno adottate per governare la crisi e il conflitto, ha stagliato il ruolo
centrale che vanno ad assumere quei soggetti che rappresentano l'Esecutivo nella
sede negoziale, anche nel costruire le condizioni dell'unità di questa
stessa componente politica. L'affermazione del progetto di ridefinizione del
sistema economico-sociale e del ruolo dello Stato nell'economia, con le politiche
neocorporative, se ha dato risposta alla contraddizione prioritaria ed emergenziale,
è avvenuta in un contesto di permanente instabilità del quadro
politico-istituzionale. Un'instabilità che, però, non ha affatto
impedito allo Stato di effettuare quei passaggi politici che costituivano interessi
vitali per la frazione dominante della B.I. Le ragioni di questa instabilità
si presentano relativamente al ruolo dell'esecutivo, un ruolo che è stato
rafforzato con la riforma della Presidenza del Consiglio, e progressivamente
incrementato con forzature rispetto al rapporto con la dialettica parlamentare,
con gli strumenti della decretazione, del ricorso alla fiducia, dell'introduzione
del voto palese, dei vincoli di copertura finanziaria per gli emendamenti, delle
deleghe legislative etc. Un ruolo che, di fronte alla crisi della rappresentanza
politica, si è ulteriormente rafforzato. Non essendo però sancito
formalmente, il suo rapporto con le forze politiche di maggioranza è
attraversato da instabilità.
Permane infatti la difficoltà a formare maggioranze di governo omogenee
e stabili e, nonostante l'introduzione di un sistema elettorale maggioritario,
non c'è stata una semplificazione del quadro politico. Gli schieramenti
politici odierni non sono equivalenti rispetto al riconoscimento della sede
neocorporativa, nè nel rapporto con il sindacato confederale, disparità
che sottopone l'impianto neocorporativo, non nel suo contenuto, ma per il sistema
di relazioni e l'equilibrio che lo deve sostenere, al rischio di rimessa in
discussione in relazione al prevalere o meno di un determinato equilibrio parlamentare,
oppure lo eleva a criterio selettivo dell'equilibrio capace di dominare, in
contrasto con il sistema formale. Questo, in un quadro in cui la sede neocorporativa
ha assunto un particolare ruolo istituzionale, e ha valenza nel far avanzare
gli interessi della B.I., nella governabilità, costituisce elemento di
contraddizione.
La ridefinizione dei poteri locali, avvenuta con la riforma elettorale per i
Comuni e per le Regioni, e con i provvedimenti tesi a rafforzare il decentramento
amministrativo e il federalismo fiscale, non ha una collocazione istituzionale
definitiva, e impedisce a questi poteri di esercitare un ruolo stabile e funzionale
alla possibilità di utilizzare le significative diversità economico-sociali,
come fattore di frammentazione del conflitto di classe e di ricomposizione corporativa
degli interessi sociali su una base di mediazioni locali sul criterio della
unicità di interessi alla competitività delle realtà territoriali.
In questi anni si è evidenziata la difficoltà da parte del quadro
politico di effettuare dei passaggi di avanzamento sul piano della riforma istituzionale.
Le realizzazioni su questo piano hanno riguardato l'aspetto della riforma elettorale
e sono state introdotte tramite forzature maturate all'esterno delle sedi parlamentari.
Il fallimento della Bicamerale D'Alema, ha dimostrato l'impossibilità
di separare, il piano delle riforme istituzionali, dallo scontro di classe e
dai riflessi sul quadro politico-parlamentare. La frammentazione del quadro
politico è da riferire alla difficoltà, nonostante l'introduzione
del sistema maggioritario, di coniugare il posizionamento delle principali forze
politiche intorno agli interessi della B.I. con la rappresentanza di interessi
sociali di altre classi, in modo da raggiungere un consenso ampio tale da eliminare
la pressione di interessi non omologabili. Il Prc e la Lega esprimono questa
contraddizione, ma anche la necessità e la funzione di garantire, attraverso
la rappresentanza in sede parlamentare, l'istituzionalizzazione di istanze di
classe o di interessi particolaristici della borghesia concorrenziale. Per il
Prc, significativo è stato il ruolo svolto di compattare settori del
movimento di classe intorno agli indirizzi politici antiproletari del governo
Prodi.
