Biblioteca Multimediale Marxista
TRADUZIONE DI GIOVANNI CANESTRINI
EDIZIONI "A. BARION"
DELLA
CASA PER EDIZIONI POPOLARI - S. A.
SESTO SAN GIOVANNI (MILANO)
SUNTO STORICO
DEI RECENTI PROGRESSI DELLA DOTTRINA
SULL'ORIGINE DELLE SPECIE
Voglio esporre un breve sunto dei progressi della dottrina sull'origine delle
specie. La maggior parte dei naturalisti ammette che le specie sieno produzioni
immutabili, e che ogni specie sia stata creata separatamente. Questa tesi fu
abilmente propugnata da molti autori. Solamente pochi credono che esse subiscano
delle modificazioni, e che le forme viventi attuali discendano per mezzo di
generazione regolare da forme preesistenti. Lasciando in disparte alcuni cenni
che troviamo nelle opere della classica antichità, Buffon, ne' tempi
moderni, fu il primo autore che trattò scientificamente quest'argomento.
Siccome però le sue opinioni furono diverse in periodi diversi, ed egli
non trattò delle cause o dei mezzi della trasformazione delle specie,
non ho bisogno di entrare in particolari.
Lamarck fu il primo a destare vivamente l'attenzione colle sue conclusioni.
intorno a tale soggetto. Questo naturalista celebre pubblicò per la prima
volta nel 1801 la sua dottrina; estese poscia notevolmente la sua teoria nel
1809 colla Philosophie Zoologique, e nel 1815 nell'Introduzione alla sua Histoire
naturelle des animaux sans vertèbres. In queste diverse opere egli sviluppò
l'idea che tutti gli animali, non eccettuato l'uomo, derivano da altre specie
anteriori. Egli rendeva con ciò un servigio eminente alla scienza, abituando
gli spiriti a considerare ogni cambiamento avvenuto nel mondo organico e nell'inorganico
come il risultato probabile di una legge naturale e non già di un intervento
miracoloso. Lamarck fu condotto ad ammettere il principio della trasformazione
graduale delle specie per la difficoltà di discernere le specie dalle
varietà, per la serie non interrotta delle forme in certi gruppi organici
e per l'analogia colle nostre produzioni domestiche. Quanto ai mezzi di modificazione
impiegati dalla natura, egli dava qualche peso all'azione diretta delle condizioni
fisiche della vita, come agli incrociamenti fra le forme preesistenti, ed attribuiva
la massima influenza all'uso e al non uso degli organi, oppure all'effetto delle
abitudini. Sembra ch'egli ripetesse da quest'ultima causa gli adattamenti meravigliosi
degli esseri organizzati come, per esempio, il collo lungo della giraffa costrutto
tanto ingegnosamente da permetterle di strappare le foglie dai rami degli alberi.
Ma credeva anche all'esistenza di una legge di progressivo sviluppo; e siccome
tutte le forme organiche avrebbero una medesima tendenza a progredire, egli
spiegava l'esistenza attuale d'organismi semplicissimi coll'aiuto della generazione
spontanea.
Stefano Geoffroy Saint-Hilaire fino dal 1795 avanzò l'ipotesi che le
così dette specie di un medesimo genere non sieno che le varietà
degeneri di uno stesso tipo. Solo nel 1828 egli espresse la convinzione che
le medesime forme non si fossero perpetuate invariabili, dall'origine delle
cose. Pare che egli abbia considerato le condizioni della vita, o ciò
ch'egli chiama: "Le mond ambiant" come la cagione principale di ogni
trasformazione; ma egli, circospetto nelle sue conclusioni, ricusava di credere
che le specie viventi fossero attualmente soggette a modificazioni. E suo figlio
aggiunge: "C'est donc un problème à réserver entièrement
à l'avenir, supposé même que l'avenir doive avoir prise
sur lui".
Nel 1813 il dottor W. C. Wells ha letto davanti alla Royal Society una breve
notizia sopra una donna di razza bianca, la cui pelle somigliava in parte a
quella di un negro; ma la memoria non fu pubblicata finchè non vennero
alla luce i suoi due Saggi sulla vista doppia e semplice. In quella memoria
egli riconosce decisamente il principio dell'elezione naturale, e fu quello
il primo riconoscimento di tale principio. Ma egli lo applicò alle sole
razze umane, e solamente a certi caratteri speciali. Dopo aver dichiarato che
i Negri ed i Mulatti vanno esenti da certe malattie tropicali, egli soggiunge,
in primo luogo, che tutti gli animali tendono a variare in un certo grado, e
secondariamente che gli agricoltori migliorano i loro animali domestici colla
elezione artificiale, e dice ancora "ciò che in quest'ultimo caso
avviene a mezzo dell'arte, sembra succedere, tuttochè con maggior lentezza,
in natura, nella formazione delle razze umane, le quali sono adattate alle regioni
che abitano. Fra le varietà accidentali dell'uomo, le quali appariscono
fra i pochi e dispersi abitatori delle medie regioni dell'Africa, alcune potranno
meglio di altre sopportare le malattie del paese. In conseguenza di che queste
razze si aumenteranno, mentre le altre decresceranno, e non solo perchè
queste sono incapaci di superare le malattie, ma anche perchè non potranno
contendere coi loro vigorosi vicini. Dopo ciò che dissi, ammetto, come
cosa stabilita, che il colore di questa razza forte sarà oscuro. Sussistendo
però la tendenza a formare delle varietà, nel corso del tempo
si produrranno razze vieppiù oscure; e siccome la più scura s'adatta
meglio delle altre al clima, al fine nel paese in cui si produsse, se non sarà
l'unica, sarà la dominante". Le stesse considerazioni egli estende
poi ai bianchi abitatori di climi più freddi. Sono riconoscente al signor
Rowley degli Stati Uniti di avermi fatto conoscere, a mezzo del signor Brace,
il predetto passo della memoria di Wells.
In Inghilterra, il rev. W. Herbert, poi, decano di Manchester, scriveva nel
1822 che le esperienze d'orticoltura provano incontrastabilmente che le specie
vegetali non sono altro che forme più elevate e più stabili delle
varietà. Egli estendeva lo stesso principio agli animali. Supponeva che
una sola specie d'ogni genere fosse stata creata in uno stato primitivo di grande
plasticità, e che questi tipi originali avessero prodotto, principalmente
col mezzo di incrociamenti, ma anche in seguito a modificazioni, tutte le nostre
specie attuali.
Nel 1826 il prof. Grant, nell'ultimo paragrafo d'una memoria conosciutissima
sugli spongilli, professò altamente la sua opinione che ogni specie discende
da altre specie, e che si perfeziona con successive modificazioni.
Nel 1831 il sig. Patrick Matthew emise sull'origine delle specie considerazioni
uguali a quelle manifestate da M. Wallace e da me nel Linnean Journal, e quali
oggi io sviluppo nel presente scritto. Sfortunatamente M. Matthew espose con
troppa brevità il suo concetto in alcuni periodi inseriti in un'appendice
ad un'opera sopra argomenti affatto estranei; per cui passò inosservato,
finchè Matthew stesso non venne a riportarlo nel Gardener's Chronicle.
Le opinioni di Matthew differiscono poco dalle mie. Egli suppone che il mondo
sia stato periodicamente spopolato e ripopolato quasi in totalità. Quanto
all'origine delle specie nuovamente apparse, crede che novelle forme possano
prodursi "senza il concorso di alcun modello o germe anteriore". Io
non sono ben sicuro di intenderlo sempre, ma sembra ch'egli attribuisca molta
influenza all'azione diretta delle condizioni esterne della vita. Pure egli
riconosce chiaramente tutta la forza del principio di elezione naturale.
Il celebre geologo Leopoldo de Buch, nell'ottimo suo libro Description physique
des Iles Canaries (1836, pagina 147), esprime chiaramente il suo convincimento,
che le varietà possano lentamente diventare specie costanti, che poi
sono incapaci di incrociarsi.
Secondo Rafinesque, nella sua Nuova Flora dell'America del Nord, "tutte
le specie possono essere state una volta semplici varietà e molte varietà
essersi trasformate in specie, consolidando gradatamente i loro caratteri, eccettuati
però i tipi originali o antichi del genere".
Nel 1843-44 il prof. Haldeman ha esposto molto abilmente gli argomenti in appoggio
e contro l'ipotesi dello sviluppo e della trasformazione delle specie, e pare
che egli fosse inclinato a favore della variabilità.
Le Vestiges of Creation vennero in luce nel 1844. Nella decima edizione (1853),
molto migliorata, l'anonimo autore dice: "Dopo matura riflessione è
d'uopo concludere che le serie diverse d'esseri animati, dal più semplice
ed antico al più elevato e recente, sono, sotto la divina provvidenza,
il risultamento di due cause: primieramente d'un impulso, dato alle forme viventi
che le spinge in un dato tempo e con generazione regolare per tutti i gradi
di organizzazione fino alle dicotiledoni e ai vertebrati più perfetti:
i gradi sono pochi e contrassegnati da lacune nei caratteri organici, dal che
provengono le difficoltà pratiche che si incontrano nel constatare le
loro affinità; in secondo luogo da un altro impulso dipendente dalle
forze vitali, che tende, nel succedersi delle generazioni, a modificare la struttura
organica a seconda delle circostanze esterne, come il nutrimento, la patria
e gli agenti meteorici: da ciò deriverebbero gli adattamenti de' naturalisti
teologi". Evidentemente l'autore pensa che l'organismo stesso si perfeziona
per soprassalti, ma che gli effetti cagionati dalle condizioni esterne sono
graduali. Egli deduce da premesse generali la conseguenza categorica che le
specie non sono immutabili. Ma io non capisco in che modo i due impulsi supposti
possano render conto scientificamente dei molti e segnalati adattamenti che
si notano nella natura. Io non posso ammettere che ciò spieghi come,
per esempio, l'organizzazione del picchio si sia adattata alle sue particolari
abitudini. Questo libro, quantunque dia indizio delle prime edizioni di una
scienza poco profonda e anche meno di riserva scientifica, per la potenza e
lo splendore dello stile si diffuse rapidamente. Credo che egli abbia reso un
servigio importante chiamando l'attenzione sopra questo soggetto, sradicando
i pregiudizi e preparando in tal guisa le menti all'adozione di idee analoghe.
Il veterano della geologia I. d'Omalius d'Halloy, in una eccellente quantunque
breve memoria, giudica più probabile che le specie siano state prodotte
per discendenza modificata nei caratteri, anzichè create separatamente.
Egli aveva esternato questa opinione fino dal 1831.
"L'idea archetipa, scrisse nel 1849 il prof. Owen, è stata manifestata
nel regno animale del nostro pianeta sotto forme diverse molto tempo prima della
esistenza delle specie animali che oggi la rappresentano. A quali leggi naturali
o cause secondarie possa essere stato sottoposto l'ordine di successione e di
progressione di tali fenomeni organici noi l'ignoriamo". Nel suo discorso
davanti al Congresso degli scienziati inglesi egli pone come assioma "la
continua attività della forza creatrice o della formazione ordinata delle
cose viventi". Più oltre, a proposito della distribuzione geografica,
aggiunge: "Questi fenomeni scuotono la nostra opinione che l'apterice della
Nuova Zelanda e il gallo selvatico rosso inglese sieno creazioni distinte di
queste isole. Del resto, non si deve dimenticare che col termine creazione lo
zoologo vuol denotare un processo ignoto; e che quando cita in prova di creazioni
distinte esempi analoghi al precedente, egli intende soltanto di confessare
che non sa come un tale uccello si trovi in quel luogo esclusivamente; o meglio
ancora egli crede che l'isola e l'animale debbano la loro origine a una stessa
causa creatrice".
Se si confrontino insieme le asserzioni contenute in quel discorso, apparisce
che nell'anno 1858 l'illustre naturalista era scosso nel convincimento, che
l'apterice e il gallo selvatico rosso siano apparsi nella rispettiva loro patria
in maniera sconosciuta ed in seguito ad un processo ignoto.
Questo discorso venne fatto dopo che le memorie sottocitate del Wallace e mie
sulla origine delle specie erano state lette davanti alla Linnean Society. Quando
venne alla luce la prima edizione dell'opera presente, io, insieme con altri,
ero stato talmente ingannato da espressioni, come "l'azione continua dell'attività
creatrice", che contava il prof. Owen tra i paleontologi che sono fermamente
convinti dell'immutabilità delle specie. Ma sembra che questo fosse un
significante mio errore (vedi Anatomy of Vertebrates, vol. III, pag. 796). Nella
ultima edizione di questo libro giudicai da un passo che incomincia colle parole
no doubt the type-form, etc. (ivi, vol. I, pag. XXXV) che il prof. Owen ammetta,
essere l'elezione naturale attiva nella formazione di nuove specie, e tale deduzione,
parmi ancor oggi giusta. Tuttavia non è esatto, nè dimostrato
che questo fosse il concetto dell'Owen (vedi ivi, vol. III, pag. 798). Ho pubblicato
anche degli estratti di una corrispondenza fra il prof. Owen e l'editore della
London Review, e tanto l'editore quanto io abbiamo giudicato che l'Owen vi sostenga
aver annunciata la teoria dell'elezione naturale prima d me; ed ho espresso
la mia sorpresa e la mia compiacenza per tale asserto. Ma per quanto si può
giudicare da scritti recentemente pubblicati (Opera citata, vol. III, pag. 798),
io sarei nuovamente, in parte o affatto, caduto in errore: È per me un
conforto il vedere, come nemmeno altri sappiano comprendere e mettere in armonia
i diversi lavori controversi dell'Owen. Quanto all'enunciamento del principio
della elezione naturale, torna inutile stabilire a chi spetti la priorità,
se all'Owen o a me, giacchè, come è dimostrato in questo sunto
storico, ambedue siamo stati precorsi dal dott. Wells e dal signor Matthew.
Isidoro Geoffroy Saint-Hilaire nel suo corso del 1850 espone brevemente le ragioni
che lo inducono a credere che "i caratteri specifici sono fissi in ogni
specie fintanto che la medesima si propaga fra le stesse circostanze, e che
questi caratteri si modificano se si mutino le condizioni esterne della vita.
In conclusione, egli dice, l'osservazione degli animali selvaggi dimostra già
la variabilità limitata delle specie. Le esperienze sugli animali selvaggi
addomesticati e sugli animali domestici che divennero selvaggi, la dimostrano
ancora meglio. E queste medesime esperienze provano altresì che le differenze
prodotte ponno avere un valore generico". Nella sua Histoire naturelle
générale egli svolge delle considerazioni analoghe.
Il dott. Freke in una recente pubblicazione dichiara di avere esposto fino dal
1851 l'idea che tutti gli esseri organizzati siano discesi da una sola forma
primitiva. Le sue ragioni e il suo metodo differiscono totalmente dai miei.
