Biblioteca Multimediale Marxista
Ormai la presenza di una forte immigrazione, proveniente dal
bacino mediterraneo e dall'Africa, nella metropoli italiana è un dato
accertato e sta superando quel due per cento della forza lavoro da noi calcolato
un anno fa quando, tra i primi, ci occupammo del problema.
E' un fenomeno che è cresciuto, silenziosamente, negli ultimi anni mentre
le correnti politiche e sindacali macinavano a vuoto cascate di parole sui "nuovi
modelli di sviluppo", sul "modo nuovo di lavorare", sul "modo
nuovo di far politica", sul "modo nuovo di programmare", sui
"nuovi piani di settore", sul "modo nuovo di gestire" la
scuola - il quartiere - la salute ecc. ecc.
Sempre a parole "cambiava l'Italia", si alzava "un grande rinnovamento",
dilagava "la partecipazione a tutti i livelli", ed il paese diventava,
tra l'attenzione di tutto il mondo, un "grande laboratorio sperimentale"
di ogni tipo di democrazia: diretta, consociata, pluralista, alternativa, partitica,
associativa, costituzionale, industriale, agricola, cooperativa, gestionaria,
con elementi di socialismo, senza, ecc. ecc.
Ma tutte queste novità da intellettuali, occupati o disoccupati, non
sono riuscite a vedere una cosa vecchia quanto il mondo borghese: l'arrivo di
centinaia di migliaia di lavoratori, frutto della miseria, figli di tante razze,
fratelli di tante disgrazie sociali.
Il Censis, su incarico del Ministero degli Affari Esteri ha
svolto una indagine campionaria sulla immigrazione in Italia. Già con
la presentazione del volume statistico sulla emigrazione, il sottosegretario
agli Esteri Franco Foschi aveva posto l'accento su questo fenomeno denunciando
anche il ritardo con cui veniva affrontato in Italia. "Il Sole-24 Ore"
del 26 ottobre pubblica in anteprima i dati elaborati dal Censis con il titolo
"In Italia il capolinea della speranza" e con questo commento:
«Per un paese abituato come il nostro a veder partire manodopera un po'
per tutte le direzioni, la scoperta di questi arrivi, l'accorgersi ogni giorno
di più che non si tratta di fenomeni "esotici", ma di presenza
continua, massiccia, inevitabile, sta diventando una esperienza traumatica".
All'inizio del 1978, nel nostro giornale, abbiamo preso in considerazione l
'immigrazione in Italia, la formazione di uno strato proletario "di pelle
B". In quell'articolo precisavamo che questi lavoratori sono destinati
a crescere per numero pur superando già la soglia del 2 per cento della
forza lavoro. Sottolineavamo come le cause di questo fenomeno, nuovo per la
metropoli italiana, risiedevano nella sua maturità imperialistica, nella
diffusione del parassitismo da una parte e del lavoro nero e a bassi salari
dall'altra, nel progressivo rallentamento della disgregazione contadina meridionale
che anche nel recente passato aveva messo a disposizione migliaia di braccia
per il capitale italiano e internazionale.
Nel recente studio campionario del Censis gli immigrati in Italia sono stimati
da un minimo di 280 mila a un massimo di 410 mila unità. La distanza
tra le due cifre rende poco significativo il dato numerico. Altre stime apparse
sui maggiori quotidiani danno circa 120 mila immigrati non ufficiali solo a
Roma, oltre 100 mila a Milano; ad esempio i sindacati marocchini dichiarano
che sono circa 30 mila i loro connazionali immigrati clandestinamente in Italia.
Il lavoro degli immigrati
La ricerca svolta sottolinea come la tendenza dell'immigrazione sia in espansione
e permette di descrivere qualitativamente quali sono gli sbocchi occupazionali
che i lavoratori stranieri trovano in Italia.
L'indagine è riferita al Triveneto, Milano, l'Emilia Romagna e la Sicilia.
Al primo posto nella graduatoria delle attività svolte dagli immigrati
vengono il lavoro domestico, quello nel settore del turismo e del facchinaggio.
