Biblioteca Multimediale Marxista
a cura di
Alessandro Cortese de Bosis
A Lillian Vernon de Bosis
madre di due caduti per l'Italia
e la libertà.
Avvertenza
Ringrazio Furio Colombo, che presenta a Roma il libro di Lauro
de Bosis. Furio ha scritto recentemente pagine indimenticabili nel volume "Fascismo
e Antifascismo".
Insegnare ai giovani che cosa sia stato in Italia il fascismo, vecchio e nuovo,
è dovere dell'uomo di cultura, specie oggi, ricordando la guerra di liberazione
dal nazifascismo di cinquanta anni fa: liberazione che significa anche lotta
ad ogni forma di liberticidio, comunista e non.
Il compito di chi scrive si limita a collegare l'introduzione, alcune note esplicative,
le testimonianze e i commenti di Salvemini, Spadolini, Rogari, che precedono
e accompagnano il testo di "Storia della mia morte": scritto nel 1931,
dal pilota dell'aereo che, dopo il volo antifascista su Roma, non è più
rientrato alla base.
A. C. d. B.
Introduzione
di
Alessandro Cortese de Bosis
Mezzo secolo fa si concludeva il capitolo della Resistenza
contro il nazifascismo.
Rievocazioni storiche del 50º Anniversario si svolgono in tutto il Paese,
collegate idealmente al ricordo della Resistenza al regime fascista, fin dagli
anni venti, con il sacrificio di tanti, e fra i più grandi, Gobetti,
Amendola, Matteotti, i fratelli Rosselli; il rifiuto, l'esilio e la prigionia
di Turati, Saragat, Pertini; il movimento "Giustizia e Libertà".
Impossibile citare tutti gli individui, isolati spesso, o associati in gruppi
segreti: come l' "Alleanza Nazionale della Libertà", creata
da Lauro de Bosis. Tutti protagonisti di quello che fu giustamente definito
il Secondo Risorgimento.
L'Alleanza, nata ai primi del 1930, si proponeva di sensibilizzare l'opinione
pubblica moderata con l'invio di lettere circolari sui guasti prodotti dal regime
con la soppressione delle libertà statutarie, con il bavaglio posto alla
stampa, con il "delitto Matteotti" e con il progressivo insorgere
di una dittatura veramente totalitaria, la prima del genere in Europa, dopo
le leggi "fascistissime" del '25-'29.
L'Alleanza Nazionale ebbe una vita breve, non già improduttiva.
Colleghi e amici di Lauro, nel sodalizio, vennero arrestati e processati nel
dicembre 1930 dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, composto da
alti gerarchi fascisti. Fra gli imputati, di cospirazione, vi era anche la madre
di Lauro, Lillian Vernon de Bosis.
In quell'epoca Lauro era in America e perciò fu l'unico a non essere
processato.
Fallita l'Alleanza, Lauro decise di sfidare il regime con un gesto spettacolare,
diretto a dimostrare la permanente validità della Resistenza liberale
contro il fascismo.
E fu il volo su Roma, durante il quale egli disseminò 400.000 manifestini
contenenti un monito e un appello al Re e al popolo italiano.
Dal suo volo del 3 Ottobre 1931, Lauro non fece più ritorno.
Storia di un anno, dunque, o poco più. Ma la risonanza che ebbe il volo
è testimoniata dal rilievo che la stampa mondiale seppe dare all'episodio
e alla diffusione di Storia della mia morte,il testamento spirituale che egli
scrisse alla vigilia del decollo da Marsiglia.
L'idea di rievocare Lauro e la sua "Storia", oggi, nell'ambito delle
celebrazioni della Resistenza, ha trovato il più autorevole sostegno
nell'iniziativa del compianto Giovanni Spadolini che ha dedicato a Lauro alcune
mirabili pagine de "Il Mondo frantumato". Il Presidente del Senato
scriveva: "...noi proponiamo a qualche editore animoso e intraprendente
di ristampare un piccolo e prezioso libro... uscito a Torino presso una testata
editoriale ormai avvolta nel mito, Francesco De Silva... e che comprendeva nella
sua breve e gloriosa storia Se questo è un uomo di Primo Levi e l'Antologia
della rivoluzione liberale, curata dal nostro vecchio e indimenticabile amico
e collega Nino Valeri.
"Storia della mia morte", un'operetta scritta quasi in una notte da
un poeta e studioso, che si chiamava Lauro de Bosis, già autore predestinato
di Icaro, che aveva deciso di ripetere sulla Roma di Mussolini il gesto di Bassanesi
su Milano. Proprio nel pieno degli 'anni del consenso' per dirla con De Felice."
"De Bosis. Un personaggio unico e inconfondibile. Di padre italiano (e
quale padre!) e di madre americana1. Professore a New York: cultore profondo
e appassionato della storia della civiltà italiana, largamente permeato
di dannunzianesimo (Valiani, che se ne intende e che è di Fiume, ama
dire che D'Annunzio ha influenzato egualmente fascismo e antifascismo). Arrivato
tardi alla lotta contro il regime e non senza qualche sgradevole equivoco coi
compagni di esilio (eccetto Salvemini che lo capì subito e lo protesse
sempre). Fondatore nel '30, insieme con Mario Vinciguerra (un altro personaggio
che meriterebbe una "Vita") dell'Alleanza Nazionale, una specie di
riduzione dell' "Unione democratica" amendoliana in chiave monarchica,
anzi in chiave di collaborazione tra forze liberali cattoliche e moderate, al
fine di premere su Monarchia e Chiesa per la rottura col fascismo (non importa
se due anni dopo il Concordato). Scriveva de Bosis nella "circolare n.1"
dell'Alleanza nazionale (1 luglio 1930):
..."Eppure bisogna agire: per essere in pace colla propria coscienza, per
salvare l'Italia da mali peggiori, bisogna fare. Il regime non poggia che sulla
inerzia degli italiani. Guai a lasciare ai sovversivi il monopolio della lotta
contro il fascismo! Non solo si rischia che al momento della inevitabile crisi
non vi siano di pronti che loro, ma si finisce col lasciar identificare nell'opinione
pubblica antifascismo con comunismo, col risultato che chiunque ha interessi
da difendere preferirà in ultima analisi rassegnarsi al fascismo".
"Una specie di 25 Luglio ante litteram. Sanzionato dal volo che porterà
il poeta angelico sulla capitale, da un'altezza di duemila metri a poco più
di trecento metri, con un aereo disseminante 400.000 manifestini proprio nella
zona di Palazzo Venezia e di Palazzo Chigi. Un errore nel rifornimento della
benzina, condurrà a morte il pilota e il suo apparecchio nel rientro
in terra di Francia. 'Il martirio' - diceva Mazzini - 'non è mai sterile'".
È opportuno soffermarsi su queste parole che confermano in sintesi l'analisi
già elaborata dall'illustre storico nel 1981 durante il Convegno di studio
su Lauro de Bosis nel 50° anniversario del volo e sul quale più ampiamente
ritorneremo: analisi che restituisce al gesto di Lauro de Bosis il suo pieno
significato storico-politico di collegamento ideale tra il movimento di resistenza
amendoliano e la nascita, tredici anni dopo, del movimento di Liberazione Nazionale.
La relazione di Spadolini, e lo studio di Sandro Rogari, letti al Convegno,
segnano perciò una svolta importante nella storiografia dell'antifascismo
e dell'Alleanza Nazionale.
Spadolini ha avuto il merito di collocare la Storia della mia morte e l'Alleanza
Nazionale nella concatenazione storica dei movimenti di Resistenza degli anni
trenta.
Vi sono dunque due tempi o due fasi storiografiche sull'opera di Lauro de Bosis.
Dagli anni trenta al 1981 prevale la fase dell'elogio all'episodio isolato di
un solitario romantico-liberale senza conseguenze politiche di rilievo; dal
1981, grazie allo storico Spadolini, il volo diventa uno dei capitoli nella
storia di una lunga, tenace resistenza che, nonostante le sue disfatte, non
ebbe soluzione di continuità; e in cui il monito di Lauro insieme al
"non mollare" di Giustizia e Libertà, al rifiuto dei pochi
ma valorosi cattedratici di sottomettersi al regime e all'opera degli esuli,
politici e uomini di cultura, costituì un punto di riferimento costante
nel mondo occidentale e una ragione di speranza per gli oppositori del fascismo
- pochi o molti - in Italia e fuori dai nostri confini.
Nelle pagine che seguono cercheremo di integrare, con dati finora inediti, i
commenti di Gaetano Salvemini, Giovanni Spadolini, Sergio Fenoaltea, Mario Vinciguerra,
Sandro Rogari sull'impresa di Lauro de Bosis.
Il volo su Roma
di A. C. d. B.
Lauro de Bosis concepì e decise il volo su Roma e il
lancio dei messaggi al Re e al popolo italiano come l'adempimento di un preciso
dovere morale e politico. Dovere morale, perché egli solo era rimasto
libero dopo l'arresto e la condanna dei suoi compagni d'azione. Solidarietà
dunque con Vinciguerra e Rendi condannati a quindici anni di carcere, solo per
aver proposto il ripristino delle libertà statutarie, soppresse dalle
cosiddette "leggi fascistissime" che avevano demolito lo Stato liberale
nato dal Risorgimento. Dovere politico, perché occorreva dimostrare al
regime che la lotta continuava nonostante la cattura di membri dell'Alleanza
Nazionale; e rassicurare anche gli altri gruppi di oppositori, come 'Giustizia
e Libertà' e più in generale gli antifascisti in esilio e in patria.
Soprattutto occorreva che la grande stampa liberale europea, la quale aveva
registrato non senza amarezza la condanna di Vinciguerra e Rendi, nel Dicembre
1930, riprendesse e rilanciasse l'eroico gesto di sfida che Lauro aveva in animo
di compiere.
Lauro aveva appreso la notizia della condanna dei suoi colleghi il 1 Dicembre
1930, quando era ancora in navigazione dall'America verso Southampton, per rientrare
poi in Italia. La sua decisione fu immediata. Bisognava continuare la lotta.
L'accusa della propaganda fascista che lo dipinse come un disertore, indifferente
al destino dei suoi compagni di lotta, esigeva una risposta. Come ricorda Salvemini,
egli decise dunque di regolare il suo conto personale con il regime, con o senza
l'appoggio dei fuorusciti antifascisti.
Il volo di Bassanesi su Milano fu certo un importante precedente di cui Lauro
tenne conto nel progettare il volo su Roma. Vari scrittori hanno accennato anche
ad un altro episodio più remoto che può averlo ispirato: il volo
di D'Annunzio su Vienna, dodici anni prima, nel 1918, e il lancio di manifestini
sulla capitale austriaca.
Ancora più struggente per Lauro il ricordo di un altro de Bosis aviatore:
suo fratello Valente, che era stato decorato di medaglia d'argento con i Granatieri
di Sardegna, in prima linea nel 1917, e che era poi passato all'aeronautica.
Comandante di una squadriglia di idrovolanti antisommergibili a Palermo, Valente
de Bosis, dopo numerose azioni di guerra, era precipitato nello specchio d'acqua
della città siciliana. "Il tempo non lenirà il dolore"
avevano scritto i suoi ufficiali sui resti dell'aereo, reliquie poi inviate
a Roma, alla madre di Valente e di Lauro.
Sì, un gesto ardito si imponeva per Lauro: scriverà poi in Storia
della mia morte: "Varrò più da morto che da vivo".
La determinazione di Lauro ad attuare la sua beffa aerea si rivela anche nel
suo rifiuto di tener conto dei consigli di esperti da lui consultati e che gli
dettero un giudizio negativo sulle possibilità di riuscita dell'impresa.
Egli aveva pensato ad una rotta aerea Francia-Roma-Corsica come progetto più
valido. E nel Novembre 1930 egli si consultò circa la fattibilità
del volo non solo con lo stesso Bassanesi, ma anche con un pilota americano,
Eric Wilmer Wood, che Lauro aveva conosciuto negli Stati Uniti. La prudente
risposta di Wood lo metteva in guardia dall'affrontare il rischio dell'impresa.
Secondo Wood, il pilota dell'aereo (naturalmente l'amico non pensava che Lauro
lo avrebbe pilotato personalmente, data la sua inesperienza), il pilota - dicevamo
- avrebbe dovuto avere almeno 600-800 ore di volo a suo credito (Lauro ne avrà
solo sette al momento del decollo), e non meno di duecento ore nell'anno precedente;
e per quanto concerne il volo notturno si sarebbe dovuto trattare di uno dei
migliori piloti europei, con lunga esperienza di volo strumentale. Wood consigliava
anche - ben conoscendo l'obiettivo politico del gesto - di prendere il volo
durante una giornata caratterizzata da annuvolamenti cumuliformi per poter scomparire
e nascondersi dagli eventuali aerei da caccia. E Wood terminava consigliando
di usare un aereo "anfibio" Lockheed-Vega oppure un Boeing da cinquecento
cavalli.
Ma quegli aerei erano troppo dispendiosi per un esule isolato come Lauro che
dovette perciò ripiegare su un tipo di apparecchio di seconda mano, che
costava più o meno quanto il velivolo di Bassanesi: 45.000 franchi francesi.
E volle ignorare del tutto il parere negativo (e saggio) dell'amico pilota;
come pure i consigli della sua guida spirituale, Gaetano Salvemini. Lo storico
pugliese era contrario al progetto: per l'altissimo rischio dell'impresa, data
l'inesperienza di Lauro come aviatore, rischio di vedere un altro esponente
della lotta clandestina cadere in un'impresa presumibilmente sterile di risultati
politici. Era la stessa posizione di "Giustizia e Libertà":
e sta qui una delle principali differenze - pur tra varie analogie - fra il
volo di Bassanesi e quello di Lauro. Il volo su Milano non fu il progetto di
un individuo isolato: i migliori nomi dell'antifascismo in esilio, da Rosselli
a Tarchiani, lo assistettero nella redazione dei manifestini, ben diversi come
contenuto, dall'appello al Re e ai cittadini lanciati nel cielo di Roma. "Giustizia
e Libertà" non considerava affatto valido, anzi del tutto inattuale
il programma dell' "Alleanza Nazionale" con il suo proposito di radunare
intorno alla monarchia gli elementi liberali e conservatori. (E tuttavia si
leggono con commozione le pagine che la stampa clandestina di "GL",
dedicò a Lauro dopo la sua scomparsa).
De Bosis proseguì dunque da solo il suo proposito. Prese lezioni di volo
in Inghilterra. Con l'aiuto di pochi amici riuscì ad acquistare un piccolo
velivolo. Concordò con un pilota inglese il trasferimento dell'aereo
in Francia; la rotta più breve e più sicura, egli calcolava, sarebbe
stata quella da Cannes alla Corsica, e poi da là su Roma.
Impressionato, come si è detto, dal successo di Bassanesi, Lauro riuscì
a mettersi in contatto con un collaboratore del pilota lombardo, Gioacchino
Dolci, che aveva preso parte al volo su Milano. In precedenza il giovane Dolci
aveva altresì collaborato all'organizzazione della fuga da Lipari di
Rosselli, Lussu e Fausto Nitti. Lauro si recò poi a ispezionare i luoghi
più opportuni per il decollo. In Corsica visitò un'area pianeggiante
sulla costa orientale presso la "Ghisonaccia"2. Decise anzi che l'aviatore
inglese avrebbe trasferito lui stesso l'aereo (un De Havilland Moth di otto
cavalli, ben diverso, dunque, dal Lockheed di cinquecento cavalli che gli era
stato suggerito dall'amico Wood) da Cannes alla Corsica. Lauro lo avrebbe preso
in consegna alla Ghisonaccia. I manifestini dovevano essere stampati in una
tipografia di fiducia a cura di un altro grande protagonista dell'antifascismo
in esilio, con cui Lauro era da tempo in contatto: Don Sturzo.
