Biblioteca Multimediale Marxista


Il pericolo angloamericano in Albania


 

 

Memorie dalla Lotta di Liberazione Nazionale

 

"IL PERICOLO ANGLOAMERICANO IN ALBANIA" è un nuovo libro della serie di Memorie del compagno Enver Hoxha riguardanti l'epoca della Lotta di Liberazione Nazionale.
Vi sono riflesse le vicende vissute e le impressioni personali dell'autore accompagnate da conclusioni, che sono di insegnamento in qualsiasi tempo, sull'attività ostile, aperta e nascosta della borghesia angloamericana contro il Movimento di Liberazione Nazionale, contro la rivoluzione popolare e l'Albania socialista. In questo scontro appaiono evidenti da una parte i piani diabolici, i tentativi, le manovre e le azioni concrete dell'imperialismo angloamericano volti a mettere l'Albania sotto il suo dominio e, dall'altra, la vigilanza e la lotta ad oltranza del Partito Comunista d'Albania, del suo Segretario Generale, compagno Enver Hoxha, dirigente dell'Esercito e del Fronte di Liberazione Nazionale di tutto il popolo patriota albanese, per scoprire, denunciare, far fallire ed annientare le tattiche e la strategia imperialistiche contro l'Albania.
Queste Memorie sono state scritte nel 1975 e vengono pubblicate ora in albanese e in diverse lingue straniere.


I UN PO' DI STORIA


L'Albania, merce da baratto per il <<Leone britannico>>. Disraeli e Bismarck: <<Non c'interessano quelle poche capanne albanesi>>. Zogu e la politica delle "porte aperte". Chamberlain e l'occupazione fascista dell'Albania. La coalizione antifascista. La vigilanza del PCA. L'Intelligence Service prepara i contingenti da spedire in Albania. La sezione "D" e lo SOE. Allarme a Londra. Nuovi piani, vecchi obiettivi.


