Biblioteca Multimediale Marxista


Terrorismo e Comunismo


TORINO
FRATELLI BOCCA, EDITORI
MILANO - ROMA
1920

Prefazione.
Questo lavoro, incominciato circa un anno fa, fu interrotto dalla rivoluzione del 9 novembre, che mi impose ben altri compiti che ricerche teoriche e storiche. Soltanto alcuni mesi dopo, ho potuto riprenderlo e condurlo a termine, pur troppo però in modo discontinuo. E questo non à certo giovato all'unità dell'esposizione. Di più, a peggiorarla contribuì il fatto, che, nello sviluppo del tema propostomi, esso à subito qualche spostamento. Come punto di partenza, avevo scelto il problema centrale del socialismo moderno, ossia la posizione della democrazia sociale di fronte al metodo bolscevico. Ma siccome il bolscevismo si appella di preferenza alla Comune parigina del '71, come al suo precedente e modello, ch'ebbe la sanzione di Marx, e d'altra parte la Comune è poco nota alla presente generazione, mi accinsi ad un parallelo tra quella e la repubblica dei soviet.
Ma per ben comprendere la Comune, dovevo ricondurmi alla prima Comune di Parigi, e quindi alla rivoluzione francese e al governo del Terrore. Ne seguì un secondo parallelo colla repubblica sovietista, e allo studio sulla Comune si aggiunse lo studio del Terrore, sua radice e frutto insieme.
Due son dunque i fili conduttori che in questo scritto s'intrecciano, dei quali l'uno dall'altro talvolta devia. Ben di ciò avvertii io stesso lo svantaggio tanto da domandarmi, se non fosse meglio fare due lavori distinti: una trattazione della Comune e un esame del terrorismo. Ma questi due fatti erano nella mia mente entrambi in così stretta dipendenza con la repubblica dei soviet, donde avevo preso le mosse, che mi sembrò impossibile di trattarne separatamente. Spero, nonostante le difficoltà insite nel doppio carattere dell'argomento, d'esser riuscito ad assicurare l'unità ideale di costruzione alla mia opera. Per quanto talune delle mie deduzioni possano sembrare accademiche al lettore, esse sono invece inspirate alla maggior attualità, ne avrebbe potuto esser diversamente in un tempo di tanta fermentazione come il nostro. Con questo non si pensi, che io abbia cercato di adattare la verità ai bisogni del momento presente, ma piuttosto che mi sono studiato di mettere in rilievo, anche quando mi rifacevo al più lontano passato, solo quegli aspetti delle cose che fossero adatti a portare luce nel caos, in cui ci dibattiamo.
Diamo pure uno sguardo a questo caos russo e tedesco; certo lo spettacolo e la prospettiva, ch'esso subito ci offre, non son fatti per rallegrarci: un mondo che precipita nella rovina economica e nella più spaventevole guerra fratricida; qui come là socialisti al governo, che usano con altri socialisti di quella stessa violenza, che un mezzo secolo fa tutto il proletariato internazionale stigmatizzava colla maggiore indignazione nei massacratori versagliesi della Comune.
Però l'orizzonte si rischiara, se guardiamo all'Internazionale. I lavoratori dell'Europa occidentale si sono sollevati, da essi dipende il raggiungere un più positivo risultato con più degni metodi di quel che non si sia conseguito fin qui nell'Oriente. Ma a tal fine è necessario, che noi li rendiamo idonei a riconoscere dai loro risultati i diversi metodi di lotta e di ricostruzione. Non più cieca ammirazione delle usuali teorie rivoluzionarie, ma anzi la più severa critica, ecco quello di cui abbiamo bisogno ora che la rivoluzione e i partiti socialisti attraversano una crisi profonda, nella quale i diversi metodi avranno opportunità di misurarsi tra loro. Il successo della rivoluzione dipenderà in gran parte dal fatto, che il giusto metodo riesca a trionfare nel proletariato. Oggi il nostro più alto dovere è appunto questo: vagliare i nostri metodi. Il còmpito di questo scritto è quello di concorrere a questa revisione e così promuovere la rivoluzione.
Charlottenburg, giugno 1919.
K. KAUTSKY.


I. — Rivoluzione e terrorismo.
Prima della guerra in una grande parte della democrazia sociale s'era fissato il concetto, che l’èra delle rivoluzioni non solo per l'Europa occidentale, ma anche per la Germania e l'Austria, fosse chiusa per sempre. Chi altrimenti pensasse, era schernito come un romantico della rivoluzione.
Adesso la rivoluzione è un fatto, ed essa prende forma di tale brutalità, quale neppure il più fantastico dei romantici fra noi si sarebbe aspettato.
Ogni socialista considerava l'abolizione della pena di morte come un'esigenza morale, che non à bisogno di dimostrazione. Ma la rivoluzione ci presenta il più sanguinoso terrorismo esercitato da governi socialisti. I bolscevichi della Russia stanno alla testa, appunto per ciò aspramente criticati dagli altri socialisti, che non si pongono dal loro punto di vista, e tra questi anche dai maggioritari tedeschi. Ma ecco che appena costoro si vedono minacciati nel loro predominio, si afferrano allo stesso mezzo del terrore che avevano poco prima bollato a fuoco in oriente. Noske cammina arditamente sulle pedate di Trotzky, con questa sola differenza, ch'egli non presenta la sua come una dittatura del proletariato. L'uno e l'altro però giustificano la loro opera di sangue in nome della rivoluzione.
E' di fatti un'opinione largamente diffusa, che il terrorismo appartenga all'essenza di ogni rivoluzione: chi vuole questa, deve fare i conti con quello. E come prova, sempre di nuovo si adduce la grande Rivoluzione francese, che è pur sempre la rivoluzione a “ par excellence ”.
Un'indagine del terrorismo, delle sue condizioni e delle sue conseguenze, deve quindi iniziarsi con uno studio intorno alle caratteristiche del governo del terrore dei Sanculotti. Con questi vogliamo incominciare. Ciò ci condurrà un po' lungi dal presente, ma ci servirà a meglio comprenderlo. Colpisce il vedere quante coincidenze vi siano tra la grande Rivoluzione francese e le rivoluzioni del giorno d'oggi, sopratutto quella russa. E' vero però che le rivoluzioni dei nostri tempi sono fondamentalmente diverse da quella del diciottesimo secolo, e basterebbe a provarlo il paragone del nostro proletariato, della nostra industria, del nostro commercio coi corrispondenti fatti di quell'età.

2. - Parigi.
L'attuale rivoluzione tedesca non ha centro, quella francese invece fu dominata da Parigi. Nè si può comprenderla, nè spiegare in essa il governo del Terrore, senza tener conto del significato economico e politico, che Parigi aveva per la Francia. Nessuna altra città esercitò nel 18° secolo e anche nel 19° una potenza così grande come quella. Ciò dipende anche dall'importanza, che in un moderno stato burocratico ed accentratore possiede la residenza e il centro del governo, finchè non si introduce quel decentramento economico, che il capitalismo industriale svolgendosi, porta con sè attraverso lo sviluppo della vita commerciale.
Nello stato feudale scarseggia il potere dell'autorità centrale, ossia del monarca, le sue funzioni sono ancora ristrette, e corrispondentemente debole l'apparato di governo. Questo può essere trasportato da una città o da un borgo in un altro, e il sovrano tanto più è costretto a far ciò, quanto meno sono sviluppati i mezzi di trasporto, quanto meno una singola località, ridotta alle sue proprie risorse, è sufficiente a mantenere stabilmente il seguito del monarca, e quanto più egli ha occasione di mostrarsi personalmente nelle diverse parti del suo dominio, poichè solo così egli può mantenerle nella fedeltà e nell'obbedienza. Così in quel tempo il principale còmpito del sovrano è quello di andare girovagando; come fa il nomade, il monarca va a cercare l'un dopo l'altro i grassi pascoli e li abbandona quando non c'è più nulla da divorare sopra. Ma col corso del tempo si sviluppa l'apparecchio di governo, sopratutto in conseguenza dell'incremento della produzione industriale, che il denaro ha fatto sorgere; invece dei tributi in natura, che si trasportano difficilmente, sorge l'imposta, la quale sborsata in danaro è facilmente trasportabile. Col reddito delle imposte cresce la potenza del monarca, ma cresce anche il congegno statale sotto forma di burocrazia e di esercito permanente. Lo spostamento non è più tollerabile, il monarca deve fissarsi. E come già si erano formate quelle speciali più grandi città nei punti di incrocio del commercio, nel centro del regno, più ricche che non le piccole città di provincia, ed erano diventate capoluoghi, che il monarca sceglieva come sue residenze; così ora una di esse diventa la sede stabile del governo, la capitale. Tutto qui omai si raccoglie quello che ha da fare collo Stato, confluiscono qui le imposte di tutto il regno, di cui poi solo una parte refluisce verso la periferia. Qui anche vengono a stanziarsi i fornitori dello, Stato e della Corte così come gli uomini d'affari che, come appaltatori dell'imposta o banchieri, hanno relazioni di danaro collo Stato.
Nello stesso tempo cresce la potenza del re sulla nobiltà, la cui indipendenza viene infranta. Il monarca non voleva tollerare più a lungo che la grande nobiltà vivesse lontana da lui ne' suoi castelli: essa doveva vivere alla sua corte sotto la sua personale sorveglianza, addetta esclusivamente al servizio del sovrano, ridotta alla vacua e sterile vita dei cortigiani. Le furono tolte le funzioni, che esercitava nell'amministrazione della comunità, omai affidate ad impiegati instituiti e pagati dal re. Sempre più i nobili diventarono parassiti, il cui còmpito era solo quello di consumare alla corte le rendite delle loro terre. Ciò che prima spendevano nei loro borghi e castelli in mezzo ai loro valvassori, fluì verso la capitale e ne accrebbe la ricchezza; là essi costrussero nuovi palazzi intorno alla reggia, là essi scialacquarono il loro reddito in una vita di solo piacere, poichè era stata loro tolta ogni seria funzione. E i “ parvenus ”capitalisti sorti loro accanto cercavano di pareggiarli nelle spese.
Così le capitali vennero in contrasto colla campagna e colle città secondarie, ossia colla provincia, non solo come centro di tutta la ricchezza dello Stato, ma anche come centro della vita di piacere, che esercitava una potente forza d'attrazione dentro e fuori del paese su tutti quelli che disponevano di mezzi per divertirsi, o che avevano inclinazione e capacità a sfruttare i gaudenti, in qualità di servi o serve dei loro piaceri.
Ma anche furono attratti dalla capitale più seri elementi. Mentre il nobile nel suo castello non aveva a sua disposizione che rozzi modi di passatempo, mangiare, bere, andare a caccia, correr dietro alle ragazze dei dintorni; invece la città produceva più fini costumi e raffinati piaceri. Il nobile prese interesse alle arti ed alle scienze, il mecenatismo venne di moda; per ciò accorsero alla capitale artisti e letterati, che potevano sperare là migliori compensi. Quanto più la borghesia si rinforzava nella capitale, tanto più gli scrittori e gli artisti trovavano in essa, come nella nobiltà, uno sbocco pei loro prodotti.
Che quindi numerosi industriali e commercianti vi fossero anche attratti, per provvedere ai bisogni di tutti questi elementi, è troppo chiaro. In nessun altro luogo uno poteva proporsi di fare fortuna come nella capitale. Qui si affollò da tutto il paese ciò che v'era di spirito, di iniziativa e di energia. Non tutti però raggiungevano lo scopo; numerose erano le esistenze fallite. Ed esse davano una fisionomia caratteristica alla capitale, formando quella massa di miserabili che vi cercavano i mezzi di sussistenza; potendo qui meglio un povero diavolo trovar scampo ed aspettarvi un colpo di fortuna di cui approfittare audacemente; fortuna che non raramente esso stesso sapeva far sorgere come quel tale Riccaut de la Marlinière. Non soltanto arte e scienza, ma anche godimento sfrenato accanto alla più dura miseria e alla copiosa delinquenza costituiscono i tratti caratteristici della capitale. A queste sue peculiarità di vita corrisponde una propria forma di spirito, che anima la sua popolazione. Naturalmente però non identica in ogni capitale. Anche qui la quantità si cambia in qualità.
In un piccolo Stato o in una comunità economicamente arretrata, la capitale doveva essere una piccola città, dove quei tratti distintivi sopraccennati poco potevano svolgersi. Qui si metteva in luce sopratutto una dipendenza della popolazione dalla corte e non soltanto economica e politica, ma anche spirituale. I sentimenti del cortigiano vi diventavano in una forma più grossolana, più rozza, più ingenua, quelli della borghesia. Ciò reagiva anche sugli abitanti della provincia, alla quale la luce viene dalla capitale. Di qui quel sentimento fortemente monarchico e servile, che presenta la Germania ne' suoi piccoli staterelli. Sentimento, che ai bei tempi della democrazia cittadina, sconcertò i suoi propugnatori.
Esso indusse Borne a prorompere nel suo grido: « Gli altri popoli sono servi, ma i Tedeschi lacchè », pensiero che Heine espresse ironicamente nella frase: « La Germania, questa quieta stanza di bambini non è davvero una romana spelonca di banditi ».
Ben diversamente si presenta lo spirito di una grande capitale: tanto più una città cresce tanto più diminuisce la popolazione di corte come numero e come importanza di fronte agli altri elementi, che sono andati là a cercare fortuna, e tanto più grande è il numero dei disillusi e dei malcontenti, tanto più grande è la loro massa e perciò' la loro forza. Ciò dà loro non soltanto coraggio, ma aiuta anche l'opposizione di quelli, ché, senza essere personalmente malcontenti, chiaramente scorgono i mali dello Stato e della società. Da per tutto v'è una simile opposizione, ma si nasconde nelle piccole capitali, mentre nelle grandi essa osa manifestarsi.
Tra le grandi capitali del continente europeo, nel 17° e 18° secolo la maggiore era Parigi, centro dello Stato più potente, che vi fosse allora in Europa. Essa contava sulla fine del 18° secolo circa 600.000 abitanti. Weimar, anch'essa capitale e allora focolare della vita spirituale tedesca, press'a poco 10.000. Già da tempo la popolazione parigina si era rivelata per il suo spirito di ribellione, per esempio nel 1648 nel movimento della Fronda, che fu occasionato dal fatto che il governo era venuto in conflitto col parlamento di Parigi, il più alto organo di giustizia in Francia. Si costrussero barricate e il re fu costretto ad uscire da Parigi (1649), proprio in quell'anno in cui Carlo I d'Inghilterra era decapitato.