Siccome il dott. Freke ha pubblicato solo adesso il suo lavoro Origin of Species
by means of Organic Afinity, 1861, è inutile tentare qui l'analisi difficile
del suo sistema.
Herbert Spencer ha paragonato abilmente la teoria di creazione degli esseri
organizzati con quella del loro sviluppo. Dall'analogia delle produzioni domestiche,
dai cambiamenti avvenuti nell'embrione di molte specie, dalle difficoltà
di distinguere le specie dalle varietà e dal principio del progresso
generale egli deduce che le specie si sono modificate, e che queste modificazioni
derivano dal cambiamento delle circostanze. Lo stesso autore ha trattato anche
della psicologia, partendo dal principio che ogni facoltà mentale deve
necessariamente essere stata acquistata gradatamente.
Un botanico distinto, M. Naudin, ha dichiarato apertamente che le specie allo
stato naturale si sono formate in modo analogo a quello col quale le varietà
sono prodotte per mezzo della coltivazione. Ma egli non dimostra come nella
natura abbia luogo l'elezione. Però pensa, come Herbert, che le specie
furono altra volta dotate d'una facoltà plastica maggiore di quella d'oggi,
e si appoggia su quello che chiama principio di finalità, "potenza
misteriosa, indeterminata, fatalità per alcuni, volontà provvidenziale
per altri, l'azione continua della quale sugli esseri viventi determina in tutte
le epoche dell'esistenza dell'universo, la forma, il volume e la durata d'ognuno,
in ragione del suo destino nell'ordine delle cose di cui fa parte. Questa potenza
armonizza ogni membro al tutto, adattandolo alla funzione ch'egli deve compiere
nell'organismo generale della natura, funzione che è la sua ragione d'essere".
Nel 1853 un celebre geologo, il conte Keyserling, ha esposto l'idea che, come
nuove malattie, cagionate probabilmente da un miasma qualunque, compariscono
e si diffondono sopra la terra, così in certi periodi i germi delle specie
esistenti possano essere stati affetti chimicamente dalle molecole ambienti
di una natura speciale ed avere dato origine a nuove forme.
Nello stesso anno 1853, il dott. Schaaffhausen pubblicò un eccellente
scritto, nel quale sostiene lo sviluppo progressivo delle forme organiche terrestri.
Conclude che molte specie si sono conservate senza variazione, per lunghi periodi,
nel mentre che altre si modificavano. La divergenza delle specie, secondo lui,
devesi attribuire alla distruzione delle forme intermedie. "Così,
egli dice, le piante e gli animali viventi non sono nuove creazioni rispetto
alle specie estinte, ma debbono riguardarsi come discendenti da quelle per mezzo
di continua riproduzione".
Nel 1854 un distinto botanico francese, il Lecoq, scrisse ne' suoi Études
sur la géographie botanique, tom. I, pagina 250: "Si vede che le
nostre ricerche intorno alla stabilità o mutabilità delle specie
ci conducono direttamente alle idee già espresse da due uomini celebri,
il Geoffroy Saint-Hilaire ed il Goethe". Altri passi però della
stessa opera lasciano in dubbio fino a qual punto il Lecoq estendesse questo
suo concetto.
La filosofia della creazione fu trattata stupendamente dal rev. Baden Powell
nei suoi Essays on the Unity of Worlds, 1855. È assai notevole il suo
modo di dimostrare come l'introduzione delle nuove specie sia "un fenomeno
regolare e non accidentale", ovvero, come dice John Herschell, "un
procedimento naturale, anzichè un evento miracoloso".
Il terzo volume del Journal of the Linnean Society contiene delle memorie lette
il 1° luglio 1858 dal sig. Wallace e da me, nelle quali, come si vedrà
nella introduzione al presente libro, la teoria dell'elezione naturale fu esposta
da M. Wallace con molta forza e chiarezza.
C. E. Von Baer, che gode moltissima stima presso gli zoologi, intorno al 1859
espresse la sua convinzione, appoggiata alle leggi della distribuzione geografica,
che forme oggi affatto differenti possono essere i discendenti di uno stipite
comune (vedi Rud. Wagner, Zoologisch Anthropologische Untersuchungen, 1861,
p. 51).
Nel giugno 1859 il prof. Huxley tenne un discorso davanti alla Royal Institution
sui "tipi persistenti della vita animale". È difficile intendere
il significato di simili fatti, egli dice, "se si suppone che ogni specie
animale o vegetale ad ogni gran tipo organico sia stato formato e posto sulla
superficie del globo dopo lunghi intervalli per un atto speciale della forza
creatrice; è bene ricordare che una simile supposizione è in disaccordo
colle analogie generali della natura e poco sostenuta dalla tradizione e dalla
rivelazione. Se da un altro lato noi consideriamo i tipi persistenti, partendo
dall'ipotesi che le specie viventi sono sempre il risultato delle graduali modificazioni
di specie anteriori, partendo dall'ipotesi che quantunque non sia provata e
si trovi deplorabilmente sostenuta da' suoi difensori, è pure la sola
che venga appoggiata dalla fisiologia: l'esistenza di questi tipi sembra dimostrare
che la somma delle modificazioni subite dagli esseri viventi nelle epoche geologiche
è poca cosa rimpetto alla lunga serie di vicende che essi hanno sopportato".
Il dott. Hooker stampò la sua Introduzione alla Flora d'Australia nel
dicembre del 1859. Nella prima parte di questa grande Opera, ammette il principio
della discendenza e modificazione delle specie, e reca a sostegno di questa
dottrina molte osservazioni originali.
La prima edizione della mia Opera uscì il 24 novembre 1859, la seconda
il 7 gennaio 1860.
INTRODUZIONE
Io mi trovavo a bordo del vascello di S. M. Britannica The
Beagle nella qualità di naturalista, allorchè fui vivamente colpito
da certi fatti nella distribuzione degli esseri organizzati che popolano l'America
meridionale e dai rapporti geologici esistenti fra gli abitanti passati ed attuali
di questo continente. Come potrà vedersi negli ultimi capitoli di quest'opera,
tali fatti sembrano diradare qualche poco le tenebre sull'origine delle specie,
questo mistero dei misteri, al dire di uno de' nostri più grandi filosofi.
Al mio ritorno, nel 1837, mi venne l'idea che forse sarebbesi potuto promuovere
tale questione, raccogliendo le osservazioni d'ogni sorta che avessero riferimento
alla sua soluzione e meditando sulle medesime. Solo dopo cinque anni di lavoro
io mi permisi alcune induzioni e mi feci a redigere brevi annotazioni. Infine
nel 1844 tentai quelle conclusioni che mi parvero più probabili. D'allora
in poi mi occupai costantemente del medesimo oggetto. Il lettore mi perdonerà
questi dettagli personali, che ho addotti soltanto per provare che io non fui
troppo precipitoso nella mia determinazione.
Il mio lavoro è ora (1859) quasi finito; ma siccome occorrerebbero parecchi
anni per completarlo, e la mia salute non è troppo ferma, così
fui indotto a pubblicare il presente estratto. Io fui spinto a quest'opera soprattutto
dalla considerazione che il sig. Wallace, nello studio della storia naturale
dell'Arcipelago Malese, giunse quasi esattamente a conclusioni identiche alle
mie sull'origine delle specie. Nel 1858 egli m'inviò una memoria sopra
questo argomento, pregandomi di comunicarla a Carlo Lyell, il quale la presentò
alla Società Linneana. Questo lavoro è inserito nel terzo volume
del giornale della Società. Il signor Carlo Lyell e il dott. Hooker,
che conoscono i miei lavori - quest'ultimo ha letto il mio sunto del 1844, -
mi fecero l'onore di pensare che sarebbe stato opportuno di pubblicare, contemporaneamente
all'eccellente memoria del Wallace, un corto estratto de' miei manoscritti.
L'estratto che oggi metto in luce è dunque necessariamente imperfetto.
Io sono costretto ad esporvi le mie idee senza appoggiarle con molti fatti o
con citazioni d'autori: e mi trovo nel caso di contare sulla confidenza che
i miei lettori potranno avere sull'accuratezza de' miei giudizi. Senza dubbio
questo libro non sarà esente di errori, benchè io creda di non
essermi riferito che alle autorità più solide. Io non posso produrre
se non le conclusioni generali alle quali sono arrivato, con alcuni esempi che
tuttavia basteranno, credo, nella pluralità dei casi. Niuno è
penetrato, più di me della necessità di pubblicare più
tardi tutti i fatti che servono di base alle mie conclusioni, e spero di farlo
in un'opera futura. Imperocchè io so bene che non vi è un passo
in questo volume, al quale non si possano opporre argomenti, che in apparenza
conducano a conclusioni diametralmente opposte. Un risultato soddisfacente raggiungesi
soltanto raccogliendo tutti i fatti e le ragioni favorevoli e contrarie ad ogni
questione, e pesando gli uni contro gli altri; ciocchè nell'opera presente
non posso fare.
Mi rincresce assai che la ristrettezza dello spazio mi privi della soddisfazione
di ricambiare il generoso concorso prestatomi da molti naturalisti, alcuni dei
quali non conosco personalmente. Io non posso frattanto lasciar sfuggire questa
occasione senza esprimere la profonda obbligazione ch'io professo al dott. Hooker,
il quale negli ultimi quindici anni mi fu di grande aiuto, pel fondo inesauribile
delle sue cognizioni e per le sue eccellenti opinioni.
Quando si riflette al problema dell'origine delle specie, considerando i mutui
rapporti d'affinità degli esseri organizzati, le loro relazioni embrionali,
la loro distribuzione geografica, la successione geologica ed altri fatti analoghi,
si può conchiudere che ogni specie non è stata creata indipendentemente
dalle altre, ma bensì discende, come le varietà, da altre specie.
Pure una simile conclusione, anche fondata, non sarebbe soddisfacente fin tanto
che non ci fosse dato dimostrare come le specie innumerevoli, che abitano il
globo, si siano modificate al punto di acquistare quella perfezione di struttura,
quell'adattamento che eccita a buon diritto la nostra ammirazione. I naturalisti
si riportano continuamente alle condizioni esterne; come il clima, il nutrimento,
ecc., e da esse traggono la sola causa possibile di variazione. Come vedremo,
i medesimi non hanno ragione che in un senso molto ristretto. Per esempio, è
un errore l'attribuire alle sole condizioni esterne la struttura del picchio,
la formazione dei suoi piedi, della coda, del becco e della sua lingua, organi
conformati tanto meravigliosamente per cogliere gli insetti sotto la scorza
degli alberi. Così dicasi del vischio che trae il suo alimento da certi
alberi, il seme dei quali deve essere sparso da determinati uccelli, mentre
i loro fiori dioici esigono l'intervento di certi insetti per recare il polline
dall'uno all'altro. Evidentemente non potrebbe attribuirsi la natura di questa
pianta parassita e i suoi rapporti tanto complicati con parecchi esseri organizzati
distinti, all'influenza delle condizioni esterne, delle abitudini o della volontà
della pianta stessa.
Quindi è di una importanza capitale il cercare di formarsi un concetto
chiaro dei mezzi di modificazione e di adattamento impiegati dalla natura. Fino
dai primordi delle mie ricerche fui d'avviso che un accurato studio degli animali
domestici e delle piante coltivate mi avrebbe offerto probabilmente i dati migliori
per risolvere questo oscuro problema. Nè mi sono ingannato, mentre non
solo in questa circostanza, ma ben anche in tutti gli altri casi perplessi,
ho sempre trovato che le nostre esperienze relative alle variazioni degli esseri
organizzati avvenute allo stato di domesticità o di coltura, sono tuttavia
la nostra guida migliore e la più sicura. Io non esito ad esprimere la
mia convinzione sull'alta importanza di questi studi, benchè troppo spesso
sieno stati trascurati dai naturalisti.
Per questo motivo io consacro il primo capitolo di questo compendio all'esame
delle variazioni allo stato domestico. Vedremo ciò, che sono per lo meno
possibili sopra una vasta scala variazioni ereditarie, e quel che più
importa, vedremo quanto grande sia la facoltà dell'uomo di accumulare
leggere variazioni, per mezzo dell'elezione artificiale, cioè mediante
la loro scelta esclusiva. Passerò poscia alla variabilità delle
specie nello stato di natura; ma io dovrò a malincuore trattare con troppa
concisione questo soggetto, che non può svolgersi convenientemente se
non colla scorta di lunghi cataloghi di fatti. Potremo nondimeno discutere quali
sieno le circostanze più favorevoli alle variazioni. Il capitolo successivo
tratterà della lotta per l'esistenza fra tutti gli esseri organizzati
del globo, lotta che necessariamente deriva dal loro moltiplicarsi in proporzione
geometrica. È questa la legge di Malthus applicata a tutto il regno animale
e vegetale. Siccome gli individui d'ogni specie che nascono sono di numero assai
maggiore di quelli che possono vivere, e perciò deve rinnovarsi la lotta
fra i medesimi per l'esistenza, ne segue che se qualche essere varia anche leggermente,
in un modo a lui profittevole, sotto circostanze di vita complesse e spesso
variabili, egli avrà maggior probabilità di durata e quindi potrà
essere eletto naturalmente. Inoltre, secondo le severe leggi dell'eredità,
tale varietà eletta tenderà continuamente a propagare la sua forma
nuova e modificata.
Di questo principio fondamentale di elezione naturale tratterò diffusamente
nel quarto capitolo: e noi conosceremo in qual modo questa elezione naturale
produca quasi inevitabilmente frequenti estinzioni di specie meno adatte, e
conduca a ciò che io chiamo divergenza dei caratteri. Nel seguente capitolo
io discuterò le leggi complesse e poco note della variazione. Altri cinque
capitoli risolveranno le difficoltà più gravi e più apparenti
della teoria. In primo luogo la difficoltà delle transizioni, cioè
come possa darsi che un essere o un organo semplice siasi trasformato in un
essere più complicato oppure in un organo più perfetto; secondariamente
l'istinto o le facoltà mentali degli animali; in terzo luogo l'ibridismo
o la sterilità delle specie incrociate e la fecondità delle varietà
incrociate; da ultimo l'insufficienza dei documenti geologici. Nel capitolo
successivo io considererò la successione geologica degli esseri organizzati
nel corso del tempo; nel dodicesimo e tredicesimo la loro distribuzione geografica
nello spazio; nel decimoquarto la loro classificazione e le loro mutue affinità
nello stato adulto quanto nello stato embrionale. L'ultimo capitolo comprenderà
un breve riassunto di tutta l'opera con alcune osservazioni finali.