Nel corso dei secoli passati e fino ad oggi, il popolo albanese è stato il bersaglio permanente degli attacchi di tutti i governi di Gran Bretagna, sia di quelli precedenti imperiali che di quelli monarchici odierni. I tories e le varie correnti politiche che tenevano in piedi l'impero e, in seguito, i due partiti, il partito conservatore e il partito laburista, che si sono alternati al governo, nelle loro innumerevoli trattative con le altre grandi potenze per conservare l'egemonia mondiale del <<leone britannico>>, hanno sempre considerato l'Albania una merce da baratto.
I governi inglesi, che hanno tutti sempre avuto cura di conservare il dominio del capitale britannico sul mondo e sui popoli, non solo non hanno riconosciuto l'Albania, come del resto anche molti altri paesi, come uno Stato e una nazione che, con i suoi sforzi e i suoi enormi sacrifici ha lottato nei secoli contro i vari occupanti per essere libera e sovrana, ma hanno per giunta considerato gli abitanti di questo "paese delle aquile" come un popolo selvaggio, barbaro, privo di cultura, nel momento in cui esso, benchè numericamente piccolo, aveva dato prova di essere indomabile e non meno colto dei popoli di Scozia o di Cornovaglia.
Doveva passare molto tempo prima che qualche raro pubblicista, qualche studioso dilettante o qualche grande poeta dell'epoca del romanticismo, come Byron, venissero a chiarire un po' al popolo inglese chi fossero l'Albania e gli albanesi, quali fossero la loro cultura, il loro carattere risoluto e generoso, la loro ospitalità e la loro affabilità verso gli ospiti, come pure il loro spirito battagliero, fiero e irriducibile, che li ha sempre caratterizzati di fronte a nemici feroci e innumerevoli.
L'Inghilterra, attraverso la sua politica imperialistica asservente, colonialistica, esercitava il proprio dominio su molti paesi e popoli. Essa faceva ricorso ad ogni astuzia per mettere mano sulle ricchezze del mondo, per impinguare lords e baroni, per accrescere la "gloria" e la potenza dell'impero. L'Inghilterra, come la malerba, si diffondeva in moltissimi paesi. Essa spediva, nella veste di scienziati, delle missioni per scoprire l'Africa ed altre regioni, e questi <<scienziati>> inglesi vi piantavano la bandiera di John Bull, poi sopraggiungevano i reggimenti dei lords, che schiacciavano le rivolte dei Cipai e occupavano l'India, venivano i Kitchener, che sterminavano i Boeri col ferro e col fuoco. Anzi lord Beaconsfield (Disraeli) e Gladstone aggiunsero ai numerosi titoli della regina Vittoria, anche quello di imperatrice delle Indie. Questo era un colonialismo che depredava le favolose ricchezze dell'India, le pietre preziose della Birmania e del Sudafrica, che saccheggiava questi paesi del loro oro ed asserviva spiritualmente, economicamente e fisicamente i loro popoli. L'Inghilterra si serviva delle popolazioni di questi paesi soggiogati come di carne da cannone per il conseguimento dei propri disegni.
Anche nelle sue guerre coloniali contro le altre potenze imperialiste, l'Inghilterra mandava in prima linea le formazioni indiane, come quelle dei lancieri del Bengala, gli Afghani ed altri popoli asserviti, come si mandano le pecore al macello. E queste guerre coloniali venivano condotte affinchè le pianure d'Inghilterra fossero trasformate in campi di golf per i lords, affinché il pane e tutte le materie prime necessarie alla sua industria potessero affluire dalle colonie, da tutto l'impero, dove, come cantava Kipling, autore del <<Jungle Books>>, questo ardente paladino dell' espansione e del colonialismo britannico, chantre* *(in francese nel testo: cantore) dell'impero, "il sole non tramonta mai". Infatti in quest'impero vigeva la legge della giungla. Tutto era e doveva essere posto al suo servizio. La borghesia inglese si spinse fino al punto di invocare la teoria scientifica di Darwin per giustificare i suoi crimini mostruosi. Distorcendo questa teoria, essa inventò il "darwinismo sociale" per <<giustificare>> la soppressione o l'assimilazione di un piccolo popolo da parte di un popolo più numeroso e più potente, sostenendo cosi la concezione reazionaria secondo la quale "i grossi pesci divorano i pesci piccoli".
In queste condizioni e con questi metodi, l'impero britannico, anche attraverso l'Intelligence Service (SIS), penetrava ovunque, scopriva giacimenti di petrolio, occupava la Persia ed altri paesi, contrastava le mire della Russia zarista, pigliava le difese dell'impero ottomano, persino quanda questo divenne effettivamente <<il malato del Bosforo>>; si associava alla Germania di Bismarck al Congresso di Berlino nel 1878, attaccava, per i suoi interessi, il Trattato di pace di Santo Stefano, badava con estrema gelosia al suo dominio nel Mediterraneo, alle sue posizioni strategiche nei Dardanelli, a Suez, a Gibilterra, manteneva il controllo del Golfo Persico e, divenuta "regina dei mari", si faceva la promotrice della politica delle cannoniere. E' cosi che provocò l’"incidente di Fashoda" e molte altre vicende del genere.
In quest'Inghilterra, divenuta una delle principali potenze colonizzatrici, dove i duchi nuotavano nell'oro e le duchesse avevano il petto, la testa e le mani coperti di gioielli, si può ben immaginare la scarsa importanza che si poteva dare all'Albania, alla sua eroica lotta per la libertà e l'indipendenza.
Ad ogni momento chiave della nostra storia, e particolarmente quando il popolo albanese si batteva eroicamente, con le anni in pugno, contro l'impero ottomano, l'Inghilterra pigliava sempre le difese della Turchia. Al Congresso di Berlino, il primo ministro inglese, favorito dell'imperatrice Vittoria, lord Beaconsfield, il quale, al suo ritorno a Londra, avrebbe dichiarato pomposamente di aver apportato una <<pace onorata>>, come pure il cancelliere tedesco, principe Bismarck fondatore del II Reich, non si degnarono nemmeno di ascoltare la delegazione albanese che la Lega di Prizren* *( Alla vigilia del Congresso di Berlino che doveva rivedere le decisioni dei Trattato di Santo Stefano, il 10 giugno 1878 si riunirono nella città di Prizren i delegati convenuti da tutte le regioni albanesi e decisero di creare l'unione politica e militare che prese il nome di "Lega Albanese di Prizren-. Tale lega s'impegnò a lottare per l'autodeterminazione, per l'unità nazionale e la difesa dell'integrità territoriale dell'Albania, minacciate dalle mire sciovinistiche dei paesi vicini.)
aveva inviato a Berlino per rivendicare e difendere i diritti del nostro popolo. In questi momenti difficili, mentre il nostro popolo tanto provato aveva impugnato le armi ed era insorto contro i turchi e gli sciovinisti serbi, questi cagnotti al servizio degliFimperialisti, per combattere contro lo smembramento della sua Patria fra serbi, montenegrini, turchi edaltri, per conseguirse l'autonomia, Bismarck e Disraeli rispondevano con disdegno ai nostri gloriosi antenati: <<Non c'interessano quelle poche capanne albanesi>>.
Più tardi, i gloriosi delegati del nostro popolo, Ismail Qemali e Isa Boletini, si recavano a Londra e chiedevano al ministro degli esteri Edward Grey di sostenere l'Albania. "Noi, gli disse il nostro grande diplomatico Ismail Qemali, non permetteremo lo smembramento dell'Albania. Impugneremo le armi, come abbiamo sempre fatto, e combatteremo". Il ministro inglese fece orecchi da mercante.
I predecessori di Lloyd George a Londra, e più tardi lui stesso e i suoi caudatari a Versaglia, smembrarono l'Albania e i nostri padri dovettero, come sempre, impugnare le armi per lottare contro gli occupanti. Anche dopo la Prima Guerra mondiale, gli inglesi furono in prima fila quando si trattò di ordire intrighi contro il nostro paese, cacciando il naso e le loro spie dell'Intelligence Service in Albania. Ma non riuscirono a sviare dal suo scopo l'insurrezione di Vlora nel 1920, quando le truppe italiane di occupazione furono gettate in mare.
L'Intelligence Service insieme al ministro di Gran Bretagna in Albania, Eyres, fecero di tutto per indebolire il Governo democratico di Fan Noli nel 1924 riuscendo a strappargli una concessione per ricerche petrolifere a Patos, Ardenica e altrove.
Ahmet Zogu, il quale, dopo la sua ascesa al potere con l'aiuto degli imperialisti, si era fatto proclamare re degli albanesi, praticò con la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, ed anche con altri paesi, la politica delle "porte aperte" e concluse con loro trattati ed accordi. Questi due Stati imperialistici perseguivano lo scopo di assicurarsi il controllo del canale di Otranto, volevano fare dell'Albania una testa di ponte per penetrare nel Balcani e sfruttare le loro risorse naturali. Zogu riconobbe a questi Stati la clausola della "nazione più favorita", il che agevolò molto la penetrazione dei loro capitali in Albania. Spingendosi oltre in tal senso, egli concesse alla Anglo-Persian Oil Company il monopolio quasi esclusivo dello sfruttamento del petrolio in Albania, e concluse con l'Inghilterra un accordo commerciale provvisorio che nel 1931 fu sostituito con un trattato di navigazione e di commercio basato sulla <<reciprocità>> e che le riconosceva la clausola <<della nazione più favorita>>. Per farsi un'idea di che specie di "reciprocità" si trattava, basta ricordare che nel 1932 l'Albania aveva importato dall'Inghilterra merci per un valore di 1.586.200 franchi oro, mentre le sue esportazioni ammontavano a soli 6.665 franchi oro. Il ministro inglese in Albania, Sir Robert Hodgson, che negli anni '30 divenne intimo consigliere di Zogu, applicò fedelmente la politica antialbanese del suo governo. L'imperialismo britannico, per mezzo dei suoi ufficiali, Perey, Sterling, Hill, Cripps e altri, accreditati presso Zogu, si serviva, come del resto lo stesso re, della frusta, della prigione ed anche della forca per soffocare ogni movimento del popolo albanese. L'Italia di Mussolini con l'appoggio dei suoi amici, ed anche con la connivenza degli inglesi, dopo aver proceduto alla spartizione delle zone d'influenza, si assicurò la concessione del petrolio albanese, fino allora nelle mani della Anglo-Persian.
Della stessa natura erano i rapporti di Zogu anche con gli Stati Uniti. Egli sanzionò legalmente la clausola di <<nazione più favorita>> riconosciuta al governo americano con una lettera del governo albanese del giugno 1922, consegnandogli praticamente le chiavi dell'Albania. Questo era uno dei documenti più vergognosi e più funesti per l'indipendenza del nostro paese. L'America, dal canto suo, non riconobbe mai all'Albania la clausola di "nazione più favorita". Sei mesi dopo il suo avvento al potere, Zogu diede in affitto per due anni alla Standard Oil Company of New York 51.000 ettari di terre per 30.000 dollari e ridusse nel contempo i dazi doganali per le importazioni americane.
Inoltre Zogu aprì le porte agli agenti dello spionaggio americano, che venivano in Albania nella veste di missionari, come fu il caso di Kennedy, o di filantropi ed educatori, come Ericson e Harry Fultz, direttore della scuola tecnica di Tirana, importante leva dei servizi segreti americani. Questa gente ed altri della medesima risma non si limitavano ad un lavoro di informazione; infatti, come lo confermarono in seguito i sabotaggi di Maliq, di Kuçova (oggi Qyteti Stalin) ed il processo ai deputati traditori, ecc., essi avevano preparato i loro uomini ad agire nel futuro, apertamente o sotto mano, contro il popolo albanese e il potere popolare che esso avrebbe eretto.
Gli imperialisti angloamericani, questi nemici feroci e giurati del popolo albanese, si sono sempre serviti del nostro paese come di una merce da baratto nelle loro transazioni internazionali. Quando il satrapo Zogu era al potere, essi cercarono di sottomettere effettivamente l'Albania sul piano economico, politico e militare, ma urtarono contro la rivalità di altri paesi capitalisti, soprattutto contro quella dell'Italia fascista. Negli anni '30, a causa della crisi generale, che aveva investito il mondo capitalista, e della spartizione delle zone d'influenza fra le grandi potenze imperialiste, ma soprattutto dopo la massiccia penetrazione del capitale italiano in Albania, le relazioni economiche fra l'Albania, da una parte, e la Gran Bretagna e gli Stati Uniti dall'altra, cominciarono a ridursi. Zogu, divenuto il diretto strumento del fascismo italiano, spalancò a questo le porte per la colonizzazione del paese, che fu il preludio della sua occupazione. Ma il tempo avrebbe confermato che gli angloamericani non avrebbero mai rinunciato alle loro mire verso il nostro paese, pur avendo permesso all'Italia, e ciò naturalmente per scopi ben determinati, di agire liberamente in Albania.
Il governo inglese provava tuttavia soddisfazione nel vedere Zogu diventare un lacchè e un agente di Mussolini. All’Inghílterra conveniva che l'Italia occupasse l'Albania, tanto più che il suo piano prevedeva di lanciare come un branco di cani il fascismo italiano e il nazismo tedesco, da essa finanziati, contro l'Unione Sovietica.
L'atteggiamento indifferente di Chamberlain, quando Mussolini assali il nostro paese il 7 aprile 1939, era una conferma di questo piano. Il primo ministro britannico, che era perfettamente al corrente di ciò che sarebbe accaduto, scelse proprio quel giorno per andare a pesca. Era stato proprio lui ad approvare l'Anschluss, a firmare l'accordo di Monaco, a vendere la Cecoslovacchia prima di consegnare infine a Churchill le chiavi della difesa dell'impero.
Dichiarando il 6 aprile alla Camera dei Comuni che la Gran Bretagna non aveva "alcun interesse diretto" in Albania, il Primo ministro inglese lasciava mano libera a Mussolini per la realizzazione delle sue mire ai danni del nostro paese. Quest'atteggiamento dell'Inghilterra andava a genio all'Italia, per fatto che costituiva un riconosicimento dei suoi interessi particolari in Albania.
Il giorno dell'invasione dell'Albania da parte delle camicie nere, Mussolini inviò al suo collega britannico, Chamberlain, un telegramma nel quale gli diceva che gli avvenimenti di Albania non avrebbero influito sullo stato dei rapporti fra i due paesi, né avrebbero avuto ripercussioni sullo status quo in Europa e nel mondo. E ciò succedeva proprio un anno dopo la conclusione da parte della Gran Bretagna e dell'Italia di un accordo per il mantenimento dello status quo nel Mediterraneo nell'ambito delle rivalità imperialistiche, alla vigilia della guerra imminente. Ma che valore poteva avere la firma di un simile accordo fra i lupi imperialisti! La storia è ricca di esempi che mostrano come gli accordi ed i trattati stipulati fra le potenze imperialiste non siano che espedienti, compromessi di riconciliazione temporanea, che vengono violati non appena cambiano le situazioni e vengono a prevalere altri interessi.
L’indomani dell'aggressione contro l'Albania, il governo inglese avviò trattative con l'Italia a scapito del popolo albanese. In compenso del ritiro delle truppe italiane dalla Spagna e della garanzía dell'indipendenza della Grecía, la Gran Bretagna riconobbe l'occupazione fascista dell'Albania.
E’ superfluo dilungarmi sugli sviluppi della Seconda Guerra mondiale, comunque ritengo utile evocarne alcuni momenti chiave per meglio comprendere l'attività deleteria delle missioni inglesi in Albania al tempo della Lotta di Liberazione Nazionale.
E' risaputo che l'Inghilterra di Chamberlain e la Francia di Daladier tentarono invano di frenare l'appetito di <<spazio vitale>> di Hitler. Il pezzo di carta che venne fuori dalla riunione di Monaco e che Chamberlain, appena sceso dall'aereo, agitava davanti al pubblico inglese come un <<documento storico>> che garantiva la presunta pace, non era altro che una bandiera bianca che l'Inghilterra sventolava davanti al nazismo aggressore.
La borghesia inglese e quella francese speravano che la macchina di guerra hitleriana si sarebbe diretta contro l'Unione Sovietica, e cercarono quindi in tutti i modi di aizzarla contro di essa.
L'Inghilterra pensava di pigliare due piccionì con una fava: colpire allo stesso tempo l'Unione Sovietica e il III Reich. Ma le speranze di Londra non si avverarono.
La Francia borghese respinse la richiesta dell'Unione Sovietica affinchè la Cecoslovacchia, in virtù dei trattati in vigore, fosse difesa militarmente. Di fronte a questa minaccia della Germania hitleriana, Stalin fece all'Inghilterra e alla Francia la proposta di costituire un fronte comune, ma queste due potenze capitaliste rigettarono con sdegno tale proposta salvatrice, perchè, come ho già rilevato, speravano sempre che Hitler avrebbe attaccato l'Unione Sovietica. Fu proprio allora che l'Unione Sovietica concluse con la Germania un trattato di non aggressione. Questo era un trattato necessario, perchè le dava respiro per meglio prepararsi alla difesa.