L'appuntamento col pilota inglese è dunque fissato per l'11 Luglio 1931
al campo della Ghisonaccia. Lauro attende ansiosamente l'aereo e il suo carico
di manifestini.
Ma il pilota sbaglia la manovra d'atterraggio, un'ala tocca il terreno, il velivolo
si spezza. E, quel che è peggio, si perdono molti manifestini, che verranno
poi sequestrati dalla polizia francese. Tutto da ricominciare. Scriverà
poi Salvemini in Memorie di un fuoriuscito. "Occorreva una forza di volontà
sovrumana per ricominciare da capo. Lauro ricominciò". (Chi scrive
ricorda ancora, incredibilmente, quel giorno di Luglio 1931. Bambino di cinque
anni, giocava sul terrazzo di Piazza di Spagna, dove abitava la famiglia de
Bosis. Un terrazzo con vista su tutta Roma, pieno di fiori, "un'isola felice".
Egli ricorda una sola frase della madre di Lauro: la nonna materna dello scrivente.
Le era giunto un telegramma, lo lesse, disse soltanto: "È in Corsica".
Che cosa voleva dire la parola "Corsica", evidentemente mai sentita
da quel bambino? E come tanti incisivi eventi, quella frase si impresse indelebile
nella memoria infantile: forse riallacciandosi al ricordo di uomini sconosciuti,
col cappello in testa anche dentro la nostra casa, che erano venuti una certa
notte di un anno prima, per arrestare i famigliari di Lauro).
Luglio-Ottobre 1931. Pochi mesi di febbrile attività per riorganizzare
il volo su Roma. Fra le decisioni da prendere vi è la scelta del periodo
ottimale per la trasvolata notturna. Ma Lauro pensò perfino ad un'impresa
duplice e simultanea: un altro volo di Bassanesi al Nord congiunto col volo
su Roma. E lo scrisse in segreto ad un amico liberale, l'avvocato Ferrari, uno
dei pochissimi oltre Salvemini, Sforza, Ferlosio, Don Sturzo, con cui egli era
in contatto: "...Capisco che questo (il duplice volo) complicherebbe le
cose, ma si potrebbe all'ultimo momento fissare una data; se uno dei suonatori
all'ultimo istante vede che non può, pazienza. Per la vigilanza, ormai
sanno perfettamente quali erano le mie intenzioni3 su luogo, ora, percorso;
sicché io credo che più vigilanza di così sia impossibile.
La cosa non mi preoccupa; ma credo che se anche avvenisse un altro concerto
a nord prima del mio non pregiudicherebbe le cose a mio riguardo più
di quanto lo siano ora. Vede: mi tocca farlo quando non c'è luna, dalle
20 alle 21. Sicché o verso il 15 Agosto, il ché mi pare un po'
presto, o fra il 3 e il 15 Settembre".
Giorni dopo questa lettera, Lauro s'incontrò con Bassanesi, in Svizzera
o in Francia, e Bassanesi gli prospettò le grandi difficoltà che
Lauro avrebbe incontrato per un volo tanto più lungo e difficile del
percorso effettuato da Bassanesi stesso, dal Canton Ticino a Milano. Ma cercare
di rimuovere Lauro, accumulando difficoltà su difficoltà, era
tempo perso. "Non discutete il problema. Le difficoltà parleranno
da sole", così Churchill ammonì i suoi collaboratori prima
dello sbarco in Normandia (come avrebbe sorriso, Lauro, con il suo sense of
humour, di fronte a certi paragoni storici...).
Sulla preparazione, e soprattutto sulla ricerca del secondo apparecchio, occorre
lasciare la parola a Franco Fucci, che nel suo libro narra con precisione di
giornalista e di storico i particolari della vicenda. "...In Agosto e Settembre
egli percorre in su e in giù la Germania; mantiene una fitta corrispondenza
con i suoi amici, che impazziscono per inseguirlo con la posta nei suoi fulminei
e continui spostamenti. È, di volta in volta, a Monaco, Friburgo, Lindau,
a Garmisch, a Sciaffusa poi di nuovo a Monaco che è la sua base principale.
Il 4 Agosto scrive a La Piana (professore ad Harvard): "...In Italia hanno
capito subito che il pilota ero io4 dallo stile dei foglietti, perché
tra questi esuli non ce n'è neppure uno che sia in speaking terms col
Re. Salvemini se non altro approva [ma con quali critiche negative e inquietudini
diffuse, l'abbiamo detto], ma gli altri preferirebbero vedere il fascismo continuare
per cinquant'anni piuttosto che di vederlo finire con l'aiuto del Re...".
"Verso la metà di Agosto - è sempre Fucci che scrive - "Lauro
ha un contrattempo: un ritardo nella consegna dell'aereo, ormai acquistato a
Monaco, un Klemm con nominativo D-1783. Il velivolo è di un modello che,
per strana combinazione, la casa costruttrice ha battezzato "Pegasus";
proprio il nome che Lauro aveva scelto per l'aeroplano - qualunque esso sia
- con cui compirà il volo su Roma. Il ritardo gli fa perdere l'ultima
sera di Agosto senza luna...".
Per varie circostanze la stampa dei volantini venne effettuata vicino a Ginevra
e Lauro stesso li recò con sé a Marsiglia da dove - dopo i vari
mutamenti di programma e soprattutto dopo l'incidente sul campo della Ghisonaccia
- Lauro aveva deciso di decollare, non appena possibile, verso Roma.
L'aereo "Pegaso" gli venne effettivamente consegnato all'aeroporto
di Marignane (Marsiglia) la mattina del 3 Ottobre 1931 dai due aviatori tedeschi,
ex piloti di guerra, Hans Böhning e Max Rainer, dai quali lo aveva acquistato
all'aeroclub di Monaco per la somma di 45.000 franchi (anche questo secondo
apparecchio, superfluo dirlo, era "di occasione", ma in condizioni
soddisfacenti).
La notte dal 2 al 3 Ottobre, all'Hotel Terminus di Marsiglia, Lauro scrive Storia
della mia morte. Il manoscritto, che egli invierà all'amico Francesco
Ferrari a Bruxelles era destinato ad essere pubblicato, in caso di scomparsa
dell'autore, dal giornale liberale belga "Le Soir", secondo accordi
presi con il redattore capo della testata, Auguste d'Arsac, che aveva entusiasticamente
aderito alla iniziativa anticipando una parte della somma. Il liberalismo europeo
non conosceva confini: la "buona battaglia" di Lauro era condivisa
da questo autentico liberale belga. I due aviatori tedeschi avevano ricevuto
l'ordinazione del velivolo da Lauro, che nascondeva la propria identità
sotto il nome di William Morris. L'acquisto doveva servire - secondo l'acquirente
- per un "volo pubblicitario" su Barcellona.
Franco Fucci ricostruisce nel libro su de Bosis le probabili cause della scomparsa
del pilota. Insufficienza di carburante per un volo così lungo e per
una "permanenza" aerea su Roma così prolungata, venti contrari
che ne rallentarono notevolmente la velocità? Nessuno credette ad uno
scontro con gli aerei da caccia predisposti dal regime. Un anno prima (Luglio
1930), subito dopo il volo di Bassanesi, il Capo della Polizia aveva chiesto
e ottenuto l'intervento dell'aeronautica, negli aeroporti lungo il confine svizzero,
per prevenire e respingere "incursioni" come quella effettuata su
Milano: "Avvistato l'aereo sospetto ed esperiti gli ordinari mezzi tendenti
a ottenere il pacifico atterraggio, il capo pattuglia farà una raffica
di mitragliatrice a vuoto; se il primo avvertimento risulta inefficace, il capo
pattuglia, con altra raffica, colpirà l'aereo sospetto in parti non vitali;
se anche il secondo avvertimento non avrà pratici risultati, il capo
pattuglia potrà abbattere l'apparecchio(...). Tutta la materia, comunque,
dovrebb'essere... rigorosamente studiata sotto il triplice aspetto tecnico,
giuridico e di polizia... anche per evitare... equivoci che potrebbero causare
incidenti di natura internazionale e per perfezionare... questo primo rudimentale
servizio di difesa aerea contro incursioni di criminali politici''. Così
recita la richiesta ufficiale.
Quel 3 Ottobre, contro l'incursione del nostro "criminale politico"
gli aerei da caccia ebbero, tardivamente, l'ordine di levarsi in volo. Presumibilmente,
l'aereo "Pegaso" aveva già lasciato il cielo di Roma quando
il comandante dell'aeroporto5, informato dell'accaduto, ordinò in tutta
fretta il decollo.
A quanto risultò più tardi, presero il volo gli aerei pilotati
dagli ufficiali Aldo Pellegrini, Guido Bonini e Letterio Cannistracci. Il Maresciallo
Italo Balbo - che Lauro nomina nella Storia della mia morte come "il mio
amico Balbo" - conosceva e apprezzava i tre piloti. Essi erano stati accuratamente
selezionati per la trasvolata atlantica dall'Italia al Brasile prevista per
il 1932. Piloti esperti dunque. E Lauro ricorda, nel suo ultimo scritto, che
la velocità dei loro apparecchi era circa il doppio di quella di "Pegaso".
Ma le ricerche furono vane. Gli aerei da caccia rientrarono a Ciampino dopo
essersi sospinti sullo specchio d'acqua dell'arcipelago toscano, a volo radente
sul mare, anche per rintracciare l'eventuale relitto. L'aereo "Pegaso"
era scomparso. Anche i tre ufficiali, anni dopo, come accadde all'aviatore solitario,
caddero con i loro aerei. Aldo Pellegrini, divenuto Generale di squadra aerea,
morì nel Dicembre 1940, in un incidente di volo. Il Colonnello Guido
Bonini nel Marzo 1941, anche egli per un incidente. Il Colonnello Letterio Cannistracci
cadde durante la guerra civile spagnola. Il Maresciallo dell'Aria Italo Balbo
morì nel 1940, abbattuto dall'artiglieria antiaerea italiana, nel cielo
di Tobruk, dopo una incursione aerea inglese su quella città.
*****
"Icaro cadde qui..." Così inizia un sonetto
di Jacopo Sannazaro, che Lauro aveva incluso tra le liriche da lui pubblicate
nell'antologia The Golden book of Italian Poetry (Oxford University Press 1930).
Lauro cadde qui, nel Tirreno. E a questo punto non ci resta che dare la parola
ai testimoni del tempo. Primi fra tutti gli "storici di un giorno solo",
ossia i giornalisti che sui quotidiani di tanti Paesi dettero subito notizia
del volo, nonché i diplomatici che dall'estero riferirono sulle reazioni
della stampa locale. Subito dopo citeremo gli esponenti della Resistenza, i
compagni d'arme che difendevano dall'esilio una "certa idea" dell'Italia,
di un'Italia libera e del suo onore. Di idee e programmi d'azione diverse. "Marciare
divisi, ma colpire uniti" ammoniva Salvemini.
*****
Che la stampa estera si sarebbe subito impossessata della notizia del volo del 3 ottobre, appariva ovvio alle autorità del regime: bastava raccogliere uno delle centinaia di migliaia di manifestini e il "pezzo era fatto", anche se le congetture e le illazioni sull'autore potevano essere le più svariate. E così infatti scriveva al suo capo, un anonimo funzionario della Pubblica Sicurezza, in un "appunto riservato" del 4 Ottobre 1931, "anno IX dell'Era fascista".
RISERVATO
Da fonte giornalistica estera:
"Nella mattina ho potuto constatare che la notizia del
raid compiuto ieri su Roma dall'aeroplano che ha lanciato manifestini antifascisti
è conosciuta da tutti i corrispondenti esteri e devo avvertire che alcuni
di essi hanno deciso di lanciarla, questa sera per telefono, a Londra, Parigi,
Berlino, mentre gli americani la telegraferebbero.
Il corrispondente dell'Agenzia 'Patt', Corecki, mi ha detto che all'Ambasciata
di Polonia il fatto è biasimato e si dice che colui che lo ha compiuto
deve essere un matto, sia per il rischio per il quale si è esposto, sia
per il male che produce. Il servizio d'ordine disposto intorno al Palazzo Farnese
è considerato come una conferma della supposizione che l'apparecchio
sia venuto dalla Corsica. Waring, del 'Daily Telegraph', si esprimeva anche
egli in senso ostile ai fuoriusciti, ai quali ormai tutti attribuiscono il proposito
di tentare qualche nuova impresa con lancio di bombe. Alla Stampa Estera si
diceva stamane che l'apparecchio misteroso, di colore bianco, di modello diverso
da quelli italiani, volando a bassissima quota ed a lumi spenti, sarebbe passato
sopra il Vaticano, il Palazzo Venezia, la Villa Torlonia ed il Quirinale. A
Piazza San Silvestro sembrava che stesse per precipitare tanto si era avvicinato
ai tetti dei fabbricati. Alcuni corrispondenti non sarebbero disposti a trasmettere
la notizia. Ma se altri lo fanno, tutti si troveranno in questa necessità".
E infatti tutta la stampa europea pubblicò subito notizie sul "misterioso
volo". Riportiamo qualche titolo. "Un avion mystérieux lance
sur Rome des Tracts politiques" (Ere Nouvelle, Parigi); "Le raid clandestin
sur Rome" (Heure); "Les aviateurs allemands dont l'appareil survola
Rome vont être expulses de France" (Echo de Paris); "Il testamento
di un eroe che va volontariamente alla morte", (Duch Casu, giornale cecoslovacco);
"La legende d'Icare renouvélee (Volonté, Parigi); "O
poeta aviator De Bosis" (O seculo, Lisbona); "British plane is chased
over Rome" (Daily Herald, Londra), quando per un momento si credette che
l'aviatore fosse un certo Sir Morris, o Maurice, come Lauro aveva fatto credere
ai due aviatori tedeschi che lo avevano assistito. "Chi ha bombardato Roma
con manifestini antifascisti?" "Il misterioso 'Sir Morris' o un asso
italiano dell'aria?" si chiedeva il 6 Ottobre l'Agenzia Reuter; "Antifascist
leaflets addressed to King" (Manchester Guardian). "Identificato l'uomo
che ha 'bombardato' Roma" (Morning Post); "Un titolato inglese in
un volo spettacolare su Roma". "Search for Lauro de Bosis" (Manchester
Guardian).
Fin nella remota Riga il volo fu seguito come un eccezionale avvenimento. Il
quotidiano in lingua russa "Segodnja"(Oggi) pubblicò la notizia.
A Sofia il giornale "Narod" scriveva: "De Bosis non ha voluto
rimanere vivo dopo il suo atto eroico per non essere poi trascinato davanti
ai tribunali come è avvenuto per Bassanesi?6 "Der Flieger über
Rome", scrive la "Kölnishe illustrierte Zeitung".
E finalmente, quando apparve l'intero testo del suo testamento spirituale dal
titolo Storia della mia morte su "Le soir" di Bruxelles e poi sul
"New York Times", tutta la stampa europea, chiarito il mistero, dedicò
amplissimo spazio all'impresa: "The story of my death" (Times, Londra);
"Die Geschichte meins todes" (Der Abend, 16 Ottobre 1931); "Il
Testamento dell'aviatore della libertà Lauro de Bosis" (Munchen
Post, 20 Ottobre 1931).