Se teniamo conto della nostra profonda ignoranza sulle reciproche relazioni
di tutti gli esseri che vivono intorno a noi, non possiamo fare le meraviglie
se ci restano ancora inesplicate molte cose sulla genesi delle specie e delle
varietà. Come può spiegarsi che mentre una specie è numerosa
e sparsa sopra una grande estensione, un'altra specie assai affine trovasi rara
e in uno spazio ristretto? Ora questi rapporti sono della più alta importanza,
giacchè determinano il benessere presente e credo anche la prosperità
futura e le modificazioni di ogni abitante di questo mondo. Noi conosciamo poi
ancor meno le relazioni reciproche degli innumerevoli abitanti terrestri in
molte fasi geologiche del loro passato sviluppo. Quantunque molte cose restino
oscure o rimarranno tali ancora per lungo tempo, io non posso dubitare, dopo
lo studio più esatto e il giudizio più coscienzioso di cui sono
suscettibile, che l'opinione adottata dalla maggior parte dei naturalisti e
per lungo tempo anche da me, cioè che ogni specie sia stata creata indipendentemente
dalle altre, sia erronea.
Io sono pienamente convinto che le specie non sono immutabili; ma che tutte
quelle che appartengono a ciò che chiamasi lo stesso genere, sono la
posterità diretta di qualche altra specie generalmente estinta: nella
stessa maniera che le varietà riconosciute di una specie qualunque discendono
in linea retta da questa specie. Finalmente io sono convinto che l'elezione
naturale sia, se non l'unico, almeno il principale mezzo di modificazione.
SULLA ORIGINE DELLE SPECIE
CAPO I
VARIABILITÀ ALLO STATO DOMESTICO.
Cause della variabilità - Effetti dell'abitudine e dell'uso o non-uso degli organi - Correlazione di sviluppo - Ereditabilità - Caratteri delle varietà domestiche - Difficoltà di distinguere le varietà dalle specie - Origine delle varietà domestiche da una o più specie - Colombi domestici, loro differenze e loro origine - Principio di elezione applicato da lungo tempo e suoi effetti - Elezione metodica e inconscia - Origine ignota delle nostre produzioni domestiche - Circostanze favorevoli al potere elettivo dell'uomo.
CAUSE DELLA VARIABILITÀ
Quando si considerano gli individui appartenenti ad una medesima
varietà o sotto-varietà fra le nostre piante coltivate da molto
tempo e fra i nostri animali domestici più vetusti, una delle prime cose
che ci colpisce consiste nel rimarcare che in generale essi differiscono fra
loro più degli individui delle specie o varietà selvagge. Se noi
consideriamo la molta diversità delle piante o degli animali che sono
soggetti al potere dell'uomo e che variarono nella successione dei secoli sotto
climi e regimi differenti, siamo spinti alla conclusione, che questa maggior
variazione degli esseri coltivati debbasi riguardare come effetto di condizioni
di vita meno uniformi e in qualche parte diverse da quelle a cui furono esposte
allo stato di natura le specie madri. Vi è pure qualche probabilità
nel modo di vedere di Andrew Knight, che la variabilità dipenda in parte
da eccesso di nutrimento. Mi sembra evidente che gli esseri organici debbano
essere esposti per diverse generazioni a nuove condizioni di vita perchè
si manifesti in essi una somma apprezzabile di variazioni; e non appena l'organizzazione
abbia incominciato a variare, essa rimane generalmente variabile per molte generazioni.
Noi non abbiamo alcun esempio di forme variabili che abbiano cessato di modificarsi
nello stato di domesticità; anche le più antiche fra le nostre
piante coltivate, ad esempio il frumento, producono tuttora delle nuove varietà:
e i nostri più antichi animali domestici sono pure suscettibili di modificazioni
e miglioramenti rapidi.
A quanto posso giudicare dopo essermi lungamente occupato dell'argomento, le
condizioni della vita sembrano agire in due modi: o direttamente sull'intero
organismo, o solamente su determinate parti: oppure, indirettamente, a mezzo
degli organi della riproduzione. Per ciò che riguarda la diretta azione,
non dobbiamo dimenticare ciò che recentemente ha dimostrato il prof.
Weismann e ciò che io stesso ho notato occasionalmente nel mio libro
sulle variazioni allo stato domestico, che cioè due fattori sono in attività:
la natura dell'organismo e la natura delle condizioni. La prima sembra la più
importante, imperocchè, per quanto si possa giudicare, avvengano variazioni
pressochè simili in condizioni diverse; e d'altra parte succedano variazioni
dissimili in condizioni, che sembrano quasi uguali. L'effetto sui discendenti
è ora definito, ora indefinito. Può dirsi definito quanto tutti
o pressochè tutti i discendenti di individui, i quali per molte generazioni
furono esposti alle medesime condizioni, sieno modificati nella stessa misura.
È straordinariamente difficile giungere ad una conclusione rispetto ai
cambiamenti che in tal guisa furono prodotti. Ma non può invece sorger
dubbio intorno a parecchie piccole variazioni, come sarebbero la grandezza in
seguito alla quantità del nutrimento, il colore in seguito alla natura
del medesimo, la grossezza della pelle e del pelo in seguito al clima, ecc.
Ciascuna delle innumerevoli varietà che noi vediamo nella livrea dei
nostri polli deve aver avuto la sua causa efficiente; e se la medesima causa
agisse uniformemente per una lunga serie di generazioni su molti individui,
tutti probabilmente sarebbero modificati nello stesso modo. Alcuni fatti, come
sarebbero i tumori complicati e straordinari che si formano invariabilmente
nelle piante per effetto di una gocciolina di veleno di un insetto che produce
galle, dimostrano quali particolari modificazioni possano risultare nelle piante
da un cambiamento chimico nella natura del succo.
La variabilità indefinita è assai più spesso della definita
un risultato di variate condizioni, ed ebbe probabilmente gran parte nella formazione
delle nostre razze domestiche. Noi troviamo la variabilità indefinita
nelle innumerevoli leggere particolarità che contrassegnano gl'individui
di una medesima specie e che non possono essere state ereditate nè da
una delle due forme genitrici, nè da un progenitore più lontano.
Talvolta osservansi occasionalmente delle differenze ben marcate nei giovani
dello stesso parto, o nei semi dello stesso frutto. A lunghi intervalli fra
milioni d'individui che vengono allevati nello stesso paese e nutriti con cibo
quasi eguale, appariscono talvolta deviazioni di struttura sì fortemente
pronunciate che meritano il nome di mostruosità; ora le mostruosità
non possono separarsi dalle leggere variazioni con una linea ben decisa. Tutte
le variazioni di strutture siffatte, sieno assai leggere o ben marcate, le quali
appariscono fra molti individui viventi insieme, possono considerarsi come effetti
indefiniti sopra ciascun organismo individuale, nella stessa guisa che un'infreddatura
agisce in modo indefinito sopra gli uomini diversi, cagionando, a seconda dello
stato del corpo e della costituzione, ora tosse, ora corizza, ora dolori reumatici,
od infiammazione di organi diversi. Relativamente a ciò che io chiamai
effetto indiretto delle variate condizioni e che si manifesta negli organi riproduttivi,
noi possiamo giudicare, essere la variabilità in parte effetto della
estrema sensibilità di questo sistema per ogni cambiamento delle condizioni,
in parte effetto della somiglianza che esiste, come Kölreuter ed altri
osservarono, fra la variabilità che segue l'incrociamento di specie distinte
e quella che fu osservata nelle piante e negli animali coltivati in condizioni
nuove e non naturali. Molti fatti provano chiaramente quanto sia sensibile il
sistema riproduttivo per i più leggeri cambiamenti nelle condizioni esterne.
Non vi è cosa più facile che ammansare un animale, nè più
difficile che ottenerne la spontanea riproduzione, anche ove i maschi e le femmine
si accoppiassero. Quanti animali non vogliono riprodursi, benchè vivano
lungamente in una reclusione poco severa e nel loro paese nativo! Si suol attribuire
erroneamente questo fenomeno all'alterazione degli istinti naturali; ma molte
piante coltivate spiegano il maggior vigore, e ciò non ostante non danno
semente che di rado e anche mai. È stato provato che circostanze apparentemente
poco influenti come una quantità d'acqua più o meno grande in
qualche epoca determinata dello sviluppo, possono determinare la sterilità
e la fecondità di una pianta. Io non posso entrare qui nei copiosi dettagli
delle annotazioni da me raccolte sopra questo interessante soggetto; ma per
dare un esempio della singolarità delle leggi che governano la riproduzione
degli animali captivi, noterò che i carnivori, anche dei tropici, si
riproducono liberamente nelle nostre contrade allo stato di reclusione, eccettuati
i plantigradi e più particolarmente quelli della famiglia degli orsi,
che difficilmente figliano: mentre gli uccelli rapaci, salvo rarissime eccezioni,
non producono quasi mai uova feconde. Molte piante esotiche hanno pure un polline
completamente inattivo, precisamente come negl'ibridi più sterili. Quando
adunque da una parte animali e piante domestiche, quantunque deboli e malate,
si riproducono volontariamente allo stato di reclusione, e da altra parte individui
presi giovani allo stato selvaggio, perfettamente addomesticati, maturi e robusti,
hanno tuttavia (di che potrei fornire parecchi esempi) il loro sistema riproduttore
sì profondamente colpito da cause impercettibili da non poter funzionare;
noi non possiamo essere sorpresi dal vedere che questo sistema allo stato di
reclusione non agisce regolarmente, e produce una prole che non è esattamente
simile ai suoi genitori. Io posso aggiungere che se certi organismi si riproducono
nelle condizioni più opposte alla natura, ciò dimostra solamente
che il loro sistema riproduttivo rimase illeso (citerò, come esempio,
i conigli e i furetti in gabbia); e che perciò alcuni animali e piante
resistono all'azione della domesticità o della coltivazione, e variano
solo leggermente e forse poco più che allo stato di natura.
Alcuni naturalisti hanno sostenuto che tutte le variazioni siano collegate coll'atto
della riproduzione sessuale. Ma questo è certamente un errore, e prova
ne sia la lunga lista di sporting plants ch'io ho dato in un'altra Opera. I
giardinieri chiamano così quelle piante, le quali producono improvvisamente
una gemma che assume un carattere nuovo e spesso molto diverso da quello delle
altre gemme della stessa pianta. Siffatte variazioni di gemme, come potrebbero
chiamarsi, si lasciano riprodurre coll'innesto, con piantoni, ecc., e talvolta
con semi. Esse si mostrano raramente in natura, ma con frequenza sotto l'azione
della coltura. Siccome è noto che fra molte migliaia di gemme che annualmente
crescono sullo stesso albero in condizioni uniformi, una sola di repente acquista
un nuovo carattere, e che gemme di alberi diversi, le quali crescono in diverse
condizioni, talvolta producono la stessa varietà (ad es., le gemme del
pesco che producono le pesche-mandorle, e le gemme sulla rosa comune che producono
le rose muscose); noi possiamo dedurre con evidenza che la natura delle condizioni
ha importanza affatto secondaria nella produzione di forme variate a petto della
natura dell'organismo, importanza non maggiore di quella che ha la natura della
scintilla nel determinare la qualità della fiamma quando si appicca ad
una massa di sostanza combustibile.
EFFETTI DELL'ABITUDINE, E DELL'USO E NON-USO DEGLI ORGANI
CORRELAZIONE DI SVILUPPO - EREDITABILITÀ
Le abitudini hanno una speciale influenza sulle piante, che
trasportate da un clima all'altro cambiano l'epoca della fioritura. Negli animali
questo effetto è più sensibile; per esempio, m'avvidi che le ossa
dell'ala pesavano meno e quelle della coscia pesavano di più nell'anitra
domestica che nell'anitra selvatica, relativamente all'intero scheletro: ed
è presumibile che questo cambiamento si possa attribuire alla circostanza
che l'anitra domestica vola meno e cammina più della stessa specie in
istato selvaggio. Il grande sviluppo delle mammelle delle vacche e delle capre
trasmissibile per eredità, in luoghi ne' quali esse sono ordinariamente
munte, in confronto dello stato di questi organi in altre contrade, ove ciò
non accade, è pure un'altra prova in proposito. Non vi è un solo
animale domestico che in qualche paese non abbia le orecchie pendenti; ed è
probabile l'opinione esternata da qualche autore, che ciò sia effetto
del non-uso dei muscoli dell'orecchio, essendo l'animale meno allarmato da qualche
pericolo.
Molte leggi governano la variabilità. Alcune sono vagamente note, e io
ne farò menzione brevemente in altro luogo. Qui voglio soltanto parlare
di ciò che può chiamarsi correlazione di sviluppo. Un cangiamento
importante nell'embrione o nella larva induce sempre un cangiamento corrispondente
nell'animale adulto. Nelle mostruosità gli effetti di correlazione fra
parti affatto distinte sono assai singolari. Isidoro Geoffroy Saint-Hilaire
ne dà molti esempi nel suo grande lavoro su questo argomento. Gli allevatori
credono che le membra lunghe siano quasi sempre accompagnate da una testa allungata.
Alcuni fatti di correlazione sembrano puramente capricciosi: come quelli che
i gatti affatto bianchi cogli occhi turchini siano generalmente sordi; il signor
Tait però ha detto recentemente che tale fenomeno è limitato ai
soli maschi. Certi colori e certe particolarità di costituzione si esigono
a vicenda, e molti esempi del regno vegetale ed animale si potrebbero citare
in proposito. Dalle osservazioni fatte da Heusinger sembrerebbe che le pecore
e i maiali bianchi siano attaccati dai veleni vegetali in una maniera diversa
da quella degli individui di altri colori. Il prof. Wyman mi ha comunicato recentemente
una prova istruttiva di questo fatto. Egli chiese ad alcuni agricoltori della
Virginia perchè tutti i loro maiali fossero neri; essi gli risposero
che questi animali mangiano la radice colorata di Lachnantes, la quale dava
alle loro ossa una tinta rosea a faceva cadere le unghie di tutte le varietà,
eccettuati i neri. Ed uno degli incoli (chiamati nella Virginia Squatters) soggiunse:
"Noi scegliamo nell'allevamento tutti gli individui neri d'ogni parto,
perchè sono i soli che abbiano probabilità di vivere". I
cani calvi hanno i denti imperfetti. I ruminanti aventi un pelo lungo e ruvido
sono molto disposti a portare corna lunghe e numerose. I colombi calzati hanno
una membrana fra le loro dita esterne; quelli che hanno il becco corto hanno
piedi piccoli; se invece hanno un becco lungo, i piedi sono grandi. Per conseguenza,
ove si scelgano individui modificati e si aumenti costantemente per accumulazione
una particolarità qualsiasi dell'organismo, ne avverrà che, anche
senza averne l'intenzione, si modificheranno altre parti dell'organismo in virtù
delle misteriose leggi della correlazione di sviluppo.