Altro aspetto critico è l'affermazione di soggetti politici, quali F.I.,
A.N. e Lega, estranei all'arco delle forze costituzionali, espressione di un
personale politico che, non essendosi selezionato nella fase storica precedente,
evidenzia un'inidoneità a rapportarsi ai caratteri della mediazione politica
storicamente definitasi, e quindi ad esprimere una capacità di governo
in grado di intervenirci calibratamente, che, nel passaggio del governo del
Polo e nelle posizioni assunte rispetto alla Bicamerale per le riforme, ha dimostrato
la inadeguatezza di questo schieramento a garantire governo dell'economia e
del conflitto di classe, ma anche a saper collocare il proprio interesse particolare
nel far affermare l'interesse della frazione dominante della B.I. come interesse
generale, tra cui le ambigue posizioni rispetto ai passaggi dell'Uem. Una contradditorietà
acuita dall'anomalia della figura di Berlusconi e del suo gruppo di potere,
ma soprattutto legata all'estraneità alla sede neocorporativa e a componenti
sociali che organizzino e rappresentino significativamente interessi di settori
proletari intorno agli interessi della borghesia. Infine, altro aspetto, è
l'impossibilità di azzerare la soggettività politica sulla base
del criterio della opportunità di introdurre formule di ingegneria istituzionale.
E' il caso ad esempio, del P.p.i. erede di quella componente della D.C. che
più di tutte ha rappresentato gli interessi della frazione dominante
della B.I., in equilibrio tra interessi atlantici ed europei, inquadrando intorno
ad essi, componenti sociali quali Cisl, primo tra i sindacati a proporsi in
un ruolo neo-corporativo e a rinnovarlo con il coinvolgimento dell'associazionismo
e della finanza cattolica, componente politica che ha espresso il suo ruolo
anche attraverso le massime figure istituzionali.
Le modificazioni dell'assetto politico-istituzionale sono quindi derivanti dal
processo politico collegato agli sviluppi dello scontro di classe e alle contraddizioni
prodotte dal governo dell'economia e del conflitto sociale. Un processo politico
che ovviamente con ha un rapporto meccanico con lo scontro di classe, ma contempla
un ruolo attivo, e offensivo, della soggettività politica, un rapporto
che si esprime come riflesso dialettico sulla sede politico-istituzionale che
ha una autonomia relativa rispetto ai rapporti di forza tra le classi.
Un processo che, in una irriducibilità del quadro politico-istituzionale
a semplificazioni bipartitiche, si snoda intorno alla difficoltà di costruire
due coalizioni idonee a sostenere una dinamica di alternanza tra equilibri politici
di governo, in grado di rappresentare una continuità dell'azione del
governo intorno agli interessi della frazione dominante della B.I., adeguata
ai rapporti di forza reali tra le classi, e quindi all'equivalenza rispetto
alla sede neocorporativa. Un processo che avviene nel posizionamento delle forze
politiche intorno ai nodi congiunturali dello scontro politico, che ha visto
un'assestamento della posizione dell'Italia intorno ai passaggi che ne riguardavano
il ruolo nelle politiche centrali dell'imperialismo, ma che ha caratteri maggiormente
critici sul piano interno e della politica economica.
Un ruolo particolare in questi anni è stato svolto dal Pds che ha sostenuto
organicamente le politiche di riforma e ristrutturazione economico-sociale e
di forzatura degli assetti politici. All'interno del Pds è D'Alema che
ha operato alla costruzione degli equilibri politici che hanno sistituito il
governo Berlusconi e ricondotto, l'opposizione di classe ad esso, in un ambito
funzionale all'esercizio di un ruolo di governo. Un ruolo politico che ha incontrato,
con la paralisi della Bicamerale da lui presieduta, una caduta significativa,
per la presunzione di pervenire ad un riordino complessivo dell'assetto costituzionale
e istituzionale, in una piena autonomia della sede parlamentare dalle contraddizioni
derivanti dallo scontro di classe e dagli effetti dell'operato dell'Esecutivo.
