Biblioteca Multimediale Marxista
Proemio
di Niccolò Machiavegli, cittadino e segretario fiorentino sopr'al libro
dell'arte della guerra
a Lorenzo di Filippo Strozzi patrizio fiorentino.
Hanno, Lorenzo, molti tenuto e tengono questa opinione: che e' non sia cosa alcuna che minore convenienza abbia con un'altra, né che sia tanto dissimile, quanto la vita civile dalla militare. Donde si vede spesso, se alcuno disegna nello esercizio del soldo prevalersi, che subito, non solamente cangia abito, ma ancora ne' costumi, nelle usanze, nella voce e nella presenza da ogni civile uso si disforma; perché non crede potere vestire uno abito civile colui che vuole essere espedito e pronto a ogni violenza; né i civili costumi e usanze puote avere quello il quale giudica e quegli costumi essere effeminati e quelle usanze non favorevoli alle sue operazioni; né pare conveniente mantenere la presenza e le parole ordinarie a quello che con la barba e con le bestemmie vuole fare paura agli altri uomini, il che fa in questi tempi tale opinione essere verissima. Ma se si considerassono gli antichi ordini, non si troverebbono cose più unite più conformi e che, di necessità, tanto l'una amasse l'altra, quanto queste, perché tutte l'arti che si ordinano in una civiltà per cagione del bene comune degli uomini, tutti gli ordini fatti in quella per vivere con timore delle leggi e d'Iddio, sarebbono vani, se non fussono preparate le difese loro; le quali, bene ordinate mantengono quegli, ancora che non bene ordinati. E così, per il contrario, i buoni ordini, sanza il militare aiuto, non altrimenti si disordinano che l'abitazioni d'uno superbo e regale palazzo, ancora che ornate di gemme e d'oro, quando, sanza essere coperte, non avessono cosa che dalla pioggia le difendesse. E se in qualunque altro ordine delle cittadi e de' regni si usava ogni diligenza per mantenere gli uomini fedeli, pacifici e pieni del timore d'Iddio nella milizia si raddoppiava, perché in quale uomo debbe ricercare la patria maggiore fede, che in colui che le ha a promettere di morire per lei? In quale debbe essere più amore di pace, che in quello che solo dalla guerra puote essere offeso? In quale debbe essere più timore d'Iddio, che in colui che ogni dì, sottomettendosi a infiniti pericoli, ha più bisogno degli aiuti suoi? Questa necessità considerata bene, e da coloro che davano le leggi agli imperii, e da quegli che agli esercizi militari erano preposti, faceva che la vita de' soldati dagli altri uomini era lodata e con ogni studio seguitata e imitata. Ma per essere gli ordini militari al tutto corrotti e, di gran lunga, dagli antichi modi separati, ne sono nate queste sinistre opinioni, che fanno odiare la milizia e fuggire la conversazione di coloro che la esercitano. E giudicando io, per quello che io ho veduto e letto, ch'e' non sia impossibile ridurre quella negli antichi modi e renderle qualche forma della passata virtù, diliberai, per non passare questi mia oziosi tempi sanza operare alcuna cosa, di scrivere, a sodisfazione di quegli che delle antiche azioni sono amatori, della arte della guerra quello che io ne intenda. E benché sia cosa animosa trattare di quella materia della quale altri non ne abbia fatto professione, nondimeno io non credo sia errore occupare con le parole uno grado il quale molti, con maggiore prosunzione, con le opere hanno occupato; perché gli errori che io facessi, scrivendo, possono essere sanza danno d'alcuno corretti, ma quegli i quali da loro sono fatti, operando, non possono essere, se non con la rovina degli imperii, conosciuti. Voi pertanto, Lorenzo, considererete le qualità di queste mie fatiche e darete loro, con il vostro giudicio, quel biasimo o quella lode la quale vi parrà ch'elle abbiano meritato. Le quali a voi mando sì per dimostrarmi grato, ancora che la mia possibilità non vi aggiunga, de' benefizi ho ricevuto da voi, sì ancora, perché essendo consuetudine onorare di simili opere coloro i quali per nobiltà, ricchezze, ingegno e liberalità risplendono, conosco voi di ricchezze e nobiltà non avere molti pari, d'ingegno pochi e di liberalità niuno.
LIBRO PRIMO
Perché io credo che si possa lodare dopo la morte ogni
uomo, sanza carico, sendo mancata ogni cagione e sospetto di adulazione, non
dubiterò di lodare Cosimo Rucellai nostro, il nome del quale non fia
mai ricordato da me sanza lagrime, avendo conosciute in lui quelle parti le
quali, in uno buono amico dagli amici, in uno cittadino dalla sua patria si
possono disiderare. Perché io non so quale cosa si fusse tanto sua (non
eccettuando, non ch'altro, l'anima) che per gli amici volentieri da lui non
fusse stata spesa; non so quale impresa lo avesse sbigottito, dove quello avesse
conosciuto il bene della sua patria. E io confesso, liberamente, non avere riscontro,
tra tanti uomini che io ho conosciuti e pratichi, uomo nel quale fusse il più
acceso animo alle cose grandi e magnifiche. Né si dolse con gli amici
d'altro, nella sua morte, se non di essere nato per morire giovane dentro alle
sue case e inonorato, sanza avere potuto secondo l'animo suo giovare ad alcuno
perché sapeva che di lui non si poteva parlare altro, se non che fusse
morto uno buono amico. Non resta però, per questo, che noi, e qualunque
altro che come noi lo conosceva, non possiamo fare fede, poi che l'opere non
appariscono, delle sue lodevoli qualità. Vero è che non gli fu
però in tanto la fortuna nimica, che non lasciasse alcun breve ricordo
della destrezza del suo ingegno, come ne dimostrano alcuni suoi scritti e composizioni
di amorosi versi; ne' quali, come che innamorato non fusse, per non consumare
il tempo invano, tanto che a più alti pensieri la fortuna lo avesse condotto,
nella sua giovenile età si esercitava, dove chiaramente si può
comprendere con quanta felicità i suoi concetti descrivesse, e quanto
nella poetica si fusse onorato, se quella, per suo fine, fusse da lui stata
esercitata. Avendone pertanto privati la fortuna dello uso d'uno tanto amico,
mi pare che non si possa farne altri rimedi che, il più che a noi è
possibile cercare, di godersi la memoria di quello e repetere se da lui alcuna
cosa fusse stata o acutamente detta o saviamente disputata. E perché
non è cosa di lui più fresca, che il ragionamento il quale ne'
prossimi tempi il signore Fabrizio Colonna dentro a' suoi orti ebbe con seco
(dove largamente fu da quel signore delle cose della guerra disputato, e acutamente
e prudentemente in buona parte da Cosimo domandato); mi è parso, essendo
con alcuni altri nostri amici stato presente, ridurlo alla memoria, acciò
che, leggendo quello, gli amici di Cosimo che quivi convennono, nel loro animo
la memoria delle sue virtù rinfreschino, e gli altri, parte si dolgano
di non vi essere intervenuti, parte molte cose utili alla vita non solamente
militare, ma ancora civile, saviamente da uno sapientissimo uomo disputate,
imparino.
Dico pertanto che, tornando Fabrizio Colonna di Lombardia, dove più tempo
aveva per il re cattolico con grande sua gloria militato, diliberò, passando
per Firenze, riposarsi alcuno giorno in quella città, per vicitare la
eccellenza del duca e rivedere alcuni gentili uomini co' quali per lo addietro
aveva tenuto qualche familiarità. Donde che a Cosimo parve convitarlo
ne' suoi orti, non tanto per usare la sua liberalità quanto per avere
cagione di parlar seco lungamente, e da quello intendere ed imparare varie cose,
secondo che da un tale uomo si può sperare, parendogli avere occasione
di spendere uno giorno in ragionare di quelle materie che allo animo suo sodisfacevano.
Venne adunque Fabrizio, secondo che quello volle, e da Cosimo insieme con alcuni
altri suoi fidati amici fu ricevuto, tra' quali furono Zanobi Buondelmonti,
Batista della Palla e Luigi Alamanni, giovani tutti amati da lui e de' medesimi
studi ardentissimi, le buone qualità de' quali, perché ogni giorno
e ad ogni ora per se medesime si lodano, ommettereno. Fabrizio adunque fu, secondo
i tempi e il luogo, di tutti quegli onori che si poterono maggiori onorato;
ma passati i convivali piaceri e levate le tavole e consumato ogni ordine di
festeggiare, il quale, nel conspetto degli uomini grandi e che a pensieri onorevoli
abbiano la mente volta si consuma tosto, essendo il dì lungo e il caldo
molto, giudicò Cosimo, per sodisfare meglio al suo disiderio, che fusse
bene, pigliando l'occasione dal fuggire il caldo, condursi nella più
segreta e ombrosa parte del suo giardino. Dove pervenuti e posti a sedere, chi
sopra all'erba che in quel luogo è freschissima, chi sopra a sedili in
quelle parti ordinati sotto l'ombra d'altissimi arbori, lodò Fabrizio
il luogo come dilettevole; e considerando particolarmente gli arbori e alcuno
di essi non ricognoscendo stava con l'animo sopeso. Della qual cosa accortosi
Cosimo, disse: - Voi per avventura non avete notizia di parte di questi arbori;
ma non ve ne maravigliate, perché ce ne sono alcuni più dagli
antichi, che oggi dal comune uso, celebrati. - E dettogli il nome di essi, e
come Bernardo suo avolo in tale cultura si era affaticato, replicò Fabrizio:
- Io pensava che fusse quello che voi dite e questo luogo e questo studio mi
faceva ricordare d'alcuni principi del Regno, i quali di queste antiche culture
e ombre si dilettano. - E fermato in su questo il parlare e stato alquanto sopra
di sé come sospeso, soggiunse: - Se io non credessi offendere, io ne
direi la mia opinione; ma io non lo credo fare, parlando con gli amici, e per
disputare le cose e non per calunniarle. Quanto meglio arebbono fatto quelli,
sia detto con pace di tutti, a cercare di somigliare gli antichi nelle cose
forti e aspre, non nelle delicate e molli, e in quelle che facevano sotto il
sole, non sotto l'ombra, e pigliare i modi della antichità vera e perfetta,
non quelli della falsa e corrotta; perché, poi che questi studi piacquero
ai miei Romani, la mia patria rovinò. - A che Cosimo rispose... Ma per
fuggire i fastidi d'avere a repetere tante volte "quel disse e quello altro
soggiunse", si noteranno solamente i nomi di chi parli, sanza replicarne
altro. Disse dunque
COSIMO Voi avete aperto la via a uno ragionamento quale io desiderava, e vi
priego che voi parliate sanza rispetto, perché io sanza rispetto vi domanderò;
e se io, domandando o replicando, scuserò o accuserò alcuno, non
sarà per scusare o per accusare, ma per intendere da voi la verità.