Quasi si direbbe che la grande stampa europea scorgesse nel gesto di Lauro una
nota "rassicurante": perché dimostrava che vi erano ancora
persone disposte a rischiare la vita per la libertà in pericolo, non
solo in Italia ma anche in Germania, dove, nemmeno due anni dopo, Hitler sarebbe
andato al potere.
Sull'identità dei due aviatori tedeschi che consegnarono l'aereo a Lauro,
è interessante leggere quanto riferì a Roma il Console Generale
a Monaco, Guerrini Maraldi:
R. Ministero dell'Interno
Direz. Gen. della P.S.
R. Ministero degli Esteri
Ufficio STAMPA
R O M A
per conoscenza:R. Ambasciata d'Italia BERLINO
Oggetto: Notizie circa volo aviatore sconosciuto su Roma.
Riferimento: Telegramma R. Ministero dell'Interno n. 28022 del 7 corr.
La "München Telegramm Zeitung" del 6 corr. riportava
la notizia che nel volo misterioso compiuto su Roma sabato decorso da ignoto
aviatore erano rimasti implicati, sebbene involontariamente, due aviatori di
questa città, il signor Hanz Böhning ed il signor Max Rainer, i
quali avevano pilotato l'apparecchio, acquistato dal presunto suddito inglese
Morris in questa città, fino a Marignano (Marsiglia).
Nell'intento d'appurare quanto di vero vi fosse in tale notizia, mi rivolsi
subito al signor Heiler, ex maggiore dell'esercito germanico, da lungo tempo
da me favorevolmente conosciuto, ora direttore generale di questo aeroporto,
il quale mi fornì le seguenti informazioni:
"Nel decorso Settembre, certo signor Morris, spacciatosi per suddito inglese,
che aveva preso alloggio all'Hotel Bayerischer Hof di questa città, entrò
in trattative con questo aeroclub per l'acquisto di un aeroplano. Gli fu offerto
l'apparecchio Klemm D.1783 per il prezzo di 8.000 marchi, che l'aeroclub aveva
poco tempo prima acquistato per la somma di 7.000 marchi da una nota fabbrica
di aeroplani d'Augusta andata in fallimento. Il signor Morris che nel frattempo,
allo scopo di poter eseguire voli con minor spesa, si era fatto socio temporaneo
di questo club, si dimostrò soddisfatto dell'apparecchio e senz'altro
pagò l'importo richiestogli. Dichiarando inoltre che l'aeroplano gli
sarebbe servito a scopo di propaganda commerciale, pregò che all'apparecchio
fosse applicato un migliore sistema di illuminazione ed uno speciale ordigno
che gli permettesse il lancio, con maggiore facilità, di foglietti propagandistici.
Ad operazione compiuta l'apparecchio avrebbe dovuto essergli portato a Cannes,
poiché egli doveva ripartire subito in ferrovia.
Il signor Böhning ed il signor Hans Rainer, dietro compenso delle spese
da parte del Morris, partirono il 22, senonché furono costretti ad atterrare
a Ginevra per difetto di motore. Ritornarono a Monaco di Baviera, da dove ripartirono
il 2 Ottobre pilotando l'apparecchio fino a Cannes, ove l'aeroplano - sempre
secondo quanto mi è stato raccontato - fu regolarmente consegnato al
Morris.
Circa il Böhning ed il Rainer, già piloti di guerra ed attualmente
soci di questo aeroclub, ho potuto sapere che sembrano persone aliene dalla
politica, piuttosto interessate a far danari essendo sprovvisti assolutamente
di mezzi di fortuna. Il Böhning - mi disse il magg. Heiler - è persona
assai poco benvoluta in questi ambienti aviatori per il suo carattere litigioso
e per la sua indisciplinatezza. Più volte è stato ripreso dal
club per aver eseguito voli senza autorizzazione e senza le carte di bordo in
ordine. Nient'altro mi è stato possibile conoscere - anche dietro informazione
di altre persone - circa le loro tendenze politiche. Mi è stato però
decisamente assicurato che i due sunnominati fossero in buona fede e completamente
all'oscuro delle intenzioni del Morris e della sua reale identità. Sembra
che i due piloti abbiano ricevuto come compenso duecento marchi.
Non sono riuscito ad appurare se il presunto Morris fosse effettivamente in
possesso di un passaporto inglese intestato a tale nome. Devo presumere però
che egli lo fosse, ad evitare che nel corso delle trattative per l'acquisto
dell'aeroplano e per poter divenire socio dell'Aeroclub, potesse, se richiesto
dei suoi precisi documenti personali, destare sospetti.
Unisco alcuni ritagli di giornali nonché tre fotografie, che sono riuscito
a procurarmi mediante uno stratagemma e che - per ragioni intuibili - sarei
a pregare di tenere colla massima riservatezza, evitandone la pubblicazione.
Nessun'altra traccia - a quanto mi risulta almeno a tuttora - è stata
lasciata dal presunto Morris. Continuo tuttavia colla massima discrezione".
Ben dodici anni dopo, in piena guerra mondiale, "The Times
Literary supplement" di Londra, in un articolo dedicato agli eroi dell'aviazione
mondiale, da Blériot ai piloti da caccia della battaglia d'Inghilterra,
così concludeva la sua rievocazione: "Non tutta l'Italia ha dimenticato
la libertà... Nell'attuale guerra d'idee le frontiere nazionali esistono
solo come distinzioni geografiche. Questa è una guerra civile e la RAF
in occasione del suo anniversario può annoverare nella sua ideale brigata
internazionale... un nobile giovane poeta e aviatore italiano, Lauro de Bosis,
uno dei primi nella Resistenza alla minaccia contro l'Europa, che nell'Ottobre
1931 partì da Marsiglia in aereo per diffondere parole di libertà
su Roma; e di cui nessuno seppe più nulla... Fintanto che la causa della
libertà produrrà uomini di questa tempra che dedicano la loro
fede e il loro coraggio contro l'incommensurabile malvagità dei tiranni,
la liberazione della civiltà e il trionfo della pace sono garantiti.
Essi non hanno bisogno dell'aureola della leggenda per far meditare gli uomini:
il nudo resoconto delle loro gesta ispira le menti alla risoluzione"7.
Così il Times, in piena guerra, include un italiano, di un Paese nemico,
tra gli eroi dell'aviazione: caduto in difesa della libertà, come i "così
pochi" nell'autunno 1940 contro gli aerei nazisti demolitori di Coventry
e di Londra.
Aggiungiamo, tra le ironie della storia, che il Comando della polizia fascista,
venuta a conoscenza di quest'articolo, e credendo di capire che Lauro fosse
ancora vivo, diramò ordini segreti affinché lo si ricercasse in
patria o all'estero, "essendo egli probabilmente emigrato in Inghilterra
e arruolatosi. nella RAF" (sic).
L'articolo del Times apparve nell'Aprile 1943, tre mesi prima della caduta di
Mussolini con il concorso del Re, che Lauro aveva prefigurato fin dal 1930.
*****
Hanno dunque parlato i giornalisti del mondo occidentale. Ma
quali furono le reazioni degli amici di Lauro, dei testimoni a lui piu vicini?
L'onore di essere il primo a parlare spetta a Mario Vinciguerra, che languiva
da un anno in carcere quando Lauro volava su Roma. Mario Vinciguerra "sentì"
nel suo spirito che Lauro era accorso in volo anche per testimoniare, fino al
supremo sacrificio, la sua solidarietà con l'amico di "Allenza Nazionale
di Libertà". Il volo di Pegaso doveva significare al prigioniero,
a lui e a Rendi, che Lauro era loro fisicamente e idealmente vicino.
E prigioniero, lui, l'eminente giornalista del "Mondo", lo fu per
due volte. Amnistiato dopo otto anni di carcere, nel 1938, venne nuovamente
arrestato insieme alla figlia Claudia allora ventenne, nel 1943 a Milano: perché
Claudia - buon sangue non mente - fu trovata dalla polizia mentre recava stampati
antifascisti da Milano a Firenze. Liberati dopo il 25 Luglio, Mario e sua figlia,
inutile dirlo, continuarono la lotta clandestina durante l'occupazione tedesca.
Aveva ragione Lauro quando scrisse, di Vinciguerra e dell'Alleanza Nazionale:
"Siamo in pieno Risorgimento".
Ecco cosa seppe dire Mario Vinciguerra rievocando il suo amico e compagno di
lotta:
"Sono diciassette anni come oggi che la più audace, più generosa
e più poetica avventura dell'antifascismo si svolse, nel vespero cristallino
del 3 ottobre 1931, col volo di Lauro de Bosis su Roma. Ma quell'avvenimento,
prima di presentarsi al pubblico internazionale nel suo aspetto poetico e avventuroso,
fu un cocente tormento e un turbinoso dramma nello spirito del suo eroe".
"Questo è stato poco inteso fino adesso, per due ragioni: perché
in genere, nel considerare la vita di Lauro, persone che gli furono vicine hanno
amato soffermarsi su atteggiamenti della prima giovinezza, fatalmente influenzata
dalle tendenze estetizzanti dannunziane, che dominarono i primi anni di questo
secolo; e perché la politica organizzata dal governo onnipotente fece
discendere una cappa di silenzio su tutta l'ultima parte della vita di Lauro,
rendendo quasi impenetrabili le ragioni che lo determinarono all'ultimo atto".
"Il vero è che Lauro de Bosis, che era stato precocissimo, si trovava
sulla via di un processo di svolgimento e approfondimento delle ideologie carezzate
nei primi anni, quando si presentarono davanti alla sua coscienza, in forma
imperativa, i problemi della vita civica, ai quali fino al 1924 circa, aveva
dato poca attenzione, assorbito dalle visioni ed ambizioni poetiche".
"Fu la grande sorpresa e l'angosciosa rivelazione non solo per lui, ma
per tanti suoi coetanei, vissuti fino allora come in un cielo di sogno".
"A queste esigenze, politiche ed etiche insieme - quali gli si presentarono
col delitto Matteotti e sue conseguenze - egli rispose secondo il suo temperamento,
poetico e cavalleresco".
"Allontanatosi dall'Italia si recò negli Stati Uniti, ed ivi per
un paio d'anni s'illuse di poter fare una propaganda culturale italiana, fingendo
di non conoscere la politica del governo italiano. Ma posizioni di questo genere
sono insostenibili per un'anima retta e leale. Egli tornò in Italia nella
primavera del '30, deciso a cambiare strada definitivamente, ad entrare direttamente
nella lotta politica. Egli si era persuaso ormai che un mondo poetico estraneo
alla vita sociale è un'astrazione arcadica, un nascosto egoismo o una
nascosta viltà; e che dove non c'è libertà di coscienza
non c'è neanche poesia".
"Con questi convincimenti si gettò nella lotta, in cui impegnò
il fuggevole, ma luminoso resto della sua vita, creando d'incanto intorno a
sé una atmosfera tra l'inno e il romanzo d'avventure, in cui si mossero
gli amici, che egli attrasse intorno a sé in quei mesi. Colui che è
sopravissuto sente il dovere a questo punto di collocare accanto al ricordo
di Lauro quello di Renzo Rendi, che anche lui non è più, dopo
avere molto sofferto con alta dignità, senza pentimenti e senza rinunzie".
"Cosa si proponeva quel gruppo di amici? Ora è più facile
dirlo in sintesi, perche Franco Antonicelli, animatore della casa editrice De
Silva, e che ha creato la collana di memorie storiche della resistenza intitolata
a Leone Ginzburg, proprio in questi giorni ha fatto apparire in essa i documenti
di quell'episodio storico e le ultime fiammanti lettere di Lauro, insieme con
le pagine scritte alla vigilia del volo, Storia della mia morte che danno il
titolo al libro. La genesi della vicenda è lucidamente narrata nella
prefazione di Gaetano Salvemini".
"Lauro e gli amici si proponevano non di costituire un altro partito, ma
di raccogliere intorno alla bandiera dei diritti civili e delle libertà
costituzionali tutti i ceti e gli ordini che potessero esercitare una azione
efficiente".
"Per dire tutto in poche ed efficaci parole, mi avvarrò di quelle
di Croce, il quale, interpellato, ebbe a dire che, al punto in cui stavano le
cose, bisognava cercare di raccogliere tutte le forze sulle quali, sia pure
in via ipotetica, si potesse contare per la liberazione dal fascismo".
"Facili critici, quando sulla fine del 1930 gli amici di Lauro furono travolti
in un processo, e, poco dopo, Lauro fu inghiottito dalle acque, dissero con
un sorriso di commiserazione che il progetto di Lauro era pur sempre della poesia,
e che era un sogno pensare di mettere insieme laici liberali e democratici,
militari, aderenti al distrutto Partito popolare e dell'Azione Cattolica".
"Ebbene, guardando a quello che è avvenuto dopo, bisogna dire che
la Storia ha avuto il capriccio di dare ragione ai poeti; poiché, quando
è venuto il momento della stretta finale, nella fatale estate del 1943,
l'unica via d'uscita, in quel momento, è stata quella disegnata nel programma
dell'Alleanza nazionale; e gli elementi che teoricamente parevano ripugnassero,
operarono insieme, sotto la spinta della necessità comune, per liberare
la strada dall'immane sasso, e ridare via libera al paese".
"Io non so se, in quella tragica ora in cui giunse al
colpo di stato, Vittorio Emanuele III abbia pensato al programma dell'Alleanza
nazionale, e soprattutto all'ultimo disperato appello di Lauro a lui lanciato
coi manifestini dall'aeroplano nell'ottobre 1931. Se ci pensò, mi pare
impossibile che un gelo non abbia percorso le sue vene, considerando quella
nobile giovinezza perduta, e il troppo tardivo ricorso a quelle idee e progetti,
che minacciava ormai di sterilità e di rovina la loro attuazione da parte
della Monarchia".
"Così quel breve episodio che il governo del tempo crede' di avere
annegato nell'oblio, riappare ora nelle sue giuste proporzioni, e nel suo valore
storico, oltre che umano".
Mario Vinciguerra
Venti anni dopo, Sergio Fenoaltea - uno dei più strenui
animatori della lotta di liberazione nella Roma occupata dai nazisti, e poi
Ambasciatore a Washington e Senatore della Repubblica8 - così scriveva
acutamente sui tre successivi messaggi personali inviati al Re Vittorio Emanuele,
da tre esponenti della Resistenza: Giovanni Amendola, poi Lauro de Bosis, infine
Carlo Sforza: "...Il messaggio di Lauro era il secondo solenne avvertimento
alla monarchia. Il primo fu un celebre articolo di Giovanni Amendola, allora
capo dell'opposizione costituzionale al fascismo, apparso su 'Il Mondo', se
ricordiamo esattamente, nel 1925. Il giornale fu naturalmente sequestrato: ma
nell'articolo si prevedeva il sequestro, e si diceva: 'A noi importa che questo
articolo abbia un solo destinatario'. Amendola avvertiva il sovrano che, rinnegando
il patto statutario e facendosi complice del fascismo, la monarchia segnava
la propria condanna. Il terzo messaggio al Re fu la lettera di Carlo Sforza,
del Giugno 1940 quando, nel pieno del trionfo hitleriano, egli avvertì
Vittorio Emanuele che firmare la dichiarazione di guerra - di una guerra che,
malgrado tutto, le democrazie avrebbero vinto - era firmare il suicidio della
monarchia sabauda. Fra l'uno e l'altro, il sublime avvertimento di Lauro de
Bosis, che per darlo affrontava la morte".