La lotta durò fino al 1652 quando la monarchia dovette accontentarsi di una pace di compromesso, che però portò presto con sè un rafforzamento dell'assolutismo. La capitale s'era in quella lotta alleata coll'alta nobiltà, alleanza però di elementi eterogenei. In nessun luogo l'alta nobiltà poteva più con successo affermarsi contro la corona. Parigi non possedeva allora di fronte a Luigi la stessa forza di ribellione che Londra contro Carlo. La lotta della Fronda accadde nella giovinezza di Luigi XIV. L'insurrezione di Parigi e la fuga, cui fu costretto, fecero una profonda impressione sopra di lui. Per non provare una seconda volta una simile umiliazione, egli pose la sua residenza fuori di quella città. Lasciò naturalmente in Parigi gli organi del governo, ma come sede della corte scelse un luogo abbastanza vicino per mantenersi in stretta relazione col governo, ma anche abbastanza lontano da essere garantito da una insurrezione di piazza.
Nell'anno 1672 egli intraprese la costruzione in Versailles, a 18 km. da Parigi, della nuova residenza, che doveva costare a lui, o meglio al suo popolo, un miliardo di lire. Più d'una volta nei secoli successivi doveva vedersi che Versailles, era stata costrutta appunto per opporla alla ribelle Parigi.
Per quanto la capitale procedesse risoluta di fronte al potere centrale dello Stato, spesso però la sua azione rispetto ad esso mancò di unità. Per un lato Parigi tendeva ad affermare la propria indipendenza e a sciogliersi dal potere pubblico, mentre poi la sua ricchezza e la sua forza si basavano sulla ricchezza del paese e sulla forza dell'autorità statale nel regno. Parigi doveva aspirare all'autonomia comunale, nello stesso tempo trarre il maggior profitto dall'accentramento, che le era necessario per la sua propria esistenza.
Nel corso del secolo XVIII° ciò che delle diverse provincie della Francia riunite dalla conquista, fece una salda unità nazionale, fu sopratutto la posizione di Parigi, che sovrastava alle varie parti del regno. Nulla infatti avrebbe potuto unire un alsaziano con un bretone o un fiammingo di Dunkerque con un guascone. Ma essi tutti avevano rapporti con Parigi. I loro migliori figli vi dimoravano, mescolandosi colà in una unità nazionale. Questa contraddizione, per cui Parigi rappresenta ad un tempo il più forte appoggio dell'accentratrice forza statale e la più potente opposizione ad essa, si rispecchia nella sua situazione di fronte alla provincia. A Parigi si denunziano essenzialmente i guai e gli abusi, di cui soffre tutto il regno. Parigi per la prima trova il coraggio di metterli a nudo e di bollarli a fuoco. Qui solo si ha la forza di andare a fondo delle questioni, per modo che la capitale è quella, che lotta in nome dell'intera Francia sofferente.
I provinciali dispersi per l'ampio territorio, intellettualmente arretrati, pavidi ed impotenti, si abituavano a vedere in Parigi la loro difesa, la loro salvezza, e ne seguivano spesso la condotta con entusiasmo. Non sempre però. Chè questa stessa Parigi ingrandiva e si rafforzava non solo col lavoro de' suoi abitanti, ma anche collo sfruttamento delle provincie, per modo che del « plus valore » creato in queste, la parte del leone era accaparrata dalla metropoli, dove o era scialacquata in piaceri, od era accumulata in capitale per il maggiore arricchimento, e la potenza degli svaligiatori del paese.
Così accanto alla fiducia verso la Parigi del progresso si formava anche l'odio verso la Parigi dello sfruttamento, ossia il dissidio tra la capitale e la provincia. E secondo la situazione storica or l'una or l'altra delle due opposte tendenze prendeva il sopravvento. Il contrasto economico s'inaspriva per il contrasto delle idee, che emergevano dalla differenza sociale dell'ambiente. Nella campagna e nella provincia c'era stagnazione economica, quindi conservatorismo, rigida fedeltà ai principii della morale tradizionale; anche chi non vi credesse, doveva affettarli, chè nella angusta cerchia del villaggio o della cittaduzza ognuno era sotto il controllo dell'intera comunità. Questo controllo veniva invece del tutto meno in una grande metropoli, dove era possibile farsi beffe pubblicamente dei costumi, che imperavano. Dall'alto come dal basso essi erano infatti presi di mira, tanto dalla nobiltà superba e gaudente e dai gruppi capitalistici, che la scimmiottavano, quanto dalla massa degli infimi strati, che nella loro miseria e nella costante incertezza dell'esistenza, non si arrestavano dinanzi alla barriera della proprietà, nè rispettavano i vincoli di famiglia. Tra i due estremi stavano larghe zone grigie di avventurieri e di intellettuali, anch'essi spesso piombati nella stessa miseria, nella stessa precarietà di esistenza della plebaglia, ma ammessi a partecipare alla vita sensuale dei nobili e della gente d'affari.
Nessuna meraviglia che gli onesti cittadini della provincia e i contadini aborrissero l'immoralità sfacciata della Babele parigina, come gli abitatori di essa deridevano il filisteismo tedioso e i vieti pregiudizi dei provinciali. Lo stesso contrasto dal campo morale passava al religioso. Per il contadino, che viveva fuori del mondo, il prete era il solo intellettuale, che di lui si curasse, che gli facesse da mediatore col resto della società e gli comunicasse qualche nozione di un sapere trascendente il cerchio dell'orizzonte campanilistico.
Che poi questo sapere fosse omai di gran lunga superato dallo sviluppo scientifico, gli analfabeti della campagna non potevano neppure averne il sospetto. Essi si attaccavano alla Chiesa e alla religione, ma mostravano di rispettare di quella solo i beni spirituali, e non ebbero, come si sa, scrupolo di mettere le mani sulle sue terre. Pei Parigini all'incontro avevano minor importanza i beni della Chiesa, che non la sua dominazione e le dottrine religiose. Se nel medio-evo la Chiesa era stata lo strumento della coltura, omai dalla Rinascita la scienza laica, formatasi nelle città, s'era di gran lunga lasciata indietro quella ecclesiastica. Agli occhi dei cittadini la Chiesa anzichè servire all'allargamento del sapere, ne era diventata il maggior ostacolo. L'antagonismo si acuì, perchè gl'intellettuali ecclesiastici tentavano di difendersi mediante coercizioni statali dalla concorrenza degl'intellettuali laici, da cui si sentivano mano mano distanziare. E i laici rispondevano colle più affilate armi dello spirito, collo scherno implacabile da un lato, e dall'altro coll'indagine scientifica a fondo, conducendo la lotta contro la Chiesa tanto più vigorosamente, in quanto, procedendo cauti, riuscivano in talune circostanze a guadagnare l'appoggio o almeno la neutralità dei nobili preminenti e dei più alti funzionari. Questi non solo deridevano le dottrine della religione tradizionale, ma spesso trovavano incomoda la Chiesa cattolica, che non senza resistenze consentiva ad inquadrarsi nell'organismo politico. Perciò la lotta contro di essa era meno pericolosa di quella contro l'assolutismo, e fu prima intrapresa nello Stato dall'opposizione insorgente. Però anche qui troviamo un certo dissidio: le classi dirigenti si opponevano alla Chiesa là, dove questa voleva agire come un organismo autonomo, ma la consideravano come uno strumento indispensabile per dominare le classi inferiori. Anche nell'opposizione intellettuale si può notare la stessa distinzione; Voltaire coniò il motto: « écrasez l'infame » (la Chiesa), ma trovava che occorreva conservare la religione al popolo. Negli strati inferiori della popolazione parigina si trova il medesimo contrasto, che vale anche pei loro portavoce. Tutti, è vero, combattono la Chiesa e non vogliono più saperne; ma corrispondentemente alla situazione di classe del proletariato, la quale mai sempre spinge a trarre audacemente le conseguenze estreme e le soluzioni radicali, alcuni si facevano banditori dell'ateismo e del materialismo assoluto, altri invece si sentivano urtati da questo modo di vedere, perchè era poi anche quello degli sfruttatori dell'aristocrazia e del capitalismo — s'intende bene nel periodo prerivoluzionario. Il contrasto tra socialisti credenti e socialisti atei si mantenne in Francia fino al XIX° secolo.
Luigi Blanc nella sua « Storia della Rivoluzione francese » si schiera ancora con Rousseau e Robespierre contro Diderot e Anacharsis Clootz per la difesa della fede in Dio; « Essi comprendevano che l'ateismo santifica il disordine tra gli uomini, perchè presuppone l'anarchia nel cielo ». (Edizione di Bruxelles 1847. I. 124). Luigi Blanc dimentica che per gli atei il cielo esiste tanto poco quanto Dio. Come i diretti contrasti di classe anche tutte queste contraddizioni e questi dissidi dovevano condurre attraverso quella gigantesca scossa, che fu la grande Rivoluzione, ai più aspri conflitti.

3. La grande Rivoluzione.
Luigi XIV, quello stesso, che per paura dei Parigini aveva scelto come sua residenza Versailles, poteva spezzare le ultime velleità d'indipendenza dei nobili e diventava forte abbastanza per ingrandire in una serie di lotte coi suoi vicini il suo regno, facendone il più potente Stato d'Europa. Però raggiungeva ciò solo a prezzo di molte guerre, che spossavano completamente la Francia e la portavano all'orlo dell'abisso.
L'ultima sua guerra, quella per la successione di Spagna, che durò dal 1701 fino al 1714 e non portò alla Francia nessun frutto, avrebbe già potuto provocare una rivoluzione, se vi fosse stata fin d'allora una forte classe rivoluzionaria. L'amarezza contro il re era enorme. Lo si vide alla sua morte nel 1715. « Per risparmiare spese e tempo il suo convoglio funebre fu allestito nel modo più semplice; il popolo di Parigi, che si credeva liberato da un insopportabile giogo, perseguitò la bara del gran Re lungo le strade non solo con insulti e maledizioni ma con pietre e lordure. In tutta la provincia si levò un grido di gioia misto ad imprecazioni contro il defunto.
Dovunque si cantavano « Te Deum »; la gioia d'essersi liberati da questo despota si mostrava apertamente e senza ritegno. Tutti speravano dal Reggente pace, libertà, alleggerimento delle imposte. (M. Philippson: « I tempi di Luigi XIV », pag. 518).
Il popolo di Francia doveva fare altre amare esperienze coi successori del re Sole prima di giungere a prendere nel proprio pugno il suo destino nella grande Rivoluzione. Appena incominciava il paese a rimettersi alquanto, che fu precipitato in nuove guerre. Dal 1733 al 1735 vi fu guerra coll'Austria a causa della Polonia e della Lorena, dal 1740 al 1748 la Francia prese parte alla guerra per la successione d'Austria a fianco della Prussia contro Maria Teresa e l'Inghilterra, poi lottò dal 1756 al 1763 nella guerra dei 7 anni a fianco di Maria Teresa contro la Prussia e l'Inghilterra e dal 1778 al 1783 contro l'Inghilterra per appoggiare l'insurrezione degli Stati Uniti. Queste guerre non solo rovinarono il paese, ma furono anche condotte sciaguratamente, e certo non procacciarono gloria militare alla Francia. (Rossbach!).
L'assolutismo aveva prostrato coll'aiuto della borghesia, che si sforzava d'elevarsi, la nobiltà, ma con questo non intendeva estirparla, bensì dominarla senza controllo. Il re del resto si considerava come il capo di essa; la nobiltà gli era indispensabile; egli sceglieva di preferenza tra i nobili di corte a lui devoti, ministri e generali, ma nello stesso tempo rapiva alla nobiltà la sua indipendenza, la degradava in una vita di puro piacere, la faceva decadere moralmente e spiritualmente e l'avviava alla sua rovina economica.
E mentre cresceva il fallimento morale, intellettuale ed economico della nobiltà, crescevano anche le sue pretese sui contadini, le vessazioni senza misura e il loro impoverimento, donde la rovina dell'economia rurale, che era il fondamento della ricchezza dello Stato. Anche le pretese di questo sui disgraziati abitanti della campagna, che erano poi i principali contribuenti, crescevano nello stesso tempo, mentre i nobili, non contenti di rovinare lo Stato colla loro insipienza diplomatica e militare, cercavano di riparare alla decadenza economica dei loro possessi col saccheggio della ricchezza pubblica, e trovavano in ciò appoggio nella monarchia e nella Chiesa, che rappresentava nello Stato la maggior proprietà fondiaria.
Parigi stava di fronte a questa disgraziata situazione colla sua forte ed ambiziosa borghesia, con una numerosa classe d'intellettuali, che vedeva acutamente i mali dello Stato e dell'ordine sociale, li bollava a fuoco senza pietà, li flagellava a sangue molto più di quello che non potessero fare gl'intellettuali di ogni altra grande città europea, mentre al disotto stava una piccola borghesia, la più forte e la più cosciente dell'Europa, e un proletariato così compatto ed esasperato, quale non era possibile trovare in nessun altro luogo.
Un terribile conflitto diventava inevitabile non appena che questi contrasti si ripercuotessero l'uno sull'altro. E infatti proruppe quando la monarchia si trovò a non poter più andare avanti, perchè il suo indebitamento era tanto cresciuto che nessun banchiere voleva farle più credito e il fallimento batteva alle porte.
Gli Stati generali, che non si erano più convocati dal 1614, e che costituivano una rappresentanza per classi della nobiltà, del clero e della borghesia, dovevano, si pensò, venire in soccorso, votare nuove imposte e prestiti, e così rialzare il credito dell'assolutismo in procinto di fallire e prolungargli l'esistenza. Le elezioni per ogni classe furono indette nel 1789 e gli eletti convocati presso il re a Versailles.
Ma tutte le classi, ad eccezion fatta dei cortigiani, erano troppo irritate contro il sistema dominante; perciò gli Stati generali, dopo la loro convocazione del 5 maggio 1789, invece di votare imposte e crediti pretesero di riformarlo. Certamente nobiltà e clero vedevano la cosa un po' diversamente dalla borghesia, ma questa nell'urto delle classi finì per vincere. Gli Stati generali si cambiarono in Assemblea nazionale Costituente, che diede alla Francia un nuovo assetto.
Sulle prime la forza dell'Assemblea nazionale era soltanto morale e poggiava sulla coscienza, che dietro ad essa stesse l'immensa maggioranza della nazione. Questo però non la proteggeva abbastanza contro la forza materiale di un colpo di stato, e di questa forza la monarchia disponeva ancora, poiché era padrona dell'esercito e intendeva servirsene. Ma essa si ricordava della Fronda e di quell'altra forza materiale, di cui disponeva Parigi. Solo venendo a capo di Parigi, c'era la speranza di poter disperdere l'Assemblea o quanto meno piegarla. Vennero perciò raccolte numerose truppe in Parigi, e quando si credette di essere sicuri, si compì il colpo di Stato col congedo del ministro Necker, che l'Assemblea nazionale aveva imposto al re (12 luglio 1789).