FABRIZIO E io sarò molto contento di dirvi quel che io intenderò
di tutto quello mi domanderete; il che se sarà vero o no, me ne rapporterò
al vostro giudicio. E mi sarà grato mi domandiate; perché io sono
per imparare così da voi nel domandarmi, come voi da me nel rispondervi;
perché molte volte uno savio domandatore fa a uno considerare molte cose
e conoscerne molte altre, le quali, sanza esserne domandato, non arebbe mai
conosciute.
COSIMO Io voglio tornare a quello che voi dicesti prima: che lo avolo mio e
quegli vostri arebbero fatto più saviamente a somigliare gli antichi
nelle cose aspre che nelle delicate; e voglio scusare la parte mia, perché
l'altra lascerò scusare a voi. Io non credo ch'egli fusse, ne' tempi
suoi, uomo che tanto detestasse il vivere molle quanto egli, e che tanto fusse
amatore di quella asprezza di vita che voi lodate; nondimeno e' conosceva non
potere nella persona sua, né in quella de' suoi figliuoli, usarla, essendo
nato in tanta corruttela di secolo, dove uno che si volesse partire dal comune
uso, sarebbe infame e vilipeso da ciascheduno. Perché se uno ignudo,
di state, sotto il più alto sole si rivoltasse sopr'alla rena, o di verno
ne' più gelati mesi sopra alla neve, come faceva Diogene, sarebbe tenuto
pazzo. Se uno, come gli Spartani, nutrisse i suoi figliuoli in villa, facessegli
dormire al sereno, andare col capo e co' piedi ignudi, lavare nell'acqua fredda
per indurgli a poter sopportare il male e per fare loro amare meno la vita e
temere meno la morte, sarebbe schernito e tenuto piuttosto una fiera che uno
uomo. Se fusse ancora veduto uno nutrirsi di legumi e spregiare l'oro, come
Fabrizio, sarebbe lodato da pochi e seguito da niuno. Tal che, sbigottito da
questi modi del vivere presente, egli lasciò gli antichi, e in quello
che potette con minore ammirazione imitare l'antichità, lo fece.
FABRIZIO Voi lo avete scusato in questa parte gagliardamente, e certo voi dite
il vero; ma io non parlava tanto di questi modi di vivere duri, quanto di altri
modi più umani e che hanno con la vita d'oggi maggiore conformità;
i quali io non credo che ad uno che sia numerato tra' principi d'una città,
fusse stato difficile introdurgli. Io non mi partirò mai, con lo esemplo
di qualunque cosa, da' miei Romani. Se si considerasse la vita di quegli e l'ordine
di quella republica, si vedrebbero molte cose in essa non impossibili ad introdurre
in una civilità dove fusse qualche cosa ancora del buono.
COSIMO Quali cose sono quelle che voi vorresti introdurre simili all'antiche?
FABRIZIO Onorare e premiare le virtù, non dispregiare la povertà,
stimare i modi e gli ordini della disciplina militare, constringere i cittadini
ad amare l'uno l'altro, a vivere sanza sètte, a stimare meno il privato
che il publico, e altre simili cose che facilmente si potrebbono con questi
tempi accompagnare. I quali modi non sono difficili persuadere, quando vi si
pensa assai ed entrasi per li debiti mezzi, perché in essi appare tanto
la verità, che ogni comunale ingegno ne puote essere capace; la quale
cosa chi ordina, planta arbori sotto l'ombra de' quali si dimora più
felice e più lieto che sotto questa.
COSIMO Io non voglio replicare, a quello che voi avete detto, alcuna cosa, ma
ne voglio lasciare dare giudicio a questi, i quali facilmente ne possono giudicare;
e volgerò il mio parlare a voi, che siete accusatore di coloro che nelle
gravi e grandi azioni non sono degli antichi imitatori, pensando, per questa
via, più facilmente essere nella mia intenzione sodisfatto. Vorrei pertanto
sapere da voi, donde nasce che dall'un canto voi danniate quegli che nelle azioni
loro gli antichi non somigliano; dall'altro, nella guerra, la quale è
l'arte vostra e in quella che voi siete giudicato eccellente, non si vede che
voi abbiate usato alcuno termine antico, o che a quegli alcuna similitudine
renda.
FABRIZIO Voi siete capitato appunto dove io vi aspettava, perché il parlare
mio non meritava altra domanda, né io altra ne desiderava. E benché
io mi potessi salvare con una facile scusa, nondimeno voglio entrare, a più
sodisfazione mia e vostra, poi che la stagione lo comporta, in più lungo
ragionamento. Gli uomini che vogliono fare una cosa, deono prima con ogni industria
prepararsi, per essere, venendo l'occasione, apparecchiati a sodisfare a quello
che si hanno presupposto di operare. E perché, quando le preparazioni
sono fatte cautamente elle non si conoscono, non si può accusare alcuno
d'alcuna negligenza, se prima non è scoperto dalla occasione; nella quale
poi, non operando, si vede o che non si è preparato tanto che basti,
o che non vi ha in alcuna parte pensato. E perché a me non è venuta
occasione alcuna di potere mostrare i preparamenti da me fatti per potere ridurre
la milizia negli antichi suoi ordini, se io non la ho ridotta, non ne posso
essere da voi né da altri incolpato. Io credo che questa scusa basterebbe
per risposta all'accusa vostra.
COSIMO Basterebbe, quando io fussi certo che l'occasione non fusse venuta.
FABRIZIO Ma perché io so che voi potete dubitare se questa occasione
è venuta o no, voglio io largamente, quando voi vogliate con pazienza
ascoltarmi discorrere quali preparamenti sono necessarii prima fare, quale occasione
bisogna nasca, quale difficultà impedisce che i preparamenti non giovano
e che l'occasione non venga; e come questa cosa a un tratto, che paiono termini
contrarii, è difficilissima e facilissima a fare.
COSIMO Voi non potete fare, e a me e a questi altri, cosa più grata di
questa; e se a voi non rincrescerà il parlare, mai a noi non rincrescerà
l'udire. Ma perché questo ragionamento debbe esser lungo, io voglio aiuto
da questi miei amici con licenza vostra; e loro e io vi preghiamo d'una cosa
che voi non pigliate fastidio se qualche volta, con qualche domanda importuna,
vi interrompereno.
FABRIZIO Io sono contentissimo che voi, Cosimo, con questi altri giovani qui
mi domandiate, perché io credo che la gioventù vi faccia più
amici delle cose militari e più facili a credere quello che da me si
dirà. Questi altri, per aver già il capo bianco e avere i sangui
ghiacciati addosso, parte sogliono essere nimici della guerra, parte incorreggibili,
come quegli che credono che i tempi e non i cattivi modi costringano gli uomini
a vivere così. Sì che domandatemi tutti voi sicuramente e sanza
rispetto; il che io disidero, sì perché mi fia un poco di riposo,
sì perché io arò piacere non lasciare nella mente vostra
alcuna dubitazione. Io mi voglio cominciare dalle parole vostre, dove voi mi
dicesti che nella guerra, che è l'arte mia, io non aveva usato alcun
termine antico. Sopra a che dico come, essendo questa una arte mediante la quale
gli uomini d'ogni tempo non possono vivere onestamente, non la può usare
per arte se non una republica o uno regno; e l'uno e l'altro di questi, quando
sia bene ordinato, mai non consentì ad alcuno suo cittadino o suddito
usarla per arte; né mai alcuno uomo buono l'esercitò per sua particulare
arte. Perché buono non sarà mai giudicato colui che faccia uno
esercizio che, a volere d'ogni tempo trarne utilità, gli convenga essere
rapace, fraudolento, violento e avere molte qualitadi le quali di necessità
lo facciano non buono; né possono gli uomini che l'usano per arte, così
i grandi come i minimi, essere fatti altrimenti, perché questa arte non
gli nutrisce nella pace; donde che sono necessitati o pensare che non sia pace,
o tanto prevalersi ne' tempi della guerra, che possano nella pace nutrirsi.
E qualunque l'uno di questi due pensieri non cape in uno uomo buono; perché
dal volersi potere nutrire d'ogni tempo, nascono le ruberie, le violenze, gli
assassinamenti che tali soldati fanno così agli amici come a' nimici;
e dal non volere la pace nascono gli inganni che i capitani fanno a quegli che
gli conducono, perché la guerra duri; e se pure la pace viene, spesso
occorre che i capi, sendo privi degli stipendi e del vivere, licenziosamente
rizzano una bandiera di ventura e sanza alcuna piatà saccheggiano una
provincia. Non avete voi nella memoria delle cose vostre come, trovandosi assai
soldati in Italia sanza soldo per essere finite le guerre, si ragunarono insieme
più brigate, le quali si chiamarono Compagnie, e andavano taglieggiando
le terre e saccheggiando il paese, sanza che vi si potesse fare alcuno rimedio?
Non avete voi letto che i soldati cartaginesi, finita la prima guerra ch'egli
ebbero co' Romani, sotto Mato e Spendio, due capi fatti tumultuariamente da
loro, ferono più pericolosa guerra a' Cartaginesi che quella che loro
avevano finita co' Romani? Ne' tempi de' padri nostri, Francesco Sforza, per
potere vivere onorevolmente ne' tempi della pace, non solamente ingannò
i Milanesi de' quali era soldato, ma tolse loro la libertà e divenne
loro principe. Simili a costui sono stati tutti gli altri soldati di Italia,
che hanno usata la milizia per loro particolare arte; e se non sono, mediante
le loro malignitadi, diventati duchi di Milano, tanto più meritano di
essere biasimati, perché sanza tanto utile hanno tutti, se si vedesse
la vita loro, i medesimi carichi. Sforza, padre di Francesco, costrinse la reina
Giovanna a gittarsi nelle braccia del re di Ragona, avendola in un subito abbandonata
e in mezzo a' suoi nimici lasciatala disarmata, solo per sfogare l'ambizione
sua o di taglieggiarla o di torle il regno. Braccio, con le medesime industrie,
cercò di occupare il regno di Napoli, e se non era rotto e morto a l'Aquila,
gli riusciva. Simili disordini non nascono da altro che da essere stati uomini
che usavano lo esercizio del soldo per loro propria arte. Non avete voi uno
proverbio il quale fortifica le mie ragioni, che dice: «La guerra fa i
ladri, e la pace gl'impicca?». Perché quegli che non sanno vivere
d'altro esercizio, e in quello non trovando chi gli sovvenga e non avendo tanta
virtù che sappiano ridursi insieme a fare una cattività onorevole,
sono forzati dalla necessità rompere la strada, e la giustizia è
forzata spegnerli.
