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NEL CENTENARIO DELLA NASCITA DI GIUSEPPE STALIN

1979


 

 

Il 21 dicembre di quest'anno si compiranno 100 anni dal giorno in cui nacque Giuseppe Stalin, l'uomo cosi caro al proletariato russo e internazionale e suo eminente dirigente, l'amico fedele del popolo albanese, l'amato amico dei popoli oppressi del mondo intero che lottano per la libertà, l'indipendenza, la democrazia e il socialismo.
Tutta la vita di Stalin è stata caratterizzata da un'accanita e incessante lotta contro il capitalismo russo, contro il capitalismo mondiale, contro l'imperialismo, contro le correnti antimarxiste e antileniniste che si erano messe al servizio del capitale e della reazione mondiale. Sotto la guida di Lenin e al suo fianco, egli fu uno degli ispiratori e dirigenti della Grande Rivoluzione Socialista d'Ottobre, un indomabile militante del Partito Bolscevico.
Dopo la morte di Lenin, Stalin diresse durante trent'anni la lotta per la vittoria e la difesa del socialismo in Unione Sovietica. Proprio per questo l'amore, il rispetto e la fedeltà verso la sua opera e la sua persona occupano un posto di grande rilievo nei cuori del proletariato mondiale e dei popoli del mondo. Così si spiega anche l'avversione senza limiti della borghesia capitalista e della reazione mondiale nei confronti di questo fedele discepolo, insigne e risoluto compagno d'armi di Vladimir Ilich Lenin.
Con la sua lotta inesorabile e di principio per la difesa, la coerente attuazione e l'ulteriore sviluppo delle idee di Marx, Engels e Lenin, Stalin è annoverato tra i grandi classici del marxismo-leninismo. Grazie alla sua lungimiranza e alle sue insigni capacità, egli seppe orientarsi correttamente anche nei momenti estremamente difficili, allorché la borghesia e la reazione facevano di tutto per impedire la vittoria della Grande Rivoluzione Socialista d'Ottobre.
Enormi erano le difficoltà che stavano di fronte al proletariato russo per realizzare le sue aspirazioni, poiché il capitalismo dominava in Russia e nel mondo. Ma ormai il capitalismo aveva creato il proprio affossatore, il proletariato, la classe più rivoluzionaria, chiamata storicamente a dirigere la rivoluzione. Questa classe avrebbe assolto in Russia con successo la missione storica affidatagli attraverso una lotta spietata contro i nemici, avrebbe conquistato, grazie a questa lotta, i diritti e le libertà a cui anelava e avrebbe preso nelle sue mani il potere politico. Seguendo infatti questa via, il proletariato avrebbe poi strappato il potere politico ed economico alla borghesia capitalista che l'opprimeva e lo sfruttava, per costruire il mondo nuovo.
Marx ed Engels avevano creato la scienza proletaria della rivoluzione e il socialismo scientifico. Essi avevano fondato l'Associazione Internazionale dei Lavoratori, nota con il nome di Prima Internazionale. I principi fondamentali di questa prima organizzazione internazionale dei lavoratori furono espressi nel suo Manifesto costitutivo, che indicò al proletariato la via dell'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, sanzionò la creazione del partito del proletariato per la presa del potere tramite la via rivoluzionaria e definì la lotta che il proletariato doveva condurre contro il capitalismo e contro l'opportunismo che si manifestò sotto varie forme "teoriche" nei vari paesi.
Basandosi sulle opere maggiori di Karl Marx e di Friederich Engels, e difendendole con rara maestria, Vladimir Ilich Lenin, il geniale continuatore della loro opera, sviluppò la lotta contro le varie correnti dei revisionisti, degli opportunisti e degli altri rinnegati. I traditori gettarono via la grande bandiera della Prima Internazionale e calpestarono in modo del tutto palese la parola d'ordine del Manifesto del Partito Comunista "Proletari di tutti i paesi, unitevi!".. Questi rinnegati del marxismo votarono i crediti per la guerra imperialista, invece dì opporvisi.
Lenin scrisse delle opere di importanza capitale per la difesa e lo sviluppo del marxismo. Egli arricchì in modo particolare le idee di Marx e di Engels sull'edificazione della società socialista e comunista. Tenendo costantemente presente lo sviluppo materialistico della storia come pure le condizioni del paese e dell'epoca in cui viveva, Lenin condusse una lotta inflessibile per la creazione e il consolidamento del Partito Bolscevico. Nelle condizioni create dalla putrefazione dello zarismo e del suo esercito, Vladimir Ilich e gli altri bolscevichi, grazie ad un'intensa lotta rivoluzionaria sia in Russia che all'estero, prepararono e scatenarono la Grande Rivoluzione proletaria socialista.
Così fu attuato il geniale piano di Lenin per il trionfo della rivoluzione. Dopo la conclusione vittoriosa della Grande Rivoluzione, che scosse dalle fondamenta il vecchio mondo e apri un'epoca nuova nella storia dell’umanità, l'epoca dell'abolizione dello sfruttamento e dell'oppressione, Lenin proseguì la lotta per la costruzione del primo Stato socialista. Assieme a Lenin partecipò alla lotta ed agì col massimo impegno anche il suo devotissimo collaboratore, Giuseppe Vissarionovich Stalin.
E' facile comprendere che la borghesia non poteva non opporsi alle idee di Marx, Engels e Lenin, alle loro azioni giuste, risolute e inflessibili in favore della classe operaia e dei popoli; ed infatti essa puntò le sue diverse armi contro queste idee, e lo fece senza la minima esitazione, ferocemente, tenacemente e senza sosta.
Ma la grande forza organizzata e invincibile del proletariato russo, unita a quella del proletariato mondiale, si oppose alla feroce ostilità organizzata del capitalismo e della borghesia reazionaria mondiale. Questo confronto era l'espressione di un'aspra lotta di classe all'interno della Russia e fuori, lotta che si concretizzò durante tutto quel periodo nelle battaglie contro le forze degli interventisti e i resti dello zarismo e della reazione russa. Questi nemici andavano combattuti senza pietà.
Nel corso di questa lotta di classe era necessario temprare il Partito Bolscevico, edificare lo Stato di dittatura del proletariato, problema questo essenziale della rivoluzione, e gettare le fondamenta dell'economia socialista. Era necessario quindi intraprendere delle riforme radicali in tutti i settori della vita, ma seguendo una via nuova, con uno spirito nuovo ed avendo in vista uno scopo nuovo; era necessario applicare in modo creativo e nelle concrete condizioni della Russia zarista la teoria di Marx sul terreno della filosofia, dell'economia politica e del socialismo scientifico.
Tutti questi obiettivi andavano realizzati sotto la guida del proletariato, in quanto la classe più avanzata e più rivoluzionaria, e basandosi sull'alleanza con le masse contadine povere e medie. Dopo la creazione del nuovo potere, era necessario condurre una grande lotta, una lotta eroica, per migliorare la vita economica e culturale dei popoli affrancati dal giogo dello zarismo e dei capitali stranieri dell'Europa. In questa titanica lotta Stalin rimase incrollabile al fianco di Lenin, battendosi in prima linea.
A misura che il nuovo potere sovietico si consolidava politicamente, che l'industria si sviluppava in tutti i suoi rami, che cresceva l'agricoltura colcosiana, e che la nuova cultura socialista fioriva in Unione Sovietica, tanto più accanita diventava la resistenza dei nemici esterni e della reazione interna. I nemici poi continuarono ad intensificare la loro lotta particolarmente dopo la morte di Vladimir Ilich Lenin.
E Stalin fece, davanti alla salma di Lenin, il giuramento di seguire fedelmente i suoi insegnamenti, di attenersi alle sue raccomandazioni al fine di mantenere immacolato l'alto titolo di comunista, di salvaguardare e rafforzare l'unità del Partito Bolscevico, di preservare e cementare senza sosta la dittatura del proletariato, di consolidare costantemente l'alleanza della classe operaia con le masse contadine, di restare fedele fino in fondo ai principi dell'internazionalismo proletario, di difendere il primo Stato socialista dalle insidie dei nemici interni borghesi e latifondisti e dei nemici esterni imperialisti che puntavano alla sua distruzione, e di portare fino alla sua completa realizzazione la costruzione del socialismo in una sesta parte del mondo.
Giuseppe Stalin tenne fede alla propria parola. Alla testa del Partito Bolscevico, egli seppe dirigere l'edificazione del socialismo in Unione Sovietica e fare della grande patria del proletariato russo e di tutti i popoli dell'Unione Sovietica un sostegno poderoso della rivoluzione mondiale. Egli dimostrò di essere un degno continuatore dell'opera di Marx, Engels e Lenin, e diede prove lampanti di essere un insigne marxista-leninista, lungimirante e risoluto.
I nemici interni in Unione Sovietica, i trotzkisti, i bukhariniani, gli zinovievisti ed altri si erano strettamente legati ai capitalisti stranieri, di cui erano divenuti gli strumenti. Alcuni di loro erano rimasti nelle file del Partito Bolscevico al fine di impossessarsi della cittadella dall'interno, di disgregare la giusta linea marxista-leninista di questo partito guidato da Stalin, mentre altri, pur restando fuori dei ranghi del partito, operavano nelle strutture dello Stato, ordivano complotti e sabotavano palesamente o sottomano la costruzione del socialismo. In queste circostanze, Stalin attuò con fermezza una delle principali raccomandazioni di Lenin - quella di epurare senza esitazione il partito da qualsiasi elemento opportunista, dagli elementi che si arrendevano di fronte alla pressione della borghesia e dell'imperialismo e di fronte a qualsiasi punto di vista estraneo al marxismo-leninismo. La lotta condotta da Stalin a capo del Partito Bolscevico contro i trotzkisti e i bukhariani, fu il proseguimento diretto della lotta di Lenin, una lotta profondamente conforme ai principi, per la salvezza, senza la quale non sarebbe stato possibile né costruire il socialismo, né difenderlo.
Giuseppe Stalin sapeva che le vittorie potevano essere conseguite e difese solo a prezzo di sforzi, di sacrifici, a prezzo di sudore versato e con una mano ferrea. Non manifestò mai un ottimismo non fondato dopo le vittorie conseguite; nemmeno cadde mai nel pessimismo di fronte alle difficoltà da superare. Al contrario, Stalin si rivelò una personalità estremamente riflessiva e ponderata nei giudizi, nelle decisioni e nelle sue azioni. Essendo egli un grande uomo riuscì a guadagnarsi il cuore del partito e del popolo, a mobilitare le loro energie, a temprare i militanti nella battaglia e ad elevare il loro livello politico e ideologico per realizzare una grande opera, che non aveva precedenti.
I piani quinquennali staliniani per lo sviluppo dell'economia e della cultura fecero del primo paese socialista al mondo una grande potenza socialista. Attenendosi all'insegnamento di Lenin sulla preminenza dell'industria pesante nell'industrializzazione socialista, il Partito Bolscevico, con a capo Stalin, diede al paese una potentissima industria per la produzione di beni strumentali, una gigantesca industria metalmeccanica, capace di assicurare un rapido sviluppo all'economia nazionale nel suo complesso nonché tutti i mezzi necessari a tal fine, come pure in grado di garantire una difesa insuperabile. L'industria pesante socialista fu edificata, come diceva Stalin, "con le forze interne, senza crediti né prestiti asserventi dall'esterno". Stalin aveva chiaramente indicato che lo Stato sovietico, nella creazione della sua industria pesante, non poteva seguire la via dei paesi capitalisti, non poteva quindi né ricevere prestiti dall'estero né depredare gli altri paesi.
In seguito alla collettivizzazione dell'agricoltura, in Unione Sovietica sorse un'agricoltura socialista moderna, dotata di un potente equipaggiamento meccanico, prodotto dall'industria pesante socialista, risolvendo così il problema dei cereali e degli altri principali prodotti agricoli e zootecnici. Fu Stalin ad elaborare più a fondo il piano di collettivizzazione di Lenin, a dirigerne l'attuazione in un'aspra lotta contro i nemici del socialismo, contro i kulak e i traditori bukhariniani, contro le difficoltà e gli innumerevoli ostacoli derivanti non solo dall'attività ostile, ma anche dalla mancanza di esperienza dei contadini, come pure dal senso della proprietà privata profondamente radicato nella loro coscienza.
Quest'ascesa economica e culturale contribuì al consolidamento dello Stato di dittatura dei proletariato in Unione Sovietica. Stalin, alla guida del Partito Bolscevico, seppe organizzare e dirigere con grande abilità lo Stato sovietico, perfezionarne il funzionamento; seppe sviluppare incessantemente la struttura e la sovrastruttura della società sulla via marxista-leninista, tenendo conto delle situazioni politiche e dello sviluppo economico interni, senza trascurare le situazioni esterne, cioè le mire di rapina e gli abietti intrighi degli Stati borghesi capitalisti che volevano mettere il bastone tra le ruote all'edificazione del nuovo Stato dei proletari.
Il capitalismo mondiale vide nell'Unione Sovietica il suo più pericoloso nemico, perciò da un lato si adoperò per isolarla all'esterno, mentre all'interno incoraggiò e organizzò complotti servendosi dei rinnegati, delle spie, dei traditori e degli uomini di destra. La dittatura del proletariato colpì senza pietà questi pericolosi nemici. Tutti i traditori furono processati pubblicamente. La loro colpevolezza fu allora dimostrata con prove inoppugnabili e nel modo più convincente. I processi che si svolsero in Unione Sovietica, in base alla legislazione rivoluzionaria contro i trotzkisti, i bukhariniani, i Radek, gli Zinoviev, i Kamenev, i Piatakov e i Tukhacevski, furono oggetto di grande clamore da parte della propaganda borghese, che alzò ancora più il tono ed eresse a sistema il suo baccano calunniatore e denigratore contro la giusta lotta del potere sovietico, del Partito Bolscevico e di Stalin, che difendevano la vita dei loro popoli, che difendevano il nuovo regime socialista, instaurato con il sudore e il sangue degli operai e dei contadini, che difendevano la Grande Rivoluzione d'Ottobre e la purezza del marxismo-leninismo.
I nemici esterni ricorsero ad ogni specie di calunnie in particolare all'indirizzo di Giuseppe Stalin, il continuatore dell'opera di Marx e di Lenin, il geniale dirigente dell'Unione Sovietica; essi lo tacciarono di "tiranno", di "assassino" e di "sanguinario". Tutte queste calunnie si caratterizzavano in realtà per il loro cinismo. No, Stalin non fu un tiranno, egli non fu un despota. Era un uomo attaccato ai principi, giusto, semplice e pieno di sollecitudine per gli uomini, per i quadri, per i suoi collaboratori. E' per questa ragione che il suo Partito, i popoli dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e tutto il proletariato mondiale lo amavano molto. Così l'hanno conosciuto i milioni di comunisti e le insigni personalità rivoluzionarie e progressiste nel mondo. Rievocando la sua figura, Henri Barbusse, nel suo libro su Stalin, scrive fra l'altro: "Si è messo e resta in contatto con il popolo operaio, contadino e intellettuale dell'URSS e con i rivoluzionari del mondo, che amano con tutto il cuore la loro patria - vale a dire molto più di duecento milioni di persone". E aggiunge: "Quest'uomo nitido e perspicace era un uomo semplice… Rideva come un bambino… Per molti versi rassomigliava allo straordinario V.I. Lenin; la stessa profonda conoscenza della teoria, lo stesso senso della pratica, la stessa risolutezza… E’ in Stalin, più che in ogni altra persona, che si trovano il pensiero e la parola di Lenin. E’ il Lenin dei nostri giorni".