Ora se Parigi stava queta ovvero scesa in campo era battuta dalle truppe, il destino della rivoluzione era pel momento segnato. Ma Parigi insorse, le truppe del re cedettero, le masse proletarie e quelle piccolo-borghesi forzarono gli Invalidi, vi presero 30.000 fucili ed abbatterono la Bastiglia, fortezza che dominava i sobborghi in rivoluzione (14 luglio 1789). Re e Corte erano insieme schiacciati, tanto più che anche il contadiname insorgeva in tutto il paese. Già altre volte si erano avute parziali agitazioni agrarie che facilmente erano state represse. Ma nessuna forza poteva ora resistere alla generale tempesta che si scatenava. Parigi salvò allora la rivoluzione e le diede il suo carattere universale. Però a poco a poco sembrò che l'uragano quietasse. Il re con i suoi devoti riprese coraggio, e cominciò ad osteggiare le decisioni dell'Assemblea ed a circondarsi di nuove truppe. I Parigini allora si convinsero, che non sarebbero mai stati sicuri finchè le due teste dello Stato: re ed Assemblea, restavano a Versailles. Essi li vollero direttamente sotto la loro sorveglianza e sotto la loro azione. Il 5 ottobre 1789, grandi masse di popolo uscirono dalla capitale dirette su Versailles e si portarono via il re.
Ora il popolo sperava di avere pace e di potersi dedicare indisturbato all'elaborazione della costituzione e ad un lavoro pratico, dal quale era atteso un sicuro benessere entro i nuovi rapporti politici. Il 14 luglio del 1790 Luigi XVI giurò fede alla nuova costituzione, sebbene con molte intime riluttanze. Egli si sentiva prigioniero nelle Tuilleries; tutti gli atti del suo governo gli dispiacevano in fondo all'animo.
E non era ancor trascorso un anno dal suo giuramento, ch'egli fuggiva segretamente (21 giugno 1791) ed era così imprudente, che prima di trovarsi in luogo sicuro, aveva voluto confessarsi al popolo. Infatti s'era lasciato dietro uno scritto, dove dichiarava che tutte le concessioni fatte dall'ottobre 1789 in poi gli erano state estorte, e quindi non avevano valore. Ciò era per parte sua prematuro, poichè fu riconosciuto nella fuga, arrestato e ricondotto a Parigi.
Già d'allora una gran parte del popolo irritato domandava la deposizione del re; ma la tradizione monarchica era ancora troppo profonda nella maggioranza, perchè questo potesse riuscire. Eppure ciò avrebbe salvato Luigi, chè allora gli sovrastava solamente il pericolo della deposizione.
Peggiorò la sua sorte quando la Francia venne in guerra colla coalizione monarchica europea (aprile 1792). Questa guerra, diversa dalle precedenti, non era sorta per acquistare più o meno di territorio. Era una guerra fatta dalla nobiltà feudale e dall'assolutismo europeo contro un popolo, che si era affrancato e che avrebbe dovuto essere riposto sotto il giogo, una vera guerra civile con tutti gli orrori, che tal sorta di lotte comporta. Il nemico esterno minacciava lo sterminio del popolo rivoluzionario, e l'alleato del nemico era lo stesso re.
In questa situazione l'idea monarchica perdette presto ogni forza, sebbene l'assemblea non sapesse decidersi ad abbandonarla; e furono di nuovo i Parigini che forzarono all'imprigionamento di Luigi e alla convocazione di una nuova Assemblea, la Convenzione, che doveva dare alla Francia una costituzione repubblicana (10 agosto 1792). Nella sua prima seduta la Convenzione decretò ad unanimità l'abolizione della monarchia (21 settembre 1792). Ma i Parigini credevano che la repubblica non fosse sicura, finché viveva Luigi XVI. E pretesero che gli fosse fatto il processo per tradimento contro lo Stato. Indietreggiava spaventata la maggioranza della Convenzione, ma l'ira dei Parigini diventò irrefrenabile, quando essi seppero che era stato scoperto un armadio segreto nelle Tuilleries, in cui il re Luigi aveva nascosto un pacco di documenti, che dimostravano come il re avesse corrotto con denaro molti parlamentari, tra i quali Mirabeau, com'egli mantenesse rapporti col nemico e come una parte delle sue guardie, che ormai combattevano contro la Francia nelle schiere degli Austriaci, fossero state al suo soldo, anche durante la guerra. Ciò non ostante una parte della Convenzione cercava di salvare il re: essa voleva l'appello al popolo: il destino di Luigi sarebbe stato deciso da un plebiscito. Questo tentativo di mettere la provincia contro la capitale incontrò la più fiera opposizione dei Parigini. La paura di essi ebbe finalmente il sopravvento nella Convenzione: l'appello al popolo fu respinto con 423 voti contro 276, e il destino del re fu deciso. Il 21 gennaio 1793 egli saliva il patibolo.
Quella parte dei repubblicani che avevano tenuto più per il re, erano i Girondini, così detti perché i deputati, che costituivano il nocciolo di questo partito, erano stati eletti nel dipartimento della Gironda. Essi diventarono i più furibondi contro Parigi, il cui predominio volevano abbattere. Per loro la Francia doveva essere una federazione. « Quattro giorni dopo l'apertura della Convenzione, il girondino Lasource tra gli applausi dei suoi compagni esclamava: Non voglio che Parigi, guidata dagl'intriganti, diventi per la Francia ciò che fu già Roma per l'impero romano. L'influenza di Parigi dev'essere ridotta ad 1/83°, cioè alla quota di ogni altro dipartimento » (Cunow: « I partiti della grande rivoluzione francese », pag. 349).
Il contrasto tra i girondini e Parigi finì per prendere la forma più aspra; nelle sommosse dal 31 maggio al 2 giugno 1793 i Parigini ottennero dalla Convenzione l'espulsione e l'arresto di 34 girondini. La risposta fu l'assassinio di Marat per opera della girondina normanna Carlotta Corday (13 luglio), e quindi il tentativo dei girondini di sollevare la Normandia, la Bretagna e la Francia meridionale contro la Convenzione. Al che i Parigini rispondevano colla esecuzione capitale dei girondini rimasti in Parigi (31 ottobre).

4. — La prima Comune di Parigi.
a) Il proletariato parigino e i suoi mezzi di lotta. — Fin qui sempre abbiamo parlato dei Parigini. Naturalmente non abbracciamo sotto questa espressione l'intera popolazione della capitale, la quale si spezzava in classi apertamente contrastanti. Col nome di Parigini si deve intendere la grande massa della popolazione della capitale, piccola borghesia e proletariato. Certo quest'ultimo non è da pensarsi col concetto che abbiamo del proletariato moderno, frutto della grande industria. V'erano bensì in Parigi alcune manifatture, ma la maggior parte della sua popolazione operaia o era occupata in mestieri di varia specie, come manovali e facchini, o era costituita di artigiani inscritti nelle rispettive corporazioni, che aspiravano a diventare lavoratori liberi. V'erano inoltre molti piccoli rappresentanti dell'industria domestica e rivenduglioli di ogni specie, che vivevano nella più grande miseria e nella più tormentosa incertezza. Ciò che creava loro una condizione sociale di proletari era appunto questa miseria e questa precarietà; mentre, giudicati come classe, ossia giudicati sulle fonti del loro reddito, essi erano dei piccoli borghesi, il loro ideale era quello di una comoda esistenza da borghesucci. Non c'è maggior errore che il confondere la situazione di reddito colla situazione di classe, come fece Lassalle, e come fanno ora quei nostri compagni russi, quando credono che il contadino povero abbia interessi di classe diversi da quelli del contadino benestante, anzi abbia gli stessi interessi di classe del salariato urbano. Ciò è tanto falso come il ragionamento di quelli che credono che i piccoli capitalisti abbiano un interesse diverso dai grandi e il loro contrasto col capitale bancario coincida col contrasto di classe del proletariato di fronte al capitale. I piccoli capitalisti vogliono diventare grandi; i piccoli contadini vogliono aumentare i loro possedimenti, questo e non una società socialista è il loro scopo. Gli uni come gli altri vogliono aumentare le loro entrate alle spalle dei lavoratori: quelli con bassi salari e lunghi orari, questi coll'alto prezzo delle derrate.
Così erano i bassi strati di Parigi, al tempo della rivoluzione, dal punto di vista della classe, piccoli borghesi non ostante le proletarie condizioni della loro esistenza. Queste non suggerivano loro nessun scopo sostanzialmente diverso da quello degli altri borghesi più fortunati, soltanto consigliavano loro dei mezzi di lotta, che erano poco simpatici ai benestanti. Quello che ha fame non può aspettare, disperato com'è non riflette sulla scelta dei mezzi, poco gl'importa della vita, nulla ha da perdere se non le sue catene, tutto osa in un tempo di crisi, quando egli crede di poter conquistare il mondo. Così i proletari, la grande massa della popolazione di Parigi, diventarono la forza, che spinse innanzi nella via della rivoluzione. La audacia della disperazione li fece padroni di Parigi, fece Parigi padrona della Francia, e condusse la Francia a trionfare dell'Europa.
L'insurrezione armata fu il suo strumento, e se queste sommosse non sgorgavano dalle circostanze stesse, non erano però senza qualche preparazione. Chè anzi risultavano da una organizzazione, pur venendo fuori dagli spontanei impulsi della massa, non dalla volontà dei suoi capi, ed è per questo che ebbero talvolta una violenza irresistibile. Una rivolta, che per scoppiare dev'essere provocata dai capi, e che non sorge dal basso, manca per ciò solo dello slancio necessario ed è votata all'insuccesso. Finchè la rivoluzione fu nel suo periodo di ascensione, furono le masse, quelle che sospinsero, e i capi quelli che furono sospinti, e per tutto quel tempo si andò innanzi. Quando accadde l'opposto, e i capi sentirono il bisogno di spronare le masse alla lotta, allora la rivoluzione entrò nel periodo decrescente.
Ma se una rivolta può contare sul successo soltanto, quando s'inizi spontaneamente, e non venga occasionata dai suoi pretesi capi, ciò non vuol dire ch'essa possa avere la speranza di vincere, se non si organizza. Le insurrezioni parigine di quell'età poggiavano sopra l'organizzazione delle masse. Già nella prima sommossa, l'assalto alla Bastiglia, si palesarono elementi di organizzazione, che divennero in seguito più stretti e durevoli. Nella rivoluzione ogni Comune pretese alla propria maggiore indipendenza. La Costituente colla legge del 22 dicembre 1789 consolidò quella situazione, che si era creata da per tutto in seguito all'improvviso esautoramento del potere statale.
I Municipi ottennero un alto grado di autonomia, tutta quanta la polizia locale ed anche il comando della milizia cittadina, la guardia nazionale, che si era formata nelle città. Però nello stesso tempo la borghesia faceva in modo da escludere dal potere le classi inferiori. L'Assemblea nazionale operava una sottile distinzione tra cittadini attivi e passivi. Attivi erano quelli che pagavano un'imposta diretta pari ad almeno tre giornate di salario, conteggiato secondo gli usi locali. Solo questi avevano il diritto di voto per la elezione della rappresentanza comunale e all'Assemblea nazionale. Solo tra questi si reclutava la guardia nazionale. Questi corpi politici si svolsero quindi nel senso di diventare rappresentanze dei possidenti. Ma in Parigi anche i cittadini passivi si organizzarono come pure gli amici, che contavano nelle file dei cittadini attivi, accanto alle ufficiali rappresentanze dei Comuni, armandosi anche per proprio conto.
Le elezioni agli Stati generali s'erano fatte per la borghesia il più delle volte indirettamente, ma con un suffragio quasi universale. « Per le elezioni, la città di Parigi era stata divisa in 60 distretti, che dovevano scegliere gli elettori. Dopo che questi fossero stati nominati dovevano i distretti scomparire. Ma essi si mantennero, organizzandosi di propria iniziativa come organi permanenti dell'amministrazione cittadina. Essi non si lasciarono rimovere e in quel momento, in cui prima del 14 luglio ( assalto della Bastiglia) tutta Parigi era in subbuglio, cominciarono ad armare il popolo e a mettersi innanzi come indipendenti... Dopo la presa della Bastiglia, i distretti si presentarono già come organi riconosciuti della municipalità. Per intendersi fra di loro, costituirono un ufficio centrale dove si raccoglievano speciali delegati e si facevano reciproche comunicazioni. Così dal basso in alto, attraverso la rete delle organizzazioni distrettuali, le quali erano sorte in modo rivoluzionario dall'iniziativa popolare, si costituì il primo tentativo della Comune... Mentre l'assemblea nazionale scalza a poco a poco il potere del re, i distretti, e quindi anche le sezioni, allargano via via la sfera dei loro poteri nel popolo; esse rappresentano il legame tra Parigi e le provincie e preparano il terreno per la Comune rivoluzionaria del 10 agosto ». (Krapotkin, « La Rivoluzione francese n, I, pag. 174-79. Corrispondentemente al suo punto di vista anarchico, Krapotkin ha specialmente messo in rilievo la storia della Comune nella rivoluzione. La si può quindi meglio studiare nella sua opera, oltre che in altri scritti speciali. Deficiente è invece in Krapotkin la parte relativa all'attività parlamentare).
L'Assemblea nazionale cercò di porre termine alle assemblee distrettuali. Colla legge del 27 maggio 1790 furono mutate le circoscrizioni elettorali di Parigi. Al posto dei 6o distretti si misero 48 sezioni. Solo i cittadini attivi potevano partecipare alle loro riunioni. Ma i cittadini passivi non si tennero al divieto. Le sezioni diventarono il centro dell'attività rivoluzionaria, e presto non vi fu questione comunale o statale, di cui esse non si occupassero, e alla cui soluzione non concorressero efficacemente. Quindi attrassero sempre più a sè l'amministrazione comunale, di cui si presero cura o direttamente o per mezzo di delegati e deputazioni. Da ciò dipendeva che la generale riunione delle sezioni funzionasse ininterrottamente. Soltanto colla sua permanenza essa poteva esplicare una così intensa attività.
Il 10 agosto del 1792 le sezioni rimossero la municipalità omai diventata impotente e ne formarono una nuova, la Comune rivoluzionaria, cui ogni sezione inviò tre commissari. Di qui s'inizia quella Comune parigina, la quale appoggiata alle sezioni, determina il corso della rivoluzione.
La storiografia usuale non ha apprezzato le sezioni come meritano. Il lavoro di esse era quello della folla anonima. I grandi nomi della rivoluzione brillano più nel Club dei Giacobini che non nelle sezioni. Ma ciò che il club ha compiuto, lo ha fatto attraverso di quelle, e per di più esso ebbe spesso l'ufficio di trattenere e di ritardare. Solo i proletari, che non hanno nulla da perdere, potevano precipitarsi senza indugio audacemente verso l'incognito.
b) Le cause del Terrore. — Il proletariato parigino, per mezzo della Comune, aveva acquistata una posizione predominante nella Francia rivoluzionaria. Però essa implicava un contrasto, come la posizione di Parigi nella nazione, come quella degli stessi proletari nella società.