Il risultato delle varie leggi, completamente ignorate o vagamente comprese,
della variabilità è infinitamente complesso e diverso. Vale la
pena di studiare diligentemente i trattati pubblicati sopra parecchie delle
nostre piante coltivate da lungo tempo, come il giacinto, la patata, la dalia,
ecc., e di osservare le numerosissime variazioni di struttura e di funzioni
per le quali differiscono fra loro le diverse varietà e sotto-varietà.
La loro organizzazione intera sembra divenuta plastica e tende ad allontanarsi,
almeno per qualche piccolo grado, dal tipo originale.
Variazioni non ereditarie sono per noi senza alcuna importanza. Ma le deviazioni
trasmissibili, siano esse di poca o molta importanza fisiologica, sono molto
frequenti e presentano una diversità quasi infinita. Il trattato del
dott. Prospero Lucas in due grossi volumi è l'opera migliore e più
completa che esiste a questo riguardo. Nessun allevatore dubita della forza
delle tendenze ereditarie; il simile produce il simile: questo è il loro
assioma fondamentale. Gli autori teorici soli hanno mosso dei dubbi contro questo
assioma. Allorquando una deviazione spesso si palesa e noi la vediamo sul padre
e sul figlio, non può sapersi se provenga dall'azione delle stesse cause
sull'uno e sull'altro; ma quando fra gli individui apparentemente esposti alle
medesime condizioni si manifesta qualche rarissima deviazione in un solo individuo,
in mezzo a milioni d'altri che non ne sono affetti, cagionata da uno straordinario
concorso di circostanze, e che in seguito questa deviazione si mostri di nuovo
nel figlio, il solo calcolo delle probabilità ci forza ad attribuirne
la manifestazione all'eredità. Ognuno ha inteso parlare di casi d'albinismo,
di pelle spinosa, di villosità, ecc., che ripetonsi in parecchi membri
di una stessa famiglia. Se adunque in realtà si ereditano deviazioni
di struttura strane e rare, deve ammettersi la trasmissibilità di deviazioni
meno straordinarie ed anzi comuni. Forse il miglior modo di vedere sarebbe il
considerare l'eredità dei caratteri come la regola, e la loro cessazione
come l'anomalia.
Le leggi della trasmissibilità dei caratteri sono completamente ignote.
Niuno può dire per qual ragione una particolarità verificatasi
nei diversi individui della medesima specie o in individui di specie diverse,
qualche volta si erediti e qualche altra volta non si erediti; perchè
in un discendente si riscontrino certi caratteri degli avi paterni o materni,
o anche di avi più lontani; perchè un carattere particolare si
trasmetta da uno a due sessi, o si limiti sempre al medesimo sesso. Per noi
è un fatto di subordinata importanza il vedere che le particolarità
manifestatesi solamente nei maschi delle nostre razze domestiche si trasmettono
o esclusivamente o almeno assai più di sovente ai soli maschi. Ma havvi
una regola ben più rilevante e della quale io credo ci possiamo fidare,
ed è che, in qualunque fase della vita si osservi per la prima volta
una particolarità dell'organizzazione, essa tende a prodursi nei discendenti
all'età corrispondente, e qualche volta un po' prima. In molti casi non
potrebbe avvenire diversamente: così i caratteri ereditari delle corna
del bestiame non possono mostrarsi che verso l'età adulta; come le modificazioni
che avvengono nel baco da seta si producono alla fase corrispondente di larva
o di crisalide. Ma le malattie ereditarie, e qualche altro fatto mi inducono
a pensare che la regola abbia una più larga estensione; e che anche quando
non siavi alcuna ragione apparente per introdurre una modificazione particolare
ad una certa età, tuttavia essa tende a ritornare nel discendente alla
stessa epoca in cui apparve nel suo antenato. Io considero questa regola come
d'una grande importanza per spiegare le leggi dell'embriologia. Questi rilievi
si limitano naturalmente alla prima esterna manifestazione della modificazione,
e non alle sue cause prime, le quali possono aver agito sugli organi di generazione
del maschio o della femmina: così nel discendente di una vacca a piccole
corna e di un toro a corna lunghe, la maggior lunghezza delle corna, quantunque
non avvenga che a un'epoca inoltrata della vita, è dovuta evidentemente
all'elemento paterno.
Ho fatto allusione alla tendenza di riversione ai caratteri degli avi. Debbo
qui notare una osservazione spesso fatta da alcuni naturalisti, cioè
che le nostre varietà domestiche, tornando selvagge, riprendono gradatamente,
ma costantemente, i caratteri del loro tipo originale. Da ciò si volle
dedurre non potersi fare alcuna induzione dalle razze domestiche alle selvagge.
Ed io mi sono sforzato indarno di scoprire sopra quali fatti perentorii riposasse
questa proposizione tanto spesso e tanto arditamente rinnovata. Sarebbe molto
difficile provarne la verità: noi possiamo bensì affermare con
piena sicurezza che molte delle nostre più distinte razze domestiche
non potrebbero vivere allo stato selvaggio. In molti casi non conosciamo quale
ne sia stato il tipo originale, e perciò non sapremmo decidere se abbia
avuto luogo o meno una riversione perfetta. In ogni modo, per prevenire le conseguenze
degli incrociamenti, dovrebbesi lasciare in libertà naturale una sola
varietà nel suo novello domicilio. Ciò non ostante, siccome le
nostre varietà ritornano certamente in alcune occasioni ai caratteri
dei loro antenati, non mi sembra improbabile che riuscendo noi a naturalizzare
o coltivare per molte generazioni, per esempio, le diverse sorta di cavolo in
un terreno assai povero, le medesime tornerebbero, fino ad un certo punto od
anche completamente, al tipo selvaggio originale; ma allora sarebbe pur d'uopo
attribuire qualche effetto all'azione diretta del suolo. Del resto, riesca o
no l'esperienza, ciò non tornerebbe di grande rilievo per la nostra argomentazione,
dal momento che per fatto dell'esperienza stessa le condizioni d'esistenza sarebbero
mutate. Se potesse provarsi che le nostre varietà domestiche hanno una
forte tendenza di riversione, cioè tendenza di perdere i loro caratteri
acquistati, anche quando rimangono sottoposte alle medesime influenze, mentre
sono conservate in gran numero, e gli incrociamenti possono arrestare, colla
mescolanza delle varietà, qualunque leggera variazione di struttura:
allora io ammetterei che noi non possiamo trarre induzione alcuna dalle nostre
varietà domestiche alle specie nello stato naturale. Ora manca perfino
l'ombra di una prova in appoggio di tale ipotesi. Sarebbe cosa contraria ad
ogni esperienza l'asserire che non sia in nostro potere il perpetuare i nostri
cavalli da tiro o da sella, il nostro bestiame a lunghe corna o a corna corte,
i nostri volatili d'ogni specie e le nostre piante alimentari, per un numero
quasi infinito di generazioni.
CARATTERI DELLE VARIETÀ DOMESTICHE
DIFFICOLTÀ DI DISTINGUERE LE VARIETÀ DALLE SPECIE
ORIGINE DELLE VARIETÀ DOMESTICHE DA UNA O PIÙ SPECIE
Se noi esaminiamo le varietà ereditarie o le razze dei
nostri animali domestici e delle piante coltivate, e le confrontiamo con specie
fra loro assai affini, noi troviamo, come dicemmo, in ogni razza domestica una
minore uniformità di carattere che nelle vere specie. Alcune razze domestiche
della stessa specie hanno spesso un aspetto in qualche modo mostruoso; vale
a dire, esse, differenziando fra loro e dalle altre specie del medesimo genere
nella loro organizzazione generale, presentano frequentemente delle disparità
estreme in un solo organo, sia che insieme si confrontino, sia che si paragonino
alle specie selvagge di maggiore affinità naturale. Ove da noi si eccettui
questo punto di vista, e così quello della perfetta fecondità
delle varietà incrociate, argomento che discuteremo altrove, le razze
domestiche della medesima specie differiscono fra loro nella stessa guisa, ma
generalmente in grado minore, delle specie prossime o più affini appartenenti
allo stesso genere nello stato naturale. Questa regola diviene evidente quando
si rifletta non esservi razze domestiche, o fra gli animali o fra le piante,
che non siano state considerate da giudici competenti come discendenti da altrettante
specie originali distinte, e da altri non meno capaci, come semplici varietà.
Quando esistesse qualche netta separazione fra le razze domestiche e le specie,
questa sorgente di dubbi non si incontrerebbe tanto spesso. Si è ripetuto
assai che le razze domestiche non differiscono fra loro per caratteri generici.
Ma si può dimostrare che questa asserzione è erronea; inoltre
i naturalisti sono interamente discordi rispetto alla determinazione dei caratteri
generici, ed ogni apprezzamento su questo punto è oggi puramente empirico.
Inoltre vedremo, secondo la teoria dell'origine delle specie da noi esposta,
che noi non possiamo sperare di abbatterci troppo sovente in differenze generiche
delle nostre produzioni domestiche.
D'altronde, quando si cerca di pesare il valore delle differenze di struttura
che distinguono le nostre razze domestiche di una medesima specie, ci perdiamo
tosto nel dubbio se siano provenute da una sola o da parecchie madri-specie.
Questo problema, ove potesse risolversi, presenterebbe il massimo interesse.
Se, per esempio, potesse provarsi che il levriere, il bracco, il bassotto, lo
spagnuolo e l'alano, le razze dei quali si propagano tanto pure, sono i discendenti
di una specie unica; simili fatti avrebbero molto peso per farci dubitare della
immutabilità di moltissime specie selvagge strettamente affini, come,
ad esempio, delle numerose razze di volpi che abitano in diversi punti del globo.
Non credo, e in breve ne vedremo la ragione, che tutte le differenze constatate
fra le varie razze de' nostri cani siano state prodotte allo stato di domesticità;
al contrario ritengo che una parte di queste differenze sia dovuta alla provenienza
delle nostre razze canine da specie distinte. Rispetto poi ad altri animali
domestici abbiamo delle presunzioni od una grande evidenza per opinare che tutte
le varietà da noi possedute derivino da un solo tipo selvaggio.
Di sovente si è supposto che l'uomo abbia scelto da addomesticare animali
e piante dotate d'una tendenza innata e straordinariamente forte di variare,
come pure di sostenere climi assai diversi. Non negherò che queste due
facoltà non abbiano accresciuto grandemente il valore delle nostre produzioni
domestiche; ma un selvaggio, nell'addomesticare per la prima volta un animale,
come avrebbe potuto sapere che la sua razza avrebbe variato nel corso delle
generazioni e sarebbe stata capace di sopportare altri climi? La poca variabilità
dell'asino e della gallina faraona, la ristretta facoltà della renna
di resistere al calore, e del cammello di abituarsi al freddo, hanno forse impedito
la loro domesticità? Io non posso dubitare che se altri animali od altre
piante di numero eguale a quello delle nostre produzioni domestiche ed appartenenti
pure a diverse classi e a paesi diversi, fossero presi allo stato di natura,
e si riproducessero poi allo stato domestico per altrettante generazioni, esse
non variassero tanto, quanto variarono le madri-specie delle attuali nostre
produzioni domestiche.
Riguardo a molte delle nostre piante e dei nostri animali da tempo antichissimo
in domesticità, è impossibile decidere definitivamente, se derivino
da una sola o da parecchie specie selvaggie. Quelli che sostengono l'origine
multipla delle nostre razze domestiche s'appoggiano principalmente al fatto,
che già negli antichissimi tempi, nei monumenti egiziani e nelle palafitte
della Svizzera può osservarsi una grande varietà di animali domestici;
e che alcune di queste razze antiche somigliano assai alle attuali, o sono con
esse identiche. Ma ciò altro non prova se non che la civilizzazione risale
a tempi più antichi che non si creda, e che gli animali furono ridotti
alla domesticità in tempi remotissimi. Gli abitatori delle palafitte
svizzere coltivavano parecchie qualità di frumento e di orzo, la lente,
il papavero per ricavarne l'olio e la canapa, e possedevano diversi animali
domestici; essi stavano anche in relazione con altri popoli. Come Heer ha osservato,
ciò dimostra chiaramente che in quel tempo remoto essi avevano fatto
grandi progressi nella coltura; e ne segue, essere preceduto un lungo periodo
di civiltà meno progredita, durante il quale le specie tenute in domesticità
da parecchie tribù e in diversi distretti possono aver subìto
delle variazioni e prodotto razze distinte. Dopo la scoperta degli arnesi di
piromaca negli strati superiori terrestri in parecchie parti del mondo, tutti
i geologi sono convinti che in un tempo remotissimo sieno esistiti degli uomini
selvaggi in uno stato di completa barbarie; mentre oggidì forse non si
rinviene una sola tribù tanto incolta da non possedere almeno il cane
allo stato di domesticità.
L'origine della maggior parte delle nostre specie domestiche rimarrà
forse dubbia per sempre. Ma io posso osservare che rispetto al cane, dopo una
laboriosa raccolta di tutti i fatti noti in ogni parte del mondo, io giunsi
alla conclusione che molte specie di cani selvaggi furono domate: e che il loro
sangue, più o meno frammisto, scorre nelle vene delle tante nostre razze
domestiche. Quanto ai montoni e alle capre io non posso formarmi una decisa
opinione. Dietro i fatti che mi furono comunicati dal signor Blyth sulle abitudini,
sulla voce, sulla costituzione, ecc., dello zebu dell'India, è probabile
che egli scenda da un tipo originale diverso da quello de' nostri buoi d'Europa;
e parecchi giudici competenti credono che anche i nostri provengano da due o
tre progenitori selvaggi, vogliansi riferire a specie o razze diverse. Quanto
ai cavalli, per ragioni che sarebbe troppo lungo l'enumerare qui, io inclino
a credere, con qualche riserva e all'opposto di quanto pensano diversi autori,
che tutte le nostre razze domestiche discendano da un medesimo stipite naturale.
Dopo aver coltivato ed incrociato pressochè tutte le razze inglesi di
polli, e dopo l'esame de' loro scheletri, sono giunto alla convinzione ch'esse
discendono tutte dal gallo indiano selvaggio (Gallus bankiva); ed a tale conclusione
sono giunti anche il sig. Blyth ed altri che hanno studiato questo uccello nell'India.
Riguardo alle anitre e ai conigli, le razze dei quali diversificano assai fra
loro, i fatti non ci predispongono a credere che discendano tutte dall'anitra
selvatica comune e dal coniglio.