Un ruolo quello di D'Alema, e dei Ds in generale, che viene rilanciato dalla
responsabilità assunta, dal suo governo, con il pieno impegno dell'Italia
nell'attacco alla Jugoslavia, responsabilità che gestisce le continue
forzature con un'articolata tattica di progressive ratifiche parlamentari al
coinvolgimento delle forze armate italiane nella infame e folle aggressione
al popolo Jugoslavo, ed è sorretta da una volontà politica ad
andare fino in fondo, consapevole sia del rischio costituito dal manifestarsi
di segnali di debolezza per un equilibrio politico strutturalmente fragile,
che del processo di selezione che è in corso all'interno della Nato.
Seppure il Ppi, per il ruolo del suo personale politico, abbia spesso formulato
le basi per la definizione di passaggi corrispondenti ai reali equilibri parlamentari
e quindi adeguati ad affermarsi, la coalizione di centro-sinistra come maggioranza
politica e come coalizione dell'Ulivo, non costituisce una formula politica
stabile, nè si potrà istituzionalizzare la prassi della unificazione
della coalizione intorno alla designazione della figura che viene proposta come
presidente del consiglio come sintesi dell'equilibrio politico raggiunto all'interno
della coalizione stessa. Già la caduta del governo Prodi e l'uscita di
Rifondazione dalla maggioranza, dimostrarono come permanesse un processo di
trasformazione delle forze e delle formule politiche, processo riconfermato
dal successivo definirsi del progetto Prodi-DiPietro, teso non solo ad una semplificazione
del quadro politico, ma anche ad assumere ruolo in essa, definendo un soggetto
di centro-sinistra che superasse gli attuali partiti che compongono la coalizione
dell'Ulivo, progetto che l'incarico di Prodi alla Presidenza della Commissione
Europea ha ridimensionato in modo sostanziale. Un processo di trasformazione
critico, a causa della difficoltà della coalizione di centro-sinistra
a tradurre le scelte politiche di chiaro connotato antiproletario adottate dal
suo Esecutivo, in formazione di un consenso elettorale sufficiente ad ottenere
na maggioranza parlamentare. Un processo in cui dapprima, la ricerca di semplificazione,
attraverso l'accentuazione del meccanismo elettorale maggioritario, ha impattato
sull'esito referendario, decretando il concludersi di una stagione di forzature
extraparlamentari legittimate con il voto referendario; poi, avendo la compattezza
della coalizione, subìto una frattura con l'elezione di Ciampi alla Presidenza
della Repubblica ed essendosi determinata una ridefinizione dei rapporti politici
interni a vantaggio dei Ds, si è riaperto alla prospettiva di riforme
istituzionali.
Sul piano internazionale dominano, il quadro della crisi economica e finanziaria
con le sue prospettive di recessione mondiale, in particolare con il tracollo
dell'economia giapponese, e la crisi economica sociale e politica che investe
in specifico la Russia. All'interno di questo contesto si colloca l'offensiva
Nato contro la Jugoslavia, con il pretesto di una "crisi umanitaria"
nel Kosovo, passaggio odierno, e salto di qualità di quel processo di
destabilizzazione e successiva normalizzazione imperialista dell'area balcanica
e dei paesi dell'est europeo, su cui si è andato ridefinendo il ruolo
della Nato e dell'Ue e dei loro Stati membri. Un ruolo che si colloca nel mutare
dei termini della contraddizione est-ovest, non più imperniati sulla
contrapposizione di sistemi economico-sociali e sulla deterrenza nucleare, ma
sulla penetrazione economica e del modo di produzione capitalistico, operata
in funzione della ricerca di nuovi ambiti di investimento di capitali, di forza-lavoro
a basso costo e di nuove quote di mercato, con cui contrastare la crisi del
capitale. Penetrazione economica e del modo di produzione capitalistico, che
impossibilitata, non solo a prospettare uno sviluppo economico per queste aree,
ma anche solo a mantenere, seppure nel medio-lungo periodo, gli storici livelli
di sviluppo delle forze produttive e di risorse sociali, e che perciò
non può essere sostenuta solo con i tradizionali strumenti usati negli
ultimi decenni. Perciò il ruolo di Nato, Ue e Stati imperialisti, si
è qualificato nel costruire le condizioni che la consentissero, attraverso
la destabilizzazione politica, l'intervento bellico diretto, oppure attraverso
l'integrazione dell'Alleanza Atlantica di alcuni Stati ex-socialisti, e , per