Piccoli borghesi, secondo la loro coscienza di classe, essi stavano per la proprietà privata dei mezzi produttivi e non potevano superare questa posizione, perchè avevano bisogno della proprietà per sviluppare la produzione e conservarsi in vita; ma come poveri diavoli stavano con animo ostile di fronte alla proprietà dei ricchi, il cui benessere li offendeva e la cui ricchezza scaturiva dalla loro miseria. Ed era appunto questa loro avversione contro le grandi fortune feudali e capitalistiche, che avevan fornito loro quell'energia per combattere i contro-rivoluzionari; energia, che in grazia della preminente posizione di Parigi aveva fatto di essi i campioni della rivoluzione nell'interesse della grande maggioranza della nazione. Nelle forti lotte contro il feudalismo e la monarchia in Francia, e contro l'intera Europa monarchica, il proletariato rivoluzionario di Parigi aveva dietro di sè la forza totale della nazione più potente del mondo. Con questa poteva sfidare i potentati dell'intero continente. La forza di quella era la sua forza. In quel tempo si formò la potente coscienza rivoluzionaria del lavoratore parigino, che fece di lui fino ai giorni della seconda Comune, fino agli ultimi decenni del secolo passato, il meraviglioso modello di tutto il combattivo proletariato internazionale.
Ma la stessa classe era formata dai più poveri consumatori di Parigi, che bramavano sopratutto i viveri a buon mercato. E questo ancor più nei giorni della rivoluzione, che fu una rivolta della fame nel senso letterale della parola.
In ciò stavano i Parigini poveri in pieno contrasto coi contadini, coi mercanti, coi finanzieri, con tutti quegli elementi, che allora erano massimamente favoriti dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, e la cui abolizione non era possibile per il predominio della piccola impresa, cosicchè non fu mai tentata, e appena se ne fece qualche propaganda. Allorchè i proletari anche in questo campo di contrasto vollero far valere la loro potenza in Parigi e la potenza di Parigi sulla provincia, furono costretti a sentire che alla lunga non potevano affermarsi come minoranza contro la maggioranza. L'opera loro falliva non ostante i loro precedenti trionfi. I proletari erano entrati nella rivoluzione colla speranza ch'essa avrebbe spazzato via colla miseria feudale ogni forma di miseria, come aveva promesso e creduto la borghesia. Ora essi avevano guadagnato libertà politica e forza, ma soltanto il borghese e il contadino erano giunti al benessere. La povertà dei grandi centri non diminuiva, anzi essa era diventata in certi momenti spaventevolmente acuta. La fame e il rincaro sono le stigmati di tutto il periodo della rivoluzione. Per lo più si spiegano col fatto, che si seguirono allora molti anni di cattivi raccolti. Mi pare però che la fame durante la rivoluzione, non si possa ricondurre soltanto a quella coincidenza, ma dipenda strettamente dalla rivoluzione stessa.
La produzione agricola era ancora in quel tempo più che sufficiente; il contadino all'infuori degli articoli di lusso non aveva quasi bisogno dei prodotti industriali della città. Non solo egli produceva i propri mezzi di sostentamento, ma anche rozzi tessuti, che da sè fabbricava. Come pure erano di fabbricazione domestica i suoi semplici mobili ed arredi, e qualche artiere di villaggio gli procacciava il resto. Ciò che lo costringeva a vendere derrate alimentari alla città, non era tanto il suo bisogno di prodotti industriali, quanto quello di aver danaro per pagare le imposte, che lo Stato esigeva da lui. Non le poteva pagare, se appunto non portava al mercato cereali, bestiame, vino, od altri prodotti della terra. Oltre a ciò egli doveva ai signori feudali tributi in natura e « corvées » sui fondi signorili. La massa di questi prodotti, che in tal modo si raccoglievano nelle mani dei feudatari, in parte erano da questi consumati e per la più parte venduti per procacciarsi danaro da spendere nella vita di piacere della città. Così tasse e carichi feudali fornivano per una parte il danaro che rifluiva verso Parigi e là veniva speso, e per un'altra parte i prodotti che, comperati con questo denaro, servivano a nutrire i Parigini. La rivoluzione pose un termine ai gravami feudali e transitoriamente anche alle tasse, perchè lo Stato mancava d'ogni forza per poterle esigere. I contadini perciò non erano più come per lo innanzi costretti in così alta misura a vendere. Essi approfittavano della nuova libertà per saziarsi e porre così fine a quel lungo affamamento, a cui Stato e feudalità li avevano condannati. Quanto a ciò che lor sopravvanzava di prodotti da vendere, pensavano ora di rimetterli a più alto prezzo. Poichè niente li costringeva al buon mercato. Così doveva sorgere un rincaro e un contrasto tra Parigi e la provincia, che assunse talvolta forme asprissime. Nell'anno 1793 la Convenzione formò un esercito rivoluzionario di 6000 uomini, i quali dovevano percorrere i villaggi e requisire i viveri per conto di Parigi, proprio come testè è accaduto in Russia e presso a poco collo stesso insuccesso. E' questo uno dei molti tratti che fanno l'attuale rivoluzione russa così simile anche nel lato esteriore alla grande rivoluzione borghese del XVIII secolo. Il contrasto si acuì a causa della guerra, la quale portava al blocco della Francia ed impediva che alla mancanza dei viveri si riparasse coll'importazione dall'estero. Ciò aumentò l'affamamento dei Parigini, ma portò anche al popolo delle campagne i gravi pesi della guerra e sopratutto il servizio militare obbligatorio.
I Parigini erano massimamente interessati alla vittoria, perchè una sconfitta avrebbe prima di ogni altra cosa colpito la capitale, come centro della rivoluzione. Ma qui anche, il sentimento nazionale toccava il suo apice. La grandezza e la forza di Parigi erano inseparabili da quelle dello
Stato.
I Montagnardi, che formavano l'estrema sinistra della Convenzione, coniarono la formula della Repubblica una ed indivisibile, e la parola patriota ebbe lo stesso significato di rivoluzionario estremo. Ben diverso era il contegno dei contadini di fronte alla guerra: certo quelli che stavano sui confini volevano liberarsi dall'invasione nemica, tanto più che sentivano la minaccia di una restaurazione dei diritti feudali in caso di vittoria dello straniero. Per questo essi erano tanto patrioti quanto i Parigini, come si vede sopratutto in Alsazia. Ma quelli che erano lontani dalla frontiera, sentivano diversamente, poichè nessuna invasione li minacciava. Questi non comprendevano il significato politico della guerra, ma ne sentivano solo il peso, imposto loro dai Parigini regicidi ed atei. Alcune regioni, come la Vandea, la Normandia e la Brettagna, potevano, nel loro contrasto con Parigi, essere spinte talvolta così innanzi da precipitare nella sollevazione aperta, quando trovassero una guida. E questa fu loro talvolta offerta dai nobili retrivi. Ma già anche la borghesia rivoluzionaria, incarnata nel partito girondino, aveva tentato una simile rivolta della provincia contro Parigi, come si è visto. Gli uomini di finanza si mettevano, come i contadini, in contrasto coi proletari e coi piccoli borghesi, anzi il loro contrasto si faceva anche più aspramente ed immediatamente sentire. Non era già quello odierno dei lavoratori coi capitalisti industriali, che allora non rappresentavano nessuna parte importante. Anche dopo la rivoluzione Saint-Simon annoverava questi ultimi tra le classi lavoratrici. Era invece l'opposizione contro il capitale monetario e commerciale, contro gli usurai, gl'incettatori, gli speculatori, i mercanti. Non è che questi creassero la carestia dei viveri, ma la sfruttavano, acuendo il disagio. E non c'è bisogno che noi ci soffermiamo a descriverlo, poichè una condizione simile la esperimentiamo noi stessi da circa 5 anni. In piena miseria, i guadagni fatti sul rincaro della vita, provocavano un'indignazione particolare. Ad essi si accompagnavano anche, dal 1792, i profitti dei fornitori militari e per di più quelli degli speculatori sui terreni. L'Assemblea nazionale aveva incamerato i beni della Chiesa, all'incirca un terzo della proprietà terriera in Francia. Poi vennero quelli degli emigrati, che esulavano per andare a combattere dal di fuori la rivoluzione. Anche le loro proprietà erano state confiscate; ma tutta questa immensa massa di beni non rimase proprietà pubblica, nè venne ripartita tra i contadini poveri, bensì messa in vendita. Questo si fece a causa del dissesto della finanza, quello stesso che aveva dato l'ultima spinta alla rivoluzione, che però non era riuscita a ripararvi, ché anzi sempre più si accresceva, in quanto i contadini non pagavano più nessuna imposta. Il profitto della alienazione delle terre confiscate toccò a quelli, che con poco danaro se ne accaparrarono grandi porzioni, spesso allo scopo di dividerle e di rivenderle in lotti a prezzi sempre più alti. Il disavanzo dello Stato venne di poco diminuito, ma la speculazione sulle terre allignò largamente. Allo Stato in quel disagio rimaneva ancora il comodo rimedio della carta moneta. L'emissione degli assegnati cominciò, e prese ben presto una proporzione enorme, il che diventò una nuova causa del rincaro, nonchè delle oscillazioni più fantastiche della valuta e dei prezzi, ciò che non tardò ad essere sfruttato a lor talento dagli speculatori e dagli usurai.
Così sulle rovine della vecchia proprietà feudale ne crebbe una nuova, la capitalistica, e il suo sviluppo fu parallelo a quello della miseria e crebbe nella misura stessa in cui sempre più
si faceva sentire il predominio dei proletari.
Questa bizzarra situazione mostrava chiaramente come poco il nudo possesso del potere politico sia in grado di sopprimere l'azione delle leggi economiche, quando a tal effetto non sussistano le necessarie condizioni sociali. Ma i proletari parigini erano affamati e « in uno stomaco affamato trovano adito soltanto la logica della minestra e gli argomenti della pietanza ».
Essi non tenevan conto di ciò che è possibile sotto determinate condizioni economiche e di ciò che è inevitabile. Essi possedevano la forza ed erano decisi di servirsene per raggiungere quel regno della uguaglianza, della fratellanza e del generale benessere, che i filosofi della borghesia avevan loro promesso; e poichè non era lor consentito di cambiare il processo di produzione, tentavano coll'aiuto dei loro mezzi politici di mutare almeno la partizione dei prodotti di questo processo con dei sistemi, che pur troppo i nostri giorni ci hanno di nuovo fatto conoscere a sazietà: calmieri, prestiti forzati, che corrispondono all'incirca ai nostri contributi di guerra e simili violenze, le quali tutte allora ancor peggio d'adesso riuscivano a fronteggiare la miseria, dato il grande frazionamento della produzione di quei tempi, la deficienza della statistica, l'impotenza dello Stato di fronte ai Comuni. Sempre più stridente si mostrava la contraddizione tra la forza politica del proletariato e la sua situazione economica. Ed oltre a ciò sempre più aumentava la tribolazione a causa della guerra. Questo spingeva i mandatari del proletariato nella loro disperazione ad afferrarsi ai mezzi estremi, alle misure di sangue, al terrore.
c) L'insuccesso del terrorismo. — I piccoli borghesi rivoluzionari e i proletari di Parigi dominavano per mezzo della Comune tutta la Francia. Essi però si guardavano bene dall'esercitare direttamente questa potenza e dar la parola d'ordine: ogni potere alla Comune. Essi sapevano che lo Stato si poteva tenere insieme e governare soltanto mediante un'Assemblea che rappresentasse l'intero paese, quindi si guardavano dall'attentare all'Assemblea nazionale, alla Convenzione. Dominavano non senza o contro di essa, bensì per mezzo di essa.
Anche Lenin deve avere progettato una simile politica, altrimenti non si capirebbe perchè egli avesse lasciato fare le elezioni per la Costituente e l'avesse convocata. Ma la Comune fu più felice di lui; essa seppe rendersi utile questo importante strumento, che Lenin fin dal primo giorno sdegnosamente gettò via.
E' vero che nella Convenzione il partito della Montagna, che andava a braccetto colla Comune, si trovava in minoranza, ma la maggioranza non era solo formata di uomini politici dotati di carattere e di forti convinzioni. Molti di essi si mostravano instabili e mal sicuri. Essi si lasciavano impressionare dall'ambiente parigino, e quando questo non fosse sufficiente ad indurli a votare colla Montagna, bastava che si esercitasse sopra di loro un'energica pressione per strappare ad essi il voto desiderato. Coll'aiuto di questi molluschi della « Palude » la Montagna disponeva della maggioranza nella Convenzione. Però nell'incalzare delle vicende, che spesso esigevano misure urgenti, il potere legislativo della Convenzione non sempre bastava. Le sue stesse leggi apparivano impotenti ad ovviare ai mali e ai bisogni della società. Ogni legge oppressiva, per quanto sia forte, per il fatto stesso che prescrive determinate regole, pone alla propria efficacia certi limiti e offre con ciò agli oppressi il destro di potersene servire a proprio talento. Ogni politica d'oppressione, che va contro fatti, i quali hanno la loro profonda ragion d'essere nelle condizioni reali, e perciò non sono eliminabili, si vede prima o poi costretta a sciogliersi dai vincoli legali, ch'essa stessa ha creato per trasformarsi in un'oppressione illegale, in una Dittatura.
Questo, e non altro, è il significato della Dittatura, quando s'intenda per essa non un solo stato di fatto, ma una forma di governo.
E' un puro fatto d'arbitrio, che naturalmente può essere esercitato soltanto da un piccolissimo gruppo, il quale vi si adatta senza vincoli formali, ovvero da un solo. Ogni più ampia cerchia abbisogna per la sua cooperazione di regole determinate, di un ordine sociale, e perciò dev'essere tenuta insieme da leggi.
Il tipo della Dittatura come forma di governo è quella personale. Una Dittatura di classe è un non senso, non essendo possibile pensare dominio di classe senza leggi.
Poichè le leggi repressive contro usurai, speculatori e retrivi fallivano, i proletari si afferrarono alla Dittatura.
