Biblioteca Multimediale Marxista
1978
(Contro le concezioni antisocialiste di E. Kardelj espresse nel suo libro "Indirizzi di sviluppo del sistema politico di autogestione socialista")
ISTITUTO DEGLI STUDI
MARXISTI-LENINISTI
PRESSO
IL COMITATO CENTRALE DEL PARTITO DEL LAVORO D’ALBANIA
CASA EDITRICE "8 NENTORI"
TIRANA, 1978
L’anno scorso è uscito in Jugoslavia, accompagnato da una grande
pubblicità, il libro del principale "teorico" del revisionismo
titoista, Eduard Kardelj, intitolato "Indirizzi di sviluppo del sistema
politico di autogestione socialista".
Le idee antimarxiste di questo libro sono state poste a fondamento di tutti
i lavori del II Congresso del partito revisionista jugoslavo, che i titoisti,
al fine di mascherarne il carattere borghese, hanno battezzato "Lega dei
Comunisti di Jugoslavia".
I titoisti e il capitalismo internazionale, come rilevato al VII Congresso del
PLA, vantano il sistema di "autogestione" come "una via già
pronta e sperimentata verso il socialismo" e se ne servono come di un’orma
preferita nella lotta contro il socialismo, la rivoluzione e le lotte di liberazione.
Tenendo presente il pericolo che rappresentano queste concezioni, ho ritenuto
necessario esprimere alcune idee a proposito di questo libro.
In Jugoslavia, come si sa, il capitalismo è stato pienamente instaurato,
però questo capitalismo viene abilmente mascherato. La Jugoslavia sostiene
di essere un paese socialista, ma di un tipo singolare che il mondo non avrebbe
visto fino ad oggi! I titoisti si vantano pure che il loro Stato non ha niente
in comune con il primo Stato socialista, uscito dalla Rivoluzione Socialista
d’Ottobre e fondato da Lenin e Stalin sulla base della teoria scientifica
di Marx ed Engels.
Sin dall’inizio, i rinnegati jugoslavi si sono allontanati dalla teoria
scientifica del marxismo-leninismo sullo Stato socialista e hanno cercato di
impedire l’instaurazione della dittatura del proletario, al fine di far
imboccare alla Jugoslavia la via del capitalismo.
Ho già indicato in altra occasione che prima della liberazione della
Jugoslavia, come dopo, il gruppo rinnegato titoista, mascherandosi, faceva finta
di sostenere il sistema socialista instaurato in Unione Sovietica e si vantava
di costruire il socialismo sulla base della teoria scientifica del marxismo-leninismo,
mentre in realtà era contrario a questa ideologia e all’esperienza
rivoluzionaria sovietica. La fondatezza di questa conclusione appare chiara
anche dal contenuto del libro di Kardelj.
1 - Un rapido sguardo storico sulla via dei revisionisti titoisti
La Lotta di liberazione nazionale jugoslava, guidata dal Partito Comunista di
Jugoslavia, si contraddistingue non solo per il valore e per il coraggio del
popolo, ma anche per l’onestà degli autentici comunisti jugoslavi.
Nel corso di questa lotta, tuttavia, nella direzione jugoslava cominciarono
a manifestarsi tendenze sospette che facevano pensare, come apparve chiaramente
più tardi, che per quel che concerne l’atteggiamento verso l’alleanza
antifascista dell’Unione Sovietica, degli Stati Uniti e dell’Inghilterra,
il gruppo titoista propendeva per gli Anglo-Americani. In quel periodo, noi
avevamo costatato che la direzione titoista manteneva stretti legami con gli
alleati occidentali, specie con gli inglesi, dai quali riceveva consistenti
aiuti finanziari e militari. Nel medesimo tempo avevamo rilevato un ravvicinamento
politico evidente fra Tito e Churchill ed i suoi emissari, in un momento in
cui la lotta di liberazione nazionale jugoslava doveva essere strettamente collegata
alla guerra di liberazione dell’Unione Sovietica, poiché la speranza
della liberazione generale di tutti i popoli, per quel che riguarda il fattore
esterno, era fondata appunto su questa guerra.
La direzione titoista manifestò ancor più chiaramente le sue tendenze
contrarie all’Unione Sovietica alla vigilia della vittoria sul fascismo,
quando l’Esercito Rosso, incalzando l’esercito tedesco, entrò
in Jugoslavia per venire in aiuto alla lotta di liberazione nazionale. Soprattutto
nel periodo in cui furono tratte le conclusioni di questa grande guerra fra
i grandi e i piccoli Stati belligeranti, apparve evidente che la Jugoslavia
titoista era appoggiata dall’imperialismo inglese e americano. In quel
periodo, gli attriti diplomatici e ideologici fra l’Unione Sovietica e
la Jugoslavia divennero più manifesti. Questi dissensi concernevano,
fra l’altro, anche questioni territoriali. La Jugoslavia rivendicava dei
territori al Nord, soprattutto ai suoi confini con l’Italia. Ma essa taceva
a proposito dei confini meridionali, in particolar modo di quelli con l’Albania,
del Kosovo e delle terre albanesi in Macedonia e nel Montenegro. I titoisti
non potevano parlarne, poiché in questo modo avrebbero intaccato la piattaforma
nazionalista sciovinista serba.
Ormai si sa che i dissensi della direzione jugoslava con Stalin avevano radici
profonde. I punti di vista revisionisti del gruppo dirigente jugoslavo si erano
cristallizzati molto tempo prima della liberazione, forse nel periodo stesso
quando il Partito Comunista di Jugoslavia faceva parte del Komintern e si trovava
in una profonda clandestinità sotto il regime dei kralj serbi. Sin da
quei periodo, la sua direzione aveva manifestato concezioni deviazionistiche,
trotzkiste, che il Komintern aveva denunciato immediatamente. Più tardi
Tito "cancellò" queste condanne, giungendo al punto di riabilitare
l’ex-segretario generale del Partito Comunista di Jugoslavia, Gorkich,
il più grande deviazionista.
Dopo la liberazione della Jugoslavia, si prospettò una questione di grandissima
importanza: in quale direzione si sarebbe orientata la Jugoslavia? Questa direzione,
naturalmente, doveva dipendere in grande misura dalle concezioni marxiste-leniniste
o revisioniste dei dirigenti del Partito Comunista di Jugoslavia. Essi si spacciavano
per marxisti-leninisti. All’inizio, anche noi pensavamo che fossero tali.
Però, in realtà, non solamente dalla loro attività nel
suo complesso, ma anche dai loro atteggiamenti concreti nei nostri confronti,
abbiamo rilevato che molte delle loro prese di posizione erano incompatibili
con la teoria scientifica del marxismo-leninismo. Abbiamo costatato che essi
si allontanavano sempre più dall’esperienza dell’edificazione
del socialismo nell’Unione Sovietica.
La tendenza del gruppo dirigente jugoslavo con a capo Tito, Kardelj, Rankovich
e Gilas, che apparve sin dal periodo della lotta clandestina ma che diventò
ancor più manifesta dopo la liberazione della Jugoslavia, consisteva
nel far sì che il Partito Comunista di Jugoslavia non si presentasse
apertamente col suo nome, ma che si mascherasse, come in realtà lo fece,
sotto il manto del cosiddetto Fronte popolare di Jugoslavia. Tale clandestinità
veniva giustificata con il pretesto che "la grande e piccola borghesia
delle città e delle compagne si sarebbe allarmata e spaventata"
e si "sarebbe allontanata dal nuovo potere uscito dalla rivoluzione",
che "gli alleati anglo-americani temevano il comunismo". Si facevano
sforzi per convincere la borghesia che i comunisti non erano al potere, che
il partito comunista esisteva realmente, ma che era, in certo modo, membro di
un ampio fronte, di cui potevano far parte anche gli uomini di Mihailovich,
Nedich, Stojadinovich, e di tutti gli altri "vich" reazionari della
Jugoslavia.
Tito formò anche un governo provvisorio con Subascich, ex-primo ministro
del governo del re in esilio a Londra, ma non lo lasciò governare a lungo.
Sotto la costante pressione del popolo, egli fu costretto a liquidarlo. In quei
periodo sosteneva che non aveva voluto Subascich, ma che glielo avevano imposto
gli alleati, mentre più tardi accusò Stalin a proposito di questa
questione. La verità è che Tito accettò Subascich per far
piacere a Churchill, poiché non nutriva amicizia per Stalin.
Le concezioni di Tito e dei suoi compagni lasciavano intendere sin dall’inizio
che questi non erano dei "marxisti duri", come la borghesia chiama
i marxisti coerenti, ma dei "marxisti ragionevoli", che avrebbero
strettamente collaborato con tutti gli uomini politici, vecchi e nuovi, borghesi
e reazionari della Jugoslavia.
Il Partito Comunista di Jugoslavia, benché fingesse di essere nella clandestinità,
agiva legalmente. Ma Rankovich e Tito non gli conferirono la forza e il ruolo
dirigente che doveva avere, poiché non erano favorevoli alla costruzione
socialista in Jugoslavia. Tito e Rankovich falsarono le norme marxiste-leniniste
della costruzione e del ruolo del partito. Il Partito Comunista di Jugoslavia,
sin dall’inizio, non fu edificato sulle basi del marxismo-leninismo e
secondo i suoi insegnamenti. Questo partito, che sì era per così
dire fuso nel Fronte Popolare di Jugoslavia, dettava legge insieme all’esercito,
al Ministero degli Interni e alla Sicurezza dello Stato. Questo Partito, che
aveva guidato la lotta dei popoli di Jugoslavia, dopo la guerra divenne un reparto
degli organi statali di repressione quali erano l’esercito, il ministero
degli interni e l’UDB. Insieme ad essi, il Partito diventò in realtà
un organo repressivo delle masse lavoratrici, anziché un reparto d’avanguardia
della classe operaia.
In seguito alla propaganda condotta e all’autorità che il Partito
si era conquistato nel corso della Lotta di liberazione nazionale e nella prima
fase della costruzione della Jugoslavia, all’indomani della guerra, la
classe operaia jugoslava ebbe l’impressione che il partito si trovasse
all’avanguardia. In realtà, esso non era l’avanguardia della
classe operaia, ma di una nuova classe borghese che aveva appena cominciato
ad affermarsi. Questa classe si basava saldamente sul prestigio della lotta
di liberazione nazionale dei popoli di Jugoslavia per condurre a termine i propri
fini controrivoluzionari, offuscando nel medesimo tempo le prospettive dell’edificazione
della società nuova. Un simile partito degenerato avrebbe fatto imboccare
alla Jugoslavia strade antimarxiste.
Questa via antimarxista dei titoisti Jugoslavi, del gruppo Tito-Kardelj-Rankovich,
non poteva non essere in aperta opposizione con il marxismo-leninismo, con in
partiti comunisti, con l’Unione Sovietica, con Stalin e con tutti i paesi
a democrazia popolare che furono creati all’indomani della Seconda Guerra
mondiale. Naturalmente, questo confronto si è sviluppato in modo graduale,
per giungere finalmente al punto critico di separare il grano dal loglio.
E’ un fatto incontestabile che i popoli di Jugoslavia si siano battuti.
La Jugoslavia, così come l’Albania, ha fatto dei grandi sacrifici.
I dirigenti antimarxisti jugoslavi hanno speculato su questa lotta, hanno sfruttato
davanti all’opinione pubblica, interna ed esterna, l’apprezzamento
che l’unione Sovietica faceva della Jugoslavia, che essa considerava un’importante
alleata sulla via marxista-leninista del socialismo.
Nelle loro relazioni con gli Stati a democrazia popolare appena isituitisi,
i titoisti non tardarono a manifestare tendenze di dominio, espansionistiche
ed egemoniche, nei confronti di tutti quei paesi, ma in particolar modo nei
confronti del nostro. Essi, come lo sappiamo, tentarono di imporci i loro punti
di vista politici, ideologici, organizzativi e statali, antimarxisti. Essi giunsero
al punto di fare ripugnanti tentativi per trasformare l’Albania in una
repubblica della Federazione jugoslava. In questo loro turpe e fallito tentativo
i titoisti urtarono contro la nostra decisa opposizione. In un primo momento
la nostra resistenza non si era ancora cristallizzata, poiché non sospettavamo
che la direzione jugoslava avesse imboccato la via capitalista e revisionista.
Ma con il passare di alcuni anni, allorché le sue tendenze egemoniche
ed espansionistiche si delinearono chiaramente, noi ci siamo opposti ai titoisti
in modo intransigente e senza riserve.
I titoisti cercarono di imporci la loro volontà ricorrendo a pressioni
e ricatti di ogni specie. A tal fine essi organizzarono anche il complotto di
Koçi Xoxe. Essi adottarono questa pratica imperialistica, anche se in
misura minore, anche nei confronti di altri paesi, come la Bulgaria, l’Ungheria
e la Cecoslovacchia. Tutti questi mostruosi atti stavano a dimostrare che la
Jugoslavia non seguiva la via del socialismo, ma che era divenuta uno strumento
del capitalismo mondiale.
Col passare dei giorni si vedeva sempre meglio che in Jugoslavia non si costruiva
una società socialista di tipo leninista, ma si stava sviluppando il
capitalismo. Nel frattempo i passi compiuti su questa via capitalista venivano
mascherati con la ricerca di una presunta nuova forma specifica di "socialismo".
Proprio per questo la direzione jugoslava, con a capo Tito, Kardelj e Rankovich,
cercando in certo qual modo di legalizzare "teoricamente" il suo tradimento,
prelevò le più svariate idee dall’arsenale dei vecchi revisionisti
consolidando così con tutti i mezzi il suo Stato di tipo fascista. L’esercito,
il Ministero degli Interni, l’UDB, divennero onnipotenti.
Pur instaurando il capitalismo, la direzione revisionista jugoslava cercava
di creare nelle masse del popolo l’impressione che in Jugoslavia non venissero
traditi i fini della lotta, che vi esistesse uno Stato di indirizzo socialista,
guidato da un partito comunista che difendeva il marxismo e che proprio per
questo era in contrasto con l’Unione Sovietica, con Stalin, con i partiti
comunisti e con i paesi a democrazia popolare.