E' una presenza estesa un po' in tutte le grandi città italiane, da Milano
a Genova, a Roma a Palermo.
Altro settore di attività è l'edilizia. "Il Sole-24 Ore"
commentando i dati Censis per la zona di Milano sottolinea come il fenomeno
di immigrati al lavoro dell'edilizia «non trascura anche le grandi imprese
costrette a ricorrere a manodopera straniera per la indisponibilità di
maestranze nazionali». Per la ricostruzione delle zone terremotate del
Friuli si stima che occorrono 18-20 mila edili. Questa cifra può essere
coperta solo utilizzando operai jugoslavi.
Anche il settore industriale è ormai un punto di riferimento del proletariato
che passa la frontiera italiana.
Era noto il caso di nordafricani occupati nelle piccole fonderie, bisogna aggiungere
la presenza di questi lavoratori anche nei settori della trasformazione di prodotti
animali quali la lavorazione del pesce in Sicilia o la lavorazione delle interiora
degli animali nel milanese.
Come si vede gli immigrati seguono la scala in cui è stratificata la
forza lavoro. Iniziano ai livelli più bassi della remunerazione e della
qualità del lavoro, arrivano all'edilizia, passano nel settore industriale
sino a toccare la propagine inferiore del ramo metalmeccanico.
Il carattere della disoccupazione in Italia
Il giornale della Confindustria citato, a commento dei dati della rilevazione
effettuata per conto del Ministero degli Esteri porta un articolo dal titolo:
"Perché importiamo manodopera". Per rispondere a questa domanda
occorre tener presente come il mercato della forza lavoro sia estremamente composito
e differenziato. E' bene ricordare quanto il Ministro del Tesoro Pandolfi affermava
su "Il Mondo" dell'11 ottobre al termine dei lavori dell'assemblea
annuale del Fondo Monetario Internazionale:
«E' inutile nascondersi: oggi ci sono due Italie, non una sola. Quella
ufficiale dalle cifre catastrofiche e quella sommersa, dove le cifre sono tutte
positive. Oggi se il paese è ancora in piedi lo deve a questa seconda
Italia, fatta di migliaia di microscopiche aziende, che producono a costi eccezionalmente
competitivi, dove c'è flessibilità, dove il rinnovamento è
costante».
Questa "seconda Italia", "quella sommersa", insensibile
alla stagione della politica parlamentare e dei dibattiti sindacali è
il punto di approdo, il vero e proprio "capolinea della speranza"
dei "proletari di pelle B"; la dinamica di questa area produttiva
interessa solo molto marginalmente la disoccupazione italiana.
Secondo l'ultimo rilevamento dell'ISTAT, relativo al mese di luglio, i disoccupati
che in precedenza erano occupati sono circa 200 mila, mentre quelli in cerca
di prima occupazione arrivano alla cifra di 840 mila se non consideriamo coloro
che si dichiarano in condizione non professionale pur cercando lavoro. L'Istituto
di statistica stima che sul totale di giovani tra i 14 e i 29 anni che in qualche
modo si sono dichiarati in cerca di occupazione, oltre 400 mila siano in possesso
di diploma o laurea. Le donne rappresentano circa il 56 per cento dei disoccupati.
Come si vede la caratteristica della disoccupazione italiana è data dalla
sua forte scolarità, dall'alta incidenza delle donne e dall'essere prevalentemente
collocata nel meridione.
Una disoccupazione quindi che guarda prevalentemente a quella che Pandolfi ha
chiamato l'"Italia ufficiale", quella del pubblico impiego, delle
grandi industrie, delle banche, delle compagnie di assicurazione, ecc.
La stessa dinamica della emigrazione italiana in questi ultimi anni mette in
evidenza questo aspetto.
Nel capitolo sui "Caratteri essenziali del fenomeno migratorio nel 1977..."
del volume preparato dalla direzione generale Emigrazione e Affari Esteri del
Ministero degli Esteri si legge:
«L'esame analitico delle direttrici delle correnti migratorie permette
di rilevare che il numero delle partenze supera quello dei rientri... solo per
i paesi posti fuori dalle aree che sono state in passato meta tradizionale della
nostra emigrazione.
