Biblioteca Multimediale Marxista
LIBRO I
Genitrice degli Eneadi, piacere degli uomini e degli dèi,
Venere datrice di vita, che sotto i corsi celesti degli astri
dovunque avvivi della tua presenza il mare percorso dalle navi,
le terre fertili di messi, poiché grazie a te ogni specie di viventi
è concepita e, sorta, vede la luce del sole -
te, o dea, te fuggono i venti, te le nuvole del cielo,
e il tuo arrivare; a te soavi fiori sotto i piedi fa spuntare
l'artefice terra, a te sorridono le distese del mare
e placato splende di un diffuso lume il cielo.
Ché appena è dischiuso l'aspetto primaverile del giorno
e, disserrato, si ravviva il soffio del fecondo zefiro,
prima gli aerei uccelli te, o dea, e il tuo giungere annunziano,
colpiti nei cuori dalla tua potenza.
Poi fiere e animali domestici bàlzano per i pascoli in rigoglio
e attraversano a nuoto i rapidi fiumi; così preso dal fascino
ognuno ti segue ardentemente dove intendi condurlo.
Infine, per i mari e i monti e i fiumi rapinosi
e le frondose dimore degli uccelli e le pianure verdeggianti,
a tutti infondendo nei petti carezzevole amore,
fai sì che ardentemente propaghino le generazioni secondo le stirpi -
poiché tu sola governi la natura
e senza di te niente sorge alle celesti plaghe della luce,
niente si fa gioioso, niente amabile,
te desidero compagna nello scrivere i versi
ch'io tento di comporre sulla natura
per il nostro Memmiade, che tu, o dea, in ogni tempo
volesti eccellesse ornato di ogni dote.
Tanto più dunque, o dea, da' ai miei detti fascino eterno.
Fa' sì che frattanto i fieri travagli della guerra,
per i mari e le terre tutte placati, restino quieti.
Tu sola infatti puoi con tranquilla pace giovare
ai mortali, poiché sui fieri travagli della guerra ha dominio
Marte possente in armi, che spesso sul tuo grembo
s'abbandona vinto da eterna ferita d'amore;
e così, levando lo sguardo, col ben tornito collo arrovesciato,
pasce d'amore gli avidi occhi anelando a te, o dea,
e, mentre sta supino, il suo respiro pende dalle tue labbra.
Quando egli sta adagiato sul tuo corpo santo, tu, o dea,
avvolgendolo dall'alto, effondi dalla bocca soavi parole:
chiedi, o gloriosa, pei Romani placida pace.
Ché in tempi avversi per la patria non possiamo noi compiere
quest'opera con animo sereno, né l'illustre progenie di Memmio
può in tali frangenti mancare alla comune salvezza.
Infatti è necessario che ogni natura divina goda
di per sé vita immortale con somma pace,
remota dalle nostre cose e immensamente distaccata.
Ché immune da ogni dolore, immune da pericoli,
in sé possente di proprie risorse, per nulla bisognosa di noi,
né dalle benemerenze è avvinta, né è toccata dall'ira.
*
Quanto al resto, presta alla vera dottrina orecchie sgombre
‹ed animo sagace›, scevro d'affanni,
affinché non abbandoni con disprezzo, prima di averli intesi,
i miei doni disposti per te con cura fedele.
Ché mi accingo ad esporti la suprema dottrina
del cielo e degli dèi, e ti rivelerò i primi principi delle cose,
da cui la natura produce tutte le cose, le accresce e alimenta,
e in cui la stessa natura di nuovo risolve le cose dissolte:
questi nell'esporre la dottrina noi siamo soliti chiamare
materia e corpi generatori delle cose,
e li denominiamo semi delle cose, e inoltre li designamo
corpi primi, perché tutto da essi primamente ha esistenza.
La vita umana giaceva sulla terra alla vista di tutti
turpemente schiacciata dall'opprimente religione,
che mostrava il capo dalle regioni celesti,
con orribile faccia incombendo dall'alto sui mortali.
Un uomo greco per la prima volta osò levare contro di lei
gli occhi mortali, e per primo resistere contro di lei.
Né le favole intorno agli dèi, né i fulmini, né
il cielo
col minaccioso rimbombo lo trattennero: anzi più gli accesero
il fiero valore dell'animo, sì che volle, per primo,
infrangere gli stretti serrami delle porte della natura.
Così il vivido vigore dell'animo prevalse,
ed egli s'inoltrò lontano, di là dalle fiammeggianti mura del
mondo,
e il tutto immenso percorse con la mente e col cuore.
Di là, vittorioso, riporta a noi che cosa possa nascere,
che cosa non possa, infine in qual modo ciascuna cosa
abbia un potere finito e un termine, profondamente confitto.
Quindi la religione è a sua volta sottomessa e calpestata,
mentre noi la vittoria uguaglia al cielo.
Questo, a tale proposito, io temo: che per caso tu creda
d'essere iniziato ai fondamenti d'una dottrina empia e d'entrare
nella via della scelleratezza. Mentre per contro assai spesso proprio
essa, la religione, cagionò azioni scellerate ed empie.
Così in Aulide l'altare della vergine Trivia
col sangue d'Ifianassa turpemente macchiarono
gli eletti condottieri dei Danai, il fiore degli eroi.
Appena la benda avvolta attorno alla bella chioma virginea
le scese lungo le guance in due liste uguali,
appena si accorse che il padre stava mesto innanzi all'altare,
e accanto a lui i sacerdoti celavano il ferro,
e il popolo effondeva lacrime alla sua vista,
muta di terrore, piegate le ginocchia, crollava a terra.
Né alla misera in tale frangente poteva giovare
l'aver dato per prima al re il nome di padre.
Ché sollevata dalle mani dei guerrieri e tremante
fu portata all'altare, non già perché, compiuto il rito solenne,
potesse essere accompagnata al suono dello splendido imeneo,
ma perché pura impuramente, nel tempo stesso delle nozze,
cadesse vittima mesta immolata per mano del padre,
e così fosse data alla flotta partenza felice e fausta.
A tali misfatti poté indurre la religione.--------
Tu stesso, una volta o l'altra, vinto dai detti terrificanti
dei vati, cercherai di staccarti da noi.
Quanti sogni difatti essi possono ora inventarti,
tali da poter sovvertire la condotta della vita
e turbare col timore tutta la tua sorte!
E a ragione. Ché, se gli uomini vedessero che esiste un termine
fisso per le loro pene, in qualche modo potrebbero avere
la forza di opporsi alle paure superstiziose e alle minacce dei vati.
Ora non c'è nessun modo di resistere, nessuna facoltà,
perché si devono temere nella morte pene eterne.
S'ignora infatti quale sia la natura dell'anima,
se sia nata o al contrario s'insinui nei nascenti,
se perisca insieme con noi disgregata dalla morte
o vada a vedere le tenebre di Orco e gli immani abissi,
o per volere divino s'insinui in animali d'altra specie,
come cantò il nostro Ennio, che primo portò giù
dall'ameno Elicona una corona di fronda perenne,
che doveva aver chiara fama tra le genti italiche;
e tuttavia Ennio inoltre espone, dichiarandolo in versi immortali,
che esistono le regioni acherontee,
fin dove non permangono né le anime, né i corpi nostri,
ma certi simulacri mirabilmente pallidi;
di là racconta che sorse innanzi a lui l'immagine di Omero
sempre fiorente e cominciò a versare lacrime amare
e a rivelare con le sue parole la natura.
Perciò, come dobbiamo esattamente renderci conto
delle cose celesti, in qual modo avvengano i moti
del sole e della luna, e per qual forza si svolga ogni cosa
in terra, così e in primo luogo dobbiamo vedere con sagace ragionare
di che sian fatte l'anima e la natura dell'animo,
e quale cosa, venendo incontro a noi mentre siamo svegli
e affetti da malattia oppure sepolti nel sonno, atterrisca
le nostre menti, sì che ci pare di vedere e udire da presso
i morti di cui la terra abbraccia le ossa.
Né alla mia mente sfugge che è difficile illustrare
in versi latini le oscure scoperte dei Greci,
tanto più che di molte cose bisogna trattare con parole nuove,
per la povertà della lingua e la novità degli argomenti;
ma il tuo valore tuttavia e lo sperato piacere
della soave amicizia mi persuadono a sostenere qualsiasi fatica
e m'inducono a vegliare durante le notti serene,
cercando con quali detti e con quale canto alfine
io possa accendere innanzi alla tua mente una chiara luce,
per cui tu riesca a scrutare a fondo le cose occulte.
Questo terrore dell'animo, dunque, e queste tenebre
non li devono dissolvere i raggi del sole, né i lucidi dardi
del giorno, ma l'aspetto e l'intima legge della natura.
Il cui principio prenderà per noi l'avvìo da questo:
che nessuna cosa mai si genera dal nulla per volere divino.
Certo per ciò la paura domina tutti i mortali:
perché vedono prodursi in terra e in cielo molti fenomeni
di cui in nessun modo possono scorgere le cause,
e credono che si producano per volere divino.
Pertanto, quando avremo veduto che nulla si può creare
dal nulla, allora di qui penetreremo più sicuramente
ciò che cerchiamo, e donde si possa creare ogni cosa
e in qual modo tutte le cose avvengano senza interventi di dèi.
Infatti, se dal nulla si producessero, da tutte le cose
potrebbe nascere ogni specie, nulla avrebbe bisogno di seme.
E anzitutto dal mare gli uomini, dalla terra potrebbero sorgere
le squamose specie dei pesci, e gli uccelli erompere dal cielo;
gli armenti e le altre greggi, ogni specie di fiere, partoriti
qua e là senza regola, occuperebbero luoghi coltivati e deserti.
Né sugli alberi comunemente permarrebbero gli stessi frutti,
ma si muterebbero, tutti gli alberi tutto potrebbero produrre.
E in verità, se non esistessero corpi generatori per ciascuna specie,
come potrebbero le cose avere costantemente una madre propria?
Ma ora invece, poiché tutte le cose sono create da semi
determinati, ciascuna nasce ed esce alle plaghe della luce
dal luogo che ha in sé la materia e i corpi primi ad essa propri;
ed è appunto per ciò che non possono da tutte le cose essere generate
tutte le cose, perché ogni cosa determinata ha in sé una facoltà
distinta.
Inoltre, per qual motivo in primavera la rosa, d'estate il frumento,
all'invito dell'autunno le viti vediamo in rigoglio,
se non perché, quando determinati semi di cose confluirono
nel tempo loro proprio, allora si schiude ogni cosa creata,
mentre sono in corso stagioni favorevoli e la terra ricca di vita
produce senza pericolo le tenere cose alle plaghe della luce?
Ma, se dal nulla nascessero, improvvisamente sorgerebbero,
con intervallo incerto e in parti dell'anno non proprie a loro,
giacché allora non ci sarebbero primi principi che la stagione
avversa potesse tener lontani dall'aggregazione generatrice.
Né poi per la crescita delle cose ci sarebbe bisogno del tempo
occorrente al confluire dei semi, se potessero crescere dal nulla.
Ché da piccoli infanti diverrebbero sùbito giovani, e gli alberi,
appena spuntati dalla terra, si leverebbero in alto d'improvviso.
Ma è manifesto che nulla di ciò accade, giacché tutte le
cose
crescono a poco a poco, com'è naturale per quel che nasce da un seme
certo,
e crescendo conservano i caratteri della specie; sì che puoi riconoscere
che ogni cosa ingrandisce e si alimenta di materia propria.
A ciò si aggiunge che senza piogge in determinate stagioni
la terra non può far crescere i frutti giocondi;
e così la natura degli animali, se vien privata di cibo,
non può propagare la specie e conservarsi in vita;
quindi è meglio pensare che molti elementi son comuni a molte
cose, come vediamo che le lettere sono comuni alle parole,
piuttosto che pensare che alcuna cosa possa esistere senza primi principi.
Per di più, perché la natura non poté formare uomini tanto
grandi
da poter coi piedi passare a guado il mare
e con le mani divellere grandi monti
e vivendo superare molte generazioni di viventi,
se non perché al nascere delle cose è assegnata una materia
determinata, da cui resta fissato cosa possa sorgere alla vita?
Bisogna dunque riconoscere che nulla può esser prodotto dal nulla,
poiché alle cose è necessario un seme, da cui creata
ciascuna possa protendersi ai leggeri soffi dell'aria.
Infine, poiché vediamo che i luoghi coltivati prevalgono
sugli incolti e rendono alle mani frutti migliori,
è evidente che nella terra ci sono primi principi delle cose
che noi, rivoltando col vomere le glebe feconde
e domando il suolo della terra, stimoliamo alla germinazione.
Se non ci fossero, vedresti ogni cosa senza nostra fatica
spontaneamente diventare molto migliore.
A ciò si aggiunge che la natura dissolve ogni corpo di nuovo
nei suoi elementi e non distrugge le cose fino ad annientarle.
Ché se qualcosa fosse mortale in tutte le parti,
ogni cosa perirebbe d'improvviso rapita ai nostri occhi.
Non ci sarebbe infatti bisogno di alcuna forza capace di produrre
la disgregazione delle sue parti e di scioglierne i legami.
Ma ora, poiché le cose constano tutte di semi eterni,
fintantoché non sia andata contro di loro una forza che le spezzi
con l'urto o penetri addentro per i vuoti e le dissolva,
di nessuna la natura lascia che si veda la fine.
Inoltre, quanto il tempo toglie via per vecchiezza,
se interamente lo annienta consumandone tutta la materia,
donde Venere riconduce alla luce della vita le stirpi animali
specie per specie, o donde, ricondotte, l'artefice terra
le alimenta e accresce, offrendo nutrimenti specie per specie?
Donde riforniscono il mare fonti native e dall'esterno fiumi
provenienti di lontano? Donde l'etere pasce gli astri?
Infatti tutto ciò che ha un corpo mortale dovrebbero
averlo già consumato il tempo infinito e i giorni trascorsi.
Che se per tutta la durata del tempo trascorso esistettero
gli elementi di cui consiste, dopo essersi rinnovato, questo
universo, d'immortale natura sono certo dotati:
non può dunque ogni cosa ridursi al nulla.
Per di più, una stessa forza e causa distruggerebbe comunemente
tutte le cose, se non le tenesse insieme una materia eterna,
meno o più ristretta nelle connessioni delle sue parti.
Un contatto infatti sarebbe certo sufficiente causa di morte,
giacché non ci sarebbero elementi dotati di corpo eterno,
dei quali una forza appropriata dovesse dissolvere l'aggregazione.