Nel tentativo di difendere le loro posizioni assai scosse a causa del loro smascheramento
davanti all’opinione pubblica interna e al movimento comunista e operaio
internazionale, i titoisti, continuando la loro subdola politica, dichiararono
che avrebbero intrapreso "serie" azioni per la costruzione del socialismo
nelle campagne, per la collettivizzazione dell’agricoltura secondo i principi
leninisti, e crearono a questo scopo le cosiddette zadrughe. Per rendersi conto
di quanto serie fossero le intenzioni dei rinnegati titoisti di costruire il
socialismo nelle campagne, basterà ricordare che le zadrughe furono soppresse
prima ancora di essere create ed ora della collettivizzazione delle campagne
jugoslave non e più rimasta traccia.
Fino al 1948, quando avvenne la rottura decisiva tra l’Unione Sovietica,
i paesi a democrazia popolare e il movimento comunista internazionale, da una
parte, e la Jugoslavia, dall’altra, quest’ultima si trovava già
nella fase iniziale del capitalismo caotico, in una situazione di disordine
politico, ideologico e economico estremamente grave. Ciò spinse il gruppo
Tito-Kardelj-Rankovich ad agire più apertamente, ad accostarsi maggiormente
al capitalismo mondiale, specie all’imperialismo americano, per poter
conservare il potere e cambiare la situazione in suo favore.
Dopo il 1948 la Jugoslavia, travagliata da una grave crisi politica, ideologica
ed economica, si trovò a un crocevia a causa della deviazione antimarxista
della sua direzione. I rinnegati titoisti volevano, in certo qual modo, sedersi
su due "seggiole". Sulla "seggiola" del marxismo-leninismo,
volevano restare solo in apparenza, solo per la forma, mentre sull’altra
seggiola, quella capitalista-revisionista, volevano insediarvisi bene, ma per
giungere a questo occorreva necessariamente un certo tempo. Il periodo che va
dal 1948 a questa parte è un periodo torbido e fortemente travagliato
da una grande crisi, dalla degenerazione e dalla confusione.
Davanti al gruppo rinnegato Tito-Kardelj-Rankovich si poneva il quesito: come
mantenere il potere e reprimere ogni resistenza del proletariato e dei popoli
di Jugoslavia, che si erano battuti per il socialismo, in amicizia e piena unità
con l’Unione Sovietica e con i paesi a democrazia popolare. A tal fine
i revisionisti jugoslavi s’impegnarono innanzi tutto a liquidare anche
quel poco di marxista-leninista che era rimasto nel partito e a transformarlo
in uno strumento della loro ideologia e della loro politica borghese-revisionista,
a privarlo di qualsiasi funzione dirigente, trasformando inoltre la classe operaia
in una massa inerte, incapace di rendersi conto del tradimento e di reagire
come forza politica determinante della rivoluzione. Le norme del centralismo
democratico nel partito furono violate. Successivamente il partito fu messo
alle dipendenze dell’UDB, impiegata dai titoisti come mezzo di repressione
contro tutti gli elementi contrari alla svolta regressiva antimarxista. Il partito
fu "epurato" di tutti gli elementi fedeli al socialismo. Benché
avesse conservato in apparenza alcune norme concernenti le elezioni, le riunioni,
le conferenze, in realtà la sua direzione burocratica concentrò
nelle proprie mani tutto il potere in questo presunto partito marxista-leninista,
trasformandolo in un semplice esecutore dei suoi ordini e di quelli della Sicurezza
di Stato. Il Partito Comunista di Jugoslavia finì per cambiare interamente
il suo aspetto, perdendo qualsiasi caratteristica di partito d’avanguardia
della classe operaia, di forza politica dirigente della società. Questa
fu una grande vittoria per il capitalismo, per la borghesia estera ed interna.
Per salvare il loro dominio, i rinnegati titoisti dovevano liquidare senza rumore
il potere emerso dalla lotta di liberazione nazionale e costruire un altro potere,
una feroce dittatura fascista.
In altri termini, il gruppo dirigente Tito-Kardelj-Rankovich si mise a liquidare
tutte le caratteristiche marxiste-leniniste della rivoluzione e a cercare nuove
presunte vie "socialiste", in realtà capitaliste, nel campo
economico, nella politica interna ed estera, nell’istruzione pubblica
e nella cultura e in tutti gli altri settori della vita. In queste circostanze,
gli organi della Sicurezza di Stato e l’esercito jugoslavo divennero l’arma
preferita e spietata nelle mani di questo pugno di rinnegati, che puniva in
modo draconiano chiunque osasse denunciare il loro tradimento. Ebbero inizio
le persecuzioni e le uccisioni in massa di tutti i sani elementi marxisti-leninisti.
I terribili campi di concentramento, fra l’altro anche quello di Goli
Otok, si riempirono di detenuti e di deportati.
La situazione economica in quel periodo si presentava in Jugoslavia molto grave
a causa della distruzione dell’economia durante la guerra, a causa della
politica corrotta della direzione jugoslava, per il fatto che, dopo la rottura
di tutte le relazioni con l’Unione Sovietica, la Jugoslavia non riceveva
più i cospicui aiuti che aveva ricevuto nei primi anni successivi alla
liberazione ed anche per il fatto che non poteva saccheggiare più le
risorse dei paesi a democrazia popolare, come l’Albania, attraverso le
società "miste", istituite su basi non eque e che andavano
a vantaggio di una sola delle parti, della Jugoslavia.
Certo, i rinnegati jugoslavi non potevano uscire dalla crisi unicamente con
il terrore. In quanto agente matricolato del capitalismo mondiale, la direzione
titoista sollecitò immediatamente il suo aiuto, e questi, soprattutto
l’imperialismo americano, si mostrò pienamente disposto ad accordare
a Tito e compagni tutti gli aiuti e tutta l’assistenza necessaria per
salvarli e trasformarli in un importante strumento nella lotta contro il socialismo,
la rivoluzione e i movimenti di liberazione. Le potenze imperialiste aspettavano
con impazienza questa svolta, poiché proprio per questa si erano preparate
durante la guerra. Perciò esse non mancarono di offrire loro non solo
ingenti "aiuti" economici, ma anche un forte appoggio politico-ideologico.
Esse fornirono loro anche armi ed equipaggiamenti militari di ogni genere, e
li vincolarono anche con la NATO attraverso il Patto Balcanico.
Durante il primo periodo, specie nel campo dell’industria e dell’agricoltura,
la Jugoslavia fu "aiutata" attraverso gli investimenti delle società
straniere.
Nel campo dell’industria, in cui l’imperialismo degli Stati Uniti
d’America si mostrò particolarmente "generoso", il lavoro
ebbe inizio con "gli aiuti" per il ripristino delle vecchie fabbriche
esistenti affinché queste fossero messe più o meno in condizione
di produrre e che questa produzione fosse sufficiente a mantenere in piedi il
regime borghese-revisionista in via di cristallizzazione e che si era orientato
verso il capitalismo mondiale.
Il regime titoista doveva liquidare anche quel sistema zoppicante della collettivizzazione
dell’agricoltura che era sorto in diverse economie contadine e creare
un sistema nuovo, in cui i Kulak e i grandi proprietari di terre fossero nuovamente
avvantaggiati. Per la ridistribuzione delle terre furono escogitate forme e
maniere idonee a ripristinare la vecchia classe dei kulak, senza causare gravi
torbidi nel paese. Lo Stato adottò una serie di misure capitalistiche,
ad esempio la soppressione delle stazioni delle macchine e trattori e la vendita
dei loro macchinari ai contadini ricchi, in grado di acquistarli, nonché
l’imposizione di gravi tasse agli agricoltori. Le aziende agricole statali
furono ugualmente trasformate in imprese capitaliste, in cui furono investiti
anche capitali stranieri, e così via.
Dal capitale straniero trassero grande vantaggio i commercianti e gli industriali
del paese ai quali furono fatte rilevanti concessioni.
Queste misure dimostravano, senza alcun dubbio, che questo "socialismo"
che stava costruendo la Jugoslavia non era altro che la via dell’integrazione
nel capitalismo.
Così fu spianato il terreno alla penetrazione dei capitali stranieri,
in misura e grado sempre maggiore, in un ambiente politico, ideologico e organizzativo
molto adatto al capitalismo mondiale, il quale, aiutando il regime titoista,
se ne sarebbe servito poi come di un ponte di passaggio per introdursi negli
altri paesi a democrazia popolare.
Questo orientamento politico, ideologico ed economico della Jugoslavia titoista
verso il capitalismo, fece sì che la lotta di classe prendesse in questo
paese un altro indirizzo e si sviluppasse non come forza motrice della società
socialista, ma come forza motrice nella lotta tra classi avversarie, come avviene
in ogni Stato capitalista dominato dalla dittatura borghese. Lo Stato borghese-revisionista
titoista rivolse la lotta di classe in Jugoslavia contro gli elementi progressisti
della classe operaia, contro i comunisti che si opponevano alla sua linea di
tradimento.
Il centralismo democratico non tardò ad essere liquidato anche nel campo
dell’amministrazione economica e statale. E’ vero che in Jugoslavia
si era proceduto anche alla nazionalizzazione di alcune fabbriche, il commercio
estero era stato proclamato monopolio dello Stato e si diceva che si stava attuando
il principio del centralismo democratico nell’organizzazione e nell’attività
della Stato e del partito. Questi provvedimenti, che sembravano di carattere
rivoluzionario, non erano né completi né coerenti. Il centralismo
in Jugoslavia non aveva il vero significato leninista secondo cui tutta la vita
economica e politica della società doveva svilupparsi combinando la direzione
centralizzata con l’iniziativa creatrice degli organi locali e delle masse
lavoratrici, ma mirava invece a creare una forza dittatoriale di tipo fascista,
capace di imporre dall’alto ai popoli della Jugoslavia la volontà
del regime al potere. Queste misure iniziali, vantate come presunte tendenze
socialiste, assunsero dopo alcuni anni un evidente indirizzo antimarxista, controrivoluzionario.
L’intera organizzazione statale e l’attività dello Stato
assunsero nel campo economico caratteristiche capitalistiche, in aperto contrasto
con l’esperienza fondamentale dell’edificazione socialista nell’Unione
Sovietica di Lenin e Stalin.
Nei primi anni successivi al 1948 nell’attività dello Stato jugoslavo
era applicato, si può dire, il principio del centralismo per il fatto
che la Federazione della Jugoslavia era carica di oneri gravi e difficili, che
non avrebbe potuto assolvere nelle condizioni di decentralizzazione. La situazione
esigeva l’applicazione del centralismo, poiché in seno alla Federazione
esistevano le repubbliche e ciascuna di esse, avendo la propria corrente politica
nazionalista, cercava di staccarsene. Questa specie di centralismo era però
un centralismo burocratico; i piani economici venivano stabiliti dall’alto
senza essere discussi alla base, non erano studiati e non miravano ad uno sviluppo
armonico dei vari rami dell’economia delle repubbliche e delle regioni
della Federazione, gli ordini erano arbitrari e venivano eseguiti ciecamente,
i prodotti venivano ammassati ricorrendo alla forza. Da questo caos, in cui
l’iniziativa degli organi locali del partito e dello Stato come pure quella
delle masse lavoratrici mancavano interamente, dovevano immancabilmente nascere,
come del resto nacquero, delle opposizioni che furono represse con il terrore
e il sangue.
Questo stato di cose era stimolato anche dagli Stati capitalisti, che avevano
preso sotto la loro egida il regime titoista per dare alla Jugoslavia un indirizzo
capitalistico. Approfittando di questa situazione, i vari imperialisti erano
in gara fra loro chi avrebbe allungato più le mani su questo stato imbastardito
per imporgli, in compenso dei crediti che gli concedevano, anche i loro punti
di vista politici, ideologici e organizzativi.
I capitalisti stranieri, che appoggiavano il gruppo rinnegato titoista, erano
convinti che questo gruppo sarebbe stato al loro servizio, ma intuivano anche
la necessità di creare in Jugoslavia, una volta superata la situazione
torbida e caotica esistente, uno stato di cose più stabile. Altrimenti
non sarebbero stati sicuri degli ingenti investimenti già fatti e di
quelli che pensavano di fare nel futuro.
Al fine di creare quella situazione auspicata dal capitalismo, si doveva procedere
alla decentralizzazione della direzione dell’economia e si dovevano riconoscere
e difendere a rigor di legge i diritti dei capitalisti, che investivano enormi
somme nell’economia di questo Stato.
La direzione titoista comprendeva bene che il capitalismo mondiale desiderava
vedere la Jugoslavia, come strumento nelle sue mani, prendere la forma più
adatta ad ingannare gli altri. Di conseguenza non poteva accettare un regime
palesemente fascista e sanguinario, come quello instaurato dagli antimarxisti
Tito-Kardelj-Rankovich. Per questo motivo il gruppo Tito-Kardelj, nel 1967,
prese le dovute misure e liquidò il gruppo di Rankovich incolpandolo
di tutti i misfatti perpetrati dal regime titoista fino a quel periodo.
Con la liquidazione di Rankovich, la lega dei "comunisti" di Jugoslavia
non uscì dalla grave crisi nella quale si era immersa. Essa continuò
ad essere trattato sempre secondo i vecchi punti di vista titoisti, in base
ai quali la lega doveva conservare solo la maschera di "comunista"
senza svolgere però un ruolo dirigente nell’attività statale,
nell’esercito, nell’economia. I titoisti cambiarono al Partito perfino
il nome chiamandolo "Lega dei Comunisti" per dargli, secondo loro,
un autentico nome "marxista" prelevato dal vocabolario di Karl Marx.
A questa sedicente "Lega dei Comunisti" non riconobbero ufficialmente
che una funzione d’educazione. Ma anche questa funzione era inesistente
poiché la società jugoslava, dondolata con una propaganda politica
e ideologica presunta marxista-leninista nella culla della cosiddetta "Lega
Socialista di Jugoslavia", finì per degenerare ed imboccare la via
capitalista.
Benché uscita dalla clandestinità, in seguito alla decentralizzazione
capitalista, il partito revisionista jugoslavo si fuse in quella specie di pluralismo
ideologico, che più tardi doveva chiamarsi sistema "democratico".
Principale obiettivo era quello di fare sì che dopo la trasformazione
del partito in un partito borghese, si cristallizzassero totalmente i tratti
capitalistici dello sviluppo economico del paese.