governare le contraddizioni economico-sociali che genera questa penetrazione
e il loro sviluppo politico, è stata attuata una strategia di annientamento
di quegli Stati che rappresentavano punti di autonomia politico-militare, per
l'assoggettamento politico e per l'insediamento militare, e per allontanare
il fronte dai paesi del centro imperialista, e stringerlo intorno alla Russia
e agli altri paesi non assoggettabili nè semplicemente con la dipendenza
economica, nè con limitate offensive politico-militari. Processo in cui
possono costruirsi le condizioni e le forzature politiche interne al rapporto
Classe/Stato nei vari Stati europei, che mettano in grado di sostenere, nella
Nato, questo complesso ruolo politico-militare nei confronti dell'Est europeo
e dell'area mediterraneo-mediorientale. Un processo che, con i passaggi interni
alla costruzione dell'Unione europea, e in particolare sul piano delle politiche
repressive e controrivoluzionarie (Schengen), con la rifunzionalizzazione e
il rafforzamento delle forze armate e di polizia, con la partecipazione attiva
degli Stati europei alle iniziative militari Nato, con il rafforzamento della
complementarietà tra Nato e Ue, nella funzione di quest'ultima di allargamento
verso i paesi dell'est europeo, costituisce una dimensione idonea per mettere
in grado i singoli Stati europei, di sostenere una proiezione offensiva su un
piano politico-militare degli Stati Uniti. Processo che trova proprio nell'attestamento
della mediazione politica in senso neo-corporativo, la principale base di attuazione
e sviluppo, per un paese come l'Italia che svolge un ruolo cardine nella Nato,
per la sua storica funzione di portaerei nel Mediterraneo, e che vede nella
penetrazione in quest'area e in quella dell'Est europeo, uno sbocco non solo
per il capitale monopolistico, ma anche, per quel capitale a più bassa
concentrazione e centralizzazione investito in settori maturi, che può
trovare quote di mercato e occasioni di investimento laddove vada costruito
o ricostruito un intero tessuto economico (vedi la funzione svolta dall'Albania),
interessi comuni a frazioni di borghesia per i quali, l'intervento politico-militare
dello Stato in queste aree, costituisce una mediazione politica.
Il carattere dell'aggressione alla Jugoslavia, costituisce un ulteriore significativo
approfondimento nel costruirsi delle condizioni per cui, la tendenza alla guerra
accellerata dall'approfondimento della crisi di sovrapproduzione assoluta di
capitali, può trasformarsi in effettivo sbocco bellico generalizzato
per la sua maturazione, rivolta a forzare ulteriormente il rapporto con la Russia
attraverso la completa esautorazione del ruolo dell'Onu; per il suo contenuto
politico, attraverso il salto di qualità dell'intervento militare diretto
e aperto della Nato che sulla base del principio dell'ingerenza umanitaria ha
fondato la legittimazione formale dell'aggressione, e ha attestato il consolidamento
della riformulazione della propria concezione strategica, riadeguata agli attuali
caratteri economico-politici dell'imperialismo che vedono nell'accentuazione
dei processi di internazionalizzazione del capitale i motivi della ridefinizione
degli strumenti di dominio, nella direzione della tutela della penetrazione
economica laddove le condizioni politiche degli Stati la consentano, e nella
direzione dell'insediamento politico-militare e della costruzione delle condizioni
politiche istituzionali e militari necessarie a stabilire l'ordine dei rapporti
sociali capitalistici, laddove esistano sistemi politico-statuali che esprimano
termini di autonomia rispetto all'ordine imperialista o formazioni economico-sociali
che non riescano a strutturare un'ordinamento politico-istituzionale funzionale
ad un'economia di mercato. Un'aggressione che vuole affermare il principio dell'ineluttabilità
dell'intervento militare nel caso della non accettazione dei dettami politici
della Nato e che è espressione dell'organicità dei rapporti Usa-Ue;
che è apice pratico di quel processo di rifunzionalizzazione del ruolo
imperialista e controrivoluzionario da sempre svolto dalla Nato, nel quadro
degli attuali equilibri internazionali, e in cui infine, lo Stato italiano non
ha affatto assunto una posizione servile nei confronti del polo dominante Usa;
ma si è collocato in prima linea per rappresentare gli interessi della
propria borghesia e coniugarli con quelli delle altre borghesie dei paesi dominanti
della catena.