Ma ora, poiché connessioni dissimili stringono tra loro
i principi, e la materia è eterna,
le cose conservano incolume il corpo, finché non si presenti
una forza che sia abbastanza gagliarda in proporzione alla tessitura di ciascuna.
Non ritorna dunque al nulla alcuna cosa, ma tutte
per disgregazione ritornano agli elementi della materia.
Infine, scompaiono le piogge, quando il padre etere
le ha precipitate nel grembo della madre terra; ma ne sorgono
splendide messi, e i rami degli alberi rinverdiscono,
gli alberi stessi crescono e si caricano di frutti;
di qui si alimentano poi la nostra specie e quella delle fiere,
di qui gioconde città vediamo fiorire di fanciulli,
e frondose selve d'ogni parte risuonare dei canti di nuovi uccelli;
di qui le greggi s'impinguano e stanche distendono i corpi
sui pascoli rigogliosi, e il candido umore del latte
stilla dalle mammelle turgide; di qui una prole novella
con membra malferme allegramente ruzza tra l'erba
tenera, di latte puro inebriata la mente giovinetta.
Non perisce dunque del tutto ogni cosa che pare perire,
poiché la natura rinnova una cosa dall'altra e non comporta
che alcuna si generi se non l'aiuta la morte di un'altra.
E ora, poiché ho mostrato che le cose non si possono creare
dal nulla e parimenti che, una volta generate, non possono ridursi
al nulla, affinché tu non cominci per caso a diffidare tuttavia
delle mie parole, perché i primi principi delle cose non possono
essere scorti con gli occhi, ascolta quali altri corpi è necessario
che tu stesso riconosca esistenti nella realtà eppure non visibili.
Anzitutto la forza sfrenata del vento sferza il mare
e travolge grosse navi e disperde le nuvole,
e talvolta, percorrendo con rapinoso turbine i campi,
grandi alberi vi abbatte e sparge, e contro le vette dei monti
si avventa con raffiche che schiantano le selve: tanto infuria
con fremito violento e imperversa con minaccioso rombo il vento.
Esistono dunque, senza dubbio, invisibili corpi di vento,
che spazzano il mare e le terre e alfine le nuvole in cielo
e, con subitaneo turbine avventandosi, le trascinano via;
e scorrono e spargono strage, non altrimenti che quando
la molle natura dell'acqua si rovescia d'improvviso
con corso straripante: per piogge dirotte la ingrossa
un gran defluire d'acque giù dagli alti monti,
che scaglia rottami di piante ed alberi interi;
né solidi ponti possono reggere all'assalto subitaneo
dell'acqua che incalza: tanto il fiume, torbido per grandi
piogge, investe gli argini con forza possente;
con grande fragore li abbatte, e travolge sotto le onde grossi
macigni, rovescia ogni cosa che oppone ostacolo ai suoi flutti.
Così dunque devono infuriare anche i soffi del vento,
che, quando come un fiume possente sono piombati verso
una qualsiasi parte, cacciano le cose innanzi a sé e le abbattono
con assalti frequenti, talvolta con vortice tortuoso le afferrano
e rapinosi con roteante turbine le trasportano.
Perciò, ancora e ancora, esistono invisibili corpi di vento,
giacché nei fatti e nei caratteri si scoprono emuli
dei grandi fiumi, che hanno corpo visibile.
Inoltre noi sentiamo i vari odori delle cose e tuttavia
non li discerniamo mai mentre vengono alle narici,
né scorgiamo le emanazioni di calore, né possiamo cogliere
con gli occhi il freddo, né ci avviene di vedere i suoni;
e tuttavia tutte queste cose è necessario che constino
di natura corporea, perché possono colpire i sensi.
Nessuna cosa infatti può toccare ed essere toccata, se non è un
corpo.
Ancora, sospese sul lido contro cui s'infrangono i flutti,
le vesti s'inumidiscono, sciorinate al sole s'asciugano.
Ma non s'è veduto in che modo l'umore dell'acqua sia penetrato,
né in che modo sia poi fuggito per effetto del calore.
L'umore dunque si sparge qua e là in piccole parti,
che gli occhi non possono vedere in alcun modo.
Per di più, nel corso di molti anni solari l'anello,
a forza d'essere portato, si assottiglia dalla parte che tocca il dito;
lo stillicidio, cadendo sulla pietra, la incava; il ferreo vomere
adunco dell'aratro occultamente si logora nei campi;
e le strade lastricate con pietre, le vediamo consunte
dai piedi della folla; e poi, presso le porte, le statue
di bronzo mostrano che le loro mani destre si assottigliano
al tocco di quelli che spesso salutano e passano oltre.
Che queste cose dunque diminuiscano, noi lo vediamo,
perché son consunte. Ma quali particelle si stacchino in ogni
momento, l'invidiosa natura della vista ci precluse di vederlo.
Infine tutto ciò che il tempo e la natura aggiungono alle cose
a poco a poco, facendole crescere proporzionatamente,
nessun acume di occhi, benché si sforzi, può scorgerlo;
né d'altra parte potresti discernere tutto ciò che invecchia
per l'età e la macilenza, né cosa perdano in ciascun momento
gli scogli che sovrastano il mare, corrosi dall'avido sale.
Mediante corpi invisibili, dunque, opera la natura.
Né tuttavia da ogni parte tutte le cose sono compatte,
occupate dalla natura corporea: infatti esiste nelle cose il vuoto.
Sapere questo ti sarà utile in molti casi,
e non lascerà che errando dubiti e faccia sempre ricerche
sull'universo e diffidi delle nostre parole.
Esiste dunque uno spazio che non si può toccare, ciò che è
vuoto
e libero. Se non esistesse, in nessun modo potrebbero le cose
muoversi; infatti quella che è la funzione propria del corpo,
opporsi e fare ostacolo, sarebbe presente in ogni momento
in tutte le cose; nulla dunque potrebbe avanzare,
perché nessuna cosa comincerebbe a cedere il posto.
Ora, al contrario, per i mari e le terre e le eccelse plaghe del cielo,
molte cose in molti modi, per vari motivi, vediamo muoversi
innanzi ai nostri occhi, che, se non esistesse il vuoto,
non tanto sarebbero del tutto prive dell'inquieto movimento,
quanto non sarebbero state assolutamente, in alcun modo, generate,
perché la materia da ogni parte compatta sarebbe rimasta quieta.
Inoltre, per quanto solide si reputino le cose, da questo tuttavia
puoi vedere che sono di corpo in cui è frammisto il vuoto.
In rocce e spelonche s'infiltra il liquido umore dell'acqua
e dappertutto vi piangono abbondanti gocce.
In tutto il corpo degli esseri viventi il cibo si propaga.
Crescono gli alberi e a tempo debito producono i frutti,
perché il cibo ogni loro parte pervade, fin dalle profonde
radici diffondendosi per i tronchi e per i rami tutti.
Passano le voci per le pareti e trasvolano il chiuso
delle case, il rigido freddo penetra fin dentro le ossa.
Tutto ciò, non lo vedresti in alcun modo avvenire,
se non ci fossero vuoti per cui i vari corpi potessero passare.
Infine, perché vediamo che alcune cose sopravanzano altre
nel peso, pur non avendo affatto dimensioni maggiori?
Infatti, se in un gomitolo di lana c'è tanta quantità di materia
quanta ce n'è in un uguale pezzo di piombo, è naturale che pesi
altrettanto,
perché è proprietà della materia premere ogni cosa verso
il basso,
mentre al contrario la natura del vuoto rimane senza peso.
Dunque, ciò che è grande ugualmente e si trova più leggero,
senza dubbio manifesta di contenere una parte maggiore di vuoto;
per contrario, ciò che è più pesante, indica di contenere
una parte
maggiore di materia e di aver dentro una molto minore parte di vuoto.
Esiste dunque, senza dubbio, mescolato nelle cose quel che noi
cerchiamo con ragionare sagace, quel che chiamiamo vuoto.
A questo proposito, è necessario che io prevenga, perché non possa
trarti lontano dal vero, ciò che alcuni vanno fantasticando.
Dicono che le acque cedono alla spinta degli esseri squamosi
e aprono liquide vie, perché i pesci lasciano dietro di sé
luoghi dove le onde che cedono possono confluire:
così anche altre cose possono muoversi e mutar luogo
scambievolmente, quantunque il tutto sia pieno.
Ma certo ciò è stato creduto per un ragionamento in tutto falso.
Infatti, dove mai potranno gli esseri squamosi avanzare,
se le acque non hanno lasciato spazio vuoto? E d'altra parte,
dove potranno ritrarsi le onde, quando i pesci non potranno andare avanti?
Dunque, bisogna o negare il movimento a ogni corpo
o dire che alle cose è commisto il vuoto e che da questo
ciascuna cosa prende l'inizio primo del movimento.
Infine, se due corpi larghi e piatti, dopo essersi scontrati
combaciando, con brusco rimbalzo si distaccano, certo è necessario
che l'aria occupi tutto il vuoto che si produce tra i due corpi.
Ma, per quanto essa confluisca tutt'intorno con celeri correnti,
tuttavia non potrà lo spazio esserne riempito tutto in un solo
istante: è necessario infatti che essa occupi il luogo
che via via le sta più vicino, e poi prenda possesso dell'intera
estensione. Che se per caso qualcuno pensa che ciò avvenga
quando i corpi si sono distaccati, per il condensarsi dell'aria,
erra; infatti allora si produce un vuoto che prima
non c'era, e insieme si riempie ciò che prima era vuoto,
né in tal modo può addensarsi l'aria,
e, se pure potesse, non potrebbe, credo, senza il vuoto
contrarsi in sé e raccogliere le sue parti in un punto solo.
Perciò, per quanto tu indugi adducendo molti pretesti,
è necessario tuttavia che ammetta che esiste nelle cose il vuoto.
E io potrei, rammentandoti molti altri argomenti,
riuscire a strappare il tuo assenso ai miei detti.
Ma ad una mente sagace queste piccole orme sono
sufficienti: con esse tu stesso puoi conoscere il resto.
E infatti come i cani spesso col fiuto scoprono il covile
coperto di fronde di una fiera che vaga sui monti,
una volta che si son messi sulle tracce d'una via sicura,
così in tali questioni potrai tu stesso, da solo, passare
da una conoscenza all'altra e addentrarti in tutte
le cieche latebre e trarne fuori il vero.
Ma se sei pigro o ti ritrai un poco dalla cosa,
questo posso senz'altro prometterti, o Memmio:
così larghi sorsi, attinti alle grandi fonti,
la lingua soave verserà dal mio petto colmo,
ch'io temo che la tarda vecchiezza serpeggi
per le membra e sciolga in noi i vincoli della vita,
prima che su una qualsiasi singola cosa tutta la quantità
delle prove ti sia coi versi trasmessa per le orecchie.
Ma ora, perché io riprenda a intessere con le parole il lavoro
intrapreso, tutta la natura dunque, come è per sé stessa,
consiste di due cose: ci sono infatti i corpi e il vuoto,
in cui quelli son posti e attraverso cui si muovono per diverse vie.
Infatti, che il corpo esista, lo indica di per sé il senso
di cui tutti siamo dotati; se non avrà anzitutto valore
la fede in questo, ben fondata, non esisterà, quando tratteremo
di cose occulte, nulla a cui riferendoci possiamo provare qualcosa
col ragionare della mente. E poi, se non esistesse l'estensione
e lo spazio, che chiamiamo vuoto, i corpi non potrebbero esser posti
in alcun luogo, né assolutamente muoversi verso alcun punto,
per diverse vie: ciò che già sopra, poc'anzi, ti abbiamo dimostrato.
Oltre a questi, non c'è cosa che tu possa dire disgiunta
da ogni corpo e separata dal vuoto,
e che risulti costituente quasi una terza natura.
Infatti, qualunque cosa esisterà, dovrà essere qualche cosa per
sé stessa.
E se essa sarà tangibile, per quanto in modo leggero ed esiguo,
accrescerà, con un accrescimento grande o anche piccolo,
purché esista, il numero dei corpi e si aggiungerà alla loro somma.
Se invece sarà intangibile, perché da nessuna parte potrà
impedire
a una cosa, che cerca di passare per essa, di attraversarla,
evidentemente questo sarà ciò che chiamiamo libero vuoto.
Inoltre, qualunque cosa esisterà per sé stessa, o farà
qualcosa
o, agendo altri, dovrà essa stessa subire, oppure sarà tale
che in essa le cose possano esistere e svolgersi.
Ma fare e subire non può alcuna cosa senza corpo, né offrire
luogo può alcuna cosa, tranne lo spazio vuoto e libero.
Dunque, oltre il vuoto e i corpi, non si può lasciare nel novero
delle cose nessuna terza natura esistente per sé stessa,
né tale che cada in alcun tempo sotto i nostri sensi,
né tale che qualcuno possa giungervi col ragionare della mente.
Infatti tutte le cose che hanno un nome, o le troverai proprietà
di queste due cose o vedrai che sono loro accidenti.
Proprietà è ciò che in nessun caso si può disgiungere
e separare senza un distacco distruttore: tale è la pesantezza
per i sassi, il calore per il fuoco, la liquidità per l'acqua,
la tangibilità per tutti i corpi, l'intangibilità per il vuoto.
Al contrario, servitù, povertà e ricchezza,
libertà, guerra, concordia, e tutte le altre cose di cui
l'arrivo e la partenza lasciano incolume la natura della cosa,
siamo soliti chiamarle, come è naturale, accidenti.
Anche il tempo non esiste per sé, ma dalle cose stesse
deriva il senso di ciò che si è svolto nel tempo,
poi di ciò che è presente, infine di ciò che segue più
tardi.
E bisogna riconoscere che nessuno avverte il tempo per sé,
separato dal movimento e dalla placida quiete delle cose.
Ancora, quando dicono che "il ratto della Tindaride" e il "soggiogamento
delle genti troiane in guerra" esistono, bisogna badare
che per avventura non ci costringano a riconoscere che queste cose
esistano per sé, poiché quelle generazioni di uomini, di cui queste
furono accidenti, le tolse via, irrevocabile, l'età già passata.
Giacché qualunque cosa si sarà compiuta, potrà essere detta
accidente, in un caso † ...... †, in un altro delle regioni stesse.