Ricordiamo che esattamente cento anni prima, nel giugno 1831 - accennarlo non
significa paragonarlo - un altro patriota italiano, Giuseppe Mazzini, indirizzava
a Carlo Alberto, bisavolo di Vittorio Emanuele III, un messaggio-avvertimento.
La "lettera di un italiano", anch'essa rimasta inevasa, anch'essa
profetica di un "risorgere" della libertà: diciotto anni dopo.
Perché Lauro decise di volare su Roma, con la minaccia - fra le altre
- di essere intercettato e abbattuto dagli aerei da caccia di Balbo? La risposta
ce la dà Lauro stesso. L'idea del volo come rivincita e come dimostrazione
al regime che la lotta continuava; quell'idea era divenuta per lui "un'ossessione",
come il Capo Horn per l'olandese volante, aveva scritto. E poi, perché
andare a cercare oggi, con il metodo dello psicoanalista, i motivi reconditi
dell'azione eroica di un uomo solo?
Chi spinse, vent'anni dopo, Solzenitsin a sfidare da solo il regime dei gulag?
Chi, che cosa, indusse Luciano Bolis, prigioniero dei nazisti durante la resistenza
di Genova, a cercare la morte per non cedere alle torture e poi a recidersi
le corde vocali "perché non riuscivo a morire"?
Chi, che cosa spiega la sfida di Jean Moulin - capo della Resistenza francese
- che chiede una matita ai suoi torturatori, perché non può più
parlare dopo i giorni di tormenti continui, non già per scrivere i nomi
dei colleghi clandestini, ma per tracciare uno schizzo del capo torturatore,
rassomigliante a un maiale, venendone poi ucciso subito dopo?
Chi, che cosa indusse i martiri del Risorgimento a dire "tirem innanz"
verso il patibolo?
E perché Pertini, evaso dal carcere di Regina Coeli e poi libero dopo
l'arrivo degli alleati, decide di passare le linee e tornare in territorio occupato
dai tedeschi, al Nord, per continuare la lotta?
Perché Edgardo Sogno, medaglia d'oro, lascia anch'egli l'Italia libera
per dirigere al Nord la banda Franchi ed essere catturato dai nazisti mentre,
vestito da SS, cercava di liberare i capi partigiani?
E infiniti altri eroi - non vi è altro nome che questo - militari e civili
rifiutarono la vita per quest'idea d'onore, che "detta dentro" il
suo comando implacabile.
Perché i giudici Falcone e Borsellino e tanti altri che sanno tutto sulla
mafia e perciò sanno anche di essere condannati a morte, perché
resistono, perché non si fanno trasferire nelle retrovie? Come Lauro,
anche loro avrebbero potuto scrivere Storia della mia morte, lasciando in bianco
solo la data... "Varrò più da morto che da vivo", scrive
Lauro, nello stesso testo in cui si domanda perché nel Risorgimento tanti
giovani sceglievano la lotta e la morte, mentre "oggi sono così
pochi". Forse perché si pensava che il Fascismo fosse un fenomeno
passeggero e che l'eterno trasformismo italiano avrebbe finito alla lunga con
il mitigarlo, renderlo democratico.
Non è vero, egli ammoniva. Il fascismo va preso sul serio, per quello
che è. E ne prevedeva anche l'avvio ad una politica di riarmo e di aggressione.
Non poteva nel '31 prevedere l'insorgere del nazismo. Ma guerre e aggressioni
non furono proprio il contrassegno del fascismo e del nazismo, dal 1935 al 1941?
Del resto il suo commento alla condanna fascista di Vinciguerra ("è
una tragedia, ma la lotta deve continuare con fede incrollabile, fino alla vittoria")
non ricorda forse la sua poesia: "Ciascun mattino sugli azzurri monti..."
scritta a vent'anni e che conclude con una nota di incoraggiamento: "cosa
t'importa se a soffrir sei tu? Trionfa altrove un'altra gioventù".
Poesia che rievocherà poi, commosso, il suo maestro Gaetano Salvemini.
Severità del dovere. Del dovere fino in fondo, del dovere come conseguenza
ineluttabile dell'impegno di responsabilità personale, non delegabile
a nessuno. L'atto di Lauro è dunque perfettamente coerente alla sua psiche.
Uomo di cultura risorgimentale vedeva nel fascismo il tradimento dell'etica
e dello Stato risorgimentale, che è libero oltre che indipendente. Scrittori
liberali hanno ammonito nei decenni scorsi a non confondere questi due valori.
Fenoaltea citava Cuba e la Romania comunista come Paesi indipendenti sì
ma non certo liberi. E il Risorgimento aveva dato all'Italia uno Stato-Nazione
libero. Sessantacinque anni dopo non lo era più.
Occorreva dunque rimediare al più presto a questa contraddizione lottando
contro un regime che - adoperando le parole di Orwell ante litteram - assicurava
i giovani che "Nel fascismo è la salvezza della nostra libertà".
E contro una propaganda che esaltava le "opere del regime", Lauro
dimostrò con i fatti il rigoroso monito di Pertini che non si può
parlare di progresso sociale se il prezzo da pagare per conseguirlo è
la rinuncia alla libertà.
De Bosis - Solzenitsin - Luciano Bolis - Jean Moulin - Palach - chi di loro
poteva illudersi che il sacrificio personale di ognuno avrebbe portato alla
disfatta della tirannia? Nessuna illusione. Ma un dovere da compiere comunque:
portare testimonianza della propria fiducia nel proprio Paese "che può
essere tuo solo se è anche patria di libertà". La loro vita
stessa si identifica con questo dovere. Ecco perché la Storia della mia
morte diventa in realtà "La storia della mia vita". La vita
di Lauro si riassume in quel volo verso la morte.
Ma Lauro aveva l'abitudine all"'understatement": forse per controbilanciare
la drammaticità degli autori con cui si era misurato, traducendo "Edipo
Re", "Antigone" e scrivendo "Icaro". Quell'understatement
che gli fece dire: "Questo mio gesto dovrà essere considerato dai
miei connazionali solo come un piccolo atto di spirito civico...". Poco
più che una buona azione da boy scout? Così scrive Lauro nel suo
ultimo messaggio.
*****
Sì, lo stato d'animo di Lauro, dopo la condanna degli
amici Vinciguerra e Rendi è di profondo dolore, ma al tempo stesso di
fredda determinazione a continuare la lotta. Lo dice in una lettera del 20 Gennaio
1931: "... quando si è impegnati in battaglia, l'unica regola è
quella di combattere il più duramente possibile nonostante il dolore
e l'infelicità che ne derivano... Nell'ultima guerra abbiamo perso seicentomila
vite per liberare due province. Oggi si tratta di liberarne novantatre... Il
dolore di una dozzina di persone vicine a noi è cosa tragica, ma la causa
che abbiamo fatta nostra (non senza successo) coinvolge la felicità di
42 milioni di persone. Il prezzo non appare sproporzionato... Dio sa - prosegue
Lauro - la mia angoscia di essere libero e di non esser stato processato invece
degli altri... Sì, il dolore dei nostri amici è terribile ma quello
di milioni di italiani è ancora più terribile... Il mio cosiddetto
ottimismo non deriva certo dal fatto di essere meno sensibile di altri al dolore
dei miei amici, lo sa Dio: ma dal fatto di essere immerso nel dolore del Paese.
Guardo perciò le cose con gli occhi del soldato il quale è così
intento a dare il meglio di sé nella lotta che non ascolta pienamente
il lamento dei suoi compagni caduti o dei suoi cari... La battaglia è
appena iniziata e coloro che sono caduti oggi avranno più grande gloria
e felicità domani...".
Ritorna poi sulla sua assenza da Roma durante il processo dei suoi amici: "...
Se tu sapessi il mio tormento, la mia invidia. Se fossi rimasto a Roma forse
sarei apparso da solo al processo e vi avrei fatto una buona figura. Certo è
facile oggi dire quale terribile errore fu lasciare Roma (e nessuno lo rimpiange
più di me) ma la gente non sa che era necessario per me andare in America,
non solo per la Società (Italy-America, di cui era Segretario esecutivo)
ma anche per ottenere un posto senza il quale mi sarebbe stato assolutamente
impossibile continuare il mio lavoro in Italia... E comunque l'Alleanza Nazionale
va avanti... Dunque, quando parlo di pace non intendo certo indifferenza nei
riguardi del dolore degli altri, ma guardare al futuro con fermezza e fede incrollabili...".
E più tardi, sullo stesso tema: "... L'Alleanza Nazionale trionferà,
alla fine, anche senza di me, forse senza che il mio nome venga menzionato,
o menzionato solo per essere condannato... Ma questo mi è perfettamente
indifferente: sarà stata una di quelle battaglie perdute, ma che solo
per averle combattute assicurano la vittoria finale. Che più potrei sperare?".
Hanno parlato i testimoni di quei giorni. Di essi, il più illustre, Gaetano
Salvemini, così commentò, da par suo, il gesto di Lauro, anche
alla luce del suo credo politico, e dell'influenza esercitata sul giovane patriota
dalle esperienze familiari. Egli scriveva, in occasione della prima pubblicazione
di Storia della mia morte, nel 1948, citata da Giovanni Spadolini all'inizio
di questo volume.
Gaetano Salvemini
su Lauro de Bosis
Adolfo Lauro de Bosis nacque, ultimo di sette figli, in Roma il 9 dicembre 1901,
da Adolfo de Bosis e Lillian Vernon.
Il padre fu uomo di nobile cultura e d'alto sentire. Si debbono a lui versi
e saggi critici di vigore e signorilità non comuni. Tradusse stupendamente
le Liriche, I Cenci, e il Prometeo Liberato di Shelley, frammenti di Omero e
poesie di Walt Whitman. Nella rivista da lui diretta, Il Convito, che uscì
in dodici fascicoli dal gennaio 1895 al dicembre 1897, Carducci pubblicò
La Canzone di Legnano, d'Annunzio Le vergini delle Rocce, Pascoli alcuni dei
suoi migliori Poemi Conviviali. La sua casa fu convegno a quanto di meglio la
intelligenza italiana e non italiana contò in Roma fra il 1890 e il 1920:
poeti, pittori, musicisti, scienziati, critici, giornalisti, uomini politici.
Pubblicando nel 1922 la traduzione del Prometeo Liberato di Shelley, scrisse
nella dedica:
Ed ora a te, Adolfo Lauro, figlio mio! Pur dedicata a tua madre, questa traduzione
ti appartiene: perché io sono lieto di pubblicarla unicamente per rendermi
a un tuo desiderio. Come si può resistere a una domanda lampeggiata dagli
occhi tuoi? Tu dunque va e portala ai vivi, tu giovinetto.
Nel 1924, in una nota alla quarta edizione delle sue rime Amori ac Silentio,
respinse il rimprovero di aver ceduto "a un certo andazzo di poesia democratica
o socialistica in voga al declinare dell'Ottocento":
Così avessi fiato pari al mio animo veemente per inalzare pur sempre
il mio verso in grido di protesta e d'indignazione contro tutte le insolenze,
contro tutte le iniquità, per la difesa e per la elevazione degli umili,
per salutare le fide cittadinanze ideali... che i poeti cercano, con indefettibile
animo, dalle altezze dei loro sogni! Non è questa fede la lampada commessa
alle loro mani, alla quale, sola, si riconoscono? Giungerà ella a rischiarare
la tenebra?
Morì il 28 agosto 1924, dopo crudele malattia, con stoicismo eroico.
La madre di Lauro apparteneva a una famiglia americana di origine inglese, che
dal New England aveva proceduto verso il Middle West al tempo dei "pionieri".
Era figlia di un ministro protestante che fondò la Chiesa Metodista Episcopale
in Italia. Era vissuta in Italia fino dalla infanzia.
La casa paterna fu la migliore scuola di Lauro e contribuì più
che ogni altra influenza alla formazione della sua vasta coltura e della sua
solida struttura morale. Studiò chimica all'Università di Roma,
dove si laureò nel 1922. Ma la poesia, la filosofia e la critica letteraria
erano le sue vere passioni. Era buon grecista. La sua traduzione dell'Edipo
Re di Sofocle fu rappresentata nel 1923 allo Stadio del Palatino, e l'anno seguente
fu data alle stampe.
Gli anni formativi della sua adolescenza videro la prima guerra mondiale (1914-1918)
e quella crisi di smarrimento che aprì la via al trionfo di Mussolini
(1919-1921). Lauro seguì con simpatia la prima fase del movimento fascista.
La città di Roma, in cui viveva, era immune dalle forme più bestiali
del fascismo, i giornali non ne parlavano o attribuivano tutte le responsabilità
ai "sovversivi", ed era facile a un giovane inesperto non vedere nel
fascismo che un risveglio del sentimento nazionale offeso. Ma non prese mai
parte attiva in quel movimento. La politica non lo interessava. Gli studi lo
assorbivano intero. D'Annunzio era allora l'idolo della gioventù. Lauro
ne subì la influenza. Quando se ne liberò, soleva dire di quello
che chiamava il "cimurro dannunziano": "Ce lo leveremo d'addosso,
ma ci vuole tempo".
Sempre in quegli anni ebbe qualche accenno di curiosità, più che
di fede, religiosa. Ma ben presto cessò in lui anche quella curiosità.
Si sentì parte di un "ordine cosmico" nel quale la vita doveva
essere accettata con tutti i suoi conflitti, i suoi dolori, le sue gioie. Questa
visione del mondo, della vita e dell'umano destino è consegnata in una
poesia che fu ritrovata nelle sue carte dopo la sua morte, e che a me sembra
assai bella:
Ciascun mattino sugli azzurri monti
Ebbre di luce balzano le aurore.
Ciascun mattino i mari, i laghi, i fonti
Rispecchiano il novissimo splendore.
Ciascun mattino mille vivi cuori
S'empion di gioia alla novella luce.
Ciascun mattino nuova forza adduce
Novelli canti e più novelli amori.
Dunque, fanciullo, sta sereno e pensa
Che i tuoi tormenti e la tua gioia frale
Son le pallide note di un'immensa
Sinfonia che trascende il bene e il male.
Indifferente alle tue poche pene
La Natura prosegue il suo cammino.
Canta la sera e canta sul mattino
E in un inno compone il male e il bene.
Ascolta, ascolta il suo canoro andare,
Piaciti di sue note or bianche or nere,
Gli uomini sono i flutti del suo mare,
La tristezza è sorella del piacere.
Cosa t'importa se a soffrir sei tu?
Trionfa altrove un'altra gioventù.
In politica era "liberale" come Croce, nel senso
che la parola aveva allora in Italia, cioè era un conservatore dell'Italia
quale era stata creata dal Risorgimento. Accettava i diritti personali e politici
dei cittadini e le istituzioni rappresentative e la indipendenza del governo
secolare della Chiesa. Nell'atmosfera di un regime libero tutte le riforme e
trasformazioni politiche e sociali erano accettabili, purché volute dalla
maggioranza e promosse per vie legali.
Croce prese posizione netta contro il fascismo solo nel 1925, dopo che Mussolini
"era andato troppo avanti", demolendo ogni reliquia delle libertà
costituzionali italiane. Lauro stesso, nel 1931, nella prefazione all'opuscolo
sulla "Alleanza Nazionale", indicò il 1925 come l'anno critico
della politica italiana.
Alla fine del 1924 - a ventitrè anni - chiamato dalla società
"Italia-America" di New York, visitò per la prima volta gli
Stati Uniti e vi fece conferenze su soggetti di letteratura, storia e filosofia.