Un processo di rifunzionalizzazione della Nato e del ruolo dei singoli Stati
imperialisti in essa, che non è affatto privo di contraddizioni, che
si deve imporre sulle resistenze che trova all'interno dei paesi e deve contrastare
le tendenze al coagularsi dell'opposizione alla guerra in opzioni offensive
e rivoluzionarie; processo contro il quale, in Italia, già nel 1994 i
Nuclei Comunisti Combattenti collocarono la propria iniziativa offensiva contro
il Nato Defence College, in occasione del Vertice Nato di Bruxelles con cui
si sanzionavano le linee del Nuovo Ordine Mondiale, in un quadro più
complessivo di iniziative politico-militari del Movimento Rivoluzionario attuale
in questi anni, contro la Nato e, che recentemente si sono affiancate ad attacchi
al ruolo dei Ds nella guerra imperialista alla Jugoslavia, in dialettica con
la tendenza dell'autonomia di classe a dare un contenuto offensivo alla opposizione
all'imperialismo.
Sul piano politico europeo le velleità di un riformismo sociale non liberista
a cui in particolare in Italia aveva guardato il Prc, decadono con l'uscita
di scena di Lafontaine dapprima, e poi con l'inizio dell'aggressione alla Jugoslavia,
e il procedere di un processo di convergenza delle maggioranze politiche dei
paesi europei verso equilibri politici di governo analoghi e politiche economiche
omologhe, si è venuto a misurare con l'impegno comune nella guerra, nuovo
piano su cui si dovranno assestare sia questi equilibri che le politiche economiche
che dovranno essere adottate per reperire le risorse per sostenere la guerra
e la spesa per il riarmo e il riassetto militare necessario, che i progetti
per garantire i necessari termini di governabilità interni. In questo
quadro si colloca il recente Vertice Nato di Washington che avrebbe dovuto sanzionare
la nuova strategia Nato, l'adesione ad essa di ex-membri del Patto di Varsavia,
e anche l'esito dell'offensiva contro la Jugoslavia. A causa della guerra in
corso, ha dovuto avere funzione di costruire alcune condizioni per proseguirla
e per concluderla raggiungendo l'obiettivo politico di scardinare l'assetto
politico Jugoslavo. E' ora infatti questa guerra la cartina di tornasole della
validità della nuova dottrina, e della sostenibilità del ruolo
che la Nato si è data. Un vertice a cui manca la Russia, formalmente
invitata a svolgere un ruolo di mediazione tra la Nato e la Jugoslavia, per
evitarne una palese umiliazione che la destabilizzi ulteriormente, in realtà
delegata ai margini del quadro internazionale, in attesa del suo turno. Un vertice
che lo stesso recente plebiscitario voto del Parlamento Usa al finanziamento
dello scudo satellitare anti-missili balistici, progetto rimasto per anni fermo,
indica quanto sia indirizzato a strutturare le linee del nuovo ordine mondiale,
ossia di un dominio imperialista che deve essere imposto con la forza.
Nel quadro generale di processi e tendenze presenti a livello europeo e internazionale,
in Italia, il governo, i sindacati confederali, la confindustria e altre sigle
del mondo della piccola e media impresa e sindacali, firmano, nel dicembre del
1998, il "Patto per l'occupazione e lo sviluppo".
Il Patto rinnova le linee di politica dei redditi già presenti nel '93,
e ne rilancia i contenuti di fondo, a partire dal principio che sono le imprese
il motore primo dell'occupazione, e perciò, il destinatario del sostegno
dello Stato, e in funzione dell'emergenza occupazione, approfondisce il ruolo
della politica dei redditi nella direzione di un intervento che si articola
a tutti i livelli di governo, dal nazionale al regionale al locale, e continua
e riferirsi ai criteri macroeconomici di controllo dell'inflazione e del deficit
pubblico, stabilendo un rapporto più organico tra negoziazione e processi
decisionali interni e U.E. A sostegno di questi obiettivi e delle politiche
"per lo sviluppo e l'occupazione" e della "programmazione dei
fondi strutturali 2000-2006", che il patto delinea, viene disegnata la
struttura della negoziazione corporativa come un articolato che attraversa tutti
i livelli di governo e capillarmente, come un vero e proprio assetto di carattere
istituzionale che palesa in modo esplicito, tutta la sua funzione non solo economica,
ma anche politica, di natura antiproletaria e controrivoluzionaria, quando viene
previsto che la concertazione si rafforzi nel campo dei servizi di pubblica
utilità, anche attraverso l'attivazione di sedi di confronto, regole,
e istituzioni specifiche, "in particolare laddove si registrano un tasso
di conflittualità elevato e forti esternalità verso il sistema
economico e sociale"!!