Tutte le idee e le opere di Stalin, concepite e tradotte nella realtà viva, sono percorse in modo coerente da un filo rosso, dal pensiero rivoluzionario marxista-leninista. Nelle opere di questo illustre marxista-leninista non si può riscontrare alcun errore di principio. Egli soppesava ogni sua azione tenendo presente gli interessi del proletariato, delle masse lavoratrici, gli interessi della rivoluzione, del socialismo e del comunismo, gli interessi delle lotte di liberazione nazionali e antimperialiste. Non si riscontra alcun eclettismo nelle sue idee teoriche e politiche, alcuna titubanza nelle sue azioni pratiche. Chi si fondava sull'amicizia sincera di Giuseppe Stalin era sicuro di vedere il suo popolo avanzare rapidamente verso un futuro luminoso. Chi tergiversava invece, non poteva sfuggire alla vigilanza e al giudizio acuto di Giuseppe Stalin. Questo giudizio scaturiva dalle grandi idee della teoria marxista-leninista, che si erano cristallizzate nella sua mente acuta e nel suo cuore puro. Durante tutta la vita, egli seppe reggere fermamente ed orientare nella giusta via il timone del socialismo, e questo anche attraverso le ondate e le bufere scatenate dai nemici.
Stalin sapeva quando e in quale misura conveniva scendere a compromessi, a condizione cioè che non recassero danno all'ideologia marxista-leninista, e quando al contrario fossero utili alla rivoluzione, al socialismo, all'Unione Sovietica e agli amici dell'Unione Sovietica.
Il proletariato, i partiti marxisti-leninisti, gli autentici comunisti e tutti gli uomini progressisti del mondo consideravano giuste, sensate e necessarie le azioni salutarie del Partito Bolscevico e di Stalin in difesa dello Stato e del nuovo ordinamento economico e sociale socialista. L'opera di Stalin trovava il consenso del proletariato e dei popoli del mondo, perché questi vedevano come egli lottava contro l'oppressione e lo sfruttamento, che pesavano gravemente sulle loro spalle. I popoli sentivano le calunnie diffuse contro Stalin proprio da quei mostri che organizzavano le torture e i massacri in massa nella società capitalista, da coloro che erano la causa della fame, della povertà, della disoccupazione e di tante e tante altre sciagure, ed è per questo che non credevano a queste calunnie.
I milioni di proletari nel mondo si sollevavano contro questi nemici organizzando scioperi e potenti manifestazioni di protesta nelle strade delle città e occupando le fabbriche dei capitalisti. I popoli insorgevano in lotta contro i colonizzatori per conquistare i diritti e le libertà democratiche. Queste proteste e questa lotta erano un sostegno internazionale a favore dell'Unione Sovietica e di Stalin, e questo sostegno contribuì a rafforzare il giovane Stato dei Soviet, a dare maggior rilievo alla sua già notevole autorità nel mondo.
Tutti i comunisti che si battevano contro il capitalismo mondiale in tutti i paesi del globo, furono considerati dalla borghesia e dai rinnegati del marxismo-leninismo come "agenti" dell'Unione Sovietica e di Stalin. Ma i comunisti erano persone oneste, non erano agenti di nessuno, erano semplicemente dei fedeli sostenitori della dottrina di Marx, Engels, Lenin e Stalin. Essi appoggiavano l'Unione Sovietica, perché vedevano nella sua politica un grande sostegno al trionfo delle idee comuniste, un esempio luminoso da seguire per condurre la lotta, la direzione su cui bisognava concentrare gli sforzi per vincere una battaglia dopo l'altra e sgominare i nemici, per scuotere dalle fondamenta il potere del capitale e instaurare il nuovo ordinamento sociale socialista.
Mentre il capitalismo mondiale, in quanto vecchio regime in fase di imputridimento, andava indebolendosi, il socialismo in Unione Sovietica, in quanto ordine nuovo del futuro, trionfava e diventava un sostegno sempre più potente della rivoluzione mondiale. In queste circostanze, il capitalismo doveva assolutamente lanciare nella lotta i messi di cui disponeva per colpire a morte il grande Stato socialista dei proletari, che indicava al mondo la via per sottrarsi allo sfruttamento, ed è per questo che i capitalisti prepararono e scatenarono la Seconda Guerra mondiale.
Essi mobilitarono, sostennero, incoraggiarono gli hitleriani per la "guerra contro il bolscevismo", contro l'Unione Sovietica e per realizzare il loro sogno di "spazio vitale" verso l'Est. L'Unione Sovietica avvertì il pericolo che la minacciava. Stalin teneva gli occhi bene aperti e sapeva bene che le calunnie di cui era oggetto da parte della borghesia capitalista internazionale, secondo le quali egli non combatteva il nazismo e il fascismo in ascesa, non erano altro che una ovvia parola d'ordine che la borghesia e la quinta colonna hitleriana avevano inventato per trarre in inganno l'opinione pubblica e realizzare così i loro piani di aggressione contro l'Unione Sovietica.
Nel 1935 il VII Congresso del Comintern definì a giusta ragione il fascismo come il più grande nemico dei popoli nelle concrete circostanze del tempo. Questo Congresso, per iniziativa diretta di Stalin, lanciò la parola d'ordine della necessità di creare in ogni paese un fronte popolare antifascista comune per denunciare i piani e l'attività aggressiva e di rapina degli Stati fascisti e per far insorgere i popoli contro questi piani e attività, al fine di scongiurare la nuova conflagrazione imperialista che minacciava il mondo.
Mai e in nessun momento Stalin dimenticò il pericolo che incombeva sull'Unione Sovietica. Ad ogni istante egli lottò con fermezza e impartì chiarissime direttive affinché il partito fosse temprato in vista delle lotte future, affinché i popoli sovietici si fondessero in una ferrea unità marxista-leninista, affinché l'economia sovietica si consolidasse sulla via socialista, affinché la difesa dell'Unione Sovietica venisse rafforzata con mezzi materiali e quadri, e che fosse dotata di una strategia e di tattiche rivoluzionarie. Stalin sosteneva e dimostrava le sue affermazioni con fatti tratti dalla vita stessa, egli indicava che gli imperialisti sono dei bellicisti e che l'imperialismo è portatore di guerre di rapina; perciò egli consigliava agli uomini di non abbassare mai la guardia e di essere costantemente preparati contro ogni azione dei nazisti hitleriani, dei fascisti italiani e dei militaristi giapponesi, come pure delle altre potenze capitaliste mondiali. Le parole di Stalin erano parole d'oro, una bussola di orientamento per i proletari e i popoli del mondo.
Stalin avanzò ai governi dei grandi paesi capitalisti dell'Europa occidentale la proposta di concludere un'alleanza contro il flagello hitleriano, ma questi governi rigettarono la sua proposta, spingendo le cose al punto di violare perfino le loro vecchie alleanze con l'Unione Sovietica, sperando così che gli hitleriani estirpassero il "germe del bolscevismo", cavando le castagne dal fuoco per conto loro.
Di fronte a questa situazione grave e carica dì pericoli, e nell'impossibilità di convincere i governanti delle cosiddette democrazie occidentali a concludere un'alleanza antifascista comune, Stalin ritenne opportuno adoperarsi per ritardare la guerra contro l'Unione Sovietica, al fine di guadagnare il tempo necessario per rafforzare maggiormente la sua difesa. Per questo scopo, egli firmò il patto di non-aggressione con la Germania. Questo patto doveva servire da modus vivendi per allontanare temporaneamente il pericolo, poiché Stalin si rendeva conto dei disegni aggressivi degli hitleriani, quindi si era preparato e continuava a prepararsi contro di loro.
Molti politici e storici borghesi e revisionisti dicono e scrivono che l'aggressione hitleriana avrebbe trovato l'Unione Sovietica non preparata, e ne riversano la colpa su Stalin! Ma i fatti smentiscono questa calunnia. Si sa che la Germania hitleriana, come Stato aggressore, violando vilmente e in modo piratesco il Patto di non aggressione, approfittò del fattore strategico sorpresa e della superiorità numerica di forze preponderanti, circa 200 divisioni, proprie e dei suoi alleati, di cui disponeva, per lanciarle in una "guerra lampo", che doveva consentirle, secondo i piani di Hitler, di battere l'Unione Sovietica e di travolgerla in meno di due mesi!
Si sa bene però come andarono le cose in realtà. La "guerra lampo", vittoriosa su tutto lo scacchiere dell'Europa occidentale, fallì all'Est. L'Esercito Rosso, disponendo di retrovie solidissime e dell'appoggio dei popoli sovietici, riuscì, ripiegando, a logorare le forze del nemico e a inchiodarle sul posto; passando poi alla controffensiva, le sconfisse con reiterati attacchi costringendo infine la Germania hitleriana alla resa incondizionata. La storia ha ormai fissato per sempre il ruolo determinante svolto dall'Unione Sovietica nella sconfitta totale della Germania hitleriana e nell'annientamento del fascismo in generale durante la Seconda Guerra mondiale.
Come si può spiegare il fallimento della "guerra lampo" di Hitler contro l'Unione Sovietica, come si può spiegare il grande ruolo da questa svolta per salvare l'umanità dalla schiavitù fascista, se l'URSS non si fosse preventivamente e accuratamente preparata per garantire la propria difesa, se il regime socialista, che dovette sostenere il peso maggiore della Seconda Guerra mondiale, non fosse stato dotato di una forza e di una vitalità di ferro? Come si possono dissociare queste vittorie dal ruolo straordinario che Stalin ebbe tanto nella preparazione del paese per fronteggiare l'aggressione imperialista, quanto nella distruzione della Germania hitleriana e nella storica vittoria sul fascismo? Ogni tentativo diabolico dei revisionisti kruscioviani volto a dissociare Stalin dal Partito e dal popolo sovietici per quanto riguarda il ruolo decisivo dello Stato socialista in questa vittoria, si riduce in polvere di fronte alla realtà storica, che nessuna forza può contestare e offuscare e tanto meno cancellare.
La guerra dei popoli sovietici, diretta da Stalin, condusse alla liberazione di tutta una serie di paesi e di popoli dalla schiavitù nazista e al1’instaurazione della democrazia popolare in diversi paesi dell'Europa orientale; diede un potente impulso alle lotte di liberazione nazionale, antimperialiste e anticolonialiste, portò allo sfacelo e al crollo del sistema coloniale, nonché alla creazione nel mondo di un nuovo rapporto di forze a favore del socialismo e della rivoluzione.
Nel modo più sfacciato Krusciov mosse a Stalin l'accusa dì essere stato un uomo "chiuso", che non conosceva, a suo dire, la situazione in Unione Sovietica e le situazioni nel mondo, che non sapeva nemmeno dove fossero dislocate le unità dell'Esercito Rosso, e di averle dirette servendosi di un mappamondo scolastico!
Gli innegabili meriti di Stalin sono stati costretti a riconoscerli perfino i capifila del capitalismo mondiale come Churchill, Roosevelt, Truman, Eden, Montgomery, Hopkins ed altri, indipendentemente dal fatto che questi non nascondevano la loro avversione alla politica e all'ideologia marxista-leninista e alla persona stessa di Stalin. Ho letto le loro memorie ed ho visto che questi capi del capitalismo parlano con rispetto di Stalin come statista e stratega militare, lo considerano un grande uomo "dotato di uno straordinario senso strategico", di "un ingegno senza pari nella rapida comprensione dei problemi". Churchill ha detto di Stalin: " ... Rispetto questo grande ed eccellente uomo ... Assai pochi erano nel mondo coloro che potevano comprendere, in così pochi minuti, le questioni con le quali ci arrabattavamo da mesi. Egli aveva afferrato tutto in un lampo".
I kruscioviani hanno cercato di creare l'illusione di essere stati loro e non Stalin a guidare la Grande Guerra patriottica dell'Unione Sovietica contro il nazismo! Ma è un fatto notorio che i kruscioviani, in quel periodo, stavano rannicchiati sotto l'ombra di Stalin, al quale innalzavano inni ipocriti, dicendo: "Tutte le nostre vittorie e i nostri successi li dobbiamo al !grande Stalin"ecc., mentre si preparavano a liquidare queste vittorie. I veri inni, quelli che scaturivano dai cuori, erano cantati dai gloriosi soldati sovietici, i quali, con il nome di Stalin sulle labbra, sostenevano tutto il peso delle storiche battaglie.
I comunisti e il popolo albanesi avvertivano profondamente e da vicino (sebbene fossero molto lontani dall'Unione Sovietica) il grande ruolo di Stalin nei momenti più gravi che stava attraversando il nostro paese durante l'occupazione fascista italiana e tedesca, quando si decidevano le sorti della nostra patria, quando si decideva se rimanere nella schiavitù o vedere la libertà e la luce. Nei giorni più angosciosi della guerra, Stalin ci fu sempre vicino. Egli rafforzava le nostre speranze, ci illuminava la prospettiva, temprava i nostri cuori e la nostra volontà, accresceva la nostra fede nella vittoria. Spesso le ultime parole dei comunisti, dei patrioti, dei partigiani albanesi che offrivano la vita sul campo di battaglia, davanti al capestro o al plotone di esecuzione del nemico, erano "Viva il Partito Comunista!-, "Viva Stalin!". Più di una volta i proiettili del nemico, trafiggendo i cuori dei figli e delle figlie del nostro popolo, trapassavano allo stesso tempo anche le opere di Stalin, che essi custodivano in grembo come un prezioso tesoro.
Malgrado gli sforzi palesi o dissimulati dei nemici interni ed esterni dell'Unione Sovietica di sabotare il socialismo dopo la Seconda Guerra mondiale, era la giusta politica staliniana che dava il tono ai grandi problemi internazionali. Il paese dei Soviet, devastato dalla guerra e che aveva lasciato 20 milioni di uomini sui campi di battaglia, fu ricostruito con una rapidità sorprendente. Questo lavoro di grande impegno fu portato a compimento dal popolo sovietico, dalla classe operaia e dalle masse contadine colcosiane, sotto la guida del Partito Bolscevico e del grande Stalin.