Parlava correttamente l'inglese, era attraente, di maniere semplici e raffinate.
Ebbe un grande successo. D'allora in poi passò sempre parte del tempo
in America. Nell'estate del 1926 insegnò lingua e letteratura italiana
nel corso estivo di Harvard. In quegli anni pubblicò in forma abbreviata
la traduzione dell'opera famosa di J. G. Frazer, Il Ramo d'oro, sulla magia
e religione dei popoli primitivi (1925); e poi le traduzioni de La vita privata
di Elena di Troia di J. Erskine (1928) e di Il ponte di San Luis Rey di T. Wilder
(1929).
Negli Stati Uniti, meglio che se fosse vissuto in Italia, Lauro non poteva non
aprire gli occhi al significato di quanto avveniva in Italia. Gli scritti più
seri che si pubblicavano in America sull'Italia, e le conversazioni con persone
assennate e moralmente integre gli rivelavano che il fascismo invece di essere
unanimemente ammirato fuori d'Italia, come si faceva credere alla ignara gioventù
italiana, era oggetto di disprezzo quando non faceva ridere.
La traduzione dell'Antigone di Sofocle, pubblicata nel 1927, è in lui
il primo indice del passaggio all'antifascismo militante. Antigone, che Lauro
ha prescelto per il suo lavoro, vìola la legge scritta per obbedire al
comando della legge morale.
Al 1927 appartiene anche Icaro, la sola completa opera poetica che rimanga di
lui. Nessuna influenza dannunziana in questo poema. Nessuna traccia del provincialismo
sgonfione, volgare e selvaggio, che dominava nel pensiero fascista allora. Lauro
ha definitivamente scelto la sua fede e la proclama senza veli9.
Icaro e suo padre, Dedalo, sono schiavi di Minosse. Dedalo ha scoperto il ferro,
e con questo assicura a Minosse la dominazione del mondo. È il tecnico
che bada solo alla sua arte. Vive in solitudine, non ha fede negli uomini, vorrebbe
uscire di schiavitù, ma non pensa che a se stesso: "che so io di
tiranni e libertà?" Icaro è il poeta che sogna un mondo nuovo
di uomini liberi ed eguali, e intende operare per raggiungerlo. La spada, che
suo padre ha regalata al tiranno, egli avrebbe voluto brandirla per liberare
il popolo.
Dedalo costruisce le ali per volare: lui e suo figlio potranno sfuggire alla
servitù e tornare liberi nella loro patria. Icaro ha una mira più
vasta:
Il nuovo
mondo che sorge senza ceppi e senza
vincoli di muraglie e di frontiere,
uno ed uguale per gli uguali, libero
per i liberi, che accerchia le diverse
genti, sfatte dall'odio, in una sola
azzurra patria, luminosa e immensa:
il cielo, o Fedra, il cielo, ecco il mio regno!
- E se si frangon l'ale?
- Quando si corre a un buon cimento, sfuma
ogni labile aspetto de la vita
e più non v'è che un demone e una meta.
Minosse scopre che Dedalo e Icaro pensano di fuggire volando; fa mettere nei ferri Dedalo, e ordina che Icaro sia gettato nell'antro dei leoni. Fedra, figlia di Minosse, impetra ed ottiene la grazia per Dedalo e per Icaro, che essa ama riamata. Ma Icaro non accetta il dono, se prima non proverà la scoperta paterna.
Giovine
sai tu il rischio che corri?
- Tutto il fascino è questo.
- E se cadrai?
Tu non temi la morte?
- Non mi tocca.
Finché c'è vita si combatte; e poi...
pace! Il mio fato, quale sia, io voglio!
Dedalo nel momento in cui il figlio si accinge all'impresa si sente preso dall'angoscia:
- Figlio,
figlio valente ed animoso, quanto
avrei con te dividere voluto
il rischio! Insieme non sarebbe stato
nulla. Ma ora da tuo padre forse
avrai avuto insieme con l'immensa
gloria la morte. E sarò stato io...
- De la gloria e del rischio parimente
grazie ti rendo, poi che l'una, padre,
nulla sarebbe senza l'altro. Bella
anche di più la gloria se fiorisca
su la morte.
In una lettera dell'inverno 1931, Lauro accennò all'origine
del suo poema:
Perché ho scritto Icaro? Chi lo sa? Fu in un momento piuttosto eccezionale.
La mamma mi suggerì l'idea di prendere come soggetto Icarus. Questa le
era venuta mentre leggeva un sonetto francese su Icaro del secolo decimosesto...
Poi c'era stato propria allora il volo di Lindbergh. E c'era la memoria di mio
fratello che morì a ventitre anni cadendo nel mare come Icaro. Le parole
di Erigone nel quinto atto sono veramente quelle della mamma allora. Per diverso
tempo avevo desiderato scrivere una tragedia lirica per glorificare il progresso,
l'élan vital, nella sua forma individuale ed eroica. Il mito di Icaro
è quello che incorpora, più di qualunque altro, lo spirito d'oggi.
Eppure non era mai stato messo in una tragedia. Lo scrissi in diciotto sere.
Ecco il sonetto di Philippe Desportes:
ICARE est cheut icy, le jeune audacieux,
Qui pour voler au ciel eut assez de courage;
Icy tomba son corps dégarni de plumage
Laissant tous braves coeurs de sa chute envieux. O bienheureux travail d'un
esprit glorieux,
Qui tire un si grand gain d'un si petit dommage; O bienheureux malheur plein
de tant d'avantage, Qu'il rende le vaincu des ans victorieux!
Un chemin si nouveau n'estonna sa jeunesse.
Le pouvoir lui faillit mais non la hardiesse,
Il eust pour le brûler des astres le plus beau.
Il mourut poursuivant une haute adventure,
Le ciel fut son désir, la mer sa sépulture,
Est il plus beau dessein, ou plus riche tombeau?
È curioso notare che il sonetto di Desportes è
la traduzione di un sonetto di Sannazaro, che Lauro doveva poi riprodurre nel
Golden Book of Italian Poetry. Ma più che dal poeta francese, più
che dal poeta italiano, più che dalla memoria di suo fratello Valente,
Lauro trasse la ispirazione dalle convinzioni morali e politiche a cui aveva
oramai dedicato il suo cuore. Naturalmente l'uomo non deve essere giudicato
su quanto scrisse a ventisei anni. C'erano in lui ben altre possibilità
spezzate dalla morte.
Nell'estate del 1928 gli fu offerto l'ufficio di segretario della società
"Italia-America" negli Stati Uniti. Questa organizzazione, sorta nel
1920 per promuovere le buone relazioni fra i due paesi, si era così cambiata
a poco a poco dopo il 1923 che era diventata organo di propaganda fascista.
Dapprima Lauro rifiutò.
Non potevo accettare - scrisse nell'agosto del 1928 a persona amica - senza
fare un compromesso colla mia coscienza e tradire i miei principî. Nella
conferma ufficiale dell'offerta affermano che l'ufficio è assolutamente
apolitico. Ma è ovvio che l'ufficio rende necessità un'attitudine
favorevole al fascismo e che non è possibile sfuggire all'obbligo di
diventare strumento di propaganda fascista. Forse non si resero conto di questo
fatto e credono di potere tenersi fuori dalla politica. Ma al punto a cui siamo
arrivati, nulla rimane in Italia che sia apolitico, e per quanti sforzi si facciano,
non è possibile rimanere neutrali. Eppoi la mia nomina avrebbe dovuto
essere "convalidata" da Mussolini. Certo lui l'avrebbe passata pensando
che io sono ancora favorevole al fascismo. Ma io non avrei potuto accettare
sapendo che egli avrebbe rifiutato il consenso se avesse conosciuto la mia fede.
Sarebbe stato disonesto approfittare della sua ignoranza sul mio cambiamento
per escamoter da lui un favore.
Ma tutti gli amici insistevano che accettasse. Chester Aldrich, che era diventato
allora presidente della società "Italia-America", ed era generoso
amico dell'Italia e liberale sincero, gli garantì che avrebbe dovuto
fare solamente opera di cultura disinteressata. Si arrese. E in verità
nei due anni in cui egli occupò l'ufficio, la Società tenne una
condotta onesta e dignitosa. Ma si sentiva a disagio. La ripugnanza contro il
fascismo cresceva. Ripeteva spesso a se stesso e agli amici che non era lecito
starsene inerti innanzi a tale disastro morale. Bisognava far qualcosa. Ma che
cosa?
Nella primavera del 1929, quando ci incontrammo per la prima volta in New York,
egli mi domandò che cosa avrei io pensato se un aeroplano avesse volato
su Roma esortando gl'italiani a mettere fine alla loro schiavitù e vergogna.
Io gli risposi che se fosse stato possibile avrei applaudito di tutto cuore.
"È possibile", egli replicò, "un aviatore inglese,
mio amico, mi assicura che è possibile". Icaro aveva cominciato
a prendere realtà nel suo spirito.
Nel 1930 pubblicò Icaro e la traduzione del Prometeo Incatenato di Eschilo,
e preparò il Golden Book of Italian Poetry (che doveva uscir postumo
nel 1932). I fascisti non capirono quello che Antigone e Icaro e Prometeo insegnavano.
Credevano che Lauro fosse uno dei loro, e questo doveva bastare. Eppoi Icaro
aveva ottenuto il premio olimpico della poesia nella gara internazionale di
Amsterdam nel 1928. Quel "bravo giovane si faceva onore". Passi, dunque,
Icaro. Possono i libri di poesia essere pericolosi per chi comanda centinaia
di migliaia di armati?
Lauro andava ripetendosi che qualche cosa bisognava fare. Nell'estate di quell'anno,
tornato dagli Stati Uniti per le vacanze, iniziò sotto il nome di "Alleanza
Nazionale" un lavoro di propaganda clandestina. Fra il giugno e l'ottobre,
compose otto foglietti, li ciclostilò in seicento copie e li impostò
lui stesso, viaggiando sotto il naso delle spie, dall'una all'altra città
dell'Italia settentrionale. Egli si rivolgeva al Re ricordandogli il suo dovere
di tener fede al giuramento di re costituzionale. Non vi era nelle circolari
dell'"Alleanza Nazionale" una sola parola che eccitasse ad azioni
illegali o rivoluzionarie. I lettori erano invitati "se volevano rimanere
in pace con la loro coscienza" a "non lasciare alle forze sovversive
il monopolio della lotta contro il fascismo". Se gli uomini di buona volontà
non promuovevano essi il ritorno alle pratiche della monarchia costituzionale,
i comunisti avrebbero preso l'iniziativa. Gli italiani dovevano guardarsi bene
dall'aderire ai movimenti antimonarchici e anticlericali. Mussolini era ben
contento di mostrare al Quirinale e al Vaticano che la sola alternativa al fascismo
era una rivoluzione contro la monarchia e contro la Chiesa. Il Re aveva l'esercito
e non era possibile mettersi contro l'esercito. Il Papa aveva con sé
l'Azione Cattolica. Quando la crisi fosse sopravvenuta, esercito e Azione Cattolica
si sarebbero associati non solo contro il fascismo ma anche contro ogni pericolo
estremista. L'"Alleanza Nazionale" intendeva servire come terreno
d'intesa per chiunque volesse combattere il fascismo stringendosi intorno al
Quirinale e al Vaticano.
Oggi si può rivelare che Lauro non si mise alla ventura, "Orazio
sol contro Toscana tutta". Alcuni uomini maturi, fra cui uno che oggi è
morto, il Duca di Cesarò, lo incoraggiarono. Anche Croce guardò
con simpatia il tentativo, ed ebbe a dire che, al punto a cui stavano le cose,
bisognava cercare di raccogliere tutte le forze sulle quali, sia pure in linea
ipotetica, si potesse contare per la liberazione dal fascismo. Umberto Zanotti
Bianco aderì con entusiasmo e prestò ogni aiuto all'impresa, e
così Romolo Ferlosio, raro esempio di banchiere idealista. E poiché
l' "Alleanza" si proponeva di penetrare anche negli ambienti cattolici,
fu cercato e trovato un favoreggiatore anche da questo lato, nella persona di
padre Enrico Rosa, S. J., tra i più distinti collaboratori della Civiltà
cattolica, e uno dei pochi ecclesiastici del tempo più sinceramente riluttante
al compromesso vaticano-fascista, da cui non presagiva nulla di bene per la
Chiesa. Egli usò di fidate amicizie per divulgare discretamente i fogli
dell' "Alleanza" in mezzo all'Azione cattolica.
Quale diffusione ebbero i fogli di Lauro? Quanti di essi furono intercettati
dalla censura postale? Quanti arrivarono a destinazione? Quanti furono distrutti
per paura? Quanti ridattilografati o riciclostilati e rimessi in circolazione?
Nessuno lo saprà mai.
Dalle lettere di Lauro a Francesco Luigi Ferrari e a me risulta chiaro che Lauro
era sì monarchico, ma nel senso tradizionale che è piuttosto il
senso inglese: "un re ci vuole, ma bisogna che sappia fare il suo mestiere,
se no lo mandiamo via". Nel 1931 salutò con gioia la nascita della
repubblica spagnola. Quanto alla monarchia di Savoia, dopo il 1922, e più
ancora dopo il 1924, egli non s'illudeva, e riconosceva che essa era venuta
meno a specifici doveri statutari. Ma, sul piano politico, che cosa era più
conveniente fare? La monarchia esisteva di fatto, e possedeva nell'esercito
una forza propria. Le forze antifasciste in Italia non potevano prevalere, se
minacciavano non solo Mussolini ma anche il Re, e così spingevano il
Re e l'esercito a stringersi con Mussolini. Era più pratico - Lauro pensava
- utilizzare la monarchia e l'esercito nell'intento di restaurare il regime
di libertà in Italia. Nel clima di libertà ristabilito dopo la
caduta del regime fascista, ciascun partito politico avrebbe ripreso la sua
funzione. Chi avesse avuto miglior filo avrebbe tessuto miglior tela. E se la
maggioranza del paese avesse voluto la repubblica, perché non una repubblica
anche in Italia?
Quanto al Vaticano, Lauro viveva nella atmosfera del Risorgimento italiano.
Il cattolicesimo era per lui una delle religioni primitive da lui studiate nell'opera
di Frazer. La distinzione crociana fra filosofia (religione superata) e religione
(filosofia cristallizzata) gli consentiva di trattare la religione come una
realtà da tenere in conto. Il Papa esisteva in Italia come il Re. Non
era un ideale, ma, come Lauro usava dire, era una forza, era un interesse, e
doveva essere uno strumento da utilizzare in una lotta contro il fascismo, che
altrimenti sarebbe stata senza speranza.
Nella primavera di quell'anno Lauro aveva conosciuto Mario Vinciguerra, e ben
presto una cordiale amicizia s'era stretta tra loro. Quando si risolse ad intraprendere
la propaganda dell' "Alleanza nazionale", si confidò con lui,
e ne ebbe immediata promessa di appoggio. Finché egli rimase a Roma,
però, tenne per sé la parte più pesante e rischiosa del
lavoro, cioè la tiratura delle copie mediante un ciclostile e la loro
impostazione. Egli sapeva che Vinciguerra, già arrestato due anni prima
per alcuni mesi, era sorvegliato dalla polizia, e il suo animo generoso non
lo avrebbe mai indotto a mettere l'amico in una situazione molto pericolosa
(naturalmente una percentuale di pericolo spettava a chiunque volesse fare dell'antifascismo
sul serio). Ma nell'ottobre gli fu necessario ritornare negli Stati Uniti per
alcune settimane. Intendeva dimettersi da segretario della società "Italia-America"
e poi ritornare e rimanere in Italia. Doveva fare le consegne dell'ufficio al
suo successore. Sperava anche di ottenere dalla "Lega per l'educazione
internazionale" l'ufficio di rappresentarla in Italia. Con un incarico
di quel genere avrebbe potuto viaggiare spesso, mettersi a contatto con molte
persone colte nelle diverse parti d'Italia, estendere la propria influenza e
attività.