COSIMO Voi m'avete fatto tornare questa arte del soldo quasi che nulla, e io
me la aveva presupposta la più eccellente e la più onorevole che
si facesse; in modo che, se voi non me la dichiarate meglio, io non resto sodisfatto,
perché, quando sia quello che voi dite, io non so donde si nasca la gloria
di Cesare, di Pompeo, di Scipione, di Marcello, e di tanti capitani romani che
sono per fama celebrati come dii.
FABRIZIO Io non ho ancora finito di disputare tutto quello che io proposi, che
furono due cose: l'una, che uno uomo buono non poteva usare questo esercizio
per sua arte; l'altra, che una republica o uno regno bene ordinato non permesse
mai che i suoi suggetti o i suoi cittadini la usassono per arte. Circa la prima
ho parlato quanto mi è occorso, restami a parlare della seconda, dove
io verrò a rispondere a questa ultima domanda vostra, e dico che Pompeo
e Cesare, e quasi tutti quegli capitani che furono a Roma dopo l'ultima guerra
cartaginese, acquistarono fama come valenti uomini, non come buoni; e quegli
che erano vivuti avanti a loro, acquistarono gloria come valenti e buoni. Il
che nacque perché questi non presero lo esercizio della guerra per loro
arte, e quegli che io nominai prima, come loro arte la usarono. E in mentre
che la republica visse immaculata, mai alcuno cittadino grande non presunse,
mediante tale esercizio, valersi nella pace, rompendo le leggi, spogliando le
provincie, usurpando e tiranneggiando la patria e in ogni modo prevalendosi;
né alcuno d'infima fortuna pensò di violare il sacramento, aderirsi
agli uomini privati, non temere il senato, o seguire alcuno tirannico insulto
per potere vivere, con l'arte della guerra, d'ogni tempo. Ma quegli che erano
capitani, contenti del trionfo, con disiderio tornavono alla vita privata; e
quelli che erano membri, con maggior voglia deponevano le armi che non le pigliavano;
e ciascuno tornava all'arte sua mediante la quale si aveva ordinata la vita;
né vi fu mai alcuno che sperasse con le prede e con questa arte potersi
nutrire. Di questo se ne può fare, quanto a' cittadini grandi, evidente
coniettura mediante Regolo Attilio, il quale, sendo capitano degli eserciti
romani in Affrica e avendo quasi che vinti i Cartaginesi, domandò al
senato licenza di ritornarsi a casa a custodire i suoi poderi che gli erano
guasti dai suoi lavoratori. Donde è più chiaro che il sole, che,
se quello avesse usata la guerra come sua arte e, mediante quella, avesse pensato
farsi utile, avendo in preda tante provincie, non arebbe domandato licenza per
tornare a custodire i suoi campi; perché ciascuno giorno arebbe molto
più, che non era il prezzo di tutti quegli, acquistato. Ma perché
questi uomini buoni, e che non usano la guerra per loro arte, non vogliono trarre
di quella se non fatica, pericoli e gloria, quando e' sono a sufficienza gloriosi
disiderano tornarsi a casa e vivere dell'arte loro. Quanto agli uomini bassi
e soldati gregarii, che sia vero che tenessono il medesimo ordine apparisce,
che ciascuno volentieri si discostava da tale esercizio e, quando non militava,
arebbe voluto militare e, quando militava, arebbe voluto essere licenziato.
Il che si riscontra per molti modi, e massime vedendo come, tra' primi privilegi
che dava il popolo romano a un suo cittadino, era che non fusse constretto fuora
di sua volontà a militare. Roma pertanto, mentre ch'ella fu bene ordinata
(che fu infino a' Gracchi) non ebbe alcuno soldato che pigliasse questo esercizio
per arte; e però ne ebbe pochi cattivi, e quelli tanti furono severamente
puniti. Debbe adunque una città bene ordinata volere che questo studio
di guerra si usi ne' tempi di pace per esercizio e ne' tempi di guerra per necessità
e per gloria, e al publico solo lasciarla usare per arte, come fece Roma. E
qualunque cittadino che ha in tale esercizio altro fine, non è buono;
e qualunque città si governa altrimenti, non è bene ordinata.
COSIMO Io resto contento assai e sodisfatto di quello che insino a qui avete
detto, e piacemi assai questa conclusione che voi avete fatta; e quanto si aspetta
alla republica, io credo ch'ella sia vera; ma quanto ai re, non so già,
perché io crederrei che uno re volesse avere intorno chi particolarmente
prendesse, per arte sua, tale esercizio.
FABRIZIO Tanto più debbe uno regno bene ordinato fuggire simili artefici,
perché solo essi sono la corruttela del suo re e, in tutto, ministri
della tirannide. E non mi allegate all'incontro alcuno regno presente, perché
io vi negherò quelli essere regni bene ordinati. Perché i regni
che hanno buoni ordini, non danno lo imperio assoluto agli loro re se non nelli
eserciti; perché in questo luogo solo è necessaria una subita
diliberazione e, per questo, che vi sia una unica podestà. Nell'altre
cose non può fare alcuna cosa sanza consiglio; e hanno a temere, quegli
che lo consigliano, che gli abbi alcuno appresso che ne' tempi di pace disideri
la guerra, per non potere sanza essa vivere. Ma io voglio in questo essere un
poco più largo, né ricercare uno regno al tutto buono, ma simile
a quegli che sono oggi; dove ancora da' re deono esser temuti quegli che prendono
per loro arte la guerra, perché il nervo degli eserciti, sanza alcun
dubbio, sono le fanterie. Tal che, se uno re non si ordina in modo che i suoi
fanti a tempo di pace stieno contenti tornarsi a casa e vivere delle loro arti,
conviene di necessità che rovini; perché non si truova la più
pericolosa fanteria che quella che è composta di coloro che fanno la
guerra come per loro arte, perché tu sei forzato o a fare sempre mai
guerra, o a pagargli sempre, o a portare pericolo che non ti tolgano il regno.
Fare guerra sempre non è possibile; pagargli sempre non si può;
ecco che di necessità si corre ne' pericoli di perdere lo stato. I miei
Romani, come ho detto, mentre che furono savi e buoni, mai non permessero che
i loro cittadini pigliassono questo esercizio per loro arte, non ostante che
potessono nutrirgli d'ogni tempo, perché d'ogni tempo fecero guerra.
Ma per fuggire quel danno che poteva fare loro questo continuo esercizio, poiché
il tempo non variava, ei variavano gli uomini, e andavano temporeggiando in
modo con le loro legioni, che in quindici anni sempre l'avevano rinnovate; e
così si valevano degli uomini nel fiore della loro età, che è
da diciotto a' trentacinque anni, nel qual tempo le gambe, le mani e l'occhio
rispondevano l'uno all'altro; né aspettavano che in loro scemasse le
forze e crescesse la malizia, com'ella fece poi ne' tempi corrotti. Perché
Ottaviano, prima, e poi Tiberio, pensando più alla potenza propria che
all'utile publico, cominciarono a disarmare il popolo romano per poterlo più
facilmente comandare, e a tenere continuamente quegli medesimi eserciti alle
frontiere dello Imperio. E perché ancora non giudicarono bastassero a
tenere in freno il popolo e senato romano, ordinarono uno esercito chiamato
Pretoriano, il quale stava propinquo alle mura di Roma ed era come una rocca
addosso a quella città. E perché allora ei cominciarono liberamente
a permettere che gli uomini deputati in quelli eserciti usassero la milizia
per loro arte, ne nacque subito la insolenza di quegli, e diventarono formidabili
al senato e dannosi allo imperadore; donde ne risultò che molti ne furono
morti dalla insolenza loro, perché davano e toglievano l'imperio a chi
pareva loro; e talvolta occorse che in uno medesimo tempo erano molti imperadori
creati da varii eserciti. Dalle quali cose procedé, prima, la divisione
dello Imperio e, in ultimo, la rovina di quello. Deono pertanto i re, se vogliono
vivere sicuri, avere le loro fanterie composte di uomini che, quando egli è
tempo di fare guerra, volentieri per suo amore vadano a quella, e, quando viene
poi la pace, più volentieri se ne ritornino a casa. Il che sempre fia,
quando egli scerrà uomini che sappiano vivere d'altra arte che di questa.
E così debbe volere, venuta la pace, che i suoi principi tornino a governare
i loro popoli, i gentili uomini al culto delle loro possessioni, e i fanti alla
loro particolare arte: e ciascuno d'essi faccia volentieri la guerra per avere
pace, e non cerchi turbare la pace per avere guerra.
COSIMO Veramente questo vostro ragionamento mi pare bene considerato; nondimeno,
sendo quasi che contrario a quello che io insino a ora ne ho pensato, non mi
resta ancora l'animo purgato d'ogni dubbio; perché io veggo assai signori
e gentili uomini nutrirsi a tempo di pace mediante gli studii della guerra,
come sono i pari vostri che hanno provvisioni dai principi e dalle comunità.
Veggo ancora quasi tutti gli uomini d'arme rimanere con le provvisioni loro;
veggo assai fanti restare nelle guardie delle città e delle fortezze,
tale che mi pare che ci sia luogo, a tempo di pace, per ciascuno.