Negli anni della Seconda Guerra mondiale il revisionismo fece la sua comparsa con il tradimento di Browder, ex segretario generale del Partito Comunista degli Stati Uniti, il quale, assieme ai suoi compari revisionisti, liquidò il partito e si mise al servizio dell'imperialismo americano. Browder era per l'abolizione di ogni confine fra la borghesia e il proletariato, fra il capitalismo e il socialismo, era per la loro fusione in un solo mondo; egli era contro la rivoluzione e la guerra civile, per la coesistenza pacifica delle classi nella società. Con questa "linea bianca", con la sua politica di capitolazione, Browder fu, si può ben dire, il precursore di Tito, il quale, a causa dei suoi punti di vista e delle sue prese di posizione antimarxiste e antileniniste, era già in conflitto ideologico e politico con l'Unione Sovietica durante la guerra, anche se tale conflitto scoppiò alla luce del sole solo all'indomani di questa guerra. Dopo molteplici e pazienti sforzi per ricondurre il rinnegato Tito sulla giusta via, Stalin, il Partito Bolscevico e tutti i veri partiti comunisti del mondo, ormai convinti che egli era incorreggibile, decisero all'unanimità la sua denuncia e condanna. Apparve infatti chiaramente che l'operato di Tito giovava alla causa dell'imperialismo mondiale, perciò egli era sostenuto e appoggiato dall'imperialismo americano e dagli altri Stati capitalisti. Per meritare i crediti che riceveva dagli imperialisti Tito si unì al coro della propaganda borghese e, fra tante altre calunnie, insinuo che Stalin stava preparando un attacco contro la Jugoslavia. Il tempo provò che si trattava di una menzogna.
Nelle varie conversazioni che io ebbi il grande onore di avere con Stalin, egli mi disse che mai si era pensato né si poteva pensare ad un attacco dell'Unione Sovietica contro la Jugoslavia. Noi siamo comunisti, diceva Stalin, e non aggrediremo mai e poi mai un paese straniero, quindi nemmeno la Jugoslavia; denunceremo però Tito e i titisti, poiché questo è il nostro compito di marxisti. Se i popoli della Jugoslavia manterranno al potere Tito o lo rovesceranno, questa è, diceva, una questione interna che spetta esclusivamente a loro di sistemare; noi non dobbiamo ingerirci in questa vicenda.
Nelle sue calunnie contro Stalin la banda di Nikita Krusciov fu incoraggiata e sostenuta dal rinnegato Josip Broz Tito, che si era già espresso apertamente in tal senso, e più tardi da Mao Tsetung e compari oltre che da altri revisionisti di ogni risma. In realtà, tutti costoro erano al servizio del capitalismo per distruggere dall'interno il socialismo in Unione Sovietica, per impedire la costruzione del socialismo in Jugoslavia e ostacolare l'edificazione del socialismo in Cina e nel mondo intero, ed è per questo che essi contrastarono Stalin, in cui vedevano l'uomo forte contro il quale, mentre era vivo, non poterono mai agire sottobanco.
Questi traditori erano i successori dei rinnegati socialdemocratici, dei revisionisti e degli opportunisti della II Internazionale, i continuatori, in circostanze e condizioni differenti, della loro opera ingloriosa. Essi avevano la pretesa di applicare delle forme di organizzazione di lotta <<adeguate>> alle situazioni e di elaborare presunte idee nuove per "correggere" e "completare" il marxismo-leninismo in sintonia con lo "spirito dei tempi", ecc. Tutta questa marmaglia, nonostante le irrilevanti differenze formali che manifestava nei suoi giudizi e nei suoi atteggiamenti, perseguiva lo stesso scopo: combattere il marxismo-leninismo, negare l'ineluttabilità della rivoluzione proletaria, minare il socialismo, soffocare la lotta di classe e impedire la distruzione totale della vecchia società capitalista.
Stalin era un vero internazionalista. Non dimenticò mai le peculiarità dello Stato sovietico in quanto Stato nato dall'unione di parecchie repubbliche, esse stesse composte di parecchi popoli, di parecchie nazionalità; perciò egli si impegnò per perfezionare l’organizzazione statale di queste repubbliche rispettandone la parità di diritti. Grazie alla giusta politica marxista-leninista seguita circa la questione nazionale, Stalin riuscì a plasmare e a cementare l'unità combattiva dei vari popoli dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. A capo del Partito e dello Stato sovietici, egli diede il suo contributo e fece in modo che la prigione dei popoli, qual'era la vecchia Russia zarista, si trasformasse in un paese libero, indipendente e sovrano, dove i popoli e le repubbliche vivessero in armonia, in amicizia, in unità e parità di diritti. Stalin conosceva le nazioni e la loro formazione storica, conosceva le peculiarità della cultura e della psicologia di ogni popolo e trattava i problemi col metodo marxista-leninista.
L'internazionalismo di Stalin si manifestava chiaramente anche nei rapporti che intercorrevano allora tra i paesi a democrazia popolare, che egli considerava come Stati liberi, indipendenti, sovrani, come stretti alleati dell'Unione Sovietica. Mai egli considerò questi Stati come dominati politicamente o economicamente dall'Unione Sovietica. La politica seguita da Stalin al riguardo era una giusta politica marxista-leninista.
Nelle mie memorie ho scritto della proposta che feci a Stalin nel 1947 di creare delle società miste albanesi-sovietiche per lo sfruttamento delle ricchezze del nostro sottosuolo. Egli mi rispose che essi non costituivano delle società miste con i paesi fratelli a democrazia popolare, anzi mi spiegò che ritenevano un errore i pochi passi compiuti in tal senso con alcuni di questi paesi e vi avevano quindi rinunciato. Ma è nostro dovere, egli aveva proseguito, fornire ai paesi a democrazia popolare la tecnologia di cui disponiamo e, nel quadro delle nostre possibilità, anche l'aiuto economico di cui hanno bisogno; saremo sempre pronti a sostenerli. Ecco come giudicava e agiva Stalin.
I kruscioviani non seguirono questa via, ma imboccarono invece quella della collaborazione criminale capitalista, creando con gli ex paesi a democrazia popolare un' "unità" militare, politica ed economica nel proprio interesse e a scapito degli altri.
Essi hanno fatto del Patto di Varsavia uno strumento destinato a mantenere sotto il loro giogo le nuove colonie, seguendo al riguardo forme e metodi pseudosocialisti. Hanno convertito il COMECON, da organizzazione di reciproca assistenza economica qual era al tempo di Stalin, in uno strumento di controllo e di sfruttamento dei paesi aderenti a tale Patto.
La politica di Giuseppe Stalin era quindi diversa da quella dei revisionisti kruscioviani e altri a proposito di tutti i problemi politici, ideologici ed economici. La politica di Stalin era una politica di principio ed internazionalista, mentre la politica dei revisionisti sovietici è una politica capitalistica tesa ad asservire gli altri popoli che sono caduti o cadono nella loro trappola.
Gli imperialisti, Tito, i kruscioviani e tutti gli altri nemici accusarono Stalin di aver proceduto all'indomani della Seconda Guerra mondiale, alla spartizione delle zone di influenza in comune accordo con i vecchi alleati antifascisti, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Il tempo ha buttato nella pattumiera queste come tutte le altre accuse. Dopo la Seconda Guerra mondiale, Stalin con spirito di giustizia esemplare, ha difeso i popoli, la loro lotta di liberazione nazionale e i loro diritti nazionali e sociali contro le mire dei suoi vecchi alleati della guerra antifascista.
I nemici del comunismo, dalla reazione borghese internazionale fino ai kruscioviani e a tutti gli altri revisionisti, hanno tentato con tutti i mezzi di offuscare e distorcere tutte le qualità di questo grande marxista-leninista, le sue idee luminose e le sue giuste azioni, di screditare il primo Stato socialista creato da Lenin e dallo stesso Stalin.
I kruscioviani, questi nuovi trotzkisti, bukhariniani, zinovievisti e seguaci di Tukhacevski, instillarono perfidamente degli uomini che avevano fatto la guerra il sentimento della presunzione e della superiorità; incoraggiarono i privilegi a favore dell’élite, spalancarono le porte del Partito e dello Stato al burocratismo e al liberalismo, violarono le autentiche norme rivoluzionarie e, un po' alla volta, riuscirono a diffondere nel popolo lo spirito del disfattismo. Diedero ad intendere che tutti i misfatti frutto delle loro azioni erano dovuti invece all'"atteggiamento brutale e settario, ai metodi e allo stile di lavoro" di Stalin. Con il diabolico metodo di gettar la pietra e di nascondere la mano, essi puntavano a ingannare la classe operaia, le masse contadine colcosiane, gli intellettuali, a mettere in moto tutti gli elementi dissidenti fino ad allora nascosti. Agli elementi dissidenti, carrieristi e degenerati dicevano che era venuto per loro la "vera libertà" e che questa "libertà" era stata portata a loro da Nikita Krusciov e dal suo gruppo. Questo era un modo per preparare il terreno alla liquidazione del socialismo in Unione Sovietica, all'abolizione della dittatura del proletariato e all'instaurazione di uno Stato di "tutto il popolo", che in realtà non doveva essere altro che uno Stato dittatoriale di tipo fascista, come è effettivamente oggi.
Queste infamie non tardarono a venire a galla dopo la morte di Stalin, o piuttosto dopo l'assassinio di Stalin. Dico l'assassinio, poiché lo stesso Mikoian ci disse che insieme a Krusciov e ai loro complici avevano deciso di ordire un "pokuchenie", un attentato, per uccidere Stalin, ma che in seguito, come lui stesso lo ammise, avevano rinunciato a questo piano. E' un fatto notorio che i kruscioviani aspettavano impazientemente la morte di Stalin. D'altronde le circostanze della sua morte sono poco chiare.
Sotto questo aspetto anche l'affare dei "camici bianchi", il processo cioè contro i medici dei Cremlino, i quali, Stalin vivente, erano stati accusati di aver tentato di uccidere parecchi dirigenti dell'Unione Sovietica, è un enigma non ancora chiarito. Appena morto Stalin, questi medici furono riabilitati e l'affare archiviato. Ma perché mai l'affare fu chiuso?! Fu provata o no l'attività criminale di questi medici all'epoca in cui furono giudicati? L'affare dei medici fu archiviato perché se fossero proseguite le indagini, se si fosse rovistato più profondamente, sarebbero venute a galla molte sporcizie, molti crimini e complotti perpetrati dai revisionisti mascherati, guidati da Krusciov e Mikoian. In tal modo si sarebbero spiegate forse le morti improvvise in un periodo di tempo relativamente breve di Gottwald, Bierut, Foster, Dimitrov, e di qualche altro, che soffrivano di malattie guaribili, dirigenti che io ricordo nelle memorie inedite "I kruscioviani e noi". Forse ciò avrebbe chiarito anche la vera causa della morte improvvisa di Stalin.
Al fine di realizzare i loro vili disegni e i loro piani contro il marxismo-leninismo e il socialismo, Krusciov e il suo gruppo liquidarono l'uno dopo l'altro, senza rumore e misteriosamente, un buon numero di principali dirigenti del Comintern. Così essi accusarono, screditarono e rimossero fra l'altro Rakosi, e lo deportarono nelle remote steppe della Russia.
Nel rapporto "segreto" presentato al loro XX Congresso, Nikita Krusciov e i suoi complici coprirono di fango Giuseppe Vissarionovich Stalin e cercarono di screditarne la figura nel modo più abietto, ricorrendo ai più cinici metodi trotzkisti. Dopo aver compromesso alcuni quadri della direzione del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, i kruscioviani li sfruttarono a fondo poi li cacciarono via, liquidandoli come elementi antipartito. I kruscioviani, con Krusciov alla testa, che avevano condannato il "culto di Stalin" al fine di coprire i loro crimini contro l'Unione Sovietica e il socialismo in seguito commessi, portarono alle stelle il culto del loro capo.
Questi alti dirigenti del partito e dello Stato Sovietico attribuirono a Stalin la crudeltà, la furberia, la perfidia, la bassezza di carattere che erano loro proprie, come pure le carcerazioni e gli assassinii da essi stessi compiuti. Quando Stalin era vivo, erano proprio loro che gli rivolgevano i più grandi ditirambi per nascondere il loro carrierismo, i loro disegni e le loro azioni infami. Nel 1949 Krusciov qualificava Stalin: "guida e maestro geniale", dichiarava che "il nome del compagno Stalin è la bandiera di tutte le vittorie del popolo sovietico, la bandiera della lotta dei lavoratori del mondo intero". Mikoian stimava le opere di Stalin come "un nuovo gradino storico oltre il leninismo". Kossighin, dal canto suo, diceva che "tutte le nostre vittorie e tutti i nostri successi li dobbiamo al grande Stalin", ecc., ecc. Dopo la sua morte però cambiarono atteggiamento. Furono i kruscioviani che soffocarono la voce del partito, che soffocarono la voce della classe operaia e riempirono i campi di concentramento di patrioti; furono loro che liberarono dal carcere la feccia del tradimento, i trotzkisti e tutti i nemici, che il tempo ed i fatti avevano svelato, così come oggi la loro attività di dissidenti sta dimostrando che sono ostili al socialismo e svolgono il ruolo di agenti al servizio dei nemici capitalisti stranieri.
Furono i kruscioviani che, in segreto e in modo misterioso, "giudicarono" e condannarono non solo i rivoluzionari sovietici, ma anche innumerevoli persone di altri paesi. Nei miei appunti parlo di un incontro con i dirigenti sovietici. fra cui Krusciov, Mikoian e Molotov. Dovendo allora Mikoian recarsi in Austria, Molotov. scherzando, gli disse: "Stai attento a non combinare qualche "pasticcio" in Austria come hai combinato in Ungheria". Presi la palla al balzo per chiedere a Molotov: "Perché, è stato Mikoian a combinare il "pasticcio" in Ungheria?". Mi rispose affermativamente, e proseguì dicendo che se Mikoian dovesse recarvisi di nuovo lo impiccherebbero. Mikoian, questo cosmopolita antimarxista camuffato rispose: "Se impiccano me, dovranno impiccare anche Kadar". Ma anche se li avessero impiccati tutt'e due i loro intrighi e la loro viltà nei confronti di un altro paese rimarrebbero pur sempre contrari ad ogni morale.
All'inizio Krusciov, Mikoian e Suslov sostennero il complottatore Imre Nagy, poi lo condannarono e lo mandarono segretamente davanti al plotone di esecuzione in qualche parte in Romania! In base a quale diritto agirono in questo modo con un cittadino straniero? Imre Nagy, pur essendo un cospiratore, doveva essere sottoposto al giudizio del suo Stato e in nessun caso alla legge di un altro Stato o al giudizio di un tribunale straniero. Stalin non si abbassava mai a simili pratiche.
No, Stalin non agiva mai così. Ai suoi tempi. i processi contro i traditori del partito e dello Stato sovietico venivano celebrati pubblicamente. I crimini perpetrati dai traditori venivano portati a conoscenza del Partito e del popolo sovietici. In nessuna delle azioni di Stalin si riscontrano pratiche simili di stampo mafioso, come nel caso dei capifila revisionisti sovietici.