Fu così creato in Jugoslavia il terreno adatto allo sbocciare delle teorie
anarcosindacaliste, contro le quali avevano combattuto Marx, Engels, Lenin e
Stalin. In queste condizioni fu inventata la teoria pseudomarxista-leninista
del sistema politico dell’"autogestione socialista", che Kardelj
ha trattato nel suo libro.
Mi sono prolungato un poco sull’aspetto storico dell’evoluzione
della Jugoslavia sulla via revisionista, non perché questi problemi ci
sono sconosciuti, ma per mettere meglio in luce la falsità del pensiero
"teorico" di Kardelj, il quale, essendo complice di Tito nel grande
tradimento alla rivoluzione e al socialismo, non può fare a meno di far
passare il nero per bianco e il capitalismo per socialismo. Ora, vedendo l’ignobile
sviluppo a cui hanno ridotto il loro paese, questi rinnegati tentano di giustificare
"teoricamente" la caotica situazione da loro stessi creata. Solo così
si possono spiegare gli oscuri pensieri di Kardelj. Altrettanto confuse sono
le sue "teorie" quanto è caotica la realtà jugoslava.
E non poteva essere diversamente.
2 - Il sistema di "autogestione" nell’economia
La teoria e la pratica dell’"autogestione" jugoslava sono una
negazione palese degli insegnamenti del marxismo-leninismo e delle leggi generali
dell’edificazione del socialismo.
Il "socialismo autogestionario" in economia ha come fondamento l’idea
secondo cui il socialismo non potrebbe essere costruito attraverso la concentrazione
dei mezzi di produzione nelle mani dello Stato socialista, attraverso la creazione
della proprietà statale come la forma più alta della proprietà
socialista, ma attraverso lo spezzettamento della proprietà statale socialista
in proprietà di singoli gruppi di operai, i quali provvederebbero direttamente
alla sua "amministrazione". Marx ed Engels, fin dal 1848, rilevavano
che
"il proletariato si serve del suo dominio politico per carpire gradualmente
alla borghesia tutto il capitale, per centralizzare tutti gli strumenti di produzione
nelle mani dello Stato, vale a dire del proletariato organizzato come classe
dominante". (K. Marx-F. Engels, Opere scelte, Vol. 1, p. 42, Tirana 1975.)
Lo stesso aveva ribadito anche Lenin quando combatteva duramente i punti di
vista anarcosindacalisti del gruppo antipartito dell’"opposizione
operaia", che voleva consegnare le fabbriche agli operai e assegnare la
direzione e l’organizzazione della produzione non allo Stato socialista,
ma ad un sedicente "Congresso di produttori", in quanto rappresentante
dei singoli gruppi di lavoratori. Lenin considerava questo punto di vista
"...in pieno contrasto con il marxismo e il comunismo" (V. I. Lenin,
Opere, vol. 32, p. 283.).
Egli rilevava che
"qualsiasi legalizzazione, diretta o indiretta, della proprietà
degli operai di una singola fabbrica o di una singola professione sulla loro
produzione, oppure qualsiasi legalizzazione del loro diritto di indebolire o
impedire gli ordini del potere generale dello Stato, è un distorcimento
molto grande dei princìpi fondamentali del potere dei soviet e una rinuncia
totale al socialismo" (V. I. Lenin, "Sul democratismo e il carattere
socialista dei potere dei soviet").
Fin dal giugno 1950, quando Tito presentò all’Assemblea Popolare
della Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia la legge sull’"autogestione",
sviluppando i suoi punti di vista revisionisti sulla proprietà nel "socialismo",
aveva detto fra l’altro: "D’ora in poi la proprietà
statale dei mezzi di produzione, le fabbriche, le miniere, le ferrovie, passeranno
gradualmente nella forma più alta della proprietà socialista;
la proprietà statale è la forma più bassa della proprietà
sociale e non la più alta..."; fra "gli atti più caratteristici
di un paese socialista", "c’è il passaggio delle fabbriche
e delle altre imprese economiche dalle mani dello Stato nelle mani degli operai
per essere gestite da loro...", poiché così sarà realizzata
"la parola d’ordine dell’azione del movimento operaio - le
fabbriche agli operai" (Le fabbriche agli operai, Prishtina 1951, pp. 37,
19, 1.).
Queste tesi di Tito somigliano come due gocce d’acqua ai punti di vista
reazionari dell’"opposizione operaia" anarcosindacalista, che
Lenin aveva a suo tempo smascherato ed anche a quelli di Proudhon, il quale,
nella sua opera "Che cos’è la proprietà?", affermava
che "il prodotto spontaneo di un’unità collettiva... può
essere considerato come il trionfo della libertà... e come la forma rivoluzionaria
più grande esistente e che può essere contrapposta al potere".
Oppure, ecco quanto diceva uno dei capi della IIa Internazionale, Otto Bauer,
nel suo libro "La via verso il socialismo": "Chi dunque dirigerà
nel futuro l’industria socializzata? Il governo? No! Se il governo dovesse
dirigere tutti i rami dell’industria senza eccezione, diverrebbe troppo
potente rispetto al popolo e rispetto alla rappresentanza nazionale. Una tale
crescita del potere governativo sarebbe pericolosa per la democrazia" (Otto
Bauer. "La via verso il socialismo", p. 18, Parigi, 1919).
In unità di vedute con Tito, anche E. Kardelj rileva nel suo libro che:
"La nostra società è costretta ad agire così dal momento
che essa è decisa ad applicare l’autogestione e la socializzazione
autogestionaria della proprietà sociale, che è contraria alla
perpetuazione della proprietà dello Stato nei rapporti socialisti di
produzione" (Tutte le citazioni del libro di E. Kardelj sono state tratte
dalla traduzione in lingua albanese della redazione delle Edizioni di Prishtina
nel 1977 (nota della Casa Editrice "8 Nentori", Tirana)). Ciò
vuol dire che in Jugoslavia è stato instaurato il sistema della proprietà
privata e non esiste la proprietà socialista di Stato, la proprietà
di tutto il popolo.
Le cose stanno del tutto diversamente nel nostro paese, in cui questa proprietà
comune socialista è diretta dallo Stato di dittatura del proletariato
con la partecipazione della classe operaia e delle masse lavoratrici in giuste
forme, centralizzate, pianificate dal basso e orientate dall’alto.
La via della decentralizzazione dei mezzi di produzione, secondo le idee anarcosindacaliste
dell’"autogestione" operaia, in sostanza, non è altro
che un modo raffinato per conservare e consolidare la proprietà privata
capitalista dei mezzi di produzione, ma in una forma mascherata come "proprietà
amministrata da gruppi di operai". Infatti tutti i termini ingarbugliati
e oscuri inventati dal "teorico" Kardelj nel suo libro come "l’organizzazione
fondamentale del lavoro associato", "l’organizzazione complessa
del lavoro associato", "i consigli operai dell’organizzazione
fondamentale o complessa del lavoro associato", "le comunità
autogestionarie degli interessi", ecc., ecc. e che sono state sancite anche
nella legislazione dello Stato capitalista jugoslavo, non sono altro che una
facciata inverniciata, al fine di nascondere alla classe operaia la negazione
del diritto di proprietà dei mezzi di produzione che le spetta, il suo
selvaggio sfruttamento ad opera della borghesia.
Questa proprietà privata esiste in Jugoslavia non solo sotto forma mascherata
ma anche nella sua forma comune, sia in città che nelle campagne. Lo
ammette anche Kardelj nel suo libro quando dice che "particolare importanza
rivestono nella nostra società anche certi diritti come... il diritto
alla proprietà personale, come pure, entro certi limiti, alla proprietà
privata (p. 177). Kardelj si sforza invano di mitigare l’effetto negativo
che potrebbe avere l’ammissione aperta del diritto di proprietà
privata, sia pure sotto la forma della piccola produzione, in quanto questa,
come diceva Lenin, genera ogni giorno e ogni ora il capitalismo. I revisionisti
jugoslavi hanno emanato leggi speciali per incoraggiare l’economia privata,
leggi che riconoscono ai cittadini il diritto "di fondare imprese"
e di "impegnare mano d’opera". Nella Costituzione jugoslava
si afferma esplicitamente che "I privati hanno la stessa posizione economica
e sociale, gli stessi diritti e gli stessi obblighi che hanno anche i lavoratori
delle organizzazioni economico-sociali".
La piccola proprietà privata domina in pieno nell’agricoltura jugoslava,
in cui ricopre circa il 90% della superficie della terra arabile. Ben 9 milioni
di ettari di terra appartengono al settore privato, mentre oltre il 10% ossia
1,15 milioni di ettari appartengono al settore capitalista monopolista cosiddetto
sociale. Più di 5 milioni di contadini lavorano in Jugoslavia nelle terre
del settore privato. La campagna jugoslava non si è mai incamminata sulla
via della vera trasformazione socialista. A questo riguardo Kardelj non dice
neppure una parola nel suo libro, evitando così di trattare il problema
riguardante l’estensione del suo sistema "autogestionario" all’agricoltura.
Ma se egli pretende di costruire il socialismo attraverso questo sistema, allora
come mai ha dimenticato di "costruire il socialismo" anche in agricoltura,
che rappresenta circa la metà dell’economia?. La teoria marxista-leninista
c’insegna che il socialismo si edifica sia in città che nelle campagne
non sulla base della proprietà capitalista statale, della cosiddetta
proprietà amministrata da gruppi di operai, o della proprietà
privata in forma aperta, ma solo sulla base della proprietà sociale socialista
dei mezzi di produzione.
In Jugoslavia è ammessa la proprietà privata della terra da 10
fino a 25 ettari (V. Vasich. "La politica economica della Jugoslavia",
pubblicazione dell’Università di Prishtina, 1970). Ma la legge
jugoslava che permette la compravendita della terra, la sua concessione in affitto
e la sua ipoteca, la compravendita delle macchine agricole e il lavoro a giornate
in agricoltura, ha dato l’opportunità alla nuova classe borghese
della campagna, alla classe dei kulak, di ampliare ai danni delle masse contadine
povere le superfici delle terre, di aumentare i mezzi di lavoro, i trattori
e gli autocarri, e di conseguenza di accrescere ed intensificare lo sfruttamento
capitalistico.
I rapporti di produzione capitalistici si sono talmente estesi nell’economia
jugoslava, che perfino i capitalisti e le società straniere trovano ormai
campo libero d’azione per farvi investimenti e per sfruttare, congiuntamente
alla borghesia locale, la classe operaia e le altre masse lavoratrici jugoslave.
Il sistema jugoslavo di "autogestione" può a giusta ragione
essere definito un potere di cooperazione del capitalismo jugoslavo con il capitalismo
americano e gli altri capitalisti. La loro associazione investe tutto il patrimonio
jugoslavo: fabbriche, comunicazioni, alberghi, alloggi, e perfino lo spirito
degli uomini. Se la Jugoslavia ha fatto qualche progresso, ciò non è
dovuto affatto al sistema di "autogestione", come vogliono dare ad
intendere i revisionisti titoisti. In Jugoslavia sono stati versati sotto forma
di investimenti, crediti e "aiuti", ingenti capitali del mondo capitalista,
che costituiscono una parte rilevante della base materiale del sistema capitalista-revisionista
jugoslavo. L’indebitamento della Jugoslavia ammonta a oltre 11 miliardi
di dollari. Essa ha ricevuto dagli Stati Uniti d’America crediti per più
di 7 miliardi di dollari.
La borghesia internazionale, non senza uno scopo ben determinato, ha poggiato
il sistema "autogestionario socialista" jugoslavo su una simile base
materiale e finanziaria. Le grucce del capitale occidentale hanno aiutato questo
sistema a reggersi in piedi come un modello di conservazione del sistema capitalista
con etichette pseudosocialiste.
I capitalisti stranieri, con i loro investimenti, hanno contribuito in Jugoslavia
numeroso opere industriali che producono articoli dai migliori ai peggiori.
I prodotti migliori ovviamente sono venduti all’estero e pochissimi invece
all’interno. Benché all’estero esista una forte superproduzione
capitalista e tutti i mercati siano accaparrati dagli stessi capitalisti che
hanno fatto investimenti in Jugoslavia, questi vendono ugualmente la merce migliore
sui loro mercati procurandosi ingenti utili, per il fatto che la mano d’opera
in Jugoslavia è a buon prezzo, i prodotti hanno un basso costo di produzione
rispetto ai paesi capitalisti dove i sindacati, più o meno, rivendicano
al capitale alcuni vantaggi a favore degli operai, I migliori prodotti che escono
dalle fabbriche vengono prelevati dalle multinazionali, che operano anche in
Jugoslavia. Ma oltre agli utili ricavati attraverso questa via, gli investitori
stranieri si procurano altri profitti dagli interessi dei capitali che hanno
investito in Jugoslavia. Essi ritirano spesso questi profitti anche sotto forma
di materie prime grezze o elaborate. Nel suo libro il demagogo Kardelj parla
molto del sistema "autogestionario", ma mantiene il più assoluto
silenzio sulla presenza del capitale straniero e il grande ruolo che esso svolge
nel mantenimento in piedi di questo sistema.
Nei paesi borghesi, dice Kardelj, il vero Potere si trova e " ... si manifesta
innanzi tutto nella connessione del potere esecutivo statale con i cartelli
politici fuori del parlamento... Parallelamente all’incremento della forza
del potere interno extra parlamentare, - prosegue Kardelj, - gli attuali rapporti
sociali nei paesi capitalisti con un elevato grado di sviluppo hanno come caratteristica
anche un fenomeno nuovo - la creazione del potere extraparlamentare internazionale,
cioè mondiale" (p. 54). Con questo Kardelj intende provare che "l’autogestione
jugoslava si sarebbe salvata da questa situazione. Mentre, come l’abbiamo
spiegato sopra, la realtà è diversa: l’"autogestione.
jugoslava è una congerenza capitalistica, jugoslava e straniera. I capitalisti
stranieri, cioè le società, i trust e tutti gli altri investitori
hanno, in Jugoslavia, lo stesso potere decisionale che ha il potere jugoslavo
sulla politica e sullo sviluppo generale del paese.
Infatti, le cosiddette imprese "autogestionarie", piccole o grandi,
sono obbligate a tenere conto delle esigenze dell’investitore straniero.