Infine, se non fosse esistita la materia delle cose,
né il luogo e lo spazio in cui tutte le cose si svolgono,
giammai il fuoco dell'amore, suscitato dalla bellezza della Tindaride,
divampando profondo nel frigio petto di Alessandro,
avrebbe acceso le famose battaglie della crudele guerra,
né di nascosto ai Troiani il ligneo cavallo avrebbe
incendiato Pergamo col notturno parto dei Greci;
sì che tu puoi ben vedere che gli avvenimenti, tutti, senza
eccezione, non sussistono per sé, né esistono così come
i corpi,
né si può dire che siano allo stesso modo in cui sussiste il vuoto;
ma piuttosto son tali che giustamente puoi chiamarli accidenti
dei corpi e del luogo in cui tutte le cose si svolgono.
I corpi poi sono in parte i primi principi delle cose,
in parte le cose costituite dall'aggregazione dei primi principi.
Ma quelli che effettivamente sono primi principi delle cose, nessuna
forza può estinguerli; infatti per la solidità del corpo son essi
che vincono alla fine. Sebbene sembri difficile credere
che tra le cose se ne possa trovare qualcuna di corpo solido.
Passa infatti il fulmine del cielo attraverso i muri delle case,
come il grido e le voci; nel fuoco il ferro diventa incandescente,
e le pietre si spaccano a un calore che fiero ferva;
come la rigidità dell'oro cede alla vampa e si scioglie,
così il ghiaccio del bronzo, vinto dalla fiamma, si fonde;
attraversano l'argento il calore e il freddo penetrante,
poiché l'uno e l'altro comunemente sentiamo tenendo in mano, come s'usa,
le coppe, quando dall'alto vi è stata versata l'acqua che le irrora.
A tal segno sembra che nelle cose non ci sia nulla di solido.
Ma poiché, tuttavia, la verità e la natura delle cose lo impongono,
presta attenzione, finché dimostriamo, in pochi versi,
che esistono cose costituite di corpo solido ed eterno,
che noi mostriamo essere i semi delle cose e i primi principi
da cui fu creato tutto l'universo quale ora è costituito.
Anzitutto, poiché abbiamo scoperto che sussiste
una duplice natura, di gran lunga dissimile, di due cose,
la materia e lo spazio, nel quale tutte le cose si svolgono,
è necessario che ognuna delle due esista per sé e scevra di mescolanza.
Difatti, dovunque si stende libero lo spazio, che chiamiamo
vuoto, lì non v'è corpo; d'altra parte, dovunque sta un corpo,
li non v'è assolutamente uno spazio sgombro, vuoto.
Sono dunque solidi e senza vuoto i corpi primi.
Inoltre, poiché nelle cose generate c'è il vuoto,
è necessario che tutt'intorno stia materia solida;
né si può con giusto ragionare provare che alcuna cosa
nel proprio corpo celi vuoto e l'abbia nel proprio interno,
se non ammetti che ciò che lo racchiude è solido.
D'altra parte, nient'altro può essere che aggregato di materia,
qualcosa che sia capace di racchiudere il vuoto delle cose.
La materia dunque, che consta di corpo solido,
può essere eterna, mentre tutto il resto si dissolve.
E poi, se non esistesse nulla che fosse sgombro e vuoto,
il tutto sarebbe solido; per contrario, se non esistessero
determinati corpi per empire tutti i luoghi che occupano,
tutto quanto esiste sarebbe spazio sgombro, vuoto.
Alternamente, dunque, senza dubbio il corpo è intramezzato
dal vuoto, poiché il tutto non è totalmente pieno, né,
d'altronde,
è totalmente vuoto. Esistono dunque corpi determinati,
tali da potere intramezzare col pieno lo spazio vuoto.
Questi né possono dissolversi percossi da colpi
dall'esterno, né inoltre, penetrati a fondo, disgregarsi,
né possono in altro modo attaccati vacillare;
ciò che già sopra, poc'anzi, ti abbiamo dimostrato.
È infatti evidente che senza vuoto nessuna cosa può essere
schiacciata, né infranta, né scissa in due parti con un taglio;
né può ricevere in sé acqua e neppure il freddo che pervade,
né il fuoco penetrante, che sono i fattori d'ogni distruzione.
E quanto più ogni cosa in sé racchiude vuoto,
tanto più da queste cose a fondo attaccata vacilla.
Dunque, se i corpi primi sono solidi e senza vuoto,
così come ho dimostrato, è necessario che siano eterni.
Inoltre, se la materia non fosse stata eterna, prima d'ora
tutte le cose sarebbero tornate interamente al nulla,
e dal nulla sarebbero rinate tutte quelle cose che noi vediamo.
Ma poiché sopra ho dimostrato che nulla si può creare dal nulla
e ciò che fu generato non può essere ridotto al nulla,
di corpo immortale devono essere i primi principi,
in cui tutte le cose possano risolversi nel momento supremo,
sì che la materia sia bastante a ristorare la perdita delle cose.
Sono dunque di solida semplicità i primi principi,
né in altro modo possono essersi conservati attraverso le età
e ristorare le perdite delle cose, da tempo ormai infinito.
Ancora, se la natura non avesse fissato alcun limite
allo spezzarsi delle cose, ormai i corpi della materia,
spezzati dalle età passate, sarebbero ridotti a tal punto
che da essi nulla potrebbe, entro un tempo determinato,
esser concepito e raggiungere il sommo limite della vita.
Infatti vediamo che qualunque cosa può più in fretta dissolversi
che di nuovo rifarsi: pertanto ciò che la lunga durata
dei giorni, l'infinita durata di tutto il tempo già trascorso,
avrebbe fino ad ora spezzato, sconvolgendolo e dissolvendolo,
non potrebbe mai essere rinnovato nel tempo che resta.
Ma ora, senza dubbio, all'azione dello spezzare è fissato
un limite determinato, immutabile, poiché vediamo che ogni cosa
si rifà e, insieme, per le cose, secondo le specie, sono fissati
tempi limitati in cui possano attingere il fiore dell'età.
A ciò si aggiunge che, sebbene i primi corpi della materia
siano solidissimi, tuttavia tutte le cose molli che si producono,
l'aria l'acqua la terra i vapori, si può spiegare in che modo
si producano e per qual forza tutte si svolgano,
una volta che nelle cose è commisto il vuoto.
Ma per contro, se supponiamo molli i primi principi delle cose,
non si potrà spiegare donde possano crearsi le dure
rocce e il ferro, giacché radicalmente tutta la natura
sarà priva d'un principio che ne costituisca il fondamento.
Esistono dunque corpi possenti di solida semplicità,
ed è per il più compatto aggregarsi di essi che tutte le cose
possono farsi più salde e dimostrare valide forze.
Inoltre, se nessun limite è assegnato allo spezzarsi
dei corpi, tuttavia è necessario che dall'eternità sopravanzino
ancora, per ciascuna specie di cose, corpi che finora
non siano stati assaliti da alcun pericolo.
Ma, giacché sono dotati di natura fragile, con ciò non s'accorda
che abbiano potuto continuare a sussistere in eterno,
travagliati da innumerevoli colpi nel corso di tutte le età.
Infine, poiché per le cose è secondo le specie fissato
un termine di crescita e di conservazione della vita,
e giacché risulta sancito da leggi di natura che cosa possa
ognuna e che cosa non possa, né alcunché si muta,
anzi tutto rimane così costante che i variopinti uccelli,
di generazione in generazione, tutti mostrano
presenti nel corpo i colori propri di ciascuna specie,
evidentemente devono anche avere un corpo di materia
immutabile. Infatti, se i primi principi potessero
in qualche modo esser vinti e mutarsi,
in tal caso sarebbe incerto anche che cosa possa nascere,
che cosa non possa, infine in qual modo ciascuna cosa
abbia un potere finito e un termine, profondamente confitto;
né tante volte potrebbero le generazioni secondo ciascuna specie
riprodurre natura, costumi, modo di vivere e movimenti dei genitori.
E ancora: poiché c'è una punta estrema, in ogni caso,
di quel corpo che i nostri sensi non possono più
discernere, essa evidentemente è senza parti
e consta di natura minima, né esistette mai
per sé separata, né tale potrà essere in futuro,
poiché di un'altra cosa essa stessa è parte e prima e una;
poi altre ed altre parti simili, susseguendo in ordine,
in schiera compatta, completano la natura del corpo primo,
e, poiché non possono esistere per sé, è necessario
che aderiscano là donde non possono in alcun modo esser strappate via.
Sono dunque di solida semplicità i primi principi,
essi che compatti di parti minime hanno stretta coesione,
non aggregati per il concorso di quelle,
ma piuttosto possenti di eterna semplicità.
Da essi la natura, riservando i semi alle cose, non concede
che alcunché sia strappato via o venga ancora detratto.
D'altronde, se non ci sarà un minimo, tutti i corpi
più piccoli consteranno di parti infinite,
giacché in tal caso la metà di una metà avrà sempre
una propria metà, né alcuna cosa porrà un termine.
E allora, che differenza ci sarà tra la somma delle cose e la cosa più
piccola?
Non sarà possibile alcun divario: infatti, per quanto
l'universo in tutto il suo insieme sia infinito, tuttavia
le cose più piccole consteranno egualmente di parti infinite.
Ma, poiché la verità protesta contro ciò e non ammette
che l'animo possa credervi, è necessario che tu, vinto, riconosca
che esistono quelle cose che non sono più costituite di parti
e constano di natura minima. E poiché esse esistono, è necessario
che tu riconosca che esistono anche quegli elementi, solidi ed eterni.
Infine, se la natura creatrice fosse solita costringere
tutte le cose a risolversi nelle parti minime,
nulla più essa sarebbe in grado di ricomporre con queste,
perché le cose che sono prive di parti non possono avere
le qualità che deve avere la materia generatrice,
le varie connessioni, i pesi, gli urti,
gl'incontri, i movimenti, per cui tutte le cose si svolgono.
Perciò coloro i quali pensarono che materia delle cose fosse
il fuoco e che di solo fuoco fosse costituito l'universo,
appare evidente che molto si allontanarono dalla verità.
Loro duce, entra primo in battaglia Eraclito,
illustre per l'oscura lingua più tra i fatui
che tra i seri Greci ricercatori del vero.
Gli sciocchi infatti più ammirano e amano tutte
quelle cose che scorgono nascoste sotto parole stravolte,
e tengono per vero ciò che può titillare gradevolmente
le orecchie ed è colorato di una piacevole sonorità.
Come potrebbero infatti le cose essere tanto varie, io domando,
se si suppone che siano nate dal solo e puro fuoco?
Nulla, in verità, gioverebbe che il caldo fuoco si condensasse
o si rarefacesse, se le parti del fuoco avessero
la medesima natura che ha anche il fuoco intero.
Più violento sarebbe difatti l'ardore per la concentrazione delle parti,
e, d'altro canto, più languido per la loro disgiunzione e dispersione
Che con tali cause possa avvenire più di questo,
non ti è dato credere; tanto meno, poi, tanta varietà di cose
può provenire da fuochi densi e radi. E aggiungi questo:
soltanto se ammettono che alle cose è misto il vuoto,
i fuochi potranno condensarsi o rarefarsi.
Ma, poiché † ...... † vedono molte cose opporsi a loro
e rifuggono dall'ammettere nelle cose il vuoto puro,
mentre temono la via ardua, smarriscono la via giusta;
né d'altronde vedono che, tolto dalle cose il vuoto,
tutto si condensa e di tutto si fa un corpo solo,
tale che da sé non può emettere nulla istantaneamente,
nel modo in cui il fuoco avvampante getta luce e calore,
sì che vedi che non consta di parti compatte.
Ma, se per caso credono che in altro modo possano
i fuochi nell'addensamento estinguersi e mutar sostanza,
è evidente che, se non si asterranno dal far ciò in nessuna parte,
tutto l'ardore naturalmente cadrà appieno nel nulla,
‹e› dal nulla saranno prodotte tutte le creature.
Infatti ogni volta che una cosa si muta ed esce dai propri
termini, sùbito questo è la morte di ciò che era prima.
Quindi è necessario che alle creature qualcosa sopravanzi incolume,
perché tutte le cose non ti si riducano appieno al nulla,
e dal nulla rinasca e prenda vigore l'insieme delle cose.
Ora, dunque, poiché ci sono certi corpi ben determinati,
che conservano una natura sempre uguale,
e per il cui distaccarsi o accostarsi e mutare di ordine
mutano natura le cose e si trasformano i corpi,
si vede che questi corpi primi non sono di fuoco.
Non farebbe infatti differenza che alcuni si disgiungessero
e partissero, e altri si aggiungessero, e alcuni mutassero ordine,
se tuttavia tutti quanti conservassero natura di fiamma:
infatti, qualunque cosa creassero, sarebbe in ogni modo fuoco.
Ma, a quel ch'io penso, la cosa sta così: esistono certi corpi,
di cui gl'incontri, i movimenti, l'ordine, la disposizione, le forme
producono i fuochi, e col mutare ordine mutano natura,
né sono simili al fuoco, né ad alcun'altra cosa
che possa emettere corpi ai sensi
e con l'accostarsi colpire il nostro tatto.
Dire, poi, che fuoco sono tutte le cose e che nel novero
delle cose non esiste nulla che sia reale tranne il fuoco,
come fa questo medesimo Eraclito, pare essere mero delirio.
Infatti contro i sensi, partendo dai sensi, egli stesso combatte,
e infirma quelli da cui dipendono tutte le opinioni,
da cui egli stesso apprese questo che chiama fuoco.
Crede infatti che i sensi conoscano realmente il fuoco,
ma non tutte le altre cose, che per nulla son meno chiare.
E questo a me sembra falsità e delirio.
A che ci riferiremo infatti? Che mai può essere per noi
più sicuro degli stessi sensi per discernere il vero e il falso?
E d'altronde, perché uno eliminerebbe tutte le altre cose
e vorrebbe lasciare la sola natura del fuoco, piuttosto che negare
l'esistenza del fuoco e lasciare tuttavia sussistere un'altra natura?
Uguale demenza sembra, infatti, dire e l'una e l'altra cosa.
Perciò coloro i quali pensarono che materia delle cose fosse
il fuoco e che di fuoco potesse essere costituito l'universo,
e coloro che posero l'aria quale principio generatore
delle cose, o quanti pensarono che l'acqua di per sé sola
formasse le cose, o che la terra creasse tutto
e si trasformasse in ogni natura di cose,
sembrano essersi sperduti molto lontano dal vero.