Egli, che era leale e candido come un fanciullo, doveva dissimulare se voleva
operare. Chi vive in un paese libero trova difficile comprendere e approvare
siffatti sotterfugi. Questo è il delitto più orribile dei regimi
dispotici: costringono quanti vogliono rivendicare per il proprio popolo i diritti
di libertà a mascherare opinioni e attività, a servirsi della
stampa clandestina, a vivere due vite contraddittorie, una vita pubblica e una
vita segreta, sacrificando i doveri della verità al diritto della resistenza
politica. Perfino i caratteri più onesti ed aperti sono trascinati a
servirsi di metodi, che in regime di libertà sarebbero essi i primi a
condannare. Messosi su questa strada pericolosa, Lauro commise un errore di
cui doveva ben presto subire le conseguenze amare. Per ottenere l'incarico della
"Lega per l'educazione internazionale" scrisse all'ambasciatore italiano
a Washington una lettera in cui protestava fedeltà al regime. Sperava
così di lavorare in Italia con maggiore sicurezza per sé e per
le sue idee.
Prima della partenza de Bosis, di Cesarò, Vinciguerra, Ferlosio, Zanotti
Bianco si misero d'accordo sul modo di continuare l'impresa durante la breve
assenza dell'amico e promotore. La compilazione dei foglietti sarebbe avvenuta
su per giù come era proceduta fino allora, cioè mediante un'amichevole
collaborazione in massima parte tra Lauro, Vinciguerra e Ferlosio (per la parte
finanziaria). Lauro, a questo scopo, lasciava una buona messe di appunti e prometteva
di far pervenire in modo sicuro dall'estero altro materiale. Si trattava di
superare le altre maggiori difficoltà riguardanti il lavoro al ciclostile
e la diffusione. Su quest'ultimo punto, di Cesarò e Zanotti Bianco offrirono
la loro opera, e infatti si prodigarono; per l'altro, de Bosis e Vinciguerra
pensarono di avvalersi di un giovane pubblicista laborioso e serio, Renzo Rendi,
che sul finire di settembre s'era accostato ad essi con sincero desiderio di
collaborare, e della signorina Maria Cardoni, nella quale giustamente il Ferlosio
riponeva ogni fiducia.
Lauro partì dagli Stati Uniti per Roma alla fine di novembre. Quando
il piroscafo era prossimo all'Inghilterra, ricevette da un amico attraverso
il telegrafo la notizia che sua madre, tre altre persone della famiglia e i
suoi due amici Vinciguerra e Rendi erano stati arrestati.
Il suo primo impulso fu di continuare nel viaggio, andare a Roma, e farsi arrestare.
Mentre a Londra si dibatteva in angosciose incertezze fu chiamato d'urgenza
a Berna dall'amico Ferlosio, il quale, disponendo del passaporto ed essendo
insospettato, in seguito a preghiera della famiglia de Bosis, s'era messo subito
in viaggio per la Svizzera. Da lui Lauro poté apprendere più ampie
notizie sull'avvenimento. Tanto Ferlosio, a nome della famiglia, quanto altri
amici di Londra, di Parigi, di Svizzera furono concordi nel dissuaderlo dal
primo proposito. Andando in Italia egli non avrebbe salvato né sua madre
né i suoi amici, ed avrebbe perduto se stesso. Il dovere del soldato
che vede cadere al suo fianco i suoi compagni, è di continuare nella
lotta e non quello di rendersi prigioniero. Lauro doveva dimostrare la sua solidarietà
con la madre e gli amici continuando la loro battaglia e non lasciandosi murare
con essi nella stessa galera.
Una serie di circostanze avverse aveva portato all'arresto di Vinciguerra. In
provincia di Verona era avvenuto, circa due mesi prima, l'arresto di alcuni
diffonditori delle circolari. Da qualche scritto e dagli interrogatori la polizia
fu portata a rivolgere la sua attenzione sugli antifascisti di Roma. Malgrado
questo, e checché si sia potuto dire in altro senso, essa non era riuscita
ad individuare nessuno. L'arresto di Vinciguerra avvenne per un caso disgraziato,
dopo che egli aveva imbucato alcune circolari; futili circostanze provocarono
quello di Rendi e, immediatamente dopo, della signora de Bosis10. La polizia
perquisì minutamente l'appartamento dei de Bosis, e scoprì la
macchina da ciclostilare. La signora de Bosis non si era mai interessata di
politica. In assenza di Lauro aveva ciclostilato una delle sue circolari, per
affetto materno più che per determinata adesione alle sue idee. Non si
perde' d'animo al momento dell'arresto. Il delegato che l'arrestò le
domandò cortesemente: "Signora, perché ha fatto così?"
E lei, ricordando che poco tempo prima Mussolini aveva parlato del popolo italiano
come di "quaranta milioni di buone pecore italiane" che davano al
governo la loro lana, rispose: "Perché non sono una pecora".
Chi si trova solo in carcere per la prima volta e non è un delinquente
di professione, va soggetto alle esaltazioni e allucinazioni più inaspettate,
anche se ha un carattere di ferro. La Signora de Bosis aveva sessantasei anni
ed era malata. Quattro guardie rimanevano giorno e notte nella sua stanza alla
infermeria. Tre persone della sua famiglia erano state arrestate come lei e
trattenute per due giorni.
Le lasciarono vedere Rendi e Vinciguerra il secondo giorno, ma non poté
parlare con loro. Se non si fosse sottomessa, se non avesse promesso di non
far più nulla in futuro contro il fascismo, i suoi altri figli avrebbero
pagato insieme a lei la pena; le loro carriere sarebbero state spezzate - così
le diceva l'avvocato che la consigliava.
Si aspettava di essere mandata al confino ed era pronta ad accettare la pena.
Ma dopo avere cercato di assistere uno dei suoi figli, doveva ora evitare che
gli altri fossero danneggiati dalla propria azione. Anche a costo di spergiurare
doveva fare il possibile per salvarli. La sua anima apparteneva a lei, e non
le importava quel che la gente avrebbe detto, ammesso che la gente volesse interessarsi
proprio di lei.
In questi pensieri era confortata dai suggerimenti dell'avvocato sceltole dai
familiari. Alla fine fra costoro, l'avvocato e la prigioniera si giunse d'accordo
alla decisione di piegarsi alla dura condizione, offerta con modi insinuanti
dal governo, che la signora scrivesse una lettera di sottomissione personale
a Mussolini. Questa era prospettata dagli organi governativi come una soluzione
bonaria, confidenziale di una vertenza incresciosa per entrambe le parti. Purtroppo
si die' fede a quelle lusinghe. La signora de Bosis non pensò mai che
una lettera scritta da lei potesse essere usata contro il figlio assente. La
lettera sarebbe rimasta un segreto fra il Duce generoso e lei. Perché
rifiutarsi a un passo così necessario alla intera famiglia, innocuo per
tutti, naturale per una madre? La donna infelice scrisse la lettera. (Questo
non evitò che da allora in poi i suoi figli in Italia fossero sempre
tenuti d'occhio e spesso disturbati).
Il 22 dicembre ebbe luogo il processo innanzi al Tribunale speciale per la difesa
dello Stato. Vinciguerra e Rendi tennero un contegno dignitoso. Accettarono
la propria responsabilità, ma protestarono di non aver mai esortato alla
violenza. Questa era la pura verità. La signora de Bosis ammise di avere
ciclostilato un foglio dell' "Alleanza nazionale". Con sua grande
sorpresa e costernazione a questo punto fu letta la sua lettera a Mussolini.
Ogni via di scampo le era intercettata.
Alla fine venne il colpo di scena più clamoroso. Fu letta solennemente
la lettera di Lauro nell'ottobre all'ambasciatore fascista a Washington.
Ottenuto lo scopo di demolire moralmente l'assente, il Tribunale assolvette
la signora de Bosis, che come cittadina americana era protetta dalla opinione
pubblica del suo paese, e una condanna avrebbe fatto scandalo. Quanto a Vinciguerra
e Rendi, la stessa legge fascista non condannava "la propaganda delle dottrine,
programmi e metodi tradizionalmente riguardati come compatibili con la costituzione
politica ed economica dello Stato". Tutt'al più i due accusati avrebbero
dovuto essere condannati per avere violato la legge che vietava le pubblicazioni
clandestine e quella che proteggeva dalle critiche la persona di Mussolini.
I giudici, invece, li condannarono a quindici anni di reclusione. Una persona
accusata di aver ciclostilato le circolari fu condannata a tre anni. Altri tre
accusati che avevano fatto lo stesso, ma espressero la loro ammirazione per
il Duce, furono assolti. Insomma i giudici distribuirono a capriccio condanne
e assoluzioni. Condannarono a pene feroci quegli accusati che non fecero atto
di contrizione, e assolvettero quelli che avevano fatto pace con il regime.
Non fu osservata né la lettera né lo spirito di nessuna legge.
Il fascismo era fatto così.
I pennivendoli italiani e non italiani fecero il resto, gareggiando a gettare
il ridicolo sui condannati e il fango sull'assente. Chi più si segnalò
in questa opera abbietta, fu il corrispondente del New York Times, Arnaldo Cortesi.
Una prima notizia delle condanne, ma non del modo come il processo si era svolto,
arrivò a de Bosis in Parigi la mattina del 23 dicembre. Ne fu turbatissimo.
Sarebbe stato assai più sereno se avesse condiviso la sorte dei suoi
amici, anzi fosse stato condannato a una pena maggiore! Ad ogni modo, il processo
aveva fatto conoscere all'Italia e al mondo l'esistenza dell' "Alleanza
nazionale". Questa avrebbe ora allargato la sua azione. Niente era perduto.
Dall'estero egli avrebbe ripreso il lavoro.
Il giorno dopo, le corrispondenze dei giornali francesi, in cui il pubblico
dibattimento era descritto in modo da aggravare iniquamente la posizione morale
della signora de Bosis e dell'assente, e poi le infamie dei giornali italiani
lo annientarono. La sua azione politica minacciava di essere paralizzata. Come
avrebbe potuto respingere efficacemente il rimprovero di godersi la libertà,
mentre i due amici suoi erano sepolti vivi?
Adorava sua madre. Quando conobbe le circostanze in cui aveva scritto la lettera
a Mussolini, comprese e giustificò il suo smarrimento. Ma come far accettare
il proprio giudizio agli estranei e agli ignari?
Furono mesi di tragico muto dolore. Nessuno più rispondeva dall'Italia
ai suoi appelli. La certezza che il lavoro dell' "Alleanza nazionale"
fosse continuato in Italia da altri, unico possibile conforto al suo cuore,
svaniva. Sfuggì alla disperazione perché un'idea cominciò
a dominare nel suo spirito. Egli doveva testimoniare la propria fede affrontando
un pericolo mortale. Doveva volare nel cielo di Roma in un aeroplano da cui
cadessero manifestini per esortare il Re e il popolo d'Italia ad ascoltare la
voce dell'onore e del dovere. Confortata, rafforzata da questa idea, la sua
fibra giovanile superò la prova di quell'inverno terribile. Il suo carattere
ne uscì ritemprato e più forte.
Tradusse in inglese e pubblicò nell'opuscolo The "Alleanza nazionale":
documents of the Second Italian Risorgimento (Paris, Imprimerie Vendôme,
338, Rue Sant-Honoré; MXCXXXI) i manifesti dell' "Alleanza nazionale",
per dimostrare quanto ingiusta e illegale era stata la condanna inflitta ai
suoi due amici.
Viveva a Parigi solitario. Fra gli emigrati non ve n'era uno solo che approvasse
le sue idee sul Re e sul Papa. Parecchi ne diffidavano. Vedeva solamente qualche
inglese e americano, i Nitti, amici di famiglia - era legato specialmente alla
Luigia Nitti, giovane di eccezionale ingegno e angelico cuore - e me. Si teneva
a contatto per lettera con Don Sturzo, che viveva a Londra; con Francesco Luigi
Ferrari, un altro cattolico di bella intelligenza e di bel carattere, che aveva
dovuto evadere dall'Italia e viveva a Bruxelles, e col conte Carlo Sforza, che
dimorava anche lui a Bruxelles e di tanto in tanto passava per Parigi.
L'idea di presentarsi a Roma e farsi condannare affiorava spesso nel suo spirito.
Lo sconsigliai tenacemente. Si togliesse dalla testa di poter sfidare un processo
pubblico. I giornalisti italiani e non italiani asserviti a Mussolini avrebbero
falsificato le sue parole e fatto scempio del suo onore, ancora una volta. Probabilmente
non sarebbe neanche stato portato al pubblico dibattimento. Appena arrivato
a Roma, sarebbe sparito senza lasciar traccia di sé.
Naturalmente discutevamo sulla monarchia e sul Vaticano, e discutevamo a perdita
di fiato. Il dissenso politico era sul metodo più che sulla sostanza.
Lauro era giunto alla conclusione che in ultima istanza una repubblica era diventata
oramai inevitabile in Italia, ma per il passaggio dal dispotismo fascista alla
repubblica riteneva probabilmente necessaria la fase intermedia di una monarchia
costituzionale, grazie alla quale il paese avesse un minimo di libertà,
che gli permettesse di cercare a ragion veduta la sua strada. Un rovesciamento
del regime fascista non poteva avvenire senza la cooperazione della monarchia
e dell'esercito. Secondo me, Lauro perdeva il suo tempo quando eccitava il Re
a restaurare le istituzioni libere. L'uomo era troppo scettico e vile per prendere
una iniziativa di quel genere. Nel 1925 aveva lasciato che i fascisti bastonassero
a morte uno dei suoi fedeli, Giovanni Amendola. Aveva lasciato ora che due monarchici,
Vinciguerra e Rendi, fossero condannati a quindici anni di galera. Perché
sciupare energie preziose su una via senza uscita? Quanto al Papa e alla Azione
cattolica, non erano essi che sostenevano Mussolini in Italia. Era Mussolini
che li proteggeva quando facevano quel che voleva lui, e li minacciava quando
non obbedivano. In compenso dei privilegi che ottenevano in Italia, facevano
la "propaganda" di Mussolini all'estero. Finché la dittatura
fascista fosse rimasta salda sulle sue basi, il Papa sarebbe rimasto buon amico
di Mussolini insieme al Re. Dopo che la dittatura fascista fosse andata in rovina,
che bisogno ci sarebbe più stato di esortare tanto il Re quanto il Papa
a cambiare connotati? "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti",
gli ripetevo.
Come sempre avviene, ciascuno rimaneva del proprio parere. Ma il nostro dissenso
non offuscò mai la nostra amicizia affettuosa. Io sentivo in lui un cuore
sincero e puro. C'era nel suo pensiero una eccezionale onestà. Aveva
un assoluto disinteresse personale. Era immune da quello che è un difetto
più comune in Italia che negli altri paesi: la vanità. A parte
il fascino che esercitava su di me quella lucida aurora giovanile, io ero persuaso
che chiunque intendesse combattere la dittatura fascista - monarchico, cattolico,
repubblicano, socialista, comunista, anarchico che fosse - dovesse essere accolto
come fratello e cooperatore. Ciascuno combattesse sotto la propria bandiera
coi propri metodi. Marciar divisi e colpire uniti. Caduto il nemico comune,
ognuno avrebbe ripreso la propria strada nel nuovo clima di libertà per
tutti.
