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Le riforme sono il sottoprodotto della lotta di classe



"La riforma è un sottoprodotto della lotta di classe rivoluzionaria del proletariato": questa lapidaria definizione di Lenin è valida per intendere la storia delle riforme ed il presente del riformismo. Non a caso noi diciamo che le riforme sono borghesi ed il riformismo, nello stadio imperialistico, è una ideologia della borghesia in seno al movimento operaio.
Il prodotto della lotta di classe rivoluzionaria del proletariato è il cambiamento radicale del sistema sociale, è il comunismo. Quando questa lotta, per difetto di direzione strategica, non riesce a conseguire obiettivi e risultati che la avvicinino allo scontro di classe decisivo, la borghesia cerca di arginare e incanalare il movimento che la travalica concedendo riforme che leghino gli strati superiori del proletariato allo Stato capitalistico. Se vi riesce, l'iniziativa passa in mano alla classe padronale ed il movimento è sconfitto.
Quando, come nella presente situazione, la lotta di classe del proletariato non è rivoluzionaria, le riforme sono un sottoprodotto della lotta che la classe borghese conduce contro il movimento operaio. La iniziativa è, per questa ragione, già in mano inizialmente alla borghesia e le riforme non sono concessioni al proletariato per deviarne e smorzarne la spinta rivoluzionaria ma sono misure che alcune frazioni borghesi cercano di imporre ad altre frazioni. Quando, come nell'attuale momento, tutte le frazioni borghesi sono d'accordo sul compito prioritario di ricacciare indietro il movimento operaio di riforme neppure se ne parla.
Rimangono solo come sottoprodotto dell'ideologia riformistica.

Nel corso di questi ultimi anni, abbiamo potuto osservare i colpi inferti dalla crisi di ristrutturazione e dalla ripresa produttiva sulle spalle della pratica riformista. La vecchia generazione operaia, illusa che sviluppo capitalistico e benessere andassero d'accordo, si ritrova oggi nella indigenza.
Nel lavoro nero i bambini occupati sono migliaia come confermano gli incidenti sul lavoro e i commenti dei giornali "benpensanti". Nel mare della disoccupazione che continua a dilagare, i giovani costituiscono la maggioranza. Cose note che la nostra organizzazione ha da tempo costantemente documentato e denunciato. Tutti gli aspetti trattati nella Previdenza Sociale, dall'infortunio alla malattia, dalla vecchiaia alla disoccupazione, hanno subito la prova dei fatti ed hanno fallito. Non una legge ha dimostrato di essere adeguata ai problemi posti dalla condizione di ampi strati di classe operaia. Non solo, proprio in questo periodo, quando più forte era la necessità di assistenza, sono uscite nuove proposte di modifica delle leggi sociali in senso peggiorativo, vedi la richiesta di introdurre il ticket dei medicinali. Sul piano teorico il riformismo ha fallito con la nascita del comunismo scientifico di Marx ed Engels. L'esperienza storica periodicamente ne ha dato conferma.
Tutto ciò è rimasto e rimane nella coscienza collettiva della classe operaia, cioè nel partito leninista che la incarna; mentre la pratica del fallimento riformista viene vissuta periodicamente dalle nuove generazioni operaie ed è quanto accade oggi in Italia.
Come potrebbe meglio caratterizzare il modo di produzione capitalistico che questa incapacità di tutelare sia le giovani che le vecchie generazioni? Il fallimento dell'illusione riformista alla prova dei fatti, riconferma la validità della "unica teoria di Marx,... d'una chiarezza trasparente e che formula con precisione gli obiettivi finali della lotta" (Engels 1885).

LENIN E LE RIFORME

Il Credo di tutti i riformisti si può riassumere citando una frase detta da Turati al congresso del partito socialista a Firenze nel 1906. Il capo dei riformisti italiani in quella assise afferma: "Le leggi sociali rappresentano l'essenza dell'azione socialista". A più di 70 anni di distanza, il riformismo batte la stessa strada. Cambia la fraseologia ma non "l'essenza dell'azione socialista" che ancora oggi viene proposta al proletariato dal PCI, dal PSI, dai dirigenti sindacali. Ma ieri come oggi la pratica riformista non porta al miglioramento delle condizioni di vita della classe operaia, può portare solo al la formazione di piccole frange di aristocrazia operaia Del resto obiettivo del riformismo è rendere subalterna alle esigenze dello Stato borghese la classe operaia seminando illusioni. Una volta che lo Stato borghese ha salvaguardato gli interessi del capitalista collettivo contro il capitalista individuale, impedendo a questi gli eccessi della sua infanzia, eccessi che avrebbero impedito il riprodursi delle generazioni operaie, allora le "leggi sociali" divengono la "carota" con cui adescare il proletariato. Ma qualora la classe operaia sia ingabbiata nella ideologia riformista, per la classe dominante il risultato è già raggiunto.
Seguendo l'insegnamento di Lenin, è bene sottolineare quanto egli afferma in un articolo del novembre del 1921:
"Soltanto il marxismo ha determinato esattamente e giustamente il rapporto fra riformismo e rivoluzione. La riforma è un sottoprodotto della lotta di classe rivoluzionaria del proletariato Per tutto il mondo capitalistico questo rapporto forma la base della tattica rivoluzionaria del proletariato."
Il miglioramento delle condizioni di vita complessiva del proletariato, è il risultato non della pratica ' 'della predicazione riformista", ma della lotta rivoluzionaria della classe operaia, lotta che costringe comunque la borghesia ad usare anche la "carota" nel tentativo di riportare il movimento rivoluzionario sotto l'egida dello Stato.