I revisionisti sovietici si sono serviti e si servono di simili metodi anche nella lotta che essi si fanno fra loro, per il potere, esattamente come nei paesi capitalisti. Krusciov si impadronì del potere con un putsch, e con un putsch fu detronizzato da Breznev.
Breznev e compari si sbarazzarono di Krusciov per difendere la politica e l'ideologia revisionista dal discredito e dalla denuncia di cui erano oggetto a causa dei suoi comportamenti e delle sue azioni insensate, delle sue stravaganze e dei suoi gesti poco opportuni. Breznev non rinnegò assolutamente il krusciovismo, i rapporti e le decisioni del XX e del XXII Congresso, che sono un'incarnazione di questa corrente. Breznev però si mostrò molto ingrato verso Krusciov, che in precedenza aveva portato alle stelle, al punto che non gli trovò, alla sua morte, nemmeno un posticino nelle mura del Cremlino per deporvi le sue ceneri! D'altro canto, né i popoli sovietici, né l'opinione pubblica mondiale furono mai informati delle vere ragioni del siluramento di Krusciov. Ancora oggi la "causa principale" indicata nei documenti ufficiali revisionisti è "la sua età avanzata e il deterioramento del suo stato di salute"!!
Stalin non era assolutamente come i nemici del comunismo l'hanno accusato e l'accusano tutt'ora di essere. Al contrario, egli era molto attaccato ai principi e giusto. A seconda dei casi, egli sapeva aiutare o combattere coloro che commettevano degli errori, sapeva sostenere, incoraggiare coloro che servivano fedelmente il marxismo-leninisano e mettere in luce i loro meriti. E' noto il caso di Rokossovski e di Zukov. Quando questi incorsero in errore, furono criticati e destituiti sì, ma non allontanati come incorreggibili; al contrario, essi furono premurosamente aiutati e, quando si ritenne che questi quadri si erano ravveduti, Stalin li promosse marescialli; durante la Seconda Guerra mondiale assegnò a loro incarichi estremamente importanti sui principali fronti della guerra contro gli invasori hitleriani. Come Stalin poteva agire solo un dirigente che aveva una chiara concezione della giustizia marxista-leninista nell'apprezzare il lavoro degli uomini, con i loro meriti e i loro difetti, concezione che applicava nella pratica.
Dopo la morte di Stalin, il maresciallo Zukov divenne lo strumento di Nikita Krusciov e del suo gruppo; egli sostenne le azioni traditrici di quest'ultimo nei confronti dell'Unione Sovietica, del Partito Bolscevico e di Stalin. Alla fine, dopo aver ben spremuto Zukov come un limone, Krusciov stesso lo gettò via. Allo stesso modo egli agì con Rokossovski e con molti altri quadri principali.
Molti comunisti sovietici furono ingannati dalla demagogia del gruppo revisionista kruscioviano e credettero che dopo la morte di Stalin, l'Unione Sovietica sarebbe divenuta un paradiso, come strombazzavano allora i traditori revisionisti. Questi dichiararono pomposamente che il comunismo sarebbe stato instaurato in Unione Sovietica nel 1980! Ma in realtà che cosa accadde? Accadde precisamente il contrario, e non poteva essere diversamente. I revisionisti presero il potere non per far fiorire l'Unione Sovietica ma, come fecero effettivamente, per restaurarvi il capitalismo, per sottometterla economicamente al capitale mondiale, per concludere degli accordi segreti o palesi con l'imperialismo americano, per assoggettare, sotto il manto dei trattati militari ed economici, i popoli dei paesi a democrazia popolare, per mantenere questi Stati sotto il loro giogo e per crearsi degli sbocchi e delle zone d'influenza nel mondo. Ecco di che pasta erano fatti i kruscioviani, che utilizzarono la riuscita edificazione del socialismo in Unione Sovietica e convogliarono questi successi su una via così nefanda, al punto di creare una nuova classe della borghesia socialimperialista e fare del loro paese una potenza imperialista mondiale, che, di concerto con gli Stati Uniti, avrebbe dominato il mondo. Stalin aveva messo in guardia il partito contro un simile pericolo. Lo stesso Krusciov ci confidò che Stalin aveva predetto che essi avrebbero venduto l'Unione Sovietica all'imperialismo. E le cose andarono proprio così; le sue previsioni si sono avverate.
I popoli del mondo, il proletariato mondiale, gli uomini assennati e di cuore possono, nelle situazioni venutesi a creare, giudicare da sé della fondatezza delle opinioni di Stalin. Solo considerandole da un ampio angolo visuale politico, ideologico, economico e militare, essi possono vedere quanto era giusta la sua linea marxista-leninista.
Ancora fino a ieri la borghesia e i revisionisti, falsificando con la loro propaganda la storia, hanno annebbiato la mente degli uomini sull'attività di Stalin, ma ora che questi hanno imparato a conoscere i kruscioviani, i titisti, i maoisti, gli "eurocomunisti" e gli altri, ora che hanno visto di che pasta erano fatti gli hitleriani e chi sono gli imperialisti americani e il capitalismo mondiale, hanno capito anche perché si batteva Stalin, perché si battevano i bolscevichi, perché si battono i proletari e i marxisti-leninisti autentici e, d'altro canto, perché lottano i loro nemici, le correnti al servizio del capitalismo, perché lottano i revisionisti. Tutti quelli che credono che il comunismo ha fatto "fiasco" sono e saranno sempre e immancabilmente delusi. Il tempo conferma ogni giorno di più che la nostra dottrina vive e rimane onnipotente.
Apprezzando l'opera di Stalin nel suo complesso, ognuno può convincersi della genialità e dello spirito comunista di questa insigne personalità, che possedeva una statura tale che il mondo moderno raramente ne ha conosciuto una simile.
La grande causa di Marx, Engels, Lenin e Stalin, la causa del socialismo e del comunismo rappresentano il futuro del mondo.
Noi comunisti albanesi abbiamo attuato con successo gli insegnamenti di Stalin innanzi tutto per avere un Partito forte, un Partito d'acciaio sempre fedele al marxismo-leninismo e severo con i nemici di classe, ed abbiamo badato a preservare l'unità di pensiero e di azione nel Partito e a rafforzare l'unità fra Partito e popolo. Ci siamo ispirati agli insegnamenti di Stalin nell'opera di costruzione dell'industria socialista, di collettivizzazione dell'agricoltura, ed abbiamo riscosso grandi successi. Il nostro Partito e il nostro popolo proseguiranno la lotta per rafforzare incessantemente la stretta alleanza tra la classe operaia e le masse contadine, sotto la guida della classe operaia. Non ci lasceremo mai ingannare dalle lusinghe e dalle astuzie dei nemici, interni e esterni, ma proseguiremo la lotta di classe sia nel paese che fuori, e staremo sempre in guardia verso le loro azioni malevoli. Se non avessimo dato prova di vigilanza, se non avessimo applicato fedelmente gli insegnamenti di Marx, Engels, Lenin e Stalin, l'Albania sarebbe sprofondata nel pantano del revisionismo moderno, non sarebbe più indipendente e socialista, la dittatura del proletariato non vi esisterebbe più, e il paese sarebbe stato asservito dalle potenze imperialiste e revisioniste.
Il nostro Partito e il nostro popolo continueranno a marciare sulla via tracciata da Karl Marx, da Friederich Engels, da Vladimir Ilich Lenin e da Giuseppe Stalin. Le generazioni future dell'Albania socialista seguiranno fedelmente la linea del loro amato Partito.
Gli albanesi, comunisti e patrioti senza partito, rendono omaggio con profondo rispetto alla memoria del loro glorioso educatore Giuseppe Stalin. In occasione del centenario della sua nascita, noi ricordiamo con devozione l'uomo che ci ha prodigato il suo aiuto, che ci ha consentito di decuplicare le forze del nostro popolo, ormai reso padrone assoluto dei suoi destini dal Partito. L’opera di liberazione e di edificazione del socialismo nel nostro paese va attribuita fra l'altro al sostegno internazionalista di Stalin. La sua ricca e preziosissima esperienza ci è servita da guida nella nostra via e nella nostra azione.
In questo anno celebrativo, il nostro Partito sta svolgendo una vasta e incessante attività per far conoscere ancor meglio la vita e l'opera di Giuseppe Stalin, di questo glorioso e grande marxista-leninista. Tutta l'attività del nostro Partito dalla sua fondazione ad oggi, è una testimonianza di amore, di rispetto e di fedeltà verso la dottrina immortale dei nostri grandi classici, e conseguentemente anche verso le idee di Giuseppe Stalin. E così sarà da noi di generazione in generazione.
Quale militante del nostro Partito, come uno dei suoi dirigenti, che ha avuto l'onore di essere inviato molte volte dal Partito ad incontrare il compagno Stalin e ad intrattenersi con lui sui nostri problemi, sulla nostra situazione e per sollecitare i suoi consigli e il suo aiuto, ho cercato di scrivere i miei ricordi relativi a questi incontri, prendendo sin da allora degli appunti, secondo le impressioni del momento, sull'atteggiamento di Stalin verso il rappresentante di un piccolo partito e di un piccolo popolo come i nostri. Dando alle stampe questi ricordi nella loro semplicità, sono mosso dal desiderio di aiutare, per poco che sia, i nostri comunisti, i nostri lavoratori, la nostra gioventù, a conoscere la figura di questo uomo grande e immortale.
In questo glorioso anniversario. m'inchino con rispetto e fedeltà davanti al Partito e al popolo che mi hanno fatto nascere, che mi hanno cresciuto e temprato, m’inchino davanti al ricordo di Giuseppe Stalin, che mi ha dato tanti preziosi consigli per assicurare la felicità del mio popolo e che ha lasciato nel mio cuore ricordi indelebili.
Per noi marxisti-leninisti, per gli innumerevoli simpatizzanti dei nobili ideali della classe operaia nel mondo, questo centenario deve servire a rafforzare l'unità combattiva delle nostre file.
Ora, in occasione della celebrazione di questo grande anniversario della nascita di Stalin, è giunto il momento opportuno per la gente onesta dovunque nel mondo di riflettere e trovare la giusta via, per dissipare la nebbia che la borghesia capitalista e quella revisionista hanno creato nelle menti allo scopo dì affievolire lo slancio rivoluzionario e di appannare le idee rivoluzionarie delle masse. Il pensiero e l'azione rivoluzionari condurranno gli uomini di buona volontà, gli uomini giusti, gli uomini dei popolo sulla via della loro salvezza dal giogo del capitale.
Celebrando la memoria di Stalin e la sua opera nel centenario della sua nascita, noi marxisti-leninisti non possiamo non rivolgerci ai popoli dell'Unione Sovietica e dire loro in tutta sincerità e apertamente:
Voi che con il nome di Stalin sulle labbra avete attaccato e vinto i nemici più pericolosi dell’umanità, che intendete fare, tacere forse in occasione di questo grande anniversario?.
I revisionisti kruscioviani, che ne hanno dette di tutti i colori contro Stalin, non potendo lasciare totalmente nell'ombra il suo nome e la sua brillante opera, scriveranno forse qualche parola sbiadita su di lui. Ma spetta a voi, che avete fatto la Grande Rivoluzione d'Ottobre, di ricordare con profondo rispetto la vostra guida illuminata. Voi dovete abbattere il regime dittatoriale fascista, che si nasconde dietro slogans ingannatori. Voi dovete sapere che coloro che vi fanno da guida sono fascisti, sciovinisti e imperialisti. Vi stanno preparando come carne da cannone per una guerra imperialista accanita, per massacrare i popoli e mettere a fuoco e a sangue i paesi che fondavano grandi speranze sulla patria di Lenin e Stalin. I popoli del mondo non vogliono vedervi in questo ruolo. Se continuerete a comportarvi in questo modo, essi non potranno più rispettarvi, ma vi odieranno.
I popoli del mondo odiano i vostri attuali governanti controrivoluzionari, poiché le armi atomiche che fabbricano, le sfilate nella Piazza Rossa e le manovre militari che organizzano sono divenute una minaccia per i popoli e la loro libertà, allo stesso modo di quelle dell'imperialismo americano e del capitalismo mondiale. Le armi e l'esercito in Unione Sovietica non sono più in mano dei popoli sovietici, non servono più alla liberazione del proletariato mondiale, ma sono invece destinate ad opprimere i popoli sovietici e gli altri popoli.
Voi dovete comprendere e convincervi che da parecchio tempo i nemici vi hanno allontanato dalla via della rivoluzione. I revisionisti kruscioviani si sforzano di suscitare in voi il sentimento dell'arroganza e della superiorità nei confronti degli altri. Pretendono di utilizzare la vostra grande forza per combattere l'imperialismo americano e il capitalismo mondiale, ma questa è una pretesa falsa. I vostri governanti sono in contrasto e allo stesso tempo in alleanza con l'imperialismo americano e il capitalismo mondiale, e ciò non per gli interessi della rivoluzione, ma perché spinti dalle loro ambizioni e dalle loro bramosie imperialiste per la spartizione delle sfere d'influenza e per il dominio dei popoli.
I popoli del mondo si preoccupano di sapere se voi, i figli, i nipoti e i pronipoti dei gloriosi combattenti che hanno fatto la Grande Rivoluzione Socialista d'Ottobre, voi, proletari, colcosiani, soldati e intellettuali sovietici, proseguirete su questa via ostile ai popoli, in cui vi hanno cacciato i vostri oppressori, oppure, con il nome di Lenin e di Stalin sulle labbra, insorgerete nella lotta e vi lancerete all'attacco sulla via della rivoluzione. Il mondo desidera e auspica che voi marciate sulla via della rivoluzione e che procediate sempre avanti gridando come i vostri padri: "Za Lenin!", "Za Stalin!", per il vero socialismo e contro l'imperialismo, il socialimperialismo e il revisionismo.
La vostra direzione traditrice non vi dice la verità sulle sofferenze degli altri popoli, i figli dei quali si fanno uccidere per le strade nelle manifestazioni contro gli imperialisti e i capitalisti sanguinari. Non vi dice la vera ragione del perché in Iran il popolo assetato di libertà e di indipendenza si è sollevato ed ha rovesciato lo scià tiranno, lo strumento degli imperialisti americani. La cricca revisionista kruscioviana vi mantiene nell'ignoranza a proposito delle sofferenze dei popoli arabi, dei popoli del continente americano e di tutti gli altri continenti, poiché queste sofferenze sono loro cagionate proprio dall'imperialismo e dai vostri dirigenti traditori. Essi non vi dicono nulla sul modo in cui i popoli dell'Africa sono oppressi dai vostri uomini e dai loro vassalli, voi siete all'oscuro degli intrighi che i nuovi zar del Cremlino ordiscono nel mondo, non vi dicono che gli amici dei kruscioviani, gli amici della vostra direzione, ai quali Nikita Krusciov ed i suoi seguaci con alla testa Breznev hanno aperto la via del tradimento, fanno causa comune con i capitalisti a scapito della classe operaia e degli interessi dei loro popoli. Voi ignorate anche molte cose sulla maniera in cui la gente onesta soffre e viene schernita nel vostro paese, poiché la banda che vi opprime mantiene il silenzio a questo proposito.