Col passare dei giorni si rinsaldava nel suo animo il proposito di effettuare
il volo su Roma.
Volare su Roma! Ma dove trovare i mezzi per imparare a volare e per acquistare
un aeroplano? Viveva come portiere in un piccolo albergo economizzando ottocento
franchi al mese che mandava alla famiglia di Rendi. Quando ricevé la
prima mancia, ne fu tutto costernato. "Ma ci si fa presto l'abitudine",
diceva sorridendo in quel suo sorriso dolce, triste e insieme gioviale.
Nell'aprile venne da me tutto felice. Il denaro per l'impresa era trovato. Oggi
si può rivelare che il denaro fu procurato dal redattore capo del quotidiano
liberale di Bruxelles, Le Soir, d'Arsac, un vecchietto dal cuore d'oro, anticlericale,
anticomunista e antifascista, insomma liberale sul serio e non a parole. L'idea
di rivolgersi a lui venne a Ferrari, nonostante l'anticlericalismo di d'Arsac,
e fu idea felice: Lauro, se l'impresa fosse riuscita, l'avrebbe raccontata sul
giornale di d'Arsac, e questo sarebbe stato il pagamento.
Il dottor Sicca, un medico italiano che viveva a Londra, amico generoso degli
esuli, contribuì largamente alle spese.
Io non avevo nessun diritto né di sollevare obiezioni, né di incoraggiare,
il che del resto non era necessario. Data la sua decisa volontà, ogni
consiglio che potesse indebolirlo nel momento dell'azione sarebbe stato delittuoso.
E quando mi domandò la mia opinione sul testo dei fogliolini che si proponeva
di far cadere dall'aeroplano, gliela detti mettendomi naturalmente dal suo punto
di vista. Perciò lo consigliai a parlare al Re come monarchico coerente
e non come uomo che non lo rispettasse più. Parlava della impresa con
perfetta calma, come di un affare d'ordinaria amministrazione. Sapeva di mettere
in gioco la vita. Ma la vita non gli sarebbe valsa niente, se non l'avesse giocata
in quel modo. Se fosse rimasto incatenato a una esistenza mediocre e tranquilla
mentre i suoi due compagni rimanevano in galera, non avrebbe potuto più
dedicarsi a nessuna attività politica senza sentirsi accusato di viltà
da gente che aveva interesse a vituperarlo e da gente di buona fede che non
lo conosceva affatto. Se invece fosse riuscito nella sua impresa, avrebbe dimostrato
anche ai più ciechi che non era uomo da sfuggire ai pericoli e che era
rimasto libero per continuare la buona battaglia. Si era fidanzato ad una donna
ammirevole. Chi più di lui doveva desiderare di vivere? Ma le circostanze
lo avevano condotto al punto che il volo su Roma era diventato per lui una necessità,
un dovere, e un desiderio, la più perfetta espressione del suo carattere.
Se la vittoria avesse coronato il suo ardire, egli avrebbe continuato a vivere
la sua vita con maggior forza e certezza, nel più alto grado d'intensità.
Cominciò a imparare l'uso dell'aeroplano in aprile in un campo privato
di aviazione vicino a Versailles. Il 24 maggio, giorno di Pentecoste, fece il
primo volo da solo. Ma proprio allora si sentì sorvegliato. Si trasferì
a Londra, e qui continuò la pratica, sempre sotto falso nome. Il piano
era di acquistare un aeroplano inglese; un amico inglese lo avrebbe portato
dall'Inghilterra in Corsica in un luogo fuori mano, presso Bastia; Lauro allora
avrebbe preso l'aeroplano; sarebbe arrivato a Roma verso il tramonto; il ritorno
nella oscurità della notte sarebbe stato pericoloso, anche se gli aeroplani
fascisti non gli avessero dato la caccia; l'amico avrebbe acceso dei fuochi
per indicare il luogo dove discendere; se tutto fosse andato bene, non sarebbe
rimasto più per lui e per l'aiutante che tornarsene in Francia.
Il 22 giugno cominciò a mettere per iscritto in francese le ragioni dell'impresa.
Era il primo abbozzo di quel che doveva essere la Storia della mia morte. Non
ne fu contento. Il manoscritto fu trovato fra le sue carte. Non occorre riprodurlo
per intero. Farebbe doppione col testo definitivo. Ma alcune parti danno una
idea immediata del suo stato d'animo in quel momento.
Il mio tecnico dice che ho una probabilità su dieci
di riuscire, e da buon inglese sorride dietro gli occhiali. Una su dieci! Ma
questo è molto più di quanto mi occorre. Il mio tecnico non sente
che per me la via più comoda per trovare la pace dell'anima è
la via di Roma. Mi occorrebbe più coraggio a rinunciare che ad andare.
Eppoi tutti i pericoli sono nel ritorno. Non c'è dubbio che se arrivo
a Roma, una volta compiuto il mio lavoro, io posso chiudere il bilancio della
mia vita. E se sarò abbattuto dalle mitragliatrici degli aeroplani fascisti,
il successo del mio volo dal punto di vista della causa sarà raddoppiato...
Siccome questo scritto sarà letto solamente se io muoio, mi sia permesso
di parlare in stile oltretomba. Che i miei amici non rimpiangano la mia morte.
Essa è stata per me il miglior modo di vivere intensamente la mia vita.
Sarei partito anche se avessi saputo che non sarei ritornato. Anzitutto era
il mio semplice dovere di soldato. Io avevo un debito urgente da pagare. Se
non l'avessi pagato, la vita mi sarebbe stata intollerabile.
Se fosse sopravissuto, Lauro pensava di ritornare in America e farvi un giro
di conferenze su: La filosofia dell'umanità, L'unità dell'Europa,
e L'Umanesimo della civiltà italiana. Impossibile trovare una contraddizione
più radicale, assoluta, inconciliabile fra dottrina del fascismo e la
fede internazionalista di Lauro.
L'aeroplano fu comprato in Inghilterra, attraverso il tecnico, di cui Lauro
parla nel testo del 22 giugno. I manifesti avrebbero dovuto essere stampati
ad Auch, presso la frontiera franco-svizzera, per cura di Carlo Emanuele Aprato.
All'ultimo momento parve più opportuno stamparli in una piccola cittadina
inglese per caricare l'aeroplano in Inghilterra ed evitare questo traffico in
Francia dove la polizia poteva stare all'erta. Le autorità inglesi, insospettite,
non volevano lasciar partire l'aeroplano. Insistevano per conoscere le ragioni,
la via, la mèta del viaggio. Quante bugie siano state necessarie per
tenerle a bada, Dio solo lo sa.
Finalmente l'aeroplano poté partire. Arrivò l'11 luglio in Corsica
al luogo designato. Nell'atterrare si ruppe un'ala sparpagliando i fogli. L'impresa
era fallita. E quel che era peggio, il progetto non era più segreto.
Occorreva una forza di volontà sovrumana per ricominciare da capo. Lauro
ricominciò.
Questa volta non poteva più prendere come base d'operazione l'Inghilterra.
Sotto il nome di Mr. Morris, un inglese, agente di pubblicità, che voleva
usare l'aeroplano per i suoi affari, andò ad acquistare un altro aeroplano
in Germania. Due meccanici tedeschi, ignari delle sue intenzioni, lo assistettero
nello scegliere e impratichirsi della macchina. I manifesti furono stampati
ad Annmasse, questa volta. Fu fissato per il volo il pomeriggio del 4 settembre.
Ma la persona che avrebbe dovuto portare l'aeroplano a Cannes si ammalò.
Bisognò aspettare per un altro mese una serata senza luna. In ottobre,
finalmente, non vi furono difficoltà.
I due meccanici tedeschi arrivarono la sera del 2 ottobre al campo di Cannes.
Lauro era già a Marsiglia. Assicuratosi che tutto era in ordine scrisse
in francese nella notte dal 2 al 3 ottobre la Storia della mia morte, e la mattina
del 3 la imbucò perché Ferrari la facesse pubblicare qualora il
viaggio fosse stato senza ritorno. L'aeroplano, il 3 ottobre, passò dall'aeroporto
di Cannes a quello di Marignano presso Marsiglia. Ecco quanto riferì
uno dei due meccanici tedeschi, l'ultima persona che Lauro vide prima di partire:
Verso le due pomeridiane un taxi arrivò e ne saltò fuori Mr. Morris,
salutandoci cordialmente. Nell'hangar sgombrammo l'aeroplano di ogni altro peso
mentre Mr. Morris portava sacchetti pieni di roba stampata. Noi non ce ne meravigliammo
perché già ci aveva detto a Monaco che aveva contratti di pubblicità.
Era nervoso. Pensammo che questo dipendesse dal fatto che per tre o quattro
settimane non aveva fatto esercizio. Perciò gli dissi che avrebbe fatto
bene a provare un paio di volte prima di partire per Barcellona. "Non ho
tempo," mi disse, "tutto andrà bene." In circa dieci minuti
caricai la benzina per il motore, mentre Mr. Morris collocava tutta la roba
stampata sul sedile anteriore dell'aeroplano, e il mio compagno dava un'ultima
occhiata alla macchina. Riempito il serbatoio, accertammo che tutto era in perfetto
ordine. L'aeroplano aveva un raggio d'azione di almeno otto o nove ore. Ce n'era
d'avanzo per andare a Barcellona e tornare a Nizza. Mr. Morris venne a me e
mi disse: "Herr Rainer, sono lieto che ella sia venuto. Ci ritroveremo
a Nizza questa notte. Questo è del denaro. Paghi il taxi e faccia un
buon pranzo col suo compagno". Mi dette 600 franchi, e dopo alcuni minuti
altri 400 franchi, perché 600 franchi non sarebbero bastati. Disse "Prenda
il treno che lascia Marsiglia alle 4 pomeridiane circa. Quando tornerò,
ce la godremo". Prese il suo posto nell'aereo. Prese anche una bottiglia
ordinaria. Credo fosse caffè. A noi non piaceva vederlo partire. Io gli
dissi: "Mr. Morris, non dimentichi di pompare in tempo la benzina dal serbatoio
laterale in quello principiale; se no, la macchina si fermerà."
Mr. Morris mi domandò sull'uso della lampada elettrica che gli avevo
portato in dono, e io gli detti le spiegazioni. Spingemmo l'aereo fuori dell'hangar
coll'aiuto del conduttore del taxi. Temendo che Mr. Morris potesse dimenticare
di pompare la benzina in tempo, gli ripetei ancora una volta l'avviso. Adesso
egli era più calmo. L'elica cominciò a girare. Io dissi: "Buon
viaggio, buona fortuna, e arrivederci a Nizza stanotte". Il mio compagno
lo seguì fino al punto di partenza, mentre io raccoglievo i nostri oggetti
e li mettevo nel taxi. Guardai l'aereo mentre partiva e salutai. La partenza
fu eccellente.
Partito alle 15,15, Lauro arrivò a Roma, poco dopo il tramonto, alle
20. Discese da un'altezza di duemila metri fino a poco più di trecento
metri. Disseminò 400.000 manifestini proprio sul centro di Roma: Piazza
Venezia, il Corso, intorno a Palazzo Chigi, e poi sull'aeroporto. Migliaia di
foglietti caddero in grembo agli spettatori di un cinematografo all'aperto.
Fu uno spettacolo di abilità e di coraggio che riempì di ammirarazione
e trepidazione chi ne fu testimone. Le strade della città in cui i manifestini
cadevano furono tutte in subbuglio. La gente leggeva e passava i fogli di mano
in mano. "Era come vivere in un mondo nuovo, qualcosa che non si era mai
sentito per anni". Dopo circa mezz'ora l'aeroplano sparì nella notte.
Sulla fine di Lauro si può fare una sola ragionevole ipotesi. Vi erano
fra Marignan e Roma meno che cinque ore di volo. La benzina nei due serbatoi
era sufficiente per otto o nove ore, cioè non per tornare da Roma a Cannes.
Ma vi era un terzo serbatoio che avrebbe dato la benzina necessaria per l'ultima
parte del volo. Gli assistenti credendo che Lauro sarebbe andato a Barcellona
e non a Roma, non pensarono che fosse necessario fornire anche il terzo serbatoio.
Lauro verso la fine del viaggio si trovò senza la benzina necessaria.
"E il fatal gorgo sopra lui si chiuse".
L'aviazione preposta alla difesa di Roma fu in pieno scompiglio. Gli ufficiali
erano tutti assenti dai loro posti, con immenso furore di Balbo e di Mussolini.
Solo dopo mezz'ora, si fecero vivi, iniziarono la caccia, e tanto per far qualcosa
andarono ad aspettare Lauro al varco verso la Corsica, mentre lui volava verso
l'isola d'Elba. Camions e motociclette della polizia perlustrarono la città
per soffocare possibili dimostrazioni. Carabinieri e agenti investigatori in
cerca dei foglietti illegali, perquisirono case private dopo avere letti quelli
che erano caduti dal cielo, e qualcuno fra essi ne approvò il contenuto
e ne conservò una copia come reliquia. Anche la macchina del partito
si mise in movimento. Le occorsero quattro ore per sgranchirsi. A mezzanotte
vi fu una "dimostrazione spontanea" di fedeltà fatta da gente
mezzo assonnata che aveva dovuto levarsi dal letto.
Volando su Roma per mezz'ora e riprendendo la via del ritorno senza essere disturbato,
Lauro aveva clamorosamente dimostrato quanto fosse inefficace la decantata arma
antiaerea fascista. Questa seconda sfida li aveva trovati inetti allo stesso
modo. Eppure, la intenzione di de Bosis era nota fin da quando, nel luglio,
aveva lasciato in Corsica l'aeroplano e i manifesti.
I giornali del 4 ottobre ricevettero l'ordine di non dedicare che due righe
all'avvenimento e di non fare neanche il nome del colpevole. Dissero solamente
che l'aeroplano da Roma si era diretto verso la Jugoslavia. In quel momento
le relazioni colla Jugoslavia erano torbide e un po' di calunnia "patriottica"
veniva a proposito. Quella falsa notizia è interessante, perché
dimostra che nessuno a Roma sapeva dove l'aeroplano fosse andato e che quindi
non ha fondamento la voce che Lauro sia stato abbattuto dall'aviazione fascista.
Un "trionfo" di questo genere sarebbe stato magnificato in tutti i
toni se fosse realmente avvenuto.
In Roma gli agenti fascisti, e fuori d'Italia i diplomatici del regime sparsero
la voce che Lauro si godeva la vita sulla Riviera francese, ma si teneva nascosto
per "non aver seccature" e per suscitare simpatia, facendo credere
di essere morto. Dissero anche che guadagnava quattrini in America, e tutto
sommato non aveva corso nessun pericolo. La menzogna non si arrestò neanche
innanzi alla morte.
Dodici anni dopo, altri aeroplani violarono il cielo di Roma, portando un messaggio,
non di riabilitazione e di vita, ma di distruzione e di morte.
Nel 1931 la voce di Lauro de Bosis cadde nel deserto. Il suo sacrificio fu vano.
