Biblioteca Multimediale Marxista


P.C.I.: ANCHE GRAMSCI IN SOFFITTA


lc, n° 77


Da tempo, da quando nel dopoguerra prendemmo conoscenza con appassionato interesse delle riflessioni che, nei lunghi ed amari anni di carcere fascista. Antonio Gramsci aveva lasciato nei suoi quaderni, ci convincemmo che il pensiero gramsciano ben pochi continuatori coerenti avrebbe trovato. Spiegammo le ragioni della nostra valutazione. Avremo occasione di ritornare a spiegarle con ulteriori considerazioni analitiche. Comunque il tempo ci ha dato ragione.
Il PCI, dopo aver utilizzato parzialmente alcune teorie gramsciane ed averne lasciato in ombra molte altre, si appresta ad abbandonare anche i concetti di egemonia e di moderno principe con i quali, per anni, aveva voluto stabilire una continuità di tradizione culturale. Come esercizio di rigore e di serietà l'odierno spettacolo "pluralistico" degli intellettuali del PCI è poco edificante. Più che al classico Ser Niccolò Macchiavelli si apparenta a Stenterello, più che al principe somiglia al suo giullare.


Sono passati pochi anni da quando il PCI tentava l'operazione di contrapporre l'italiano Gramsci al russo Lenin. Ma nel giro di pochi mesi anche la trincea gramsciana viene abbandonata ed oggi il suo pensiero viene svenduto con cadenza quotidiana.
Da tempo la nostra organizzazione individua nel peso crescente degli intellettuali negli organismi direttivi del PCI una delle ragioni del deteriorarsi della sua forza. E' paradossale che siano proprio questi intellettuali, che per Gramsci devono costituire la forza del moderno principe, quelli che contribuiscono con sempre maggiore lena a gettare il suo pensiero alle ortiche.
L'opportunismo non ha bisogno d i grandi teorie per giustificare la propria pratica. Proprio per questo i partiti opportunisti più forti non hanno mai avuto bisogno di rinnegare formalmente le loro tradizioni. L'opportunismo italiano invece proprio perché più debole é dovuto ricorrere di più ai miti ideologici Oggi sotto i colpi delle più attrezzate scuole d i pensiero borghesi deve abbandonare frettolosamente quell"'italo marxismo" che fino a ieri sbandierava come un suo punto di forza.

Primo atto: "Il 'primato della politica' affermato da Gramsci è l'introduzione al totalitarismo"

Così nell'estate di quest'anno "Il Giornale " di Montanelli riassumeva quello che secondo lui era il grido di allarme della cultura liberaldemocratica contro "lo strapotere della cultura marxista".
"Come uscire dalla trappola? quando l'apparato totalitario ha già in mano la radio, la televisione, i giornali, la scuola, le case editrici, il teatro e il cinema, i libri di testo, i premi letterari che, come i premi Cremona di Farinacci, esaltano il "primato della politica ?" si chiedeva l'articolista.
Era il lá ad una campagna che avrebbe presto messo alle corde un ''comunismo così intellettuale, e così italiano" come si diceva in un altro articolo dello stesso periodo. La classe operaia aveva scelto la via della cultura per affermare la propria egemonia. Questa la versione avvalorata da anni di chiacchiere degli intellettuali del PCI--scelta per chiamare alla riscossa una piccola borghesia che metteva in un unico fascio "l'assenteismo operaio" e lo scarso rendimento scolastico dei propri figli. L'attacco era ben studiato e orchestrato. Puntava sul lato più debole dell'opportunismo: la crescente presenza nelle sue file di un gran numero di intellettuali chiacchieroni e convinti del loro ruolo di punta.
L'attacco del "Giornale" proseguiva. Recensendo nel settembre una nuova rivista si diceva: "L'avvenire del totalitarismo si chiama gramscismo, dice Augusto Del Noce. Proponendosi di cancellare nell'uomo la memoria storica, esso sostituisce il mito alla cultura: si tratta di un'operazione di apparati non polizieschi ma intellettuali. Purtroppo--conclude l'analisi sociologica di Corrado Barberis--la falange degli intellettuali disponibili per operazioni del genere e' foltissima Essi formano il nuovo ceto dominante il quale fonda il privilegio nell'istruzione, così come la classe precedente lo aveva fondato sulla proprietà".
Il richiamarsi al primato della politica, esercitato dagli intellettuali del PCI come il primato della chiacchiera, era il simbolo della volontà egemonica della sinistra parlamentare, contro il quale scagliare il "materialistico interesse" dei proprietari'
Intermezzo: Le contorsioni di "Rinascita"