Il carattere corporativo, antiproletario e controrivoluzionario di questa impalcatura
economico-politica è inequivoco e profondo, perciò in questo progetto
politico la nostra O. ha individuato il ruolo politico-operativo svolto da Massimo
D'Antona, ne ha identificata la centralità e, in riferimento al legame
tra nodi centrali dello scontro e rapporti di forza e politici generali tra
le classi, ha rilanciato l'offensiva combattente, secondo i criteri dell'attacco
al cuore dello Stato, cardine della Strategia della Lotta Armata per la conquista
del potere politico e l'instaurazione della dittatura del proletariato. Con
questa offensiva, mirata a ostacolare lo sviluppo programmatico del progetto
centrale, che è teso ad ottenere sia avanzamenti nel merito della ristrutturazione
e riforma economica e sociale, sia nel consolidamento del dominio della borghesia,
con l'assestamento di una mediazione politica di carattere neocorporativo, le
BR-PCC si prefiggono, in generale, il rilancio della prospettiva della conquista
del potere per l'instaurazione della dittatura del proletariato, come prima
tappa della costruzione di una società comunista, e, in specifico, di
ottenere un relativo vantaggio politico per il campo proletario, da impiegare
ai fini della ricostruzione delle forze rivoluzionarie e degli strumenti politici
e organizzativi atti ad attrezzare la classe allo scontro prolungato con lo
Stato. La linea politica che indirizza l'offensiva combattente è orientata
a colpire le responsabilità centrali nell'opera di istituzionalizzazione
della sede neo-corporativa, nell'approfondimento del ruolo politico dell'Esecutivo,
e nella sua azione programmatica tesa a tradurre in iniziativa legislativa quelle
linee di riforma e ristrutturazione economico-sociale, tutti aspetti, intorno
ai quali oggi si gioca lo scontro tra le classi, e rispetto a cui il consolidamento
del progetto neo-corporativo costituisce condizione generale attraverso cui
l'Esecutivo intende gestire le contraddizioni antagonistiche, trasformandole
in passaggio di arretramento politico per il proletariato. Un'iniziativa politico-militare
che per questo opera, nel contempo, sul piano immediato, aprendo un varco offensivo
nella situazione difensiva della classe, e su un piano di prospettiva politica,
facendo vivere offensivamente il nodo del potere: opera sul piano progettuale
e programmatico imponendo nello scontro, sul terreno della guerra, gli interessi
generali del proletariato, qui ed ora, portando l'offensiva, al livello in cui
si definiscono i rapporti di forza e politici tra le classi, al livello cioè
dell'iniziativa politica, e nel merito dei nodi centrali dello scontro, nella
congiuntura. In ciò pone i concreti termini politico-programmatici su
cui fare avanzare la guerra di classe di lunga durata, nella dialettica con
le istanze di potere che sorgono dalla lotta del proletariato. Un attacco al
"cuore dello Stato" che è il portato della dialettica politica
tra una linea di continuità-critica-sviluppo del patrimonio comunista
in specifico dell'esperienza prodotta dalle Br nel nostro paese e peculiarmente
del ricentramento operato dalle B.R.-P.C.C. nella Ritirata Strategica, e il
concetto percorso di riaggregazione delle avanguardie rivoluzionarie, in funzione
della ricostruzione delle forze rivoluzionarie e in particolare di un'Organizzazione
Comunista Combattente che agisca da partito per costruire il Partito. Un processo
di aggregazione che costituisce uno stadio peculiare della Fase di Ricostruzione
delle Forze Rivoluzionarie, processo che ha visto come passaggio centrale il
rilancio dell'iniziativa rivoluzionaria operato dai Nuclei Comunisti Combattenti,
con l'attacco all'accordo sulla politica dei redditi tra governo confindustria
e sindacati confederati, nel '92 con l'attacco contro la sede della Confindustria,
e nel '94 in occasione del Vertice N.A.T.O. di Bruxelles, con l'iniziativa contro
il N.A.T.O. Defence College con cui veniva attaccato il disegno di nuovo ordine
mondiale e la strategia di "presenza avanzata" e la complessiva rifunzionalizzazione
della Nato e dell'architettura con cui il dominio imperialista si attrezzava
a sostenere il ruolo politico-militare aderente ai caratteri odierni del modo