Aggiungi anche coloro che duplicano i primi principi
delle cose, unendo l'aria al fuoco e la terra all'acqua,
e coloro che credono che da quattro cose possa crescer tutto,
dal fuoco, dalla terra e dall'aria e dall'acqua.
Fra questi primeggia Empedocle di Agrigento,
che entro le sue rive triangolari produsse l'isola
intorno a cui fluttuando negli ampi anfratti il mare
Ionio spruzza dalle onde glauche le salse spume,
e per angusto stretto acque impetuose dividono
con le onde le rive della terra Eolia dal suo territorio.
Qui è la devastatrice Cariddi e qui i boati dell'Etna
minacciano di raccogliere di nuovo le ire delle fiamme,
sì che ancora la sua violenza vomiti fuochi prorompenti
dalle fauci e al cielo lanci di nuovo folgori di fiamma.
E se questa regione appare in molti modi grande, meravigliosa
alle genti umane, e si dice che sia degna di essere veduta,
opima di cose buone, munita di molta forza di uomini,
pure sembra che in sé non abbia avuto nulla di più glorioso
che quest'uomo, nulla di più santo e mirabile e caro.
E invero i canti del suo petto divino
svelano a gran voce ed espongono gloriose scoperte,
sì che a stento sembra nato da stirpe umana.
Egli, tuttavia, e quelli che abbiamo menzionati sopra,
notevolmente inferiori sotto molti aspetti e molto minori,
benché scoprissero molte cose bene e in maniera divina,
e quasi dai penetrali del cuore dessero responsi
più santamente e con molto maggiore certezza
che la Pizia, che parla dal tripode e dal lauro di Febo,
tuttavia nei primi principi delle cose rovinarono,
e gravemente ivi caddero, grandi in grande caduta;
prima perché, tolto dalle cose il vuoto, asseriscono
il movimento, e lasciano cose morbide e porose,
l'aria l'acqua il fuoco la terra gli animali le messi,
e tuttavia non mescolano nel loro corpo il vuoto;
poi perché credono che non ci sia alcun termine
alla divisione dei corpi, né esista arresto al loro spezzarsi,
né resti assolutamente alcun minimo nelle cose;
mentre vediamo che di ciascuna cosa esiste quel vertice estremo
che si vede essere il minimo rispetto ai nostri sensi,
sì che puoi inferirne che il punto estremo esistente nei corpi
che non sei in grado di scorgere è in essi la minima parte.
E a ciò s'aggiunge ancora questo: poiché suppongono
come primi principi cose molli, che noi vediamo soggette
alla nascita e dotate di corpo mortale, l'universo
dovrebbe in tal caso ritornare interamente al nulla,
e dal nulla rinascere e prender vigore l'insieme delle cose;
ma tu già saprai quanto e questo e quello siano lontani dal vero.
Poi, quelle cose sono in molti modi nemiche ed hanno l'una
per l'altra effetto di veleno: perciò o accozzatesi periranno
o fuggiranno qua e là, così come, per addensamento di tempesta,
vediamo fuggire qua e là fulmini e piogge e venti.
Infine, se da quattro cose tutto si crea
e in esse cose tutto di nuovo si dissolve,
come possono queste esser chiamate primi principi piuttosto
che, al contrario e inversamente, le cose principi di queste?
Alternamente infatti si generano e cambiano colore
e l'intera loro natura reciprocamente, da sempre.
Ma se per caso credi che il corpo del fuoco e quello della terra
e i soffi dell'aria e il rorido umore si congiungano
così che nell'unione per nulla muti la loro natura,
da essi non ti si potrà formare nessun essere,
né animato, né con corpo inanimato, come un albero.
Difatti nella congiunzione del vario coacervo ciascuna cosa
mostrerà la natura propria, e si vedrà l'aria mista insieme
con la terra, e il fuoco permanere insieme con l'acqua.
Ma nella generazione delle cose bisogna che i primi principi
apportino una natura occulta e invisibile,
perché non spicchi qualcosa che contrasti, e precluda
a quanto vien creato la possibilità di un'esistenza propria.
Anzi, risalgono sino al cielo e ai suoi fuochi,
e suppongono che prima il fuoco si trasformi nei soffi dell'aria,
di qui si generi la pioggia, e dalla pioggia si crei la terra,
e dalla terra tutto ritorni indietro,
prima l'acqua, poi l'aria, quindi il calore,
e che queste cose non cessino di mutarsi tra loro,
di passare dal cielo alla terra, dalla terra agli astri del cielo.
Cosa che i primi principi non devono fare in alcun modo.
È necessario, infatti, che qualcosa sopravanzi immutabile,
perché tutte le cose non si riducano appieno al nulla.
Infatti ogni volta che una cosa si muta ed esce dai propri
termini, sùbito questo è la morte di ciò che era prima.
Perciò, poiché le cose che abbiamo dette poc'anzi
subiscono mutamento, è necessario che esse constino
di altre che non possano assolutamente cambiarsi,
se non vuoi che tutte le cose si riducano appieno al nulla.
Perché non supponi piuttosto certi corpi dotati
di tale natura che, se per caso hanno creato il fuoco,
possano anche, tolti pochi di essi ed aggiunti pochi altri,
mutati ordine e moto, produrre i soffi dell'aria,
e che così tutte le cose si mutino le une nelle altre?
"Ma fatti manifesti", dici, "mostrano apertamente che tutte
le cose nei soffi dell'aria crescono e s'alimentano dalla terra;
e se la stagione non prodiga in tempo propizio le piogge,
sì che gli alberi vacillino per lo sciogliersi dei nembi,
e il sole per parte sua non li ristora e dispensa il calore,
non possono crescere messi, alberi, esseri viventi".
Naturalmente! E, se cibi secchi e teneri liquidi
non ci sostenessero, senz'altro, deperito il corpo,
anche tutta la vita da tutti i nervi e le ossa si scioglierebbe.
Infatti senza dubbio noi siamo sostentati e alimentati da cose
determinate, come da cose determinate altri esseri e altri ancora.
Certo perché molti principi primi, comuni a molte cose
in molti modi, nelle cose son misti,
per questo cose diverse si alimentano di cose diverse.
E spesso importa molto con quali altri i medesimi primi
principi, e in quale disposizione, siano collegati,
e quali movimenti a vicenda imprimano e ricevano;
giacché gli stessi costituiscono il cielo, il mare, le terre, i fiumi,
il sole, gli stessi le messi, gli alberi, gli esseri viventi,
ma si muovono commisti ad altri e in altro modo.
Anzi qua e là nei nostri stessi versi tu vedi
molte lettere comuni a molte parole,
mentre tuttavia devi ammettere che versi e parole distano
tra loro, e per significato e per modulazione di suono.
Tanto è il potere delle lettere, solo che se ne muti l'ordine.
Ma i primi principi delle cose sono in grado di apportare
più mezzi, perché se ne possano creare tutte le varie cose.
Ora scrutiamo anche l'omeomeria di Anassagora,
come i Greci la chiamano, mentre a noi la povertà del patrio
linguaggio non concede di denominarla nella nostra lingua;
ma tuttavia la cosa stessa è facile esporla con parole.
Anzitutto - ciò che egli denomina omeomeria delle cose -
evidentemente crede che le ossa siano formate di ossa
piccolissime e minute, e di piccolissime e minute
carni la carne, e che il sangue si crei da molte
gocce di sangue che si uniscano tra loro,
e che l'oro possa esser costituito di briciole d'oro,
e che la terra si componga per aggregarsi di particelle di terra,
di particelle di fuoco sia fatto il fuoco, d'acqua l'acqua;
e in simile maniera immagina e crede tutte le altre cose.
Né tuttavia in alcuna parte egli concede che nelle cose ci sia
il vuoto, né che esista un limite alla divisione dei corpi.
Perciò in entrambe le dottrine mi sembra che egli erri
allo stesso modo di coloro di cui parlammo sopra.
Aggiungi che troppo deboli s'immagina i primi principi;
se effettivamente sono primi principi, quelli che son dotati
di natura simile a quella che è propria delle cose stesse, e ugualmente
soffrono fatica e morte, e nulla ne arresta il disfacimento.
Quale di essi infatti sotto una pressione violenta resisterà
tanto da sfuggire alla distruzione, tra i denti stessi della morte?
Il fuoco o l'acqua o l'aria? Quale di questi? Il sangue o le ossa?
Nessuno, a parer mio; quando in egual modo ogni cosa, senza eccezione,
sarà mortale, tanto quanto i corpi che manifestamente vediamo
scomparire, vinti da qualche forza, sotto i nostri occhi.
Ma che le cose non possano ricadere nel nulla, né, poi,
crescere dal nulla, chiamo a testimoniarlo le cose già provate.
Inoltre, poiché il cibo accresce il corpo e lo alimenta,
se ne può concludere che in noi le vene e il sangue e le ossa
*
o, se diranno che tutti i cibi sono di sostanza mista
ed hanno in sé piccoli corpi di nervi
e ossa e generalmente vene e parti di sangue,
ne conseguirà che ogni cibo, sia secco sia liquido,
si debba credere costituito esso stesso di cose d'altra natura,
di ossa e di nervi e di siero e di sangue commisti.
Inoltre, se tutti i corpi che crescon dalla terra son contenuti
nelle particelle di terra, la terra deve essere composta
delle cose d'altra natura che sorgono su dalla terra.
Trasporta lo stesso ragionamento a un altro oggetto: potrai usare
le stesse parole. Se nel legno stan nascosti fiamma e fumo e cenere,
è necessario che il legno consti di cose d'altra natura.
Inoltre, tutti quei corpi che la terra alimenta, accresce
*
delle cose d'altra natura che sorgono su dal legno.
Resta qui una tenue scappatoia: è quella di cui s'avvale
Anassagora, supponendo che in tutte le cose
si celino commiste tutte le cose, ma appaia
solo quella di cui nel miscuglio esistano più particelle,
e siano più in evidenza e collocate in prima linea.
Ma questo si discosta molto dalla verità.
Giacché in tal caso anche le messi dovrebbero spesso, quando
son frantumate dalla minacciosa forza della pietra, emettere traccia
di sangue o qualcuna di quelle cose che si alimentano nel nostro corpo;
quando le stritoliamo con pietra su pietra, il sangue dovrebbe versarsi.
Similmente dovrebbero anche spesso le erbe e le acque
stillare gocce dolci e di sapore simile a quello
che ha il grasso latte delle pecore lanute;
e certo dovremmo anche, sminuzzate le zolle di terra,
vedere spesso varie specie di erbe e messi e fronde
disseminate tra la terra nascondersi in particelle minute;
infine, nella legna spezzata si dovrebbero vedere
cenere e fumo e minuti fuochi nascosti.
Ma, poiché fatti manifesti mostrano che nessuna
di tali cose accade, è chiaro che nelle cose non sono in quel modo
mischiate le cose, ma semi comuni a molte cose
devono celarsi nelle cose, commisti in molti modi.
"Ma spesso", tu dici, "sui grandi monti avviene
che le vicine cime degli alti alberi si sfreghino le une
contro le altre, quando a far ciò le costringono gli austri possenti,
finché rifulgono d'uno sbocciato fiore di fiamma".
Certo; eppure nel legno non si annida il fuoco,
ma ci sono molti semi di calore, che, confluiti
per lo strofinìo, producono incendi nelle selve.
Che se la fiamma si nascondesse nelle selve già formata,
non potrebbero per alcun tratto di tempo restar celati i fuochi,
divorerebbero dappertutto le selve, brucerebbero gli alberi.
E dunque non vedi ora che, come dicemmo poc'anzi,
spesso importa moltissimo con quali altri i medesimi
primi principi, e in quale disposizione, siano collegati,
e quali movimenti a vicenda imprimano e ricevano,
e che i medesimi, di poco mutati tra loro, producono
i fuochi e il legno? Appunto come anche le parole stesse
constano di lettere di poco mutate tra loro,
mentre con distinti vocaboli significhiamo ligneo e igneo.
E infine, se tutto quanto discerni nelle cose visibili
credi che non possa avvenire senza che tu supponga
dotati di natura consimile i corpi primi della materia,
con questo criterio i primi principi ti vanno in rovina:
avverrà che sghignazzino, scossi da tremulo riso,
e di lacrime salse inumidiscano i volti e le guance.
E ora, suvvia, apprendi ciò che resta e ascolta più chiaro canto.
Né sfugge al mio pensiero quanto queste cose siano oscure;
ma una grande speranza di gloria ha trafitto il mio cuore
con tirso penetrante e insieme mi ha infuso nel petto un dolce
amore delle Muse, dal quale ora incitato con mente vivida
percorro remote regioni delle Pieridi, ove nessuno prima
impresse orma. Godo ad appressarmi alle fonti intatte
e bere, e godo a cogliere nuovi fiori
e comporre per il mio capo una corona gloriosa,
di cui prima a nessuno le Muse abbiano velato le tempie;
anzitutto perché grandi cose io insegno, e cerco
di sciogliere l'animo dagli stretti nodi della superstizione;
poi perché su oscura materia compongo versi tanto luminosi,
tutto cospargendo col fascino delle Muse.
Infatti anche questo appare non privo di ragione;
ma, come i medici, quando cercano di dare ai fanciulli
il ripugnante assenzio, prima gli orli, tutt'attorno al bicchiere,
cospargono col dolce e biondo liquore del miele,
perché nell'imprevidenza della loro età i fanciulli siano ingannati,
non oltre le labbra, e intanto bevano interamente l'amara
bevanda dell'assenzio e dall'inganno non ricevano danno,
ma al contrario in tal modo risanati riacquistino vigore;
così io ora, poiché questa dottrina per lo più pare
troppo ostica a coloro che non l'hanno coltivata,
e il volgo rifugge lontano da essa, ho voluto esporti
la nostra dottrina col canto delle Pieridi che suona soave,
e quasi cospargerla col dolce miele delle Muse,
per provare se per caso potessi in tal modo tenere
avvinto il tuo animo ai miei versi, finché penetri tutta
la natura, in quale forma sia disposta e ornata.
Ma, poiché ho insegnato che gli atomi sono solidissimi
e in perpetuo volteggiano, invitti attraverso ogni tempo,
ora investighiamo se la loro somma abbia o non abbia
alcun limite; e parimenti, il vuoto di cui abbiamo scoperto
l'esistenza, o luogo o spazio, in cui tutte le cose si svolgono,
scrutiamo se sia tutto assolutamente finito
oppure si apra immenso e smisuratamente profondo.