La guerra condotta da Hitler prese un corso diverso da quello previsto dagli imperialisti inglesi e francesi. Dopo aver attaccato e invaso la Polonia, egli rivolge le armi contro la Francia che capitolò quasi senza combattere. La Germania sì preparava ad attaccare anche l'Inghilterra, ormai rimasta sola nella guerra contro i tedeschi. Quest'ultimi, dopo aver valutato le proprie forze, specie quelle, aeree e navali cambiarono direzione violando il Trattato di non aggressione e si scagliarono proditoriamente e furiosamente contro il paese dei Soviet.
La Germania hitleriana stava affondando i suoi artigli in tutti i paesi capitalisti dell'Europa, e minacciava persino le Isole britanniche. Le colonie inglesi e i possedimenti americani nel Pacifico stavano cadendo l'uno dopo l'altro nelle mani del Giappone militarista.
In queste condizioni, impauriti dalle proporzioni allarmanti che stavano assumendo gli attacchi lampo degli hitleriani ed anche temendo, nel caso di una sconfitta dell'Unione Sovietica, di veder la Germania divenire ancora più potente e la resistenza ai suoi attacchi ancora più difficile, i leaders imperialisti ritennero indispensabile un equilibrio delle forze. E questa volta l'Inghilterra prima, e gli Stati Uniti poi, furono seriamente costretti a rivolgersi all'Unione Sovietica per condurre in comune la lotta contro il fascismo. Cosi fu creata la Coalizione antifascista anglo-sovietico-americana contro la peste nazista; quest'ultima attaccò e occupò la Jugoslavia e la Grecia. Nel frattempo, il popolo albanese era insorto nella lotta contro l'Italia fascista, che aveva già invaso ed occupato il nostro paese.
Il popolo albanese, nella sua Lotta Antifascista di Liberazione Nazionale, non era solo. Al suo fianco si erano schierati prima fra tutti l'Unione Sovietica, con alla testa Stalin, e tutti i popoli del mondo che lottavano contro il fascìsmo, compresi i popoli inglese e americano. Noi eravamo membri della grande Coalizione Antifascista, dell'alleanza fra l'Uníone Sovietica, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Questa alleanza noi dovevamo considerarla utile e necessaria ed anche sostenerla per distruggere la belva nazista;ed è in tal senso che spiegammo la sua importanza al Partito e al popolo.
Nel valutare quest'alleanza non dovevamo mostrarci né settari, né liberali, ma, pur consíderandola utile nell'ambito della lotta contro il nazismo, dovevamo nello stesso tempo aver cura di non dimenticare mai quello che rappresentavano per il nostro popolo i governi degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, di non dimenticare mai la loro natura feroce, oppressiva, capitalística e colonialistica, di non dimenticare mai le innumerevoli piaghe di cui la nostra Patria soffriva per colpa loro. Noi dovevamo aver fiducia nel nostro Partito, nel nostro popolo, nelle nostre armi, nell'Unione Sovietica e in Stalin. Dovevamo conquistare la libertà con la lotta a prezzo di sacrifici e di sangue e non permettere mai ai nemici esterni di prendersi gioco come nel passato del destino del nostro paese e del nostro popolo.
In un suo discorso Churchill aveva lanciato la parola d'ordine: "Tutta l'Europa in fiamme".
Con questa parola d'ordine egli aveva in vista due obiettivi: prima di tutto quello di far insorgere nella lotta contro il fascismo tedesco i popoli, "aiutandoli", con armi e inviando loro missioni militari; e di organizzare in un secondo tempo, attraverso queste missioni, nelle zone in cui si sarebbero lanciate con paracadute, la reazione filoinglese, di combattere i partiti comunisti ed i fronti di liberazione nazionale guidati da questi partiti. In altre parole, mentre si dichiarava "tutta l'Europa in fiamme", il vero obiettivo era quello di spegnere il fuoco già acceso e di far in modo che le missioni inglesi inviate dovunque raggiungessero gli obiettivi indicati loro dal War Office, dal Foreign Office e dall'Intelligence Service. Si cercava insomma di indebolire i popoli ed anche i comunisti attraverso la guerra e nel contempo di rafforzare la reazione, in modo che i fichi una volta maturi finissero per cadere in bocca agli inglesi.
Mi permetta il lettore di tracciare una brevissima cronistoria dei piani che venivano elaborati a Londra contro la nostra Lotta di Liberazione Nazionale prima dell'arrivo delle missioni inglesi in Albania.
Sin dall'ottobre 1939, per potersi procurare in loco delle informazioni sulla situazione nel nostro paese, il governo inglese aveva nominato un console generale con sede a Durrés. Ma Londra non si ritenne soddisfatta di quest'atto, che equivaleva ad un riconoscimento di fatto del nuovo statuto dell'Albania. Nella primavera del 1940, essa chiese ai suoi servizi segreti d'informazione a Belgrado di prepararle un rapporto sull'evolversi delle vicende in Albania e diede istruzioni affinchè fosse creata presso la Sezione "D" un ufficio per l'Albania. Questa missione fu affidata a Julian Amery, che si era occupato fino allora della stampa e della propaganda presso la Legazione inglese in Jugoslavia. Questi preparò il suo rapporto aiutato anche da Gani e Seít Kryeziu, rampolli bastardi della famiglia feudale dei Kryeziu di Kosova, spie matricolate che avevano sovente cambiato padrone e che ora si erano messi al servizio dei britannici.
Furono create anche altre sezioni analoghe per l'Albania una ad Atene che aveva come consigliere il vecchio agente inglese, la signora Hasluck, un'altra al Cairo, presso lo stato maggiore alleato, con a capo il maggiore Cripps, ex istruttore della gendarmeria di Zogu. In tal modo l'Intelligence Service stava mettendo a punto la sua rete intorno all'Albania e si preparava ad introdurvi i suoi agenti. L'ufficio per l'Albania della sezione "D" stabili contatti diretti con vari elementi, emigranti albanesi, vecchi "amic", dell'Inghilterra, "monarchici", "repubblicani", "intellettuali liberali", ecc., che vivevano in Jugoslavia e li raccolse attorno a sè. E' cosi che esso creò una certa organizzazione, il cosiddetto "Fronte unito", con tutti questi elementi che sognavano di rinnovare i fatti del 1924, quando la reazione estera ed interna aveva organizzato l'ingresso di Zogu in Albania.
In quel tempo, quel brigante di Zogu, dopo aver fatto il giro di parecchie capitali europee con l'oro rapinato al popolo, fini per arrivare a Londra con tutto il suo seguito. Il governo britannico lo giudicava una carta bruciata poichè, ormai screditato, non godeva della simpatia del popolo albanese e non aveva nel paese alcun partito che lo sostenesse. Londra era stata informata di questo stato di cose dal suo console generale a Durrés. E cosi poco mancò che Zogu venisse espulso dall'Inghilterra. Ma fiutando il pericolo, questi fece sapere ai governanti inglesi che era sua intenzione porsi a capo degli albanesi all'estero al servizio dei piani militari degli alleati. Dopo di che il Foreign Office cambiò idea. Gli fu permesso di risiedere in Inghilterra, a patto però che non svolgesse attività politiche senza il suo consenso. Le casse piene d'oro, che Zogu aveva portato con sè, avranno certamente avuto il loro peso in questa svolta. Nonostante ció, il governo inglese si riservava il diritto di servirsi di Zogu in un momento più opportuno. Egli poteva essere utilizzato anche come la figurá attorno alla quale si potevano radunare vari elementi, che avrebbero difeso gli interessi inglesi nel caso di una sconfitta del nazismo tedesco e qualora venissero a crearsi di nuovo, come nel passato, delle condizioni favorevoli.
Comunque, per il momento, gli inglesi non potevano servirsi di Zogu. Bisognava lavorare sott'acqua con qualcun altro per arrivare fino a lui. Oltre ai Kryeziu, i britannici avevano messo gli occhi su Abaz Kupi, in quanto personaggio adatto a tali maneggi, "contrario" agli italiani e favorevole a Zogu. E così Londra diede istruzioni alla Sezione "D" di Belgrado, che ormai si chiamava Direzione delle Operazioni Speciali* *("Special Operations Executive (SOE). dì prendere contatto con lui. Amery si recò ad Istanbul e, insieme a Sterling, un altro ex istruttore della gendarmerla di Zogu, che operava ora in Turchia, ebbe un incontro con Abaz Kupi. Dopo brevi trattative, Amery e Abaz Kupi ripresero la strada della Jugoslavia, da dove quest'ultímo, insieme a molti altri "patrioti" e polit1_~ canti, sarebbe entrato in Albania per organizzare gli ex ufficiali di Zogu. i bayraktar ed altri ancora nella "lotta contro l'occupante"!
Intanto, nel timore di essere cacciato dall'Inghilterra, ed essendo all'oscuro dei piani che venivano tramati, Zogu, per dar prova della suafedeltà agli alleati, propose a Londra di aprire egli stesso un fronte di combattimento a Salonicco mettendosi alla testa degli albanesi che sì trovavano ad Istanbul. Temendo un confronto politico con la Grecia, Londra chiese il consenso del governo greco. Il Primo ministro Metaxa oppose il suo rifiuto, silurando in tal modo il piano di Zogu. E cosi Zogu, questo soldato servile della Gran Bretagna, rimase di nuovo nell'aspettativa.
Allo SOE di Belgrado le cose andavano ora più speditamente. Attorno a questa agenzia si erano radunati molti elementi, fra cui, oltre ai fratelli Kryeziu e Abaz Kupi, c'erano anche Muharrem Bajraktari, Xhemal Herri ed altri. La maggior parte di questi erano uomini dì Zogu. Un bel giorno, capitò presso lo SOE anche il "comunista" Mustafa Gjinishi, la cui presenza colmò di gioia gli inglesi. La direzione dell'Ufficio per l'Albania dello SOE a Belgrado era passata ora nelle mani di Oakley Hill, che per otto anni era stato in Albania come organizzatore presso la gendarmeria di Zogu.
Ritenendo la situazione favorevole ad azioni anche in loco, Hill, alla testa di un esiguo gruppo composto da elementi che egli stesso aveva raccolto e finanziato, fece il suo ingresso in Albania nell'aprile 1941. Tutto ciò veniva fatto con il pretesto di "salvare" l'Albania dal giogo dei fascisti italiani, ma in realtà per creare condizioni favorevoli all'integrazione più tardi del nostro paese nella sfera d'influenza inglese e per prevenire l'eventuale creazione di un altro centro di resistenza, che sarebbe sfuggito al controllo degli inglesi, che avrebbe combattuto gli occupanti e avrebbe eliminato in tal modo l'influenza della Gran Bretagna. Ma nella difficile situazione che venne a crearsi particolarmente in seguito all'ingresso dei tedeschi in Jugoslavia, dove l'esercito locale non resistette più di una settimana, il tenente colonnello Hill vide andare a monte il suo piano. Egli fu dunque costretto a riunire per l'ultima volta a Tropoja i capi del piccolo gruppo con il quale era entrato in Albania, assegnando a ciascuno dei suoi membri incarichi speciali: Gani Kryeziu doveva agire nella Kosova, Abaz Kupi sarebbe andato a Kruja vicino al governo di Tirana, mentre Mustafa Giinishi si sarebbe infiltrato nelle file dei dìrigenti comunisti albanesi. Per il momento il loro lavoro sarebbe consistito nel combattere sotto la maschera di un "ardente patriottismo" per poter poi, una volta maturate le condízíoni, drizzare le corna come le lumache dopo la rugiada.
Mentre questi "patrioti", ciascuno con una bella borsa di sterline in tasca, si sparpagliavano per l'Albania, Hill fece ritorno a Belgrado per arrendersi "con tutti gli onori" ai tedeschi. Grazie all'intercessione della Legazione americana in Jugoslavia, dopo un certo tempo egli rientrò sano e salvo a Londra.
La resistenza e la lotta armata del nostro popolo contro l'occupante fascista, che erano cominciate sin dal 7 aprile 1939, proseguirono senza pausa, si estesero maggiormente e si rafforzarono, soprattutto in seguito alla formazione del Partito Comunista d'Albania l'8 novembre 1941. Dopo questa data storica, la lotta del popolo albanese entrò in una fase nuova, più aspra e meglio organizzata causando danni sempre più pesanti agli occupanti, ai collaborazionisti e ai traditori. Naturalmente ciò non poteva non suscitare inquietudini nel mondo borghese.
Nel corso del 1942 il Foreign Office cominciò a manifestare un maggior interesse per la questione albanese. Esso era a conoscenza della creazione del Partito Comunista d'Albania. Verso la fine del 1942 il suo interesse si mutò in preoccupazione, dovuta particolarmente alla notizia che il Partito Comunista d'Albania aveva organizzato la Conferenza di Peza. che esso dirigeva il Fronte di Liberazione Nazionale e che il Movimento di Liberazione Nazionale stava assumendo proporzioni sempre più vaste. E tutto ciò era avvenuto dopo la dichiarazione di Churchill secondo la quale "il Governo di Sua Maestà ha molto a cuore la questione dell'Albania". Fu dato l'allarme. L'ufficio dello SOE per Istanbul aveva proposto la creazione, con l'aiuto degli inglesi, di un governo albanese; esso insisteva affinché di questo governo facessero parte anche Gani bey Kryeziu e Mehmet Konica. Per il tramite di Mihailovic, con il quale collaborava, fu inviata una lettera a Muharrem Bajraktarì in cui si diceva che spettava a lui condurre la lotta, e gli venivano date anche delle assicurazioni che Zogu non sarebbe tornato in Albania.
Intanto gli eventi precipitavano. Nel novembre 1942 gli Alleati sbarcarono nell'Africa del Nord. Il 17 dicembre il ministro inglese degli esteri fece alla Camera dei Comuni una dichiarazione, il cui contenuto era stato approvato all'inizio di dicembre dal Gabinetto di Guerra e in cui si esprimeva il "desiderio" del governo inglese di vedere l'Albania liberata e la sua indipendenza ristabilita, ed anche di esaminare alla Conferenza della Pace la questione dei suoi confini. Anche il governo sovietico fece una dichiarazione, in cui esprimeva il suo sincero desiderio di vedere l'Albania liberata e la sua indipendenza ristabilita esaltando ed evocando nel contempo con simpatia la nostra lotta contro l'occupante. Il governo degli Stati Uniti fece ugualmente una dichiarazione a questo proposito. Queste dichiarazioni, senza dubbio, costituivano un appoggio morale e politico alla nostra lotta di Liberazione Nazionale, una promessa d'indipendenza per il paese alla conclusione della guerra e contribuivano al consolidamento della posizione internazionale dell'Albania nel momento in cui tutti i popoli erano insorti nella lotta contro il fascismo il nazismo.
La situazione rivoluzionaria in Albania suscitò dibattiti negli ambienti londinesi che si occupavano della questione albanese. Tuttavia, essi si sentivano confortati e incoraggiati dal fatto che i loro amici, Abaz Kupi e Mustafa Gjinishi, erano riusciti nel frattempo ad infiltrarsi nel Fronte di Liberazione Nazionale, mentre fuori di questa Fronte e come contrappeso alla sua influenza, era stata costituita un'organízzazione che si faceva chiamare Balli Kombétar* *( Organizzazione di tradimento creata dalla reazione in combutta con gli occupanti fascisti per contrastare il Fronte di Liberazione Nazionale. I suoi aderenti, i ballisti, erano intellettuali borghesi, reazionari, feudatarì, grossi commercianti, preti reazionari ed altri.) (Fronte Nazionale) e alla testa della quale si erano messi certi individui che l'Intelligence Service britannico conosceva bene: feudatari, grandi proprietari di terre, grossi commercianti, bayraktar, intellettuali borghesi, prelati ed altri nemici giurati dei comunisti.
In queste circostanze, l'Inghilterra decise di inviare delle missioni militari in Albania. Loro obiettivo era di farsi sul posto un'idea esatta della situazione, di fornire alla loro centrale dei dati esatti e di metterla al corrente dell'aria che spirava nel paese, di apprendere che cosa rappresentasse effettivamente il Movimento di Liberazione Nazionale, di stringere legami con il Balli Kombétar, di aiutare gli "amici" inviati dallo SOE e, soprattutto di fare, come altrove, sotto la maschera degli "aiuti", tutto il possibile della rivoluzione per provocare il fallimento della rivoluzione popolare.
Questi erano gli obiettivi fondamentali delle missioni inglesi che vennero in Albania, alcune per terra, attraverso ia Grecia, ed altre dall'aria.
In questi ricordi sto rievocando precisamente la perfida lotta che tali missioni hanno condotto contro di noi, d'altronde senza successo, poichè il nostro Partito e il nostro popolo hanno annientato qualsiasi loro azione, qualsiasi loro piano. L'amara storia del passato non doveva ripetersi e infatti non si ripeté.
Il nostro Partito e il popolo albanese sconfissero i fascisti italiani e i nazisti tedeschi con la forza delle armi, e riuscirono vittoriosi contro l’imperialismo angloamericano grazie ad una resistenza eroica e ad una diplomazia risoluta e avveduta, che si ispirava al marxismo-leninísmo e poggiava sulla grande esperienza del popolo e dei suoi grandi uomini nel corso dei tempi.