La dottrina della moltiplicità d'origine delle nostre razze domestiche
fu spinta ad un assurdo estremo da alcuni naturalisti. Essi ammettono che ogni
razza che si riproduce pura, per quanto lievi siano i caratteri distintivi,
abbia avuto il suo prototipo selvaggio. Per conseguenza, nella sola Europa avrebbero
esistito moltissime specie di buoi selvaggi, altrettante specie di montoni,
molte sorta di capre. Ne sarebbero vissuti molti anche solo nei limiti della
Gran Bretagna; un autore ha detto che questo paese diede ricetto ad undici specie
di montoni selvaggi che gli erano propri. Quando noi ricordiamo che l'Inghilterra
oggi possiede appena un mammifero speciale, che la Francia ne ha pochi differenti
da quelli della Germania e viceversa, che ciò avviene anche in Ungheria,
in Ispagna, ecc.; ma che in compenso ciascuno di questi Stati ha parecchie razze
particolari di buoi, di pecore, ecc., dovremo stabilire che molte razze domestiche
si sono prodotte in Europa. Infatti, d'onde potremmo noi ritenerle partite,
quando le diverse contrade in essa contenute non posseggono un numero uguale
di specie selvagge particolari che possano considerarsi come i loro tipi originali?
Dicasi altrettanto dell'India orientale. Anche riguardo ai cani domestici del
mondo intero, che io giudico derivati da parecchie specie selvagge, non potrebbe
dubitarsi che non abbiano subìto una immensa congerie di variazioni ereditarie.
Chi crederebbe mai che animali somigliantissimi al levriere italiano, al bracco,
al bull-dog, al piccolo alano, o al cane da caccia Bleinheim, tutti diversi
dai canidi selvaggi, abbiano esistito allo stato naturale? Spesso si è
asserito che tutte le nostre razze di cani siano state prodotte dall'incrociamento
di alcune poche specie originali; ma coll'incrociamento non possono ottenersi
che forme intermedie a quelle dei parenti; e se noi ricorriamo a questo processo
per spiegare l'origine delle nostre razze domestiche, allora bisogna ammettere
l'esistenza precedente delle forme estreme, cioè del levriere italiano,
del bracco, del bull-dog, ecc., allo stato selvaggio. Inoltre la possibilità
di produrre razze distinte per mezzo degl'incrociamenti fu molto esagerata.
È fuor di dubbio che una razza può essere modificata per incrociamenti
occasionali, se si ha cura della scelta precisa di quei discendenti incrociati
che offrono il carattere voluto. Ma io stento a credere che possa aversi una
razza quasi intermedia fra altre due molto diverse. J. Sebright fece delle esperienze
espressamente a questo scopo, ma non potè riuscire. I prodotti del primo
incrociamento fra due razze pure sono abbastanza e qualche volta straordinariamente
uniformi, come notai nei colombi. Ma quando tali prodotti sono incrociati gli
uni cogli altri per molte generazioni, di rado rinvengonsi due soggetti che
siano simili; ed è allora che si palesa l'estrema difficoltà o
meglio la perfetta inattendibilità dell'impresa.
DELLE RAZZE DEI COLOMBI DOMESTICI
LORO DIFFERENZE ED ORIGINE
Pensando che sia opportuno scegliere un gruppo speciale di
animali per farne oggetto di studio, ho preso a considerare i colombi domestici.
Io ho conservato tutte le razze che potei procurarmi e ricevei nel modo più
obbligante degli esemplari da diverse parti del mondo e specialmente dall'India
orientale col mezzo dell'onorevole W. Elliot, e dalla Persia per opera dell'onorevole
C. Murray. Molti trattati sono stati pubblicati in diverse lingue sui colombi,
alcuni dei quali sono di molto pregio per la loro antichità. Io mi sono
associato coi più celebri amatori di colombi e mi sono fatto iscrivere
a due Società per l'allevamento dei colombi in Londra. La diversità
delle razze è veramente meravigliosa. Si paragoni il colombo messaggero
inglese col colombo giratore a faccia corta, e si vedranno le sorprendenti differenze
nel loro becco, che accompagnano corrispondenti differenze nel loro cranio.
Il messaggero inglese, e soprattutto il maschio, è notevole per lo sviluppo
della caruncola della cute del capo, per le palpebre molto allungate, le narici
assai larghe e l'ampio squarcio della bocca. Il colombo giratore a faccia corta
ha un becco di forma quasi simile a quello del fringuello; e il giratore comune
ha la singolare ed ereditaria abitudine di volare a grandi altezze in stormi
compatti, per poi ridiscendere a capitombolo. Il colombo romano è di
grandi dimensioni, con becco lungo e grosso, e piedi grandi; alcune delle sotto-varietà
hanno un collo lunghissimo, altre hanno lunghe ali e coda lunga, altre una coda
estremamente corta. Il barbo è affine al messaggere, ma il suo becco,
invece d'essere lungo, è all'opposto molto corto e largo. Il colombo
gozzuto ha il corpo, le ali e la coda allungati, egli ama gonfiare il suo enorme
gozzo in un modo meraviglioso ed anche ridicolo. Il colombo turbito ha un becco
corto e conico, una serie di piume arruffate lungo lo sterno e l'abitudine di
gonfiare la parte superiore dell'esofago. Il colombo incappucciato ha le piume
nucali tanto ritte, che gli formano una specie di cappuccio, e le penne delle
ali e della coda relativamente molto lunghe. Il colombo trombettiere e il colombo
ridente, come viene indicato dai loro nomi, fanno sentire un tubare diversissimo
da quello delle altre razze. Il colombo pavone ha trenta ed anche quaranta penne
alla coda in luogo delle dodici o quattordici normali; e queste penne stanno
tanto spiegate e ritte, che nelle buone razze la testa e la coda si toccano;
la ghiandola oleifera è rudimentale. Potrebbero citarsi altre razze meno
distinte.
Negli scheletri delle diverse razze lo sviluppo delle ossa della faccia in lunghezza,
larghezza e curvatura differisce enormemente. La forma, la lunghezza e la larghezza
del ramo della mascella inferiore varia in un modo notevolissimo. Il numero
delle vertebre caudali e sacrali e delle coste, come la relativa larghezza e
la presenza dei processi variano pure assai. La larghezza e la forma delle aperture
dello sterno sono grandemente variabili, come l'angolo e la lunghezza dei due
rami della forchetta. La larghezza proporzionale dello squarcio della bocca,
la lunghezza relativa delle palpebre, delle narici e della lingua, che non è
sempre in esatta correlazione colla lunghezza del becco; lo sviluppo del gozzo,
o della parte superiore dell'esofago; lo sviluppo o lo stato rudimentale della
glandola oleifera, il numero delle penne remiganti e rettrici, la lunghezza
relativa delle ali e della coda, sia fra loro, sia in relazione al corpo; la
lunghezza relativa del tarso del piede e il numero delle squame delle dita;
lo sviluppo della membrana fra queste ultime, sono tutte parti variabili nella
struttura generale. L'epoca in cui le penne raggiungono la loro perfezione varia
pure, come la peluria di cui sono rivestiti i piccoli sbucciati dall'uovo. La
forma e la grandezza delle uova è pure variabile. Il volo e in alcune
razze la voce e l'indole presentano rimarchevoli differenze. Finalmente in certe
varietà i maschi differiscono qualche poco dalle femmine.
Si potrebbe in questo modo addurre una lunga serie di colombi diversi, che un
ornitologo, se li credesse uccelli selvaggi, li riguarderebbe come altrettante
specie ben distinte. Un ornitologo certamente non vorrebbe porre il messaggero
inglese, il giratore a faccia corta, il colombo romano, il barbo, il gozzuto,
il colombo pavone nello stesso genere: tanto più che gli si potrebbero
mostrare in tutte queste razze parecchie sotto-varietà di discendenza
pura, cioè di specie, come egli senza dubbio le chiamerebbe.
Benchè le differenze fra le razze dei colombi siano grandi, io tengo
pienamente l'opinione comune dei naturalisti che reputano siano tutti discesi
dal colombo torraiuolo (Columba Livia); comprendendo sotto questo nome parecchie
razze geografiche o sotto-specie, le quali non differiscono le une dalle altre
che nei rapporti più insignificanti. Siccome parecchie delle ragioni
che mi hanno condotto a quest'opinione sono in qualche parte applicabili ad
altri casi, io le esporrò brevemente.
Se le diverse razze dei nostri colombi non sono varietà e non derivano
dal colombo torraiuolo, è mestieri che discendano almeno da sette od
otto tipi originali; perchè sarebbe impossibile riprodurre le razze domestiche
oggi esistenti coll'incrociamento di un numero minore di tipi. Ad esempio, come
potrebbe ottenersi il colombo gozzuto dall'incrociamento di due specie, quando
almeno una di esse non fosse fornita dell'enorme gozzo caratteristico? I tipi
originali supposti debbono essere stati tutti colombi torraiuoli, che non si
arrestavano nè annidavano volontariamente sugli alberi. Ma, oltre la
Columba Livia e le sue sotto-specie geografiche, si conoscono soltanto due o
tre altre specie di piccioni torraiuoli, le quali non presentano alcuno dei
caratteri delle nostre razze domestiche. Sarebbe dunque necessario, o che le
specie originali supposte esistessero ancora nei paesi in cui furono dapprima
addomesticate e che siano tuttavia ignote agli ornitologi (cosa improbabile
se si considera la loro grandezza, le loro abitudini e il loro carattere notevole),
ovvero che tali specie fossero estinte allo stato selvaggio. Ma non possono
tanto facilmente esterminarsi uccelli che fabbricano i loro nidi sulle rupi
e che sono buoni volatori; e il piccione torraiuolo comune, che ha le stesse
abitudini delle razze domestiche, non fu distrutto nemmeno sopra parecchie delle
più piccole isolette britanniche o sulle coste del Mediterraneo. L'ipotesi
della distruzione di tante specie aventi abitudini consimili a quelle del colombo
torraiuolo, mi sembra quindi una ipotesi molto avventata. Di più, le
razze domestiche tanto diverse, già citate, furono trasportate in tutte
le parti del mondo; alcune debbono dunque essere ritornate nel loro paese nativo;
pure niuna di esse è mai ridivenuta selvaggia, quantunque il piccione
da colombaia, che non è altro se non il colombo torraiuolo appena alterato,
si sia naturalizzato in alcuni luoghi. Tutte le più recenti esperienze
provano quanto sia difficile ottenere la riproduzione regolare degli animali
selvaggi ridotti allo stato di domesticità; però, secondo l'ipotesi
delle origini multiple de' nostri colombi, sarebbe d'uopo ammettere che almeno
sette od otto specie fossero tanto completamente addomesticate, nei tempi antichi
e da uomini semi-civili, da divenire perfettamente feconde allo stato di reclusione.
Un altro argomento, che mi sembra di gran valore e suscettibile di estesa applicazione,
è che le razze sopra citate, benchè generalmente siano molto affini
al piccione torraiuolo nella loro costituzione, nelle loro abitudini, nella
loro voce, nel loro colore e in molte parti della struttura del corpo, tuttavia
sono assai differenti in altre parti di questa. Si cercherebbe indarno in tutta
la famiglia dei colombidi un becco simile a quello del messaggero inglese, del
giratore a faccia corta e del barbo; penne arruffate come quelle del giacobino;
un gozzo uguale a quello del piccione gozzuto; delle penne caudali paragonabili
a quelle del colombo pavone. Dovrebbe dunque conchiudersi, non solo che uomini
semi-civili riuscirono ad addomesticare completamente parecchie specie: ma che,
con una determinata intenzione o per caso, essi scelsero a quest'uopo specie
grandemente anormali; inoltre si dovrebbe anche ammettere che tutte queste specie
sieno estinte dappoi o rimaste ignote. Ora un tale concorso di circostanze stravaganti
presenta il più alto grado d'improbabilità.
Alcuni fatti concernenti il colore dei colombi meritano di essere presi in considerazione.
Il piccione torraiuolo è di colore bleu-ardesia, col groppone bianco
(le sotto-specie indiane, fra le altre la colomba intermedia di Strickland,
l'hanno turchiniccio); la coda ha una fascia nera terminale, con margine esterno
bianco nelle penne esterne. Le ali hanno due fascie nere; ed alcune razze semi-domestiche,
come alcune altre che sembrano razze pure selvagge, hanno inoltre le ali macchiate
in nero. Tutti questi diversi caratteri non trovansi mai riuniti in qualsiasi
altra specie della famiglia; ma in ognuna delle nostre razze domestiche e perfino
in uccelli perfettamente sviluppati trovansi talvolta tutti questi caratteri
riuniti ed evidenti, non eccettuato l'orlo bianco delle penne caudali esterne.
Inoltre, quando si incrociano uccelli appartenenti a due o più razze
distinte, e che nessuno di essi è turchino, ovvero non porta alcuna delle
predette particolarità, tuttavia i bastardi così ottenuti si mostrano
dispostissimi ad acquistarle rapidamente. Ad esempio, io ho incrociato alcuni
colombi-pavoni affatto bianchi e di razza purissima con alcuni barbi uniformemente
neri, dei quali io non vidi mai in Inghilterra alcuna varietà turchina;
i bastardi che ottenni erano bruni, neri e macchiati. Incrociai anche un barbo
con un colombo (Spot) macchiato, uccello bianco con coda rossa e una macchia
rossa alla sommità del capo, notoriamente di razza assai costante: i
bastardi furono di colore cupo macchiato. Allora incrociai uno dei bastardi
barbo-pavone con un bastardo barbo-spot e mi diedero un colombo di un bel turchino
col groppone bianco, con doppia fascia nera sulle ali, con fascia nera sulla
coda e colle rettrici orlate di bianco come nel torraiuolo selvaggio. Se tutte
le razze dei colombi domestici derivano dal colombo torraiuolo, questi fatti
si spiegano col noto principio della riversione ai caratteri degli avi (principio
del quale per verità ho sempre veduta l'azione circoscritta nei limiti
del solo colore). Ove ciò si neghi, bisogna fare una delle due ipotesi
seguenti poco probabili. O tutti i vari tipi originali erano colorati e macchiati
come il piccione torraiuolo, mentre niun'altra specie esistente presenta gli
stessi caratteri, di modo che in ogni razza vi abbia una tendenza a ritornare
a questo colore e a questi segni; ovvero conviene che ogni razza, anche la più
pura, abbia nell'intervallo di dodici o al più di venti generazioni subìto
un incrociamento col piccione torraiuolo; e dico al più di venti generazioni,
perchè non vi è un solo fatto in conferma dell'opinione che un
discendente, dopo una più lunga serie di generazioni, sia ritornato ai
caratteri dei suoi avi. In una razza incrociata una sola volta con una razza
diversa, la tendenza di riversione a un carattere di questa diviene sempre minore,
in ragione della quantità sempre descrescente del sangue della medesima
che rimane in ogni generazione successiva. Ma all'opposto, quando non si abbia
alcun incrociamento con una razza differente, e che ciò non pertanto
si manifesti nei due progenitori una tendenza a ricuperare un carattere perduto
per un certo numero di generazioni, questa tendenza, per quanto si voglia opporre,
si può trasmettere senza indebolimento per un numero indeterminato di
generazioni. Questi due casi distintissimi sono spesso confusi da quelli che
hanno scritto sull'ereditabilità.