FABRIZIO Io non credo che voi crediate questo, che a tempo di pace ciascheduno
abbia luogo; perché, posto che non se ne potesse addurre altra ragione,
il poco numero che fanno tutti coloro che rimangono ne' luoghi allegati da voi,
vi risponderebbe: che proporzione hanno le fanterie che bisognano nella guerra,
con quelle che nella pace si adoperano? Perché le fortezze e le città
che si guardano a tempo di pace, nella guerra si guardano molto più;
a che si aggiungono i soldati che si tengono in campagna, che sono un numero
grande, i quali tutti nella pace si abbandonano. E circa le guardie degli stati,
che sono uno piccolo numero, papa Iulio e voi avete mostro a ciascuno quanto
sia da temere quegli che non vogliono sapere fare altra arte che la guerra;
e gli avete per la insolenza loro privi delle vostre guardie e postovi Svizzeri,
come nati e allevati sotto le leggi e eletti dalle comunità, secondo
la vera elezione; sì che non dite più che nella pace sia luogo
per ogni uomo. Quanto alle genti d'arme rimanendo quelle nella pace tutte con
li loro soldi, pare questa soluzione più difficile; nondimeno, chi considera
bene tutto, truova la risposta facile, perché questo modo del tenere
le genti d'arme è modo corrotto e non buono. La cagione è perché
sono uomini che ne fanno arte, e da loro nascerebbe ogni dì mille inconvenienti
nelli stati dove ei fussono, se fussero accompagnati da compagnia sufficiente,
ma sendo pochi e non potendo per loro medesimi fare un esercito, non possono
fare così spesso danni gravi. Nondimeno ne hanno fatti assai volte, come
io vi dissi di Francesco e di Sforza, suo padre e di Braccio da Perugia. Sì
che questa usanza di tenere le genti d'arme, io non la appruovo, ed è
corrotta e può fare inconvenienti grandi.
COSIMO Vorresti voi fare sanza? o, tenendone, come le vorresti tenere?
FABRIZIO Per via d'ordinanza; non simile a quella del re di Francia, perch'ella
è pericolosa ed insolente come la nostra, ma simile a quelle degli antichi;
i quali creavano la cavalleria di sudditi loro, e ne' tempi di pace gli mandavano
alle case loro a vivere delle loro arti, come più largamente, prima finisca
questo ragionamento, disputerò. Sì che, se ora questa parte di
esercito può vivere in tale esercizio, ancora quando sia pace, nasce
dall'ordine corrotto. Quanto alle provvisioni che si riserbano a me e agli altri
capi, vi dico che questo medesimamente è uno ordine corrottissimo; perché
una savia republica non le debbe dare ad alcuno; anzi debbe operare per capi,
nella guerra, i suoi cittadini e, a tempo di pace, volere che ritornino all'arte
loro. Così ancora uno savio re o e' non le debbe dare o, dandole, debbono
essere le cagioni: o per premio di alcuno egregio fatto, o per volersi valere
d'uno uomo così nella pace come nella guerra. E perché voi allegasti
me, io voglio esemplificare sopra di me; e dico non aver mai usata la guerra
per arte, perché l'arte mia è governare i miei sudditi e defendergli,
e per potergli defendere, amare la pace e saper fare la guerra. Ed il mio re
non tanto mi premia e stima per intendermi io della guerra, quanto per sapere
io ancora consigliarlo nella pace. Non debbe adunque alcuno re volere appresso
di sé alcuno che non sia così fatto s'egli è savio e prudentemente
si voglia governare; perché, s'egli arà intorno, o troppi amatori
della pace, o troppi amatori della guerra, lo faranno errare. Io non vi posso,
in questo mio primo ragionamento e secondo le proposte mie, dire altro; e quando
questo non vi basti, conviene cerchiate di chi vi sodisfaccia meglio. Potete
bene avere cominciato a conoscere quanta difficultà sia ridurre i modi
antichi nelle presenti guerre, e quali preparazioni ad uno uomo savio conviene
fare, e quali occasioni si possa sperare a poterle esequire; ma voi di mano
in mano conoscerete queste cose meglio, quando non vi infastidisca il ragionamento,
conferendo qualunque parte degli antichi ordini ai modi presenti.
COSIMO Se noi desideravamo prima di udirvi ragionare di queste cose, veramente
quello che infino ad ora ne avete detto, ne ha raddoppiato il disiderio; pertanto
noi vi ringraziamo di quel che noi avemo avuto, e il restante vi domandiamo.
FABRIZIO Poiché così vi è in piacere, io voglio cominciare
a trattare questa materia da principio, acciò meglio s'intenda, potendosi
per quel modo più largamente dimostrare. Il fine di chi vuole fare guerra
è potere combattere con ogni nimico alla campagna e potere vincere una
giornata. A volere far questo, conviene ordinare uno esercito. A ordinare lo
esercito, bisogna trovare gli uomini, armargli, ordinargli, e ne' piccoli e
ne' grossi ordini esercitargli, alloggiargli, e al nimico di poi, o stando o
camminando, rappresentargli. In queste cose consiste tutta la industria della
guerra campale, che è la più necessaria e la più onorata.
E chi sa bene presentare al nimico una giornata, gli altri errori che facesse
ne' maneggi della guerra sarebbono sopportabili; ma chi manca di questa disciplina,
ancora che negli altri particolari valesse assai, non condurrà mai una
guerra a onore; perché una giornata che tu vinca, cancella ogni altra
tua mala azione; così medesimamente, perdendola, restono vane tutte le
cose bene da te avanti operate. Sendo pertanto necessario prima trovare gli
uomini, conviene venire al deletto di essi, ché così lo chiamavano
gli antichi; il che noi diremmo scelta, ma, per chiamarlo per nome più
onorato, io voglio gli serviamo il nome del deletto. Vogliono coloro che alla
guerra hanno dato regole, che si eleggano gli uomini de' paesi temperati, acciò
ch'egli abbino animo e prudenza; perché il paese caldo gli genera prudenti
e non animosi, il freddo animosi e non prudenti. Questa regola è bene
data a uno che sia principe di tutto il mondo e, per questo, gli sia lecito
trarre gli uomini di quegli luoghi che a lui verrà bene; ma volendo darne
una regola che ciascun possa usarla, conviene dire che ogni republica e ogni
regno debbe scerre i soldati de' paesi suoi, o caldi o freddi o temperati che
si sieno. Per che si vede, per gli antichi esempli, come in ogni paese con lo
esercizio si fa buoni soldati; perché, dove manca la natura, sopperisce
la 'ndustria, la quale in questo caso vale più che la natura. Ed eleggendogli
in altri luoghi, non si può chiamare deletto, perché deletto vuol
dire tòrre i migliori d'una provincia e avere potestà di eleggere
quegli che non vogliono, come quegli che vogliono, militare. Non si può
pertanto fare questo deletto se non ne' luoghi a te sottoposti, perché
tu non puoi tòrre chi tu vuoi ne' paesi che non sono tuoi, ma ti bisogna
prendere quelli che vogliono.
COSIMO E' si può pure di quelli che voglion venire, torne e lasciarne;
e per questo si può chiamare deletto.
FABRIZIO Voi dite il vero in uno certo modo; ma considerate i difetti che ha
tale deletto in sé, perché ancora molte volte occorre che non
è deletto. La prima cosa: quegli che non sono tuoi sudditi e che voluntarii
militano, non sono de' migliori, anzi sono de' più cattivi d'una provincia;
perché se alcuni vi sono scandolosi, oziosi, sanza freno, sanza religione,
fuggitisi dallo imperio del padre, bestemmiatori, giucatori, in ogni parte male
nutriti, sono quegli che vogliono militare; i quali costumi non possono essere
più contrarii a una vera e buona milizia. Quando di tali uomini ti se
ne offerisce tanti che te ne avanzi al numero che tu hai disegnato, tu puoi
eleggergli; ma, sendo la materia cattiva, non è possibile che il deletto
sia buono. Ma molte volte interviene che non sono tanti ch'egli adempino il
numero di che tu hai bisogno; tal che, sendo forzato prendergli tutti, ne nasce
che non si può chiamare più fare deletto ma soldare fanti. Con
questo disordine si fanno oggi gli eserciti in Italia e altrove eccetto che
nella Magna, perché non si solda alcuno per comandamento del principe,
ma secondo la volontà di chi vuole militare. Pensate adunque ora voi
che modi di quegli antichi eserciti si possano introdurre in uno esercito di
uomini messi insieme per simile via.
COSIMO Quale via si arebbe a tenere adunque?
FABRIZIO Quella che io dissi: scergli di suoi suggetti e con l'autorità
del principe.
COSIMO Negli scelti così introdurrebbesi alcuna antica forma?
FABRIZIO Ben sapete che sì, quando chi li comandasse fusse loro principe
o signore ordinario, quando fusse principato; o come cittadino e, per quel tempo,
capitano, sendo una republica; altrimenti è difficile fare cosa di buono.
COSIMO Perché?
FABRIZIO Io vel dirò al tempo; per ora voglio vi basti questo: che non
si può operare bene per altra via.
COSIMO Avendosi adunque a far questo deletto ne' suoi paesi, donde giudicate
voi sia meglio trarli, o della città o del contado?
FABRIZIO Questi che ne hanno scritto, tutti s'accordano che sia meglio eleggergli
del contado, sendo uomini avvezzi a' disagi, nutriti nelle fatiche, consueti
stare al sole, fuggire l'ombra, sapere adoperare il ferro, cavare una fossa,
portare un peso, ed essere sanza astuzia e sanza malizia. Ma in questa parte
l'opinione mia sarebbe che, sendo di due ragioni soldati, a piè e a cavallo,
che si eleggessero quegli a piè del contado e gli a cavallo delle cittadi.
COSIMO Di quale età gli torresti voi?
FABRIZIO Torre'gli, quando io avessi a fare nuova milizia, da' diciassette a'
quaranta anni; quando la fusse fatta e io l'avessi a instaurare, di diciassette,
sempre.
COSIMO Io non intendo bene questa distinzione.
FABRIZIO Dirovvi. Quando io avessi a ordinare una milizia dov'ella non fusse,
sarebbe necessario eleggere tutti quegli uomini che fussero più atti,
pure che fussero di età militare, per potergli instruire, come per me
si dirà; ma quando io avessi a fare il deletto ne' luoghi dove fusse
ordinata questa milizia, per supplimento di essa gli torrei di diciassette anni,
perché gli altri di più tempo sarebbono scelti e descritti.
COSIMO Dunque vorresti voi fare una ordinanza simile a quella che è ne'
paesi nostri.