II UNA MISSIONE MILITARE NON INVITATA

Estensione del nostro Movimento di Liberazione Nazionale. Manovre della reazione. La prima missione militare inglese in Albania- McLean. Le zone controllate dai partigiani non sono un'osteria a due porte. Promesse vane. "Passeggiate" degli ufficiali inglesi alla ricerca dei loro "amici". Rianimazione della reazione. McLean chiede un incontro urgente: "Un generale comanderà la Missione". -Qual'è la vostra centrale, signor maggiore?". Misure per neutralizzare i piani diabolici del Ministero della Guerra britannico.


Il Partito e il popolo albanese stavano conducendo un'aspra lotta non solo contro l'occupante italiano ed i quisling, ma anche una dura lotta politica contro il Balli Kombétar. In ogni parte del paese si erano formati unità di guerriglia e battaglioni di partigiani, che attaccavano l'esercito italiano lungo le strade, nelle sue caserme, ovunque. I partigiani disarmavano i posti della. gendarmeria collaborazionista e si armavano combattendo con le armi stesse del nemico. La nostra lotta aveva superato la fase delle azioni di guerriglia urbane, le quali sarebbero proseguite anche quando la lotta armata nelle montagne avrebbe assunto vaste proporzioni a livello di reparti di guerriglieri e di battaglioni. Il nostro Partito stava crescendo estendendosi alle unità militari e nelle campagne, dove vennero creati, oltre alle cellule, anche i consigli di liberazione nazionale. La propaganda sulla lotta contro gli occupanti assunse vaste proporzioni. La gioventù delle città e delle campagne veniva ad ingrossare le file dei combattenti. Furono liberate intere regioni; ora le loro popolazioni non dovevano più pagare imposte a nessuno; la decima fu soppressa. In queste regioni le terre dei collaborazionisti e dei traditori furono date ai contadini che volevano coltivarle.
L'occupante italiano faceva grossi sforzi per soffocare il Movimento di Liberazione Nazionale nel nostro paese, tentando soprattutto di scinderlo. Proprio per questo i fascisti italiani intensificarono la loro collaborazione con il Balli Kombetar. Nel febbraio 1943, su raccomandazione di Fazllì Frashéri e di Stavri Skéndi, Musa Krania., uno dei capifila del Balli Kombétar nel distretto di Korca, accompagnò l'ufficiale italiano Angelo de Matteis da Safet Butka, per indurlo ad unirsi agli occupanti contro il Movimento di Liberazione Nazionale. Un mese più tardi, Dalmazzo, comandante in capo delle truppe italiane in Albania, siglava con Ali Kélcyra il protocollo di triste fama "Dalmazzo-Kélcyra", a termini del quale il Balli Kombétar assicurava l'occupante che avrebbe esercitato tutta la sua influenza per far cessare gli atti di sabotaggio e gli attacchi contro di esso. Il Balli Kombétar agì nello stesso modo anche con i tedeschi. Fu Mithat Frashéri a firmare per il "Comitato Centrale del Balli Kombétar" una circolare, dove fra l'altro, si diceva: "Dato che il nostro paese ha bisogno ora più che mai di ordine e di disciplina, si raccomanda a tutti i comitati, a tutti i comandi e ai reparti del Balli Kombétar di sospendere qualsiasi operazione contro le forze tedesche". Esistono molti documenti del genere che parlano del "patriottismo" dei capifila del Balli Kombétar, ma non è questo il momento di soffermarci su questo punto.
Verso la fine d'aprile 1943, il Comitato dei Partito per il distretto dì Gjirokastra mi fece sapere che un gruppo di militari inglesi, comandati da un certo Bill McLean di grado maggiore, armati e dotati di una radio trasmittente, era entrato nelle nostre regioni liberate attraverso il confine greco. Essi pretendevano di essere la missione militare ufficiale inviata presso i partigiani albanesi da parte del Quartier Generale delle Forze Alleate del Mediterraneo, che aveva la sua sede al Cairo.
Raccomandai ai compagni del Partito per il distretto di Gjirokastra di bloccare nella Zagoria questi inglesi venuti dalla Grecia e di sottoporli ad un interrogatorio serrato per sapere chi erano, come si chiamavano (verificando la loro identità con documenti ufficiali), da dove venivano, chi li dirigeva, quale era il vero scopo della loro missione, ecc.
- Voi, - raccomandavo ai compagni,- dovete porre loro tutta una serie di domande per far capire chiaramente a questi signori che non si entra così facilmente nelle zone controllate dai partigìani, che tali zone non sono delle osterie a due porte e che, per spostarsi, bisogna avere un salvacondotto speciale rilasciato dal Comando Superiore Partigiano. Tutto ciò, - proseguivo- deve essere fatto in modo che gli inglesi si rendano conto sin d'ora che qui da noi non potranno agire come pare e piace a loro. Siate molto corretti e date loro dei viveri se non ne hanno. Se vi danno del denaro per questi viveri, non accettatelo.
I nostri compagni si attennero fedelmente alle istruzioni ricevute. Il gruppo degli ufficiali inglesi, isolato dai partigiani in una zona del distretto di Gjìrokastra e avendo constatato che il Paese aveva un padrone, fu costretto il 1° maggio 1943 ad indirizzare al Consiglio Generale,la massima autorità della Lotta di Liberazione Nazionale in Albania, una lettera firmata da Bill McLean con la quale questi, dopo aver dichiarato che il Quartier Generale del Cairo l'aveva inviato come ufficiale superiore di collegamento per stabilire contatti con il movimento di resistenza in Albania, aggiungeva: <<Desidero vivamente prendere contatto con il vostro Consiglio il più presto possibile per ricevere da esso informazioni che trasmetterò al Cairo, affinché vi siano inviati rifornimenti. Il vostro Movimento sarà dunque rifornito dal Cairo. Ho da discutere con voi questioni importanti. Desidero recarmi nel centro dell'Albania>>. A quanto pare, lo SOE, con sede al Cairo, aveva trovato la maschera sotto la quale sperava di introdursi in Albania: inviare come rappresentanti del Quartier generale delle Forze Alleate per il Mediterraneo degli agenti, che sarebbero entrati "nel centro dell'Albania" per stabilire contatti con i loro vecchi agenti e ingrossare i loro ranghi con nuovi elementi, ricevere da essi inforrnazíoni, e assegnare loro nuovi compiti nella prospettiva di organizzare in Albania, sotto la direzìone e il controllo delle missioni inglesi, un movimento che sostenesse gli interessi della politica e dei piani strategici della Gran Bretagna.
Nella nostra risposta dicevamo di accettare in linea di principio l'invio di una simile missione presso il nostro Consiglio Generale di Liberazione Nazionale, ma che non potevamo riceverla, e tanto meno nel centro dell'Albania, se non fosse munita di un mandato ufficiale debitamente legalizzato dal Quartier Generale delle Forze Alleate del Mediterraneo.
I membri della missione McLean rimasero dov'erano finché non furono muniti dal loro Quartier Generale dei documenti di rappresentanza. A giugno, i compagni di Gjirokastra, attenendosi alle nostre istruzioni e dopo aver preso le dovute misure per assicurare la loro incolumítà durante il viaggio, li condussero da noi, a Labinot. Vi giunsero sfiniti dalla fatica. Li ricevetti l'indomani. McLean si presentò a me come capomissione. Esile, di statura media, non mostrava più di trent'anni. Biondo, con il viso ben rasato, aveva contorni regolari, ben delineati, freddi, ed occhi celesti e svegli, che ricordavano quelli di una lince. Come l'avremmo appreso più tardi, egli faceva parte degli "Scots Greys" e si era addestrato come agente nelle guerre coloniali in Palestina ed altrove.
Gli chiesi come aveva viaggiato.
• Come un partigiano, - mi: disse, - ma a Gjirokastra i partigiani mi hanno trattenuto a lungo facendomi perdere un tempo prezioso. Il nostro Quartier Generale al Cairo è preoccupato.
• Voi siete ufficiale e conoscete i regolamenti che sono in vigore in tempo di guerra, - gli dissi.
• Non è facile per uno sconosciuto varcare il confine in una zona dove operano le, forze militari. Il nemico cerca sempre di infiltrarsi nelle nostre zone, di informarsi della situazione e di sabotarci o di colpirci di sorpresa, ma i partigiani albanesi non dormono. Ve ne sarete certamente resi conto appena entrati nelle nostre zone. Certo voi non eravate dei nemici, ma dal momento che non vi conoscevano, bisognava verificare la vostra identità. Non ci avevate preannunciato il vostro arrivo, ed i compagni di Gjirokastra hanno semplicemente fatto il loro dovere. Vi chiediamo scusa per il ritardo che vi è stato cagionato. Tranquillizzate il vostro Quartier Generale facendogli sapere che vi trovate in mani sicure, presso i vostri alleati, presso il Comando Supremo Partigiano.
Chiuso questo capitolo, egli doveva ora spiegarmi lo scopo del suo arrivo: che cosa voleva, cosa contava di fare, ecc.
Gli chiesi:
- In che cosa consiste la vostra missione?
Il maggiore McLean (che in seguito sarebbe stato promosso colonnello e dopo la guerra sarebbe diventato deputato del partito conservatore) mi disse in sostanza:
- Noi siamo la prima missione militare inglese inviata presso i partigiani albanesi. Il nostro governo ci ha accreditati presso di voi per metterlo al corrente della situazione nel vostro paese, della lotta del vostro popolo contro l'occupante italiano; poi trasmettererno al nostro Quartier Generale i vostri punti di vista sulla guerra, i vostri bisogni e le vostre richieste per proseguire la lotta.
- Ma che sapete della lotta del popolo albanese contro l'occupante e i suoi collaboratori nel nostro paese? - chiesi a McLean.
- Quasi nulla - egli rispose sorridendo.
- Se non ne sapete niente, - gli dissi, vuol dire che, per quanto riguarda l'Albania, siete riniasti al tempo di Chamberlain.
Gli occhi di MeLean scintillarono come quelli di un gatto incollerito.
- Eppure, - proseguii - sin dal 7 aprile 1939, giorno in cui Chamberlain aveva passato il suo week-end andando a pesca e fino ad oggi, il popolo albanese non ha smesso di lottare contro i fascisti italiani, contro i quisling e gli altri traditori.
Gli parlai dettagliatamente della titanica lotta del nostro popolo, piccolo ma coraggioso. Gli evocai le eroiche imprese del popolo albanese e dei nostri partigiani, ed anche le atrocità, i massacri e gli incendi perpetrati dagli italiani e dai loro collaboratori. Richiamai la sua attenzione sui metodi impiegati dalla propaganda fascista per dividerci, per scoraggiarci, metodi che da noi erano falliti, perchè il Fronte Antifascista di Liberazione Nazionale e le forze partigiane li avevano smascherati, sventando costantemente i piani del nemico.
- Ma dove mai trovate le armi, signor Hoxha? - chiese McLean. - La Russia è lontana e non può inviarvele. Avreste forse delle fabbriche d'armi qui, nelle montagne?
- No, non abbiamo fabbriche di armi nelle montagne, ma le abbiamo nel popolo. E' vero che il satrapo Zogu, dieci giorni dopo il suo avvento al potere nel 1924, aveva decretato il disarmo generale della popolazione, ma gli albanesi, come hanno sempre fatto, nascosero le loro armi, poichè nessuno è mai riuscito a disarmarli. Questa è una tradizione che essi hanno tramandato di generazione in generazione. A questo proposito, - proseguii, - raccontano un episodio interessante accaduto a Londra fra Edward Grey, vostro ministro degli esteri di una volta, e il nostro valoroso patriota Isa Boletini. Era il tempo quando nubi oscure si erano nuovamente ammassate sul cielo d'Albaniá; quando il nostro paese era coinvolto nel vortice delle mire rapaci dei suoi vicini sciovinisti e quando la Conferenza degli Ambasciatori del 1913 lasciava ingiustamente fuori dei confini statali dell'Albania la metà del paese, e sapete quale? La Kosova ed altre regioni, le cui popolazioni avevano bagnato di sangue ogni palmo del loro suolo per liberarsi dalla Turchia. I patrioti Ismail Qemali e Isa Boletini si erano recati a Londra per incontrare Grey, allora presidente della Conferenza degli Ambasciatori. Volevano protestare presso di lui contro l'ingiustizia commessa verso il nostro paese e trasmettergli il solenne giuramento degli albanesi di voler battersi fino in fondo per la riunificazione di tutte le terre dei loro antenati. Prima di entrare nell'ufficio di Sir Edward Grey, Isa Boletini, secondo la raccomandazione delle guardie di servizio, lasciò la pistola, nell'anticamera. Conclusosi il colloquio, Grey scherzando gli disse: "Finalmente, signor Boletini, qui a Londra noi abbiamo fatto quello che i pascià turchi non sono riusciti a fare". Boletini, avendo capito che il vostro ministro faceva allusione al fatto che si era lasciato disarmare, lo fissò negli occhi e gli rispose sorridendo anche lui: "In fede mia no, non sono stato mai disarmato, nemmeno qui a Londra" e trasse di seno un’altra pistola con la cartuccia in canna.
Ecco, signor maggiore, è in questa tradizíone che noi abbiamo una delle nostre <<fabbriche>> di armi. Le nostre "fabbriche" di armi - proseguii - sono anche i depositi di munizioni degli italiani, i loro posti di comando e le loro caserme, sono le nostre azioni sulle strade nazionali e sui campi di battaglia. Quando abbiamo cominciato la lotta, non avevamo armi a sufficienza, ma c'è una canzone del nostro popolo che fra l’altro dice: <<Se non avete armi, trovatele, strappatele a quelcane del nemico>> E' proprio quel che abbiamno fatto e continuiamo a fare. Nel corso delle battaglie, delle azioni, noi attacchiamo gli italiani e strappiamo loro le armi.
Avete menzionato la Russia. Tengo a dirvi che se la Russia fosse stata vicina al nostro paese, siamo convintì che ci avrebbe dato delle armi perchè è nostra alleata, come lo siete anche voi Anche voi dovrete darcene, perchè ne abbiamo bisogno. Le armi non si mangiano, ma servono solo a combattere. Ed è per combattere che le vogliamo.6
- Sono autorizzato a dirvi, signor Hoxha, - mi rispose McLean, - che nei limiti delle nostre possibilità, noi daremo armi a tutti quelli che si battono.
- Questa è una buona notizia che mi date - risposi. - Qui, in Albania, a battersi sono solo i partigiani ed il popolo organizzato nel Fronte Antifascista di Liberazione Nazionale.
- Ma, signor Hoxha, - egli obiettò - mi pare che c'è anche un'altra organizzazione che si batte qui, in Albania, e che si chiama Balli Kombétar.
- Vedo, signor maggiore - gli risposi che sapete qualche cosa dell'Albania. Avete delle informazioni sui ballisti e poichè volete sapere quello che penso di loro, vi risponderò volentieri: E' vero che il Balli Kombétar esiste, ma i suoi capifila sono legati agli italiani, non si battono contro di loro, anzi si stanno organizzando per combatterci con le armi. Per il momento sono "alle prese" con i polli, i tacchini e la carne allo spiedo del bestiame che portano via ai poveri contadini.
E spiegai a lungo all'inglese, che lo sapeva certamente, che cosa fosse il Balli Kombétar.
- Se non lo sapete, - soggiunsi poi ironicamente, - vi comunico che ci sono anche degli zoghisti con a capo Abaz Kupi, alias Bazi i Canës, il quale è membro anche del nostro Fronte di Liberazione Nazionale.
Naturalmente, l'inglese sapeva anche questo, ma io insistetti apposta:
- Questo lo sapevate, non è vero, signor maggiore? - Egli fu costretto, questa volta, ad ammetterlo.
E così si chiuse anche questo capitolo.
Poi McLean ricominciò:
- Noi qui, signor Hoxha, non facciamo della politica, siamo semplicemente dei soldati e c'interessiamo soltanto delle questioni militari.
- Che cosa intendete dire con <<questioni militari>>? - chiesi.
Il suo sguardo ridivenne torvo.
- Noi c'interessiamo di tutte le informazioni che riguardano gli eserciti italiano e tedesco - egli rispose. - A noi interessano le forze impegnate contro di voi in Albania, la denominazione dei reparti, il loro armamento, le tattiche a cui ricorrono nei combattimenti di montagna, ecc.
- Ora vi comprendo, - dissi - e noi siamo pronti ad informarvi su tutti questi punti.
- Signor Hoxha - proseguì McLean - voi comprendete che l'Albania è piccola sulla carta, ma è grande quando bisogna percorrerla a piedi; quindi ci sarà difficile adempiere alla nostra missione senza l'aiuto dì altri compagni.
- Ma avete in noi dei compagni di combattimento, i vostri alleati nella lotta contro il comune nemico, - gli risposi.
Capii. dove voleva parare, perciò mi misi a parlargli per filo e per segno della situazione su tutti i fronti della guerra e gli chiesi di spiegarmi come si svolgevano i combattimenti negli altri paesi, come si battevano i partigiani greci e jugoslavi (ero al corrente della situazione, ma volevo sapere come egli giudicava la loro lotta).
Da quel furbacchione che era, egli riassunse brevemente i suoi pensieri e infine disse:
- E' da molto tempo che non percorro più le montagne a piedi, e non sono quindi in grado ,di informarvi. Poi venne al punto che gli premeva di più: - Da soli, ci sarà difficile portare a buon fine il nostro compito. E' fuor di dubbio che senza il vostro aiuto non possiamo far nulla, perciò siamo incaricati di pregarvi affinchè prendiate in considerazione l'eventualità del lancio con paracadute di altre missionì per meglio venire in aiuto alle vostre forze partigiane.
- Questa è una questione che possiamo studiare e discutere di nuovo - gli dissi. --- Ma, tornando a quello che avete appena detto, e cioè al fatto che non vi occupate di politica, tengo a dichiararvi subito che non permettiamo che nelle nostre file si faccia della Politica a favore dell'occupante e dei suoi strumenti. Noi non tolleriamo le affermazioni e la propaganda a favore dei nostri nemici, sotto qualsiasi maschera esse siano nascoste. Noi permettiamo invece, senza alcuna riserva, la lotta politica e ideologica contro gli occupanti fascisti e i loro strumenti.
Il secondo punto che tengo a precisare è il fatto che la vostra missione non deve ingerirsi nei nostri affari interni. Chiederete tutto ciò di cui potreste aver bisogno, per il tramite del nostro Comando o dei nostri delegati nelle regioni dove verrete a trovarvi.