I teorici del PCI, partiti con la convinzione che le loro contorsioni linguistiche sarebbero state sufficienti a dribblare gli attacchi (e scartare gli attaccanti), si accorgono oggi che anche le parole possono contare. Cercano perciò di disfarsi al più presto di 'primati" ed "egemonia" e con loro di Gramsci
Ancora nel febbraio del 1975 Luciano Gruppi, teorico del PCI, cercava di combinare il concetto di egemonia con quello di pluralismo. Diceva "Abbiamo accolto da una tradizione che non é nostra ,quella cattolica, il termine di 'pluralismo". Nessuno scandalo! Un pensiero procede confrontandosi con altre concezioni e da quelle anche accogliendo concetti, spunti, esigenze. Ma per noi, il termine di "pluralismo" cambia sostanzialmente di significato, perché non si riferisce più ad una società (e tanto meno ad un partito) capace--illusoriamente! --di comporre, nell'interclassismo, classi sociali antagoniste. Per noi, il termine nasce dal fatto che abbiamo preso coscienza di come sia enormemente cresciuto, nella nostra società, il peso e il dominio del capitalismo monopolistico e come ciò abbia determinato nuove contraddizioni all'interno della stessa stratificazione della borghesia. E dal fatto che di fronte a tale nemico di classe e ad una complessa stratificazione sociale, quale e' quella italiana, la classe operaia può assolvere al suo compito rivoluzionario solo se concepisce in modo nuovo la egemonia del proletariato".
Siamo già molti passi distanti da Gramsci ma si polemizza ancora con l'interclassismo del tipo DC, e si ripete sempre la favola dei fronti antimonopolisti che appianerebbero le contraddizioni tra padroni e operai.
Ma a soli due anni di distanza l'egemonia della classe operaia é trasformata in semplice "capacità di direzione" ed "é chiamata a costituire un sistema di alleanze assai vaste ed articolate, anche contraddittorie,...." (Rinascita 17 dicembre 1976).
In un'intervista all'Espresso del 5 dicembre 1976 il pluralismo é ormai diventato come quello della DC: "Basti vedere lo sforzo che abbiamo compiuto per inserire tra gli alleati degli operai i piccoli e medi imprenditori che in fabbrica gli operai stessi si ritrovano come rivali antagonistici" Ecco come in due soli anni il pluralismo é diventato "capace--illusoriamente! --di comporre, nell'interclassismo, classi sociali antagoniste."
Infine la teoria dell'egemonia di Gramsci, sebbene rimaneggiata, non serve più a guidare la politica del PCI ma è "un passaggio obbligato per chi voglia capire il nostro nesso tra riforme e rivoluzione." "...E' indispensabile per capire come si arriva da Lenin al PCI negli anni 70." E ' diventata cioè un utile strumento per gli studiosi di storia del PCI. "Dopo di che - conclude Gruppi -non abbiamo difficoltà ad ammettere che di strada se ne é fatta, e tanta" E così Gramsci dopo esser stato "superato"--come dice Gruppi -in tutti i punti del suo pensiero, può essere definitivamente buttato alle ortiche.

Secondo atto: Egemonia uguale totalitarismo

La pressione sul PCI si é presto spostata dal campo teorico a quello politico. Le richieste di precisare d concetto di egemonia si sono trasformate in quelle d i chiarire che fine farebbe l'opposizione se il PCI andasse al governo. La parola é passata dai teorici ai politici e agli editorialisti. Zaccagnini vuole precisazioni sul concetto di egemonia: "e non ci tranquillizza molto la precisazione che comunque non si tratterebbe tanto dell'egemonia del "principe" gramsciano, vale a dire del partito comunista quanto della classe operaia che però, non può prescindere dal "momento partito". E Ronchey, sul Corriere della Sera chiede al Comitato Centrale del PCI di "buttare all'aria i cassetti dell'ideologia, "Norberto Bobbio in una serie interminabile di articoli invita i dirigenti del PCI a non giocare sul concetto di pluralismo, mentre appaiono a getto continuo articoli che variamente dimostrano l'incompatibilità d i concetto di egemonia in Gramsci con quello di pluralismo sostenuto dal PCI.
Iniziano da parte dei dirigenti del PCI ad uscire una serie di dichiarazioni, prima caute, poi sempre più aperte che prendono le distanze da Gramsci
A Napoli, ad un dibattito tenuto il 16 settembre Nicola Badaloni, presidente dell'istituto Gramsci" ha difeso--come riferisce la Stampa--il grande marxista sardo, ma senza dogmatismi, precisando che il PCI é pronto a prendere le distanze anche da Gramsci ,"ha detto inoltre che verrà fatto un convegno "per accertare cosa c'è di vivo e valido e cosa c'é di superato e inerte nel pensiero gramsciano. "
Ingrao su Rinascita del 3 dicembre dice: "Non credo che noi possiamo mettere sulle spalle di Gramsci tutte le cose che andiamo dicendo oggi" e Gruppi nell'intervista citata afferma: "Se ci fermiamo alle definizioni date da Gramsci non si arriva certo al pluralismo."
Infine Umberto Cerroni, sull'Unità del 28 dicembre afferma testualmente: "Ora, proprio la logica politica ha imposto al movimento operaio italiano--con la sconfitta di fronte al fascismo, prima, con la lotta antifascista e con la costruzione di una repubblica democratica poi--prospettive nuove e diverse e per certi aspetti nettamente contrastanti con quelle che si erano affermate attorno agli anni 20 e che ne avevano segnato la sconfitta."
Che significa attribuire anche a Gramsci la sconfitta di fronte al fascismo, novità assoluta detta da un'esponente del PCI.