Da ultimo gli ibridi o i meticci provenienti dall'incrociamento delle varie
razze dei piccioni sono perfettamente fecondi; io posso attestarlo per le mie
osservazioni fatte a tale scopo sulle razze più diverse. Al contrario
è difficile e forse impossibile trovare un esempio di ibridi provenienti
da due animali evidentemente differenti e nondimeno perfettamente fecondi. Alcuni
autori suppongono che una lunga domesticità elimini questa forte tendenza
alla sterilità; dalla storia dei cani sembrerebbe che vi fosse qualche
verità in questa ipotesi, principalmente se non venisse applicata che
a specie strettamente affini, benchè finora non esista alcuna esperienza
in appoggio. Ma parmi esagerato lo estendere tale ipotesi al punto di sostenere
che specie originariamente tanto distinte, come i messaggeri, i giratori, i
gozzuti, i colombi pavoni, possano generare ibridi fecondi fra loro.
Riassumendo: l'improbabilità che l'uomo abbia spinto nello stato di domesticità
7 - 8 supposte specie di colombi a riprodursi volontariamente, specie che noi
non conosciamo affatto allo stato selvaggio, nè in alcun luogo ridivennero
tali: i molti caratteri anormali per certi riguardi in confronto di tutti gli
altri colombidi, quantunque per molti altri rapporti somiglianti al colombo
torraiuolo; il frequente ritorno del colore turchino e delle diverse macchie
nere in tutte le razze, siano pure, siano incrociate; la perfetta fecondità
degli ibridi: tutte queste diverse ragioni ci spingono a concludere con sicurezza
che tutte le nostre razze domestiche discendono dalla Columba livia e dalle
sue sotto-specie geografiche.
In appoggio a quest'opinione posso aggiungere ancora alcuni argomenti. Primieramente
il piccione torraiuolo, o Columba livia, fu trovato nell'Europa e nell'India
facile da addomesticare, e vi ha una grande analogia fra le sue abitudini e
le diverse parti della sua organizzazione con quelle di tutte le nostre razze
domestiche. Secondariamente, sebbene un messaggero inglese, o un giratore a
faccia corta differiscano immensamente per certi rapporti dal piccione torraiuolo,
pure, se si confrontano le varie sotto-razze di queste varietà e segnatamente
quelle che furono importate da regioni lontane, possono ricostituirsi serie
non interrotte tra le forme estreme. In terzo luogo i principali caratteri distintivi
delle diverse razze, come le verruche e il becco lungo del messaggere, il becco
corto del giratore, e le numerose penne caudali del colombo pavone sono grandemente
variabili, e la spiegazione evidente di questo fatto ci sarà data da
quanto diremo più avanti riguardo all'azione naturale. In quarto luogo
i colombi sono stati osservati e coltivati con molta cura e trasporto da molti
popoli: essi sono domestici da migliaia d'anni in diverse parti del globo; la
più antica menzione che ne troviamo nella storia risale alla quinta dinastia
egiziana, cioè circa 3000 anni prima dell'êra nostra, secondo il
prof. Lepsius; ma io seppi dal Birch che in una nota di cucina della dinastia
precedente i colombi sono ricordati. Rileviamo da Plinio che al tempo dei Romani
si dava un prezzo esorbitante a questi animali. "Essi sono giunti al punto
di poter render conto della loro genealogia e della loro razza". Verso
l'anno 1600, nell'India, Akber Khan era tale dilettante di colombi, che alla
sua Corte se ne tenevano non meno di ventimila. "I monarchi dell'Iran e
del Touran gli inviarono alcuni uccelli rarissimi". E il cronista reale
aggiunge che "Sua Maestà, incrociando le razze, metodo non ancora
praticato prima, le migliorò mirabilmente". A quell'epoca anche
gli Olandesi si mostravano appassionati pei colombi, come gli antichi Romani.
L'importanza di codeste considerazioni, per render conto dell'enorme somma di
variazioni subìte dai colombi, apparirà manifestamente quando
tratteremo dell'elezione naturale. Allora vedremo anche il perchè certe
razze abbiano un carattere in qualche modo mostruoso. È poi una circostanza
delle più favorevoli per la produzione di razze distinte che, nei colombi,
un maschio possa facilmente appaiarsi colla medesima femmina durante tutta la
loro vita, e che le diverse razze possano essere racchiuse insieme nella stessa
colombaia.
Io ho discusso con qualche diffusione l'origine probabile de' nostri piccioni
domestici, benchè in un modo ancora insufficiente; perchè fino
dai primi giorni in cui io li riunivo per osservarli, vedendo con quale costanza
le varie razze si riproducevano, provai molta ripugnanza a credere che discendessero
tutte da una medesima specie-madre, quanta potrebbe risentirne qualunque naturalista
che dovesse ammettere la stessa conclusione rispetto alle molte specie dell'ordine
dei passeri o di qualsiasi altro gruppo naturale di uccelli selvaggi. Una cosa
mi ha vivamente colpito, ed è che tutti gli allevatori di animali domestici
e quasi tutti gli orticultori coi quali ho parlato o di cui lessi i trattati,
sono fermamente convinti che le diverse razze, da essi allevate particolarmente,
discendano da altrettante specie originali distinte. Domandate a un celebre
allevatore di buoi d'Hereford, come ho fatto io, se il suo bestiame possa provenire
da una razza a corna lunghe; egli vi deriderà. Non mi sono mai incontrato
con un amatore di colombi, di polli, di anitre o di conigli che non fosse persuaso
della discendenza di ogni razza principale da una specie distinta. Van Mons,
nel suo trattato sui pomi e sui peri, si oppone apertamente all'opinione che
un Ribston-pippin o un pomo Codlin possano procedere da semi del medesimo albero.
Si potrebbero citare altri innumerevoli esempi analoghi. La spiegazione di questi
fatti mi pare semplice. Tutti gli allevatori traggono dalle loro costanti osservazioni
un sentimento profondo delle differenze che caratterizzano le razze; e benchè
sappiano che ogni razza varia leggermente, non guadagnando essi alcun premio
nei concorsi se non per mezzo di queste piccole differenze scelte con accuratezza,
tuttavia essi evitano le generalità e non sanno valutare col loro spirito
la somma delle leggiere differenze accumulate durante un lungo periodo di generazioni
succedentisi. Come dunque i naturalisti (che ne sanno assai meno degli allevatori
sulle leggi dell'eredità e che non conoscono meglio i legami intermedi
che connettono fra loro delle lunghe serie genealogiche) ammetterebbero che
molte delle nostre razze domestiche discendano da uno stesso tipo? come non
debbono essi aspettarsi una lezione di prudenza, quando deridono l'idea che
le specie allo stato di natura sieno la posterità diretta di altre specie?
PRINCIPIO DI ELEZIONE, APPLICATO DA LUNGO TEMPO,
E SUOI EFFETTI
Consideriamo ora brevemente per quali mezzi le nostre razze
domestiche furono prodotte, sia che esse derivino da una sola specie, sia che
esse derivino da parecchie specie affini.
Si può attribuire una piccola parte dell'effetto all'azione diretta delle
condizioni della vita, come pure alle abitudini; ma sarebbe stoltezza il ritenere
che da tali cause fossero prodotte le differenze del cavallo da tiro e di quello
da corsa, del levriere e del bracco, del colombo messaggere e del colombo giratore.
Una delle proprietà più segnalate delle nostre razze domestiche
è il loro adattamento, che non è propriamente utile all'animale
o alla pianta, ma bensì secondo il vantaggio e il capriccio dell'uomo.
Alcune variazioni che loro sono favorevoli possono certamente essersi prodotte
improvvisamente, in una sola volta; parecchi botanici, ad esempio, pensano che
il cardo dei follatori coi suoi uncini, che non può essere superato da
alcun congegno meccanico, sia soltanto una varietà del Dipsacus selvaggio;
e questa trasformazione può essere avvenuta in una sola pianta giovane.
Altrettanto può ritenersi del cane che in Inghilterra è adoperato
per muovere il girarrosto, e sappiamo che questo è il caso della pecora
d'Ancon americana. Ma se si confrontino il cavallo da tiro col cavallo da corsa,
il dromedario col cammello, le varie razze di pecore adattate alle pianure coltivate
o ai pascoli di montagna, con lana propria a diversi usi; se confrontiamo le
molte specie di cani, ciascuna delle quali è utile all'uomo in vario
modo; se si paragoni il gallo combattente, così ostinato nella zuffa,
con altre specie tanto pacifiche e pigre, che fanno continuamente uova senza
mai covare, o col gallo Bantham tanto piccolo ed elegante; se finalmente si
confrontino le piante de' nostri campi e dei giardini, gli alberi fruttiferi
e le piante alimentari utili all'uomo nelle varie stagioni e per usi diversi,
o solo gradevoli all'occhio, è pur mestieri ravvisarvi qualche cosa di
più di un semplice effetto della variabilità. Noi non potremmo
supporre che tutte queste varietà sieno state repentinamente prodotte,
con tutta la loro perfezione e l'utilità che ne ricaviamo; e realmente
in molti casi sappiamo dalla loro storia, che la cosa è ben diversa.
La chiave di questo problema è il potere elettivo d'accumulazione che
l'uomo possiede. La natura somministra gradatamente diverse variazioni; l'uomo
le aumenta in una determinata direzione per proprio vantaggio o per capriccio;
in tal riflesso può dirsi ch'egli si forma a proprio profitto delle razze
domestiche.
Il grande valore del principio d'elezione non è dunque ipotetico. È
certo che molti de' nostri celebri allevatori hanno, nel corso della sola vita
d'un uomo, modificato sopra estesi limiti alcune razze di buoi e di pecore.
Per stimare convenientemente ciò, che essi poterono fare, è quasi
indispensabile leggere alcuni dei numerosi trattati speciali scritti sull'argomento
e vedere i loro stessi prodotti. Gli allevatori parlano abitualmente dell'organismo
di un animale come di una cosa plastica, che possono modellare quasi come più
loro talenta. Se lo spazio non mi mancasse, potrei citare molti testi tratti
da autorità sommamente competenti. Youatt, cui sono tanto familiari i
lavori degli orticultori e che è pure un giudice esimio in fatto di animali,
ammette che il principio d'elezione dà all'agricoltore non solo la facoltà
di modificare il carattere del suo gregge, ma di trasformarlo per intero. È
la bacchetta magica, colla quale egli chiama alla vita quella forma che gli
piace. Lord Somervihe, scrivendo intorno a ciò che gli allevatori fecero
rispetto alle razze delle pecore, dice: "sembrerebbe che essi avessero
dipinto sulla parete una forma perfetta e che poi l'avessero animata".
In Sassonia l'importanza del principio d'elezione riguardo alle pecore merinos
è tanto riconosciuta, che certi individui ne fanno un mestiere. Tre volte
l'anno ogni montone è steso sopra una tavola per studiarlo, come farebbe
un intelligente per un quadro; ogni volta è segnato e classificato; e
soltanto i soggetti più perfetti vengono scelti per la riproduzione.
Gli, enormi prezzi assegnati agli animali che offrono una buona genealogia provan
pure quanto si sia ottenuto dagli allevatori inglesi in questo senso; i loro
prodotti sono oggi esportati in quasi tutti i paesi del mondo. Generalmente
il miglioramento della razze non è dovuto punto al loro incrociamento,
e tutti i migliori allevatori sono assai contrari a questo sistema, eccettuato
l'incrociamento fra alcune poche sotto-razze strettamente affini. Quando un
tale incrociamento fu operato, l'elezione la più severa è molto
più necessaria che nei casi ordinari. Se l'elezione consistesse soltanto
nel separare qualche varietà ben spiccata per farla riprodurre, il principio
sarebbe di tale evidenza che tornerebbe inutile discuterlo. Ma la sua importanza
consiste principalmente nel grande effetto prodotto dall'accumulazione in una
direzione determinata e per un gran numero di generazioni successive, di differenze
assolutamente inapprezzabili ad occhi inesperti, differenze che io stesso ho
tentato indarno di scoprire. A stento un uomo su mille possiede la sicurezza
del colpo d'occhio e del giudizio necessario per divenire un abile allevatore.
Ma colui che, dotato di queste facoltà, studia lungamente l'arte sua
e vi dedica tutta la sua vita con una perseveranza indomabile, può riuscire
a fare grandi miglioramenti. Pochi hanno una giusta idea della capacità
naturale e della lunga esperienza che sono necessarie per formare un abile allevatore
di colombi.
Gli orticultori seguono i medesimi principî, ma le variazioni sono qui
spesso più improvvise. Chi supporrebbe mai che molti dei nostri prodotti
più delicati derivano immediatamente, per mezzo di una semplice modificazione,
dal tipo naturale? Ma noi sappiamo altresì che ciò non avvenne
in altri casi, dei quali abbiamo esatte notizie storiche come può dirsi
del costante aumento di grossezza dell'uva spina. Puossi constatare ancora un
progresso meraviglioso nelle piante da fiori, se si raffrontino i fiori attuali
coi disegni fatti soltanto venti o trent'anni fa. Quando una razza vegetale
è bene sviluppata e stabilita, i coltivatori non raccolgono più
dalle vaneggie i migliori individui: ma svelgono quelli che più deviano
dal loro tipo. Rispetto agli animali si pratica pure questa specie di elezione;
giacchè non esiste alcuno così trascurato da permettere la produzione
dei soggetti più difettosi.
Havvi ancora un altro mezzo di osservare gli effetti accumulati dell'elezione
quanto alle piante: ed è nel confrontare nei giardini la diversità
grande dei fiori delle differenti varietà d'una medesima specie; la diversità
delle foglie, dei gusci, dei tuberi o più generalmente di tutte le parti
della pianta relativamente ai fiori delle stesse varietà; e nei frutteti,
la diversità di frutti della medesima specie in confronto alla uniformità
delle foglie e dei fiori di questi alberi stessi. Come infatti sono diverse
le foglie del cavolo, mentre i fiori sono tanto simili! Al contrario quanto
non diversificano i fiori della viola del pensiero, mentre le foglie sono rassomiglianti!
Quanto diversi sono i frutti delle varie qualità di uva spina nella grossezza,
nel colore, nella forma, nella villosità! frattanto i fiori non ne presentano
che differenze insignificanti. Nè può dirsi che le varietà
molto diverse in qualche punto non differiscano in alcun modo per altri rapporti;
al contrario ciò non avviene mai, come io posso asserire dietro minuziose
osservazioni. Le leggi della correlazione di sviluppo, delle quali non è
mai da dimenticare l'importanza, produrranno sempre alcune differenze; ma in
generale io sono certo che l'elezione costante di piccole variazioni nelle foglie,
nei fiori o nel frutto produce delle razze che differiscono fra loro specialmente
in questi organi.