Un'altra questione importante riguarda lo scopo stesso del vostro arrivo qui: dovete rifornirci di armi, munizioni e indumenti. Al più presto vi presenteremo le nostre richieste. - E terminai dicendo:
- Sono convinto, signor maggiore, che avremo buoni rapporti. Come vedete, le condizioni per una buona intesa fra noi non sono complicate, sono facili ad essere accettate e applicate, purché ci sia la buona volontà.
- Va bene, - egli disse, - mettiamoci quindi all’opera. Permetteteci di far paracadutare qualche altra missione, ed indicateci le zone e i punti dove possiamo farlo.
Certo - risposi, studieremo il problema e vi indicheremo i luoghi adatti alla discesa, ma bisogna prima cominciare con il lancio del materiale bellico e poi degli ufficiali inglesi poichè le vite umane sono molto più preziose delle armi, non è vero?
McLean non aveva nulla da dire. Chiudemmo il colloquio dopo esserci messi d'accordo di incontrarci di nuovo in seguito.
Senza perder tempo misi al corrente i comitati distrettuali del Partito ed anche i comandi delle unità partigiane dell'arrivo della missione militare inglese presso il nostro Stato Maggiore partigiano. Spiegai loro in quale veste erano venuti e che, pur considerandoli come nostri alleati contro lo stesso nemico, non bisognava mai dimenticare la loro natura di classe, i loro disegni nei confronti della nostra lotta, dell'Unione Sovietica, del comunismo. Nel contempo feci sapere loro che, sin dal mio primo incontro con gli inglesi, avevo messo freno alle loro velleità, consistenti nella raccolta di informazioni e in attività di spionaggio contro la nostra Lotta di Liberazione Nazionale, il nostro Partito e il nostro Esercito Partigiano di Liberazione Nazionale. Essi volevano raccogliere informazioni di ogni genere, conoscere le nostre forze, le nostre tattiche e la nostra strategia. Pretendevano di far ciò da "amici", nella loro qualità di grande "alleato" nella lotta contro lo stesso nemico, il nazi-fascismo, strombazzavano a gran cassa che erano venuti ad aiutarci con armi e indumenti e, non potendo rifornirci di viveri, avrebbero messo a nostra disposizione piccole unità della loro "cavalleria di San Giorgio" (cioè sterline), affinchè potessimo procurarci i viveri sul posto. D'altro canto, essi ci promisero che avrebbero propagandato la nostra Lotta di Liberazione Nazionale.
Nel contempo spiegai chiaramente ai compagni che avevamo accolto con ogni riserbo tutte queste belle parole, che non potevamo mandare giù cosi facilmente queste "promesse". Bill McLean, il capomissione, s'indignò quando vide che non gli allentavamo la briglia, che lo facevamo accompagnare ovunque da partigiani fedeli e vigili. Egli non poteva spostarsi a suo piacere, avrebbe quindi raccolto solo la "sterpaglia" che gli avrebbero lasciato i nostri compagni e non quello che gli sarebbe piaciuto raccogliere. Raccomandai perciò ai campagni di essere corretti e nel contempo, tempo molto attenti con gli inglesi.
<<Può darsi, dicevo a loro, che un certo numero di missioni inglesi si rechino, con la nostra autorizzazione, in varie regioni che si trovano sotto il nostro controllo. Per quanto riguarda l'atteggiamento da tenere nei loro confronti, la consegna doveva ossere ovunque: correttezza e vigilanza! Non bisogna assolutamente permettere agli inglesi di cacciar il naso nei nostri affari interni. Occorre mantenere il massimo riserbo su tutti i problemi del Partito, sulla sua organizzazione, ì suoi ordini, le sue direttive, le sue riunioni, sul momento, il luogo e lo scopo di queste riunioni. Nessuno di loro, filocomunista o no, non ne deve sapere nulla. Per loro noi siamo tutti dei partigiani. Bisogna mantenere il segreto sulle questioni di carattere militare, come l'organizzazione del nostro esercito partigiano, il numero delle sue unità, la loro composizione, gli ordini di operazione, l'approvvigionamento, la quantità e la natura degli armamenti, ed anche su altri dati di carattere interno. Se vorranno assistere ai nostri combattimenti, conduceteli, avvisandoli però all'ultimo momento e senza metterli mai anticipatamente al corrente del piano operativo dei vostri combattimenti. Fornite loro subito tutte le informazioni di cui disponete sull'occupante. Fate in modo che essi non s'ìnfiltrino nella massa dei partigiani, che non si mettano a sparlare a fare promesse o intraprendere azioni nocive. Chiedete loro con insistenza di paracadutarvi delle armi>>.
Esortavo quindi i compagni ad essere attenti e preparati a far fronte alle manovre di questi agenti dell'Intelligence Service, che sicuramente avrebbero tentato in seguito di corrompere gli elementi deboli e indecisi.
Più tardi in un incontro con McLean gli Presentai Myslim Peza, che noi chiamavamo "babbo". Le prime parole che quest'ultimo indirizzò all’ufficiale inglese furono queste: "Noi vogliamo che ci lanciate con paracadute delle armi, se siete buoni amici>> e, mostrandosi anche abile diplomatíco, egli aggiunse:<E io credo che lo siate".
Mustafa Gjinishi faceva da interprete.
Infine presentammo a McLean la lista delle armi da noi richieste, dicendogli: "Dovete cominciare con il lancio delle armi innanzi tutto a Peza, poichè qui è stato sparato dai partigiani il primo colpo di fucile contro gli invasori fascisti".
McLean promise di farlo. Dopo qualche tempo, essi ci lanciarono solo la quinta parte di quello che avevamo chiesto, e per di più armi leggere con poche munizioni; c'erano anche alcuni giubbotti e calzerotti. Nel contempo scese anche una nuova missione inglese, per cui avevamo dato il nostro consenso.
- Vorremmo - ci disse McLean, - se lo permettete, inviare questa missione a Dibra, presso Baba Faja e Haxhi Lleshi.
Consultai a questo proposito babbo Myslim e decidemmo di accettare la sua proposta.
- Haxhi e Baba Faja provvederanno ad aver cura dell'"amico" dai baffi rossicci che sembrano tinti di henna - mi disse Myslim.
- Dovremmo avere una missione - disse McLean - anche presso il signor Myslim Peza, poichè qui si trova il centro più importante dei partigiani.
Se Myslim la vuole, può decidere egli stesso - risposi.
- Va bene, compagno Enver - fece Myslim e, rivolgendosi a Mustafa Gjinishi, gli disse: Traduci al signore quanto segue: accetto questa missione, a condizione però che non comprenda più di tre persone, che non si ingerisca nei nostri affari interni, che abbia contatti soltanto con il commissario e con me, che non mantenga alcun rapporto con i reazionari e con i nostri nemici, e che ci faccia paracadutare delle armi.
Se il signore accetta queste condizioni, compagno Enver, - egli disse rivolgendosi a me, sono pronto a fare altrettanto.
Traducendo le parole di babbo Myslim all' inglese, Mustafa Gjinishi balbettava, arrossiva, premeva la punta del naso con due dita e tossicchiava ogni tanto per schiarirsi la voce.
- Certo che accettiamo queste condizioni disse il maggiore inglese che a stento riusciva a frenare la sua collera.
Quando mi recai nel distretto di Korça per prendere contatto con i compagni del Partito e le forze partigiane comandate da Teki Kolaneci, Riza Kodheli, Josìf Pashko, Agush Giergievica, Asllan Gurra ed altri comandanti e commissari di reparti e di battaglioni, venni a sapere che anche McLean si trovava da quelle parti. In quel tempo la banda ballista di Safet Butka e lo ziarrista**( Così venivano chiamati i membri del gruppo trotzkista "Zjarri" (il Fuoco), autodefinitosi <<Partito Comunista Albanese" Tale gruppo fu sgominato dal nostro Partito nel marzo 1943)Fetah Butka, mettendo a profitto i nomi di Sali e Gani Butka, patrioti del passato, andavano in giro per i villaggi della Kolonja, ne dicevano di tutti i colori del nostro Partito e del Fronte Antifascista di Liberazione Nazionale e collaboravano con l'Italia fascista. I ballisti ed alcune delle loro bande appena formate operavano in tal senso un po' ovunque. Cosi agivano anche Ali Kélcyra in alcune regioni del Sud, Zenel Gjoleka a Kuç di Kurvelesh, i Koço Muka lungo il nostro litorale sud e i Qazìm Koculi a Vlora e altrove. Ugualmente nella zona di Korça andava gironzolando un certo Raliman Zvarrishti, un elemento incostante, che aveva comandato un reparto partigiano di guerriglia e che fini per unirsi al Balli Kombétar. Per i ballisti, con il loro copricapo bianco fregiato dell'aquila bicipite, questa era la fase in cui cercavano di farsi passare per un'organizzazione nazionalista. Malgrado i loro sforzi di atteggiarsi a patrioti, era evidente che essi poggiavano sul bey, gli agà e gli intellettuali venduti e corrotti, che non avevano nulla in comune con il popolo e la sua lotta, e che tutto li legava all'occupante italiano contro il popolo.
Un giorno, mentre mi trovavo a Vithkuq in riunione con Josif Pashko ed altri compagni, McLean venne a trovarmi. Raccomandai ai compagni di condurlo in una zona quanto più discosta, ma non molto lontana, sempre vicina a Leshnja e ciò per i motivi che spiegherò più avanti. E così l'inglese fu condotto nel villaggio di Shtylla.
Andai anch'io a Shtylla dove lo incontrai e constatai che gli avevano riservato due stanze comode, dove avrebbe potuto lavorare a suo agio ed assicurare i suoi collegamenti radio. L'invitai a cena a casa di Behar Shtylla, di cui ero ospite. Naturalmente, durante la cena, il discorso cadde sulla questione delle armi.
- Korça, questo distretto cosi combattivo gli dissi, - non possiede nemmeno un mitra di fabbricazione inglese. I partigiani si lagnano e chiedono che siano loro paracadutate a tutti i costi delle armi.
McLean, come al solito, giocava con le parole, cercando di "spiegare" questo e quest'altro.
- Se non lanciate delle armi qui - dissi scherzando - gli abitanti della regione non vi lascieranno andar via e vi terranno prigioniero. Poi, rivolgendomi a Teki e a Behar, dissi: - Domani conducete il maggiore a vedere la pianura di Leshnja, è qui vicina e molto adatta al lancio di armi con paracadute.
L'indomani il maggiore andò a vederla e, al suo ritorno, gli chiesi:
- Ebbene, che ve ne pare?
- Un buon posto - disse.
- Allora - dissi a Teki - presentate al signor McLean l'elenco delle armi che vi servono.
Teki non si era mostrato sobrio. "Chiediamole pure, egli mi disse, sebbene siamo certi che non ce le spediranno".
Di fronte alle nostre richieste, McLean sgranò gli occhi ed esclamò:
- Ma ci vorranno almeno trenta aerei per il trasporto di tutta questa roba.
- Mandatecene almeno dieci - dissi. - Sapete qual'è la miglior cosa da fare, signor maggiore? Parlatene con il comandante Teki e mettetevi d'accordo con lui. - Ci faceva da interprete un abitante della regione del Devolli, di nome Plaku,**( Jorgo Plaku, martire della Lotta di Liberazione Nazionale) che aveva frequentato la scuola tecnica americana di Tirana al tempo di Zogu.
Finalmente venne effettuato un lancio di armi a Leshnja.
Avevamo deciso di colpire gli italiani lungo la strada Giannina-Korça-Manastir. Le nostre forze condussero a buon fine quest'azione; furono uccisi molti nemici, incendiati dei camion e catturati dei fucili.
Era il tempo in cui cercavarno di impegnare le bande del Balli Kombétar nella lotta contro l'occupante. Alcuni rappresentanti del nostro movimento andarono a discutere a tal fine con Safet Butka. Ma costui si rifiutò di intavolare conversazioni con loro. L'inglese, venutone a conoscenza, mi pregò di lasciarlo andare, insieme al comandante Teki, da Safet Butka per convincerlo.
- Non farete altro che perdere il vostro tempo, - dissi, - essi non vogliono combattere. Nonostante ciò, siamo pronti a soddisfare il vostro desiderio.
McLean si recò da Safet Butka, ma costui si rifiutò nuovamente di combattere.
• Ebbene, siete ora convinto che avevo ragione? - chiesi al maggiore che se ne stava col capo chino davanti a me al suo ritorno da Safet.
• Essi non sono per la lotta.
In quel tempo la missione inglese nel nostro paese era composta da quattro o cinque gruppi. McLean era il loro capo e Mustafa Gjinishi il suo amico.
Un bel giorno McLean mi fece una proposta <<interessante>>!
- Ho pensato, signor Hoxha, - egli disse - che per eliminare ogni burocrazia, le vostre richieste di armi e di munizioni non siano presentate direttamente dal vostro Stato Maggiore Generale, ma dalle zone stesse di operazione dove si trovano le nostre missioni. Anche le forniture, - egli aggiunse orgogliosamente, come se avesse avuto un'idea geniale, - siano spedite direttamente senza dover passare per il tramite della Stato Maggiore Generale. Ciò accelererà.. .
- No, - risposi interrompendo il suo discorso - non lo permetterò mai.
Sorpreso, egli mi guardò stupefatto. Poi, vedendo il fallimento totale della sua mente "feconda", chinò il capo e, dopo una pausa, cambiò discorso. Il suo disegno diabolico era andato in fumo prima ancora che l'avesse esposto. Con questa tattica subdola, egli cercava di ottenere l’"autorizzazione ufficiale" per prendere in mano, attraverso altre vie, la direzione della lotta del nostro popolo allo scopo di paralizzarla. Inoltre egli mirava a corrompere le nostre file dalla base, a compromettere con le sterline gli elementi insufficientemente formati ed averli in mano, indipendentemente dal corso degli eventi. Ma anche in questa direzione l'Albione subi una disfatta.
In occasione della formazione della nostra I^ Brigata a Vithkuq, invitammo anche McLean. Egli assistette alla festa e alla cerimonia per la consegna dello stendardo di combattimento alla Brigata.
Una volta MeLean si recò a Shpirag, accompagnato da Koço Tashko come interprete. Di qui era poi sceso ad osservare le posizioni di Kuçova. Al suo ritorno, Koço, arrabbiato e impaurito, venne da me e mi disse:
- Cercate un altro interprete per il maggiore, compagno Enver, io non ci vado più con lui. Sapete cosa ha fatto? Si è arrampicato su una collina e allo scoperto, con una sciarpa rossa sul petto, si è messo a guardare con il cannocchiale. Se ci esponiamo in questo modo, finiremo per farci uccidere dai tedeschi.
- Ma perchè mai si mette questa sciarpa? chiesi.
- Per far vedere che si tratta di un ufficiale - mi disse Koço - e, se le cose vanno male, per non farsi uccidere, ma cadere prigioniero. Può darsi che riesca a cavarsela, ma a me, mi accoppano di certo.
Dalle informazioni che mi facevano pervenire i compagni, risultava che le missioni inglesi, ovunque si trovassero, si adoperavano in tutti i modi a stabilire contatti con la reazione. Cercavano anche di ficcar il naso nei nostri affari ed avevano dei diverbi con i nostri compagni.
Nell'agosto 1943, di fronte all'attività delle missioni inglesi tesa a corrompere i nostri uomini e di fronte al pericolo che costituivano le loro ingerenze nei nostri affari interni, dovetti mettere in guardia un'altra volta i nostri compagni della base. Inviai loro una lettera con la quale spiegavo chiaramente che se gli inglesi erano venuti da noi, questo l'avevano fatto nel loro interesse e per ficcare il naso nei nostri affari. Essi continuavano a non mantenere le promesse di inviarci armi e danaro. <<Si avverte in loro la tendenza, scrivevo, di voler interrogare chiunque, partigiano o comandante di guerriglia, per raccogliere informazioni e poi affondare i loro artigli nel nostro esercito e nel nostro movimento. Distaccate presso di loro dei compagni sicuri, che li accompagnino ovunque e impediscano loro di abboccarsi con gente che a vostro parere non dovrebbero incontrare>>. * * (Enver Hoxha. Opere, vol. 1, p. 342) Inoltre raccomandavo costantemente loro di non fornire agli inglesi nessuna informazione sui nostri affari interni.
Ebbi spesso vivaci dibattiti con McLean non solo per il mancato invio di armi, ma anche a proposito dei molteplici tentativi dei britannici dì stabilire contatti ad ogni costo con il Balli Kombëtar, la reazione dell'Albania del Nord e con i capifila della reazione a Dibra e in Macedonia. Dalla regione del Mat m'informavano che la missione inglese vi dettava legge e che gli zoghisti ricevevano armi in abbondanza.
Dopo la conclusione dei lavori della Seconda Conferenza di Liberazione Nazionale tenutasi a Labinot, mi recai con alcuni compagni a Peza. Erano appena trascorsi pochi giorni dalla capitolazione dell'Italia fascista e noi dovevamo seguire da vicino gli avvenimenti nella capitale per sapere che sarebbe stato dell'esercito italiano che vi si trovava, quale corso avrebbe preso la situazione nei Balcani dopo questo avvenimento, che cosa avrebbero fatto gli alleati, i quali, come si andava dicendo, dovevano sbarcare da quelle parti.
Le pressioni e le ingerenze degli ufficiali inglesi si andarono intensificando. Ma il Partito, pur proseguendo la lotta, stava all'erta. Molti compagni dei comitati regionali e delle nostre formazioni c'informavano con sdegno di quest'attività deleteria degli <<alleati>>. Mi scrivevano da Vlora che l'inglese che si trovava con loro, insisteva affinchè i suoi ordini fossero eseguiti, poichè a sentir lui, egli li riceveva dal <<governo britannico>>! "Non dovete attaccare né disarmare gli italiani", egli diceva ai nostri compagni, <<dovete tendere imboscate solo alle autocolonne tedesche. Se continuate a colpire gli italiani, sospenderò il mio aiuto>>. In questa lettera si parlava anche delle altre minacce dell'ínglese: "Non attaccate Vlora, perchè vi sbarcheremo noi", oppure "se volete agire, fate venire qui un delegato del Fronte e un altro del Balli Kombétar per discutere con me in vista dell'unione e di un attacco congiunto del Fronte e del Balli Kombëtar contro la cíttà". Questi erano ordini contrari alla linea del nostro Partito e alle istruzìoni del Consiglio Generale di Liberazione Nazionale. Ma i compagni di Vlora se n'infischiavano dell'inglese. Essi eseguivano senza esitazione le nostre direttive.