Questo investitore porta con sé le sue leggi, che impone allo Stato jugoslavo,
ha i suoi diretti rappresentanti in queste imprese miste, ha i suoi rappresentanti
oppure esercita la sua influenza nella Federazione. In realtà l’investitore
impone direttamente o indirettamente la sua volontà alla Federazione
stessa, all’impresa o alla società mista. E’ proprio questo
che cerca di nascondere l’"autogestione". Questo mascheramento,
questo tour de passe-passe (in francese nel testo), come dicono i francesi,
vuole fare Kardelj per "dimostrare" l’assurdità che l’"autogestione
"jugoslava è un socialismo autentico.
Ma quello che egli tenta di negare nel suo libro, lo ammette con numerosi fatti
la stampa quotidiana occidentale e perfino l’agenzia jugoslava di stampa
TANJUG, che il 16 agosto scorso dava notizia della pubblicazione di un nuovo
regolamento della Vece esecutiva federativa concernente appositamente gli investimenti
stranieri in Jugoslavia. Con questo regolamento i diritti degli investitori
capitalisti stranieri in Jugoslavia vengono ulteriormente ampliati. "Secondo
questa legge, rileva l’agenzia, i partner stranieri, in base all’accordo
stipulato con le organizzazioni del lavoro socializzato del paese, possono effettuare
i loro investimenti sotto forma di valuta, di attrezzature, di materie semilavorate
e di tecnologia. Gli investitori stranieri hanno gli stessi diritti delle organizzazioni
del lavoro socializzato del paese che investono i loro mezzi in qualche altra
organizzazione di lavoro associato".
Più avanti la TANJUG rileva che "con questo regolamento si prevede
un maggiore interesse (da parte degli stranieri), poiché garantisce l’attività
economica comune a lunga scadenza. Inoltre, praticamente ora non c’è
campo in cui gli stranieri non possano investire i loro mezzi all’infuori
delle assicurazioni sociali, del commercio interno e delle attività sociali".
E’ difficile ad un paese vendersi più di così al capitale
straniero. E malgrado questa realtà profondamente capitalista, il "comunista"
Kardelj ha l’impudenza di affermare che: "...la nostra società
ha assunto un contenuto e una struttura socio-economica singolare molto più
solida, edificata su rapporti di produzione socialisti e autogestionari..."
i quali "rendono possibile e garantiscono lo sviluppo sempre più
libero, indipendente e autogestionario della nostra società"! (pp.
7-8).
Nel suo libro Kardelj pone in primo piano l’individuo in quanto principale
elemento della società, elemento che produce, elemento che ha diritto
di organizzare e di distribuire la produzione. Secondo lui quest’elemento,
nel sistema di "autogestione", socializza il lavoro nelle imprese
ed esercita la sua direzione attraverso i cosiddetti consigli di operai, che
vengono "eletti" dagli operai e questi, a sentir lui, assieme ai funzionari
gestionari designati, regolerebbero la sorte dell’impresa, del lavoro,
delle entrate e via dicendo.
Questa è una forma tipica di impresa capitalista, in cui in realtà
comanda il capitalista, attorniato da un gran numero di funzionari e di tecnici
che conoscono lo stato della produzione e organizzano la sua distribuzione.
Naturalmente, il grosso degli utili va al capitalista, che è proprietario
dell’impresa capitalista, in altre parole egli si appropria del plusvalore.
Nell’"autogestione" jugoslava sono i funzionari, i direttori
delle imprese e il personale di ingegneri e tecnici ad appropriarsi di una gran
parte del plusvalore, mentre "la parte del leone" viene prelevato
dalla Federazione o dalla repubblica per il finanziamento dei cospicui stipendi
di tutti quei funzionari dell’apparato centrale, sia della Federazione
che della repubblica. Occorrono fondi per mantenere in piedi la dittatura titoista
- esercito, il Ministero degli Interni e gli organi di Sicurezza dello Stato,
il Ministro degli Esteri, ecc., che dipendono dalla Federazione e che vanno
gonfiandosi ed ampliandosi senza sosta. In questo Stato federativo si è
sviluppata una burocrazia di funzionari e di dirigenti improduttivi, che ricevono
stipendi molto alti, ricavati dal sudore e dal sangue degli operai e dei contadini.
Oltre a questo, una rilevante parte degli introiti è accaparrata dai
capitalisti stranieri che hanno fatto investimenti nelle imprese e che hanno
i loro rappresentanti nel "consiglio di amministrazione" o nel "consiglio
degli operai", e partecipano così alla direzione dell’impresa.
In questo sistema, denominato socialismo autogestionario", gli operai si
trovano dunque costantemente in condizioni di totale sfruttamento.
L’ingranaggio dei "consigli operai" e dei "comitati di
autogestione" con le loro commissioni, è stato escogitato dai revisionisti
di Belgrado solo per creare agli operai l’illusione che essendo "eletti",
partecipando a questi organismi e prendendo parte alle discussioni, sarebbero
loro a decidere degli affari dell’impresa, della "loro" proprietà.
Secondo Kardelj, "…gli operai nell’organizzazione fondamentale
del lavoro associato. gestiscono il lavoro e l’attività dell’organizzazione
del lavoro associato e i mezzi della riproduzione sociale... decidono di tutte
le forme di associazione e di collegamento del proprio lavoro e dei mezzi nonché
di tutti gli introiti che si assicurano con il loro lavoro associato,... si
spartiscono fra loro conformemente ai principi e ai criteri stabiliti su basi
autogestionarie, gli introiti per il consumo personale, comune e generale...".
(p. 160), ecc., ecc.
Tutte queste sono fandonie, poiché nelle condizioni della Jugoslavia
dove fiorisce la democrazia borghese, non c’è vera libertà
di pensiero e di azione per i lavoratori. La libertà d’azione nelle
imprese "autogestionarie" è falsa. In Jugoslavia l’operaio
non dirige e non gode di quei diritti così pomposamente proclamati dall’"ideologo"
Kardelj. Lo stesso Tito, nel discorso pronunciato di recente nell’attivo
dirigente di Slovenia, volendo dimostrare che è un uomo realista e contrario
alle ingiustizie del suo regime, ha detto che l’"autogestione"
non impedisce l’aumento degli introiti di coloro che lavorano male a spese
di coloro che lavorano bene, mentre i dirigenti delle fabbriche, che sono responsabili
delle perdite, possono sfuggire alla loro responsabilità ricoprendo cariche
importanti in altre fabbriche, senza temere rimproveri da nessuno per le colpe
commesse.
Benché in "teoria" Kardelj abbia soppresso la burocrazia e
la tecnocrazia, abbia soppresso il ruolo di una classe tecnocratica dominante,
in realtà, nella pratica, questa classe è stata creata rapidamente
ed ha trovato campo libero di azione in questo presunto sistema democratico,
in cui il ruolo dell’uomo lavoratore sarebbe "determinante".
In realtà determinante è il ruolo di quello strato di funzionari
e di nuovi borghesi che domina nell’impresa "autogestionaria".
Sono questi che preparano il piano, che fissano l’ammontare degli investimenti,
che assegnano gli introiti di ognuno, dell’operaio e di sé stessi;
naturalmente, la tendenza a questo proposito è di tirare acqua al proprio
mulino. Sono stati promulgati delle leggi e dei regolamenti, ma in modo che
i proventi siano maggiori per la direzione e minori per gli operai.
In Jugoslavia, questo strato ristretto di uomini, ingrassati con il sudore e
la fatica degli operai, che prende decisioni per il proprio tornaconto, si è
trasformato in classe capitalista. Così è stato creato il monopolio
politico del potere decisionale e di spartizione degli introiti da parte dell’élite
nelle imprese di "autogestione" socialista, mentre Kardelj continua
a cantare sempre lo stesso ritornello, secondo cui questo sistema politico,
inventato dai titoisti, contribuirebbe a creare le dovute condizioni per la
realizzazione concreta dei diritti "autogestionari" e "democratici"
dei lavoratori, che il sistema riconosce loro in linea di principio.
La formazione della nuova classe capitalista è stata incoraggiata proprio
dal sistema di "autogestione". Questo deplorevole fatto l’ha
ammesso anche Tito in un’"aspra critica" che avrebbe mosso contro
gli sfruttatori degli operai, contro tutti coloro che dirigono il sistema di
"autogestione socialista" e ne traggono vantaggi. In numerosi discorsi,
per quanto abbia tentato di nascondere i mali del suo sistema pseudosocialista,
egli è stato costretto ad ammettere la grave crisi di questo sistema
e la polarizzazione della società jugoslava in ricchi e poveri. "lo
non considero arricchimento, ha detto, quello che l’uomo può guadagnare
col suo lavoro, anche se con i suoi guadagni si sia costruito una villa. Ma
quando si tratta di centinaia di milioni e perfino di miliardi, allora sì
che ci troviamo di fronte ad un furto... Questi non sono proventi procurati
con il sudore... Questa ricchezza viene creata attraverso speculazioni di ogni
genere all’interno del paese e all’estero... Ora dobbiamo vedere
la questione di coloro che costruiscono case una a Zagabria, un’altra
a Belgrado e una terza sul mare o in qualche altra località. Qui non
si tratta di una semplice dimora, ma di ville che possono benissimo essere date
in affitto. Inoltre ci sono persone che dispongono non di una, ma anche di due
o tre vetture per famiglia ... " (Intervista concessa da Tito alla redattrice
del giornale "Vjestnik", ottobre 1972.). In un’altra occasione,
per mostrare che è contrario alla creazione di strati ricchi e poveri
nella società, egli ha anche accennato che nelle sole banche jugoslave,
alcuni benestanti hanno depositato circa 4,5 miliardi di dollari, senza contare
qui le somme depositate nelle banche straniere e quelle che tengono nelle loro
tasche.
Trattando del sistema escogitato dai revisionisti titoisti, Kardelj è
costretto a menzionare di sfuggita la necessità di lottare "...contro
le varie forme di deformazione e contro i tentativi di usurpazione dei diritti
autogestionari dei lavoratori e dei cittadini" (p. 174). Anche la via d’uscita
da questi "abusi" egli la cerca di nuovo all’interno del sistema
"autogestionario", allargando " ... il relativo meccanismo del
controllo sociale democratico ... " (p. 178).
Qui non si può fare a meno di domandare: a quale classe fa allusione
Kardelj, quando parla di "usurpazione dei diritti autogestionari dei lavoratori"?
Egli, certamente, non lo dice, ma si tratta della classe borghese vecchia e
nuova, che ha usurpato il potere della classe operaia, le sta sul dorso e la
sfrutta fino al midollo.
Invano cerca Kardelj di presentare "i consigli operai", "le organizzazioni
fondamentali del lavoro associato", ecc., ecc. come la più autentica
espressione della "democrazia" e della "Libertà"
dell’uomo in tutti i campi sociali. "I consigli operai" non
sono altro che organi puramente formali, che difendono e realizzano non gli
interessi degli operai, ma la volontà dei dirigenti delle imprese, i
quali, essendo materialmente, politicamente e ideologicamente corrotti, si sono
integrati nella "aristocrazia" e nella "burocrazia operaia"
e sono divenuti agenzie la cui missione è di ingannare la classe operaia
e di cullarla in vane speranze.
La realtà jugoslava parla chiaro dell’assenza di vera democrazia
per le masse. E non poteva essere diversamente. Lenin rilevava che:
"La democrazia della produzione" è un termine che induce a
interpretazioni errate. Può essere inteso come negazione della dittatura
e della direzione unica. Può essere inteso come un aggiornamento della
democrazia abituale o come uno scostamento da essa" (Lenin, Opere, vol.
32, pag. 80.).
Non vi può essere democrazia socialista per la classe operaia senza il
suo Stato di dittatura del proletariato. Il marxismo-leninismo c’insegna
che la negazione dello Stato di dittatura del proletariato è la negazione
della democrazia stessa per le masse lavoratrici.
La negazione da parte dei revisionisti jugoslavi dello Stato di dittatura del
proletariato e della proprietà sociale socialista sulla quale si fonda,
li ha portati ad una gestione decentralizzata dell’economia e senza un
piano unico statale. Lo sviluppo dell’economia nazionale sulla base di
un unico piano statale e la sua direzione da parte dello Stato socialista, sulla
base del principio del centralismo democratico, sono una delle leggi generali
e uno dei principi fondamentali dell’edificazione del socialismo in ogni
paese. Altrimenti avviene quel che è avvenuto in Jugoslavia dove si edifica
il capitalismo.
Kardelj sostiene che gli operai nelle loro organizzazioni "autogestionarie"
hanno il diritto di "…amministrare il lavoro e l’attività
dell’organizzazione del lavoro associato..." (p. 160), cioè
delle imprese; quindi, secondo lui, possono pianificare anche la produzione.
Ma quale è la verità? L’operaio in queste organizzazioni
non dirige e neppure prepara il cosiddetto piano alla base. A far questo è
invece la nuova borghesia, la direzione dell’impresa, mentre agli operai
viene data l’impressione che i cosiddetti "consigli operai"
fanno la legge in quest’organizzazione "autogestionaria". Ciò
avviene anche nei paesi capitalisti, in cui il potere nelle imprese private
si trova nelle mani del capitalista, che possiede la sua propria tecnocrazia,
i suoi tecnocrati che dirigono; e in alcuni paesi vi sono anche rappresentanti
degli operai, che svolgono una funzione priva di qualsiasi importanza tanto
per dare loro l’illusione che partecipano agli affari dell’impresa.
Ma tutto questo è una menzogna.
La cosiddetta pianificazione che viene effettuata nelle imprese "autogestionarie"
jugoslave non solo non può essere chiamata socialista, ma, in quanto
segue l’esempio di tutte le imprese capitaliste, porta alle stesse conseguenze
che si osservano in tutte le economie capitaliste, come l’anarchia nella
produzione, lo spontaneismo ed una serie di altre contraddizioni, che si manifestano
nel modo più palese e più grave nell’economia e sul mercato
jugoslavo.
"..Il libero scambio del lavoro attraverso la produzione delle merci e
del libero mercato autogestionario (sottolineato da noi) nell’attuale
livello dello sviluppo sociale ed economico, scrive Kardelj, è una condizione
dell’autogestione... Questo mercato... é libero nel senso che le
organizzazioni autogestionarie del lavoro associato si integrano, liberamente
e con il minimo di interventi amministrativi, nei rapporti di libero scambio
del lavoro. La soppressione di questa libertà conduce al ripristino del
monopolio di proprietà statale dell’apparato dello Stato"
(p. 95).