Tutto quanto esiste, dunque, non è limitato in alcuna
direzione; altrimenti dovrebbe avere un'estremità.
È evidente, d'altra parte, che niente può avere un'estremità,
se al di là non esiste qualche cosa che lo delimiti, sì che appaia
un punto oltre il quale questa natura di senso non possa più seguirlo.
Ora, poiché dobbiamo ammettere che niente c'è al di fuori del
tutto,
questo non ha un'estremità: manca, dunque, di confine e di misura.
Né importa in quali sue regioni tu ti fermi;
perché sempre, qualsiasi luogo uno abbia occupato,
per ogni verso lascia altrettanto infinito il tutto.
E inoltre, supponiamo ora che tutto lo spazio esistente
sia limitato e che qualcuno corra avanti, all'estrema
riva, spingendosi fino all'ultimo punto, e scagli un dardo volante:
preferisci tu pensare che esso, lanciato con valide forze,
vada ove è stato vibrato e voli lontano,
o credi che qualcosa possa arrestarlo e ad esso opporsi?
O l'una o l'altra ipotesi occorre infatti che tu ammetta e scelga.
Ma sia l'una che l'altra ti preclude ogni via di scampo
e ti obbliga a riconoscere che il tutto si estende senza confine.
Infatti, sia che esista qualcosa che l'arresti e gl'impedisca
di giungere ove è stato vibrato e di conficcarsi nel segno,
sia che più oltre esso voli, il punto donde è partito non è
il confine estremo.
In tal modo ti incalzerò e, dovunque porrai l'estrema
riva, chiederò: "che sarà poi del dardo?".
Avverrà che in nessun luogo si potrà fissare il confine,
e la possibilità della fuga sempre allontanerà la scappatoia.
Inoltre, se tutto lo spazio dell'intero universo
fosse chiuso da ogni parte e stesse entro certi confini,
se fosse limitato, già la massa della materia per il peso
dei suoi corpi solidi sarebbe confluita da ogni parte nel fondo,
né alcuna cosa potrebbe svolgersi sotto la volta del cielo;
e assolutamente non ci sarebbe cielo, né luce di sole,
ché in tal caso tutta la materia giacerebbe accumulata,
già da tempo infinito depositandosi.
Ma ora, certamente, nessuna requie è data ai corpi
dei primi principi, perché non c'è un ultimo fondo,
ove possano quasi confluire e porre le loro sedi.
Sempre in continuo moto si svolgono tutte le cose,
per ogni dove, e anche dal basso vengono forniti
i corpi della materia che muovono dall'infinito.
Infine, palesemente appare agli occhi che una cosa delimita
un'altra cosa: l'aria fa da confine ai colli, e i monti all'aria;
il mare confina con la terra e, a loro volta, tutte le terre col mare;
ma il tutto, invero, non c'è nulla che lo delimiti dall'esterno.
La natura dello spazio , dunque, e la distesa dell'abisso è tale
che i fulgidi fulmini non potrebbero percorrerla nella loro corsa,
volando per un tratto ininterrotto di tempo, né procedendo
potrebbero affatto ottenere che resti meno cammino da fare:
a tal segno s'apre dovunque alle cose un'immensa estensione,
senza confini da ogni punto verso qualunque parte.
Che poi tutto l'insieme delle cose possa porsi da sé stesso
un limite, lo vieta la natura; la quale costringe la materia
a essere limitata dal vuoto, e quanto è vuoto a essere limitato
dalla materia, sì che con la loro alternanza rende infinito
il tutto, o altrimenti l'uno o l'altro dei due, se non lo delimita
l'altro, con la semplice sua natura si stende tuttavia illimitato.
*
né il mare, né la terra, né la volta luminosa del cielo,
né la stirpe mortale, né i santi corpi degli dèi
potrebbero sussistere per l'esiguo tratto di un'ora:
dispersa fuori dalla sua compagine la massa della materia
vagherebbe dissolta per il vuoto immenso,
o piuttosto non si sarebbe mai aggregata per formare
alcuna cosa, perché, sparpagliata, non avrebbe potuto adunarsi.
Ché certo non secondo un deliberato proposito i primi principi
delle cose si collocarono ciascuno al suo posto con mente sagace,
né in verità pattuirono quali moti dovesse produrre ciascuno;
ma, poiché molti di essi, in molti modi trasmigrando per il tutto,
da tempo infinito sono stimolati e travagliati dagli urti,
sperimentando ogni genere di movimenti e aggregazioni
pervengono finalmente a tali disposizioni,
quali son quelle per cui s'è formato e sussiste il nostro universo,
e, per molti lunghi anni conservatosi,
una volta che si combinò in movimenti concordanti,
fa che i fiumi con le onde abbondanti delle loro correnti
alimentino l'avido mare e, riscaldata dalle vampe del sole, la terra
rinnovi i parti e, sorte dal suo grembo, fioriscano le generazioni
degli animali e vivano i fuochi che scivolano nell'etere.
Ciò che in nessun modo farebbero, se dall'infinito
non potesse affluire in abbondanza la materia
con cui sogliono riparare a tempo tutte le perdite.
Infatti, come, privati del cibo, gli esseri viventi
si sfanno perdendo i corpi, così tutte le cose devono
dissolversi appena ha cessato di rifornirle la materia,
deviata per qualche cagione dal giusto cammino.
E gli urti dall'esterno, provenienti da ogni parte, non hanno il potere
di conservare tutto l'insieme di qualunque mondo si sia aggregato.
Possono bensì battere spesso e trattenere una parte,
fin quando ne vengano altri e l'insieme si possa completare;
tuttavia talora sono costretti a rimbalzare e ad accordare
frattanto ai principi delle cose spazio e tempo di fuga,
sì che possano volar via, liberi dall'aggregazione.
Perciò, ancora e ancora, è necessario che molti atomi affluiscano;
e d'altronde, perché possano essere sufficienti gli stessi urti,
da ogni parte abbisogna infinita quantità di materia.
A tale proposito, tieniti lontano dal credere, o Memmio,
a quello che dicono: che tutte le cose convergono verso il centro
dell'universo, e che la natura del mondo resta salda senza sostegno
di colpi dall'esterno, e l'alto e il basso non possono dissolversi
da nessuna parte, per questo: perché tutte le cose premono verso il centro
(se a te pare possibile che qualcosa poggi su sé stessa);
e che i corpi pesanti che sono sotto la terra, convergono tutti
verso l'alto e riposano poggiati all'inverso sulla terra,
come le immagini che adesso noi vediamo nell'acqua.
E similmente sostengono che animali camminano supini
e tuttavia non possono cader via dalla terra
nelle regioni inferiori del cielo, più di quanto i corpi nostri
possano di per sé stessi volare verso le plaghe del cielo;
e che, quando quelli vedono il sole, noi scorgiamo gli astri
della notte, e alternamente dividono con noi le stagioni
del cielo e trascorrono notti corrispondenti ai nostri giorni.
Ma un vano ‹errore ha fatto approvare› ad uomini sciocchi tali ‹assurdità›
perché hanno abbracciato ‹una teoria con falso ragionare›.
Infatti non può esserci un centro, ‹perché l'universo è›
infinito. Né assolutamente, se pure ‹ci fosse un centro›,
alcuna cosa potrebbe ivi star fissa ‹per questo,›
anziché ‹essere›, in qualsiasi altro modo, ‹respinta›
lontano.
Infatti tutta l'estensione e lo spazio, che ‹chiamiamo vuoto›,
per il centro come fuori dal centro, ‹deve› ugualmente lasciare
il passo ai corpi pesanti, dovunque tendano i loro movimenti.
Non c'è alcun luogo, ove i corpi, quando siano giunti, possano,
perduta la forza del peso, restar fermi nel vuoto;
né, d'altra parte, ciò che è vuoto deve sussistere quale
base sotto
alcuna cosa senza continuare a cedere, come esige la sua natura.
Dunque non possono le cose in tal modo esser tenute
insieme in un'aggregazione, vinte dalla brama del centro.
Inoltre, poiché s'immaginano che al centro tendano,
non già tutti i corpi, ma solo quelli della terra e dell'acqua,
i flutti del mare e le grandi onde che scendono giù dai monti,
e quelle cose che sono contenute, per così dire, nel corpo
terrestre, ma al contrario dicono che i tenui soffi dell'aria
e i caldi fuochi insieme si irradiino dal centro,
e che tutto l'etere all'intorno tremoli di stelle
e la fiamma del sole pascoli attraverso i ceruli spazi del cielo
perché, fuggendo dal centro, il calore si raccoglie tutto là,
e che agli alberi le cime dei rami non potrebbero affatto
frondeggiare, se dalla terra a poco a poco cibo a ciascuno
...........................................................
che le mura del mondo, al modo delle fiamme volanti,
fuggano via improvvisamente dissolte nel vuoto immenso,
e tutte le altre cose tengano loro dietro in modo consimile,
e crollino in alto le volte tonanti del cielo,
e la terra si sottragga rapidamente ai nostri piedi, e tutta,
fra le frammiste rovine delle cose terrene e del cielo
dissolventi i corpi, si inabissi attraverso il vuoto profondo,
sì che in un istante nessun avanzo resti,
tranne lo spazio deserto e i primi principi invisibili.
Infatti, da qualunque parte supporrai che prima vengano a mancare
i corpi, questa parte sarà per le cose la porta della morte,
per questa si riverserà fuori tutta la folla della materia.
Queste cose così conoscerai, condottovi con poca fatica;
e infatti da una cosa un'altra cosa si chiarirà, né la cieca notte
ti toglierà il cammino, sì che tu non giunga a vedere gli ultimi
confini
della natura: così le cose accenderanno la luce su altre cose.
LIBRO II
È dolce, mentre nel grande mare i venti sconvolgono le acque,
guardare dalla terra la grande fatica di un altro;
non perché il tormento di qualcuno sia un giocondo piacere,
ma perché è dolce vedere da quali mali tu stesso sia immune.
Dolce è anche contemplare grandi contese di guerra
apprestate nei campi senza che tu partecipi al pericolo.
Ma nulla è più piacevole che star saldo sulle serene regioni
elevate, ben fortificate dalla dottrina dei sapienti,
donde tu possa volgere lo sguardo laggiù, verso gli altri,
e vederli errare qua e là e cercare, andando alla ventura,
la via della vita, gareggiare d'ingegno, rivaleggiare di nobiltà,
adoprarsi notte e giorno con soverchiante fatica
per assurgere a somma ricchezza e impadronirsi del potere.
O misere menti degli uomini, o petti ciechi!
In che tenebre di vita e tra quanto grandi pericoli
si consuma questa esistenza, quale che sia! E come non vedere
che nient'altro la natura latrando reclama, se non che il dolore
sia rimosso e sia assente dal corpo, e nella mente essa goda
di un senso giocondo, libera da affanno e timore?
E dunque vediamo che alla natura del corpo sono necessarie
assolutamente poche cose, quelle che tolgono il dolore,
e sono tali che possono anche procurare molte delizie;
né la natura stessa talvolta richiede cosa più gradita -
se in casa non ci sono auree statue di giovani
che tengano nelle mani destre torce fiammeggianti,
sì che sia data luce ai notturni banchetti,
né il palazzo rifulge d'argento e brilla d'oro,
né alla cetra fanno eco i soffitti a riquadri e dorati -
quando tuttavia, familiarmente distesi sull'erba morbida,
presso un ruscello, sotto i rami di un albero alto,
con tenui mezzi ristorano giocondamente i corpi;
soprattutto quando il tempo arride e la stagione
cosparge di fiori le erbe verdeggianti.
Né le ardenti febbri, se ti dibatti tra drappi ricamati
e porpora rosseggiante, lasciano il corpo più presto
che se devi giacere su un tappeto plebeo.
Perciò, poiché nulla al nostro corpo giovano i tesori,
né la nobiltà, né la gloria del regno, per il resto
si deve pensare che anche all'animo nulla giovino;
salvo che, per avventura, quando vedi le tue legioni
ardentemente agitarsi per il campo suscitando simulacri di guerra,
appoggiate da potenti riserve e da forze di cavalleria,
e le schieri fornite di armi e parimenti animose,
‹quando vedi la flotta ardentemente agitarsi e vagare per largo spazio,›
allora, intimorite da queste cose, le superstizioni
ti fuggano via dall'animo trepidanti, e i timori della morte
lascino allora sgombro il petto e sciolto dall'affanno.
Ma, se vediamo che questi pensieri son ridicoli e meritano scherno,
e in realtà i timori degli uomini e gli affanni incalzanti
non temono i fragori delle armi, né i crudeli dardi,
e audacemente si aggirano tra i re e i potenti del mondo,
né riveriscono il fulgore che si irraggia dall'oro,
né il luminoso splendore di un vestito di porpora,
come puoi dubitare che questo potere sia tutto della ragione?
Specie se pensi che tutta nelle tenebre la vita si travaglia.
Difatti, come i fanciulli trepidano e tutto temono
nelle cieche tenebre, così noi nella luce talora abbiamo paura
di cose che per nulla son da temere più di quelle che i fanciulli
nelle tenebre paventano e immaginano prossime ad avvenire.
Questo terrore dell'animo, dunque, e queste tenebre
non li devono dissolvere i raggi del sole, né i lucidi dardi
del giorno, ma l'aspetto e l'intima legge della natura.
Ora, bada, spiegherò con quale movimento i corpi generatori
della materia generino le varie cose e dissolvano le cose generate,
e da quale forza siano costretti a far questo, e quale velocità
sia ad essi data per percorrere il vuoto immenso:
tu ricorda di por mente alle mie parole.
Ché certamente la materia non ha compattezza e coesione,
giacché vediamo che ogni corpo diminuisce, e discerniamo
che tutte le cose quasi fluiscono nel lungo corso del tempo
e la vecchiezza le sottrae ai nostri occhi;
mentre l'insieme si vede permanere intatto,
perché i corpi che si distaccano da ogni cosa, diminuiscono
ciò da cui si allontanano, dove giunsero danno accrescimento,
quelle cose fanno invecchiare, queste al contrario fiorire,
né si arrestano là. Così l'insieme delle cose si rinnova
sempre, e i mortali vivono di vicendevoli scambi.
Si accrescono alcune specie, altre diminuiscono,
e in breve tratto si mutano le generazioni degli esseri viventi
e, simili a corridori, si trasmettono la fiaccola della vita.
Se pensi che i primi principi delle cose possano star fermi
e, stando fermi, generare nuovi moti delle cose,
forviato vai errando lontano dalla verità.