Anche da Pogradec mi facevano sapere che il capitano inglese Smiley aveva ingiunto al comando delle forze partigiane locali di non aprire il fuoco sugli italiani e di allontanare i partigiani dalle vicinanze delle caserme della città.
Per tutti questi motivi, e per ricordare un' altra volta agli inglesi che c'era un limite oltre il quale non potevano andare, inviai ai primi di ottobre 1943 ai comitati regionali del PCA una lettera con la quale facevo loro sapere, tra l'altro, che le missioni inglesi rappresentavano soltanto l'esercito inglese, che in questa veste dovevano sostenere quelli che si battevano contro l'occupante, ma che non avevano alcun diritto di ingerirsi nei nostri affari interni. "Fate loro chiaramente capire, sottolineavo, qual'è il nostro atteggiamento verso i ballisti e gli altri traditori, e preveniteli che sono responsabili davanti al loro governo e davanti a noi di tutto quello che faranno in favore di quest'ultimì e a scapito della lotta del popolo albanese. In nessun caso, scrivevo ai comitati, non dovete prenderli come arbitri per la soluzione dei problemi che sorgono fra noi e il Balli Kombétar; questi problemi li sistemeremo noi stessi, poiché siamo in casa nostra e siamo noi a farvi la legge secondo gli interessi del nostro paese, del nostro popolo e della nostra lotta.
"Noi conosciamo bene gli angloamericani, proseguivo, e così come loro non dimenticano chi siamo, nemmeno noi dimentichiamo neppure per un istante che essi sono dei capitalisti, dei nemici del comunismo e del socialismo. Oggi, noi siamo i loro alleati nella lotta contro il fascismo italiano e il nazismo tedesco e restiamo fedeli a quest'alleanza, ma non abbiamo permesso né permetteremo mai che essi si ingeriscano negli affari interni dell'Albania. Il passato amaro del nostro popolo non si rinnoverà. Il Partito Comunista d'Albania e il popolo albanese non lo permetteranno mai"*. *( Enver Hoxha. Opere, vol. 1, pp. 435-436)
Ogni volta che incontravano resistenza, gli inglesi non insistevano, ricorrevano a sotterfugi, proseguivano il loro lavoro e cercavano con l'astuzia di dividere e di ingannare i nostri uomini.
McLean e compagni tastavano il terreno, sbagliando però sempre il colpo.
In un giorno di ottobre, mentre stavo, parlando con babbo Myslim, un comandante di battaglione si avvicinò a noi con una piccola borsa in mano.
- Che cos'è questa? - gli chiese Myslim.
- Sterline oro - egli rispose.
- Dove le hai trovate? - gli chiesi.
- In un angolo della mia tenda. Pioveva e il maggiore inglese passando da quelle parti, è venuto per mettersi al riparo. Cessata la pioggia, egli se ne andò, ma vi lasciò questa borsa.
- Ascolta - gli dissì, - vai a cercare l'interprete e andate tutti e due dall'inglese. Restituitegli il denaro e ditegli: "La prossima volta, signor maggiore, non <<dimenticate>> le vostre sterline sotto le tende dei partigiani, se non volete avere delle brutte sorprese".
Babbo Myslim. si mise a brontolare: Che farabutti! Non è la prima volta che lo fanno.
- Sì, - risposi - me ne ricordo.
Ci trovavamo in un piccolo vìllaggio di Peza. Myslim, alcuni altri compagni ed io eravamo seduti intorno al focolare nella stanza del fuoco di un contadino povero, quando sopraggiunse un partigiano col fiato mozzo:
- Babbo Myslim - egli disse - l'ufficiale inglese che è appena partito per Greca ha lasciato questo sacchetto sul luogo dove era montata la sua tenda.
- Fai vedere un po' quello che c'è dentro - disse Myslim, aprendo il sacchetto e rovesciando su una pelle di capra un mucchio di sterline.
Babbo Myslim si rabbuiò in volto, si alzò e disse al partigiano in tono perentorio
- Raccogli questa roba e corri subito a raggiungere quel cane. Digli di non disperdere il suo denaro per strada, che noi non mandiamo giù queste cose e che gli albanesi non vendono la loro anima per un pugno di soldi.
- Hai ragione, babbo Myslini – gli dissi. - Così l'inglese capirà che le sue monete d'oro non hanno alcun valore per i veri albanesi.
Non era la prima volta che Myslim Peza si comportava con tanta determinazione e saggezza..
Il maggiore inglese Seymour, in una lettera inviata dal villaggio di Greca al compagno Myslim Peza, si lagnava perché nessuno gli forniva informazioni. Nessuno, egli diceva, dava ascolto alle sue istruzioni, era tenuto all'oscuro dei piani di attacco contro i tedeschi, ecc., e poi, chiedendo di essere messo al corrente dì questi piani, aggiungeva subdolamente: "Mando questa lettera a voi perché siete un militare, come lo sono anch'io, e spero che vi renderete conto della situazione difficile in cui ci troviamo, meglio di chiunque altro che non abbia la vostra esperienza di guerra ed in altri campi". Ma il maggiore inglese era capitato male! Egli non conosceva bene babbo Myslim, questo patriota, questo valoroso e insigne combattente del nostro popolo. Myslim gli rispose in modo tale che la vecchia volpe dell'Intelligence Service non osò più ritornare alla carica.
Ovunque essi andassero, soprattutto quando facevano delle "azioni", distruggendo ponti o strade, gli inglesi lasciavano cadere o gettavano negligentemente vari oggetti, pacchetti di sigarette, scatole di carne, ed altro con il marchio Made In England, affinché gli occupanti si rendessero conto che autori di queste azioni erano loro, gli inglesi, e così si mettessero ad inseguirli, senza curarsi affatto degli incendi e delle rappresaglie che in tal modo provocavano contro la popolazione. Il punto culminante delle loro <<azioni>> fu il bombardamento dell'"aeroporto di Tirana", verso metà ottobre 1943 da parte di aerei angloamericani. Dalle informazioni ricevute dai compagni di Tirana, risultava che questi aerei avevano bombardato tutto un quartiere della città, uccidendo e ferendo centinaia di abitanti e causando ingentissimi danni materiali. Appena a conoscenza del fatto, inviammo alla missione militare inglese una nota di protesta, concludendola in questi terminì: "Informate dell'accaduto il Cairo e inoltrate la nostra protesta alle autorità competenti, affinché queste azioni ríprovevoli non si rinnovino a danno della popolazione civile, ma che vengano colpiti, con una violenza sempre crescente, gli impianti militari del nemico". Per tutta risposta, la missione inglese inviò al suo amico Mustafa Gjinishi un volantino scritto in inglese che doveva essere tradotto, ciclostilato e poi distribuito a Tirana, in cui fra l'altro si diceva: "I nostri piloti faranno tutto il possibile per non causarvi danni, ma voi stessi dovreste facilitare loro il compito allontanandovi dalle opere militari". Che logica!
Ecco quale era il contributo che gli inglesi davano all'Albania con le loro <<azioni>>!
Verso la prima settimana di ottobre 1943 Bill McLean chiese di avere un incontro con me, motivandolo con "una questione urgentissima" che aveva da comunicarmi da parte della sua centrale di Londra.
Apposta lo feci attendere due giorni per fargli capire che poco mi preoccupavo della "questione urgentissima" di Londra, come del resto Londra stessa non si affrettava a soddisfare le nostre urgentissime richieste di armi e di munizioni. Gli inglesi e Bill McLean, il loro capomissione, continuavano a mentire, limitandosi come sempre alle promesse. Se i loro aerei non venivano ciò era sempre dovuto, a sentir loro, "al cattivo tempo", al fatto che "l'Inghilterra rifornisce di armi l'intera Europa", al fatto che "gli uomini incaricati di soddisfare le richieste del Fronte di Liberazione Nazionale non sono molto diligenti ed altre panzane del genere, ormai fritte e rifritte. Infatti, gli inglesi non ci avevano lanciato fino allora che qualche centinaio di fucili, pochissime munizioni e qualche straccio, giusto quel tanto da poter dire "vi abbiamo pur sempre inviato qualche cosa". Ma, in mancanza di munizioni, anche quel poco di fucili che ci inviavano, andava a finire ben presto fra i "ferri vecchi". Come ho già detto, le nostre armi le strappavamo all'occupante attaccando i suoi depositi, sul campo di battaglia o disarmando i nostri prigionieri.
Con gli inglesi avevamo frequenti urti e contrasti. Noi chiedevamo loro delle armi, essi continuavano a mentire e solo raramente, dopo lunghi diverbi e litigi, consentivano di fornirci qualche semplice nitra usato o a lanciarci con uno o due aerei pochi indumenti.
Eravamo in lite con loro anche a proposito di Radio Londra che passava quasi sotto silenzio la nostra lotta o che, anche quando ne parlava, e ciò accadeva molto raramente, attribuiva la nostra lotta al Balli Kombétar. In questa situazione, continuavamo a stringere ancor più il cerchio intorno a loro, rendendo ancora più difficili i loro spostamenti. Essi facevano grandi sforzi per prendere contatto con elementi camuffati, inviati dai capifila del Balli Kombétar, nei distretti di Korça, di Tirana e di Dibra. Essi ebbero, naturalmente, un incontro speciale con Abaz Kupi (presso il quale Bill McLean fu accreditato più tardi) e, per il suo tramite, essi prendevano contatto, nascondendo il fatto a noi, con i quisling di Tirana, con i capi della reazione nel Nord e soprattutto a Dibra, ed anche con Muharrem Bajraktari. Noi vedevamo chiaramente quale fosse la politica degli inglesi. Essi stavano organizzando la reazione e cercavano di farla insorgere contro di noi, a fianco degli italiani e successivamente dei tedeschi, per colpirci a morte, in modo che alla liberazione dell'Albania le truppe inglesi potessero intervenire come "liberatrici" e far accedere al potere i nuovi quisling ballisti. Ma non vi riuscirono. Il nostro Partito si mostrò più forte degli italiani, dei tedeschi, dei ballisti, degli zoghistì e degli inglesi..
Proprio per questo i successivi incontri con gli inglesi cominciavano e terminavano con contrasti, prendevano il via con le nostre richieste e si concludevano con le loro false promesse.
Ero convinto che Bill McLean, che chiedeva di incontrarmi, non avesse nulla da dirmi; suo scopo era quello di farmi una nuova promessa, che non avrebbe mantenuto come al solito.
Gli riservai un'accoglienza corretta ma fredda. L'inglese, al contrario, mi strinse la mano tutto sorridente. Egli rideva, i suoi occhi luccicavano come quelli di una volpe. Era intelligente, ma aveva l'anima nera. Questa volta il gatto aveva nascosto le sue grinfie e miagolava dolcemente. Mi ero convinto che quando McLean, quest'agente dell'Intelligence Service, sorrideva, bisognava stare in guardia, poichè questo sorriso nascondeva disegni perfidi.
Lo invitai a sedersi e misi davanti a lui la mia tabacchiera di ferro stagno invitandolo ad arrotolare una sigaretta, ben sapendo che egli non fumava né metteva in bocca una goccia della nostro raki. Mangiava continuamente della cioccolata che gli veniva lanciata dagli aerei inglesi insierne ai suoi effetti personali. Per cose del geriere l'Albione non mancava di aerei, ma non ne trovava quando si trattava di inviare armi a noi che combattevamo contro il fascismo.
- Signor MeLean - gli dissi – avete chiesto di incontrarmi, perché mai, avete forse qualche cosa di molto urgente da comunicarmi da Iiondra? Vi ascolto.
- Due giorni fa, signor Hoxha, ho ricevuto un radiogramma urgente da Londra, ma non vi è stato possibile ricevermi subito, poiché siete, e questo lo comprendo, molto occupato. E' una notizia piacevole per voi e per noi.
- Si tratta forse degli aerei carichi delle armi di cui abbiamo tanto bisogno? - chiesi.
- No, signor Hoxha, si tratta di una notizia ben più lieta dell'invio delle armi; noi aspettiamo un generale insieme al suo stato maggiore. Con il suo arrivo - disse McLean sorridendo - tutte le vostre esigenze saranno senz'altro soddisfatte.
Lo lasciai proseguire:
- Il generale si chiama Davies, è un militare di fama e capace, che conosce bene ed ama sinceramente l'Albania. - E per persuadermi, continuò sullo stesso tono e per un bel pezzo ancora a farmi gli elogi di questo generale.
- Il capo del suo stato maggiore è colonnello, si chiama Nicholls, - e si mise a cantarmi le lodi anche di quest'altro ufficiale. - Vi chiedo, signor Hoxha - prosegui McLean - di impartire al comando partigiano della zona, dove verrà effettuata la discesa, gli ordini necessari affinché siano presi tutti i provvedimenti di sicurezza.
Quando ebbe terminato di parlare, gli chiesi:
- Potreste dirmi presso chi viene inviato questo generale insieme al suo stato maggiore?
- Presso di voi, signor Hoxha.
- Capisco, ma vorrei sapere se è inviato presso lo Stato Maggiore Generale dell'Esercito di Liberazione Nazionale o presso il Consiglio Generale di Liberazione Nazionale?
McLean, da quel furbacchione che era, indovinò le mie intenzioni e, dopo aver riflettuto un attimo, mi rispose:
- Presso lo Stato Maggiore Generale dei Partigiani Albanesi, proprio per questo hanno scelto un generale, una personalità militare e non politica.
- E' difficile - dissi, - dissociare le questioni militari dalle questioni politiche. Quanto a noi, non le separiamo, ma voi avete i vostri principi e le vostre regole. Vorrei soltanto farvi una domanda.
- Prego, signor Hoxha.
- Da chi viene inviato presso di noi?
- Dalla nostra centrale.
- E qual'è la vostra centrale?
Imbarazzato si chiedeva se dovesse rispondere Londra o il Cairo. Dopo pochi istanti, egli disse:
- Londra.
• E' dunque inviato dal Ministero della Guerra dell'impero britannico? - gli chiesi di nuovo.
• Sì - rispose con un fil di voce.
Ora - gli dissi - capisco e tento, che mi abbiate chiarito su questo punto, poichè quel che conta per noi sono i legami e la nostra nostra cooperazione con l'Inghilterra alleata nella lotta comune contro gli stessi nemici.
Dopo queste parole il viso di McLean si rabbuiò un po'. Era stato costretto ad ammettere delle cose che non aveva interesse a precisare. Per noi era del tutto chiaro che gli inglesi non volevano che questi legami fossero considerati come un riconoscimento ufficiale da parte del Governo di Londra, ma semplicemente come un collaborazione militare con il Quartier Generale Alleato per il Mediterraneo, con sede al Cairo. Proprio per questa ragione sollevai tale questione sin dall'inizio.
- Signor McLean gli dissi - avrei un'altra osservazione da farvi. Fra alleati, come siamo noi, l'amicizia e la correttezza esigono che prima di concordare insieme il luogo dove dovranno scendere il generale e il suo stato maggiore, e prima che noi avvertiamo il comando partigiano della zona prenda le misure necessarie, il vostro Ministero della Guerra avrebbe dovuto domandare al nostro Stato Maggiore Generale dell’Esercito di Liberazione Nazionale la sua autorizzazione per l'arrivo di questa missione; e soltanto dopo aver ricevuto la nostra preventiva approvazione, inviare nel nostro paese e presso di noi questo gruppo di ufficiali inglesi condotti dal generale Davies. Questa, dovete capirmi, non è una richiesta puramente formale, ma un’importante questione di principio.
L'agente dell'Intelligence Service stette un momento a pensare e poi subito, sorridendo sotto i suoi baffi rossicci, rispose:
- Certo, signor Hoxha, avete ragione. E' proprio quello che ha pensato anche il nostro ministero, ma nel mio entusiasmo ho dimenticato di riferirvi fino in fondo il tenore del messaggio di Londra. - Ed egli spiegò un foglio di carta che teneva in mano, si mise a leggere un presunto brano in cui era richiesto il nostro consenso.
- Allora, tutto è in regola - gli dissi. Quanto alle competenze, ai diritti e agli obblighi del generale Davies e del suo stato maggiore, penso che ne discuterò con lui dopo il suo arrivo qui. E se le cose stanno cosi (e McLean annui con un cenno del capo), in che data verrà e dove pensate che possa scendere?
McLean mi disse che la data esatta mi sarebbe stata comunicata in seguito.
- Per il momento non sono stato informato della data - egli prosegui, - ma quanto al luogo della sua discesa potreste fissarlo voi stesso. Voi conoscete le vostre regioni meglio di chiunque altro.
- Quanti aerei verranno? - chiesi.
- Non sono in grado di dirvelo, ma può darsi che ve ne siano più di uno.
Ci servirono il caffé e, arrotolando una sigaretta, stavo cercando col pensiero un luogo adatto e sicuro per la discesa, al fine di evitare qualsiasi incidente increscioso, poiché tutta la responsabilità ricadeva su di noi.
Dopo aver meditato sulla questione, dissi a McLean:
- Potranno scendere nella pianura di Biza.
- Dove si trova questa pianura? - egli chiese, fingendo di non saperlo.
Spiegai la carta che avevo nella mia borsa e gli indicai il posto. Dopo avergli detto che questo luogo, a prescindere dal fatto che si trovava vicino a Tirana e a Elbasan, era da considerarsi sicuro, poiché tutta la zona circostante era stata liberata, vi si trovavano dei reparti partigiani e la sua popolazione era interamente con noi, proseguii:
- Potete assicurare il vostro Ministero della Guerra che tutto andrà per il meglio.
Ogni volta che accennavo al suo Ministero della Guerra, notavo in lui un certo imbarazzo accompagnato da un corrugamento della fronte. Sembrava che si fosse reso conto di aver commesso un sbaglio rivelandomi che essi dipendevano dal Ministero della Guerra di Gran Bretagna, ed io gli rammentavo ciò ad ogni momento per tormentarlo, come lui stesso ci tormentava costantemente ingannandoci a proposito dell'invio di armi e di munizioni.
- Siete d'accordo con il luogo? - gli chiesi.
- D'accordo- disse McLean - informerò la mia centrale.
- Anch'io farò chiamare il comandante e il commissario della zona dove avrà luogo il lancio con paracadute, e dirò loro di prendere le misure necessarie. Nel contempo dirò loro di prendere contatto con voi, ma vi prego di andare per qualche giorno a Cermenika per discutere la questione sul posto.