Non c’è negazione più palese degli insegnamenti di Lenin,
il quale scriveva:
"Noi dobbiamo sostenere, ed abbiamo interesse di sviluppare un commercio
"regolare", che non si sottragga al controllo dello Stato", "poiché
libertà di vendita, libertà di commercio, significa sviluppo del
capitalismo" (V. I. Lenin. Opere, vol. 32, pp. 426, 413.) (sottolineato
da noi).
Dall’economia politica del socialismo si sa che il commercio del socialismo,
come tutti gli altri processi della riproduzione sociale, è un processo
che pianificato e diretto in modo centralizzato che si basa sulla proprietà
sociale socialista ed è parte integrante dei rapporti di produzione socialisti.
Però questi insegnamenti sono estranei al revisionista Kardelj per il
fatto che egli nega il ruolo economico dello Stato socialista e della proprietà
socialista. Il mercato interno jugoslavo è un mercato tipicamente capitalista
decentralizzato, in cui i mezzi di produzione sono venduti e comprati liberamente
da chiunque, il che è in contrasto con le leggi del socialismo. E’
questo il motivo per cui la TANJUG è costretta ad ammettere che in tutto
il mercato jugoslavo dominano gli imprenditori, gli intermediari e gli speculatori.
Sul mercato regnano il caos, lo spontaneismo, le oscillazioni catastrofiche
dei prezzi ecc. Stando ai dati dell’istituto Federativo Jugoslavo di Statistica,
i prezzi dei 45 principali prodotti e servizi sociali in Jugoslavia sono aumentati
del 149,7% nel periodo che va dal 1972 al 1977.
Per quanto riguarda la vendita delle merci all’interno del paese, il potere
d’acquisto in Jugoslavia è molto debole, a causa dei bassi salari
dei lavoratori ed anche per il fatto che, nel bilancio definitivo delle aziende,
non rimane molto da ripartire tra gli operai. L’impresa desidera vendere
dove può e in modo indipendente i suoi prodotti, poiché i principali
dirigenti, vale a dire i boss, la nuova borghesia, vogliono procurarsi dei profitti.
Ma come procurarsi questi profitti se gli acquirenti sono poveri? Per questo
motivo sono state escogitate nuove forme, soprattutto quella della vendita a
credito. La vendita a credito degli articoli fabbricati da queste imprese "autogestionarie"
è un’altra catena che viene messa al collo dell’operaio jugoslavo,
nel medesimo modo in cui è messa all’operaio dei paesi capitalisti
da questo stesso sistema capitalista, che in Jugoslavia porta il nome di "autogestione
socialista".
Questi stessi tratti caratterizzano anche il commercio estero jugoslavo in cui
non esiste il monopolio di Stato. Ogni azienda può, a seconda dei desideri
dei suoi padroni, stipulare contratti e accordi con qualsiasi ditta straniera,
società multinazionale o Stato straniero per acquistare o vendere materie
prime, macchinari, prodotti finiti, tecnologia e così via. E questa pratica
antimarxista ha fatto dello Stato jugoslavo un vassallo del capitale mondiale,
che s’immerge sempre più nella crisi economica e finanziaria che
ha investito tutto il mondo capitalista-revisionista, crisi che si manifesta
anche in altri settori.
In quanto revisionista matricolato, E. Kardelj nega il ruolo dello Stato socialista
anche in altri campi come i rapporti finanziari e le altre attività di
diversa natura. Egli scrive che "i rapporti, nei campi in cui si creano
le comunità autogestionarie di interessi, si sviluppano in linea di massima
senza l’intervento dello Stato, cioè.... senza il concorso del
bilancio e di altri provvedimenti amministrativi e fiscali ... " (p. 167).
In Jugoslavia, così come in altri paesi capitalisti, si è ampiamente
diffuso il sistema di concessione di crediti da parte delle banche invece del
finanziamento tramite il bilancio degli investimenti necessari allo sviluppo
delle forze produttive e delle altre attività, le banche sono diventate
i centri del capitale finanziario e sono proprio esse che svolgono un ruolo
di primaria importanza nell’economia jugoslava nell’interesse della
nuova borghesia revisionista.
Così, un simile sistema anarcosindacalista è stato instaurato
in Jugoslavia ed è stato battezzato col nome di "autogestione socialista".
Che cosa ha portato questa "autogestione socialista" alla Jugoslavia?
Tutti i guai. In primo luogo l’anarchia nella produzione. In quel paese
nulla è stabile, ogni azienda lancia i suoi prodotti sul mercato in cui
si sviluppa la concorrenza capitalista, in quanto mancano del tutto le azioni
coordinate, per la semplice ragione che la produzione non è diretta dall’economia
socialista. La stessa azienda si sforza, in concorrenza con le altre aziende,
di garantirsi le materie prime, i mercati, gli sbocchi di vendita, e tutto il
resto. Parecchie aziende chiudono i battenti a causa della mancanza di materie
prime, degli ingenti disavanzi dovuti a questo caotico sviluppo capitalista,
dell’aumento dei fondi di magazzino provocato dalla mancanza di potere
d’acquisto e dalla saturazione del mercato con articoli fuori di moda.
Anche la situazione dei servizi artigianali si presenta molto grave in Jugoslavia.
Tito, riferendosi a questo problema davanti all’attivo dirigente di Slovenia,
non ha potuto nascondere il fatto che "oggi, la gente deve sudare per trovare
per esempio un falegname o un altro artigiano per una riparazione qualunque,
e quando lo trova, questi lo strozza al punto di far rizzare i capelli sul capo".
Indipendentemente dal fatto che, come lo abbiamo rilevato, i prodotti che escono
da alcuni complessi industriali moderni sono di buona qualità, la Jugoslavia
si trova in una situazione difficile a causa della mancanza di sbocchi per questi
prodotti. Ciò spiega anche il disavanzo della bilancia commerciale jugoslava.
Nei soli primi 5 mesi dell’anno corrente, il deficit è stato di
2 miliardi di dollari. All’11° Congresso della Lega dei "Comunisti"
di Jugoslavia, Tito ha dichiarato che "il deficit sul mercato internazionale
è diventato quasi intollerabile". Quasi 3 mesi dopo questo congresso,
egli ha di nuovo dichiarato in Slovenia: "Noi abbiamo in particolar modo
delle grandi difficoltà nei nostri scambi commerciali con il Mercato
comune europeo. Qui il disavanzo a nostro sfavore è notevole e va costantemente
crescendo. Perciò dobbiamo parlare molto seriamente con loro a questo
proposito. Parecchi di loro ci promettono che queste cose si aggiusteranno,
che aumenteranno le loro importazioni dalla Jugoslavia, ma da tutti questi rapporti
abbiamo tratto fino ad oggi ben poco cosa. Ognuno addossa la colpa all’altro".
E il disavanzo negli scambi commerciali con l’estero, che Tito evoca in
questo discorso, ha superato nel 1977 i quattro miliardi di dollari. Ciò
rappresenta una vera catastrofe per la Jugoslavia.
Tutto il paese si trova in una crisi continua e le vaste masse lavoratrici vivono
nella povertà. Molti operai non hanno lavoro, vengono gettati sul lastrico
oppure emigrano all’estero. Questa emigrazione economica, questo fenomeno
capitalista, Tito l’ha non solamente riconosciuto, ma ha anche raccomandato
di incoraggiarlo. In un paese socialista non può esistere la disoccupazione,
e l’esempio più lampante in questa direzione è l’Albania.
Intanto nei paesi capitalisti, di cui fa parte naturalmente anche la Jugoslavia,
la disoccupazione esiste e si crea in tutti i settori. Il fatto che in Jugoslavia
vi siano più di 1 milione di disoccupati e oltre 1,3 milioni di emigrati
economici, che vendono la loro mano d’opera nella Germania federale, in
Belgio, Francia, ecc., che vi crescano rapidamente le ricchezze delle persone
private che occupano cariche importanti sia nel potere che nelle aziende e nelle
istituzioni, che i prezzi degli oggetti di largo consumo aumentino di giorno
in giorno, che le imprese e le loro filiali fallite si contino a migliaia, -
tutto ciò prova che l’"autogestione jugoslava" è
un grande bluff. E Kardelj, impudentemente, giunge al punto di scrivere che
l’"autogestione socialista nelle nostre condizioni è la forma
più diretta e l’espressione della lotta per la libertà dei
lavoratori, per la libertà del loro lavoro e della loro creazione, per
fare sì che la loro influenza economica e politica sia determinante nella
società" (p. 158).
Accentuando ulteriormente con una fraseologia trita e ritrita la sua demagogia
di tipo borghese, Kardelj spinge la menzogna fino al punto di affermare: "Mediante
la garanzia costituzionale e legale dei diritti degli operai sulla base del
loro lavoro socializzato passato, la nostra società estende maggiormente
le dimensioni dell’autentica libertà degli operai e dei lavoratori
nei rapporti materiali della società" (p. 162). Che cosa intende
dire quest’apologista della borghesia con "estensione delle dimensioni
dell’autentica libertà dei lavoratori"? Forse la "libertà"
di essere senza lavoro, la "libertà" di abbandonare la propria
patria per andare a vendere la forza delle proprie braccia e del proprio intelletto
ai capitalisti del mondo occidentale, oppure la "libertà" di
pagare le imposte, di essere oggetto di una feroce discriminazione e di un selvaggio
sfruttamento da parte della vecchia e nuova borghesia jugoslava, nonché
della borghesia straniera?
3 - L’"autogestione" e le concezioni anarchiche sullo Stato.
La questione nazionale in Jugoslavia
In Jugoslavia non esistono organi del potere statale in quanto veri rappresentanti
del popolo. Là esiste solo il sistema burocratico denominato "sistema
di delega", che viene presentato come detentore del sistema del potere,
ragion per cui non si procede all’elezione dei deputati agli organi del
potere statale. I titoisti si sforzano di giustificare questo fatto con l’argomento
che gli organi rappresentativi sarebbero espressione del parlamentarismo borghese
e dello Stato socialista sovietico, il quale, secondo loro, è stato trasformato
da Stalin in una istituzione burocratica e tecnocratica. In Jugoslavia è
stata ripudiata l’esperienza dei soviet dei deputati operai e contadini,
creati da Lenin sulla base della grande esperienza della Comune di Parigi, poiché
i revisionisti jugoslavi considerano queste come "forme d’organizzazione
statale che generano il potere personale".
Sviluppando l’idea revisionista del "socialismo specifico" verso
gli anni ‘50, i titoisti hanno pubblicamente dichiarato di aver definitivamente
rinunciato al sistema statale socialista, e di averlo sostituito con un presunto
nuovo sistema, il "socialismo autogestionario", in cui il socialismo
e lo Stato sono completamente estranei l’uno all’atro. Questa "scoperta"
revisionista non è altro che una copia delle teorie anarchiche di Proudhon
e di Bakhunin sull’"autogestione operaia" e le "fabbriche
degli operai", teorie da tempo smascherate, in quanto falsificazione grossolana
delle vere idee di Marx e di Lenin sullo Stato di dittatura del proletariato.
K. Marx ha scritto:
"Fra la società capitalista e comunista intercorre il periodo della
trasformazione rivoluzionaria della prima nella seconda. A questo periodo corrisponde
un periodo di transizione politica in cui lo Stato non può essere altra
cosa che dittatura rivoluzionaria del proletariato.." (K. Marx e F. Engels,
Opere scelte, Vol. II, p. 24, Tirana 1975.)
Il sistema politico di "autogestione socialista" jugoslavo non solo
non ha nulla in comune con la dittatura del proletariato, ma è anche
contrario ad essa. Questo sistema è stato edificato sull’esempio
dell’amministrazione degli Stati Uniti d’America. Lo stesso Kardelj,
parlando del sistema di "autogestione" jugoslava, ha scritto: "
... possiamo affermare che questo sistema si avvicina un po’ più
all’organizzazione del potere esecutivo negli Stati Uniti d’America
che a quella dell’Europa Occidentale ... " (p. 235).
Appare quindi chiaro che qui non si cerca di negare il fatto che l’organizzazione
del governo jugoslavo è una copia dell’organizzazione dei governi
capitalisti, ma di sapere quale governo capitalista è stato imitato di
più, il governo americano oppure uno dei governi dell’Europa Occidentale?
E tale questione Kardelj la risolve rispondendo: è stato preso come modello
d’organizzazione quello del potere esecutivo degli Stati Uniti d’America.
Le concezioni dei revisionisti jugoslavi sullo Stato sono totalmente anarchiche.
Si sa che l’anarchismo esige l’immediata soppressione di qualsiasi
specie di Stato, quindi anche della dittatura del proletariato. Anche i revisionisti
jugoslavi hanno soppresso la dittatura del proletariato e per giustificare il
loro tradimento, essi evocano due fasi del socialismo: il "socialismo di
Stato" e l’"autentico socialismo umanitario". La prima
fase, secondo loro, comprende i primi anni successivi al trionfo della rivoluzione,
allorché la dittatura del proletariato esiste e si esprime nello Stato
"di socialismo di Stato- burocratico", cosi come avviene nel capitalismo.
La seconda fase è quella del superamento dello Stato "di socialismo
di Stato-burocratico" e della sua sostituzione con la "democrazia
diretta". Con queste concezioni i titoisti non solo negano la necessità
della dittatura del proletariato nel socialismo, ma contrappongono l’una
all’altra anche le nozioni di Stato socialista, di dittatura del proletariato
e di democrazia socialista.
Essi non tengono conto degli insegnamenti dei classici del marxismo-leninismo
secondo cui, durante tutto il periodo storico di passaggio dal capitalismo al
comunismo, lo Stato socialista si rafforza costantemente, ragion per cui E.
Kardelj scrive che la società in Jugoslavia si basa sempre meno sul ruolo
dell’apparato statale. Secondo lui, attualmente in Jugoslavia lo Stato
andrebbe verso la sua estinzione.
Ma con che cosa sostituisce Kardelj il ruolo dell’apparato statale? Con
l’"iniziativa degli operai"! E si esprime in questi termini:
"... l’ulteriore funzionamento della nostra società si baserà
sempre meno sull’apparato statale e sempre più sulla forza e l’iniziativa
degli operai ..."