Voi dovete sapere che i popoli si sono impegnati nella rivoluzione, che si battono eroicamente, mentre voi, che siete una grande potenza, siete oppressi, dileggiati e costretti all'inattività.
Una banda di oppressori ha convertito il vostro paese in una potenza socialimperialista. La rivoluzione, che ci hanno insegnato Marx, Engels, Lenin e Stalin, è la via della salvezza. Breznev, Kossighin. Ustinov e Yakuboski, così come i Solgenizin e i Sakharov, sono dei controrivoluzionari e in quanto tali vanno rovesciati e liquidati.
Voi siete una grande potenza, ma dovete ritrovare la fiducia del proletariato mondiale, la fiducia dei popoli del mondo, quella grande fiducia che Lenin e Stalin si erano acquistati con il loro impegno e la loro lotta. Voi dovete senza indugio riflettere profondamente sul vostro futuro e su quello dell'umanità. E' suonata per voi l'ora di ridivenire quello che eravate al tempo di Lenin e Stalin, questi gloriosi militanti della rivoluzione proletaria; non dovete quindi più sopportare il giogo dei nemici della rivoluzione e dei popoli, dei nemici della libertà e dell'indipendenza degli Stati. Non dovete diventare gli strumenti di un imperialismo, che cerca di asservire i popoli, servendosi a tal fine dei leninismo come di una maschera.
Se voi seguirete la via della rivoluzione e del marxismo-leninismo, se voi stabilirete stretti legami con il proletariato mondiale, allora l'imperialismo americano e in generale il capitalismo in fase di imputridimento saranno scossi dalle fondamenta, il mondo muterà volto, il socialismo vincerà.
A voi popoli sovietici, operai, colcosiani, soldati sovietici, incombono grandi responsabilità e compiti rilevanti verso l'umanità. Per assolverli in modo onorevole, voi dovrete scuotere il giogo della barbara cricca che grava attualmente sul vecchio e glorioso Partito Bolscevico di Lenin e Stalin e su di voi.
Il partito, da voi, non è più un partito marxista-leninista. Voi dovete edificare, attraverso la lotta, un nuovo partito di tipo leninista e staliniano. Dovete rendervi conto che l'Unione Sovietica non costituisce più un insieme di popoli uniti nella libertà, che vivono in totale armonia fra loro. E' stato il bolscevismo a creare l'unione fraterna dei popoli dell'Unione Sovietica. Il revisionismo invece ha fatto il contrario, ha diviso i popoli del vostro paese, ha stimolato lo sciovinismo in ogni repubblica, attizzando l'ostilità fra di esse e seminando negli altri popoli l'odio verso il popolo russo, che aveva fatto loro da guida nella rivoluzione sotto la direzione di Lenin e di Stalin.
Acconsentirete ad essere scherniti ancora da questa gente? Vorrete permettere ancora che nel vostro paese sia ulteriormente approfondito, sulla scia dei revisionisti, il processo di imborghesimento in tutti i campi? Accetterete voi il giogo di un nuovo capitale, dissimulato sotto il manto del socialismo?
Noi, i comunisti e il popolo albanesi, come pure tutti i comunisti e i popoli amanti della libertà nel mondo, abbiamo nutrito un grande affetto per la vera Unione Sovietica socialista dell'epoca di Lenin e di Stalin. Noi procediamo risolutamente sulla via tracciata da Lenin e Stalin, abbiamo fiducia nelle grandi forze rivoluzionarie dei popoli sovietici, del proletariato sovietico; perciò siamo convinti che questa forza gradualmente si manifesterà e che essa, con la sua lotta e a prezzo di sacrifici, si eleverà all'altezza delle esigenze dell'epoca e distruggerà dalle fondamenta il socialimperialismo sovietico.
La rivoluzione e i sacrifici, lungi dall'indebolire il vostro paese, faranno invece rinascere la vera Unione Sovietica socialista. La dittatura socialimperialista verrà abbattuta e l'Unione Sovietica moltiplicherà cosi le sue forze. In questa gloriosa opera voi sarete sostenuti da tutti i popoli del mondo, dal proletariato mondiale. E' in questo capovolgimento rivoluzionario che si esprimono con forza le idee del socialismo e del comunismo e non nelle frasi vuote e nelle azioni malvagie della cricca che vi opprime. Solo così, procedendo su questa via, i veri comunisti, i marxisti-leninisti ovunque nel mondo, saranno in grado di vincere l'imperialismo e il capitalismo mondiale. Essi aiuteranno i popoli del mondo a liberarsi l'uno dopo l'altro, aiuteranno la grande Cina a ritrovare la via del vero socialismo affinché non diventi una grande potenza che opprime anch'essa il mondo né un terzo partner nelle guerre di rapina che stanno preparando l'imperialismo americano, il socialimperialismo sovietico e la cricca di Hua Guofeng e Deng Xiaoping, attualmente al potere in Cina.
Noi, comunisti albanesi, da fedeli discepoli di Lenin e Stalin e da soldati della rivoluzione, vi invitiamo, in questo glorioso anniversario, a riflettere su questi problemi di grande rilevanza per voi e per il mondo intero, poiché siamo i vostri fratelli, i vostri compagni nella lotta per la causa della rivoluzione proletaria e della liberazione dei popoli. Se voi procederete sulla via della guerra imperialista di rapina, in cui vi conducono i vostri dirigenti rinnegati, senza dubbio noi continueremo ad essere i nemici dei vostro sistema e delle vostre azioni controrivoluzionarie. Questo è chiaro come la luce del giorno. E non può essere diversamente.
Quando siamo convinti di essere nel giusto, noi comunisti albanesi, che siamo legati al popolo come la carne all'unghia, non ci lasciamo fermare da nessuna bufera, per quanto violenta sia. E siamo convinti che supereremo le bufere, come le avrebbero superate il Partito dei bolscevichi e il potere dei Soviet, come le avrebbero superate Lenin e Stalin, questi grandi condottieri della rivoluzione.
RICORDI
tratti dai miei incontri con
Stalin
IL PRIMO INCONTRO
Luglio 1947
La situazione esterna della RP d'Albania. I rapporti con gli Stati confinanti e gli angloamericani. L'incidente del canale di Corfù - Alla Corte dell'Aia. La situazione politica, economica, sociale e di classe in Albania. Stalin mostra un grande interesse per il nostro paese, per il nostro popolo e per il nostro Partito, e li stima molto. "Non è logico che un partito al potere resti nella clandestinità". "Il vostro Partito Comunista si potrebbe chiamare Partito del Lavoro".
Il 14 luglio 1947 giunsi a Mosca a capo della prima delegazione ufficiale del Governo della Repubblica Popolare e del Partito Comunista d'Albania per una visita di amicizia in Unione Sovietica.
L'idea di incontrare il grande Stalin suscitava una gioia indicibile nei miei compagni e in me, che eravamo stati designati dal Comitato Centrale del Partito per questa visita a Mosca. Non avevamo mai cessato di sognare giorno e notte, da quando eravamo stati iniziati alla teoria marxista-leninista, di incontrare Stalin. E tale desiderio era andato crescendo nel corso della nostra lotta antifascista di liberazione nazionale. Dopo le insigni figure di Marx, Engels e Lenin, quella del compagno Stalin ci era estremamente cara e noi nutrivamo nei suoi riguardi un illimitato rispetto, poiché i suoi insegnamenti ci erano serviti come guida nella fondazione dei Partito Comunista d'Albania, quale partito di tipo leninista, ed erano stati per noi fonte di ispirazione durante la Lotta di liberazione nazionale e restano sempre preziosi ora nella costruzione del socialismo.
Le nostre conversazioni con Stalin e i suoi consigli ci avrebbero fatto da guida nell'arduo ed immenso lavoro che stavamo facendo per il consolidamento delle vittorie conseguite .
Proprio per tali motivi la nostra prima visita in Unione Sovietica suscitava un'indicibile gioia, una soddisfazione enorme non solo tra i comunisti e in noi stessi, membri della delegazione, ma anche in tutto il popolo albanese, che l'aspettava con impazienza e che l'approvò con grande entusiasmo.
Stalin e il Governo sovietico, come vedemmo con i nostri occhi e sentimmo nei nostri cuori, accolsero la nostra delegazione con grande cordialità, calore e affetto. Durante i dodici giorni del nostro soggiorno a Mosca, incontrammo Stalin a più riprese ed i colloqui che avemmo con lui, come pure le sue raccomandazioni ed i suoi consigli sinceri e amichevoli, sono rimasti e rimarranno per sempre preziosi.
Conserverò del giorno del mio primo incontro con Giuseppe Vissarionovich Stalin un ricordo indimenticabile. Era il 16 luglio 1947: ci trovavamo a Mosca da tre giorni. Sin dall'inizio fu una giornata straordinaria. In mattinata ci recammo al Mausoleo del grande Lenin per inchinarci davanti alla sua salma e rendere un deferente omaggio al grande e geniale dirigente della rivoluzione, a quest'uomo il cui nome e la cui opera colossale erano profondamente incisi nelle nostre menti e nei nostri cuori e che ci avevano illuminati e ci illuminavano sulla gloriosa via della lotta per la libertà, della rivoluzione e del socialismo. A nome del popolo albanese, del nostro Partito Comunista e a mio nome personale deposi in quest'occasione una corona di fiori ai piedi del Mausoleo dell'immortale Lenin. Poi, dopo aver visitato le tombe dei valorosi combattenti della Rivoluzione Socialista d'Ottobre, quelle degli insigni militanti del Partito Bolscevico e dello Stato Sovietico, ai piedi delle mura del Cremlino, ci recammo al Museo centrale di Vladimir Ilich Lenin. Occorsero più di due ore per visitare tutte le sale, per guardare da vicino i documenti e gli oggetti che vi erano esposti e che illustravano in dettaglio la vita e l'insigne opera del grande Lenin. Prima di uscire, nel Libro delle impressioni scrissi fra l'altro queste parole: "La causa di Lenin resterà immortale fra le generazioni future. Il suo ricordo vivrà per sempre nel cuore del popolo albanese".
Quello stesso giorno, ricco di impressioni e di indelebili emozioni, noi fummo ricevuti dal discepolo e fedele continuatore dell'opera di Lenin, da Giuseppe Vissarionovich Stalin, che si intrattenne a lungo con noi.
Sin dall'inizio egli creò intorno a noi un'atmosfera così amichevole che ben presto ci sentimmo liberati da quel senso di naturale emozione che provammo entrando nel suo studio, una grande sala con un tavolo da riunioni, vicino al quale c'era un altro tavolo da lavoro. Appena qualche minuto dopo lo scambio delle prime parole, eravamo così distesi che ci sembrava di conversare non con il grande Stalin, ma con un vecchio amico con il quale ci eravamo già intrattenuti parecchie volte. Oltre che essere allora relativamente giovane, ero il rappresentante di un piccolo partito e di un piccolo popolo. E' per questo che Stalin, al fine di crearmi un'atmosfera la più calorosa e amichevole possibile, accompagnava il suo discorso con battute; poi si mise a parlare con grande amore e profondo rispetto del nostro popolo, delle sue antiche tradizioni combattenti e dei suo eroismo nella Lotta di liberazione nazionale. Parlava con calma, in tono pacato e con un calore particolarmente comunicativo.
Il compagno Stalin mi disse fra l'altro che provava una profonda simpatia per il nostro popolo, questo antichissimo popolo dei Balcani con una lunga storia fatta di atti di valore.
- Conosco soprattutto l'eroismo di cui il popolo albanese ha dato prova nel corso della sua Lotta di liberazione nazionale, proseguì, ma tale conoscenza non è sufficientemente vasta e profonda; perciò vorrei sentirvi discorrere un po' del vostro paese, del vostro popolo e dei problemi che vi preoccupano oggi.
Presi quindi la parola e descrissi al compagno Stalin la lunga e gloriosa via percorsa dal nostro popolo nella sua storia, le sue incessanti lotte per la libertà e l'indipendenza. Mi soffermai particolarmente sul periodo della nostra Lotta di liberazione nazionale, gli parlai della fondazione del nostro Partito Comunista, quale partito di tipo leninista, del ruolo decisivo da esso svolto in quanto unica forza dirigente nella lotta, come pure degli sforzi del popolo albanese per conquistare la libertà e l'indipendenza della patria, per rovesciare il vecchio potere feudale-borghese, per instaurare il nuovo potere popolare; un ruolo che esso continua a svolgere al fine di condurre il paese con successo verso profonde trasformazioni socialiste. In quest'occasione ringraziai ancora una volta il compagno Stalin e gli espressi la profonda gratitudine dei comunisti e dell'intero popolo albanese per il caloroso appoggio che il Partito Comunista dell'Unione Sovietica, il Governo sovietico e lui stesso avevano dato al nostro popolo e al nostro Partito sia durante la guerra che dopo la liberazione della patria.
Proseguendo parlai al compagno Stalin delle profonde trasformazioni politiche, economiche e sociali che erano state compiute e che erano in corso di realizzazione passo dopo passo durante i primi anni di potere popolare. "La situazione interna sul piano politico ed economico in Albania, gli dissi fra l'altro, conosce miglioramenti evidenti. Questi sono dovuti alla giusta comprensione della necessità di sormontare le difficoltà e ai grandi sforzi del popolo e del Partito per superarle con il loro instancabile lavoro. Il nostro popolo è deciso a procedere sulla sua via ed ha un'incrollabile fiducia nel Partito Comunista, nel Governo della nostra Repubblica popolare, nelle sue forze costruttive, nei suoi sinceri amici e, animato di un alto spirito di mobilitazione, di abnegazione e di entusiasmo, egli assolve ogni giorno i compiti che gli incombono.
Il compagno Stalin si rallegrò dei successi del nostro popolo e del nostro Partito nella loro opera di costruzione e chiese poi che gli parlassi un po’ più a lungo della situazione delle classi nel nostro paese. Voleva soprattutto sapere qual'era la situazione della classe operaia e delle nostre masse contadine. Mi rivolse una serie di domande a proposito di queste due classi della nostra società; ci scambiammo in merito a queste classi un buon numero di idee che ci sarebbero state utili in seguito per svolgere un solido lavoro in seno alla classe operaia e ai contadini poveri e medi, ed anche per definire i nostri atteggiamenti nei confronti degli elementi agiati nelle città e dei kulak nelle campagne.
- La schiacciante maggioranza della nostra popolazione, dissi fra l'altro al compagno Stalin in risposta al e sue domande, è costituita da contadini poveri e poi da contadini medi. La nostra classe operaia è numericamente esigua; da noi vi è anche un certo numero di piccoli artigiani, dei cittadini che si occupano di commercio al minuto e una minoranza di intellettuali. Tutte queste masse di lavoratori hanno risposto all'appello del nostro Partito Comunista, si sono mobilitate nella lotta per la liberazione della patria e oggi sono strettamente legate con il Partito e il potere popolare.