Già dal 25 marzo 1793 la Convenzione creava un « Comitato di salute pubblica e di difesa generale », il quale di giorno in giorno acquistò i diritti di un potere assoluto, e i cui membri furono in numero ristrettissimo: prima 25 e poi ridotti a 9. Le deliberazioni erano segrete. Il Comitato controllava ministri e generali, nominava e destituiva impiegati ed ufficiali, spediva commissari con pieni poteri, e prendeva tutte le disposizioni, che ritenesse necessarie. I ministri le dovevano eseguire senza ritardo. Certo il Comitato era responsabile de' suoi atti all'Assemblea, ma ciò diventava una pura formalità, poichè l'Assemblea tremava dinanzi ad esso. Per mettere qualche freno alla sua onnipotenza, si decise che esso si rinnovasse ogni mese, e che non potesse competergli alcuna disposizione sull'erario. Il Comitato di salute pubblica non tardò a diventare un organo esclusivo della Montagna. E quanto più s'accrebbero i suoi poteri dittatoriali, tanto più in esso si accentuò l'onnipotenza dittatoria di una sola persona: Robespierre.
Come strumenti della Dittatura sorsero due maggiori istituzioni, che potevano agire quasi arbitrariamente, un ufficio di polizia, « Comitato di sicurezza generale », e il « Tribunale rivoluzionario », che giudicava su tutti gli attentati controrivoluzionari e tutte le offese alla libertà, uguaglianza e incolumità della patria. Bastava essere sospettati e denunciati da un « patriota » per essere da questo tribunale condannati a morte, senza possibilità d'appello. Luigi Blanc descrive nella sua « Storia della Rivoluzione francese » l'organizzazione del governo del Terrore nel modo seguente:
« Noi troviamo un infaticabile club, quello dei giacobini, che del suo soffio vivifica Parigi: Parigi che divisa in una serie di assemblee popolari, chiamate sezioni, esprime attraverso di esse il suo pensiero. La Comune, centro delle sezioni, trasmette all'Assemblea nazionale la volontà di Parigi. E l'Assemblea traduce in leggi queste volontà. Il Comitato di salute pubblica dà ad esse vita in ogni campo; nell'amministrazione, nella scelta degl'impiegati, nell'esercito, nella provincia per mezzo di commissari; in ogni parte della repubblica per mezzo di comitati rivoluzionari.
Il Comitato di sicurezza pubblica ha il còmpito di rintracciare ogni velleità di resistenza.
Il tribunale straordinario rivoluzionario si affretta a colpirla. Tale era il meccanismo rivoluzionario (« Histoire de la Révolution française », Bruxelles, 1856, II - 519).
Il terribile apparecchio entrò in funzione senza scrupoli. Si sperava di finirla col contrabbando, coll' usura e colla speculazione, decapitando contrabbandieri, usurai e speculatori. Ma la situazione economica men che mai era tale da alimentare la fede che i mestieri ed i lavori manuali d'altri tempi potessero rifiorire. Chè anzi più che mai ognuno, che non disponesse di danaro, di molto danaro, precipitava nella più squallida miseria, almeno nelle grandi città. Il Terrore non scoraggiò la corsa al danaro, ma spinse soltanto l'acquisto di esso sulla via della frode e creò una nuova fonte di arricchimento e di corruzione nella malversazione. Quanto più diventò pericoloso farsi sorprendere, tanto più quelli, che erano colti, furono proclivi a comperare il silenzio dei denunciatori dei loro imbrogli, colla cessione di una parte del loro bottino e, crescendo la miseria, cresceva anche la tentazione per ogni funzionario dell'amministrazione di procacciarsi, chiudendo un occhio, qualche risorsa. Così non ostante ogni infuriare della ghigliottina, sempre nuove fortune si formavano, spuntavano nuovi capitalisti al posto di quelli decapitati, nè per questo diminuiva la fame. I nuovi capitalisti derivavano spesso direttamente dalla piccola borghesia e dal proletariato, dalle schiere rivoluzionarie, in cui essi avevano contato tra i più destri ed arditi. Non però tra i più saldi di carattere. Chè i migliori tra i rivoluzionari, i più altruisti e devoti, erano stati distrutti nelle lunghe lotte, sia nella difesa della frontiera, sia nella guerra civile. Perciò le file del proletariato rivoluzionario erano state doppiamente assottigliate colla morte dei migliori e coll'ascensione dei più scaltriti alla classe degli sfruttatori, perdendo così da due parti i suoi elementi più attivi. Il resto diventava sempre più disanimato ed apatico. La rivoluzione durava già da quattro anni; essa aveva portato ai contadini ed ai finanzieri profitti e talvolta ricchezza, ma pei proletari, i quali avevano combattuto senza riposo e colla maggior devozione, e che erano anche finalmente riusciti a riunire in sè la forza della Francia, essa non solo non aveva fatto cessare la fame, ma anzi molto più accresciuta.
Nè migliorò la loro situazione il sanguinario governo del Terrore. Qual vantaggio potevano ancora aspettare dalla politica? Incertezza, scoraggiamento, stanchezza cominciavano a serpeggiare tra essi. Inoltre, il potere della Comune di Parigi esigeva da essi le più gravi incombenze. Abbiamo visto che la forza delle sezioni riposava sul fatto, che tutti i cittadini partecipassero continuamente alla loro azione, e che le sezioni sedessero senza interruzione e sbrigassero tutte le faccende dell' amministrazione e della politica. Alla lunga ciò diventava impossibile. I proletari e i piccoli borghesi delle sezioni dovevano pure anche lavorare e produrre, altrimenti di che avrebbero potuto vivere ? Con un lavoro saltuario sempre interrotto, essi non potevano andare avanti. Finchè il sacro fuoco della rivoluzione li accese, finchè essi sperarono il benessere economico dal movimento politico, poterono rassegnarsi alla rovina che li minacciava. Ma quanto più cominciarono a dubitare, tanto più anche ritornarono a cercare la loro salvezza nel lavoro produttivo, invece che nella politica. Essi si lasciarono ognor più e più facilmente strappare, una dopo l'altra, le funzioni, che spettavano alle sezioni, e permisero ch'esse passassero ad impiegati stipendiati dallo Stato; donde si iniziò l'ulteriore accentramento burocratico dell'Impero. Nel contempo accadde, che nelle sezioni i benestanti e i loro dipendenti, in una o in un'altra forma da essi stipendiati, prevalessero in numero, poiché disponevano di tempo sufficiente, laddove i proletari e i piccoli borghesi, obbligati al lavoro, diventavano sempre più rari, col pericolo che i primi finissero per guadagnare la maggioranza.
Un sintomo del regresso dell'attività rivoluzionaria nelle sezioni si ha nella deliberazione della Convenzione (9 settembre 1793), che ridusse il numero delle adunanze a due per settimana e accordò ad ognuno, che vivesse del proprio lavoro manuale, due franchi per seduta. Ciò non impedì che la stanchezza di queste assemblee aumentasse. Intanto mutavasi anche il rapporto tra la massa ed i suoi capi. Nel periodo ascendente della rivoluzione la massa aveva spinto innanzi i suoi timidi duci, infondendo ad essi la propria energia e fede nella vittoria. E questo è il vero rapporto tra la massa e i suoi capi, là dove un movimento popolare è impostato con successo. I capi sono sempre più tardi che la massa, perchè essi meglio di questa considerano tutte le possibilità e vedono più chiaramente tutte le difficoltà. Ma ora i dirigenti si trovavano in tal situazione, che per potersi mantenere, per non precipitare abbisognavano di sempre rinnovati impulsi della massa, mentre appunto questa cominciava a diventare ognor più stanca ed incerta. Ora dovevano i capi studiarsi di eccitare ed infiammare il popolo. Questo rapporto mostra in un movimento popolare che ad esso manca la forza interiore, sia che non la possieda ancora, sia che l'abbia già perduta.
Il governo per riscaldare le masse doveva darsi l'apparenza della forza, doveva ubriacarle ed illuderle sul fallimento dei risultati sociali ed economici. La furia sanguinaria poteva produrre questo effetto. E questo fu l'incentivo per spingere innanzi il Terrore e farlo salire al più alto grado. Agiva infine nella stessa direzione la crescente nervosità dei dirigenti, che si sentivano vacillare il terreno sotto i piedi. Colla disperazione cresceva l'amarezza non soltanto contro gli avversari di classe, ma anche contro gli affini, ed anche aumentavano le divergenze e gli screzi nel proprio campo. I dirigenti sentivano che ogni errore, ogni imprudenza potrebbe diventare fatale.
Sempre si commettono sciocchezze, ma in una rivoluzione ancor più che nei tempi ordinari, perchè le passioni sono più eccitate, e i rapporti nuovi ammucchiano improvvisamente difficoltà straordinarie. E' un segno caratteristico del momento ascendente di una rivoluzione, ch'essa. continui il suo corso irresistibile non ostante ogni errore. Al contrario nel periodo di regresso, la più piccola deficienza può diventare esiziale. I dirigenti, sentendo sempre più la precarietà della loro situazione, ancor più acerbamente avversavano l'un l'altro le loro differenti direttive tattiche, e per salvare la rivoluzione tanto più ad ognuno d'essi sembrava urgente di opprimere colla forza gli altri.
Tra i Montagnardi fin dal principio c'erano stati contrasti di credenti (se anche non cattolici) ed atei, tra puritani pedanti e sfacciati gaudenti, tra radicali e moderati. Ma ciò non aveva impedito una azione collettiva concorde. Quando però queste tendenze cominciarono a combattersi con tal furore reciprocamente da mettere l'una contro l'altra in opera i mezzi terroristici, ne derivò la decadenza rapida della rivoluzione. Il suo destino fu segnato, quando la frazione di Robespierre portò quella degli Hebertisti come ultra-rivoluzionari, e quella dei Dantonisti come corrotti e moderati, davanti al tribunale rivoluzionario, e ottenne che essi dividessero sul patibolo (marzo 1794) la sorte, alcuni mesi prima da essi apprestata ai girondini. Essendo questi mezzi terroristici un segno della fine della rivoluzione, a lor volta poi essi l'accelerarono in quanto scissero le masse nella Comune di Parigi, e spinsero gli aderenti dei ghigliottinati tra gli avversari del governo. Questo intanto approfittò della crescente apatia delle masse per togliere alle sezioni, l'una dopo l'altra, quelle funzioni, che prima esse avevano esercitato, ed affidarle a' suoi funzionari. La polizia, soprattutto quella politica, cadde ora nelle mani dei due organi centrali, ch'ebbero in pugno il reale potere dello Stato, cioè il Comitato di salute pubblica e di sicurezza generale. La polizia diventò lo strumento onnipotente di un governo assoluto, e in pari tempo si cangiò, da una funzione esercitata pubblicamente nelle sezioni, in funzione segreta. Questa polizia segreta era come un'invisibile potenza sospesa sopra ciascuno nello Stato.
Ma invano con tutti questi mezzi di terrore cercavano di salvarsi i dirigenti. Sempre più debole diventava la base, su cui poggiavano. Non sapevano più sostenersi, se non aumentando il Terrore e l'onnipotenza poliziesca, ma con ciò non raggiungevano altro effetto che questo: sentendosi tutti minacciati, tutti si riunivano per una disperata difesa contro i dominatori, la quale raggiunse il suo scopo, quando ad un momento dato mancò ai dominanti ogni seguito. Krapotkin, che non è certo un avversario, ma anzi un ammiratore entusiasta della Comune, ha molto ben descritto questo fatale cammino del Terrore. Nel 67° capitolo del suo libro sulla Rivoluzione francese intitolato il « Terrore », tra l'altro dice: « Il punto più oscuro, accanto alla guerra esterna, era lo stato d'animo nella provincia e specialmente nel sud. Gli eccidi in massa, commessi sui capi contro-rivoluzionari e sui loro seguaci dai giacobini locali e dai delegati della Convenzione dopo la vittoria, avevano seminato un così profondo odio da spingere dovunque ad una guerra senza quartiere; e la situazione peggiorava sempre, perchè nè sul posto nè a Parigi ad altro si sapeva provvedere se non ai mezzi della vendetta ».
E dopo aver citato alcuni fatti in tal senso, l'autore dimostra, che Robespierre si sentì costretto a spingere il Terrore agli estremi. Luigi Blanc crede che Robespierre stesso volesse uscire dal sistema del Terrore, le cui ruinose conseguenze avvertiva. Ma non seppe trovare altra via d'uscita per venire a capo degli uomini del Terrore, che quella di combatterli colle loro stesse armi. Blanc scrive: « Robespierre voleva far tremare quelli che facevano tremare tutto il mondo. Egli aveva concepito l'audace progetto di abbatterli colla loro stessa clava, di uccidere il Terrore con il Terrore » (Histoire de la Rév. Fr., 11, 748). E' discutibile se questi erano i veri motivi di Robespierre. Certo è, che egli propose la legge del 22 pratile (10 giugno 94), che aboliva le ultime garanzie giuridiche per tutti gli accusati politici. Ad essi si toglieva, dinanzi al tribunale rivoluzionario, il difensore, la procedura era obbligata a rispettare solo i principii del buon senso, la sentenza era rimessa alla coscienza del giudice e a quelle informazioni, che egli potesse procacciarsi.
Già dal 24 febbraio '94 Robespierre aveva dichiarato: « Si vorrebbe governare la rivoluzione con sottigliezze giuridiche. Si trattano le cospirazioni contro la repubblica come fossero processi tra privati. La tirannide uccide, e la libertà piatisce. E la legge penale, che gli stessi cospiratori hanno fabbricato, diventa la regola, secondo la quale essi sono giudicati ».
L'unica pena ormai che si poteva sentenziare era quella di morte. Essa colpiva anche coloro che diffondevano « false notizie allo scopo di scindere il popolo e di turbarlo o corrompere i costumi o avvelenare la coscienza pubblica ». Ogni governo con tali qualificazioni colpisce qualsiasi manifestazione, che abbia l'aria d'opposizione. Krapotkin osserva: « Emanare questa legge non vuol dire altro se non dichiarare la bancarotta del governo rivoluzionario, e tale fu l'effetto della legge del 22 pratile, che in sei settimane la contro-rivoluzione fu matura ".