Che ragionamento assurdo! Per poter parlare di iniziativa degli operai occorre
innanzi tutto che essi siano liberi, organizzati e ispirati da direttive chiare,
e che siano presi provvedimenti efficaci per l’attuazione di tali iniziative.
Chi si occupa in Jugoslavia dell’organizzazione degli operai e cerca di
ispirarli con direttive chiare? "La comunità autogestionaria",
risponde E. Kardelj valendosi di una formula del tutto astratta. In questa presunta
comunità, egli conferisce un ruolo primordiale all’individuo "nel
lavoro associato autogestionario dei suoi interessi. Che cosa significhi questa
"comunità autogestionaria" degli interessi dell’individuo,
che è stata posta al centro della società jugoslava, non è
spiegato in modo chiaro, ma quello che emerge da queste idee è l’individualismo
borghese, che esalta i diritti assoluti dell’individuo nella società
e la sua totale indipendenza nei confronti di questa, come pure la preminenza
degli interessi personali sugli interessi della società.
Secondo questo "teorico", che si permette di fare tali apprezzamenti,
la consolidazione dello Stato e del suo apparato è una caratteristica
delle forme "dei rapporti socialisti di produzione basato sulla proprietà
statale" (p. 8), mentre in Jugoslavia, dice lui, al posto dello Stato si
svilupperà sempre più il processo di formazione del ruolo "autogestionario"
dell’uomo lavoratore. Quindi, in uno Stato autenticamente socialista,
in cui vengono applicate la scienza marxista-leninista e la pratica rivoluzionaria
leninista, secondo questo "filosofo", l’uomo non può
essere libero e padrone del proprio destino, ma si trasforma in automa, mentre
nell’"autogestione" jugoslava l’uomo lavoratore acquista,
a suo dire, une grande importanza ed è precisamente in questa "autogestione",
nel "meccanismo democratico di delega della società jugoslava"
che egli diventa consapevole del grande ruolo che gli spetta! Quali sono le
classi che rappresentano questi organi statali, quale ideologia hanno come guida,
quali sono i princìpi sui quali si basa la loro attività e quali
sono gli organi a cui rendono conto del loro operato? Ovviamente, queste questioni
rimangono senza risposte chiare, poiché qualsiasi risposta precisa al
riguardo getterebbe luce sul sistema politico capitalista jugoslavo.
Kardelj, senza far alcuna distinzione sul tipo di Stato, di partito o di sistema
a cui allude, e attaccando lo Stato in generale come inumano, si attiene fedelmente
alle posizioni anarchiche quando scrive: "Né lo Stato, né
il sistema, né il partito politico possono portare felicità all’uomo.
L’uomo si può procurare la felicità da sé.(p. 8).
Qui si manifestano molto chiaramente le tendenze allo spontaneismo della teoria
antimarxista dell’"autogestione socialista", secondo cui la
classe operaia, per poter realizzare le sue aspirazioni, non ha bisogno di organizzarsi
in partito e in Stato, poiché, col tempo, anche andando a tentoni nel
buio, finirà per trovare un giorno la felicità che sta cercando.
Per prevenire la questione: se lo Stato non è più necessario,
perché mai non viene liquidato in Jugoslavia? Kardelj scrive: "lo
Stato ... deve presentarsi come arbitro solo nei casi in cui le convenzioni
di autogestione non possono essere realizzate, mentre, sotto l’aspetto
degli interessi sociali, è indispensabile prendere delle decisioni"
(p. 23). E per dimostrare che la necessità dell’arbitraggio dello
Stato nella risoluzione dei disaccordi si fa sentire molto di rado, egli afferma
che "Il libero scambio dei lavoro tende sostanzialmente a ridurre gli antagonismi
fra lavoro manuale e lavoro intellettuale. Il lavoro intellettuale. nei rapporti
di questa natura, non è superiore al lavoro manuale, ma solamente una
delle componenti del lavoro libero e associato e del libero scambio delle diverse
forme dei risultati del lavoro" (p. 24). leggendo queste frasi, ognuno
può chiedersi: Forseché l’autore allude all’ordinamento
sociale jugoslavo? Quando mai si sarebbero attenuati in Jugoslavia gli antagonismi
fra lavoro intellettuale e lavoro manuale?!
L’evoluzione reale delle cose in Jugoslavia dimostra il contrario. Fra
lavoro intellettuale e lavoro manuale vi sono sostanziali differenze che non
possono essere ridotte a parole. E’ sorprendente parlare dell’attenuazione
degli antagonismi fra lavoro intellettuale e lavoro manuale nello Stato jugoslavo,
quando si sa che in quel paese la disparità fra le paghe degli operai
e quelle degli intellettuali, senza menzionare le altre disparità, è
dell’ordine di 1 a 20, se non di più.
Kardelj considera l’"autogestione nel lavoro associato" come
l’" ... autentica base materiale anche per l’amministrazione
della società, cioè delle comunità sociopolitiche che esercitano
il potere statale, dal comune alla Federazione, come pure dell’attuazione
dei diritti democratici dell’uomo lavoratore e dei cittadini nell’amministrazione
statale, cioè nella società. L’autogestione è la
base materiale anche dello sviluppo dell’operaio in quanto creatore nell’impiego
dei mezzi materiali..." (p. 24), ed altre frasi simili a non finire.
Cercando di presentare la cosiddetta autogestione come una premessa materiale
della felicità umana, che sarebbe stata "scoperta" in Jugoslavia
dai grandi cervelli, Kardelj impiega frasi lambiccate e un linguaggio ecclesiastico
che si dilunga molto ma non dice niente. Egli delinea idee contraddittorie sul
"socialismo scientifico" e impiega espressioni prolisse, per dare
alle sue affermazioni un senso profondo e filosofico.
Ma come viene attuato in pratica il sistema Politico jugoslavo? Rispondendo
a questa domanda, Kardelj è costretto ad ammettere: "In questo senso,
nel sistema stesso vi sono molti punti deboli. Tutta una serie di carenze nel
funzionamento delle organizzazioni e delle istituzioni del nostro sistema politico
creano a giusta ragione la convinzione che rilevanti fonti di burocratismo e
di tecnocratismo sono ancora in azione, che la nostra amministrazione è
complicata ed è proprio per questa ragione che il burocratismo vi si
è insediato, che alcuni organi e alcune organizzazioni si sono chiusi
in sé stessi, che vi sono parecchi vuoti e parallelismi al lavoro, che
le forme di comunicazione democratica attraverso gli organi autogestionari e
statali e tutta la struttura sociale non si sono sviluppate al dovuto livello,
che si organizzano molte riunioni vuote di senso e non produttive, che le nostre
riunioni sono spesso mal preparate e le nostre decisioni mal formulate dal punto
di vista professionale, che il cittadino, nella lotta per i suoi diritti, supera
con difficoltà gli ostacoli amministrativi, ecc." (p. 193). Se il
sistema di "autogestione" è soffocato dal burocratismo, se
gli organi esecutivi e amministrativi si chiudono nel proprio guscio, prendono
delle decisioni inutili e hanno tagliato tutti i ponti con i cittadini che vogliono
presentare le loro numerose lagnanze, allora a chi serve questo sistema se non
alla stessa cricca di Tito? In che modo i cittadini jugoslavi si autogovernano
dal momento che non riescono a superare gli "ostacoli amministrativi"?
Malgrado la grande premura del serpente di nascondere la coda, malgrado le riserve
dell’ideologo titoista e la sua tendenza a smussare gli angoli per dissimulare
i mali del suo sistema, anche quel poco che è costretto ad ammettere
basta per farsi una idea della realtà.
Kardelj scrive: "La struttura stessa delle assemblee dei delegati e il
modo d’adozione delle decisioni sono organizzati in maniera tale da garantire,
in via di principio, un ruolo guida al lavoro associato in tutto il sistema
delle decisioni statali" (pp. 24-25). Con queste parole egli cerca di concentrare
l’attenzione sul fatto che le "assemblee dei delegati", che
in realtà somigliano molto alle assemblee create dai sindacati capitalisti,
in cui gli operai iscritti ai sindacati si perdono in chiacchiere, possono,
a suo dire, assolvere le funzioni dello Stato. Perciò, secondo lui, lo
Stato di dittatura dei proletariato è superfluo.
Qui, naturalmente, non si tratta di sostituire la denominazione di dittatura
del proletariato, che incute terrore alla borghesia e al revisionismo, con la
denominazione "assemblea dei delegati". No, qui si tratta di cambiare
il carattere di classe dello Stato socialista, affinché il potere non
sia nelle mani della classe operaia ma in quelle della nuova borghesia. Non
è difficile capire che queste prese di posizione mirano a giustificare
il ritorno al capitalismo e a legittimare nel limite del possibile, il tradimento
dei revisionisti.
Per far credere che il loro tristemente formoso sistema di "autogestione
socialista" è un sistema giusto e accettabile, i titoisti contrappongono
tale sistema sia alla dittatura borghese che alla dittatura del proletariato.
Per i titoisti, tutti gli altri sistemi politici, senza fare nessuna distinzione
fra il capitalismo e il socialismo, sono "dogmatici". Dopo aver dato
ai loro sogni il nome di "sistema socialista di autogestione", al
fine di provare la superiorità del loro sistema, essi lo confrontano
con l’ordinamento sociale capitalista.
Naturalmente, i revisionisti jugoslavi non possono non "biasimare"
il sistema politico parlamentare della società borghese, che Kardelj
definisce sistema "pluripartitico", poiché, altrimenti, non
farebbero che smascherarsi come sostenitori del parlamentarismo borghese, che
Marx e Lenin hanno duramente criticato ai loro tempi. Quindi, secondo loro,
sarebbe erroneo affermare che il sistema politico dello Stato borghese ha un
carattere universale ed eterno. Si sa che Kardelj non è stato il primo
a "criticare" la tristemente famosa tesi sull’universalità
e perennità del capitalismo, predicata dagli ideologi borghesi. I classici
del marxismo-leninismo, rigettando le concezioni della socialdemocrazia, hanno
dimostrato scientificamente che il sistema capitalista non ha affatto carattere
universale ed eterno, che è destinato a morire, che lo Stato capitalista,
in quanto prodotto e baluardo di questo sistema antipopolare, deve essere distrutto
dalle sue fondamenta e che al suo posto bisogna costruire il vero sistema socialista,
e non un sistema imbastardito, come il sistema politico jugoslavo di "autogestione",
che parte dal capitalismo per far di nuovo ritorno al capitalismo.
Kardelj "critica" il sistema parlamentare borghese, ma con riguardo,
perché non vuol male a tale sistema; perciò, subito dopo averlo
criticato, porta alle stelle e divinizza il suo contributo allo sviluppo democratico
dell’umanità. Al fine di gonfiare l’importanza di tale carattere
reazionario dell’attuale parlamento borghese, soprattutto di mettere in
evidenza "i legami organici del parlamento con i diritti democratici dell’uomo",
per la prima volta egli cita (o piuttosto mutila) Marx: "il regime parlamentare
vive con la discussione, allora come si fa ad impedirla? Ogni interesse e ogni
istituzione sociale si trasformano qui in idee generali e, in quanto tali, sono
anche vagliate, allora come può un interesse o una istituzione mettersi
al di sopra di queste idee e imporsi come un dogma religioso?... Se nel regime
parlamentare ogni cosa è decisa dalla maggioranza, allora perché
le stragrandi maggioranze fuori del parlamento non dovrebbero prendere delle
decisioni?"
Nel contesto del libro questa citazione di Marx è fuori di proposito,
ragion per cui difficilmente può servire a dimostrare quel che desidera
Kardelj. L’idea di Marx, mutilata e separata in modo inammissibile dal
suo contesto, nella forma diabolicamente citata da questo revisionista, mette
in dubbio l’innegabile fatto che Marx è stato assolutamente contrario
al venduto e putrido parlamentarismo della borghesia.
Questo tentativo di Kardelj non può avere successo. poiché tutti
conoscono l’atteggiamento di Marx a questo riguardo. Infatti, criticando
il parlamento borghese e la teoria borghese sulla separazione dei poteri, Marx
non ha mai affermato la necessità di abolire le istituzioni rappresentative
né di rinunciare al principio delle elezioni, come è avvenuto
in Jugoslavia, al contrario egli ha scritto che nello Stato proletario bisogna
creare e mettere in movimento organi rappresentativi che non siano "luoghi
di chiacchiere", ma vere istituzioni di lavoro strutturati in modo da funzionare
come una
"corporazione di lavoro, legislativa ed esecutiva allo stesso tempo"
(K. Marx e F. Engels. Opere scelte, vol. 1, p. 544, Tirana 1975.)
Il parlamentarismo borghese ha preso una "grande forza", poiché,
secondo l’autore del libro, la pratica socialista, a eccezione della Jugoslavia,
non sarebbe stata capace di sviluppare più rapidamente e più ampiamente
forme nuove di vita democratica che corrispondano ai rapporti socialisti di
produzione. La nuova forma di vita democratica, secondo Kardelj, è stata
realizzata dall’"autogestione socialista", che ha varcato il
Rubicone del potere classista dei proprietari e dei dirigenti tecnocrati e monopolisti
del capitale. C’è veramente da stupirsi quando egli considera come
"strutture artificiali" del parlamento borghese, come tentativi di
unire "alcune cose che non possono essere unite" tutti gli sforzi
compiuti dalle forze democratiche per trovare forme appropriate di democrazia,
mentre giudica originali e socialiste le strutture dell’"autogestione
socialista-jugoslava, queste combinazioni sofisticate delle forme borghesi-revisioniste
di amministrazione! Se c’è una struttura di governo veramente fasulla,
questa è proprio l’"autogestione" architettata secondo
la teoria antimarxista e antidemocratica dei titoisti. L’"autogestione"
jugoslava, indipendentemente dalle numerose dichiarazioni ingannevoli fatte
al riguardo, è una copia del parlamentarismo borghese e dei rapporti
capitalisti di produzione, una caotica appendice del sistema capitalista mondiale,
della struttura e sovrastruttura di tale sistema.
"La nostra democrazia socialista, scrive Kardelj, non potrebbe essere un
sistema completo di rapporti democratici senza la giusta soluzione dei rapporti
fra le nazioni e le nazionalità della Jugoslavia" (p. 71). Benché
questa era una buona occasione offerta all’ideologo revisionista di spiegare
come il sistema politico di "autogestione socialista" abbia risolto
il problema delle nazioni e delle nazionalità in Jugoslavia, egli ne
fa appena un cenno e tratta superficialmente questo problema importante, serio
e delicato per la Federazione, tanto che è difficile ricordare, dopo
aver letto questo libro di 323 pagine , qualche parola concernente anche il
problema delle nazioni e delle nazionalità.