Infatti, poiché vagano per il vuoto, è necessario
che i primi principi delle cose si muovano tutti, o per il loro peso
o talora per l'urto di altro corpo. Infatti, quando nell'incalzante
movimento spesso si sono incontrati e han cozzato, avviene che in opposte
direzioni d'un tratto rimbalzino; né, certo, ciò è strano,
giacché sono
durissimi nei loro solidi pesanti corpi, e nulla fa ad essi ostacolo da tergo.
E, perché meglio tu discerna l'agitarsi di tutti i corpi
della materia, ricòrdati che in tutto l'universo
non c'è un fondo, né i corpi primi hanno un luogo
ove possano posare, poiché lo spazio è senza fine e misura,
e che immenso esso s'apra da ogni punto verso qualunque parte,
con parecchie parole ho mostrato e con sicuro ragionare è stato provato.
Poiché questo è certo, certamente nessuna requie è data
ai corpi primi attraverso il vuoto profondo,
ma piuttosto, travagliati da un movimento continuo e vario,
parte, dopo essersi scontrati, rimbalzano per lunghi intervalli,
parte anche per brevi tratti son travagliati dal colpo.
E quanti, aggregati con maggiore compattezza,
dopo essersi urtati rimbalzano entro intervalli esigui,
impacciati come sono dalle loro stesse figure intrecciate,
questi costituiscono le dure radici della pietra e le indomite
masse del ferro e le altre cose dello stesso genere.
Degli altri, che anche vagano attraverso il vuoto immenso,
pochi bàlzano lontano, e lontano retrocedono
a grandi intervalli: questi l'aria sottile
ci forniscono e la splendida luce del sole;
ma per il vuoto immenso vagano molti altri,
che furono esclusi dalle aggregazioni, né in alcun'altra sede
poterono essere accolti e collegare i movimenti.
Di questo fatto, come lo descrivo, un simulacro e un'immagine
innanzi ai nostri occhi sempre si aggira e incalza.
Osserva infatti, ogni volta che raggi penetrati
infondono la luce del sole nell'ombra delle case:
molti minuti corpi in molti modi, attraverso il vuoto
vedrai mescolarsi nella luce stessa dei raggi,
e come in eterna contesa attaccar battaglie e zuffe,
a torme contendendo, e non far sosta,
da aggregazioni e disgregazioni frequenti travagliati;
sì che da ciò puoi figurarti quale sia l'eterno agitarsi
dei primi principi delle cose nel vuoto immenso;
almeno per quanto una piccola cosa può dare un modello
di cose grandi e vestigi di loro conoscenza.
E per questa ragione più conviene che tu ponga mente
a questi corpi che vediamo agitarsi nei raggi del sole:
perché tali agitazioni rivelano che ci sono movimenti
di materia anche al di sotto, segreti ed invisibili.
Molte particelle infatti ivi vedrai stimolate da urti ciechi
cambiar cammino e indietro respinte ritornare,
or qui or lì, da ogni punto verso qualunque parte.
Certo questo errante movimento ha per tutti origine dagli atomi.
Primi infatti si muovono da sé i primi principi delle cose;
quindi quei corpi che constano d'una piccola aggregazione
e son quasi prossimi alle forze dei primi principi,
spinti dai ciechi colpi di quelli, si mettono in movimento,
ed essi stessi a loro volta stimolano i corpi un poco più grandi.
Così dai primi principi ascende il movimento e a poco a poco
emerge ai nostri sensi, sì che si muovono anche quelle cose
che possiamo discernere alla luce del sole;
e tuttavia, per quali urti lo facciano, non appare apertamente.
Ora, quale velocità sia data ai corpi della materia,
di qui si può in breve conoscere, o Memmio.
Anzitutto, quando l'aurora cosparge le terre di nuova luce,
e i vari uccelli, volando attraverso i boschi inaccessi,
per l'aria tenera empiono i luoghi di limpide voci -
come subitamente soglia il sole, sorto in quel momento,
inondare e vestire della sua luce tutte le cose,
vediamo che a tutti è prontamente percepibile e manifesto.
Eppure quel calore che il sole emette e la luce serena
non per lo spazio vuoto si diffondono; sì che son costretti
ad andare più lenti, mentre fendono, per così dire, le onde dell'aria.
Né separatamente si diffondono i singoli corpuscoli
di calore, ma intrecciati tra loro e conglobati;
perciò ad un tempo si trattengono tra loro e sono ostacolati
dall'esterno, sì che son costretti ad andare più lentamente.
Ma i primi principi, che sono di solida semplicità -
quando traversano lo spazio vuoto, e nessuna cosa li rallenta
dal di fuori, ed essi stessi, costituendo ciascuno, con le sue parti, un tutto
unico,
nell'unico verso in cui cominciarono ad andare, procedono con lo stesso slancio
-
devono evidentemente primeggiare per velocità,
e muoversi molto più rapidamente che la luce del sole,
e correre per una distesa di spazio molto più grande, nello stesso
tempo in cui le folgoranti luci del sole si diffondono per il cielo.
*
né tener dietro ad ogni singolo primo principio,
per vedere in che modo si svolga ogni cosa.
Ma contro queste cose alcuni, ignari della materia,
credono che la natura non possa senza l'intervento degli dèi,
tanto armoniosamente accordandosi ai bisogni degli uomini,
mutare le stagioni e produrre le messi e inoltre tutte
le altre cose cui la guida della vita, il divino piacere,
induce i mortali a volgersi, ed esso stesso li conduce
e con gli atti di Venere li alletta a propagare le stirpi,
perché il genere umano non perisca. Ma, quando immaginano
che gli dèi abbiano disposto tutte le cose per causa degli uomini,
sotto ogni aspetto si vede che molto s'allontanano dalla verità.
E infatti quand'anche ignorassi quali siano i primi elementi delle cose,
questo tuttavia oserei affermare in base agli stessi fenomeni
del cielo e comprovare in forza di molte altre cose:
che la natura del mondo non è stata per nulla creata
dal volere divino per noi: di così grande difetto essa è dotata.
Ma queste cose di poi, o Memmio, ti faremo manifeste.
Ora esporremo quanto resta da dire sui movimenti.
Ora è il luogo, credo, di dimostrarti in tale riguardo
anche ciò: che nessuna cosa corporea può di sua propria forza
muoversi verso l'alto e procedere verso l'alto;
in questo non ti traggano in inganno i corpi delle fiamme.
Sì, verso l'alto sono prodotti e prendono sviluppo
e verso l'alto crescono le splendide messi e gli alberi,
mentre i corpi pesanti, per quanto è in loro, tutti si muovono verso
il basso.
Né, quando i fuochi bàlzano su fino ai tetti delle case
e con celere fiamma van lambendo assi e travi, bisogna credere
che lo facciano spontaneamente, senza una forza che spinga dal basso.
Come quando il sangue emesso dal nostro corpo
spiccia in alto d'un tratto e spande il suo getto.
E non vedi anche con quanta violenza il liquido dell'acqua
risputi fuori assi e travi? E infatti, quanto più a fondo le abbiamo
spinte
in senso perpendicolare e con gran forza in molti le abbiamo premute a fatica,
con tanto maggiore impulso le rivomita in su e le rigetta,
sì che emergono e bàlzano fuori più che per metà.
E tuttavia non dubitiamo, mi pare, che queste cose, per quanto è in loro,
cadano tutte attraverso lo spazio vuoto verso il basso.
Così, dunque, anche le fiamme devono potere, una volta che per pressione
siano sprizzate attraverso i soffi dell'aria, montare verso l'alto,
benché il peso, per quanto è in esso, lotti per trarle verso il
basso.
E le notturne fiaccole del cielo che volano nell'alto,
non vedi come traggono lunghe scie di fiamme
in qualunque parte la natura diede loro un passaggio?
Non vedi cader sulla terra stelle e costellazioni?
Anche il sole dal culmine del cielo diffonde il suo calore
in tutte le direzioni e dissemina la sua luce per i campi:
dunque anche verso le terre si volge il calore del sole.
E attraverso le piogge vedi volare i fulmini;
or di qui or di lì erompendo dalle nubi i fuochi corrono;
comunemente la forza della fiamma cade sulla terra.
A tale proposito desideriamo che tu conosca anche questo:
che i corpi primi, quando in linea retta per il vuoto son tratti
in basso dal proprio peso, in un momento affatto indeterminato
e in un luogo indeterminato, deviano un po' dal loro cammino:
giusto quel tanto che puoi chiamare modifica del movimento.
Ma, se non solessero declinare, tutti cadrebbero verso il basso,
come gocce di pioggia, per il vuoto profondo,
né sarebbe nata collisione, né urto si sarebbe prodotto
tra i primi principi: così la natura non avrebbe creato mai nulla.
Ma, se per caso qualcuno crede che i corpi più pesanti,
più celermente movendosi in linea retta per il vuoto,
cadano dall'alto sui più leggeri e così producano urti
capaci di provocare movimenti generatori,
forviato si discosta lontano dalla verità.
Difatti tutte le cose che cadono per le acque e l'aria sottile,
esse, sì, bisogna che accelerino le cadute in proporzione dei pesi,
perché il corpo dell'acqua e la tenue natura dell'aria
non possono egualmente ritardare ogni cosa,
ma più celermente cedono se son vinti da cose più pesanti.
Per contrario, da nessuna parte e in nessun tempo
lo spazio vuoto può sussistere quale base sotto alcuna cosa,
senza continuare a cedere, come esige la sua natura:
perciò attraverso l'inerte vuoto tutte le cose devono muoversi
con eguale velocità, quantunque siano di pesi non eguali.
Giammai, dunque, le più pesanti potranno cadere dall'alto
sulle più leggere, né potranno per sé stesse generare urti
che mutino i movimenti con cui la natura compie le sue operazioni.
Perciò, ancora e ancora, occorre che i corpi primi declinino
un poco; ma non più del minimo possibile, perché non sembri
che immaginiamo movimenti obliqui: cosa che la realtà confuterebbe.
Infatti ciò vediamo che è alla portata di tutti e manifesto:
che i corpi pesanti, per quanto è in loro, non possono muoversi obliquamente,
quando precipitano dall'alto, almeno fin dove è dato scorgere.
Ma, che essi non declinino assolutamente dalla linea retta
nella loro caduta, chi c'è che possa scorgerlo?
Infine, se sempre ogni movimento è concatenato
e sempre il nuovo nasce dal precedente con ordine certo,
né i primi principi deviando producono qualche inizio
di movimento che rompa i decreti del fato,
sì che causa non segua causa da tempo infinito,
donde proviene ai viventi sulla terra questa libera volontà,
donde deriva, dico, questa volontà strappata ai fati,
per cui procediamo dove il piacere guida ognuno di noi
e parimenti deviamo i nostri movimenti, non in un tempo determinato,
né in un determinato punto dello spazio, ma quando la mente di per sé
ci ha spinti?
Difatti senza dubbio in ognuno dà principio a tali azioni la sua propria
volontà, e di qui i movimenti si diramano per le membra.
Non vedi anche come, nell'attimo in cui i cancelli del circo
sono aperti, non possa tuttavia la bramosa forza dei cavalli
prorompere così di colpo come la mente stessa desidera?
Tutta infatti, per l'intero corpo, la massa della materia
deve animarsi, sì che, una volta animata, per tutte le membra
segua con unanime sforzo il desiderio della mente.
Quindi puoi vedere che l'inizio del movimento si crea dal cuore,
e dalla volontà dell'animo esso procede primamente,
e di là si propaga poi per tutto il corpo e gli arti.
Né ciò è simile a quel che accade quando procediamo spinti
da un urto,
per la forza possente e la possente costrizione di un altro.
Infatti allora è evidente che tutta la materia dell'intero corpo
si muove ed è trascinata contro il nostro volere,
finché non l'abbia raffrenata per le membra la volontà.
Non vedi dunque ora che, sebbene spesso una forza esterna
molti spinga e costringa a procedere senza che lo vogliano,
e a lasciarsi trascinare a precipizio, tuttavia c'è nel nostro petto
qualcosa che può lottar contro ed opporsi?
È pure a suo arbitrio che la massa della materia
è costretta talora a piegarsi per le membra, per gli arti,
e nel suo slancio è raffrenata, e torna indietro a star ferma.
Perciò anche negli atomi occorre che tu ammetta la stessa cosa,
cioè che, oltre agli urti e ai pesi, c'è un'altra causa
dei movimenti, donde proviene a noi questo innato potere,
giacché vediamo che nulla può nascere dal nulla.
Il peso infatti impedisce che tutte le cose avvengano per gli urti,
quasi per una forza esterna. Ma, che la mente stessa
non abbia una necessità interiore nel fare ogni cosa,
né, come debellata, sia costretta a sopportare e a patire,
ciò lo consegue un'esigua declinazione dei primi principi,
in un punto non determinato dello spazio e in un tempo non determinato.
Né la massa della materia fu mai più compatta,
né, d'altra parte, ebbe mai intervalli maggiori;
giacché nulla s'aggiunge ad accrescerla, niente se ne perde.
Perciò il movimento che agita ora i corpi dei primi principi,
è il medesimo da cui essi furono agitati in passato,
e d'ora in poi sempre si moveranno ugualmente;
e quelle cose che di solito sono nate, nasceranno allo stesso
modo ed esisteranno e cresceranno e varranno per vigore,
quanto a ciascuna fu accordato dalle leggi di natura.
Né alcuna forza può mutare la somma delle cose;
e infatti non c'è ‹di fuori› alcunché, in cui alcun
genere
di materia possa fuggir via dal tutto, o da cui
una nuova forza possa sorgere e irrompere nel tutto
e mutare tutta la natura e sovvertirne i movimenti.
Di questo non c'è, a tale proposito, da stupire: che, mentre
tutti i primi principi delle cose sono in movimento,
la loro somma tuttavia sembra starsene in somma quiete,
salvoché qualcosa si muova col proprio corpo.
Infatti la natura dei corpi primi sta tutta molto lontano
dai nostri sensi, al di sotto della loro portata: perciò poiché
essi
non si posson discernere, anche i loro movimenti devon sottrarci;
tanto più che le cose che possiamo discernere, tuttavia spesso,
separate da noi per distanza di luoghi, celano i loro movimenti.
E certo spesso su un colle, brucando i pascoli in rigoglio,
lente si muovono le lanute pecore, ognuna dove la chiama
l'invito delle erbe ingemmate di fresca rugiada,
e sazi gli agnelli giocano e gaiamente cozzano;
ma tutto ciò a noi di lontano appare confuso
e come un biancore poggiato sul verde colle.