di produzione capitalistico e della sua crisi e a sfruttare i rapporti di forza
favorevoli determinatisi negli equilibri internazionali. Con queste iniziative,
i N.C.C. sintetizzano il rilancio dell'offensiva rivoluzionaria, con l'avvio
di un processo di aggregazione delle avanguardie rivoluzionarie, operando nel
vivo dello scontro e intervenendo nei nodi politici su cui ruota la contraddizione
classe/Stato e quella imperialismo/antimperialismo. Un processo con cui inevitabilmente
si misurano tutte le avanguardie che vogliano rilanciare la prospettiva comunista
e i suoi obiettivi storici, e avviare un processo di superamento della attuale
situazione di difensiva della classe. Un'esperienza, quella dei N.C.C. che si
sviluppa nel tradurre in prassi rivoluzionaria, il contenuto offensivo dell'autonomia
politica di classe, rapportandosi con i termini più avanzati di autonomia
politica espressi dal proletariato nel paese, ovvero il patrimonio politico-strategico
sviluppato dalle BR-PCC, collocandolo nelle condizioni di difensiva della classe,
prodottesi nel duplice processo controrivoluzionario, che ha determinato una
condizione di discontinuità del percorso rivoluzionario, delle condizioni
interne sul piano Classe/Stato, e negli equilibri internazionali. Un rapporto
con le condizioni e con le contraddizioni della situazione di difensiva della
classe, che attraverso la soggettività rivoluzionaria, in quanto parte
dello scontro generale, che ha imposto di definire strumenti politico-organizzativi
e condizioni, che costituissero soluzioni politico-concrete per rapportarsi
in termini offensivi nello scontro di classe.
Solo organizzando le forze rivoluzionarie e proletarie, fin da subito sul terreno
strategico adeguato a sostenere una prospettiva di potere a partire dall'attacco,
e costruendo le condizioni politico-organizzative e materiali, per assumere
iniziativa d'avanguardia rispetto ai nodi generali relativi alla contraddizione
rivoluzione/controrivoluzione, è possibile avviare un percorso che, relazionandosi
allo scontro di classe, nei suoi caratteri generali, affronti le condizioni
storiche di fase in termini di avanzamento.
Su questo piano, le avanguardie rivoluzionarie si rapportano con i caratteri
storici presenti della Fase di Ricostruzione, cioè con la necessità
di operare un processo di aggregazione dal quale si possano selezionare i termini
complessivi necessari alla ricostruzione di un'Occ che agisca da Partito per
costruire il Partito e che, in quanto tale, possa costituire il Nucleo Fondante
il Partito. La costruzione di un soggetto organizzato che affronti il nodo della
ricostruzione delle condizioni per lo sviluppo della guerra di classe di lunga
durata, si può avviare solo a partire dall'esercizio di un ruolo d'avanguardia
rispetto allo scontro di classe in generale. Per questo, l'avvio di tale percorso,
deve essere impostato dalla costruzione delle condizioni politiche, militari,
tecniche e organizzative, per mettere in campo e sostenere il rilancio dell'offensiva
rivoluzionaria nei nodi politici centrali dello scontro di classe, al fine di
collocare in questo scontro il dato politico assente, ovvero l'espressione dell'autonomia
politica di classe che, rispetto alle contraddizioni generali dello scontro,
definisce e colloca l'interesse autonomo della classe e le sue prospettive di
potere. In sostanza, il carattere principale dell'avvio di questo processo,
si definisce intorno al nodo di costruzione delle forze per l'offensiva, della
tenuta e della stabilità dell'organizzazione delle forze sul terreno
strategico. Dover superare questo stadio, nella tensione all'avanzamento, come
soggetto organizzato, verso l'obiettivo della ricostruzione di un'Occ che agisce
da partito per costruire il Partito, nel vivo dello scontro rivoluzionario,
consente di evidenziare le contraddizioni concrete, collegate al rilancio della
prospettiva rivoluzionaria, nelle condizioni politico-organizzative danneggiate
e disperse dal processo controrivoluzionario. Una definizione di problemi che
può dare concretezza ai caratteri della fase, altrimenti assumibili solo
ideologicamente, quali ad esempio la contraddizione costruzione/formazione.