Come si presenta la questione delle nazioni e delle nazionalità in Jugoslavia?
La Federazione jugoslava ha ereditato profondi conflitti in questo campo. Con
la loro politica, i regnanti megalomani serbi e i circoli reazionari sciovinisti
di Jugoslavia hanno sempre stimolato conflitti e inimicizie fra le nazioni e
le nazionalità.
Dopo la Secondo Guerra mondiale, la Repubblica Federativa di Jugoslavia lanciò
la parola d’ordine "Unità-Fraternità", ma questo
slogan non bastò a risolvere le divergenze ereditate, per cui i vecchi
conflitti e le crudeli bramosie di dominio continuarono a sussistere
Per quel che riguarda le tendenze centrifughe delle repubbliche e delle regioni
nei confronti della Federazione, la cricca rinnegata di Tito non ha seguito
una politica nazionale marxista-leninista. Al contrario, i rapporti fra le nazionalità
sono rimasti quelli che erano all’epoca dei kralj e il genocidio a danno
di alcune nazionalità è continuato a essere praticato. Questa
politica è servita a stimolare l’odio e i dissidi fra le nazioni
e le nazionalità di Jugoslavia. L ‘"unione" e la "fraternità"
dei popoli, a proposito di cui si parla molto in Jugoslavia, non sono state
mai poste sulle giuste fondamenta dell’eguaglianza economica, politica,
sociale e culturale delle nazioni e delle nazionalità.
Senza realizzare l’eguaglianza in questi campi, non è possibile
risolvere equamente la questione nazionale in Jugoslavia. Da quasi tre decenni
il socialismo "autogestionario", oltre alla demagogia sulla "comunità
autogestionaria delle nazioni e delle nazionalità di un tipo nuovo",
non ha potuto fare niente per la realizzazione dei diritti sovrani delle diverse
nazioni e nazionalità nelle repubbliche e nelle regioni della Jugoslavia,
Così ad esempio la regione del Kossovo, la cui popolazione albanese è
di circa tre volte più numerosa di quella della repubblica del Montenegro
soffre di un’arretratezza economica, politica sociale e culturale molto
accentuata rispetto alle altre regioni della Jugoslavia. Anche le grandi repubbliche
presentano delle differenze inammissibili in tutti i campi, in paragone alle
altre repubbliche. Questa situazione costituisce il punto più debole
che scuote dalle sue Fondamenta la Federazione dei revisionisti jugoslavi.
Non c’è speranza alcuna che in Jugoslavia possano essere eliminate
le vecchie e nuove divergenze fra le nazioni.
Analizzando con oggettività scientifica questa situazione assai difficile
e torbida, si giunge alla conclusione irrefutabile che la questione nazionale
in Jugoslavia non potrà essere risolta se non sarà attuato il
marxismo-leninismo, quindi, se non sarà rovesciato il cosiddetto ordinamento
capitalista autogestionario.
I rinnegati titoisti avvertono questo pericolo, perciò, quando sono costretti
ad evocare le questioni concernenti le nazioni e le nazionalità, cercano
di saltare il fosso ricorrendo a qualche dichiarazione enfatica, senza entrare
nel fondo del problema, oppure raccogliendo false testimonianze dagli altri
revisionisti, come hanno fatto dando una grande pubblicità alle dichiarazioni
dei revisionisti cinesi concernenti la soluzione "marxista-leninista della
questione nazionale in Jugoslavia".
A parole i revisionisti possono presentare come loro pare e piace i rapporti
fra le nazioni e le nazionalità in Jugoslavia, ma la triste verità
su questi problemi li ossessionerà anche dopo la morte.
La questione nazionale in Jugoslavia sarà risolta dagli stessi popoli
che fanno parte dell’attuale Federazione e non da coloro che, indipendentemente
dalle loro dichiarazioni, seguono in realtà la politica reazionaria e
sciovinista dei loro predecessori.
Continuando nei suoi apprezzamenti e parlando della politica dello Stato jugoslavo,
il revisionista inveterato Kardelj afferma che esso "... non è più
il monopolio degli uomini politici professionisti e dei raggruppamenti politici
dietro le quinte, ma tende a divenire l’azione e la deliberazione dirette
degli autogestionari e dei loro organi" (p. 25). Ecco, dirà Kardelj,
ormai non potete più criticarci di aver tradito gli interessi della classe,
poiché l’operaio jugoslavo è divenuto padrone della politica
del suo paese e difende lui stesso i suoi interessi "autogestionari",
contrariamente a quel che avviene negli altri paesi in cui sono i politicanti
professionisti ad esserne i padroni. Anche qui egli, con cattiva intenzione,
non fa la dovuta distinzione fra paese capitalista e paese socialista, ma pone
sullo stesso piano sia l’uno che l’altro, per far passare il nero
per bianco.
Egli sa bene che per realizzare i disegni disonesti che si è fissato,
deve senz’altro ridurre al minimo le manifestazioni che smascherano la
realtà "autogestionaria". Perciò egli minimizza il fatto
che l’operaio jugoslavo non può realizzare i suoi diritti nel campo
politico ed economico e spiega ciò "con una serie di argomenti oggettivi
e soggettivi - fra qui figura, senza dubbio, anche il livello relativamente
basso dell’istruzione e della cultura nonché dell’applicazione
della scienza - l’operaio non è ancora in grado di dominare, orientare
e controllare nella dovuta misura, in modo cosciente e creativo, tutti i problemi
che gli impongono la sua posizione socioeconomica (p. 27). E’ evidente
che tutto quello che egli scrive non è che un tentativo di difendere
le posizioni antioperaie e antisocialiste. Attualmente l’operaio jugoslavo
non capisce niente di questa teoria illusoria e non vede attuata in pratica
nessuna di queste idee assurde, false, e inammissibili per lui.
Poiché il basso livello culturale e scientifico degli operai costituisce
un ostacolo, come afferma Kardelj, il ruolo primordiale nella società
di "autogestione" è svolto dagli uomini istruiti e qualificati,
dall’élite che domina nella "comunità socialista".
In queste circostanze, nella maggioranza dei casi, le decisioni sono prese precisamente
da quest’élite, dall’elemento della nuova borghesia colta,
che detta legge in Jugoslavia. Di chi è la colpa se l’élite
si distingue e il ruolo degli operai si smorza? Senza dubbio del sistema sociale
stesso che ha generato la nuova classe capitalista e che le ha creato la possibilità
di rafforzarsi economicamente a danno degli operai e di istruirsi, mantenendo
però a un basso livello la condizione della classe operaia. Kardelj è
costretto a riconoscere che in Jugoslavia le decisioni sono praticamente prese
da una cerchia di gente relativamente ristretta. Ma quello che egli non dice
è che precisamente in questo modo viene a crearsi il monopolio politico
dell’élite nell’adozione delle decisioni e nella ripartizione
degli utili nelle aziende dell’"autogestione socialista" questo
monopolio politico, di cui i revisionisti jugoslavi fanno finta di non fidarsi
e di combattere, salta agli occhi.
Nella società "autogestionaria", secondo Kardelj, "...
i vecchi rapporti fra l’operaio, lo Stato e le attività sociali
bisogna assolutamente sostituirli con un nuovo rapporto fra i lavoratori della
produzione diretta e i lavoratori delle attività sociali" (p. 23).
Secondo lui, nella costruzione dei rapporti sociali, la giusta via non è
quella di un regime socialista in cui è attuato il socialismo in cui
c’è un entità fra i lavoratori della produzione diretta
e i lavoratori delle attività sociali e politica e una struttura economica.
in cui il ruolo principale è svolto dagli uomini lavoratori organizzati
nel loro Stato socialista. la giusta via, secondo Kardelj, è la via dell’instaurazione
di rapporti sociali "nuovi" senza la partecipazione dello Stato!
Queste concezioni sono un’espressione di puro anarchismo. Tutte queste
frasi vengono lanciate per offuscare ogni cosa buona dell’autentico sistema
socialista e per creare l’illusione che in Jugoslavia si procede verso
l’unità fra i lavoratori e gli intellettuali attraverso "il
libero scambio del lavoro", che attenuerebbe, come per incanto, l’antagonismo
fra loro.
Nella "teoria" di Kardelj non si fa né si può far cenno
all’abbattimento con la violenza dello Stato capitalista, alla presa del
potere da parte della classe operaia e all’instaurazione della dittatura
del proletariato. E se egli cita Marx quando questi afferma che "la violenza
è precisamente quello che noi siamo costretti ad impiegare in un dato
momento - affinché sia instaurato definitivamente il potere del lavoro"
Kardelj lo fa per dimostrare che Marx, a suo dire, era piuttosto propenso alla
vittoria della rivoluzione proletaria con mezzi pacifici, che per lui la violenza
non fu che una eccezione condizionata da alcune particolari circostanze sociali.
Con simili ragionamenti da sofisti, Kardelj si sforza di creare l’impressione
che attualmente la classe operaia può realizzare i suoi interessi storici
non attraverso la rivoluzione, ma in alleanza con i vari partiti politici dei
paesi capitalisti, la citazione diabolica che cerca di porre Marx contro Marx
stesso. Per quel che riguarda la possibilità del passaggio pacifico al
socialismo, Kardelj l’ha copiato dai suoi predecessori revisionisti contro
i quali Lenin ha scritto:
"Il riferissi a Marx... sulla possibilità del passaggio pacifico
al socialismo... è un argomento da sofista, oppure, per esprimerci in
modo più semplice, da imbroglione che inganna gli altri a forza di citazioni
e di riferimenti" (V. I. Lenin, Opere, vol. 28. p. 107.).
Kardelj ricorre a queste falsificazioni per tendere la mano agli "eurocomunisti",
con i quali è in pieno accordo. I partiti revisionisti italiano, francese
e spagnolo hanno dichiarato che giungeranno al socialismo, a loro dire, attraverso
la sviluppo della democrazia e delle libertà borghesi, con la forza dei
voti ottenuti nelle elezioni parlamentari. La capacità della classe operaia,
secondo gli "eurocomunisti", dipenderà dalle posizioni chiave
che esso riuscirà a conquistarsi nella struttura della società
e del potere capitalista, come pure nella gestione della società. Secondo
loro, ciò renderà possibile la trasformazione del carattere dei
rapporti di produzione da capitalista in "autogestionario" o "socialista".
E’ precisamente in questa questione che la teoria titoista si ricollega
alla teoria degli "eurocomunisti". Gli "eurocomunisti" sono
costretti ad accettare il pluralismo politico borghese europeo e l’unità
fra i partiti borghesi, per ottenere, attraverso presunte riforme, la realizzazione
dei numerosi diritti della classe operaia e, proseguendo su questa via, passare
anche alla società "socialista". Tali aspirazioni dei suoi
amici Kardelj le considera "trasformazioni strutturali", che avranno
senz’altro implicazioni sullo sviluppo di questo processo e riusciranno
a modificare la posizione e il ruolo del parlamento stesso.
Quindi la teoria di Kardelj sostiene che nella crisi del sistema capitalista,
i partiti "comunisti dell’Europa Occidentale, pur conservando il
sistema parlamentare, di cui, come afferma lui, non si possono negare le conquiste
democratiche, debbono trovare il mezzo appropriato per realizzare l’alleanza
della classe operaia con le più vaste forze "democratiche".
Con questa specie di alleanza, secondo la logica revisionista, sarà possibile
creare una situazione "democratica" più favorevole per il sistema
parlamentare e, in fine, tale sistema si potrà "trasformare",
non si sa come, in una forza decisiva del popolo! Questa è la via che
il titoismo indica agli altri partiti revisionisti per la conquista del potere
attraverso la via pacifica.
Ma negli Stati borghesi sono i capitalisti, i trust, i cartelli nazionali e
le società multinazionali ad avere il potere in mano. Queste forze del
capitale detengono le principali chiavi della direzione dell’economia
e dello Stato, dettano legge e, attraverso un falso processo democratico, designano
il governo che si trova ai loro ordini e che svolge la funzione di un gerente
ufficiale delle loro ricchezze. La borghesia non conserva il potere per consegnarlo
agli "eurocomunisti", ma per difendere i propri interessi di classe,
anche a prezzo di sangue se fosse necessario. Non costatare questa realtà
che la vita conferma quotidianamente, vuol dire chiudere gli occhi e fantasticare
in pieno giorno. Se gli "eurocomunisti" riusciranno ad avere uno o
più seggi nel governo borghese, essi vi andranno in realtà come
rappresentanti del capitalismo, alla stessa stregua degli altri partiti politici
borghesi, e non come rappresentanti dei proletariato.
La pseudodemocrazia borghese, il parlamento, il quale, a loro dire, elegge il
governo, non è altro che una marionetta nelle mani del potere del capitale,
che opera "dietro le quinte" che, in forme varie, detta legge su ogni
cosa da fuori. I vari partiti che sono rappresentati al parlamento, come pure
i sindacati che pretendono di lottare in difesa degli operai, danno varie sfumature
alle diverse forme di realizzazione dell’autentico potere "dietro
le quinte". In realtà, nello Stato capitalista tutti i partiti e
i sindacati borghesi-revisionisti, indipendentemente dalle denominazioni che
si affibbiano, si trovano alle dipendenza del padronato.
Kardelj dà ragione agli "eurocomunisti" quando questi legano
la loro lotta politica per il "socialismo" con la difesa delle istituzioni
pluralistiche delle forze politiche, poiché tale fatto, come egli afferma,
"nell’attuale situazione dei paesi dell’Europa Occidentale
è l’unica via reale per l’unione delle forze della classe
operaia stessa e il collegamento con le altre forze democratiche del popolo,
l’unico modo di consolidare, sostanzialmente, le posizioni sociopolitiche
della classe operaia e di renderla capace non solo di criticare la società,
ma anche di trasformarla" (p. 41).