Potrebbesi obbiettare che il principio d'elezione non divenne un metodo pratico
che or sono appena tre quarti di secolo. Per vero egli attirò maggiormente
l'attenzione in questi ultimi tempi ed assai più dopo la pubblicazione
di molti trattati sull'argomento; e il risultato ne fu anche proporzionatamente
rapido ed efficace. Ma d'altra parte è falso che il principio stesso
formi una nuova scoperta. Io potrei citare molte opere antichissime che provano
essersene da gran tempo riconosciuta l'importanza. Durante il periodo barbaro
della storia d'Inghilterra animali scelti furono spesso importati, e furono
emanate leggi per impedirne l'esportazione; si impose inoltre la distruzione
dei cavalli che non giungevano a una certa altezza, e tale misura può
ravvicinarsi a quella dell'estirpamento sopra mentovato di piante. Io ho trovato
il principio d'elezione in un'antica enciclopedia cinese. Alcuni autori latini
stabiliscono regole analoghe. Da alcuni passi della Genesi risulta manifestamente
che allora si poneva qualche attenzione al colore degli animali domestici. I
selvaggi incrociano anche al presente qualche volta le loro razze di cani con
canidi(1) selvaggi per migliorarle, come Plinio attesta che essi facevano anche
anticamente. I selvaggi dell'Africa meridionale aggiogano i loro buoi da tiro
secondo il colore, come fanno gli Esquimesi per i loro cani da tiro. Livingstone
riferisce che i Negri dell'interno dell'Africa, che non hanno relazioni sociali
di sorta cogli Europei, danno un valore considerevole alle buone razze d'animali
domestici. Alcuni di questi fatti non si attengono in modo esplicito al principio
d'elezione; ma dimostrano che l'allevamento degli animali fu oggetto di cure
particolari dai più remoti tempi e che anche al presente forma un soggetto
di attenzione pei popoli più selvaggi. Sarebbe strano che le leggi così
manifeste dell'eredità dei caratteri utili o nocevoli non si fossero
osservate.
ELEZIONE INCONSCIA
Attualmente abili allevatori cercano produrre una nuova discendenza
o sotto-razza, superiore a tutte quelle che esistono nel paese, per mezzo di
un'elezione metodica e con un determinato scopo: ma per noi una specie d'elezione
che può chiamarsi inconscia e che risulta dalla gara formatasi per possedere
e moltiplicare i migliori individui d'ogni specie è di un'importanza
molto maggiore. Così un uomo che desidera un buon cane da ferma cerca
di acquistarne possibilmente i migliori, e di ottenere dai migliori fra questi
una prole, senza avere l'intenzione o la speranza di variare in questo modo
permanentemente la razza. Tuttavia noi possiamo ritenere che questo processo
continuato pel corso dei secoli finirebbe per modificare e migliorare la razza,
non altrimenti di Bakewell, Collins, e tanti altri che collo stesso metodo,
impiegato sistematicamente, per la sola durata della loro vita, hanno modificato
grandemente le forme e le qualità del loro bestiame. I cambiamenti lenti
ed insensibili non potrebbero constatarsi, quando non si prendessero fin da
principio esatte misure o disegni correttissimi delle razze modificate, onde
valersene per termini di confronto. In alcuni casi, però, individui della
medesima razza, senza alcuna modificazione, od anche poco modificati, possono
trovarsi in quei luoghi in cui il miglioramento della razza primitiva non è
ancor progredito o solamente di poco. Vi sono motivi da pensare che il cane
spagnolo Re-Carlo è stato inavvertitamente eppure molto profondamente
modificato dall'epoca di questo monarca. Alcune autorità competentissime
sostengono che il cane da ferma è derivato direttamente dallo spagnolo
per lente variazioni. Sappiamo che il cane da ferma inglese ha variato assai
nel secolo passato, e che gli incrociamenti avvenuti col cane-volpe furono la
cagione precipua di questi cangiamenti. Ma ciò che più monta è
che tutte queste variazioni sono avvenute inavvertitamente e gradatamente: tuttavia
sono tanto pronunciate, che, quantunque l'antico cane da ferma venga certamente
dalla Spagna, il signor Borrow mi ha assicurato di non avere veduto in quel
paese un solo cane paragonabile al nostro cane da ferma.
In seguito a tale processo d'elezione e col mezzo di una educazione accurata,
la maggior parte dei cavalli da corsa inglesi sono giunti a superare in leggerezza
e statura i cavalli arabi da cui discendono: al punto che questi ultimi, dietro
i regolamenti delle corse di Goodwood, sono caricati d'un peso minore dei corridori
inglesi. Lord Spencer e tanti altri hanno dimostrato che il bestiame inglese
è aumentato nel peso e nella precocità in confronto degli antichi
prodotti del paese. Se si faccia un paragone fra i documenti antichi da noi
posseduti sui colombi messaggeri e giratori e lo stato attuale di queste razze
nelle Isole Britanniche, nell'India e nella Persia, possono seguirsi tutte le
fasi percorse successivamente da tali razze per giungere a differire siffattamente
dal colombo torraiuolo.
Youatt dà un esempio degli effetti ottenuti mediante elezioni continuate,
che possono essere chiamate inconscie, in quanto gli allevatori non potevano
aspettarsi o desiderare il risultato ottenuto: e cita due razze ben differenti.
Sono queste le due greggie di montoni di Leicester, che i signori Buckley e
Burgess da 50 anni a questa parte hanno allevato unicamente dallo stipite di
Bakewell. Niuno può supporre che il proprietario dell'uno o dell'altro
gregge abbia mai frammisto il puro sangue della razza Bakewell; nondimeno la
differenza fra i montoni del Buckley e quelli del Burgess è tanto marcata,
che hanno tutta l'apparenza di due razze distinte affatto.
Anche supposto che sianvi popoli selvaggi tanto barbari da non pensare a modificare
i caratteri ereditari dei loro animali domestici, tuttavia essi conserverebbero
con maggior cura, nelle carestie e negli altri flagelli, ai quali i selvaggi
sono tanto esposti, qualunque animale che fosse loro utile in particolare. Tali
animali così prescelti avrebbero generalmente maggiore probabilità
degli altri di lasciare una posterità; per modo che ne seguirebbe un'elezione
inconscia ma continua. Perfino i selvaggi della Terra del Fuoco attribuiscono
tanto valore ai loro animali domestici, che in tempo di carestia ammazzano e
divorano le loro vecchie donne, piuttosto che i loro cani, trovando questi più
utili di quelle.
Lo stesso graduato processo di perfezionamento ha luogo nelle piante, conservando
occasionalmente i migliori individui, sia che essi diversifichino abbastanza
per essere alla prima apparenza riguardati come distinte varietà, sia
che essi derivino da due o più razze o specie, con o senza incrociamento.
Il progresso manifestasi con evidenza nell'aumento delle dimensioni e nella
bellezza che oggi si osserva nella viola del pensiero, nella rosa, nel pelargonio,
nella dalia e in atri fiori, quando si confrontino colle più antiche
varietà delle medesime specie. Niuno potrebbe mai aspettarsi di ottenere
subito una viola del pensiero o una dalia dal seme di una pianta selvatica,
o di produrre improvvisamente una pera succosa col seme d'una pera selvatica;
benchè si potesse riuscirvi col mezzo di una semente cresciuta allo stato
selvatico ma proveniente da un frutto coltivato. La pera coltivata negli antichi
tempi, al dire di Plinio, pare sia stata un frutto di qualità molto inferiore.
Certe opere d'orticoltura si diffondono sulla meravigliosa abilità de'
giardinieri che ottennero sì magnifici risultati con materiali tanto
scarsi; pure nessuno ebbe la coscienza delle lente trasformazioni che egli contribuiva
ad operare. Tutta la loro arte consistette semplicemente nel seminare sempre
le migliori varietà note, e non appena sorgeva casualmente una varietà
alquanto superiore, la sceglievano per riprodurla. I giardinieri dell'epoca
classica che coltivarono le migliori pere che poterono procurarsi, non hanno
mai pensato agli stupendi frutti che noi un giorno avremmo mangiato; quantunque
noi li dobbiamo, in qualche parte, allo studio da essi impiegato per scegliere
e perpetuare le migliori varietà raccolte.
I grandi cambiamenti che si sono accumulati lentamente e inavvertitamente nelle
nostre piante coltivate, spiegano il fatto notissimo che nella massima parte
dei casi noi non conosciamo la pianta madre selvatica; e perciò non possiamo
asserire da quali piante derivino quelle che noi teniamo negli orti e nei giardini.
Se occorsero centinaia o migliaia d'anni per modificare e migliorare i nostri
vegetali domestici fino all'attuale loro grado di utilità, è facile
capire per qual ragione nè l'Australia, nè il Capo di Buona Speranza,
nè qualsiasi altro paese abitato da genti non civilizzate, non ci diedero
una sola pianta degna di coltivazione. Ciò non vuol dire che quei paesi
tanto ricchi di specie non possano avere i tipi originali di molte utili piante,
ma che queste piante indigene non furono migliorate da una continua elezione
fino ad un grado di perfezione paragonabile a quello che osserviamo nelle piante
dei luoghi da lungo tempo coltivati.
Quanto agli animali domestici dei popoli selvaggi non bisogna perdere di vista
che essi debbono quasi sempre provvedere da sè al loro nutrimento, almeno
in determinate stagioni. Ora in due regioni differentissime individui della
medesima specie, aventi alcune piccole differenze di costituzione, ponno spesso
riuscire molto meglio gli uni nella prima, gli altri nella seconda; e mediante
un processo d'elezione naturale, che noi esporremo fra poco più completamente,
ponno formarsi due sotto-razze. Ciò spiega forse in parte quanto venne
osservato da alcuni autori; vale a dire che le varietà domestiche presso
i selvaggi hanno in maggior grado i caratteri di specie particolari di quello
che le varietà domestiche coltivate dai popoli civilizzati.
Questo importante intervento del potere elettivo dell'uomo rende facilmente
conto degli adattamenti sì straordinari della struttura o delle abitudini
delle razze domestiche a' nostri bisogni e a' nostri capricci. Noi vi troviamo
la spiegazione del loro carattere sì spesso anormale, come pure delle
loro grandi differenze esterne relativamente alle leggiere differenze de' loro
organi interni. L'uomo infatti non potrebbe senza un'estrema difficoltà
scegliere le variazioni interne della struttura; e stiamo per dire ch'egli in
generale poco se ne cura. La sua scelta non può cadere che sopra variazioni
che la natura stessa gli offre in grado dapprima assai lieve. Così nessuno
avrebbe mai cercato di formare un colombo pavone quando non avesse osservato
in uno o più individui uno sviluppo alquanto insolito della coda, nè
avrebbe pensato al colombo gozzuto quando non avesse veduto un colombo già
dotato di un gozzo di notevoli dimensioni. Ora quanto più un carattere
a tutta prima sembra inusitato o anormale, tanto più esso attirerà
l'attenzione dell'uomo. Ma nella pluralità dei casi almeno, è
inesatto il servirsi di questa frase: provarsi a fare un colombo pavone! La
persona che per la prima scelse un colombo ornato di una coda un po' più
larga delle altre, non immaginò mai che cosa sarebbero divenuti i discendenti
per effetto di questa elezione continuata in parte inavvertitamente, in parte
metodicamente. Forse l'uccello stipite di tutti i nostri colombi pavoni aveva
solamente 14 penne caudali un po' spiegate, come al presente il colombo pavone
di Giava, oppure come gl'individui di altre razze nei quali trovansene perfino
diciassette. Forse il primo colombo gozzuto non gonfiava il suo gozzo più
di quanto il turbito ora gonfia la parte superiore dell'esofago, abitudine che
resta inosservata agli amatori di colombi perchè non offre scopo alcuno
per l'elezione.
Tuttavia non si creda che una deviazione di struttura debba essere molto palese
per attirare l'attenzione di un amatore, il quale s'avvede anche di differenze
piccolissime ed è conforme alla natura dell'uomo l'apprezzare altamente
qualsiasi novità che sia in suo possesso, per quanto insignificante.
Inoltre, il valore attribuito a leggiere differenze accidentali in un solo individuo
della specie, non devesi paragonare a quello che si attribuisce alle medesime
differenze quando si sono già formate diverse razze pure. È ben
probabile che nei colombi si sieno formate e si formino tuttora leggiere variazioni,
che vengono respinte come deviazioni difettose dal tipo perfetto d'ogni razza.
L'oca comune non ci ha dato alcuna varietà ben marcata; per cui la razza
di Tolosa e la razza comune, differenti solo pel colore, il meno costante fra
tutti i caratteri, furono spacciate come specie distinte nelle nostre esposizioni
di volatili.
Da ciò emerge il motivo della nostra ignoranza sull'origine e sulla storia
delle nostre razze domestiche. In fatto ad una razza, come al dialetto d'una
lingua, non si può assegnare una origine ben definita. Alcuno alleva
e fa riprodurre un individuo che presenta qualche modificazione poco sensibile,
o prende maggior cura di un altro ad accoppiare i suoi soggetti più belli:
in tal modo egli migliora i suoi allievi, e questi, così perfezionati,
si spargono nei più vicini contorni. Ma essi non hanno ancora un nome
speciale, e non essendo ancora apprezzato il loro valore, la loro storia è
trascurata. Dopo aver subito un nuovo perfezionamento col medesimo processo
lento e graduato, essi si disseminano sempre più, sono riguardati come
cosa distinta e pregevole, ed allora solamente essi ricevono un nome provinciale.
In alcuni paesi semicivilizzati, ove le comunicazioni sono difficili, una nuova
sotto-razza sarebbe anche più lentamente diffusa ed apprezzata. Appena
che le qualità pregevoli sono riconosciute, l'elezione inconscia tende
ad aumentarne lentamente e incessantemente i tratti caratteristici, qualunque
siano; ma non ugualmente in tutti i tempi, secondo che la razza nuova acquista
o perde voga; e forse anche in certi distretti meglio che in altri, secondo
il grado di civiltà dei loro abitanti. Ma avremo sempre pochissima probabilità
di conservare una cronaca esatta delle sue modificazioni lente ed insensibili.