Inoltre, quando possenti legioni in corsa riempiono
le distese dei campi suscitando simulacri di guerra,
quando un fulgore s'innalza al cielo, e tutta, dintorno,
risplende di bronzo la terra, e di sotto solleva col calpestìo
un rimbombo la forza degli uomini, e i monti percossi
dal clamore rimandano le voci agli astri del cielo,
e dintorno volteggiano i cavalieri e d'improvviso attraversano
il centro dei campi scotendoli con impeto poderoso -
pure c'è un luogo sugli alti monti ‹di dove› sembrano
star fermi e sui campi star poggiati come un fulgore.
E ora, continuando, apprendi quali siano i principi
di tutte le cose, e quanto siano differenti nelle forme,
quanto siano variati per figure di molti generi;
non perché pochi siano dotati di forma simile,
ma perché non sono tutti generalmente uguali a tutti.
Né c'è da meravigliarsene; e infatti, essendo la loro massa
tanto grande che, come ho mostrato, non ha fine, né totale,
senza dubbio non devono avere assolutamente tutti dei tratti uguali
a quelli di tutti gli altri, né essere improntati della stessa figura.
Inoltre, il genere umano e i muti, nuotanti branchi
dei pesci squamosi e gli opimi armenti e le fiere
e i vari uccelli, che popolano le amene dimore
delle acque intorno a spiagge e fonti e laghi,
e che percorrono i boschi inaccessi volandovi attraverso -
prendine uno qualunque in rapporto agli altri della stessa specie:
troverai tuttavia che differiscono tra loro nelle figure.
Né altrimenti la prole potrebbe conoscere la madre,
né la madre la prole; mentre vediamo che lo possono,
e che non meno degli uomini si conoscono tra loro.
Così, spesso davanti agli splendidi templi degli dèi un vitello
cade immolato presso gli altari su cui brucia l'incenso,
esalando dal petto un caldo fiume di sangue.
E la madre orbata, vagando per verdi pascoli,
cerca sul terreno le orme impresse dai piedi bisulchi,
fruga con gli occhi ogni luogo, per vedere se possa
in qualche parte scorgere la creatura che ha perduta; e riempie
di lamenti il bosco frondoso, sostando; e sovente ritorna
alla stalla, trafitta dal rimpianto del giovenco;
e i teneri salici e le erbe rinverdite dalla rugiada
e quelle sue acque, scorrenti a fior delle rive, non possono
dar diletto al suo animo e sviare l'affanno che l'ha presa,
né la vista di altri vitelli per i pascoli in rigoglio
può distrarre il suo animo e alleviarne l'affanno:
tanto essa ricerca qualcosa che è sua propria e che le è nota.
Inoltre, i teneri capretti che han tremule voci riconoscono
le madri dalle fronti cornute, e i cozzanti agnelli
le pecore che belano: così, come esige la natura,
ciascuno generalmente accorre alle mammelle del suo latte.
Infine, in qualunque specie di frumento vedrai che i grani,
ciascuno nel suo genere, non sono tuttavia tutti simili fra loro,
sì che non corra una certa differenza tra le forme.
E con simile differenza vediamo la specie delle conchiglie
dipingere il grembo della terra, là dove con molli onde
l'acqua del mare batte la sabbia assetata del lido incurvato.
Pertanto, ancora e ancora: poiché i primi principi delle cose
esistono per natura, e non sono foggiati da una mano
secondo la forma determinata di uno solo, similmente occorre
che certe loro specie volteggino con figure tra loro dissimili.
È molto facile per noi spiegare col ragionamento
perché il fuoco del fulmine abbia un flusso molto
più penetrante di questo nostro, sorto da fiaccole terrestri.
Puoi dire infatti che il celeste fuoco del fulmine è più sottile
per la piccolezza dei suoi elementi, e perciò passa
attraverso forami per cui non può passare questo
nostro fuoco sorto dalle legna e prodotto dalla fiaccola.
Inoltre la luce passa attraverso il corno, ma la pioggia
è respinta. Per quale causa, se non perché quei corpi di luce
sono
più piccoli di quelli di cui consta il liquido dell'acqua che dà
vita?
E vediamo che il vino fluisce attraverso il colatoio con tutta
l'istantaneità che vuoi; ma, al contrario, l'olio indugia tardo:
evidentemente perché è composto di elementi più grandi
oppure più uncinati e più intrecciati tra loro, e perciò
accade
che i primi principi non possano staccarsi in modo
abbastanza repentino per passare ciascuno isolatamente
dagli altri attraverso i singoli forami di ogni cosa.
A ciò s'aggiunge che i liquidi del miele e del latte
s'assaporano in bocca con piacevole sensazione della lingua;
ma al contrario la ripugnante natura dell'assenzio e la selvaggia
centaurea fanno storcere la bocca col sapore repellente;
sì che puoi facilmente riconoscere che di atomi lisci e rotondi
son fatte quelle cose che possono piacevolmente toccare i sensi,
mentre al contrario tutte quelle che si trovano amare e aspre,
son tenute intrecciate tra loro da atomi più uncinati
e perciò sogliono lacerare le vie dei nostri
sensi ed entrando far violenza al corpo.
Tutte le cose, infine, che per i sensi son buone o cattive a toccarsi,
contrastano tra loro perché son composte di atomi di forme differenti.
Non devi, dunque, credere, per caso, che l'acerbo raccapriccio
prodotto dalla sega stridente consti di atomi tanto lisci
quanto le musicali melodie, cui sulle corde i suonatori
dan forma suscitandole con agili dita;
né devi credere che atomi di forma simile penetrino
nelle nari degli uomini, quando si bruciano deformi cadaveri
e quando la scena è stata di recente aspersa con croco di Cilicia
e un altare dappresso esala profumi d'incenso della Pancaia;
né devi supporre che i buoni colori delle cose, che possono
pascere gli occhi, constino di atomi simili a quelli dei colori
che pungono la pupilla e costringono a lacrimare
o per l'odioso aspetto appaiono funesti e ripugnanti.
Infatti ogni ‹forma› che accarezza i sensi, non è stata
prodotta senza qualche levigatezza di primi principi;
e, al contrario, ogni forma che è molesta ed aspra,
non è stata formata senza qualche ruvidezza di materia.
Ci sono poi altri atomi che non si possono giustamente
credere levigati, né del tutto uncinati con punte ritorte,
ma hanno piuttosto angoletti un po' sporgenti,
‹sì che› possono titillare i sensi piuttosto che offenderli:
di tal genere appunto son gli atomi che fanno la feccia del vino
e il sapore dell'enula. E infine, che caldi fuochi e gelida brina
pungano i sensi del corpo con atomi dentati in modi
differenti, ce lo rivela il contatto dell'uno e dell'altro.
Il tatto infatti, il tatto, per la santa potenza degli dèi,
è il senso del corpo, sia quando una cosa esterna s'insinua,
sia quando una che è nata dentro il corpo ci molesta
oppure ci dà piacere uscendo nei generatori atti di Venere,
o quando per un urto s'agitano nel corpo stesso
gli atomi ‹e› tra loro scontrandosi confondono il senso;
come puoi sperimentare tu stesso se per caso con la mano
ti colpisci una qualunque parte del corpo.
Pertanto i primi principi devono avere forme di gran lunga
differenti, che possano produrre sensazioni diverse.
Infine quelle cose che ci appaiono dure e spesse,
occorre che siano più conteste di atomi uncinati e tenute strette
in profonda compattezza come da particelle ramificate.
In tale genere, stanno anzitutto in prima linea
le pietre di diamante, avvezze a sfidare i colpi,
e le selci possenti e la robustezza del duro ferro
e il bronzo che stride resistendo ai catenacci.
Devono invero esser fatte maggiormente di atomi lisci e rotondi
quelle cose che sono liquide, che constano di un corpo fluido;
e infatti un sorso di semi di papavero s'inghiotte facilmente al pari
d'un sorso d'acqua; ché le singole particelle rotonde non si trattengono
a vicenda, e un colpo le fa sùbito scorrere verso il basso come l'acqua.
Tutte le cose infine che vedi dileguarsi in un attimo,
come il fumo le nuvole e le fiamme, è necessario che, se pure
non sono tutte fatte di atomi lisci e rotondi,
tuttavia non siano impedite da elementi intrecciati,
sì che possano pungere il corpo e penetrare i sassi,
senza tuttavia aderire tra loro: puoi quindi facilmente conoscere
che qualunque cosa vediamo lenita dai sensi,
non è fatta di elementi intrecciati, bensì di acuti.
Ma, quando vedi che alcune cose amare sono anche fluide,
com'è l'acqua del mare, non devi in alcun modo stupirti.
*
Infatti, poiché è fluida, è fatta di atomi lisci e rotondi,
e ‹a quelli sono› misti corpi ‹scabri› che causano dolore;
né tuttavia occorre che questi siano uncinati e si tengano insieme;
non c'è dubbio che sono tuttavia sferici, pur essendo scabri,
sì che possono insieme e rotolare e ledere i sensi.
E, perché meglio ti persuada che agli atomi lisci sono misti
atomi aspri, per cui è amaro il corpo di Nettuno, c'è modo
di dividere gli uni dagli altri e vederli separatamente:
l'acqua, quando filtra spesso attraverso la terra,
fluisce dolce in una buca e si mitiga:
lascia infatti di sopra i principi della ripugnante salsedine,
perché, aspri come sono, meglio possono aderire alla terra.
E, poiché ho insegnato ciò, proseguirò connettendo una
cosa
che da ciò dipende e deriva evidenza: i primi principi delle cose
variano per un limitato numero di forme.
Che se così non fosse, allora di nuovo alcuni atomi
dovrebbero avere corpo di grandezza infinita.
Infatti, entro la stessa piccolezza di un qualsiasi corpo,
non possono le forme variar molto fra loro:
supponi, in effetti, che i corpi primi siano costituiti
di tre parti minime, o aumentane di poche altre il numero;
certo - quando avrai sperimentato in ogni modo tutte
quelle parti di un unico corpo, collocandole in alto e in basso,
trasmutandole da destra a sinistra, per vedere quale forma
di figura dia a tutto quel corpo ciascun ordinamento -
se, procedendo oltre, vorrai per caso produrre figure diverse,
bisognerà aggiungere altre parti; poi seguirà
che in simile modo l'ordinamento richieda altre parti,
se tu per caso vorrai variare ancora le figure:
dunque, alla novità delle forme sussegue l'aumento del corpo.
Perciò non puoi in alcun modo credere
che gli atomi differiscano per infinite forme,
tranne che tu non costringa alcuni di essi a essere di immane
grandezza: cosa che di sopra ho già mostrata inammissibile.
Allora vedresti le barbariche vesti e la fulgente porpora
di Melibea, tinta col colore delle conchiglie tessaliche,
e le auree generazioni dei pavoni, cosparse di grazia ridente,
giacere vinte da nuovi colori; e disprezzati
sarebbero l'odore della mirra e il sapore del miele;
e le melodie dei cigni e i canti di Febo, con arte modulati
sulle corde, similmente soverchiati tacerebbero;
ché sempre sorgerebbe qualcosa superiore ad ogni altra.
Parimenti, tutte le cose potrebbero all'inverso passare a condizioni
peggiori, come, lo abbiamo detto, a migliori potrebbero sorgere;
infatti, anche procedendo all'inverso, ci sarebbe sempre qualcosa
più delle altre ripugnante a nari, orecchie e occhi e gusto.
Poiché ciò non accade, ‹ma› un limite certo assegnato
alle cose
ne racchiude la somma dall'una parte e dall'altra, devi ammettere
che anche la materia varia per numero limitato di forme.
Infine, dal fuoco alle gelide brine invernali c'è un tratto
limitato, e ugualmente si misura la distanza in senso inverso.
Infatti tutti i gradi di calore e di freddo e di temperati tepori
sono nel mezzo di questi estremi, compiendo la somma nell'ordine dovuto.
Dunque sono stati creati diversi in una gradazione limitata,
poiché con duplice punta son segnati all'uno e all'altro estremo,
infestati di qui dalle fiamme, di lì dalle rigide brine.
E, poiché ho insegnato ciò, proseguirò connettendo
una cosa che da ciò dipende e deriva evidenza: i primi principi
delle cose che hanno figure simili tra loro, sono infiniti.
Infatti, essendo finita la differenza delle forme,
è necessario che quelle che sono simili
siano infinite oppure che la somma della materia
sia finita, cosa che ho dimostrato non essere,
mostrando nei miei versi che i corpuscoli della materia
provenienti dall'infinito mantengono sempre la somma delle cose,
da ogni parte susseguendosi gli urti in successione continua.
In effetti, se vedi che sono più rari alcuni animali,
e meno feconda osservi in essi la natura,
tuttavia in regione e luogo diversi e in terre remote può darsi
ne esistano molti altri di quella specie e il numero si compia;
così, tra i quadrupedi in primo luogo vediamo gli elefanti
dalla proboscide serpentina: da molte migliaia di loro
è formato il vallo d'avorio di cui l'India è cinta,
sì che non si può penetrare dentro: così grande è
il numero
di queste fiere, di cui noi vediamo pochissimi esemplari.
Ma tuttavia, per concederti anche questo: ci sia pure qualche cosa,
quanto si voglia unica, sola col corpo con cui è nata,
che ‹non› abbia un'altra che le somigli ‹su› tutta la
terra;
se tuttavia non ci sarà un'infinita quantità di materia
da cui possa essere concepita e generata, essa non potrà
essere creata, né, di poi, crescere e nutrirsi.
E infatti - quand'anche io supponga questo, che in numero finito
siano sbattuti qua e là per il tutto gli atomi generatori di un'unica
cosa -
donde, dove, per che forza e in che modo s'incontreranno e s'uniranno
in sì vasto mare di materia e confusione d'atomi estranei?
Non hanno, io penso, modo di aggregarsi;
ma - come, quando sono avvenuti molti e grandi naufragi,
il vasto mare suole gettare qua e là banchi, costole di nave,
antenne, prore, alberi e remi galleggianti,
sì che lungo tutte le spiagge si vedono fluttuare
aplustri e dare ai mortali ammonimento
a volere evitare le insidie del mare infido
e le violenze e il suo inganno, e a non credergli mai,
quando l'allettamento della bonaccia subdolo ride -
così, bada, una volta che t'immaginerai in numero finito
i primi principi d'una certa specie, sparsi per il tempo infinito,
essi dovranno essere gettati qua e là dai flutti della materia
che vanno in sensi opposti, sì che non potranno mai essere sospinti insieme
e unirsi in aggregazione, né restare aggregati, né, aumentati,
svilupparsi;
ma fatti manifesti mostrano che palesemente accadono e l'una e l'altra cosa:
e che le cose nascono, e che, nate, possono crescere.