Finale: La parola passa ai notabili del P.C.I.

Le revisioni teoriche hanno motivazioni pratiche.
L'ultimo Comitato Centrale del PCI quello del 13 dicembre 1976 ne e' un'illustrazione.
Nella relazione di Cervetti, di taglio molto difensivo, si osserva che le domande sul pluralismo e sull'egemonia che da più parti vengono rivolte al PCI "si intrecciano con esigenze che scaturiscono dall'interno stesso del partito." L'egemonia contestata dalle altre forze politiche se riferita all'intera società, viene messa in discussione anche all'interno del partito.
Se nella società "si tratta tuttavia oggi--dice Cervetti--di costruire uno schieramento laico comprendente anche le forze moderate o ampi settori di esse" all'interno del partito si tratta di soddisfare le esigenze "antiegemoniche", di autonomia nei confronti della segreteria con la formazione di un Consiglio Nazionale. In esso entrano come membri d i diritto "i componenti dei direttivi parlamentari, esponenti di Consigli Regionali e degli Enti Locali", rappresentanti dei comunisti impegnati nelle Cooperative e nei sindacati, ecc.
Questo Consiglio Nazionale secondo la proposta di Cervetti avrebbe tra l'altro " la possibilità di procedere ad un rinnovamento elettivo degli altri organismi".
Il parlamentarismo entra ufficialmente negli organismi dirigenti del PCI sull'onda del pluralismo!
La rappresentanza da parte delle varie componenti del PCI di interessi "antagonistici" sgombra la strada ai seppellitori d i Gramsci.
Tortorella, responsabile della sezione cultura del PCI, nel suo intervento al Comitato Centrale vuole superare i ritardi e il "divario tra elaborazione politica e teorica" proponendo di ' andare oltre" non solo Gramsci, ma anche Togliatti "per dare il nostro contributo al superamento reale della controffensiva che é in atto anche sul terreno culturale e ideale."
Ma l'atteggiamento dei dirigenti del PCI é chiarito meglio di ogni al tra cosa dall'intervento sconcertato dell'anziano senatore Donini Egli invita i membri del Comitato Centrale a riflettere sul "modo in cui questa nostra linea politica viene concretamente giustificata e talvolta praticata."
Ho l'impressione che vi sia in taluni compagni una tendenza, che io considero estremamente pericolosa, a considerare la storia passata del partito e del movimento operaio in generale come qualcosa da rivedere radicalmente e in qualche modo persino da dimenticare, in vista di una nuova fase, che a me pare invece non ancora esaurita (...) ma é sconcertante come da parte di taluni compagni si pensi di poter procedere ad una semplicistica revisione. E tuttavia ad una semplificazione, i cui criteri ben poco hanno di storicistico, si dà luogo da parte di alcuni su una serie di temi assai rilevanti; affermazioni secondo cui la rivoluzione russa del 17 fu "prematura", o secondo cui il nostro sarebbe un partito marxista ma non leninista, o secondo cui il profitto non possa essere posto in discussione, essendo ancora la nostra una economia "di mercato", o secondo cui nella società italiana vi sarebbero più "elementi di socialismo" che non in quella sovietica Affermazioni di questo genere assolutamente fuori dalla realtà non possono non suscitare nel nostro partito la più viva preoccupazione."
Anche per il vecchio senatore ce n'è d'avanzo.