- Vanta la classe operaia albanese delle tradizioni nella lotta di classe? - chiese il compagno Stalin.
- Prima della liberazione del paese, risposi, questa classe era numericamente molto esigua; era stata appena creata ed era composta di un certo numero di operai salariati, di apprendisti o di artigiani sparpagliati in piccole botteghe e aziende. Un tempo, in alcune città del paese, gli operai scendevano in scioperi, ma si trattava di movimenti isolati e di scarsa entità, e ciò sia per il numero esiguo degli operai che per la mancanza di una loro organizzazione in sindacati. Nonostante ciò, spiegai al compagno Stalin, il nostro Partito Comunista è stato fondato come un partito della classe operaia che si ispirava all'ideologia marxista-leninista e che esprimeva e difendeva gli interessi del proletariato e delle vaste masse lavoratrici, innanzi tutto quelli delle masse contadine albanesi, che costituivano la maggior parte della nostra popolazione.
Il compagno Stalin espresse il desiderio di essere informato della situazione dei contadini poveri e medi nel nostro paese.
Rispondendo alle sue domande, lo misi al corrente della politica seguita del nostro Partito sin dalla sua fondazione, dell'importante lavoro svolto da esso sotto tutti gli aspetti per appoggiarsi sulle masse contadine e guadagnarsi la loro simpatia.
- Abbiamo agito in tal modo, dissi, non solo perché partivamo dal principio marxista-leninista secondo cui le masse contadine sono le alleate più vicine e più naturali del proletariato nella rivoluzione, ma, anche per il fatto che in Albania i contadini costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione; questi si sono caratterizzati nei secoli per le brillanti tradizioni patriottiche e rivoluzionarie. - Poi riferii al compagno Stalin della condizione economica di questi contadini prima della liberazione e del loro livello culturale e tecnico. Pur ponendo l'accento sulle alte qualità dei nostri contadini, come gente patriota, operosa, strettamente attaccata alla terra e alla patria, assetata di libertà e di progresso, gli parlai anche delle sopravvivenze accentuate del passato e del ritardo economico e culturale delle nostre
masse contadine, nonché della mentalità piccolo borghese coltivata nella loro coscienza. "Il nostro Partito, sottolineai, ha dovuto lottare con tutte le sue forze contro questo stato di cose ed abbiamo conseguito dei successi in tal senso, ma ciò nondimeno siamo consci del fatto che dobbiamo lavorare di più e con maggior impegno per far prendere coscienza ai contadini e indurli ad abbracciare la linea del Partito ed applicarla ad ogni passo".
Prendendo la parola, il compagno Stalin disse che all'inizio i contadini, in genere, temono molto il comunismo, pensano che i comunisti li priveranno della terra e di tutti i loro beni. "I nemici, proseguì, si adoperano in tutti i modi per convincere i contadini alle loro idee così che si allontanino dall'alleanza con la classe operaia, dalla politica del Partito e dalla via del socialismo. Da qui la grandissima importanza del lavoro accurato e lungimirante che il Partito Comunista deve compiere con i contadini, come avete detto voi stesso, affinché questi si leghino in modo indissolubile al Partito e alla classe operaia".
Colsi l'occasione e descrissi in linee generali al compagno Stalin la struttura sociale del nostro Partito, gli spiegai che tale struttura rispondeva in pieno alla stessa struttura sociale del nostro popolo. "Ecco la ragione perché attualmente, dissi, i comunisti di estrazione contadina costituiscono la maggioranza degli iscritti. La politica del nostro Partito in questa direzione consiste nell'accrescere passo dopo passo, parallelamente alla crescita della classe operaia, il numero dei suoi membri di condizione operaia".
Apprezzando la giusta politica attuata dal nostro Partito verso le masse in generale, e in particolare verso le masse contadine, il compagno Stalin ci diede amichevolmente una serie di consigli utili per il nostro lavoro futuro. Ci suggerì fra l'altro di dare al nostro Partito Comunista il nome di "Partito del Lavoro d'Albania", dato che la maggior parte dei suoi membri erano di origine contadina. "Comunque, egli osservò, questa è un'idea mia, perché spetta a voi, al vostro Partito, dire l'ultima parola in merito".
Dopo aver ringraziato il compagno Stalin di questo suo prezioso suggerimento, gli dissi:
- Sottoporremo questa vostra proposta al I Congresso del Partito* *( E' stato tenuto dall'8 al 22 novembre 1948) che stiamo preparando e sono convinto che sia la base del Partito che la sua direzione la troveranno saggia e l'approveranno. - Poi esposi al compagno Stalin il nostro punto di vista sulla totale legalizzazione del nostro Partito al suo I Congresso in preparazione.
- In realtà, gli dissi fra l'altro, il nostro Partito Comunista è stato e resta l'unica forza dirigente di tutta la vita del paese; dal punto di vista formale però esso si trova ancora in una situazione di semiclandestinità. Non ci sembra affatto giusto prolungare questa situazione*.*( L11° Plenum del CC del PCA, tenutosi dal 13 al 24 settembre 1948 e il I Congresso del PCA decisero la totale e immediata legalizzazione del PCA. Il mantenimento del Partito fino allora in uno stato di semiclandestinità fu ritenuto sia dal plenum che dal Congresso un errore dovuto alle pressioni e all'influenza della direzione trotzkista jugoslava; la quale, per scopi ben definiti, considerando il Fronte come la principale forza dirigente del paese, cercava di far fondere il Partito Comunista nel Fronte, di sottovalutare e di negare quindi il Partito comunista stesso ed il suo ruolo dirigente sia nel Fronte che in tutta la vita del paese.)
- Giusto, giustissimo, rispose il compagno Stalin. Non è logico che un partito al potere resti nella clandestinità, o lo si consideri illegale.
Passando ad altre questioni, relative alle nostre forze armate, spiegai al compagno Stalin che il nostro esercito, uscito dalla lotta, era composto nella sua stragrande maggioranza di contadini poveri, di giovani operai e di intellettuali delle città.
I quadri dell'esercito, gli ufficiali che comandano, sono usciti anch'essi dalla lotta ed è in guerra che hanno acquisito l'esperienza del comando.
Gli parlai inoltre degli istruttori sovietici che si trovavano da noi da qualche tempo e gli chiesi di inviarcene ancora degli altri. "Siccome ci manca la dovuta esperienza in materia, dissi, il livello del nostro lavoro politico nell'esercito non è all'altezza richiesta, quindi la pregherei di prendere in considerazione la questione e di aiutarci ad elevare il livello di questo lavoro. Da noi ci sono anche degli istruttori jugoslavi, aggiunsi, e non posso dire che sono sprovvisti di esperienza, ma, a dire il vero, la loro esperienza è limitata. Anch'essi sono usciti da una grande lotta di liberazione nazionale, ma malgrado ciò non sono all'altezza degli ufficiali sovietici".
Dopo avergli parlato del morale elevato del nostro esercito, della disciplina e di una serie di altri problemi, domandai al compagno Stalin di designare un compagno sovietico con il quale poter discutere più a lungo e in modo più dettagliato dei problemi del nostro esercito e delle sue necessità future.
Accennai poi al problema del rafforzamento del nostro litorale.
- In modo particolare dobbiamo rafforzare l'isola di Sazan, la fascia costiera di Vlora e di Durrës, poiché si tratta di posizioni molto delicate. E' proprio da qui che il nemico ci ha attaccato due volte. E forse di là dovremo sostenere un attacco eventuale da parte degli angloamericani e degli italiani.
- Per quanto riguarda il rafforzamento del vostro litorale, disse fra l'altro il compagno Stalin, condivido la vostra opinione. Noi, da parte nostra, vi aiuteremo, ma dovranno essere gli albanesi e non i sovietici ad utilizzare le armi e gli altri mezzi di difesa che vi forniremo. Siccome il meccanismo di alcuni di questi mezzi è complicato, dovreste inviare i vostri uomini qui da noi ad impararne l'uso.
Circa la richiesta di invio di istruttori politici presso il nostro esercito, il compagno Stalin mi spiegò che essi non potevano più continuare a farlo perché, per compiere un lavoro utile, questi istruttori innanzi tutto dovevano conoscere bene la lingua albanese, la situazione interna e la vita del popolo albanese. "Perciò sarebbe meglio, egli disse, che foste voi ad inviare i vostri uomini in Unione Sovietica per acquisire la nostra esperienza in materia e poi applicarla nelle strutture dell’esercito popolare albanese".
Poi il compagno Stalin volle essere informato delle attività della reazione interna in Albania e del nostro atteggiamento nei suoi confronti.
- La reazione interna. risposi. l'abbiamo colpita e continueremo a colpirla duramente. Abbiamo ottenuto dei successi nella lotta volta a smascherarla e a schiacciarla. Quanto alla liquidazione fisica dei nemici, questa è stata realizzata sia nel corso degli scontri diretti fra le nostre forze e le bande armate dei criminali, sia eseguendo le sentenze emesse dai tribunali popolari alla fine dei processi contro i traditori ed i stretti collaboratori degli occupanti. Nonostante i successi conseguiti in questa direzione, non possiamo dire che la reazione interna se ne stia con le braccia conserte. Non è certo in grado di organizzarsi per colpirci pericolosamente, nondimeno continua la sua propaganda contro di noi.
"Il nemico esterno appoggia il nemico interno al fine di realizzare i propri obiettivi. La reazione esterna si sforza di aiutare, di incoraggiare e di organizzare i nemici interni tramite i suoi agenti introdotti nel paese per via terra e dal cielo. Di fronte ai tentativi del nemico, abbiamo maggiormente acuito la vigilanza delle masse lavoratrici. Il popolo ha catturato questi agenti e li ha deferiti alla giustizia. I processi celebrati e le condanne pronunciate pubblicamente hanno prodotto un notevole effetto educativo fra la popolazione, hanno rafforzato la sua fiducia nella forza e nello spirito di giustizia del nostro potere popolare, e il suo rispetto verso di esso. Allo stesso tempo questi processi hanno smascherato e demoralizzato le forze reazionarie interne ed esterne".
Proseguendo questo colloquio con il compagno Stalin, trattammo a lungo i problemi della situazione internazionale e in particolare i rapporti del nostro Stato con i paesi vicini. Anzitutto feci un'esposizione della situazione alle nostre frontiere, gli parlai dei rapporti che intrattenevamo con la Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia, soffermandomi però in modo particolare sui nostri rapporti con la Grecia al fine di spiegargli la situazione alla nostra frontiera meridionale. Sottolineai che i monarco-fascisti greci, non essendo riusciti a realizzare il loro sogno della "megale idea" ("grande idea") - quella cioè di annettersi l'Albania meridionale, continuavano le loro innumerevoli provocazioni alle nostre frontiere. "Il loro obiettivo, dissi al compagno Stalin, è di provocare un conflitto alle nostre frontiere e di creare, ancor prima che la guerra sia conclusa, una situazione tesa nei rapporti fra la Grecia e noi". Gli spiegai che dal canto nostro ci sforzavamo, nei limiti del possibile, di evitare le provocazioni dei monarco-fascisti greci, di non rispondere alle loro provocazioni. Solo quando, ogni tanto, colmano la misura e uccidono i nostri uomini, noi prendiamo delle contromisure e rispondiamo al fuoco per far capire a questa gente che l'Albania e i suoi confini sono inviolabili. Se intendono intraprendere delle azioni pericolose contro l'indipendenza dell'Albania, ebbene sappiano che noi siamo capaci di difendere la nostra patria.
"Nei loro disegni e nei loro tentativi di riversare sull'Albania la responsabilità della guerra civile che è scoppiata in Grecia, di screditare il nostro potere popolare nelle riunioni del Consiglio di Sicurezza e delle altre conferenze internazionali, i monarco-fascisti sono incoraggiati e sostenuti dalle potenze imperialiste". Dopo aver lungamente spiegato queste situazioni a Stalin, lo informai nelle linee generali dei nostri atteggiamenti alla commissione d'inchiesta e alle sottocommissioni appositamente istituite per esaminare i rapporti tesi fra l'Albania e la Grecia.
Riferii al compagno Stalin tutto quello che sapevamo sulla situazione dei democratici greci, poi gli parlai anche del nostro sostegno alla loro giusta lotta. Non mancai di esprimergli apertamente la nostra posizione su una serie di punti di vista dei compagni del Partito comunista di Grecia, che ci sembravano errati. Ugualmente gli espressi il mio parere sulle prospettive della lotta dei democratici greci.
Sebbene il compagno Stalin fosse stato sicuramente informato dai compagni Molotov, Viscinski ed altri degli atteggiamenti brutali e infami degli imperialisti americani e inglesi verso l'Albania* *( Cfr. Enver Hoxha: -I1 pericolo angloamericano in Albania(Memorie). Edizioni -8 Nëntori-, Tirana 1982, in italiano.), non esitai a tornare sull'argomento, ponendo l'accento sulle loro posizioni ostili ed anche brutali e subdole verso di noi alla Conferenza di Parigi. Al tempo stesso gli feci notare che la situazione nei nostri rapporti con gli angloamericani non era cambiata in nulla, che noi consideravamo sempre minaccioso il loro atteggiamento. Non contenti di continuare una propaganda molto ostile contro l'Albania in campo internazionale, gli angloamericani intraprendevano attraverso l'Italia e la Grecia delle provocazioni per via terra e dal cielo, con l'aiuto di elementi sovversivi albanesi, zoghisti, ballisti e fascisti in emigrazione e che avevano raccolto, organizzato e addestrato nei campi di raccolta creati a tal fine in Italia e altrove.
Accennai inoltre al problema del cosiddetto incidente di Corfù, che gli imperialisti inglesi avevano portato davanti al Consiglio di Sicurezza dell'ONU, ed anche all'esame della Corte internazionale di giustizia dell'Aia. <<L’incidente di Corfù, aggiunsi, è stato inventato di sana pianta dagli inglesi a scopo di provocazione contro il nostro paese e per trovare un pretesto per un eventuale intervento militare nella città di Saranda. Non siamo stati noi a posare le mine nel mar Ionio. Quanto a quelle che sono scoppiate, o sono state collocate dai tedeschi sin dal tempo della guerra, oppure sono stati gli inglesi a farlo intenzionalmente affinché scoppiassero nel momento in cui alcune delle loro navi avrebbero attraversato le nostre acque territoriali al largo di Saranda. Non c'era nessuna ragione che queste navi passassero lungo la nostra costa, tanto più che non ci avevano preavvisati.
Dopo lo scoppio delle mine, gli inglesi pretesero di aver subito dei danni materiali e delle perdite umane. Cercavano quindi di gonfiare l'incidente. Non sappiamo se gli inglesi abbiano veramente subito i danni di cui parlano, noi non ci crediamo. Ma anche se le loro affermazioni fossero vere, noi non possiamo assolutamente essere ritenuti responsabili dell'accaduto.
"Stiamo difendendo il nostro buon diritto presso la Corte internazionale di giustizia dell'Aia; questo tribunale però è manipolato dagli imperialisti angloamericani, che inventano le più svariate accuse per coprire le loro provocazioni e costringerci ad indennizzare gli inglesi".