CIRCOSTANZE FAVOREVOLI AL POTERE ELETTIVO DELL'UOMO
Debbo ora dire qualche cosa delle circostanze propizie o contrarie
al potere elettivo dell'uomo. Un grado elevato di variabilità è
evidentemente favorevole, mentre somministra materiali all'azione elettiva;
quantunque le differenze puramente individuali siano sufficienti a permettere,
mediante un'accuratezza estrema, di accumulare una grande congerie di modificazioni
in qualsiasi direzione. Ma siccome le variazioni utili o aggradevoli all'uomo
non appariscono che a caso, le probabilità della loro comparsa si accrescono
in ragione del numero degli individui, per cui la pluralità di essi diventa
un elemento di successo della massima importanza. Su questo principio Marshall
ha verificato che nella contea di York le pecore, appartenendo a gente povera
ed essendo generalmente riunite in piccoli gruppi, non sono suscettibili di
miglioramento. D'altra parte i giardinieri che ad uso di commercio allevano
molti individui della stessa pianta, riescono assai più spesso degli
amatori a formare nuove e preziose varietà. Per riunire un gran numero
di individui d'una specie in un paese, è necessario che essi sieno posti
in condizioni di vita abbastanza favorevoli a riprodurvisi liberamente. Quando
gli individui sono pochi, tutti riescono a riprodursi, qualunque siano le loro
qualità, il che impedisce la manifestazione dell'azione elettiva. È
probabile che la condizione più importante sia quella che l'animale o
la pianta sieno per l'uomo talmente utili ed apprezzabili, che egli ponga la
più seria attenzione anche alle leggiere variazioni dei caratteri e della
struttura di ogni individuo. Senza queste condizioni nulla può farsi.
Io ho inteso dire seriamente essere stato un caso felicissimo che la fragola
abbia cominciato a variare quando i giardinieri cominciarono ad osservarla attentamente.
Senza dubbio la fragola ha sempre variato dacchè la si coltiva, ma queste
leggere variazioni furono trascurate. Appena i giardinieri si presero la premura
di scegliere gli individui i quali producevano frutta più grosse, più
precoci e più profumate degli altri, e quando allevarono le piante giovani,
onde presceglierne ancora le piante migliori e propagarle: allora, coll'aiuto
di incrociamenti con altre specie, apparvero quelle ammirabili varietà
che si sono ottenute negli ultimi cinquant'anni.
Riguardo agli animali forniti di sessi separati, la facilità colla quale
si possono impedire gli incrociamenti è di grande aiuto per la formazione
di nuove razze, almeno in un paese già dotato di altre razze. L'isolamento
influisce assai in tale effetto. I selvaggi nomadi o gli abitanti delle pianure
aperte posseggono di rado più d'una razza della medesima specie. Due
colombi possono essere accoppiati per tutta la vita, ed è cosa assai
comoda per l'amatore; giacchè in tal modo molte razze possono essere
perfezionate e conservate pure, quantunque allevate assieme nella stessa uccelliera.
Ciò senza dubbio ha agevolato assai la formazione di nuove razze. Io
potrei anche aggiungere che i colombi moltiplicano molto e presto, e che i soggetti
difettosi possono essere sacrificati senza perdita perchè servono di
cibo. I gatti al contrario non possono essere facilmente appaiati a nostra scelta
per la loro abitudine di vagabondaggio notturno; e quantunque siano molto apprezzati
dalle donne e dai ragazzi, vediamo di rado sorgere una nuova razza e quando
ci scontriamo in tali razze, convien dire che esse sono state importate da qualche
altro paese. Non dubito menomamente che certi animali domestici non variino
meno d'altri, tuttavia la scarsezza o l'assenza di razze distinte nel gatto,
nell'asino, nella gallina faraona, nell'oca, ecc., deriva principalmente dal
non essere intervenuta l'azione elettiva; nei gatti per la difficoltà
di accoppiarli a piacimento; negli asini perchè trovansi sempre in piccol
numero e in potere dei poveri, che poco si curano del loro miglioramento, mentre
recentemente, in certe provincie della Spagna e degli Stati Uniti, questi animali
furono modificati e migliorati in un modo sorprendente per mezzo di una giudiziosa
elezione; nelle galline faraone per la difficoltà di allevarle e per
non trovarsi esse mai in grandi gruppi; nelle oche da ultimo per non avere le
medesime altro valore che quello della loro carne e delle loro penne, per cui
niuno trovò mai incitamento per allevarne nuove razze; ma è d'uopo
anche osservare che l'oca sembra dotata di una organizzazione singolarmente
inflessibile, sebbene abbia subìto leggere modificazioni, come ho dimostrato
altrove.
Alcuni autori hanno asserito che le nostre forme domestiche raggiungono presto
un alto grado di variazione che poscia non possono giammai oltrepassare. Ma
sarebbe prematuro l'asserto che tale limite sia stato toccato in un solo caso,
imperocchè tutte le nostre piante e gli animali sieno stati soggetti
a dei miglioramenti nei tempi moderni, ciò che non avrebbe potuto avvenire
senza variazioni. Sarebbe anche prematuro il dire, che quei caratteri, i quali
furono accresciuti fino al massimo limite e si conservarono costanti per molti
secoli, non possono variare in nuove condizioni di vita. Certamente, come ha
detto benissimo il Wallace, un limite sarà al fine raggiunto; ad esempio
vi deve essere un limite alla velocità di ogni animale terrestre determinato
dall'attrito che deve essere superato, dal peso del corpo e dal potere contrattile
della fibra muscolare: ma qui importa solo stabilire che le varietà domestiche
differiscono tra loro più che non le specie distinte di uno stesso genere
in quasi tutti quei caratteri, cui l'uomo ha rivolto la sua attenzione e che
ha preso in mira nella elezione artificiale. Isidoro Geoffroy Saint-Hilaire
lo ha dimostrato per la grandezza; altrettanto potrebbe provarsi pel colore
e probabilmente anche per la lunghezza del pelo. Quanto alla velocità,
la quale dipende da parecchi caratteri fisici, Eclipse correva assai più,
ed un cavallo da carretta è incomparabilmente più forte che non
due specie naturali del genere equino. Dicasi altrettanto delle piante: i semi
delle diverse varietà di fava e di frumentone differiscono probabilmente
più nella grandezza che i semi di due specie distinte in uno stesso genere
delle due famiglie. Si possono estendere queste conclusioni anche ai frutti
delle diverse varietà di susini, e più ancora ai melloni, e ad
innumerevoli altri analoghi casi.
Riassumendo quanto abbiamo detto sull'origine delle nostre razze domestiche
animali o vegetali, io reputo che le condizioni della vita, per la loro azione
sul sistema riproduttore, sieno cause di variabilità della maggiore importanza.
Ma non è probabile che la variabilità sia una qualità costante
e necessariamente inerente a tutti gli esseri organizzati, come alcuni autori
hanno pensato. Gli effetti della variabilità sono modificati in diverso
grado dall'eredità e dalla riversione dei caratteri. La variabilità
è pure governata da molte leggi ignote, e particolarmente dalla legge
di correlazione di sviluppo. Si può annettere qualche influenza all'azione
diretta delle condizioni esterne della vita, come pure all'uso o al non uso
degli organi; il risultato finale diventa perciò molto complesso. In
qualche caso l'incrociamento delle specie distinte in origine ebbe probabilmente
molta parte nella formazione delle nostre razze domestiche. Quando in un paese
parecchie razze domestiche già stabilite furono occasionalmente incrociate,
questo incrociamento, favorito dall'elezione, avrà senza dubbio contribuito
alla formazione di nuove razze; ma l'importanza dell'incrociamento delle varietà
venne molto esagerata sia rispetto agli animali, sia rispetto alle piante propagate
per mezzo di semi. Fra le piante che sono temporaneamente propagate per mezzo
di innesto, di gemme, ecc., l'importanza degli incrociamenti, vuoi fra specie
distinte, vuoi fra varietà, è immensa; perchè, in tal caso,
il coltivatore trascura completamente l'estrema variabilità degli ibridi
e dei meticci e la frequente sterilità degli ibridi; ma le piante propagate
senza semi sono di poca importanza per noi, perchè la loro durata è
temporanea. Di tutte le cause di variabilità la prevalente, secondo la
mia persuasione, è l'azione accumulata dell'elezione, sia che venga applicata
metodicamente, e con rapidità, sia che operi inavvertita e lenta, ma
tanto più efficace.
CAPO II
VARIAZIONE ALLO STATO DI NATURA
Variabilità - Differenze individuali - Specie dubbie - Le specie molto estese, molto diffuse e comuni variano assai - Le specie dei grandi generi in ogni paese variano più delle specie dei generi piccoli - Molte specie dei generi grandi rassomigliano a varietà per essere strettamente e diversamente affini fra loro o geograficamente assai circoscritte.
VARIABILITÀ
Prima di procedere all'applicazione dei principii da noi svolti
nel capo precedente agli esseri organizzati nello stato di natura, dobbiamo
esaminare brevemente se questi sono variabili o no. Per trattare convenientemente
tale soggetto, sarebbe necessario redigere un lungo catalogo di fatti; ma io
debbo serbarli per la mia opera futura. Io non posso inoltre discutere qui le
diverse definizioni che si diedero del termine specie. Nessuna di queste definizioni
soddisfece ancora pienamente tutti i naturalisti; frattanto ogni naturalista
conosce almeno in modo vago che cosa intende, quando parla di una specie. In
generale questa espressione sottintende l'elemento incognito d'un atto distinto
di creazione. Anche il termine varietà è parimenti difficile a
definirsi; ma qui l'idea d'una discendenza comune è generalmente implicata,
quantunque ben di rado possa provarsi. Da ultimo sonovi le mostruosità;
ma esse si fondono insensibilmente colle varietà. Intendo per mostruosità
una deviazione ragguardevole di una singola parte che può essere o nociva
o almeno inutile alle specie. Alcuni autori impiegano la parola variazione,
nel significato tecnico, per indicare una modificazione dovuta direttamente
alle condizioni esterne della vita; e le variazioni in tal senso non si suppongono
ereditarie: ora chi può affermare che le proporzioni minime delle conchiglie
nelle acque salmastre del Baltico e la piccolezza delle piante sulle vette alpestri,
oppure il fitto pelo degli animali della zona polare non siano in molte occasioni
trasmissibili almeno per alcune generazioni? In questo caso io presumo che la
forma sarebbe considerata come una varietà.
È dubbio se le variazioni di struttura profonde e repentine, come quelle
che assai spesso notansi nelle nostre razze domestiche e più particolarmente
fra le piante, possansi propagare con un carattere di costanza nello stato di
natura. Generalmente gli esseri organici sono tanto meravigliosamente adatti
alle loro condizioni di esistenza da sembrare improbabile che ogni parte di
essi sia stata improvvisamente formata nella sua intera perfezione, come una
macchina complicata non potrebbe essere stata inventata dall'uomo con tutti
i suoi perfezionamenti. Allo stato domestico appariscono spesso delle mostruosità
che somigliano a produzioni normali di animali assai diversi; ad esempio, nacquero
dei maiali forniti di una specie di proboscide. Se nel genere Sus esistesse
una specie naturale fornita di proboscide, si potrebbe concludere ch'essa sia
apparsa repentinamente come forma mostruosa; ma per quanto io abbia cercato,
non rinvenni un solo caso, in cui una mostruosità somigliasse ad una
forma normale in specie affini; e ciò solamente sarebbe d'interesse nella
presente questione. Se allo stato dì natura apparissero siffatte forme
mostruose, e se fossero trasmissibili (ciò che non sempre si verifica),
essendo rare ed isolate, la loro conservazione dipenderebbe da condizioni straordinariamente
favorevoli. Si aggiunga che esse nella prima e nelle successive generazioni
s'incrocierebbero colle forme comuni, e si comprenderà che debbano perdere
quasi inevitabilmente il loro carattere anormale. Ma in un capitolo seguente
io riparlerò della conservazione e riproduzione di singole ed occasionali
variazioni.
DIFFERENZE INDIVIDUALI
Vi sono leggiere differenze che potrebbero chiamarsi differenze
individuali, siccome si trovano nei discendenti dai medesimi genitori, oppure
fra individui riguardati per tali, perchè appartenenti alla medesima
specie e viventi in una stessa località limitata. Nessuno suppone che
tutti gli individui della medesima specie siano formati assolutamente sopra
uno stampo eguale. Ora queste differenze individuali sono per noi della massima
importanza, e perchè più frequentemente sono trasmissibili, come
tutti sanno, e perchè forniscono degli elementi all'accumulazione per
elezione naturale; nello stesso modo che l'uomo accumula in una data direzione
le differenze individuali che si rilevano nelle razze domestiche.
Queste differenze individuali affettano generalmente quegli organi che i naturalisti
considerano come poco importanti; ma io potrei dimostrare con un lungo catalogo
di fatti che alcuni organi di una importanza incontestabile, sia che si considerino
dal punto di vista fisiologico, sia che si riguardino sotto l'aspetto della
classificazione, variano qualche volta fra gli individui della medesima specie.
I naturalisti più esperti sarebbero meravigliati del numero delle variazioni
che affettano le parti più importanti dell'organismo, delle quali potei
prendere cognizione dalle più autorevoli sorgenti nel corso di un certo
numero danni. Nè deesi dimenticare che i classificatori sistematici sono
ben lontani dal dichiararsi soddisfatti quando trovano qualche deviazione in
caratteri importanti. D'altronde sonvene assai pochi che esaminino attentamente
gli organi interni (che sono di tanto valore), e che li confrontino in molti
campioni d'una medesima specie. Io non mi sarei mai aspettato che le biforcazioni
del nervo principale presso il ganglio maggiore centrale di un insetto, fossero
variabili in una stessa specie; ma avrei creduto piuttosto che cambiamenti di
questa natura dovessero effettuarsi lentamente e gradatamente. Eppure ultimamente
il Lubbock ha dimostrato che nel principale filamento nervoso del Coccus esiste
una variabilità paragonabile alle irregolari biforcazioni del tronco
di un albero. Lo stesso naturalista ha eziandio notato recentemente che nelle
larve di alcuni insetti i muscoli sono tutt'altro che uniformi. I dotti s'aggirano
in un circolo vizioso quando pretendono che gli organi importanti non variino
mai; imperocchè essi cominciano a porre empiricamente fra i caratteri
importanti tutti i caratteri invariabili, come alcuni in buona fede confessano.
Ora, partendo da questo principio, nessun esempio di variazione importante si
affaccerebbe mai. Pure da un altro punto di vista questi esempi sono all'opposto
molto frequenti.
Esiste un fenomeno, connesso alle differenze individuali, difficilissimo a spiegarsi.
Alludo a quei generi che si dissero proteici o polimorfi, perchè le specie
che li costituiscono presentano una straordinaria variabilità. Appena
trovansi due naturalisti concordi sulle forme che debbono considerarsi come
specie e come semplici varietà. Tali sono i generi Rubus, Rosa e Hieracium
fra le piante, parecchi generi d'insetti e di molluschi brachiopodi fra gli
animali. Nella pluralità dei generi polimorfi alcune specie hanno carattere
fisso e definito. Alcuni generi che sono polimorfi in un paese, a quanto pare
lo sono altresì in tutti gli altri, salvo rare eccezioni, e ciò
si verificò anche in altre epoche geologiche, come può desumersi
dalle conchiglie dei brachiopodi fossili. Questi fatti sono di grave imbarazzo
per la scienza, comechè tendano a provare che tale variabilità
è indipendente dalle condizioni di vita, Quanto a me propendo a ritenere
che nei generi polimorfi noi vediamo delle variazioni