È dunque palese che esistono per qualunque specie infiniti
primi principi, da cui tutte le cose vengono rifornite.
Pertanto non possono i movimenti distruttori vincere
in perpetuo e seppellire in eterno la vita;
né, d'altronde, i movimenti che generano e accrescono le cose
possono in perpetuo conservare quanto è stato creato.
Così con uguale esito prosegue la guerra
dei primi principi, che arde da tempo infinito.
Ora qui, ora lì, vincono le forze vitali
e parimenti son vinte. Al pianto funebre si mescola il vagito
che levano i bimbi venendo a vedere le rive della luce;
né mai notte è seguìta a giorno, né aurora a notte,
senza che abbia udito misti a lamentosi vagiti
i pianti compagni della morte e del nero funerale.
Questo, a tale proposito, conviene aver suggellato
e tenere ben fermo nella memore mente: che tra le cose
la cui natura è immediatamente visibile non c'è nulla
che consista di un unico genere di primi principi,
non c'è cosa che non consti di mescolanza di semi diversi;
e più una cosa qualsiasi possiede in sé varie forze
e proprietà, più essa mostra con ciò di avere in sé
parecchi generi e varie forme di primi principi.
Anzitutto la terra ha in sé i corpi primi dai quali le fonti,
che diffondono frescura, rinnovano assiduamente
il mare immenso; ha quelli dai quali nascono i fuochi.
Infatti in molti luoghi, acceso sotto i nostri piedi, arde il suolo
della terra, mentre di fuochi profondi infuria l'impeto dell'Etna.
E poi essa ha quegli altri corpi da cui splendide messi
ed alberi rigogliosi può fare sorgere per le genti umane;
ha quelli da cui anche fiumi, fronde e pascoli rigogliosi
può offrire alla stirpe delle fiere che vaga sui monti.
Perciò Gran Madre degli dèi e madre delle fiere
e genitrice del nostro corpo fu detta essa sola.
Di lei cantarono gli antichi dotti poeti di Grecia
che assisa in trono su un carro guidava due leoni aggiogati,
insegnando così che la vasta terra è sospesa nello spazio
aereo, né può sulla terra stare poggiata la terra.
Aggiogarono al carro le fiere, perché la prole, quantunque
selvaggia, deve ammansirsi, vinta dalle cure dei genitori.
E le cinsero la sommità del capo d'una corona murale,
perché munita di alture sostiene città;
di tale diadema adorna, ora destando sacro orrore incede
attraverso le vaste terre l'immagine della madre divina.
Lei varie genti, secondo l'antico rito,
chiamano Madre Idea, e le danno corteggio di turbe di Frigi,
perché primamente da quella regione dicono che le messi
abbiano cominciato a propagarsi per tutta la terra.
Le assegnano i Galli, perché vogliono significare che coloro
che hanno offeso il nume della Madre e si son mostrati
ingrati verso i genitori, devono essere giudicati indegni
di generare viva progenie alle rive della luce.
Timpani tesi tuonano sotto le palme e concavi cembali
tutt'intorno, e col rauco canto i corni minacciano,
e col frigio ritmo il cavo flauto esalta le menti;
ed essi protendono armi, segni del violento furore,
per potere atterrire gli animi ingrati e gli empi petti
del volgo col timore della maestà della dea.
E così, appena, entrata e tratta attraverso le grandi città,
muta fa dono ai mortali di una tacita salute,
di bronzo e argento ne cospargono il percorso su ogni strada,
arricchendola di larghe offerte, e fanno nevicare fiori di rosa,
ombreggiando la Madre e le turbe che le fan corteggio.
Qui un manipolo di armati, che i Greci chiamano Cureti,
se tra le turbe frigie danza e in ritmo tripudia,
lieto alla vista del sangue, col movimento delle teste
scotendo i terribili pennacchi, rappresenta
i Cureti del Ditte, dei quali si racconta che in Creta
un giorno occultarono quel favoloso vagito di Giove;
quando, bambini intorno a un bambino, con rapida danza,
armati percotevano in ritmo bronzo con bronzo,
perché Saturno non lo scoprisse e maciullasse tra le mascelle,
producendo un'eterna ferita nel petto della Madre.
È per questo che armati accompagnano la Grande Madre,
o perché significano che la dea comanda che con le armi
e il valore siano risoluti a difendere la terra dei padri
e siano pronti a essere presidio e vanto dei loro genitori.
Ma queste cose, pur bene ed egregiamente disposte
e tramandate, tuttavia si discostano molto dalla verità.
Infatti è necessario che ogni natura divina goda
di per sé vita immortale con somma pace,
remota dalle nostre cose e immensamente distaccata.
Ché immune da ogni dolore, immune da pericoli,
in sé possente di proprie risorse, per nulla bisognosa di noi,
né dalle benemerenze è avvinta, né è toccata dall'ira.
E la terra stessa, in verità, è in ogni tempo priva di senso;
e, poiché di molte cose possiede in sé i primi principi,
molti prodotti in molti modi fa sorgere alla luce del sole.
Ora, se qualcuno deciderà di chiamare Nettuno il mare
e Cerere le messi, e preferisce impiegare abusivamente il nome
di Bacco, anziché pronunziare il nome che è proprio del vino,
concediamogli pure di andar dicendo che la terra
è la madre degli dèi, purché in effetti egli tuttavia si
astenga
dal contaminare l'animo suo con turpe superstizione.
E così le lanute pecore e la guerriera prole dei cavalli
e le cornute mandrie dei buoi, pur sovente brucando l'erba
da un unico prato, sotto la stessa volta del cielo,
e da un unico corso d'acqua placando la sete, tuttavia
con dissimile aspetto vivono, e conservano la natura
dei genitori e ne ripetono le abitudini, ciascuno secondo la specie.
Tanto è grande la diversità della materia in qualunque
genere d'erba, tanto essa è grande in ogni corso d'acqua.
E poi, qualsiasi essere vivente, nel complesso delle sue parti,
è composto di ossa, sangue, vene, calore, umore, visceri, nervi;
che sono anch'essi di gran lunga differenti,
costituiti di primi principi di forma dissimile.
E ancora, tutte le cose che infiammate dal fuoco bruciano,
se nient'altro, nascondono almeno nel proprio corpo
gli elementi da cui possano far sorgere il fuoco ed emettere
la luce e sprizzare scintille e lontano disperdere la cenere.
Con ragionare consimile passando in rassegna
tutte le altre cose, troverai allora che nascondono nel corpo
semi di molte cose e racchiudono varie figure.
Infine, vedi molte cose a cui e il colore e il sapore son dati
insieme all'odore; in primo luogo la maggior parte dei frutti.
Questi devono dunque constare di atomi di varie forme:
l'odore, infatti, penetra per dove il colore non entra nelle membra,
il colore ha del pari una propria via, ‹una propria via› ha il sapore
per insinuarsi nei sensi; sì che puoi conoscere che differiscono nelle
figure
dei primi principi. Dissimili forme, dunque, concorrono a comporre un unico
agglomeramento, e le cose constano di mescolanza di semi diversi.
Anzi, qua e là nei nostri stessi versi tu vedi
molte lettere comuni a molte parole,
mentre tuttavia devi ammettere che versi e parole differiscono
tra loro, che ognuno consta di lettere diverse;
non perché soltanto poche lettere comuni vi ricorrano
o perché mai due parole siano composte di lettere tutte uguali
tra loro, ma perché non son tutte generalmente uguali a tutte.
Così nelle altre cose parimenti, benché molti siano
i primi principi comuni a molte cose, tuttavia esse possono
sussistere costituite da complessi diversi tra loro;
sì che giustamente si dice che di atomi differenti
son composti il genere umano e le messi e gli alberi rigogliosi.
Né tuttavia si deve credere che possano in ogni modo
aggregarsi tutti gli atomi. Altrimenti vedresti dovunque
prodursi portenti, sorgere semiferine forme d'uomini,
e talora alti rami spuntare da un corpo vivente,
e molte membra di animali terrestri connettersi a parti
di animali marini, e per le terre, che ogni cosa generano,
la natura pascere Chimere spiranti fiamma dall'orrida bocca.
Ma è manifesto che nulla di ciò accade, giacché vediamo
che tutte le cose, da semi determinati, da determinata genitrice
procreate, possono conservare crescendo la loro specie.
Certo ciò deve prodursi secondo una legge determinata.
Infatti da tutti i cibi si diffondono, dentro, nelle parti
del corpo, gli atomi propri a ognuna, e connessi producono
movimenti concordanti. Ma al contrario vediamo
che la natura rigetta alla terra gli elementi estranei; e molti
con invisibili corpi fuggono dal corpo spinti dagli urti,
perché non hanno potuto connettersi in alcuna parte,
né, dentro, accordarsi coi movimenti vitali e imitarli.
Ma, perché tu non creda per caso che solo gli esseri viventi
siano astretti da queste leggi, la stessa regola delimita tutte le cose.
Infatti, come tutte le cose generate sono dissimili tra loro
nel complesso della loro natura, così è necessario
che ciascuna consti di primi principi di figura dissimile;
non perché pochi siano dotati di forma simile,
ma perché non sono tutti generalmente uguali a tutti.
E poiché sono differenti i semi, è necessario differiscano
gl'intervalli, le vie, le connessioni, i pesi, gli urti,
gl'incontri, i movimenti, che non solo distinguono i corpi
degli esseri viventi, ma dividono la terra e l'intero mare
e tengono separato dalla terra tutto il cielo.
Ora ascolta le parole che io con dolce fatica ho cercate,
affinché tu per caso non creda composte di primi principi
bianchi queste bianche cose che ai tuoi occhi mostrano
il loro candore, o nate da nero seme le cose che sono nere;
o quelle cose che sono imbevute di un altro qualsiasi colore,
per ciò tu creda che lo portino, perché i corpi della materia
siano tinti di un colore consimile a quello.
Infatti i corpi della materia non hanno assolutamente colore,
né uguale a quello delle cose, né, d'altronde, diverso.
E se per caso ti pare che non c'è slancio dell'animo che possa
giungere a concepire questi corpi, forviato tu erri lontano.
Difatti, se è vero che i ciechi nati, che non hanno mai scorto
la luce del sole, tuttavia conoscono al tatto corpi
che dal principio della vita sono stati per essi privi di colore,
si può concludere che anche la nostra mente può pervenire
alla conoscenza di corpi non ricoperti di alcuna tinta.
Infine, noi stessi, tutte le cose che tocchiamo
nelle cieche tenebre, non le sentiamo tinte di alcun colore.
E poiché ho provato che questo avviene, ora mostrerò
che ‹i primi principi› sono ‹privi di qualsiasi colore›.
Infatti ogni colore, assolutamente, si muta e ogni
‹cosa che cambia colore, cambia sé stessa›;
ciò che i primi principi non devono fare in alcun modo.
È necessario, in effetti, che qualcosa sopravanzi immutabile,
perché tutte le cose non si riducano appieno al nulla.
Infatti ogni volta che una cosa si muta ed esce dai propri
termini, sùbito questo è la morte di ciò che era prima.
Perciò guàrdati dal cospargere di colore i semi delle cose,
perché tutte le cose non ti si riducano appieno al nulla.
Inoltre, se nessuna natura di colore è stata assegnata
ai primi principi, ed essi sono dotati di varie forme,
con le quali generano e variano ogni genere di colori,
in quanto che importa molto con quali altri i primi principi
di ciascuna specie, e in quale disposizione, siano collegati,
e quali movimenti a vicenda imprimano e ricevano,
tu puoi sùbito spiegare molto facilmente
perché quelle cose che poco prima erano di color nero,
possano diventare d'un tratto di un candore marmoreo:
così il mare, quando forti venti ne hanno sconvolto la superficie,
si muta in flutti che biancheggiano come un candido marmo.
Puoi, infatti, dire che ciò che di solito noi vediamo nero,
quando la sua materia è stata rimescolata e l'ordine dei primi
principi è stato mutato e certe cose sono state aggiunte e certe tolte,
sùbito avviene che appaia di una luminosa bianchezza.
Che se le acque del mare fossero composte di semi cerulei,
non potrebbero in alcun modo biancheggiare.
Infatti, in qualunque modo tu sconvolga semi che siano
cerulei, giammai possono passare al colore del marmo.
Se poi sono tinti parte di un colore e parte di un altro
i semi che fanno l'unico e puro colore del mare,
come spesso da diverse forme e da varie figure
è prodotta qualche cosa quadrata e di un'unica figura,
in tal caso, come nel quadrato scorgiamo che ci sono forme
dissimili, così si dovrebbero scorgere nelle acque del mare
o in qualsiasi altro colore unico e puro
colori vari e di gran lunga dissimili tra loro.
Inoltre, le figure dissimili non si oppongono per nulla
e non precludono che il tutto sia quadrato nel contorno esterno;
mentre i diversi colori nelle cose impediscono e proibiscono
che l'intera cosa possa essere di un unico colore.
E poi, la ragione, che talvolta ci induce e alletta
ad attribuire colori ai primi principi delle cose, cade,
se le cose bianche non si creano da primi principi bianchi,
né quelle che appaiono nere, da neri, ma di colori diversi.
E in effetti cose candide nasceranno e sorgeranno
molto più agevolmente da nessun colore, che dal nero
o da qualsiasi altro che contrasti e si opponga.
Inoltre, poiché senza luce non possono esserci colori,
né i primi principi delle cose emergono alla luce,
si può conoscere come questi non siano rivestiti di colore.
E infatti, quale colore potrà esserci nelle cieche tenebre?
Che anzi nella luce stessa il colore si muta, secondo
che rifulge percosso da raggi di luce diretti o obliqui;
come si vedono nel sole le piume delle colombe,
che si trovano intorno alla nuca e incoronano il collo;
e infatti talora accade che abbiano il rosso del lucido piropo;
altre volte, per un certo modo di percepire, accade
che sembrino mescolare tra il ceruleo verdi smeraldi.
E la coda del pavone, quando è riempita di copiosa luce,
similmente mut