Questo fu l'ultimo colloquio che io ebbi con il maggiore McLean, nella sua qualità di capomissione inglese.
Dopo la sua sostituzione con il generale, egli si recò a Londra dove, dopo essere stato istruito per bene, fece ritorno in Albania nell'aprile 1944, per installarsi presso Abaz Kupi. Per il tramite di Abaz Kupi e della reazione ebbe abboccamenti segreti con i tedeschi e addivenne ad un accordo con loro. E così McLean, il guidaiolo di questo branco di lupi, scoprì il suo vero volto, quello di un nemico giurato del nostro popolo. Parlerò dei suoi maneggi in seno a questo branco e a questi guidaioli, capeggiati da Abaz Kupi, un po' più avanti, in un altro capitolo.
Il gruppo del generale inglese, a differenza del gruppo di McLean, non doveva venire in Albania come una banda di "briganti". Ora almeno gli inglesi erano costretti ad avvisarci, a chiedere, se posso esprimermi cosi, i tre quarti di un permesso per entrare in Albania, facendo nel contempo ogni sforzo possibile per non dare il minimo segno di un eventuale riconoscimento della nostra Lotta di Liberazione Nazionale. Senza dubbio, essi avevano i loro piani prestabiliti da tempo e venivano da noi per informarsi quali fossero le nostre aspirazioni, per impedirne la realìzzazione e creare l'impressione che essi costituivano il fattore principale della nostra lotta di liberazione, che la nostra lotta e la nostra vittoria dipendevano da essi. Perseguendo questi Obiettivi, essi cercavano di preparare un terreno propizio ai loro intrighi.
Naturalmente noi facemmo fallire i loro sinistri disegni.
Partito McLean feci chiamare Kadri Hoxha, capo di stato maggiore del gruppo partigiano di Elbasan, e m'intrattenni lungamente a quattro occhi con lui al fine di spiegargli tutto. Lo misi al corrente della prossima discesa a Biza del generale brigadier Davies, che egli chiamò semplicemente "íl brigadier Davies".
Il comandante del gruppo partigiano conosceva l'inglese per aver fatto i suoi studi alla scuola tecnica americana di Tirana, quindi scherzando gli dissi: <<Potete chiamare Davies "brigadier", ma quando gli inglesi verranno a sapere più tardi che la parola <<brigadier>> indica da noi un sottufficiale, questo non andrà loro molto a genio ed essi stessi vi chiederanno di chiamarlo <<generale>>.
Kadri con il suo sorriso furbo, strizzando un occhio, mi disse: - Non ti preoccupare, saprò cavarmela.
Malgrado tutto, gli raccomandai di mostrarsi cortese con il generale, di intrattenersi posatamente con lui, senza rivelargli nulla di concreto delle nostre forze in questa zona, dei nostri reparti, dei centri di raggruppamento e di approvvigionamento; in poche parole, gli dissi di non rivelare al generale nulla che potesse costituire un segreto militare. Chiesi a Kadri di parlare al generale della nostra lotta contro gli occupanti, del tradimento del Balli Kombétar e della sua collaborazione con le forze del nemico, della fiducia che il Fronte di Liberazione Nazionale aveva nella grande alleanza sovietico-angloamericana, e soprattutto di ripetergli costantemente che avevamo bisogno di armi, le quali non ci venivano inviate, ecc.
- Ti capisco, "mio caro" - egli mi diceva come era sua abitudine chiamare tutti i suoi interlocutori, - farò tutto quello che mi dici.
- Parlate poco e lasciatelo parlare. Se egli tace, provocatelo per farlo parlare. - Gli diedi queste istruzioni, ben sapendo che gli inglesi conoscevano alla perfezione la tattica che stavo raccomandando ma volevo che i nostri procedessero col il massimo riserbo e cercassero di far cantare il più possibile i loro interlocutori.
Gli dissi di trasmettere al generale i miei saluti e di augurargli il benvenuto al momento del suo arrivo. Raccomandai a Kadri di soddisfare i bisogni del nostro ospite, ma senza eccesso di premura affinchè egli non pensasse che noi eravamo i suoi servitori, ma ci considerasse come alleati di lotta. Bisognava che il generale si rendesse conto, sin dal primo momento, che l'accoglienza generosa degli albanesi si ispira alla loro ospitalità tradizionale.
- Egli avrà bisogno di alcuni uomini al suo servizio, di un cuoco e di qualcuno che lo approvvigioni di ortaggi, ma innanzi tutto - gli raccomandai - bisogna trovargli un alloggio.
E bisogna fargli pagare tutto ciò ad un prezzo salato. Siamo in tempo di guerra, essi hanno delle sterline e il nostro popolo è povero.
- Ti capisco, <<mio caro>> - fece Kadri, riprendendo il solito , ritornello.
Vedremo più tardi quale sarà il suo atteggiamento verso la nostra lotta, verso la politica del Fronte di Liberazione Nazionale ed anche verso i ballísti e la reazione, ed allora definiremo la nostra linea di condotta in funzione di ques'atteggiamento.
Tutti quelli che gli faranno da scorta - raccomandai al comandante - devono essere uomini ben formati, intelligenti, ponderati, discreti e fedeli al cento per cento.
- Chiarissimo, <<mio caro>>.
- Dove pensi di poter installare l'inglese per il momento? - gli chiesi, fingendo di non poter immaginare il luogo che mi avrebbe indicato.
- A Orenja, "mio caro", - egli disse, e mi strizzò l'occhio sorridendo con ipocrisia e attorcigliando i suoi baffi fini. - Il generale vi si troverà come in una gabbia.
- Va bene - risposi - installatelo ad Orenja, dal tuo amico Beg Balla. Mi hanno detto che il generale è di età avanzata. E siccome anche Beg è vecchio, avranno sicuramente piacere a f are quattro chiacchiere insieme, ma stai attento, non lasciar Beg civettare troppo con il generale.
Egli sorrise.
- Volevo scherzare - aggiunsi - visto che è tuo amico, ma so bene che Beg è un simpatizzante della Lotta di Liberazione Nazionale.
- Innanzi tutto - continuai - dobbiamo distaccare presso il generale un compagno che sappia bene l'inglese, che gli stia sempre vicino ed assicuri i legami tra lui e il suo stato maggiore, da un canto, e il Consiglio Generale di Liberazione Nazionale e lo Stato Maggiore Generale dell'Esercito di Liberazione Nazionale dall'altro.
Ho pensato al compagno Frederik Nosi.
- Ottima idea- egli rispose. Frederik Nosi discendeva dalla famiglia dei Nosi di Elbasan. A questa stessa famiglia apparteneva anche Lef Nosi. Quest'ultimo era un uomo influente nella città e in tutta la regione, soprattutto a Shpat. Era un intellettuale borghese, astuto, e notoriamente antipopolare; era stato contro l’insurrezione contadina di Haxhi Qamili.Al tempo di Zogu aveva continuato ad arricchirsi. Rispettato dal regime come un uomo della corrente ostile a Vérlaci, divenne in seguito un esponente del Balli Kombëtar, oppositore del nostro Partito e del Fronte di Liberazione Nazionale. Nella scia del suo tradimento Lef Nosi giunse al punto di collaborare anche con i tedeschi; più tardi fu catturato dalle nostre forze e deferito alla giustizia. Sotto il regime di Zogu, Lei Nosi avrà certamente lavorato per l'Intelligence Service, poiché coabitava e collaborava con una inglese, la signora Hasluck, la quale, divenuta la sua amante, viveva da tempo ad Elbasan, dove aveva preso in affitto una casa.
Pretendeva di occuparsi di ricerche antropologiche, collezionava fiori e farfalle, raccoglieva il folclore ma in realtà, come fu provato in seguito, essa lavorava per i servizi segreti inglesi. La signora Hasluck restò ad Elbasan fino all'invasione dell'Albania nel 1939 dall'Italia fascista. Dopo la sua partenza, questo vecchio agente dei servizi segretì inglesi comparve al Cairo dove, durante la Lotta di Liberazione Nazionale, era addetta all'istruzione delle missioni inglesi inviate in Albania.
Frederìkera invece un intellettuale patriota. Dopo aver fatto i suoi studi elementari ad Elbasan, era stato inviato al "Robert College", di Istanbul, dove le lezioni venivano fatte in inglese, lingua che egli conosceva bene. Più tardi studiò legge in Italia e, alla vigilia dell'occupazione dell'Albania da parte dell'Italia fascista, fu nominato giudice di pace.
Frederik odiava Lef, con il quale era in aperta opposizione. Uomo progressista, animato da idee rivoluzionarie e comuniste, militava nelle file del gruppo "Zjarri" (Il Fuoco). Quando questo gruppo fu smascherato e annientato dal Partito, Frederìk fu uno degli onesti compagni che si allontanò dal gruppo, aderì al Partito e combattè nei suoi ranghi, come lo fa tuttora, con devozione e senza il minimo cedimento.
Mi ricordo che, dopo la pubblicazione sul giornale "Zéri i Popullit" del mio articolo: "Alcune parole su certi servitori del fascismo - il gruppo "Zjarri"-, articolo il cui nocciolo consisteva precisamente nel far fuoco contro il <<Fuoco>> (Zjarri) e quando questo gruppo era stato interamente sbaragliato, mentre stavo ritornando da Korça a Labinot, incontrai a Polis, nella casa di Myftar Hoxha, un giovane con una borsa in mano. Gli chiesi:
- Chi siete?
• Sono Frederik Nosi - egli rispose-.
• Sono venuto a far il partigiano e sono stato ammesso al Partito. - Poi mi parlò della sua attività.
Lo conoscevo di nome, poíché figurava nei nostri elenchi degli iscritti allo "Zjarri", ma nel corso di quest'incontro nella casa di Myftar egli mi fece buona impressione, e in seguito potei constatare che non mi ero sbagliato.
In breve, questi era Frederik Nosi, al quale avrei incaricato il compito di mantenere i nostri collegamenti con il generale Davies.
Conoscevo il passato di Frederik ed ero convinto della sua fedeltà al Partito. Mi immaginavo la reazione del generale Davies quando gli avremmo proposto questo ragazzo per mantenere i collegamenti. L'inglese, pur facendo il viso di budda, si sarebbe sentito al "settimo cielo" ed avrebbe pensato: "Strano, come la fortuna aggiusta bene le cose! Il nipote di Lef Nosi, dell'amico, della signora Hasluck con me?!". In seguito feci questa proposta al generale, il quale non riusci a dissimulare la sua soddisfazione. Ma egli si sbagliava. Frederik Nosi non fu né divenne mai la sua creatura.
Feci dunque chiamare Frederik, gli spiegai la missione che gli veniva affidata, enumerandogli i compiti che ne derivavano, l'importanza, i pericoli ed i vantaggi che comportava, ed infine gli chiesi se era d'accordo.
- Pienamente - mi rispose. Io sono un soldato del Partito ed andrò ovunque esso mi dirà di andare. Porterò a compimento degnamente il mio dovere. - E infatti lo portò a compimento con onore, da patriota e da fedele figlio del Partito.
Ero convinto, sin da prima, che l'arrivo in Albania di questa missione inglese, con a capo un generale, non avrebbe procurato alcun sensibile vantaggio alla nostra Lotta di Liberazione Nazionale. Il generale avrebbe adottato certamente nei nostri confronti la stessa strategia e la stessa tattica che avevano seguito i suoi predecessori, vale a dire ci avrebbe aiutato con piccole quantità di armi, di munizioni e di indumenti, giusto con quel tanto necessario per giustificare il suo arrivo e la sua presenza presso di noi; avrebbe sborsato anche qualche centinaia di sterline oro per poterci dire: "Cercate di acquistare armi sotto mano dai soldati dell'occupante", e cosi via. Il vero compito delle missioni militari inglesi, come l'avevamo capito dai loro tentativi camuffati, era quello di raccogliere informazioni sulla situazione, l'organizzazione, il numero e le fluttuazioni delle forze del nemico, ed anche sulla situazione, l'organizzazione, le azioni e la consistenza delle forze partigiane, sulla strategia e la tattica della nostra direzione nella guerra. Esse perseguivano lo scopo di informarsi della situazione, della forza e dell'influenza del Balli Kombétar e degli altri gruppi reazionari che operavano nel nostro paese e di costruire, in base a questi dati, la loro strategia e la loro tattica in vista di un intervento in Albania.
A quali conclusioni ero giunto riguardo alle azioni degli inglesi? A parte il fatto che essi si battevano contro l'Italia fascista e la Germania hitleriana, a prescindere anche dal fatto che erano nostri alleati e che combattevamo insieme contro i nemici comuni, essi si sforzavano di indebolire la nostra Lotta di Liberazione Nazionale, di infiacchire e, se possibile, di eliminare l'influenza del nostro Partito, di reclutare agenti e spie nei ranghi del Fronte, soprattutto fra i comunisti, per debilitarci, distruggerci, per creare gruppi e frazioni e fare si che i loro ufficiali potessero dettar legge nelle nostre unità, di convertirle in commandos che avrebbero compiuto delle azioni di sabotaggio e raccolto delle informazioni nell'interesse dell'impero britannico e a scapito dell'indipendenza del nostro paese.
Secondo il loro piano, essi dovevano stabilire contatti con gli uomini di Zogu, con i capi del Balli Kombétar, con i bayraktar e i quisling, avere colloqui e stringere legami con essi per creare in Albania una forza militare e politica diretta contro il Partito Comunista e il Fronte di Liberazione Nazionale. Questa forza, politicamente e militarmente guidata da loro, volevano averla tutta pronta per impegnarla direttamente contro di noi nel corso stesso della Lotta di Liberazione Nazionale e soprattutto alla vigilia della Liberazione, al fine di strapparci il potere dalle mani o di costringerci a dividerlo con la reazione.
Il Partito ed io stesso, nella mia qualità di suo Segretario Generale, responsabile anche delle forze armate partigiane, avevamo il dovere, un dovere sacrosanto, di controbattere, paralizzare e annientare i piani diabolici degli inglesi. E questo dovere sacro noi l'abbiamo compiuto, e con pieno successo. Il Partito, grazie alla sua eroica lotta e alla sua vigilanza rivoluzionaria, salvò il popolo e la patria dalle molte e pericolose insidìe tese dai suoi pseudoalleati inglesi. Gli imperialisti inglesi non riuscirono a conseguire nessuno dei loro obiettivi.
Proprio per questi motivi l'arrivo del gruppo del generale Davies destava preoccupazione in noi. Egli non veniva lanciato in Albania senza un motivo. La sua centrale, senza dubbio, riteneva "le condizioni mature" per altre azioni. Quali dovevano essere queste azioni? Era nostro dovere scoprirle.
Questo generale veniva sicuramente inviato dalla sua centrale per meglio coordinare l'attívità delle missionì inglesi nel nostro paese o per cercare di estenderle e moltiplicarle in vista di nuovi compiti, di situazioni nuove. Spettava quindi a noi far luce anche su questi disegni.
La nostra Lotta di Liberazione Nazionale aveva assunto notevole sviluppo e proporzioni imponenti. L'Italia fascista stava subendo duri rovesci ad opera delle nostre unità, dei nostri battaglioni e delle altre formazioni partigiane. Il Fronte di Liberazione Nazionale era divenuto una realtà, una potente e vasta organizzazione politica, che si allargava sempre più ed impegnava il popolo nella lotta contro l'occupante. I collaborazionisti venivano smascherati uno dopo l'altro, e sostituivano incessantemente l'un l'altro. Il Balli Kombétar si stava screditando sempre pìù, poiché non si batteva contro il nemico, ma collaborava con esso ed i quisling; in realtà, si batteva contro di noi con le armi e con la propaganda. Tutti i bayraktar del Nord erano con l'occupante e in aperta lotta armata contro il Partito Comunista e contro il popolo. L'Italia fascista aveva i giorni contati, la Germania hitleriana stava subendo duri colpi e rovesci successivi.
E precisamente in questa situazione veniva lanciato in Albania questo generale inglese, il quale certamente veniva per pescare nel torbido.
Per tutti questi motivi, unitamente ai provvedimenti adottati per accoglierlo nella zona di Elbasan, presi subito altre misure politiche, organizzative e di sicurezza a livello informativo. Convocai a Peza il segretario politico del Comitato Regionale del PCA per Tirana, Gogo Nushi, e dopo averlo messo al corrente degli eventi, gli raccomandai di organizzare e di mettere in moto il nostro servizio di informazioni negli ambienti "democratici" filoinglesi e presso i capifila del Balli Kombétar, per sapere se anch'essí erano a conoscenza dell'arrivo di questa missione condotta da questo generale e dei motivi del suo arrivo. Gli raccomandai di farmi notificare al più presto ogni informazione raccolta direttamente o indirettamente.
Avvisai , anche il compagno Haxhi Lleshi, affinché s'informasse del fatto personalmente ed anche attraverso i suoi uomini penetrando negli ambienti dei bayraktar di Dibra.
Inviai un corriere da Baba Faja per fargli sapere che oltre al compito già menzionato, egli doveva controllare con i suoi uomini, appena il generale fosse venuto, tutte le strade e tutti i sentieri di Martanesh e non permettere a nessuna persona sospetta di entrare a Biza per prendere contatto con gli inglesi. Avvisai ugualmente i compagni comunisti di Shéngjergj, affinché controllassero i movimenti dei ballisti, dei Mema e compagnia.
M'intrattenni particolarmente a lungo con Mustafa Kaçaçi, commissario del reparto partigiano di Mat, al quale diedi istruzioni di stare attento alle voci e ai movimenti degli zoghisti di Mat, e specie a quelli di Abaz Kupi.
Prima della discesa del generale Davies,mi pervennero due informazioni: l'una da Mat e l’altra da Shengjergj. Con la prima mi facevano. Con la prima mi facevano sapere che nel corso di un banchetto, il bayraktar Bilal Kola aveva detto che "Sua Maestà il re Zog I lavora per l’Albania, pensa a noi e prossimamente ci invierà una personalità importante
Nella seconda informazione proveniente da Shéngjergi, si diceva che alcuni capi ballisti del villaggio di Shémri avevano dichiarato: "L'inglese ci aiuterà, egli è con noi e non con i comunisti.
Non era da escludere che i servizi segreti britannici avessero messo al corrente i loro uomini qui, come fu confermato più tardi.
Così si concluse la fase preparatoria dell'arrivo del gruppo del generale Davies in Albania nel corso della Lotta di Liberazione Nazionale.