Immediatamente in base ad essa 54 persone furono giustiziate in una sol volta. « Così la nuova legge, che veniva chiamata di Robespierre, cominciò la sua opera. Essa fece ben tosto odiare il governo del Terrore in Parigi ». Quindi si ebbe un processo in massa contro 150 accusati, che furono suppliziati in tre gruppi. « E' inutile occuparsi più a lungo di queste esecuzioni. Basti il dire che dal 17 aprile '93, giorno dell'istituzione del tribunale rivoluzionario, al 22 pratile dell'anno IV (10 giugno 1794), cioè nel corso di 14 mesi il tribunale fece giustiziare in Parigi 2607 persone, mentre dal giorno della legge nuova lo stesso tribunale in soli 46 giorni (22 pratile - 9 termidoro, 27 luglio '94) ne mandò a morte 1351. Il popolo di Parigi sentiva orrore allo spettacolo di tutte quelle carrette su cui i condannati erano trasportati alla ghigliottina, e che ben 5 carnefici ogni giorno riuscivano a vuotare a mala pena. Non si trovavano più cimiteri per seppellirvi le vittime, perchè violenti proteste si levavano, ogni qual volta si apriva a questo scopo un nuovo cimitero in uno dei quartieri popolari. Le simpatie della popolazione operaia di Parigi andavano verso le vittime, e ciò tanto più in quanto i ricchi erano emigrati ovvero si tenevano nascosti nella Francia, e la ghigliottina colpiva sopratutto i poveri. Infatti tra i 2750 suppliziati, di cui Luigi Blanc potè controllare la condizione, solo 650 appartenevano alla classe dei possidenti. Si andava perciò sussurrando nell'orecchio che un realista, un agente di Batz, sedesse nel Comitato di Sicurezza e ch'esso incitasse a quelle esecuzioni per rendere odiosa la Repubblica. Certo è che ogni nuova esecuzione in massa di tal genere accelerava la caduta del governo giacobino ».
Ognuno si sentiva minacciato da Robespierre e da' suoi, tutti i cittadini si stringevano insieme, ultra-rivoluzionari e moderati, girondini e montatagnardi, partigiani del Terrore e partigiani della clemenza, proletari e borghesi. La tirannide di Robespierre s'infranse al primo tentativo, che quelli che erano da lui minacciati, fecero di mostrargli i denti. Il suo appello alle masse il 9 termidoro non trovò che debole eco. Egli precipitò, ma nello stesso tempo anche la Comune di Parigi perdette fin l'ultima traccia del potere, così a lungo esercitato. La rivoluzione ritornò al fondamento posto dalle condizioni economiche, ossia al dominio della borghesia.


5. - La tradizione del Terrore.
La caduta di Robespierre significava la peggiore rovina; una rovina morale prodotta dal fatto che i proletari e i piccoli borghesi piantarono in asso il partito, che intendeva di rappresentarli, e si rifiutarono di combattere per lui, anzi al suo crollo respirarono, come se fossero liberati da una dura pressione, quando finalmente lo spaventevole sterminio ebbe fine.
Ma quel torbido epilogo fu presto dimenticato, e ciò che negli animi dei proletari e piccoli borghesi della 'Rivoluzione, e non soltanto in Parigi, sopravvisse, fu il ricordo di quei tempi, in cui essi colle loro insurrezioni dominavano la Convenzione e mediante la Convenzione la Francia, la maggior potenza d'allora, che era in grado di sfidar tutta l'Europa e alla fin fine, almeno in via transitoria, anche di sottometterla. Man mano che pei proletari e piccoli borghesi e rivoluzionari i tempi diventarono più tristi, in ispecie sotto il governo militare di Napoleone, e poi anche dopo la sua caduta sotto il governo dei rurali e dei banchieri, quella grande tradizione fu più intensamente coltivata.
Pochi uomini soltanto, studiano la storia con finalità e con spirito scientifico, cioè per stabilire i nessi di dipendenza causale nello sviluppo dell'umanità, per coglierne il rapporto di connessione coll'insieme degli altri fatti conosciuti, o come può dirsi, per approfondire la concezione del mondo, per giungere ad una più chiara conoscenza di esso e a più saldi principi.
Ogni scienza parte da scopi pratici e non dal bisogno di conoscenza filosofica, come tra l'altro ce lo dimostra col suo nome la stessa geometria, la quale, non ostante la sua astrattezza, non fu in origine che l'arte di misurare i terreni. Anche la storia ebbe un punto di partenza nella pratica: i panegirici degli antenati per incoraggiare le nuove generazioni ad imitarli. E poich'essa non mirava alla conoscenza, ma a risultati politici e morali, non si tenne per necessario di osservare strettamente la verità, si esagerò volontieri per accrescere l'effetto, e non s'indietreggiò dinanzi all'invenzione. La falsificazione è tanto vecchia quanto la storiografia stessa. E ben si sa, questo modo di esporre la storia è praticato ancor oggi; che anzi lo si tiene in gran conto come una produzione particolarmente pregevole, come una fioritura del sentimento patriottico.
La letteratura storica raggiunge poi un maggior scopo pratico, quando diventa il mezzo, per cui le pretese di uno Stato o di singole località di uno Stato, o di ceti o di famiglie, vengono fondate, adducendo consuetudini, stipulazioni e contratti del passato. Anche questo ramo degli studi storici diede alla falsificazione vivo incremento. Cosi gran parte del potere temporale e dei diritti della Chiesa cattolica, tanto dei papi come dei vescovi, ordini religiosi e monasteri,è stata giustificata per mezzo di documenti apocrifi.
Dal giorno che il leggere e lo scrivere non fu più ristretto ad una cerchia di pochi eletti, la produzione di falsi documenti non fu più di moda. Che però la cosiddetta scienza storica sia tuttora pronta a produrre, quando occorra, per ogni preteso diritto, argomenti a piacere, ce lo dimostra la facilità, colla quale negli ultimi anni i diritti storici dei diversi paesi, che hanno condotto la guerra, vennero dimostrati scientificamente in corrispondenza dei loro appetiti.
Ma l'applicazione pratica più importante della storia non è l'edificazione e l'entusiasmo per mezzo delle gesta degli antenati, nè la dimostrazione delle pretese giuridiche, ma l'incremento della forza, di cui viene a partecipare colui che si fa un sostegno dell'esperienza del passato. E questo incremento di forza può essere di doppia natura; da un lato può il singolo accrescere le sue forze intellettuali per ciò che dalla storia impara, ossia in quanto vi studia i successi e gli insuccessi de' suoi predecessori, e sa quindi ciò che egli stesso avrebbe fatto o non fatto in quelle circostanze. In particolar modo nell'arte della guerra ha la conoscenza storica maturato grandi e pratici risultati, tanto che non vi è forse nessun condottiero di vaglia, che non si sia impratichito di storia militare, mettendosi alla scuola de' suoi predecessori.
Più difficile è apprendere qualche cosa dalla storia nella politica. Qui entrano in gioco masse assai più imponenti che non nella guerra, soprattutto in quella del passato. E ancora queste masse non sono passivi strumenti in mano di una guida onnipotente, bensì elementi autonomi e non facilmente apprezzabili. E infine i rapporti, che tratta l'uomo politico, sono molto più complicati e variabili di quelli della vita militare, dove pure, non ostante la maggior semplicità e perspicuità dei fatti, che essa abbraccia, può essere pericolosissimo che le conoscenze apprese dalla storia, portino ad' una inintelligente imitazione del passato, invece che ad un conveniente adattamento di principi generali, desunti dall'esperienza di esso alle circostanze particolari di un caso determinato. In politica poi le differenze nelle condizioni sociali e situazioni dei singoli paesi e delle diverse età diventano così grandi ed anche così difficili a riconoscersi, che l'imitazione schematica dei fatti passati, fondata sulle simiglianze puramente esteriori di date circostanze, assai più spesso nuoce che non giovi, molto più vela che non acuisca lo sguardo per la conoscenza del reale stato di cose e dei relativi bisogni. E per questo nella politica gli uomini ben poco hanno realmente imparato e compreso. Cosicchè la più parte degli uomini di Stato, che si occupano di storia, sono ben lontani dal farlo per imparare; il loro scopo è tutt'altro.
Veniamo così alla seconda specie d'incremento di forza per mezzo della storia. Ogni classe o partito del giorno d'oggi trova qualche analogia nel passato, che anch'esso conobbe, simili alle nostre, le sue lotte di sfruttati e sfruttatori, possidenti e proletari, aristocratici e democratici, monarchici e repubblicani. Certo quelle classi e quei partiti dei tempi passati sorsero in condizioni molto differenti da quelle del presente, anzi ebbero spesso significati diametralmente opposti a quelli delle corrispondenti manifestazioni posteriori. E' naturale però che in politica i fatti d'oggi siano misurati su quelli del passato, giudicati in base ai successi ed agli insuccessi correlativi. Per la propaganda di un determinato programma può essere una grande forza il poter addurre in proprio favore la prova dei rilevanti successi ottenuti dai propri predecessori. E non è meno importante il poter dimostrare agli avversari che, viceversa, i loro antecessori hanno fatto fiasco.
Si capisce che ciò ravvivi l'interesse nello studio della storia, ma non dimostra alcun interesse per la verità, chè anzi ci troviamo in presenza di un nuovo movente alla falsificazione. Gli scrittori d'ogni partito si studiano di mettere massimamente in luce i loro antesignani, mentre lasciano quanto più possono nell'ombra i loro avversari.
In mezzo alle necessità pratiche, donde la ricerca storica scaturisce, sono esenti dalla tendenza a falsare i fatti solo quelli, che inspira il desiderio d'imparare. Un tal desiderio spinge a veder chiaramente le cause, non solo dei successi, ma anche degl'insuccessi dei predecessori del proprio partito, e ad esercitare su di loro una libera critica. Qui sorge il desiderio della verità scientifica, della ricerca storica, compiuta allo scopo di renderci ragione dei fatti. Ogni altro bisogno pratico, che spinga allo studio della storia, sviluppa la tendenza ad abbassarla al livello della leggenda.
Reagisce a ciò fortunatamente oggi il fatto, che la critica del partito avverso tiene gli occhi aperti su ogni tentativo di tal genere. E certo la cosa non può andare così liscia come al tempo della composizione degli Evangeli, fuorchè nel regime dello stato d'assedio e della censura. Però anche nel più alto grado di coltura e di piena libertà di stampa, non c'è difetto di esposizioni storiche false ed unilaterali. Non si creda con questo che sempre vi sia uno sforzo cosciente per ingannare il lettore. Nella più parte dei casi è anzi lo stesso storico ingannato dal suo fanatismo e dalla unilateralità partigiana, che gli impedisce di vedere le cose quali sono. E ciò è tanto più possibile, in quanto le fonti storiche stesse corrispondono alle lotte dei partiti, mentre poi le relazioni sociali sono sempre straordinariamente complicate, e anche il critico più spregiudicato non si orienta facilmente e deve sempre domandarsi, dov'è la verità. Giustamente Lissagaray nella prefazione della sua storia della « Comune » dice: « Chi racconta al popolo false leggende di rivoluzione e lo inganna a bella posta o senza saperlo con ditirambi storici, è tanto colpevole quanto il geografo, che fornisce ai naviganti false carte ».
Con tutto ciò io conosco molti compagni di partito, coraggiosi ed onesti compagni, i quali tengono per lor sacro dovere di rivoluzionari di ingannare il popolo con fallaci ditirambi, storici sopra il bolscevismo. Ma d'altra parte quanto è mai difficile, anche per uno scrupolosissimo descrittore, segnare in mezzo alla tempesta su una carta tutti gli scogli, accanto ai quali si passa veleggiando! Le rivoluzioni, che scatenano ogni passione, e in cui si lotta per la vita e per la morte, soggiacciono naturalmente più che ogni altro avvenimento storico alla sorte di esposizioni e di interpretazioni partigiane. Ed è ovvio che sempre sia oggetto di ardente discussione quella Comune col suo governo del Terrore che, in mezzo alla Rivoluzione francese, ne rappresentò la maggior forza impulsiva, e l'espressione più appassionata. I contro-rivoluzionari su di essa richiamano l'attenzione per segnalare e stigmatizzare l'orrore della rivoluzione. I rivoluzionari per conto loro si tengono obbligati a difenderla, e non si contentano di considerare il Terrore come una manifestazione speciale della rivoluzione, che appartiene al passato e non può ripetersi nell'avvenire. Non si contentano nemmeno di spiegare quel governo per mezzo delle condizioni particolari, che lo produssero. No, essi si sentono spinti a contrapporre alla condanna l'apologia, ed a vedere nel Terrore un mezzo, terribile è vero, ma indispensabile per la liberazione delle classi soggette. Marx stesso contava ancora nel 1848 sulla forza vittoriosa del terrorismo rivoluzionario, quantunque egli già d'allora con ragione si opponesse criticamente alle tradizioni del 1793. Nella « Neue Rheinische Zeitung » egli si esprime ripetutamente in favore del Terrore. Nel numero del 13 gennaio 1849 scriveva intorno alla sollevazione dell'Ungheria, di cui esagerava l'importanza rivoluzionaria: « Per la prima volta in un moto rivoluzionario del 1848, per la prima volta dal 1793, una nazione, circondata dalle forze superiori della contro-rivoluzione, osa contrapporre al vile furore dei retrivi la passione rivoluzionaria, al Terrore bianco il Terrore rosso. Per la prima volta dopo tanto tempo, noi troviamo un vero carattere rivoluzionario, un uomo, che osa raccogliere in nome del suo popolo il guanto di una lotta disperata, e che è per la sua nazione Danton e Carnot in una persona sola: Luigi Kossuth ».
Già prima, nel numero del 7 novembre 1848 Marx in occasione della caduta di Vienna scriveva: « In Parigi si ripercuoterà il contraccolpo fatale della rivoluzione di giugno. Colla vittoria della repubblica «rossa » a Parigi, gli eserciti saranno cacciati dall'interno dei paesi verso e al di sopra delle frontiere e la vera forza del partito di lotta si mostrerà chiaramente. Allora ci ricorderemo delle giornate di giugno e di ottobre (repressione di Vienna per opera di Windischgrátz) e anche noi grideremo: « vae victis! ».* *Nell'originale, queste parole sono stampate in carattere grasso.
« Le inutili stragi compiute dal giugno all'ottobre, lo stucchevole olocausto dal febbraio e dal marzo, il cannibalismo stesso della contro-rivoluzione convincerà i popoli che vi è un solo mezzo per abbreviare, per semplificare, per concentrare l'agonia omicida della vecchia società e le sanguinose doglie della nuova, un solo mezzo: il terrorismo rivoluzionario ».
Non si venne però in quel caso all'esperimento pratico; che anzi troviamo in quei rivoluzionari una crescente intima contraddizione. Lo studio del passato li spingeva a difendere il terrorismo, mentre le condizioni del presente, come vedremo, favorivano l'incremento dei loro sensi d'umanità e dell'orrore a far soffrire gli uomini, o peggio ancora distruggerne le vite. E questo spirito di umanità agiva sulla pratica ancor più fortemente che non le dichiarazioni terroristiche attinte dalla letteratura.
Bórne nella sesta delle sue « Lettere parigine scriveva sui rivoluzionari del luglio 1830: « Essi hanno presto vinto ed ancor più presto perdonato. Con quanta mitezza il popolo ha ripagato le umiliazioni patite, quanto le ha presto dimenticate! Solo nella lotta aperta, solo sul campo di battaglia, ha colpito i propri avversari. Ma i prigionieri inermi non sono stati massacrati, i fuggiaschi non perseguitati, non ricercati quelli che si nascondevano, non molestati i sospetti. Cosi si comporta un popolo ».