Parlai inoltre al compagno Stalin della Conferenza di Mosca*,*( Dal 10 marzo al 24 aprile 1947 si riunì a Mosca la Conferenza dei ministri degli esteri dell'Unione Sovietica, degli Stati Uniti, di Gran Bretagna e di Francia. Questa Conferenza discusse questioni concernenti il Trattato di Pace con la Germania. I rappresentanti dell'Unione Sovietica, Molotov e Viscinski, sostennero a questa conferenza il diritto dell'Albania di partecipare alla Conferenza di Pace con la Germania. Questa posizione fu ugualmente sostenuta dal rappresentante francese. ma i rappresentanti della Gran Bretagna e degli Stati Uniti si opposero.) gli esposi, con l'appoggio di argomenti, il nostro punto di vista sulla dottrina Truman a proposito della Grecia e sulle ingerenze degli angloamericani negli affari interni della Repubblica Popolare d'Albania; al tempo stesso gli spiegai la nostra posizione nei confronti del piano Marshall, sottolineando che non avremo accettato "aiuti" nel quadro di questo piano infame.
Discussi con il compagno Stalin anche il problema dell'estradizione dei criminali di guerra, che erano fuggiti dal nostro paese. Noi chiedevamo, a buon diritto, ai governi dei paesi che davano asilo a questi criminali, di consegnarceli affinché rendessero conto al popolo dei loro crimini, benché fossimo convinti che non avrebbero accondisceso mai a tale richiesta, poiché questi criminali costituivano dei contingenti degli angloamericani e del fascismo in generale.
Illustrai inoltre al compagno Stalin il punto di vista del nostro Partito sui rapporti del nostro paese con l'Italia. "Questo paese, dissi, ci ha attaccato a due riprese. Ci ha messo a ferro e a fuoco, ma noi siamo marxisti, internazionalisti e, in quanto tali, desideriamo intrattenere dei rapporti di amicizia con il popolo italiano. L'attuale governo italiano, sottolineai, mantiene degli atteggiamenti reazionari verso di noi; le sue mire verso il nostro paese non differiscono da quelle dei precedenti governi italiani. Essendo sotto l'influenza degli angloamericani, questo governo vorrebbe vedere l'Albania, in un modo o nell'altro, assoggettata ai suoi interessi, cosa che non accadrà mai. E' a tal fine, proseguii, che gli angloamericani, di concerto con il governo di Roma mantengono e addestrano nel territorio italiano dei contingenti di fuorusciti, che vengono paracadutati poi come agenti sovversivi in Albania. Pur cercando di gettare la pietra e nascondere la mano, essi moltiplicano le loro attività ostili contro il nostro paese, ma non ci è difficile indovinare quali sono le loro mire. Noi desideriamo stabilire relazioni diplomatiche con questo paese, ma i governi italiani hanno una concezione negativa del problema".
Dopo avermi ascoltato con la massima attenzione, Stalin disse che gli americani e gli inglesi; indipendentemente dalle difficoltà e dagli ostacoli che ci creavano, non potevano attaccarci nelle condizioni esistenti. "Di fronte al vostro Atteggiamento risoluto, disse, non oseranno sbarcare sul vostro territorio, quindi non c'è motivo di preoccuparsi; tuttavia dovete difendere la vostra patria, prendere tutte le misure per rafforzare il vostro esercito e i vostri confini, poiché esiste il pericolo di guerra da parte degli imperialisti.
-I monarco-fascisti greci, aggiunse, stimolati e incoraggiati dagli imperialisti americani e inglesi, continueranno le loro provocazioni per crearvi degli ostacoli e non lasciarvi in pace. Gli attuali governanti di Atene hanno in seno il germe del male, poiché la guerra civile che si è scatenata nel loro paese, è diretta contro di essi e contro i loro padroni inglesi e americani.
"Per quel che riguarda l'Italia, disse il compagno Stalin, le cose stanno proprio come voi pensate. Gli angloamericani cercheranno di installarvi delle basi, di organizzare la reazione e di rafforzare il governo De Gasperi. Dovete stare molto attenti a questo riguardo e informarvi di quello che combinano là i fuorusciti albanesi. Finché non saranno conclusi i trattati, la situazione non può essere considerata normalizzata. A mio parere, per il momento non dovete allacciare rapporti con questo paese, perciò non affrettatevi".
- Anche noi la pensiamo così, dissi al compagno Stalin, non dobbiamo affrettare il passo nell'evoluzione dei nostri rapporti con l'Italia; perciò intendiamo prendere, in genere, delle misure per rafforzare i nostri confini.
"Abbiamo avanzato agli jugoslavi, proseguii. la proposta di stabilire dei contatti e cooperare per la difesa delle nostre frontiere contro un eventuale attacco greco o italiano, ma essi non hanno risposto alla nostra proposta, e ciò con il pretesto di voler discutere con noi la questione dopo averla studiata. La collaborazione da noi proposta consiste nello scambio di informazioni con gli jugoslavi sui pericoli che possono minacciarci ad opera dei nemici esterni, affinché dentro le proprie frontiere e con il proprio esercito ognuno possa prendere le adeguate misure atte a fronteggiare qualsiasi evenienza". Inoltre lo informai che avevamo schierato due delle nostre divisioni lungo le nostre frontiere meridionali.
D'altra parte, durante la conversazione sottolineai il fatto che alcuni aerei jugoslavi erano atterrati all'aeroporto di Tirana contrariamente alle regole conosciute in vigore nei rapporti fra gli Stati. "Di tanto in tanto, dissi, i compagni jugoslavi si lasciano andare, senza avvisarci, ad azioni riprovevoli di questo genere. Non è giusto che gli aerei jugoslavi sorvolino il territorio albanese senza informare il nostro Governo. Abbiamo fatto rilevare queste violazioni ai compagni jugoslavi, e questi hanno ammesso di aver sbagliato. Amicizia a parte, non possiamo permettere loro di violare la nostra integrità territoriale. Noi siamo degli Stati indipendenti è ciascuno di noi, senza pregiudicare i nostri rapporti di amicizia, deve difendere la sua sovranità e i suoi diritti, rispettando al tempo stesso la sovranità e i diritti dell'altro.
- Non è forse contento il vostro popolo dei rapporti che intrattenete con la Jugoslavia? - mi chiese a quel punto il compagno Stalin. - E' un'ottima cosa per voi avere un vicino come la Jugoslavia amica, poiché l'Albania è un paese piccolo e, in quanto tale, ha bisogno di essere potentemente appoggiato dai suoi amici.
Gli risposi che rispondeva a verità il fatto che ogni paese, piccolo o grande, ha bisogno di amici e di alleati, e che noi consideravamo la Jugoslavia un paese amico.
Discutemmo con il compagno Stalin e il compagno Molotov, fin nei minimi particolari, dei problemi della ricostruzione del paese distrutto dalla guerra e dei problemi della costruzione della nuova Albania. Tracciai loro un quadro della situazione della nostra economia, delle prime trasformazioni socialiste in questo settore e delle grandi prospettive che si schiudevano al paese, dei successi conseguiti, dei grandi problemi e delle difficoltà che ci stavano di fronte.
Esprimendo la sua soddisfazione per i successi da noi ottenuti, Stalin mi faceva ogni tanto le più svariate domande. Volle essere informato in particolare della situazione della nostra agricoltura, delle condizioni climatiche del paese, delle colture agricole tradizionali del nostro popolo, e così via.
- Quali sono i cereali che voi coltivate di più? - mi chiese.
- Innanzi tutto il mais, poi il grano, la segala...
- Il mais non teme la siccità?
- E' vero che la siccità ci provoca spesso dei gravi danni, risposi, ma a causa dell'arretratezza della nostra agricoltura e dei nostri grandi bisogni in cereali panificabili, il nostro contadino si è abituato a cavare qualcosa di più dal mais che dal grano. Stiamo prendendo intanto delle misure per creare una rete di canali di drenaggio e d'irrigazione, per prosciugare le zone paludose e gli acquitrini del paese.
Stalin ascoltava le mie risposte, mi rivolgeva delle domande minuziose e spesso interveniva nel discorso per darci consigli molto preziosi. Mi ricordo che nel corso dei colloqui avuti con lui, mi chiese su quali basi era stata attuata la Riforma agraria, qual'era la percentuale delle terre distribuite ai contadini poveri e medi, se le istituzioni religiose erano state toccate da questa riforma, e così via.
Parlando dell'aiuto che lo Stato a democrazia popolare dà alle masse contadine e dei legami della classe operaia con queste, Stalin ci rivolse delle domande circa i trattori; voleva sapere se avevamo in Albania delle stazioni di macchine e di trattori e come le avevamo organizzate. Sentita la mia risposta, si mise a svolgere tale questione e ci diede una serie di consigli utili.
- Voi, disse fra l'altro, dovete creare delle stazioni di macchine e di trattori, rafforzarle e fare in modo che queste lavorino con i loro mezzi come si deve non solo le terre delle cooperative e dei contadini, ma anche quelle dello Stato. I trattoristi debbono essere posti al servizio delle masse contadine, conoscere l'agricoltura, le colture, le terre, e tradurre in concreto le loro conoscenze al fine di accrescere in ogni modo la produzione. Ciò è molto importante, altrimenti si registreranno effetti negativi ovunque. Quando abbiamo messo su le nostre prime stazioni di macchine e di trattori, proseguì, i trattori lavoravano spesso la terra dei contadini, ciò nonostante la produzione non cresceva. E ciò per il fatto che un buon trattorista deve sapere non solo guidare il suo mezzo, ma anche essere un buon coltivatore che sa in quale momento e in quale maniera va lavorata la terra.
"I trattoristi, prosegui Stalin, quali elementi della classe operaia, sono in continuo, quotidiano e diretto contatto con i contadini. Debbono quindi impegnarsi con tutta coscienza per temprare l'alleanza della loro classe con le masse contadine lavoratrici".
L'attenzione con la quale Stalin seguiva le nostre spiegazioni sulla nuova economia albanese e sulle vie del suo sviluppo, produssero una profonda impressione in noi. Rilevai fra l'altro in lui, sia nel corso della discussione su questi problemi che durante gli altri colloqui, un tratto meraviglioso: non si esprimeva mai con un tono di comando, né cercava di imporre il suo pensiero. Egli parlava, dava dei consigli, ed anche dei suggerimenti, accompagnandoli però sempre con queste parole: "Questo è il mio parere personale", "questo è il nostro parere. Quanto a voi, compagni, vedrete come stanno le cose e deciderete sul da fare voi stessi a seconda della vostra situazione concreta, in funzione delle vostre condizioni". Mostrava interesse per tutti i problemi.Mentre parlavo della situazione dei trasporti e delle grandi difficoltà a cui andavamo incontro in questo settore, Stalin mi chiese:
- Non so se in Albania costruite dei battelli?
- No.
- Avete o no dei pini?
- Sì, delle foreste intere.
- Allora, disse, voi possedete una buona base per costruire dei battelli per il trasporto marittimo.
Poi mi domandò come si presentava in Albania la rete ferroviaria, che moneta era in corso da noi, quali erano le nostre risorse minerarie; egli volle sapere se le nostre miniere erano state sfruttate dagli italiani, e così via.
Risposi a tutte le sue domande e Stalin concludendo la discussione, disse:
- Attualmente l'economia albanese è un'economia arretrata. Voi state compiendo il primo passo in tutti i settori. Perciò compagni, parallelamente alla vostra lotta e ai vostri sforzi, anche noi, dal canto nostro, vi aiuteremo per quanto ci sarà possibile a raddrizzare la vostra economia e a rafforzare il vostro esercito. Abbiamo esaminato le vostre richieste di aiuto, disse il compagno Stalin, ed abbiamo concordato di soddisfarle tutte. Vi aiuteremo ad equipaggiare la vostra industria e la vostra agricoltura con i mezzi necessari, a rafforzare il vostro esercito, a sviluppare l'insegnamento e la cultura. Vi forniremo a credito altre fabbriche e macchine che pagherete quando ne avrete la possibilità. Quanto agli armamenti, vi saranno consegnati gratuitamente e non avrete quindi niente da sborsare. Noi sappiamo bene che i vostri bisogni sono di gran lunga maggiori, ma per il momento è tutto quello che siamo in grado di fare, poiché noi stessi siamo ancora poveri a causa delle distruzioni causateci dalla guerra.
"Nello stesso tempo, proseguì il compagno Stalin, noi vi aiuteremo inviando nel vostro paese degli specialisti che contribuiranno ad accelerare lo sviluppo dell'economia e della cultura albanesi. Per quanto riguarda il petrolio, penso di inviarvi degli specialisti dell'Azerbaigian che sono dei maestri in materia. Dal canto suo, l'Albania deve inviare in Unione Sovietica figli di operai e di contadini affinché proseguano i loro studi e si istruiscano per promuovere il progresso del loro paese".
Durante il nostro soggiorno a Mosca, dopo ogni incontro e colloquio con il compagno Stalin, noi vedevamo sempre più da vicino in questo illustre rivoluzionario, in questo grande marxista, l'uomo semplice, cordiale, savio, il vero uomo. Egli amava il popolo sovietico con tutta la sua anima, gli consacrava tutte le sue forze e le sue energie, il suo cuore batteva solo per lui. E questi tratti si manifestavano in ogni colloquio, in ciascuna delle sue attività, dalle più importanti fino alle più comuni.
Alcuni giorni dopo il nostro arrivo a Mosca, presenziai in compagnia di Stalin e di altri dirigenti del Partito e dello Stato sovietici ad una manifestazione ginnico-sportiva a livello nazionale che si svolse allo Stadio centrale di Mosca. Con quanta passione egli segui la manifestazione! Per più di due ore tenne gli occhi inchiodati sugli esercizi degli atleti e, malgrado la pioggia che si mise a cadere verso la fine della manifestazione e le preghiere di Molotov affinché lasciasse lo stadio, egli continuò a seguire con attenzione fino alla fine lo spettacolo, a scherzare e a salutare con la mano. Mi ricordo che per ultimo nel programma c'era un cross-country di massa. La corsa volgeva al termine, gli atleti dovevano fare più volte il giro dello stadio, quando ai piedi della tribuna centrale passò un atleta rimasto in coda. Lungo e magro, egli avanzava a stento, le sue mani penzolavano avanti e indietro; malgrado tutto, egli si accaniva a correre, grondante di pioggia. Stalin lo guardava da lontano con un sorriso in cui traspariva la compassione e il calore del padre:
"Millij mooj"*, *(In russo: "Mio caro") egli fece fra sé, torna a casa, vai a riposarti e rimetterti un po'. Verrai un'altra volta! Ci saranno altri cross ... ".
Il rispetto di Stalin e il suo grande amore per il nostro popolo, l'interesse che manifestava per la storia e le usanze del popolo albanese, non si cancelleranno mai dalla mia memoria. In uno dei nostri incontri di quei giorni, nel corso della cena che Stalin offrì in onore della nostra delegazione, avemmo insieme una discussione molto interessante sull'origine del popolo albanese e la sua lingua.