Fu vano? Un atto di eroismo non va mai perduto. Chi muore per un ideale non
sa quel che succederà alle speranze del suo cuore. Obbedisce all'appello
del dovere. "La voce del mio cor per l'aria sento". Da cosa nasce
cosa. Sarà quel che sarà. Altri ripresero il lavoro di Lauro dove
lui dove' arrestarsi. Quale lunga schiera di lottatori e di martiri! Senza tanta
preparazione e tanti sacrifici gli eroismi dei patrioti italiani nella guerra
di liberazione non sarebbero stati possibili dopo il settembre 1943. Altri mieterono
dove lui seminò.
Che cosa penserebbe, che cosa farebbe oggi Lauro? Nessuno può dare una
risposta assoluta a domande di questo genere. Lo spirito umano è un complesso
di forze e impulsi incalcolabili. Fattori infinitesimali possono condurre lo
stesso uomo a reagire dinanzi allo stesso fenomeno nelle maniere più
inaspettate. Ma non è in nessun modo pensabile che l'autore di Icaro
avrebbe sentito altro che orrore innanzi alle vittorie feroci di Hitler, che
non avrebbe protestato con tutte le forze della sua anima quando aeroplani italiani
bombardarono e cosparsero di iprite l'Etiopia; che dopo avere salutato con gioia
il sorgere della repubblica in Spagna, egli non sarebbe accorso a difendere
quella stessa repubblica contro i complici italiani e tedeschi di Franco; che
l'alleanza con Hitler, l'attacco all'Albania, l'attacco alla Francia e all'Inghilterra,
l'attacco alla Grecia, e poi le disfatte militari,- e poi la dichiarazione di
guerra agli Stati Uniti, e poi l'intera penisola divenuta campo di battaglie
e distruzione agli eserciti di tutto il mondo - insomma dodici altri anni di
tragiche esperienze lo avrebbero lasciato immobile nelle posizioni del 1931.
Nel 1943 Mussolini fu eliminato da un colpo di stato preparato dal Re d'accordo
coi capi militari e senza dubbio con l'approvazione del Vaticano: proprio quello
che Lauro avrebbe desiderato. Ma nel luglio del 1943 intervennero nel gioco
forze che Lauro non prevedeva, e che del resto nel 1931 nessuno di noi prevedeva.
Nel luglio del 1943, il Re e i capi militari organizzarono il colpo di stato
contro Mussolini, perché le forze anglo-americane avevano occupato la
Sicilia, e i capi militari italiani e il Re si erano fino alla fine dell'anno
precedente convinti della inevitabilità della sconfitta. Nello stesso
tempo, il malcontento popolare montava da ogni parte. I grandi scioperi dell'Italia
settentrionale nella primavera del 1943 minacciavano di trasformarsi in un movimento
rivoluzionario ben più minaccioso che quel primo movimento economico.
Sotto l'incubo delle due minaccie - la sconfitta militare e la rivolta popolare
- il Re e i suoi si decisero ad agire non per salvare l'Italia dal fascismo,
ma per salvare se stessi dalla rovina. Quello che essi volevano era sostituire
in Italia al fascismo con Mussolini un neofascismo senza Mussolini.
È ben difficile ammettere che Lauro, messo di fronte a questa nuova situazione,
se ne sarebbe accontentato, come se essa rappresentasse la culminazione delle
sue speranze. Più difficile ancora è ritenere che egli avrebbe
insistito nel suo piano primitivo dopo la fuga del Re e di Badoglio da Roma
e dopo la totale disintegrazione delle forze armate provocata da quella fuga.
Gaetano Salvemini
*****
Dopo questo esauriente commento dello storico pugliese che fu titolare della cattedra "Lauro de Bosis", istituita da Ruth Draper all'Università di Harvard, leggiamo ora il testamento spirituale e politico di Lauro, scritto alla vigilia del suo ultimo volo.
STORIA DELLA MIA MORTE
Domani alle tre, su un prato della Costa azzurra, ho un appuntamento
con Pegaso.
Pegaso - è il nome del mio aeroplano - ha la groppa rossa e le ali bianche;
benché abbia la forza di ottanta cavalli, è svelto come una rondine.
S'abbevera di benzina e si avventa nei cieli come il suo fratello di un tempo,
ma di notte, se vuole, sa scivolare nell'aria come un fantasma. L'ho trovato
nella foresta Ercinia, e il suo ex-padrone me lo porterà sulle rive del
Mar Tirreno credendo in buona fede che abbia da servire agli svaghi di un giovane
signore britannico. La mia cattiva pronuncia non gli ha destato sospetti: gli
chiedo qui scusa dell'inganno.
Ma non andremo a caccia di chimere. Andremo a portare un messaggio di libertà
a un popolo schiavo di là dal mare. Fuor di metafora (bisognava usarne
per lasciar discretamente nell'ombra le origini del mio velivolo) andiamo a
Roma per diffondere in pieno cielo quelle parole di libertà che, da ormai
sette anni, son proibite come delittuose; e con ragione, giacché se fossero
permesse, scoterebbero in poche ore la tirannia fascista. Tutti i regimi della
terra, anche l'afgano e il turco, posson lasciare, chi più chi meno,
una qualche libertà ai loro sudditi: solo il fascismo, per difendersi,
è costretto a annientare il pensiero. Né gli si può rimproverare
di punire la fede nella libertà e la fedeltà alla costituzione
italiana più severamente che non il parricidio: se vuol sopravvivere,
non può fare altrimenti. Non gli si può rimproverare di aver deportato
senza processo migliaia di cittadini, né di aver distribuito, in quattro
anni, settemila anni di galera: come potrebbe tenere soggetto un popolo libero
se non lo terrorizzasse con la sua nera guarnigione di trecentomila sicari?
Per il fascismo non v'è scelta. Se si accetta anche minimamente il suo
punto di vista, si è obbligati a dichiarare col suo apostolo Mussolini:
"La libertà è un cadavere putrefatto". Se si desidera
anche minimamente la continuazione di un tal dominio, bisogna approvare l'assassinio
di Matteotti e le ricompense elargite agli assassini, la distruzione dei giornali
italiani, la devastazione della casa di Croce, i miliardi spesi ad assoldare
spie e agenti provocatori, la spada di Damocle sospesa sulla testa di ogni cittadino.
So bene che né gli austriaci nel 1850, né i Borboni, né
gli altri tiranni d'Italia son mai arrivati a tanto: essi non han mai deportato
gente senza processo; il totale delle loro condanne non s'è mai, neppur
da lontano, avvicinato alla cifra di settemila anni di galera in quattro anni;
soprattutto, essi non si sono mai sognati di arruolare di forza, nelle file
del loro esercito di aguzzini, i figli stessi dei liberali, come fa il fascismo,
strappando i figli a tutte le famiglie (anche liberali e socialiste) fin dall'età
di otto anni per imporre loro la divisa dei carnefici e assoggettarli a una
barbara educazione guerresca: "Amate il fucile, adorate la mitragliatrice,
e non dimenticate il pugnale", ha scritto Mussolini in un articolo destinato
ai ragazzi.
L'atteggiamento che consiste nell'ammirare il fascismo pur deplorando gli eccessi
non ha senso. Il fascismo non può esistere che grazie ai suoi eccessi.
I suoi cosiddetti eccessi sono la sua logica. E per la logica stessa della sua
natura che il fascismo è condotto a esaltare il sicario e a schiaffeggiare
Toscanini. Si è detto che l'assassinio di Matteotti fu un errore: ma
dal punto di vista del fascismo, quel delitto fu un colpo di genio. Si dice
che il fascismo fa male a ricorrere alla tortura per estorcere confessioni ai
suoi prigionieri: ma se il fascismo vuol vivere, non può fare altrimenti.
I giornali esteri dovrebbero capirlo una buona volta. Non si può augurarsi
che il fascismo diventi pacifico e umano senza volere la sua liquidazione piena
e completa. Il fascismo questo l'ha capito e, da sette anni a questa parte,
l'Italia è diventata una grande prigione, dove s'insegna ai bambini a
adorare le loro catene e a compiangere quelli che ne sono liberi. I giovani
che hanno adesso vent'anni non possono avere nessun ricordo di una atmosfera
diversa da questa. Il nome di Matteotti è loro quasi sconosciuto. Fin
dall'età di tredici anni si è loro insegnato che gli uomini non
hanno nessun diritto, tranne quelli che lo Stato si degna di dar loro in prestito
a suo unico arbitrio. Molti ci credono. Il mito che Mussolini ha salvato l'Italia
dal bolscevismo è ormai accettato senza discussione. Ma non bisogna per
questo credere che l'Italia si lasci ingannare. La prova che il popolo italiano
è in grandissima maggioranza profondamente antifascista ne è data
dallo stesso regime, con la paura che esso mostra al minimo sussurro e con la
ferocia con la quale punisce i minimi accenni di pensiero indipendente. I regimi
che si sentono forti non agiscono a questo modo.
Nel giugno 1930, io cominciai a far circolare delle lettere bimensili, di carattere
strettamente costituzionale, sulla necessità che tutte le persone d'ordine
venissero a una qualche intesa tra loro per il giorno il cui il fascismo sarebbe
crollato. Siccome il fascismo sembra aver fatto suo il motto di Luigi XV "Dopo
di me, il diluvio", l'iniziativa era quanto mai opportuna. Difatti le lettere,
secondo il principio della catena, cominciarono a circolare a migliaia. Per
cinque mesi, riuscii a compiere questo lavoro da solo, spedendo ogni quindici
giorni seicento lettere firmate l'"Alleanza nazionale", con la preghiera
che ogni persona che le riceveva ne facesse a sua volta sei copie. Sfortunatamente,
in dicembre, durante un breve viaggio che ero stato costretto a intraprendere
all'estero, la polizia arrestò i due amici che avevano accettato di imbucare
le lettere in mia assenza. Essi furono sottoposti alla tortura e condannati
a quindici anni di carcere. Uno dei due, Mario Vinciguerra, scrittore fra i
migliori che abbia l'Italia, critico d'arte e di letteratura, sebbene di salute
malferma, fu lasciato un'intera notte (una notte di dicembre) completamente
nudo sulla terrazza della Questura centrale di Roma. Dopodiché fu malmenato
e battuto a tal segno da rimanere sordo da un orecchio. Poi fu gettato in una
cella di due metri per due, dove non c'era neppure uno sgabello per sedersi
e dove, ogni mattina, gli si toglieva persino il letto. Dopo le proteste dei
giornali esteri e di eminenti personalità politiche inglesi e americane,
le sue condizioni son state migliorate. Mussolini è arrivato ad offrire
la libertà a tutt'e due, purché firmassero una lettera di sottomissione.
Tutti e due han rifiutato.
Il giorno in cui lessi la notizia dell'arresto dei miei amici ero in procinto
di riattraversare la frontiera per tornare a Roma. Il mio primo impulso fu naturalmente
di recarmi ugualmente a Roma per condividere la loro sorte; ma mi resi subito
conto che il dovere di un soldato non è di consegnarsi nelle mani del
nemico, bensì di continuare a battersi fino all'ultimo. Decisi immediatamente
di andare a Roma, non già per arrendermi, ma anzi per dare impulso all'attività
dell'Alleanza lanciando dal cielo quattrocentomila lettere e poi, o morire combattendo,
oppure tornare alla base per prepararvi altri colpi. Il cielo di Roma non è
mai stato violato da aeroplani nemici. Mi dissi che io sarei il primo, e mi
misi subito a preparare l'impresa.
La cosa non era facile. Anche la modesta impresa di guadagnarsi il pane è
cosa ardua, per un poeta. Quando, per giunta, egli si trovi nelle condizioni
del profugo, e per colmo di sfortuna in un anno di crisi economica, non c'è
da stupirsi se egli scenda assai presto fino ai più bassi gradini della
vita randagia. Per giunta, non sapevo guidare neppure la motocicletta: figurarsi
l'aeroplano! Per cominciare, trovai un impiego come portiere all'Hôtel
Victor Emanuel III, rue de Ponthieu, a Parigi. I miei amici repubblicani mi
prendevano in giro dicendo che ero punito dove avevo peccato. A dire il vero,
non adempivo soltanto le mansioni di portiere, ma anche quelle di gerente e
di telefonista. Talvolta, con tre o quattro campanelli che squillavano all'unisono,
mi si sentiva gridare con voce stentorea nella tromba delle scale: "Irma,
un doppio burro al 35". Come preparazione al mio volo su Roma, non era
un gran che; e tuttavia, tra il conto del fornaio e le ricevute dei clienti,
scrivevo un messaggio al Re d'Italia e studiavo la carta del Mar Tirreno.
Il seguito dei miei preparativi è la parte più interessante della
storia, ma purtroppo deve rimaner segreto. Nel mese di maggio feci il mio primo
volo da solo a bordo di un apparecchio Farman, nei pressi di Versailles. Poi,
avendo saputo che il mio segreto era giunto alle orecchie dei fascisti, mi affrettai
a sparire per ricomparire sotto altro nome in Inghilterra. Il 13 luglio lasciavo
Cannes su un biplano inglese, portando con me ottanta chili di manifestini.
Siccome la mia esperienza di pilota si limitava a cinque ore di volo, partii
solo, per non rischiare la vita di un amico.
Sfortunatamente, la mia impresa fu troncata sulle coste della Corsica da un
incidente, e dovetti darmi alla macchia, abbandonando l'aeroplano in un campo.
Il mio segreto era svelato. Le polizie d'Inghilterra e di Francia mi si misero
alle calcagna con uno zelo che mi lusingò assai: arrivarono fino a disputarsi
la mia fotografia. Le prego di scusarmi per le noie che ho causato.
Il peggio è che ormai non potevo più contare sulla sorpresa, la
mia maggiore possibilità di successo. E tuttavia, Roma divenne per me
quel che il capo Horn era per l'Olandese volante; giurai di arrivarci vivo o
morto. La mia morte (benché seccante per me, che ho tante cose da portare
a termine) non potrà che giovare al successo del volo. Siccome i pericoli
son tutti nel ritorno, essa non potrà sopraggiungere prima che io abbia
recapitato le mie quattrocentomila lettere: queste non ne saranno che meglio
"raccomandate". Dopo tutto, si tratta di dare un piccolo esempio di
spirito civico, e d'attirare l'attenzione dei miei concittadini sull'anormalità
della loro situazione.
Io sono convinto che il fascismo non cadrà se prima non si troveranno
una ventina di giovani che sacrifichino la loro vita per spronare l'animo degli
italiani. Mentre, durante il Risorgimento, i giovani pronti a dar la vita si
contavano a migliaia, oggi ce ne sono assai pochi. Non è che il coraggio
e la fede siano in loro minori che nei loro padri. Gli è piuttosto che
nessuno prende il fascismo sul serio. Tutti, cominciando dai suoi stessi capi,
si aspettano una fine prossima, e sembra sproporzionato dar la vita per far
finire una cosa che crollerà da sé. È un errore.
Bisogna morire. Spero che, dopo di me, molti altri seguiranno, e riusciranno
infine a scuotere l'opinione pubblica.
Non mi resta che dare il testo dei miei messaggi.
Nel primo - diretto al Re - ho cercato d'interpretare il sentimento della massa
del popolo, facendo astrazione dal mio personale. Credo che un repubblicano
e un monarchico potrebbero egualmente sottoscriverli. Noi ci limitiamo a porre
il dilemma: "Per la libertà o contro la libertà". Il
nonno dell'attuale Re, dopo la più terribile disfatta della storia d'Italia,
seppe resistere al maresciallo austriaco, il quale voleva forzarlo ad abrogare
la costituzione. Vuole veramente l'attuale monarca,