Non meno magnanima fu la condotta dei rivoluzionari parigini nel febbraio del 1848, e anche nelle terribili giornate di giugno dello stesso anno spiegarono gli operai nella lotta certo il più alto eroismo e la più tenace resistenza, ma si mantennero alieni da ogni crudeltà. Questa piuttosto misero in luce i loro vincitori e nel modo più spaventevole. E non soltanto i soldati, di cui s'era eccitata l'ira al più alto grado, con false voci di supposte crudeltà compiute dagl'insorti, ma anche gl'intellettuali. Vi furono medici, che rifiutarono di prestare le loro cure ai rivoluzionari feriti. E Marx nel suo celebre articolo sulle giornate di giugno nella « Neue Rhelnische Zeitung » osserva: « La scienza non esiste per il plebeo, il quale commette l'inaudito, l'indicibile delitto, di battersi nelle trincee una buona volta per la propria esistenza invece che per Luigi Filippo o il Signor Marrast ».
Era dunque l'indignazione provocata da quelle vergogne, che aveva indotto Marx a scrivere le dichiarazioni sopra citate intorno al terrorismo.
Sopravviveva ancora l'amaro ricordo di quella lotta del giugno '48, quando i lavoratori di Parigi s'impossessarono del potere politico nella seconda Comune. Non pochi tra di loro vi avevano preso una parte diretta. Si sarebbe potuto credere che ora il giorno della vendetta spuntasse, il giorno del Terrore annunziato da Marx. Ma questi deve constatare nel suo scritto sopra la Comune (La Guerra civile in Francia 1870: « Dal 18 marzo fino all'ingresso delle truppe versagliesi in Parigi la rivoluzione proletaria è rimasta pura da ogni violenza, di cui pur troppo abbondano le rivoluzioni in genere ed ancor più le contro-rivoluzioni delle più alte classi » (III edizione, 38). Qui troviamo che Marx decisamente sconfessa il Terrorismo, che anzi viene presentato come una caratteristica delle rivoluzioni delle più alte classi in contrapposto alla rivoluzione proletaria.
Or non è molto, fu giudicato il mio atteggiamento di fronte al bolscevismo come un tradimento fatto a Marx, il cui spirito rivoluzionario l'avrebbe senza dubbio spinto al bolscevismo. Come testimonianza di ciò si citavano alcune espressioni marxistiche del 1848 sul Terrorismo. Ora si vede che il tradimento a Marx, che io avrei fatto, lo aveva già compiuto egli verso se stesso dal 1871. Tra la sua prima e la sua seconda concezione erano trascorsi due decenni del più potente lavoro intellettuale, ch'ebbe per frutto il « Capitale ». Chi dunque sulla questione del Terrorismo si appella a Marx, non ha diritto di arrestarsi alla sua dichiarazione del 1848, trascurando quella del 1871. E come Marx, così anche Engels si mostra nel 1870 assai poco entusiasta del Terrorismo. Il 4 settembre di quell'anno egli scriveva a Marx: « Sotto il nome dì governo del Terrore noi intendiamo il governo di quella gente, che inspira il Terrore. Viceversa è il governo della gente, che è essa stessa terrorizzata. La « Terreur » è soltanto un complesso di crudeltà per la più parte inutili, che quelli stessi, che hanno paura, mettono in opera per rassicurarsi. Sono convinto che la colpa del Terrorismo nel 1793 ricade quasi esclusivamente su quei borghesi più impauriti mascherati da patrioti, sui borghesucci nonchè sulla ciurmaglia, che all'ombra del Terrore faceva il proprio interesse » (Carteggio tra Marx ed Engels, IV, pagine 379-380).
Marx aveva pienamente ragione allorchè con soddisfazione notava che la seconda Comune parigina era rimasta immune da tutte le violenze, di cui la prima aveva pur troppo abusato. Ciò che durante la sua esistenza in Parigi accadde di violenza, non deve esserle imputato; con questo non può dirsi che il pensiero del Terrorismo non abbia avuto nessuna parte nella Comune e che tutti i suoi membri l'abbian respinto, ciò che non sarebbe il caso. Vogliamo perciò esaminare più da vicino le cose e instituire un parallelo tra la Comune del 1871 e la Repubblica dei Soviet. Questa, si sa, si appella spesso a quella, come suo modello e giustificazione. Federico Engels ha nella prefazione alla terza edizione della « Guerra civile in Francia » di Marx, dichiarato che la Comune di Parigi è stata la dittatura del proletariato. Mette conto di vedere che cosa sia stato questa dittatura.


6. - La seconda Comune di Parigi.
a) L'origine della Comune. — La repubblica dei Soviet del 1917, come la Comune di Parigi del 1871, sono conseguenze della guerra, conseguenze della disfatta militare, ed entrambe vengono sostenute dal proletariato rivoluzionario. Ma a ciò si limita presso a poco la coincidenza dei due fatti. I bolscevichi acquistarono la forza di attirare a sè il potere politico, in quanto essi erano stati tra i partiti della Russia quello che aveva domandato la pace ad ogni costo, la pace separata senza curarsi di sapere quale sarebbe stata in seguito a ciò, la situazione internazionale, se essa avrebbe assicurato o no la vittoria e l'egemonia mondiale alla monarchia militare tedesca, tra i cui protetti essi a lungo si annoverarono, come i ribelli dell'India e dell'Irlanda e come gli anarchici dell'Italia.
Affatto diversa fu la condotta del radicalismo francese nella guerra del 1870 dopo la caduta. di Napoleone e la proclamazione della Repubblica, quando vennero fuori le pretese tedesche all'annessione dell'Alsazia-Lorena. Nella lotta della terza Repubblica contro le monarchie alleate della Germania sembrò risorgere la situazione del 1795, colla sua lotta della prima Repubblica contro le monarchie alleate dell'Europa. Le tradizioni di quell'epoca si risvegliarono, e proprio come allora, fu la Parigi proletaria l'elemento guerresco che sostenne più tenacemente ed energicamente il proseguimento della guerra per la salvezza della Repubblica, una ed indivisibile. Invece i contadini del 1870 non erano più quelli del 1793. Questi avevano bensì odiato Parigi e sopportato di mala voglia la sua dominazione; però la necessità li aveva animati a respingere lo straniero, perchè la sua vittoria minacciava di ricondurre lo sfruttamento feudale e di togliere loro i beni degli emigrati e della Chiesa, che, lottando, avevano ottenuto.
I contadini del 1870 non avevano nulla di simile da temere dalla vittoria dei prussiani. Per questo lo spirito di campanile prese sopra di essi il sopravvento, la perdita dell'Alsazia-Lorena sembrò loro un male minore della devastazione e dei pesi della guerra. Eccezione fatta dell'Alsazia e Lorena, che disperatamente fino all'ultimo resistettero alla separazione, durante la guerra il pensiero della pace guadagnò presto terreno tra i contadini e le piccole città della Francia. In contrasto colla radicale e bellicosa Parigi, questo proposito di pace diventò la parola d'ordine dei reazionari e dei monarchici.
Come nel 1917 in Russia, così in Francia nel 1871, il partito della pace, il partito di quelli che erano stanchi della guerra, prese il sopravvento su quelli ch'erano fautori della sua continuazione; ma il pacifismo non rinforzò nel 1871 i più radicali tra i radicali, bensì i più reazionari tra i reazionari. L'8 febbraio 1871 fu eletta un'Assemblea nazionale per conchiudere la pace. Essa contava solo 200 repubblicani contro 400 monarchici. « Quasi tutta la provincia domandava pace ad ogni costo. Parigi invece esclamava: Guerra ad oltranza. Essa non elesse che uomini che avevano il mandato di pronunciarsi pel proseguimento della guerra, e di non permettere in nessun modo che la pace venisse comperata a prezzo dell'integrità del territorio » (Luigi Dubreuihl, « La Commune », 264). Il 12 febbraio l'Assemblea Nazionale si riunì a Bordeaux, il 1° marzo essa approvò il trattato di pace con 516 voti contro 107. Quasi la metà di questi 107 erano deputati di Parigi.
L'Assemblea nazionale era stata eletta solo per concludere la pace; con queste intenzioni gli elettori avevano votato. La grande maggioranza dei reazionari, che in essa erano, non doveva ascriversi ad avversione contro la Repubblica, ma a prepotente bisogno di pace. Il mandato dell'Assemblea nazionale con questa conclusione era esaurito. Al suo posto doveva eleggersene un'altra, che avrebbe deliberato intorno alla Costituzione. E le elezioni avrebbero avuto un altro esito che quelle per l'Assemblea di Bordeaux, poichè la Repubblica non incontrava così grande avversione, come il proseguimento della guerra. Infatti le elezioni municipali, che ebbero luogo in tutta la Francia il 30 aprile 1871, diedero una grande maggioranza repubblicana. Ma appunto perchè i rurali dell'Assemblea nazionale temevano questo, essi si attaccarono ai loro mandati. Comportandosi come un'Assemblea costituente, essi avrebbero senza dubbio restaurata la monarchia, se non fossero stati profondamente divisi. Una metà di loro era legittimista, ossia sosteneva la dinastia, che aveva governato la Francia fino al 1830; l'altra metà orleanista, sosteneva la dinastia, che era stata dalla rivoluzione del 1830 sostituita alla stirpe legittima. Questo dissidio salvò la Repubblica, ma non protesse Parigi dall'odio comune delle due fazioni. La Repubblica francese non aveva nessun altro valido appoggio fuor di Parigi, ma la forza di essa s'era mostrata più di una volta dal 1789. Nè certo si poteva pensare alla restaurazione monarchica, finchè Parigi non. fosse stata abbattuta.
Sempre e sempre più i provinciali tempestavano contro Parigi, l'immorale, l'atea, la bellicosa, la repubblicana Parigi, per non dir nulla. del suo socialismo. Dall'inizio delle sue sedute l'Assemblea nazionale diede aperto sfogo a questo orrore. La eroica Parigi, che per cinque mesi aveva sostenuto un grave assedio per la causa della difesa nazionale, era ora nella maniera più odiosa coperta di ingiurie da quei nobili padri della. patria. Prostrare Parigi, strapparle ogni autonomia, toglierle il suo grado di capitale e infine disarmarla, per osare in piena sicurezza il colpo di Stato monarchico, questa era la maggior preoccupazione dell'Assemblea e di Thiers, ch'essa aveva nominato capo del potere esecutivo. A questa situazione corrisponde il conflitto, che conduce all'insurrezione di Parigi. Ben si vede che questa fu di tutt'altra natura che il colpo di Stato del bolscevismo, il quale traeva la sua forza dalla necessità della pace, il. quale aveva dietro di sè i contadini e non aveva nell'Assemblea contro di sè dei monarchici, bensì dei socialisti rivoluzionari e dei menscevichi.
E come diversi i punti di partenza. della rivoluzione bolscevica e della seconda Comune, così anche le cause occasionali d'entrambe. I bolscevichi vennero al potere per mezzo d'un'insurrezione, che diede loro di colpo nelle mani l'intero meccanismo dello Stato, ch'essi applicarono subito, nella maniera più energica e spietata, allo spossessamento politico ed economico di tutti i loro avversari, fossero pur anche proletari.
All'opposto i più sorpresi dinanzi all'insurrezione della Comune furono gli stessi rivoluzionari. A molti d'essi il conflitto giungeva non solo inatteso, ma sgradito. Ben aveva in Parigi, come conseguenza della tradizione rivoluzionaria, la tattica dell'insurrezione armata un forte seguito I Blanquisti erano tra i socialisti i principali rappresentanti di questa tendenza, e più d'una volta durante l'assedio, essi ed altri elementi di tendenza giacobina avevano tentato la sommossa, senza però trovare sufficiente appoggio, tantochè i loro tentativi erano sempre falliti. Così sotto l'impressione della capitolazione di Metz, il 31 ottobre essi si sollevarono per domandare l'elezione di una rappresentanza comunale, la, Comune, non per ragioni socialiste, ma patriottiche, allo scopo di condurre più energicamente la guerra, così come aveva fatto l'altra Comune dal 1792 al 1794. Ma quella parte della guardia nazionale, ch'era fedele al governo, venne a capo della sollevazione senza spargimento di sangue, tanto poca fu la resistenza opposta alle truppe. Per rafforzare la sua posizione, il governo il 3 novembre provocò un plebiscito in Parigi, che diede 558.000 voti favorevoli e meno di 63.000 contrari.
Nè meglio riuscirono gli uomini dell'azione ad ogni costo, il 22 gennaio, sebbene essi anche allora sostenessero la patriottica causa, così popolare in Parigi, del proseguimento della guerra. Il governo aveva annunciato l'inevitabile capitolazione e questo fu causa dell'esplosione di sdegno dei rivoluzionari, più sanguinosa di quella del 31 ottobre, però anche questa senza fatica repressa. Tali insuccessi scoraggiarono gli uomini d'azione omai disillusi e snervati, tanto che al 18 marzo essi non erano certo preparati a provocare una nuova insurrezione. Dal canto loro i socialisti internazionali già da prima s'erano dichiarati contrari ad ogni tentativo di rivolta. Appunto dopo la caduta di Napoleone in seguito alla rivoluzione di settembre, Marx scriveva ad Engels (6 settembre 1870): « Mi ero testè seduto per scriverti, quando Seraillier giunge e mi significa ch'egli lascia domani Londra per Parigi per trattenersi colà un paio di giorni. Scopo principale; aggiustare colà le cose coll' Internazionale (Consiglio federale di Parigi). E questo tanto è più necessario che oggi tutta la sezione francese leva il campo verso Parigi per fare là delle bestialità in nome dell'Internazionale. Essi vogliono abbattere il governo provvisorio, stabilire la Comune di Parigi, riconoscere Pyat come ambasciatore francese a Londra etc. Ho ricevuto oggi dal Consiglio federale di Parigi una proclamazione al popolo tedesco (te la mando domani), unitamente alla pressante preghiera al Consiglio generale di pubblicare un nuovo manifesto ai tedeschi. Io avevo da presentarlo prima di questa sera. Sii così buono di mandarmi al più presto possibile, in inglese, le necessarie note militari utilizzabili per il manifesto, intorno all'Alsazia-Lorena. Al Consiglio federale in Parigi ho già risposto oggi ampiamente, e in pari tempo mi sono assunto lo sgradevole lavoro di aprir loro gli occhi sul reale stato delle cose » (Carteggio tra Engels e Marx, IV, 330).