L'INSEGNAMENTO Dl LENIN E ALCUNI CENNI SULLA STORIA DE L LA PREVIDENZA SOCIALE IN ITALIA

Lo sviluppo degli studi e del dibattito sulla "legislazione sociale" prende impulso in Italia alla fine del secolo scorso, sulla scia di quanto realizzato da Bismarck in Germania. Veniva in quella fase sottolineato l'aspetto delle assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro. Infatti, come si legge nella "Storia della previdenza sociale" di A. Cherubini, nel 1886 veniva discussa in Parlamento una legge tesa a definire la responsabilità del padrone in caso di infortunio o morte, quindi a imporgli l'obbligo di portare le prove a sua eventuale discolpa. Dal 1883 al 1889 Bismarck aveva realizzato un sistema di previdenza sociale che copriva i rischi fondamentali: malattia, maternità, infortunio sul lavoro, invalidità e vecchiaia. Così G. Baglietti, su Rassegna di scienze sociali e politiche del 1885, commentava nell'articolo "Il socialismo di Stato in Germania": "Insomma il pensiero di Bisrnarck è di creare negli operai una situazione che permetta loro di guardare con tranquillità e fiducia al loro avvenire e a quello delle loro famiglie. Ci guadagneranno in questo modo, prima essi e poi lo Stato" Infatti questa legge doveva essere la carota che seguiva alla messa fuori legge del socialismo realizzata dal Cancelliere tedesco nel 1878. Mehring, nella sua Storia della Socialdemocrazia tedesca, tratta questo aspetto in un capitolo intitolato "Il bastone e la carota" e dice: "Queste leggi non erano riforme sociali bensì riforme per mendicanti, nel senso che esse volevano nuovamente opprimere la classe operaia sotto il giogo del capitale in cambio di una discutibile promessa di proteggere dalla miseria gli operai malati e infortunati .Ogni illusione in proposito fra gli operai tedeschi era da lungo tempo esclusa ".
Così, mentre la classe operaia tedesca usciva rafforzata dalla lotta contro Bismarck, attuata sul terreno delle "riforme" della repressione, il più giovane ed inesperto proletariato italiano iniziava i primi passi.

I PRIMI ANNI D E L '900

Giolitti, nel discorso alla Camera fatto il 4/2/1901, dopo che il movimento operaio era uscito da una fase di repressione afferma: "Nessuno si può illudere di poter impedire che le classi popolari conquistino la loro parte di influenza economica e di influenza politica. Gli amici delle istituzioni hanno un dovere soprattutto, quello di persuadere queste classi e di persuaderle con i fatti che dalle istituzioni attuali esse possono sperare assai più che dai sogni dell'avvenire; che ogni loro legittimo interesse trova efficace tutela negli attuali ordinamenti politici e sociali.
Tutto il periodo che precede la prima guerra mondiale vedrà un succedersi di proposte di leggi non approvate, convegni, deliberati della Confederazione generale del lavoro e "mezze riforme" a mala voglia realizzate. Così il partito Socialista rivendica al Congresso di Milano del 1910 "La conquista di una legge che estenda il principio dell'associazione obbligatoria dal ristretto campo degli infortuni industriali all'invalidità e vecchiaia di tutti i lavoratori".