FABRIZIO Voi dite bene. Vero è che io gli armerei, capitanerei, eserciterei
e ordinerei in un modo, che io non so se voi gli avete ordinati così.
COSIMO Dunque lodate voi l'ordinanza?
FABRIZIO Perché, volete voi che io la danni?
COSIMO Perché molti savi uomini l'hanno sempre biasimata.
FABRIZIO Voi dite una cosa contraria a dire che un savio biasimi l'ordinanza,
ei può bene essere tenuto savio ed essergli fatto torto.
COSIMO La cattiva pruova ch'ella ha fatto sempre, farà avere per noi
tale opinione.
FABRIZIO Guardate che non sia il difetto vostro, non il suo, il che voi conoscerete
prima che si fornisca questo ragionamento.
COSIMO Voi ne farete cosa gratissima; pure io vi voglio dire in quello che costoro
l'accusano, acciò voi possiate meglio giustificarne. Dicono costoro così:
o ella fia inutile e fidandoci noi di quella ci farà perdere lo stato;
o ella fia virtuosa, e, mediante quella, chi la governa ce lo potrà facilmente
tòrre. Allegano i Romani, i quali, mediante queste armi proprie, perderono
la libertà; allegano i Viniziani e il re di Francia, de' quali quelli,
per non avere ad ubbidire a un loro cittadino, usano le armi d'altri, e il re
ha disarmati i suoi popoli per potergli più facilmente comandare. Ma
temono più assai la inutilità che questo. Della quale inutilità
ne allegano due ragioni principali: una, per essere inesperti, l'altra, per
avere a militare per forza; perché dicano che da grande non si imparano
le cose, e a forza non si fece mai nulla bene.
FABRIZIO Tutte queste ragioni che voi dite, sono da uomini che cognoschino le
cose poco discosto, come io apertamente vi mostrerrò. E prima, quanto
alla inutilità, io vi dico che non si usa milizia più utile che
la propria, né si può ordinare milizia propria se non in questo
modo. E perché questo non ha disputa, io non ci voglio molto perdere
tempo, perché tutti gli esempli delle istorie antiche fanno per noi.
E perché eglino allegano la inesperienza e la forza, dico come egli è
vero che la inesperienza fa poco animo e la forza fa mala contentezza; ma l'animo
e l'esperienza si fa guadagnare loro con il modo dello armargli, esercitargli
ed ordinargli, come nel procedere di questo ragionamento vedrete. Ma, quanto
alla forza, voi avete a intendere che gli uomini che si conducono alla milizia
per comandamento del principe, vi hanno a venire né al tutto forzati,
né al tutto volontarii, perché tutta la volontà farebbe
gli inconvenienti che io dissi di sopra: che non sarebbe deletto e sarebbono
pochi quegli che andassero; e così la tutta forza partorirebbe cattivi
effetti. Però si debbe prendere una via di mezzo dove non sia né
tutta forza né tutta volontà, ma sieno tirati da uno rispetto
ch'egli abbiano al principe, dove essi temano più lo sdegno di quello,
che la presente pena; e sempre occorrerà ch'ella fia una forza in modo
mescolata con la volontà, che non ne potrà nascere tale mala contentezza
che faccia mali effetti. Non dico già, per questo, ch'ella non possa
essere vinta, perché furono vinti tante volte gli eserciti romani, e
fu vinto lo esercito d'Annibale; tale che si vede che non si può ordinare
uno esercito, del quale altri si prometta che non possa essere rotto. Pertanto
questi vostri uomini savi non deono misurare questa inutilità dallo avere
perduto una volta, ma credere che, così come e' si perde, e' si possa
vincere e rimediare alla cagione della perdita. E quando ei cercassero questo,
troverebbono che non sarebbe stato per difetto del modo, ma dell'ordine che
non aveva la sua perfezione; e, come ho detto, dovevano provvedervi, non con
biasimare l'ordinanza, ma con ricorreggerla; il che come si debbe fare, lo intenderete
di mano in mano. Quanto al dubitare che tale ordine non ti tolga lo stato mediante
uno che se ne faccia capo, rispondo che l'arme in dosso a' suoi cittadini o
sudditi, date dalle leggi e dall'ordine, non fecero mai danno, anzi sempre fanno
utile e mantengonsi le città più tempo immaculate mediante queste
armi, che sanza. Stette Roma libera quattrocento anni, ed era armata; Sparta,
ottocento; molte altre città sono state disarmate, e sono state libere
meno di quaranta. Perché le città hanno bisogno delle armi; e
quando non hanno armi proprie, soldano delle forestiere; e più presto
noceranno al bene publico l'armi forestiere, che le proprie, perché le
sono più facili a corrompersi e più tosto uno cittadino che diventi
potente se ne può valere; e parte ha più facile materia a maneggiare,
avendo ad opprimere uomini disarmati. Oltre a questo una città debbe
più temere due nimici che uno. Quella che si vale dell'armi forestiere,
teme ad uno tratto il forestiero ch'ella solda e il cittadino; e che questo
timore debba essere, ricordivi di quello che io dissi poco fa di Francesco Sforza.
Quella che usa l'arme proprie, non teme se non il suo cittadino. Ma per tutte
le ragioni che si potessono dire, voglio mi serva questa: che mai alcuno ordinò
alcuna republica o regno, che non pensasse che quegli medesimi che abitavano
quella, con le armi l'avessono a difendere. E se i Viniziani fussero stati savi
in questo come in tutti gli altri loro ordini, eglino arebbono fatto una nuova
monarchia nel mondo. I quali tanto più meritano biasimo, sendo stati
dai loro primi datori di legge, armati. Ma non avendo dominio in terra, erano
armati in mare, dove ferono le loro guerre virtuosamente e, con l'armi in mano,
accrebbero la loro patria. Ma venendo tempo ch'eglino ebbero a fare guerra in
terra per difendere Vicenza, dove essi dovevano mandare uno loro cittadino a
combattere in terra, ci soldarono per loro capitano il marchese di Mantova.
Questo fu quel partito sinistro che tagliò loro le gambe del salire in
cielo e dello ampliare. E se lo fecero per credere che, come che ei sapessono
far guerra in mare, ei si diffidassono farla in terra, ella fu una diffidenza
non savia; perché più facilmente un capitano di mare, che è
uso a combattere con i venti, con l'acque e con gli uomini, diventerà
capitano di terra, dove si combatte con gli uomini solo, che uno di terra non
diventerà di mare. E i miei Romani, sapendo combattere in terra e non
in mare, venendo a guerra con i Cartaginesi che erano potenti in mare, non soldarono
Greci o Spagnuoli consueti in mare, ma imposero quella cura a' loro cittadini
che mandavano in terra, e vinsero. Se lo ferono perché uno loro cittadino
non diventasse tiranno, ei fu uno timore poco considerato; perché, oltre
a quelle ragioni che a questo proposito poco fa dissi, se uno cittadino con
l'armi di mare non si era mai fatto tiranno in una città posta in mare,
tanto meno arebbe potuto fare questo con le armi di terra. E, mediante questo,
dovevano vedere che l'armi in mano a' loro cittadini non gli potevano fare tiranni,
ma i malvagi ordini del governo che fanno tiranneggiare una città; e
avendo quegli buono governo, non avevano a temere delle loro armi. Presero pertanto
uno partito imprudente; il che è stato cagione di torre loro di molta
gloria e di molta felicità. Quanto allo errore che fa il re di Francia
a non tenere disciplinati i suoi popoli alla guerra (il che quelli vostri allegano
per esemplo) non è alcuno, deposta qualche sua particolare passione,
che non giudichi questo difetto essere in quel regno e questa negligenza sola
farlo debile. Ma io ho fatto troppa grande digressione, e forse sono uscito
del proposito mio; pure lo ho fatto per rispondervi e dimostrarvi che non si
può fare fondamento in altre armi che nelle proprie, e l'armi proprie
non si possono ordinare altrimenti che per via d'una ordinanza, ne' per altre
vie introdurre forme di eserciti in alcuno luogo né per altro modo ordinare
una disciplina militare. Se voi avete letto gli ordini che quelli primi re fecero
in Roma e massimamente Servio Tullo, troverrete che l'ordine delle classi non
è altro che una ordinanza per potere di subito mettere insieme uno esercito
per difesa di quella città. Ma torniamo al nostro deletto. Dico di nuovo
che, avendo ad instaurare un ordine vecchio, io gli prenderei diciassette; avendo
a crearne uno nuovo, io gli prenderei d'ogni età tra' diciassette e quaranta,
per potermene valere subito.
COSIMO Faresti voi differenza di quale arte voi gli scegliessi?
FABRIZIO Questi scrittori la fanno, perché non vogliono che si prendano
uccellatori, pescatori, cuochi, ruffiani e qualunque fa arte di sollazzo; ma
vogliono che si tolgano, oltre a' lavoratori di terra, fabbri, maniscalchi,
legnaiuoli, beccai, cacciatori, e simili. Ma io ne farei poca differenza, quanto
al conietturare dall'arte la bontà dell'uomo; ma sì bene, quanto
al poterlo con più utilità usare. E per questa cagione i contadini
che sono usi a lavorare la terra, sono più utili che niuno; perché
di tutte l'arti questa negli eserciti si adopera più che l'altre. Dopo
questa sono i fabbri, legnaiuoli, maniscalchi, scarpellini; de' quali è
utile avere assai, perché torna bene la loro arte in molte cose, sendo
cosa molto buona avere uno soldato del quale tu tragga doppio servigio.
COSIMO Da che si conoscono quelli che sono o non sono sufficienti a militare?
FABRIZIO Io voglio parlare del modo dello eleggere una ordinanza nuova per farne
di poi uno esercito; perché parte si viene ancora a ragionare della elezione
che si facesse ad instaurazione d'una ordinanza vecchia. Dico, pertanto, che
la bontà d'uno che tu hai ad eleggere per soldato, si conosce o per esperienza,
mediante qualche sua egregia opera, o per coniettura. La pruova di virtù
non si può trovare negli uomini che si eleggono di nuovo e che mai più
non sono stati eletti; e di questi se ne truova o pochi o niuno nell'ordinanze
che di nuovo s'ordinano. È necessario pertanto, mancando questa esperienza,
ricorrere alla coniettura; la quale si trae dagli anni, dall'arte e dalla presenza.