Una concretezza relativa alla specificità delle condizioni di discontinuità
che, nella definizione dei caratteri dei nodi, ne delinea anche le possibili
soluzioni politico-organizzative, nella costruzione di un patrimonio politico
collettivo.
Il dato di fondo è che, la ricostruzione delle forze rivoluzionarie e
proletarie, nel quadro del passaggio della ricostruzione di un'Occ che abbia
funzione di nucleo fondante il Partito, riguarda tutti gli aspetti che consentono
di concepire il conflitto e di combatterlo: dagli elementi di materialismo storico-dialettico,
alle competenze operative per agire nell'unità del politico e del militare,
ai criteri che consentono ad un soggetto organizzato di essere tale. Dati costanti
sono che, ciò è impossibile, se non si affronta operando immediatamente
sul terreno della prassi rivoluzionaria in una dimensione organizzata, riferita
ai nodi generali della contraddizione rivoluzione/controrivoluzione, e che le
avanguardie rivoluzionarie, l'insieme delle forze militanti, devono tener conto
della complessità e complessità su cui operare per avanzare in
termini di ricostruzione d'una forza rivoluzionaria. Le condizioni attuali della
Fase di Ricostruzione, sono state connotate da questi elementi: - da un lato
l'acutezza delle contraddizioni di classe e l'operare offensivo della borghesia
e del suo Stato, in un rapporto di scontro immediatamente politico, in quanto
inerente alla ridefinizione della mediazione politica e al portato in essa dello
scontro rivoluzionario. - dall'altro, la mancanza nei nodi politici generali,
che costituiscono l'oggetto immediato dello scontro, di una posizione che definisse
fattivamente gli interessi generali della classe, sia in termini di critica
di classe, che di prassi offensiva, che di prospettiva di potere; che si definisse
nello scontro di classe attuale.
Il portato del processo controrivoluzionario e gli sviluppi dell'offensiva della
borghesia e del suo Stato, hanno indotto l'affermazione nel campo proletario
e rivoluzionario di tendenze difensive, prodotte proprio dal rapporto di forza
sfavorevole che rilancia tali tendenze approfondendo le condizioni di arretramento,
mentre nel contempo, la mediazione neocorporativa è il piano proposto
e imposto dallo Stato. Il contenuto prevalente nell'opposizione proletaria ha
avuto, in questi anni, un carattere di critica sociale, aclassista o interclassista
e, dentro questo contenuto, si sono collocate componenti politiche e sociali
che mettono in atto una prassi che vagheggia ipotesi di riformismo sociale.
In questo quadro si sono collocate anche forze politico-istituzionali che fanno
riferimento al proletariato, la cui progettualità ha egualmente un carattere
di riformismo sociale e che, su questo punto di congiunzione, hanno incorporato
e istituzionalizzato istanze della autonomia di classe che scaturiscono dallo
scontro, ingabbiandole in pratiche di lealismo istituzionale.
Una tendenza questa, disarmante per gli interessi generali della classe, che
in alcuni passaggi politici, ha visto queste componenti farsi carico del sostegno
ai progetti dello Stato e alle politiche centrali dell'imperialismo.
Su un altro piano si è collocata una tendenza all'economicismo che, svuotando
le istanze di autonomia di classe del loro contenuto politico generale, le ha
indirizzate verso uno sbocco di subordinazione in quanto riferite ad istanze
rivendicative, parziali, storicamente prive di prospettiva, proprio per le delimitazioni
del piano di lotta assunto, che a maggior ragione in una fase che vede la classe
in posizione di difensiva, non sono in grado di costruire rapporti di forza
con prospettive di avanzamento nemmeno in contesti particolari, tranne in settori
strategici per il funzionamento del sistema economico, rispetto ai quali lo
Stato combina misure repressive e un terreno di trattativa corporativa remunerativo
per frammentare e procedere gradualmente nel compatibilizzare tali settori.
Per componenti politiche che si riferiscono alla classe come classe in sè
e per sè, l'assunzi