DAL 1915 AL 1921
Con una serie di decreti legge, vengono realizzate le "riforme sociali" così a lungo chiacchierate. Nel maggio 1919 la legge assicurativa contro gli infortuni viene estesa all'agricoltura. Nell'aprile dello stesso anno un altro decreto legge instaura il regime pensionistico per i lavoratori dipendenti. Questa assistenza, che durante la guerra era stata concessa agli operai addetti all'industria bellica, per chi avesse meno di 70 anni e con contributi paritetici, finita la guerra viene estesa a tutti i lavoratori con età compresa tra i 15 e 65 anni. Il meccanismo è realizzato attraverso marche quindicinali. Il possessore di 240 di queste e di 60 anni di età aveva diritto alla pensione calcolata in proporzione ai contributi versati.
Sempre nel 1919 viene realizzata l'assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione. Si stabilisce per prima cosa che, nel quadro della riconversione dell'industria di guerra, i datori di lavoro paghino una indennità di licenziamento per coloro che debbano lasciare il lavoro per causa non disciplinare. Inoltre con decreto legge dell'ottobre 1919 si realizza un sussidio di disoccupazione da dare per 120 giorni all'anno, escluso i festivi e condizionato alla presenza all'ufficio di collocamento, all'accettazione di qualsiasi lavoro e alla frequenza a corsi di istruzione elementare o professionale. Alla fine dell'anno arriva in porto anche l'assistenza per malattia, con decorrenza dal quarto giorno sino alla guarigione, comprendente le cure medicinali, chirurgiche, ostetriche e farmaceutiche per tutta la durata della malattia. L'autore citato della "Storia della previdenza sociale", così commenta questo periodo: "... La borghesia pare accrescere la propria sensibilità a certe riforme sociali, se non altro al fine di trattenere il pericolo di nascenti (o ulteriori) forti agitazioni". Per puntualizzare il significato della politica realizzata dal governo nel 1919 possiamo ricordare che gli iscritti al partito socialista erano alla fine del 1918, 23.765, nel 1919 raggiungevano le 87.589 unità. Il partito, a cui la classe operaia guardava per emanciparsi, in quell'anno quadruplicava la sua forza. Turati, preoccupato dal "sovietismo", ad una riunione della Direzione del partito con la Confederazione del Lavoro, il gruppo parlamentare e la Lega dei Comuni, fatta il 13-15 Gennaio sostiene, contro la propaganda rivoluzionaria, "riforme che costituiscono la grande e solida scala per la quale il proletariato può... raggiungere realmente la propria emancipazione, la soppressione delle classi e del dominio di classe, la giustizia e l'uguaglianza supreme del socialismo". Le riforme sociali, aspetto fondamentale della politica turatiana, su cui si era parlato, discusso e proposto per più di trenta anni, in modo più o meno approssimativo vengono realizzate nel giro di pochi mesi. Questo risultato non è dovuto alla pratica riformista ma è l"'effetto secondario" della lotta rivoluzionaria del proletariato, come aveva affermato Lenin. In questo periodo di crisi rivoluzionaria, il movimento ampio e profondo del proletariato fa sì che tutto quanto verrà in seguito realizzato nel campo della previdenza sociale viene o proposto o promesso o realizzato. L'esperienza dell'Ottobre ancora una volta dimostrerà l'assioma marxista secondo cui più la lotta contro lo Stato borghese è ampia e decisa, più perfezionati risultano i prodotti derivati di questa lotta

LA PRATICA RIFORMISTA GENERA IL MOSTRO BUROCRATICO BORGHESE

Ritorniamo al commento di Mehring sulle leggi assistenziali approvate da Bismarck. "Ad esse (classi dominanti) importava di avere da offrire un piatto di lenticchie che ingannasse gli operai sui loro interessi di classe proletaria e se possibile fosse pagato dagli operai stessi... Governo e maggioranza parlamentare borghese accoppiarono le assicurazioni contro le malattie e quelle contro gli infortuni nel modo più inopportuno allo scopo di imbastire un mostro di organizzazione burocratico-borghese, nel quale avessero voce in capitolo molto più i funzionari e gli imprenditori che gli operai". Il regime fascista e poi le maggioranze parlamentari sino all'attuale governo delle astensioni, hanno proseguito nella pratica di allevare mostri atti alla raccolta di soldi operai e alla semina di clientele. E' il caso dell'INAM, il cui indebitamento è direttamente proporzionale alla sua inefficienza, dell'INPS dove i contributi operai sono serviti per estendere le pensioni a tutte le classi sociali in modo pressoché gratuito, è il caso della GESCAL, ora IACP, dalle cui viscere non sono uscite case per gli operai ma l'equo canone per i proprietari immobiliari. Dalla politica del "progresso senza avventura" cara al riformismo di ieri e di oggi escono "mostri burocratico-borghesi" saldamente piantati sulle spalle della classe operaia. La possibilità di miglioramento ed emancipazione risiede solo nella sua capacità di lotta e non sulle illusioni riformistiche.
ROBERTO CASELLA
Apparso su lotta comunista n° 84 - agosto, 1977