Di quelle due prime si è ragionato; resta parlare della terza; e però
dico come alcuni hanno voluto che il soldato sia grande, tra i quali fu Pirro;
alcuni altri gli hanno eletti dalla gagliardia solo del corpo, come faceva Cesare;
la quale gagliardia di corpo e d'animo si coniettura dalla composizione delle
membra e dalla grazia dell'aspetto. E però dicono questi che ne scrivono,
che vuole avere gli occhi vivi e lieti, il collo nervoso, il petto largo, le
braccia musculose, le dita lunghe, poco ventre, i fianchi rotundi, le gambe
e il piede asciutto; le quali parti sogliono sempre rendere l'uomo agile e forte,
che sono due cose che in uno soldato si cercano sopra tutte l'altre. Debbesi
sopratutto riguardare a' costumi, e che in lui sia onestà e vergogna,
altrimenti si elegge uno instrumento di scandolo e uno principio di corruzione;
perché non sia alcuno che creda che nella educazione disonesta e nello
animo brutto possa capere alcuna virtù che sia in alcuna parte lodevole.
Non mi pare superfluo, anzi credo che sia necessario, perché voi intendiate
meglio la importanza di questo deletto, dirvi il modo che i consoli romani nel
principio del magistrato loro osservavono nello eleggere le romane legioni;
nel quale deletto, per essere mescolati quegli si avevono ad eleggere, rispetto
alle continue guerre, d'uomini veterani e nuovi, potevano procedere con la esperienza
ne' vecchi e con la coniettura ne' nuovi. E debbesi notare questo: che questi
deletti si fanno, o per usargli allora, o per esercitargli allora ed usargli
a tempo. Io ho parlato e parlerò di tutto quello che si ordina per usarlo
a tempo, perché la intenzione mia è mostrarvi come si possa ordinare
uno esercito ne' paesi dove non fusse milizia, ne' quali paesi non si può
avere deletti per usargli allora; ma in quegli donde sia costume trarre eserciti,
e per via del principe, si può bene avergli per allora, come si osservava
a Roma e come si osserva oggi tra i Svizzeri. Perché in questi deletti,
se vi sono de' nuovi, vi sono ancora tanti degli altri consueti a stare negli
ordini militari, che, mescolati i nuovi ed i vecchi insieme, fanno uno corpo
unito e buono; nonostante che gli imperadori, poi che cominciarono a tenere
le stazioni de' soldati ferme, avevano preposto sopra i militi novelli, i quali
chiamavano Tironi, uno maestro ad esercitargli, come si vede nella vita di Massimino
imperadore. La quale cosa, mentre che Roma fu libera, non negli eserciti, ma
dentro nella città era ordinato; ed essendo in quella consueti gli esercizi
militari dove i giovanetti si esercitavano, ne nasceva che, sendo scelti poi
per ire in guerra, erano assuefatti in modo nella finta milizia, che potevano
facilmente adoperarsi nella vera. Ma avendo di poi quegli imperadori spenti
questi esercizi, furono necessitati usare i termini che io v'ho dimostrati.
Venendo pertanto al modo del deletto romano, dico, poi che i consoli romani,
a' quali era imposto il carico della guerra, avevano preso il magistrato, volendo
ordinare i loro eserciti (perché era costume che qualunque di loro avesse
due legioni d'uomini romani, le quali erano il nervo degli eserciti loro), creavano
ventiquattro tribuni militari, e ne proponevano sei per ciascuna legione, i
quali facevano quello uffizio che fanno oggi quegli che noi chiamiamo connestaboli.
Facevano di poi convenire tutti gli uomini romani idonei a portare armi, e ponevano
i tribuni di qualunque legione separati l'uno dall'altro. Di poi a sorte traevano
i tribi, de' quali si avesse prima a fare il deletto, e di quello tribo sceglievano
quattro de' migliori, de' quali ne era eletto uno da' tribuni della prima legione;
dagli altri tre, ne era eletto uno da' tribuni della seconda legione; degli
altri due, ne era eletto uno da' tribuni della terza; e quello ultimo toccava
alla quarta legione. Dopo questi quattro se ne sceglieva altri quattro; de'
quali, prima, uno ne era eletto da' tribuni della seconda legione; il secondo
da quelli della terza; il terzo da quelli della quarta; il quarto rimaneva alla
prima. Di poi se ne sceglieva altri quattro: il primo sceglieva la terza, il
secondo la quarta, il terzo la prima, il quarto restava alla seconda; e così
variava successivamente questo modo dello eleggere, tanto che la elezione veniva
ad essere pari e le legioni si ragguagliavano. E come di sopra dicemmo, questo
deletto si poteva fare per usarlo allora, perché si faceva d'uomini de'
quali buona parte erano esperimentati nella vera milizia e tutti, nella finta,
esercitati; e potevasi fare questo deletto per coniettura e per esperienza.
Ma dove si avesse ad ordinare una milizia di nuovo, e per questo a scergli per
a tempo, non si può fare questo deletto se non per coniettura, la quale
si prende dagli anni e dalla presenza.
COSIMO Io credo al tutto essere vero quanto da voi è stato detto. Ma,
innanzi che voi passiate ad altro ragionamento, io vi voglio domandare d'una
cosa di che voi mi avete fatto ricordare, dicendo che il deletto che si avesse
a fare dove non fussero gli uomini usi a militare, si arebbe a fare per coniettura;
perché io ho sentito in molte parti biasimare l'ordinanza nostra, e massime
quanto al numero, perché molti dicono che se ne debbe tòrre minore
numero, di che se ne trarrebbe questo frutto: che sarebbono migliori e meglio
scelti; non si darebbe tanto disagio agli uomini; potrebbesi dar loro qualche
premio mediante il quale starebbono più contenti, e meglio si potrebbono
comandare. Donde io vorrei intendere in questa parte l'opinione vostra, e se
voi ameresti più il numero grande che il piccolo, e quali modi terresti
ad eleggerli nell'uno e nell'altro numero.
FABRIZIO Sanza dubbio egli è migliore e più necessario il numero
grosso che il piccolo; anzi, a dire meglio, dove non se ne può ordinare
gran quantità, non si può ordinare una ordinanza perfetta; e facilmente
io vi annullerò tutte le ragioni assegnate da cotestoro. Dico pertanto,
in prima, che 'l minore numero dove sia assai popolo, come è, verbigrazia,
in Toscana, non fa che voi gli abbiate migliori, né che il deletto sia
più scelto. Perché volendo, nello eleggere gli uomini, giudicargli
dall'esperienza, se ne troverebbe in quel paese pochissimi i quali l'esperienza
facesse probabili, sì perché pochi ne sono stati in guerra, sì
perché, di quegli pochi, pochissimi hanno fatto pruova mediante la quale
ei meritassono di essere prima scelti che gli altri; in modo che chi gli debbe
in simili luoghi eleggere, conviene lasci da parte l'esperienza e gli prenda
per coniettura. Riducendosi dunque altri in tale necessità, vorrei intendere,
se mi vengono avanti venti giovani di buona presenza, con che regola io ne debbo
prendere o lasciare alcuno; tale che, sanza dubbio, credo che ogni uomo confesserà
come e' fia minore errore torgli tutti per armargli ed esercitargli, non potendo
sapere quale di loro sia migliore, e riserbarsi a fare poi più certo
deletto quando, nel praticargli con lo esercizio, si conoscessero quegli di
più spirito e di più vita. In modo che, considerato tutto, lo
scerne in questo caso pochi per avergli migliori è al tutto falso. Quanto
per dare meno disagio al paese e agli uomini, dico che l'ordinanza, o molta
o poca ch'ella sia, non dà alcuno disagio; perché questo ordine
non toglie gli uomini da alcuna loro faccenda, non gli lega che non possano
ire a fare alcuno loro fatto, perché gli obliga solo ne' giorni oziosi
a convenire insieme per esercitarsi; la quale cosa non fa danno né al
paese né agli uomini, anzi a' giovani arrecherebbe diletto, perché,
dove ne' giorni festivi vilmente si stanno oziosi per li ridotti, andrebbero
per piacere a questi esercizi, perché il trattare dell'armi, com'egli
è bello spettacolo, così è a' giovani dilettevole. Quanto
a potere pagare il minore numero e, per questo, tenergli più ubbidienti
e più contenti, rispondo come non si può fare ordinanza di sì
pochi, che si possano in modo continuamente pagare, che quel pagamento loro
sodisfaccia. Verbigrazia, se si ordinasse una milizia di cinquemila fanti, a
volergli pagare in modo che si credesse che si contentassono, converrebbe dar
loro almeno diecimila ducati il mese. In prima, questo numero di fanti non basta
a fare uno esercito; questo pagamento è insopportabile a uno stato, e,
dall'altro canto, non è sufficiente a tenere gli uomini contenti, ed
obligati da potersene valere a sua posta. In modo che, nel fare questo, si spenderebbe
assai, arebbesi poche forze, e non sarebbero a sufficienza o a defenderti o
a fare alcuna tua impresa. Se tu dessi loro più, o ne prendessi più,
tanta più impossibilità ti sarebbe il pagargli. Se tu dessi loro
meno, o ne prendessi meno, tanta meno contentezza sarebbe in loro, o a te tanta
meno utilità arrecherebbono. Pertanto quegli che ragionano di fare una
ordinanza, e, mentre ch'ella si dimora a casa, pagarla, ragionano di cose o
impossibili o inutili. Ma è bene necessario pagargli quando si levono
per menargli alla guerra. Pure se tale ordine dessi a' descritti in quello qualche
disagio ne' tempi di pace (che non ce lo veggo) e' vi sono per ricompenso tutti
quegli beni che arreca una milizia ordinata in uno paese, perché sanza
quella non vi è secura cosa alcuna. Conclude che, chi vuole il poco numero
per poterlo pagare, o per qualunque altra delle cagioni allegate da voi, non
se ne intende, perché ancora fa per la opinione mia, che sempre ogni
numero ti diminuirà tra le mani per infiniti impedimenti che hanno gli
uomini, di modo che il poco numero tornerebbe a niente. Appresso, avendo l'ordinanza
grossa, ti puoi a tua elezione valere de' pochi e degli assai. Oltre a questo,
ella ti ha a servire in fatto e in riputazione, e sempre ti darà più
riputazione il gran numero. Aggiugnesi a questo che, faccendosi l'ordinanze
per tenere gli uomini esercitati, se tu scrivi poco numero di uomini in assai
paese, ei sono tanto distanti gli scritti l'uno dall'altro, che tu non puoi
sanza loro danno gravissimo raccozzargli per esercitargli; e sanza questo esercizio
l'ordinanza è inutile, come nel suo luogo si dirà.