- Quali sono le origini e la lingua del vostro popolo? - egli mi chiese fra l'altro. Ha esso qualche legame con i Baschi? Non credo che il popolo albanese sia venuto dalla lontana Asia, non è nemmeno di origine turca, poiché gli albanesi sono più antichi dei Turchi. Forse il vostro popolo ha delle origini comuni con gli Etruschi rimasti sulle vostre montagne, poiché una parte di essi si insediarono in Italia dove furono assimilati dai Romani ed altri andarono nella penisola iberica.
Dissi al compagno Stalin che il popolo albanese era di origine molto antica e che l'albanese era una lingua indoeuropea. "Esistono numerose teorie a tale proposito, ma la verità è che noi siamo di origine illirica. Il nostro popolo discende quindi dagli Illiri. Esiste pure una tesi secondo cui il popolo albanese è il popolo più antico dei Balcani e che l'origine preomerica degli albanesi risale ai Pelasgi.
"La teoria dei Pelasgi, gli spiegai in seguito, è stata per un certo tempo sostenuta da numerosi scienziati, in particolare dagli studiosi tedeschi. Alcuni dei nostri studiosi, conosciuti come specialisti di Omero, sono giunti alla stessa conclusione, e ciò basandosi su alcune parole impiegate nell'Iliade e nell'Odissea e che ritroviamo anche nell'odierna lingua del popolo albanese, come per esempio il vocabolo "gur" (pietra), ossia kamienj in russo. Omero mette questa parola davanti al suo equivalente in greco, il che ci dà "guri-petra". Basandosi su alcuni vocaboli come questo, tenendo conto anche dell'Oracolo di Dodona, dell'etimologia delle parole nonché della spiegazione filologica delle loro trasformazioni, questi scienziati sono giunti alla conclusione che noi discendiamo dai Pelasgi, che hanno preceduto i Greci nella penisola dei Balcani.
"Comunque sia, non ho mai inteso dire che gli Albanesi e i Baschi abbiano un'origine comune, risposi al compagno Stalin. Può darsi che esista anche quest'altra teoria cui avete accennato or ora e secondo la quale una parte degli Etruschi sarebbe rimasta in Albania, un'altra si sarebbe separata da essi per andare ad insediarsi in Italia, e che il resto infine si sarebbe trasferito di là nella penisola iberica, in Spagna. Anche questa teoria ha forse i suoi sostenitori, ma per quanto mi riguarda non ne sono al corrente".
A un certo punto Stalin mi disse:
- C'è da noi, nel Caucaso, una regione che si chiama Albania; ha forse essa qualche rapporto con il vostro paese?
- Questo lo ignoravo, risposi; sta di fatto però che molti albanesi sono stati costretti nel corso dei secoli, a causa della feroce occupazione ottomana, degli attacchi e delle feroci crociate dei sultani e dei pascià ottomani, ad abbandonare la loro patria per insediarsi in terra straniera, dove hanno costituito interi villaggi. E' quel che è successo con le migliaia di albanesi che hanno stabilito la loro dimora nell'Italia meridionale sin dal sec. XV, in seguito alla morte del nostro Eroe nazionale, Skanderbeg; attualmente zone intere di questo paese sono abitate dagli arbëresh d'Italia, i quali, pur vivendo da quattro a cinque secoli in terra straniera, continuano a conservare la loro lingua e gli antichi costumi dei loro avi. Allo stesso modo molti arbëresh si sono stabiliti in Grecia, dove zone intere sono popolate da albanesi; altri sono andati a stabilirsi in Turchia, in Romania, in Bulgaria, in America e altrove. Ma per quanto riguarda la regione del Caucaso che si chiama "Albania", gli dissi, non ne so nulla di concreto.
Stalin mi fece allora delle domande su una serie di parole albanesi. Voleva sapere quali erano i termini impiegati per designare gli strumenti di lavoro, gli articoli casalinghi e così via. Gli diedi la risposta in albanese mentre lui, dopo avermi ascoltato con attenzione, ripeteva questi vocaboli, li confrontava con i loro equivalenti nella lingua degli Albani del Caucaso. Ogni tanto sollecitava il parere di Molotov e di Mikoian sull'argomento. Si giunse alla conclusione che non esisteva alcuna similitudine nella radice delle parole confrontate.
Allora Stalin premette un bottone e subito dopo entrò il generale addetto alla sua persona; era alto di statura, estremamente premuroso e ci testimoniava molta benevolenza e simpatia.
- Il compagno Enver Hoxha ed io stiamo cercando di risolvere un problema, ma senza successo, disse Stalin al generale sorridendo. Entrate in contatto, vi prego, con il professore... (e fece il nome di un illustre linguista e storico sovietico, di cui non ricordo ora il nome) e chiedetegli da parte mia se c'è qualche legame tra gli Albani del Caucaso e quelli di Albania.
Il generale uscì, mentre Stalin prese un’arancia, me la mostrò e disse:
- In russo si chiama "apjelsin". E in albanese?
- " Portokall", risposi.
Egli confrontò di nuovo i due termini articolandoli, poi alzò le spalle. Erano trascorsi appena dieci minuti quando il generale rientrò.
- Ho appena ricevuto la risposta del professore, disse. Egli afferma che non vi è alcun dato che confermi l'esistenza di legami tra gli Albani del Caucaso e quelli di Albania. Ma ha aggiunto che in Ucraina, nella zona di Odessa, ci sono alcuni villaggi (sette circa) abitati da albanesi. Il professore dispone di dati esaurienti sull'argomento.
Raccomandai subito al nostro ambasciatore a Mosca di fare in modo che alcuni dei nostri studenti, che frequentavano la facoltà di storia in Unione Sovietica, facessero il periodo di pratica in questi villaggi allo scopo di chiarire come e quando questi albanesi si erano stabiliti ad Odessa, se conservavano la lingua e le usanze dei loro avi, ecc.
Stalin, come sempre molto attento, ci ascoltò e mi disse:
- Molto bene, è un'ottima idea. Vadano pure i vostri studenti a fare il loro tirocinio in questa regione, e insieme a loro anche alcuni dei nostri.
- Le scienze albanologiche, aggiunsi nel corso di questa conversazione per nulla protocollare con il compagno Stalin, nel passato non erano abbastanza sviluppate e di esse si sono occupate principalmente degli studiosi stranieri. Da qui la molteplicità delle teorie sulle origini del nostro popolo, della nostra lingua e cosi via. Comunque sia, una cosa è certa, tutte queste teorie concordano su un punto - che il popolo albanese e la sua lingua sono di antichissima origine. Il compito di pronunciarsi con certezza su questi problemi spetta ai nostri specialisti che il Partito e il nostro Stato prepareranno con cura, creando ad essi tutte le condizioni necessarie per il loro lavoro.
- L'Albania, disse Stalin, deve procedere poggiando sulle proprie gambe, perché ne ha tutte le possibilità.
- Sì, noi progrediremo ad ogni costo, risposi.
- Dal canto nostro, aggiunse con benevolenza il compagno Stalin, aiuteremo con tutto il cuore il popolo albanese, perché gli albanesi sono degli uomini meravigliosi.
La cena offerta dal compagno Stalin in onore della nostra delegazione si svolse in un clima molto caloroso, cordiale, intimo. Il primo brindisi egli lo fece al nostro popolo, al progresso e allo sviluppo del nostro paese, al Partito Comunista d'Albania. Poi alzò il bicchiere e brindò alla mia salute, alla salute di Hysni* *( Il compagno Hysni Kapo, allora viceministro degli Esteri della RP d'Albania, era membro della nostra delegazione che andò a Mosca nel luglio 1947.) e di tutti gli altri membri della delegazione albanese. Mi ricordo che poco dopo, avendogli parlato della strenua resistenza che il nostro popolo aveva opposto, per secoli interi, alle invasioni straniere, il compagno Stalin lo definì un popolo eroico e fece un altro brindisi alla sua salute. Mentre discorreva liberamente con me, ogni tanto si rivolgeva agli altri ospiti, scherzando con loro e formulando auguri. Era parco nel mangiare, ma teneva sempre davanti a sé un bicchiere di vino rosso e brindava sorridente ogni volta che si beveva alla salute di qualcuno.
Dopo cena il compagno Stalin ci invitò ad andare al cinema del Cremlino dove, oltre al cinegiornale, vedemmo un lungo metraggio sovietico intitolato "Il trattorista". Prendemmo posto tutt'e due sullo stesso canapè: rimasi colpito dall'attenzione con la quale Stalin seguiva questa nuova produzione della cinematografia sovietica. Alzava spesso la sua voce calda e ci commentava alcune sequenze delle vicende del film. Quello che gli piacque di più, era il modo in cui il protagonista, un trattorista di avanguardia, per guadagnarsi la fiducia dei compagni e degli agricoltori, non cessava di impegnarsi per familiarizzare con le usanze, il comportamento, le idee e le aspirazioni della gente della pianura. Lavorando e vivendo in mezzo ai contadini, questo trattorista finì per divenire un quadro dirigente onorato e rispettato. Ad un certo momento Stalin disse:
- Per poter dirigere, innanzi tutto bisogna conosce le masse, e per conoscerle bisogna avvicinarsi e vivere in mezzo ad esse.
Era mezzanotte passata quando ci alzammo per andar via. All'ultimo momento, Stalin ci invitò ad alzare i bicchieri e per la terza volta fece un brindisi "alla felicità dell'eroico popolo albanese".
Poi ci salutò tutti e, stringendomi la mano, disse:
- Trasmettete i miei cordiali saluti all'eroico popolo albanese, gli auguro molti successi.
La nostra delegazione, molto soddisfatta degli incontri e dei colloqui avuti con il compagno Stalin, lasciò Mosca il 26 luglio 1947 per far ritorno in Albania.
IL SECONDO INCONTRO
Marzo-aprile 1949
Il nostro atteggiamento verso la direzione jugoslava già durante la guerra. Il I Congresso del PC d'Albania. Politica del terrore in Kosova. A proposito delle divisioni jugoslave che dovevano essere inviate in Albania. I titisti miravano a rovesciare la situazione in Albania. Sulla guerra del popolo fratello greco. I punti di vista errati della direzione del PC di Grecia. Gli inglesi condizionano il riconoscimento dell'Albania alla creazione di basi militari nei nostri porti. La via dello sviluppo economico e culturale dell'Albania. Sulla situazione delle nostre masse contadine. Sulla storia, la cultura, la lingua e le usanze del popolo albanese.
Il 21 marzo 1949 ritornai a Mosca a capo di una delegazione ufficiale del Governo della Repubblica Popolare d'Albania e vi restai fino all'11 aprile dello stesso anno.
All'aeroporto di Mosca erano convenuti per accoglierci Mikoian, Viscinski ed altri, come pure tutti i rappresentanti diplomatici dei paesi a democrazia popolare.
Il primo incontro ufficiale lo avemmo con Viscinski l'indomani stesso del nostro arrivo, mentre il 23 marzo, alle 22.05, fui ricevuto dal compagno Stalin al Cremlino, in presenza di Viscinski e di Chouvakin, l'ambasciatore dell'URSS in Albania. Ero accompagnato da Spiro Koleka e Milial Prifti, allora nostro ambasciatore a Mosca.
Il compagno Stalin ci ricevette con grande cordialità nel suo studio. Dopo averci salutati singolarmente, egli si fermò davanti a me e mi disse:
- Vi trovo dimagrito. Siete stato forse ammalato? Oppure siete stanco?
- Al contrario sono felicissimo di incontrarvi di nuovo, risposi, e una volta seduti, gli dissi che volevo sottoporgli alcune questioni.
- Volentieri, sono a vostra disposizione, mi disse con calore, affinché io potessi parlargli di tutto ciò che ritenevo opportuno.
Allora esposi al compagno Stalin una serie di questioni. Gli parlai in linee generali della situazione del nostro Partito e del nostro paese, delle ultime vicende, degli errori rilevati, come pure del nostro atteggiamento riguardo alla questione jugoslava. Poi gli spiegai che l'influenza della direzione trotzkista jugoslava sulla direzione del nostro Partito e l'eccessiva fiducia di alcuni nostri dirigenti nella direzione traditrice jugoslava, erano all'origine dei gravi errori riscontrati, specie nella linea organizzativa del Partito, come aveva rilevato 1'11° Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista d'Albania, i cui lavori si erano svolti tenendo conto delle Lettere del Comitato Centrale del Partito Comunista bolscevico dell'Unione Sovietica, indirizzate al Comitato Centrale del Partito Comunista di Jugoslavia, e della Risoluzione dell'Ufficio Informativo "Sulla situazione nel Partito Comunista di Jugoslavia"
- Il Comitato Centrale del nostro Partito, dissi al compagno Stalin, ha pienamente approvato la Risoluzione dell'Ufficio Informativo e, con un comunicato speciale, noi abbiamo condannato la linea di tradimento antialbanese e antisovietica della direzione trotzkista jugoslava. La direzione del nostro Partito, sottolineai, ha fronteggiato da anni l'attività ostile e cospiratrice dei titisti*, *( Cfr. Enver Hoxha: -I titisti- (Appunti storici). Edizioni -8 Nëntori-, Tirana 1983, in italiano.) l'arroganza e gli intrighi degli inviati di Tito Vukmanovic Tempo e Dusan Mugosa. Alla vigilia della liberazione dell'Albania, gli dissi fra l'altro, Tito, per poter realizzare i suoi disegni antimarxisti ostili all'Albania, inviò da noi una delegazione del Comitato Centrale del Partito Comunista di Jugoslavia, guidata dal suo inviato speciale, Velimir Stojnic. Questi e i suoi collaboratori segreti, i traditori Sejfulla Maleshova, Koçi Xoxe, Pandi Kristo, ecc., prepararono nel retroscena la sciagurata e pericolosa piattaforma di Berat, che costituiva un grave complotto contro la giusta linea che il nostro Partito aveva seguito durante tutto il periodo della lotta, contro l'indipendenza del nostro Partito e del nostro paese, contro la persona del Segretario generale del Partito, e così via. La parte sana della direzione del nostro Partito, benché ignara del complotto ordito a Berat, si oppose con forza alle accuse mosse contro di essa e contro la linea seguita durante la Lotta. Più tardi, io stesso, convinto del fatto che a Berat erano stati commessi dei gravi errori di natura antimarxista, sottoposi, fra l'altro, al nostro Ufficio Politico le tesi sulla revisione del plenum di Berat, ma, a causa della febbrile attività sovversiva della direzione jugoslava e dei suoi agenti nelle nostre file, queste tesi furono respinte. L'evolversi degli eventi, le Lettere del Comitato Centrale del vostro Partito e la Risoluzione dell'Ufficio Informativo, proseguii, ci resero completamente chiara la situazione; l'attività ostile della direzione jugoslava, con alla testa Tito, venne scoperta e s