Mi si è rinfacciato di essere un epigone degenerato di Marx, che certo la sua natura rivoluzionaria e il suo temperamento vulcanico avrebbero spinto senz'altro nel campo dei bolscevichi. Vedemmo qui come questo temperamento vulcanico, nel tempo della rivoluzione, tenesse per suo primo dovere il poco gradevole ufficio di aprire gli occhi sul reale stato delle cose ai propri compagni, e che questo stesso temperamento, non ostante tutto il vulcanismo, poteva in certe circostanze battezzare col nome tutt'altro che eccitante di « bestialità » progetti di azioni rivoluzionarie.
Engels rispondeva a Marx il 9 settembre: « E' partito poco fa Dupont. Fu qui la sera, ed è furibondo contro la bella proclamazione di Parigi. Che Seraillier vi vada e che prima abbia parlato con te, ciò lo tranquillizza. Le sue vedute sul caso sono chiarissime e giuste: usare della libertà, che indubbiamente darà la Repubblica per l'organizzazione del partito in Francia, agire quando se ne offra l'occasione, dopo conseguita l'organizzazione, tenere indietro l'Internazionale in Francia, finchè si sia raggiunta la pace ».
Al che Marx rispondeva il 10 settembre: « Di' a Dupont ch'io divido perfettamente le sue vedute ».
Dunque non azione, ma organizzazione sembrava il meglio a quel temperamento vulcanico. L'Internazionale anche in Francia agiva nel senso di servire da freno, e non certo di spingere verso un'azione precipitata; e basti questo esempio: Il 22 febbraio in una seduta del Consiglio federale di Parigi un membro propose una dimostrazione pacifica per il 24 febbraio, anniversario della rivoluzione del 1848. Ma alla maggioranza del Consiglio federale anche questa pacifica dimostrazione apparve, in considerazione della situazione assai tesa, molto intempestiva. Sopratutto vi si oppose Frankel, il quale domandò che pel momento tutte le forze fossero dirette all'organizzazione del proletariato e allo studio delle più urgenti questioni economiche, e in ispecie a quella del pagamento delle pigioni, prorogate durante l'assedio, e della disoccupazione. I rappresentanti dell'Internazionale nell'Assemblea, Malon e Tolain, avrebbero dovuto far nota la volontà degli operai. Su proposta di Frankel, il Consiglio federale decise di non preparare alcuna dimostrazione, ma di permettere ai singoli membri di parteciparvi, se lo volessero. Ciò attesta che non si sentiva nessuna necessità d'insurrezione.
E questa infatti fu provocata non dai rivoluzionari, ma dai loro nemici. Per i bisogni della guerra il proletariato parigino era stato chiamato nella guardia nazionale ed armato. Questa circostanza sembrava ora ai rurali, banchieri e caporioni della burocrazia e dell'esercito, che circondavano Thiers, un immenso pericolo. Niente essi ritenevano così urgente, dopo la sottoscrizione della pace, quanto il disarmo della parte proletaria della guardia nazionale. E per cominciare si dovevan prendere loro i cannoni. Che questa guardia, nazionale di Parigi fosse in possesso di cannoni era dipeso dalle autorità tedesche, la cui condotta « fu la scintilla che diede fuoco alle polveri » come dice Bourgin (Giorgio Bourgin, « Histoire de la Commune », Paris 1907, 43).
L'abuso immoderato della vittoria è dell'essenza stessa del mestiere delle armi. Un generale non ha il compito solo di vincere, ma anche quello di perseguitare il nemico battuto e ridurlo senza pietà all'estrema demoralizzazione e prostrazione. Ben diverso è il compito dell'uomo di Stato, il quale ha in vista oltre la vittoria, le condizioni di futura convivenza col nemico di oggi. Queste due concezioni si urtano fra loro in ogni guerra, e le conseguenze ne sono nefaste, quando il punto di vista militare prende il sopravvento sulla politica nella condotta della guerra. Nel 1866 Bismarck dominò non senza fatica l'opinione dei militari. Ma i successi di quell'anno inalzarono il prestigio dello stato maggiore prussiano, e questo fu ancor più accresciuto dalle vittorie del '70. Bismarck non potè più avere successo; egli dovette cedere all'opinione militare non solo, ma tutto il suo intelletto politico ne rimase turbato ed accecato. Di qui l'esigenza dell'annessione dell'Alsazia-Lorena, che prolungò di mesi la guerra, gettò la Francia nelle braccia della Russia e preparò il presente sfacelo della Germania.
E ancora l'Alsazia-Lorena era pur sempre, almeno a prima vista, dal punto economico e strategico un vantaggio palpabile. Pure questo non bastò. Si voleva aggiungervi l'umiliazione di Parigi, di quel centro della resistenza contro i loro eserciti, così odiato dai tedeschi, e il 26 febbraio s'impose ai francesi la clausola, per cui le truppe tedesche sarebbero il 1° marzo entrate in Parigi, ed avrebbero occupato i Champs-Elysées. Quando il 27 febbraio questa notizia fu conosciuta dai Parigini, si levò un grido generale d'indignazione e l'appello alle armi per respingere colla forza il nemico. Quasi tutti i battaglioni della guardia nazionale si dichiararono pronti a rispondere all'appello. Solo gl'internazionalisti mantennero il sangue freddo. Essi vedevano che una insurrezione contro il nemico esterno non era meno nefasta che quella contro il nemico interno.
Scongiurarono perciò il Comitato centrale della guardia nazionale di desistere dal tentativo E una resistenza armata, che avrebbe avuto per unica conseguenza la ripetizione della strage di giugno e l'affogamento della Repubblica nel sangue dei lavoratori parigini. Essi proposero che la guardia nazionale dovesse, invece di preparare la resistenza colle armi, circondare i tedeschi con un cordone militare, che li avrebbe completamente isolati dalla popolazione di Parigi. Il Comitato si lasciò in ultimo persuadere e si deve all'Internazionale, se la vuota alterigia dei vincitori tedeschi non provocò uno dei più terribili combattimenti di strada, che la storia ricordi. Dovevano essere non soldati tedeschi, ma francesi, quelli che alcune settimane dopo avrebbero fatto la temuta strage del proletariato parigino.
Secondo la capitolazione di Parigi del 28 gennaio, tutto il materiale bellico delle truppe della città doveva essere consegnato al vincitore, eccezion fatta per le armi della guardia nazionale. E non solo i loro fucili, ma anche i cannoni, che erano stati procacciati non dallo Stato, ma dalla città di Parigi. Entrando ora i tedeschi nella capitale, il governo non s'era dato alcun pensiero di mettere al sicuro quella parte di cannoni, che erano posti entro il circuito occupato dai vincitori. Probabilmente il governo desiderava che il nemico se ne impadronisse, il che sarebbe stato un mezzo per indebolire il proprio avversario. Ma le guardie nazionali vigilavano, e trasportarono in tempo i cannoni, circa 400, nei quartieri, cui i tedeschi non avevano accesso. Impadronirsi di quei cannoni era per il governo, dopo la conclusione della pace, la preoccupazione più grave. Con ciò doveva iniziarsi il disarmo della parte proletaria delle guardie nazionali.
L'Assemblea aveva minacciato di « décapiter et décapitaliser » Parigi. A stento Thiers riuscì a persuaderla e l'indusse a fissare la sua residenza, che era stata fino allora a Bordeaux, a Versailles vicino alla capitale.
Il 20 marzo essa doveva radunarvisi. Ma prima voleva esser sicura di non aver nulla da temere per parte di Parigi. Si stabilì quindi per il 18 il sequestro dei cannoni. A Thiers parve più prudente sottrarli segretamente, che non portarli via colla forza. Alle 3 del mattino, mentre tutta la città dormiva, alcuni reggimenti occuparono Montmartre, dove i cannoni stavano incustoditi, e cercarono di trasportarli. Ma, cosa singolare, s'era trascurato di provvedersi dei cavalli necessari.
Si dovette mandarli a prendere, ma intanto i Parigini ne ebbero sentore, tosto una folla, di minuto in minuto crescente, si raccolse e scongiurò i soldati di abbandonare quei cannoni.
E vi riuscì; chè i soldati, i quali avevano vissuto insieme ai Parigini, e insieme lottato contro il nemico esterno, e diviso con quelli il disprezzo pei loro inetti generali, non tardarono a fraternizzare col popolo e colla guardia nazionale. Il generale Lecomte comandò alle truppe di sparare su quella folla inerme, ma i suoi soldati si voltarono contro di lui, lo arrestarono, lo fucilarono. Questa uccisione fa parte delle crudeltà terrorìstiche, che si addebitano alla Comune. Come anche l'uccisione del generale Thomas, che fu sorpreso in quella stessa mattina del 18 marzo, vestito da borghese mentre in mezzo alla moltitudine prendeva appunti. Egli fu giustiziato come spione. Già il 28 febbraio un agente di polizia, sorpreso in flagrante spionaggio, era stato gettato nella Senna e miseramente annegato.
Quelli però, che mettono sul conto della Comune questi fatti, dimenticano ch'essi accaddero quando la Comune non esisteva ancora. Nè da altra parte si possono addossare alla popolazione di Parigi, perché tutti quegli eccidi non sono stati commessi dalla popolazione borghese, bensì dai soldati, e caratterizzano non l'indole del proletariato, ma quella del militarismo, che non fa della vita umana gran conto. Quei filantropi, che s'indignano sui soldati, che hanno ucciso il loro spietato generale, non avrebbero avuto nulla da dire qualora quei fucilati fossero stati donne e fanciulli. « Invece di fucilare donne e fanciulli, i suoi propri soldati fucilarono lui (il generale Lecomte). Le inveterate abitudini, che i soldati acquistano sotto la disciplina dei nemici dei lavoratori, si capisce che non le possano perdere nel momento, in cui essi passano dalla parte dei lavoratori ». (Marx, « Guerra civile in, Francia », 38).
Per quello che è della guardia nazionale, essa si intromise in questo incidente solo per impedire effusione di sangue, e vi riuscì, non senza proprio pericolo, ottenendo che degli ufficiali, fatti prigionieri, tranne i due sopraddetti rimasti uccisi, gli altri fossero rilasciati. Il 19 marzo il Comitato centrale della guardia nazionale protestò di non aver partecipato ai fatti di sangue menzionati. La sua dichiarazione pubblicata nel « Journal officiel » della Comune il giorno 20 fra l'altro dice: « Noi lo diciamo con indignazione: il fango sanguinoso, col quale si vuol macchiare il nostro onore è una ignobile infamia. Mai un ordine di morte è stato firmato da noi, mai la guardia nazionale ha preso parte all'esecuzione di un delitto ». In ciò era contenuta un'energica condanna non solo degli accusatori, ma anche di quel fatto, la cui responsabilità la guardia scartava da sè.
Di fronte alla diserzione delle truppe, ch'erano passate al popolo, al governo restavano due vie: o far concessioni alle masse sollevate e trattar con esse, ovvero fuggire. Thiers di trattative non voleva saperne, e fuggì da Parigi col suo governo a rompicollo, affrettandosi a portar via tutte le truppe, che non erano ancora inquinate dallo spirito di rivolta. Anche i forti di Parigi abbandonò, e tra questi quello più importante del Mont-Valérienne. Se i Parigini si fossero messi alle calcagne di Thiers, forse riuscivano ad impadronirsi del governo. Le truppe, che si ritiravano, non avrebbero opposto la minima resistenza. I loro comandanti l'hanno confessato più tardi. Allora ci sarebbe stata la possibilità di costituire un nuovo governo, che certo non avrebbe fatto il socialismo, perchè le condizioni non lo permettevano ancora. Però sarebbe stata disciolta l'Assemblea, un'altra ne sarebbe stata eletta col programma: assodamento della Repubblica, autonomia dei Municipi, Parigi inclusa, sostituzione dell' esercito permanente con una milizia nazionale. La Comune allora non esigeva di più. E questo programma era attuabile, date le condizioni della Francia.
Ma Thiers partì indisturbato; gli si permise di portare con sè le sue truppe, di riorganizzarle a Versailles, di rafforzarle, e di instillar loro altri spiriti. Nessuno era più sorpreso della fuga dei ministri degli stessi cittadini. Nella capitale non c'era organizzazione, che potesse assumere la direzione degli affari al posto dei capi, che fuggivano. Il mattino del 19 Parigi era ancora senza governo, e il Comitato centrale della guardia nazionale fu dalla forza delle cose spinto ad assumerlo, sebbene fosse un corpo senza un programma determinato e senza chiara tattica. Esso si sbarazzò subito d'ogni responsabilità, affidando il potere a Lullier, cui consegnò il comando supremo di Parigi. Lullier era l'uomo meno adatto, che si potesse pensare, un ubriacone, di cui non si sa « se fosse più pazzo che traditore, o viceversa... Quest'uomo accatastò in 48 ore tutto ciò che in fatto di spropositi ed errori irreparabili poteva farsi. Ma questa scelta infelice di Lullier è essenzialmente un indice rivelatore di una situazione». (Dubreuilh, « La Commune », 283).
Il 3 aprile fu decisa una sortita contro Versailles. Ma quello, che il 19 marzo avrebbe potuto ottenere un sicuro effetto, diventava il 3 aprile causa di rovina. L'aspettativa, che i soldati facessero come il 18 marzo causa comune coi Parigini, fu amaramente delusa. La guardia nazionale urtò contro una tenace resistenza, che la obbligò a retrocedere. Da questo momento essa dovette mettersi sulla difensiva, una difensiva contro l'intera Francia. Può dirsi che la sua sconfitta fosse già segnata. Ma anche solo da questo momento la sollevazione di Parigi diventò esclusivamente proletaria. Sino allora gran parte della borghesia era rimasta tentennante, se dovesse o no mettersi cogli insorti. Adesso essa lasciava il proletariato solo a sostenere la lotta.
Affatto diversa di quella di Parigi del 18 marzo '71 è stata l'insurrezione di Pietrogrado del 7 novembre 1917. Quest'ultima fu preparata da un comitato rivoluzionario, che organizzò le forze dei lavoratori e dei soldati per lanciarle all'assalto del governo, che non aveva in Pietrogrado più forza alle sue spalle di quel che ne avesse Thiers in Parigi nel 1871. E' vero che la rapida occupazione di tutti i poteri nella capitale non avrebbe deciso della vittoria dei bolscevichi, se nell'intero paese per essi le condizioni di forza non fossero state molto più favorevoli che per Parigi nel 1871. Quando Kerenski fuggì a Gatschina, come già Thiers a Versailles, egli non poteva contare sopra l'appoggio dei contadini. La massa paesana, e con essa l'esercito, passò in Russia dalla parte dei rivoluzionari, che si erano resi padroni della capitale. E questo diede al loro governo una forza ed una durata, che mancò affatto alla sollevazione di Parigi. Ma esso inserì anche nel sistema bolscevico un elemento economicamente reazionario, da cui la Comune di Parigi rimase esente; perchè la sua dittatura del proletariato non si appoggiò mai ai Consigli di contadini.
b) Consiglio degli operai e Convitalo