COSIMO Basti sopra questa mia domanda quanto avete detto; ma io disidero ora
che voi mi solviate uno altro dubbio. Costoro dicono che tale moltitudine di
armati è per fare confusione, scandolo e disordine nel paese.
FABRIZIO Questa è un'altra vana opinione, per la cagione vi dirò.
Questi ordinati all'armi possono causare disordine in due modi: o tra loro,
o contro ad altri. Alle quali cose si può facilmente ovviare, dove l'ordine
per se medesimo non ovviasse; perché, quanto agli scandoli tra loro,
questo ordine gli leva, non gli nutrisce, perché, nello ordinarli, voi
date loro armi e capi. Se il paese dove voi gli ordinate è sì
imbelle che non sia, tra gli uomini di quello, armi, e sì unito che non
vi sia capi, questo ordine gli fa più feroci contro al forestiero, ma
non gli fa in niuno modo più disuniti, perché gli uomini bene
ordinati temono le leggi, armati come disarmati; né mai possono alterare,
se i capi che voi date loro non causano l'alterazione; e il modo a fare questo
si dirà ora. Ma se il paese dove voi gli ordinate, è armigero
e disunito, questo ordine solo è cagione d'unirgli, perché costoro
hanno armi e capi per loro medesimi, ma sono l'armi inutili alla guerra, e i
capi nutritori di scandoli. E questo ordine dà loro armi utili alla guerra
e capi estinguitori degli scandoli; perché subito che in quel paese è
offeso alcuno, ricorre al suo capo di parte, il quale, per mantenersi la reputazione,
lo conforta alla vendetta, non alla pace. Al contrario fa il capo publico; tale
che per questa via si lieva la cagione degli scandoli e si prepara quella della
unione; e le provincie unite ed effeminate perdono la viltà e mantengono
l'unione; le disunite e scandolose si uniscono e quella loro ferocia, che sogliono
disordinatamente adoperare, si rivolta in publica utilità. Quanto a volere
che non nuocano contro ad altri, si debbe considerare che non possono fare questo
se non mediante i capi che gli governono. A volere che i capi non facciano disordine,
è necessario avere cura che non acquistino sopra di loro troppa autorità.
E avete a considerare che questa autorità si acquista o per natura, o
per accidente. E quanto alla natura, conviene provvedere che chi è nato
in un luogo, non sia preposto agli uomini descritti in quello, ma sia fatto
capo di quelli luoghi dove non abbia alcuna naturale convenienza. Quanto allo
accidente, si debbe ordinare la cosa in modo che ciascuno anno i capi si permutino
da governo a governo; perché la continua autorità sopra i medesimi
uomini genera tra loro tanta unione, che facilmente si può convertire
in preiudizio del principe. Le quali permute quanto sieno utili a quegli che
le hanno usate, e dannose a chi non le ha osservate, si conosce per lo esempio
del regno degli Assiri e dello imperio de' Romani; dove si vede che quel regno
durò mille anni sanza tumulto e sanza alcuna guerra civile; il che non
procedé da altro che dalle permute che facevono da luogo a luogo ogni
anno quegli capitani i quali erano preposti alla cura degli eserciti. Né
per altra cagione nello imperio romano, spento che fu il sangue di Cesare, vi
nacquero tante guerre civili tra' capitani degli eserciti e tante congiure da'
predetti capitani contro agli imperadori, se non per tenere continuamente fermi
quegli capitani ne' medesimi governi. E se in alcuni di quegli primi imperadori
e di quegli poi i quali tennono l'imperio con reputazione, come Adriano, Marco,
Severo e simili, fusse stato tanto vedere, che gli avessono introdotto questo
costume di permutare i capitani in quello imperio, sanza dubbio lo facevono
più quieto e più durabile; perché i capitani arebbero avuta
minore occasione di tumultuare, gl'imperadori minore cagione di temere, e il
senato, ne' mancamenti delle successioni, arebbe avuto nella elezione dello
imperadore più autorità, e per conseguente sarebbe stata migliore.
Ma le cattive consuetudini, o per la ignoranza o per la poca diligenza degli
uomini, né per i malvagi né per i buoni esempli si possono levare
via.
COSIMO Io non so se col mio domandare io v'ho quasi che tratto fuora dell'ordine
vostro, perché dal deletto noi siamo entrati in uno altro ragionamento;
e se io non me ne fussi poco fa scusato, crederrei meritarne qualche riprensione.
FABRIZIO Non vi dia noia questo; perché tutto questo ragionamento era
necessario volendo ragionare della ordinanza la quale, sendo biasimata da molti,
conveniva la scusassi, volendo che questa prima parte del deletto ci avesse
luogo. E prima che io descenda all'altre parti, io voglio ragionare del deletto
degli uomini a cavallo. Questo si faceva, appresso agli antichi, de' più
ricchi, avendo riguardo e agli anni e alla qualità dell'uomo; e ne eleggevano
trecento per legione, tanto che i cavagli romani in ogni esercito consolare
non passavano la somma di secento.
COSIMO Faresti voi ordinanza di cavagli per esercitargli a casa, e valersene
col tempo?
FABRIZIO Anzi è necessario; e non si può fare altrimenti, a volere
avere l'armi che sieno sue, e a non volere avere a torre di quegli che ne fanno
arte.
COSIMO Come gli eleggeresti?
FABRIZIO Imiterei i Romani; torrei de' più ricchi, darei loro capi in
quel modo che oggi agli altri si danno, e gli armerei ed eserciterei.
COSIMO A questi sarebb'egli bene dare qualche provvisione!
FABRIZIO Sì bene; ma tanta solamente, quanta è necessaria a nutrire
il cavallo; perché, arrecando a' tuoi sudditi spesa, si potrebbono dolere
di te. Però sarebbe necessario pagare loro il cavallo e le spese di quello.
COSIMO Quanto numero ne faresti, e come gli armeresti?
FABRIZIO Voi passate in un altro ragionamento. Io vel dirò nel suo luogo,
che fia quando io vi arò detto come si debbono armare i fanti, o come
a fare una giornata si preparano.
LIBRO SECONDO
Io credo che sia necessario, trovati che sono gli uomini, armargli;
e volendo fare questo, credo sia cosa necessaria esaminare che arme usavano
gli antichi, e di quelle eleggere le migliori. I Romani dividevano le loro fanterie
in gravemente e leggermente armate. Quelle dell'armi leggieri chiamavano con
uno vocabolo Veliti. Sotto questo nome s'intendevano tutti quegli che traevano
con la fromba, con la balestra, co' dardi, e portavano la maggior parte di loro,
per loro difesa, coperto il capo e come una rotella in braccio. Combattevano
costoro fuora degli ordini e discosti alla grave armadura; la quale era una
celata che veniva infino in sulle spalle, una corazza che con le sue falde perveniva
infino alle ginocchia; e avevano le gambe e le braccia coperte dagli stinieri
e da' bracciali, con uno scudo imbracciato lungo due braccia e largo uno, il
quale aveva un cerchio di ferro di sopra, per potere sostenere il colpo, e un
altro di sotto, acciò che, in terra stropicciandosi, non si consumasse.
Per offendere avevano cinta una spada in sul fianco sinistro lunga uno braccio
e mezzo, in sul fianco destro uno stiletto. Avevano uno dardo in mano, il quale
chiamavono pilo, e nello appiccare la zuffa lo lanciavano al nimico. Questa
era la importanza delle armi romane, con le quali eglino occuparono tutto el
mondo. E benché alcuni di questi antichi scrittori dieno loro, oltre
alle predette armi, una asta in mano in modo che uno spiede, io non so come
una asta grave si possa da chi tiene lo scudo adoperare; perché, a maneggiarla
con due mani, lo scudo lo impedisce, con una, non può fare cosa buona
per la gravezza sua. Oltre a questo, combattere nelle frotte e negli ordini
con l'arme in asta è inutile, eccetto che nella prima fronte dove si
ha lo spazio libero a potere spiegare tutta l'asta; il che negli ordini dentro
non si può fare, perché la natura delle battaglie, come nello
ordine di quelle vi dirò, è continuamente ristringersi; perché
si teme meno questo, ancora che sia inconveniente, che il rallargarsi, dove
è il pericolo evidentissimo. Tal che tutte le armi che passano di lunghezza
due braccia, nelle stretture sono inutili; perché se voi avete l'asta
e vogliate adoperarla a due mani, posto che lo scudo non vi noiasse, non potete
offendere con quella uno nimico che vi sia addosso. Se voi la prendete con una
mano, per servirvi dello scudo, non la potendo pigliare se non nel mezzo, vi
avanza tanta asta dalla parte di dietro, che quelli che vi sono di dietro v'impediscono
a maneggiarla. E che sia vero, o che i Romani non avessono queste aste, o che,
avendole, se ne valessono poco, leggete tutte le giornate nella sua Istoria
da Tito Livio celebrate, e vedrete, in quelle radissime volte essere fatta menzione
delle aste; anzi sempre dice che, lanciati i pili, ei mettevano mano alla spada.
Però io voglio lasciare queste aste e attenermi, quanto a' Romani, alla
spada per offesa e, per difesa allo scudo con l'altre armi sopradette. I Greci
non armavono sì gravemente per difesa come i Romani, ma, per offesa si
fondavono più in su l'asta che in su la spada, e massime le falangi di
Macedonia, le quali portavano aste che chiamavono sarisse, lunghe bene dieci
braccia, con le quali eglino aprivono le stiere nimiche e tenevano gli ordini
nelle loro falangi. E benché alcuni scrittori dicono ch'egli avevano
ancora lo scudo, non so, per le ragioni dette di sopra, come e' potevano stare
insieme le sarisse e quegli. Oltre a questo, nella giornata che fece Paulo Emilio
con Persa re di Macedonia, non mi ricorda che vi sia fatta menzione di scudi,
ma solo delle sarisse e delle difficultà che ebbe lo esercito romano
a vincerle. In modo che io conietturo che non altrimenti fusse una falange macedonica,
che si sia oggi una battaglia di Svizzeri, i quali hanno nelle picche tutto
lo sforzo e tutta la potenza loro. Ornavano i Romani, oltre alle armi, le fanterie
con pennacchi; le quali cose fanno l'aspetto d'uno esercito agli amici bello,
a' nimici terribile. L'armi degli uomini a cavallo, in quella prima antichità
romana, erano uno scudo tondo, ed avevano coperto il capo e il resto era disarmato.