III L'ARRIVO E LA FINE POCO GLORIOSA DEL GENERALE DAVIES


Biza - quartiere del generale inglese. Perchè? Un vecchio ritornello - le promesse. Due ore come un mulino che gira a vuoto. "Non Zogu, ma gli zoghisti"!. "Vi hanno ingannato, signor generale, sulle "battaglie" del Balli Kombëtar". "Voglio indicare la via al Balli Kombëtar". Lo "smog " - i trucchi di Radio Londra. I cinque veri motivi dei suo arrivo. Una serata dall'inglese. I suoi incontri con i capi ballisti e zoghisti. I tentativi di passare al Sud. Il generale abbassa la cresta. "Chi ha perduto la guerra? Chi deve arrendersi, noi? Mai. Generale, voi siete un disfattista, un capitolazionista". La fine: la resa del generale.


In una notte di luna piena, il generale Davies insieme al suo gruppo scese senza incidenti nella pianura di Biza. Come mi fecero sapere, appena messo piede a terra, egli aveva detto con vanto ai nostri compagni: "Sono il primo generale che inglese che scende con paracadute in Albania". L'indomani, in compagnia del suo capo di stato maggiore, colonnello Nicholls, era andato a caccia, ma tornatone a mani vuote, era di cattivo umore. "Che bel generale, dissi tra me, i nostri uomini si fanno uccidere mentre lui va a caccia!". In quei giorni chiese di avere un cane. Non tardarono a portargli da Tirana o non so da dove, un bulldog, che egli battezzó "Biza". Più tardi, un aereo venuto dal Cairo gli lanciò un bel collare e il generale, quando andava a passeggio con il suo cane, si divertiva un mondo vedendolo pigliare i contadini per le brache. Ebbene, il generale era fatto cosi e non poteva staccarsi dal suo mondo borghese. Da Elbasan mi fecero sapere inoltre che l'inglese aveva preferito installare il suo quartiere nella pianura di Biza e non a Orenja, come gli avevano proposto i nostri compagni. Aveva chiesto che la questione fosse possibilmente esaminata in seguito.
I compagni, secondo le istruzioni ricevute, avevano dato agli inglesi tutto il loro aiuto per costruire delle baracche e piantare le loro tende, ed anche per soddisfare le altre loro necessità in mano d'opera, animali da traino e viveri. Tutte le spese furono fatte per conto dell'inglese.
Il desiderio espresso dal generale di installarsi nella pianura di Biza, che era battuta dai venti e dalla neve, pensai, non doveva essere stato ispirato né dall’amore per la natura e i boschi, né da sentimenti romantici, perchè certamente questa specie di generale non era né un Byron né un Shelley. Ben altre intenzioni dovevano averlo spinto ad installarsi a Biza. Sicuramente McLean aveva mentito quando aveva fatto fintadi non sapere dove fosse situata la pianura di Biza.
Se egli scelse Biza come sua residenza, ciò era sicuramente dovuto alla del luogo. Qui gli aerei inglesi potevano lanciare in ogni momento dei materiali per il gruppo. E poi questa località che si trovava nelle nostre zone già liberate, si adattava alle mire del generale, perchè era vicina a Tirana, non lontana da Shëngjergj e Shëmria dove avevano i loro covi i ballisti e, da dove l'inglese, benchè pretendesse di essere accreditato presso di noi, poteva comunicare più facilmente con le zone del Nord e in modo particolare con Mat e Dibra.
Ne seguiva che il generale doveva avere il compito di assicurare il collegamento con le missionì inglesi che si trovavano già nel nostro paese o con quelle che, a sua richiesta, potevano venire più tardi in modo da poter poi, per il loro tramite, stabilire contatti e collaborare con i traditori e i quisling, con la reazione zoghista e i bayraktar del Nord, che si erano messi al soldo dell'occupante. Avvisai quindi i compagni perché vigilassero attentamente nei dintorni di Bìza, guardassero bene con chi s'incontravano gli inglesi e facessero chiaramente capire al generale che dal momento che era stato inviato presso lo Stato Maggiore Generale dell'Esercito di Liberazione Nazionale e si trovava nelle zone liberate dai partigiani, non doveva muoversi da Biza senza aver prima preso contatto ufficiale con i delegati del nostro Stato Maggiore.
Pìù tardi i compagni mi fecero sapere che egli aveva accettato di ricevere i delegati del nostro Stato Maggiore, che aveva chiesto anche di aver un colloquio con me e che, per il momento, era occupato a organizzare il lavoro per mettere in assetto il suo quartiere, sistemare le scuderie per gli animali, ed anche assicurare il suo rifornimento di carne e di verdura.
<<E' un mangione>>, m'informava il nostro comandante di zona, "mentre per quello che riguarda il lancio dì armi, siamo al solito ritornello degli altri ufficiali inglesi: si limita a fare delle promesse!"
Benissimo allora, il generale poteva mangiare e bere a sazietà, rinfrescarsi alle sorgenti e all'aria pura di Biza. Quanto alla data del nostro incontro, l'avrei fissata a mio agio scegliendo il momento quando sarei passato per Labinot. Dato che egli si limitava alle promesse, anche a noi poco importava se lo facevamo aspettare, perchèavevamo ben altre preoccupazioni. Non avevamo tempo da perdere in chiacchiere inutili proprio nel momento in cui stavamo conducendo una accanita lotta contro i nemici e i traditori.
Dopo aver finito quanto avevo da fare a Peza, passai nel distretto di Elbasan per stabilire i collegamenti con l'organizzazione locale del Partito, con i compagni dirigenti, con i battaglioni e i reparti di quella zona. Bisognava infondere maggiore vivacità all'organizzazione del Partito ed estenderla in parecchi villaggi dove le condizioni a questo riguardo si presentavano ogni giorno più favorevoli. Nelle regioni di Elbasan, specie a Dumre, çermenika e Polis, avevamo delle, buone basi che occorreva maggiormente sviluppare, come a Librazhd, Shpat e altrove. L'organizzazione del Partito in città doveva svolgere una maggiore funzione rivoluzionaria e mobilitante, e soprattutto sensibilizzare la gioventù che era sveglia e combattiva. Era mia intenzione entrare diverse volte in città al fine di incontrare di persona alcuni patrioti per metterli in moto e legarli meglio al Partito e alla Lotta, ed anche per organizzare alcune riunioni con i dirigenti della gioventù della città e, possibilmente, con gruppi di giovani e ragazze.
Labinot, com'è noto, era il centro da dove noi potevamo organizzare più presto e meglio i legami con Elbasan e le altre città. Quando eravamo minacciati da qualche attacco nemico, noi ci ritiravamo più in profondità, nella regione di Shmil.
A Labinot avevo previsto di incontrarmi con il generale Davies. Pensai di fare quest’incontro non solo nella veste di dirigente della Lotta di Liberazione Nazionale, ma anche a nome del Fronte Antifascista di Liberazione Nazionale. A tal fine portai con me il dott. Nishani, Sejfulla Maléshova, Spiro Moisiu, Kostandin Boshnjaku, Nako Spiru, Spiro Koleka e Mustafa Gjinishi che doveva fare anche da interprete.Quest'ultimo era contento di accompagnarmi e manifestò la sua soddisfazione, ma anche se l’avesse celata, io presentivo che egli era molto, attaccato agli inglesi. In questa stessa occasione avrei avuto l'opportunità di osservare più attentamente il suo comportamento nel riguardi degli inglesi.
Nel pomeriggio del 31 ottobre, il generale Davies venne ad incontrarmi all'ora fissata. Era accompagnato dal capo del suo stato maggiore, il colonnello Nicholls. Gli strinsi la mano e gli chiesi:
How are you? How do you feel in Albanía?**( Come state? Come vi trovate in Albania?)
- Gli dissi queste parole in inglese, perché al liceo avevo imparato da papà Loni un pò di inglese come lingua straniera.
Il volto del generale sì rischiarò ed egli mi disse:
- I didn’t know you spoke English, you speak it ...**( Non sapevo che voi parlaste inglese, ma invece lo parlate...)
- Siete bene informato, - lo interruppi- perchè io non parlo l'inglese; queste poche parole me le ricordo sin dal tempo del liceo. Parlo invece il francese e se voi lo conoscete, possiamo discorrere nella lingua di Voltaire.
Egli mi rispose ridendo:
- Ho letto Voltaire, ma non conosco la sua lingua.
Davies era un uomo di mezza età un po' rotondetto, e tondo aveva anche il volto, con un naso gonfio e rosso (a quanto pare amava il whisky). Non aveva lo sguardo torvo e malizioso di McLean, anzi i suoi occhi non di rado erano sorridenti, ma egli sapeva dissimulare i suoi pensieri e i suoi sentimenti. -"Io>> era la parola che ricorreva più spesso nel suo vocabolario. Portava la divisa da campo, con calzoni da equitazione, lunghe calze e grosse scarpe sormontate da ghette color marrone chiaro. La sua grossa giacca da campo color kaki era simile a quelle che ci avevano lanciato per i partigiani. Aveva in capo un berretto nero con lo stemma della RAF e sul petto due o tre decorazioni. Teneva in mano un bastone, certo per appoggiarsi camminando, e non il solito bastoncino che portano gli ufficiali inglesi. Aveva certamente passato la cinquantina.
Sedetevi signor generale, vi ascolto.
Salutiamo in voi il degno rappresentante di uno dei nostri alleati, l'Inghilterra, nella lotta contro i fascisti italiani e i nazisti tedeschi.
- Innanzi tutto – cominciò il generale,- desidero rendere omaggioalla lotta dei partigiani albanesi che hanno volontariamente sacrificato gli agi, i beni e la vita per difendere la loro causa. Le potenze alleate consideran il movimento albanese, insieme a quello degli altri popoli, come un movimento di grande importanza, soprattutto nei Balcani.
Poi, pavoneggiandosi, con un aria solenne e in tono grave come volendo dire "Guardate bene con chi avete da fare>>, egli proseguì:
- Sono lieto di essere stato designato a guidare la missione alleata. La scelta è caduta su di me tenuto conto del mio passato di soldato.
(Che ironia! Avrebbe dovuto dire piuttosto per i meriti riconosciutigli nella repressione, in Mesopotamia e Palestina, del movimento di liberazione contro il giogo coloniale britannico). A Londra e al Cairo ho avuto colloqui con ufficiali di alto rango e uomini di Stato. Avrei incontrato anche Churchill se questi non si fosse trovato alla conferenza di Quebec, quando mi accingevo a venire qui. Al Cairo ho avuto degli incontri con il signor Casey, ministro di Stato per il Medio Oriente e con il comandante in capo Wilson. In questo momento il signor Eden, il signor Hull e il signor Molotov si sono riuniti a Mosca, cosi come io mi trovo qui con voi. . .
Intervenni per porre fine a questa fanfaronata:
Vorremmo ascoltar volontieri e con attenzione quali sono i vostri compiti concreti e quale è lo scopo del vostro arrivo nel nostro paese. Desidereremmo sentirvi parlare, nella vostra qualità di ufficiale superiore autorizzato, dello stato dei combattimenti negli altri