Esprimendo i legami, la solidarietà e l’unità della lega
dei "Comunisti" di Jugoslavia con gli "eurocomunisti" e
con tutti gli altri partiti revisionisti che difendono, in un modo o nell’altro,
il capitalismo e si battono contro la rivoluzione e il socialismo autentico,
Kardelj afferma: "...abbiamo ragione di difendere il sistema parlamentare
e il pluralismo politico, quando essi vengono attaccati dalle forze reazionarie
della società borghese" (p. 61). "L’ideologo" intende
dire con ciò che la classe operaia e gli pseudocomunisti dell’Europa
Occidentale hanno ragione d’unirsi alle istituzioni capitaliste, al parlamento
e al governo borghese, poiché attraverso questa unione, e solo in tal
modo, la classe operaia sarà in grado di trasformare la società!
Da quello che abbiamo esposto, risulta del tutto chiaro che la società
"autogestionaria" jugoslava è per una stretta alleanza o per
la fusione del capitalismo e del socialismo, poiché gli attuali capitalisti
non sarebbero affatto contrari all’edificazione di una società
nuova, in cui la classe operaia divenisse idonea ad assumersi pienamente i diritti
democratici di "autogestione". Quindi, non è difficile capire
che l’autore del libro raccomanda il passaggio dalla "società
dei consumi", in cui, a suo dire, i tecnocrati avrebbero preso il potere
in mano, ad una società "di autogestione in cui gli individui si
socializzano nel lavoro collettivo", e tale passaggio può essere
considerato come una vittoria del socialismo! In questi giudizi e atteggiamenti
da rinnegati matricolati, non c’è niente che somigli all’autentico
socialismo scientifico. Servi fedeli della borghesia capitalista, i titoisti
negano, con questi scritti, la rivoluzione proletaria e la lotta di classe.
Sostenendo che la "società dei consumi" può trasformarsi
gradualmente in socialismo senza rivoluzione violenta, ma in virtù dello
"spirito santo", essi cercano di disarmare il proletariato e di annientare
il suo partito marxista-leninista.
Nei paesi capitalisti, secondo la "scoperta" di Kardelj, il potere
esecutivo è legato alle forze politiche extra parlamentari che agiscono
e impongono la loro politica. Anche qui egli non ci dice niente di nuovo. Non
fa che riprendere, ma presentandola come una sua constatazione, l’idea
già espressa da Lenin quando egli denunciò abilmente la falsità
della democrazia borghese. Far sue e ripetere le idee di Lenin è una
cosa eccellente, ma il signor Kardelj non si prende cura né di Lenin,
né del leninismo. Egli teme anche la "politicizzazione."e il
"monopolio politico" del leninismo, benché gli piaccia "politicizzare"
gli altri e far credere ad essi che se nel regime capitalista, effettivamente,
il potere esecutivo è manipolato da forze esterne agli organi dello Stato,
in Jugoslavia, la Presidenza della RSF di Jugoslavia e il Consiglio Esecutivo
Federativo, che costituisce il governo, sarebbero sfuggiti per miracolo a questo
pericolo, poiché avrebbero provveduto "con precisione" (p.
235) alla separazione delle competenze. Inoltre, in Jugoslavia, sempre secondo
Kardelj, "la forza politica è concentrata nell’assemblea dei
delegati, anzi neppure in questa, ma nel collegamento di questa assemblea con
l’insieme della struttura sociale" (p. 235). Questa "assemblea
di delegati", per quel che riguarda l’"onnipotenza delle sue
competenze", ci rammenta i cosiddetti consigli d’autogoverno locale
nei paesi borghesi, a proposito dei quali Lenin ha scritto, in tono canzonatorio,
che
"sono autonome" solo per quel che riguarda le questioni minori, che
sono indipendenti solo quando si tratta di stagnare le caldaie" (V. I.
Lenin. Opere, vol. 10, p. 366).
Si dice che nell’"autogestione operaia" i "delegati"
esprimono liberamente le loro opinioni. Naturalmente, in teoria, non solo i
"delegati" ma anche gli operai sono investiti di tutti i diritti,
tuttavia nella pratica non ne godono affatto. Nel sistema politico della "autogestione
jugoslava" tutto viene deciso dall’alto e non dal basso. Ormai sono
note le proteste degli operai jugoslavi contro l’arricchimento e la corruzione
dei dirigenti, le loro rivendicazioni per l’abolizione delle ineguaglianze
economiche e sociali, per l’eliminazione delle aziende private, per frenare
la corruzione politica e morale, nonché le loro proteste contro le discriminazioni
razziali. In questo libro c’è una quantità di frasi lunghissime
le quali, affaticando il lettore, fanno sì che costui sia costretto ad
accettare l’idea astratta che "in Jugoslavia esiste l’autogestione
socialista", che in quel paese "regna l’autoamministrazione
operaia", mentre in realtà gli operai non hanno nessuna competenza.
Le chiavi del governo del paese in Jugoslavia si trovano nelle mani della nuova
borghesia jugoslava, che agisce dalla destra, camuffandosi con slogan di sinistra.
4 - Il sistema di "autogestione" e
la negazione del ruolo guida del Partito
I revisionisti jugoslavi mantengono un’atteggiamento antimarxista anche
nei confronti del ruolo guida del partito comunista nell’edificazione
dei socialismo. Secondo la "teoria" di Kardelj, il partito non può
dirigere nessuna attività economica o amministrativa, esso può
e deve solamente esercitare la propria influenza attraverso il lavoro educativo
presso gli operai, affinché questi siano in grado di comprendere correttamente
il sistema socialista.
La negazione del ruolo del partito comunista nella costruzione del socialismo
e la riduzione di tale ruolo ad un "fattore ideologico" e "orientativo"
sono in aperto contrasto con il marxismo-leninismo. I nemici del socialismo
scientifico "argomentano" questa tesi, sostenendo che la direzione
del partito è incompatibile con il ruolo determinante che debbono svolgere
le masse di produttori, le quali, secondo loro, sono chiamate ad esercitare
la loro influenza politica direttamente e non per il tramite del partito comunista
poiché una tal cosa rischierebbe di provocare il "dispotismo burocratico"!
Contrariamente a queste tesi antiscientifiche dei nemici del comunismo, l’esperienza
storica ha dimostrato che il ruolo guida ed esclusivo del partito rivoluzionario
della classe operaia è indispensabile nella lotta per il socialismo e
il comunismo. Si sa che il ruolo dirigente del partito è una questione
di vitale importanza per le sorti della rivoluzione e della dittatura del proletariato,
questione che riflette una legge generale della rivoluzione socialista. Lenin
dice che
"la dittatura del proletariato può essere realizzata solo attraverso
il partito comunista" (V. I. Lenin. Opere, vol. 32, p. 226).
L’influenza politica diretta delle masse lavoratrici nella società
socialista non può in nessun modo essere ostacolato dal partito comunista,
che rappresenta la classe operaia ed i cui interessi non sono contrari agli
interessi degli altri lavoratori. Al contrario, solo la direzione della classe
operaia e della sua avanguardia può garantire l’ampia partecipazione
delle masse lavoratrici al governo del paese e la difesa dei loro interessi.
In un paese veramente socialista, come l’Albania, il parere diretto delle
masse lavoratrici viene sollecitato a proposito dei problemi importanti. Gli
esempi a questo riguardo sono innumerevoli, ma noi menzioneremo qui soltanto
le consultazioni popolari che hanno avuto luogo in occasione della discussione
e dell’approvazione della Costituzione, dell’elaborazione dei piani
economici, ecc. ecc. Il "dispotismo burocratico" è una caratteristica
tipica dello Stato capitalista e non può essere mai confuso con il ruolo
dirigente del partito nel sistema di dittatura del proletariato, che per la
sua indole e il suo carattere è rigorosamente antiautocratico.
Proseguendo a svolgere le sue idee revisioniste sul ruolo del partito, Kardelj
scrive che, "benché debbo lottare affinché le principali
funzioni del potere siano nelle mani delle forze soggettiviste che sono dalla
parte del socialismo e dell’autogestione socialista", la lega dei
Comunisti "…non può essere un partito politico di classe"
(p. 19). Ecco quale specie di partito desiderano avere i revisionisti jugoslavi!
Essi non vogliono, e in realtà non hanno un partito politico della classe
operaia, ma un’organizzazione borghese, un circolo ove ciascuno può
entrare e uscire, quando vuole e come vuole, purché dichiari di essere
"comunista" senza che lo sia effettivamente. Naturalmente, questa
è una pratica normale per un partito come la Lega dei "Comunisti"
di Jugoslavia, che non ha assolutamente niente di comunista.
Non ci sono stati mai e non ci saranno mai un partito e uno Stato non di classe.
Lo Stato e i partiti sono un prodotto di classe. Così sono nati e così
saranno i partiti e gli Stati fino all’avvento del comunismo.
Benché consideri come liquidato il ruolo guida della lega dei "Comunisti",
tuttavia egli, per demagogia, non dimentica di affermare che questa lega, "con
le sue posizioni chiare (che in realtà non sono affatto chiare, ma al
contrario assai oscure e confuse), deve sforzarsi di trovare i mezzi necessari
per risolvere i molteplici problemi, soprattutto quelli che riguardano le vie
e le forme dell’ulteriore sviluppo del sistema politico di autogestione
socialista". Se non sono lo Stato e il partito ad assicurare la felicità
al popolo, come scrive il rinnegato Kardelj, allora perché egli chiede
che la lega dei "Comunisti" di Jugoslavia sia investita di queste
prerogative? Se la società di "autogestione" jugoslava non
ha bisogno della direzione di un partito politico unico, come essi sostengono,
a che cosa quindi servirebbe il ruolo guida della lega dei "Comunisti"
di Jugoslavia?
Mentre Marx è per un vero partito della classe operaia, che sia in grado
di guidarla e di renderla cosciente della sua missione storica, secondo Kardelj,
il proletariato può far progredire il paese e realizzare le sue aspirazioni
in modo spontaneo, anche senza il ruolo guida del partito. Egli sostiene questa
tesi per giustificare la teoria dell’"autogestione", teoria
che è a favore sia del pluralismo politico, cioè dell’unione
nella cosiddetta Lega Socialista del Popolo lavoratore di tutte le forze sociali,
indipendentemente dalle loro differenze ideologiche e politiche, sia per un
partito che non ha niente di comunista, ma al quale egli appiccica l’etichetta
di dirigente di tutto il sistema antimarxista dell’"autogestione".
Il revisionista Kardelj parla del burocratismo dei partiti occidentali del capitale.
Anche in questo caso egli non ha scoperto niente di nuovo, poiché sappiamo
che il burocratismo è inerente alla natura del capitalismo e ne costituisce
una peculiarità caratteristica. E se denuncia il burocratismo degli altri
partiti, egli non lo fa per criticarli, ma per dissimulare la burocratizzazione
e poi la liquidazione del Partito Comunista Jugoslavo e di tutte le prerogative
che gli erano attribuite. Lasciare il partito alla coda degli avvenimenti, dei
fenomeni, dei processi della vita politica e sociale, nonché trasformarlo
in un partito della borghesia, significa per i titoisti sburocratizzare il partito,
e per camuffare il loro tradimento, essi gli hanno lasciato soltanto il nome
di "Lega dei Comunisti di Jugoslavia", come una reliquia.
Per distinguere se un partito è o non è comunista, se è
o non è un partito della classe operaia, non si può giudicare
soltanto dal nome che porta, ma soprattutto dal fatto chi sono coloro che lo
dirigono e quale è l’attività che esso svolge. Lenin diceva:
"...se un partito è o non è davvero un partito politico operaio,
ciò dipende... anche dalla questione di sapere chi sono coloro che lo
dirigono e quale è il carattere della sua azione e della sua tattica
politica" (V. I. Lenin. Opere, vol. 31, p. 285).
E’ in realtà la Lega dei "Comunisti" di Jugoslavia non
solamente non ha potuto evitare il burocratismo, ma già da tempo essa
non esiste più in quanto partito dei comunisti jugoslavi. Il fatto stesso
che fra l’altro si è gonfiata di molteplici apparati, di innumerevoli
funzionari e stipendiati burocrati, così come i partiti revisionisti
occidentali o i partiti socialdemocratici, questa Lega non solamente non costituisce
più l’avanguardia della classe operaia, ma è diventata anche
un partito contrario a questa classe.
In Jugoslavia non esistono più né il ruolo dominante della classe
operaia, né il suo partito d’avanguardia, in quanto direzione dello
Stato e della società. Secondo Kardelj, in Jugoslavia la lega de "Comunisti"
non ha più nessun diritto alla direzione politica nel sistema statale,
poiché il potere viene esercitato " ... attraverso il sistema della
delega" mentre la Lega dei "Comunisti", in quanto componente
del sistema autogestionario, è uno dei fattori più importanti
dell’influenza sociale sulla formazione della coscienza degli autogestionari
e degli organi dei delegati" (p. 73). Ritengo che sia inutile dare spiegazioni
al riguardo. Queste parole del rinnegato bastano a convincerci che in Jugoslavia
la dittatura del proletariato non esiste più in quanto dominio politico
della classe operaia e direzione statalista della società da parte di
questa classe. E dal momento che questa dittatura non esiste più, non
si può parlare neppure dell’esistenza del partito della classe
operaia, ma di un partito della borghesia.
Kardelj sostiene che "il sistema a partito unico" in un paese socialista
è una trasformazione specifica del sistema politico borghese e che il
partito (e qui egli sottintende il Partito bolscevico) svolge un ruolo identico
a quello svolto nel "sistema pluripartitico" del pluralismo politico
borghese, con la sola "piccola" differenza che nel sistema a partito
unico alla testa del potere politico si trovano i dirigenti di questo partito,
mentre nel sistema pluripartitico gli uomini si succedono al potere. Questo
mistificatore pone sullo stesso piano i partiti borghesi e il Partito dei bolscevichi
creato dai rivoluzionari russi con a capo Lenin. Per lui non vi è nessuna
differenza fra la direzione dello Stato e della società da parte dell’autentico
partito dei comunisti e il dominio della borghesia attraverso il sistema pluripartitico.
Ciò conferma un’altra volta che i titoisti, così come la
borghesia, trattano i partiti politici e lo Stato come istituzioni che sarebbero
al di sopra delle classi.
Se la classe operaia si oppone alla borghesia in una lotta per la vita e per
la morte e se queste due classi si organizzano in partiti politici per difendere
i loro interessi antagonisti e per dominare nella società, ciascuna per
proprio conto, ciò non vuol dire che il partito della classe operaia,
il partito marxista-lenin