Ciò conferma che gli espatrii verso i paesi del Terzo Mondo - principalmente
di operai specializzati, di tecnici e di dirigenti che si recano nelle aree
in via di sviluppo, generalmente per un periodo di tempo limitato e a seguito
di imprese nazionali - pur se di modeste proporzioni in senso assoluto, si presentano
come la componente non solo più nuova, ma anche più dinamica e
forse la più ricca di avvenire della nostra emigrazione».
L'espatrio di italiani per ragioni di lavoro, oltre a ridursi costantemente
come numero, cambia carattere, riflette l'alta scolarità che si ritrova
quale caratteristica della disoccupazione giovanile, ci indirizza verso i paesi
in sviluppo carenti di questo tipo di forza lavoro.
Le differenze nel mercato della forza lavoro
Avendo presente le differenze del mercato della forza lavoro possiamo darci
una ragione di questa affermazione de "Il Sole-24 Ore" citato
«Il fatto di avere dei disoccupati nostrani non impedisce ai disoccupati
stranieri di trovare da noi un posto;... Soprattutto non lo portano via ai vostri
disoccupati, perché vengono ad occupare posti di lavoro "rifiutati"
o perché umili o perché troppo pesanti».
In altre parole, secondo questo quotidiano, la ragione starebbe in una «fuga
dal lavoro manuale, ad una corsa verso la impiegatizzazione e la terziarizzazione»
della forza-lavoro.
Si dimentica però di sottolineare che i prezzi offerti per l'uso della
forza lavoro e l'intensità del suo sfruttamento nella «Italia sommersa»
non permettono di raggiungere il livello di sussistenza quindi di riprodurre
la forza lavoro. Di qui la necessità di attingere al serbatoio di manodopera
che si sta sviluppando nel bacino mediterraneo, disponibile per condizioni oggettive
a vendersi a prezzo bassissimo.
In mancanza di una forte presenza sindacale capace di organizzare a livello
europeo questi nuovi proletari su condizioni di salario e di orario di lavoro
omogenee a quelle di tutti gli altri proletari, la borghesia si trova ad avere
mano libera verso questa componente operaia.
Più ampio è il lavoro sottopagato più ricco è il
banchetto di tutte le frazioni borghesi.
L'ora del razzismo non è ancora scoccata; dall'esame del Censis gli organi
di stampa sottolineano come la presenza degli immigrati sia «complementare
e non alternativa e concorrenziale rispetto alla manodopera nazionale»,
come il fenomeno vada seguito senza pregiudizi e controllato dallo Stato italiano.
L'aumento della immigrazione è una tendenza che oggi la borghesia italiana
asseconda consapevole di trarne tutti i vantaggi.
Domani in altre circostanze può scoprire «fughe verso il lavoro
manuale» ostacolate dalla presenza d i lavoratori stranieri.
La diversità nella pelle o nella lingua può divenire anche in
Italia uno strumento per la lotta tra le trazioni borghesi e per indebolire
il movimento proletario.
Proprio in questi giorni si legge sui giornali di un libro uscito negli USA
che spiega come in quel paese la "mafia" venne scoperta nell'ottobre
del 1890.
A quella scoperta fecero seguito pogrom contro gli emigrati italiani fomentati
da una forte campagna di stampa. Il tutto ebbe come obiettivo di accelerare
il parto che portò alla luce l'attuale US Navy, la marina da guerra statunitense
(vedi "Corriere della Sera" del 10 novembre).
Il mercato della forza lavoro è per sua natura internazionale, le braccia
seguono il capitale, vanno là dove c'è possibilità di percepire
un salario. Nessun confine può arrestare questo movimento che oggi ha
anche in Italia un suo punto di approdo oggettivo.
L'immigrazione è un aspetto nuovo della realtà sociale che il
proletariato italiano deve affrontare per conoscerne le cause, seguirne lo sviluppo
e le tendenze, per non essere facile preda delle ideologie che anche in questo
campo mutano secondo gli interessi della borghesia.
ROBERTO CASELLA
apparso su lotta comunista n° 100 - dicembre, 1978