Avevano la spada, e una asta con il ferro solamente dinanzi, lunga e sottile,
donde venivano a non potere fermare lo scudo; e l'asta nello agitarsi si fiaccava,
ed essi, per essere disarmati, erano esposti alle ferite. Di poi con il tempo
si armarono come i fanti; ma avevano lo scudo più breve e quadrato e
l'asta più ferma e con due ferri, acciò che, scollandosi da una
parte, si potessero valere dell'altra. Con queste armi, così di piede
come di cavallo, occuparono i miei Romani tutto il mondo; ed è credibile,
per il frutto che se ne vide, che fussono i meglio armati eserciti che fussero
mai. E Tito Livio nelle sue Istorie ne fa fede assai volte dove, venendo in
comparazione degli eserciti nimici, dice: «Ma i Romani per virtù,
per generazione di armi e disciplina erano superiori»; e però io
ho più particolarmente ragionato delle armi de' vincitori che de' vinti.
Parmi bene solo da ragionare del modo dello armare presente. Hanno i fanti,
per loro difesa, uno petto di ferro e, per offesa, una lancia nove braccia lunga,
la quale chiamano picca, con una spada al fianco piuttosto tonda nella punta
che acuta. Questo è l'armare ordinario delle fanterie d'oggi, perché
pochi ne sono che abbiano armate le stiene e le braccia, niuno il capo; e quelli
pochi portano in cambio di picca una alabarda, l'asta della quale, come sapete,
è lunga tre braccia e ha il ferro ritratto come una scure. Hanno tra
loro scoppiettieri, i quali, con lo impeto del fuoco, fanno quello ufficio che
facevano anticamente i funditori e i balestrieri. Questo modo dello armare fu
trovato da' populi tedeschi e massime dai Svizzeri; i quali, sendo poveri e
volendo vivere liberi, erano e sono necessitati combattere con la ambizione
de' principi della Magna; i quali, per essere ricchi, potevano nutrire cavagli,
il che non potevano fare quelli popoli per la povertà; onde ne nacque
che, essendo a piè e volendosi difendere da' nimici che erano a cavallo,
convenne loro ricercare degli antichi ordini e trovare arme che dalla furia
de' cavagli gli difendesse. Questa necessità ha fatto o mantenere o ritrovare
a costoro gli antichi ordini, sanza quali, come ciascuno prudente afferma, la
fanteria è al tutto inutile. Presono pertanto per arme le picche, arme
utilissima non solamente a sostenere i cavagli, ma a vincergli. E hanno per
virtù di queste armi e di questi ordini presa i Tedeschi tanta audacia,
che quindici o ventimila di loro assalterebbero ogni gran numero di cavagli;
e di questo da venticinque anni in qua se ne sono vedute esperienze assai. E
sono stati tanto possenti gli esempli della virtù loro fondati in su
queste armi e questi ordini, che poi che il re Carlo passò in Italia,
ogni nazione gli ha imitati; tanto che gli eserciti spagnuoli sono divenuti
in una grandissima reputazione.
COSIMO Quale modo di armare lodate voi più: o questo tedesco o lo antico
romano?
FABRIZIO Il romano sanza dubbio; e dirovvi il bene e il male dell'uno e dell'altro.
I fanti tedeschi così armati possono sostenere e vincere i cavagli; sono
più espediti al cammino e all'ordinarsi, per non essere carichi d'armi.
Dall'altra parte sono esposti a tutti i colpi, e discosto e d'appresso, per
essere disarmati; sono inutili alle battaglie delle terre e ad ogni zuffa dove
sia gagliarda resistenza. Ma i Romani sostenevano e vincevano i cavagli, come
questi; erano securi da' colpi da presso e di lontano, per essere coperti d'armi;
potevano meglio urtare e meglio sostenere gli urti, avendo gli scudi; potevano
più attamente nelle presse valersi con la spada che questi con la picca;
e se ancora hanno la spada, per essere sanza lo scudo, ella diventa in tale
caso inutile. Potevano securamente assaltare le terre, avendo il capo coperto
e potendoselo meglio coprire con lo scudo. Talmente che ei non avevano altra
incommodità che la gravezza dell'armi e la noia dello averle a condurre;
le quali cose essi superavano con lo avvezzare il corpo a' disagi e con indurirlo
a potere durare fatica. E voi sapete come nelle cose consuete gli uomini non
patiscono. E avete ad intendere questo: che le fanterie possono avere a combattere
con fanti e con cavagli, e sempre fieno inutili quelle che non potranno o sostenere
i cavagli, o, potendoli sostenere, abbiano nondimeno ad avere paura di fanterie
che sieno meglio armate e meglio ordinate che loro. Ora se voi considererete
la fanteria tedesca e la romana, voi troverrete nella tedesca attitudine, come
abbiamo detto, a vincere i cavagli, ma disavvantaggio grande quando combatte
con una fanteria ordinata come loro e armata come la romana. Tale che vi sarà
questo vantaggio dall'una all'altra: che i Romani potranno superare i fanti
e i cavagli, i Tedeschi solo i cavagli.
COSIMO Io disidererei che voi venissi a qualche esempio più particolare,
acciò che noi lo intendessimo meglio.
FABRIZIO Dico così: che voi troverrete, in molti luoghi delle istorie
nostre, le fanterie romane avere vinti innumerabili cavagli, e mai troverrete
ch'elle siano state vinte da uomini a piè, per difetto ch'ell'abbiano
avuto nell'armare, o per vantaggio che abbia avuto il nimico nell'armi. Perché,
se il modo del loro armare avesse avuto difetto, egli era necessario che seguisse
l'una delle due cose: o che, trovando chi armasse meglio di loro, ei non andassono
più avanti con gli acquisti, o che pigliassero de' modi forestieri e
lasciassero i loro. E perché non seguì né l'una cosa né
l'altra, ne nasce che si può facilmente conietturare che il modo dell'armare
loro fusse migliore che quello di alcuno altro. Non è già così
intervenuto alle fanterie tedesche, perché si è visto fare loro
cattiva pruova qualunque volta quelle hanno avuto a combattere con uomini a
piè, ordinati e ostinati come loro; il che è nato dal vantaggio
che quelle hanno riscontro nelle armi nimiche. Filippo Visconti, duca di Milano,
essendo assaltato da diciottomila Svizzeri, mandò loro incontro il conte
Carmignuola, il quale allora era suo capitano. Costui con seimila cavagli e
pochi fanti, gli andò a trovare, e, venendo con loro alle mani, fu ributtato
con suo danno gravissimo. Donde il Carmignuola, come uomo prudente, subito conobbe
la potenza dell'armi nimiche, e quanto contro a' cavagli le prevalevano, e la
debolezza de' cavagli contro a quegli a piè così ordinati; e rimesso
insieme le sue genti, andò a ritrovare i Svizzeri e, come fu loro propinquo,
fece scendere da cavallo le sue genti d'armi; e in tale maniera combattendo
con quegli, tutti, fuora che tremila, gli ammazzò; i quali, veggendosi
consumare sanza avere rimedio, gittate l'armi in terra, si arrenderono.
COSIMO Donde nasce tanto disavvantaggio?
FABRIZIO Io ve l'ho poco fa detto; ma poiché voi non lo avete inteso,
io ve lo replicherò. Le fanterie tedesche, come poco fa vi si disse,
quasi disarmate per difendersi, hanno, per offendere, la picca e la spada. Vengono
con queste armi e con gli loro ordini a trovare il nimico, il quale, se è
bene armato per difendersi, come erano gli uomini d'arme del Carmignuola che
gli fece scendere a piè, viene con la spada e ne' suoi ordini a trovargli;
e non ha altra difficultà che accostarsi a' Svizzeri tanto che gli aggiunga
con la spada; perché, come gli ha aggiunti, li combatte securamente,
perché il tedesco non può dare con la picca al nimico che gli
è presso per la lunghezza dell'asta, e gli conviene mettere mano alla
spada, la quale è a lui inutile, sendo egli disarmato e avendo all'incontro
uno nimico che sia tutto armato. Donde chi considera il vantaggio e il disavvantaggio
dell'uno e dell'altro, vedrà come il disarmato non vi arà rimedio
veruno; e il vincere la prima punga e passare le prime punte delle picche non
è molta difficultà, sendo bene armato chi le combatte; perché
le battaglie vanno (come voi intenderete meglio, quando io vi arò dimostro
com'elle si mettono insieme) e, andando, di necessità si accostano in
modo l'una all'altra, ch'elle si pigliano per il petto; e se dalle picche ne
è alcuno morto o gittato per terra, quegli che rimangono in piè
sono tanti che bastano alla vittoria. Di qui nacque che il Carmignuola vinse
con tanta strage de' Svizzeri e con poca perdita de' suoi.
COSIMO Considerate che quegli del Carmignuola furono uomini d'arme, i quali,
benché fussero a piè, erano coperti tutti di ferro, e però
poterono fare la pruova che fecero; sì che io mi penso che bisognasse
armare una fanteria come loro, volendo fare la medesima pruova.
FABRIZIO Se voi vi ricordassi come io dissi che i Romani armavano, voi non penseresti
a cotesto, perché uno fante che abbia il capo coperto dal ferro, il petto
difeso dalla corazza e dallo scudo, le gambe e le braccia armate, è molto
più atto a difendersi dalle picche ed entrare tra loro, che non è
uno uomo d'arme a piè. Io ne voglio dare un poco di esemplo moderno.
Erano scese di Sicilia nel regno di Napoli fanterie spagnuole, per andare a
trovare Consalvo, che era assediato in Barletta da' Franzesi. Fecesi loro incontro
monsignore d'Ubignì con le sue genti d'arme e con circa quattromila fanti
tedeschi. Vennero alle mani i Tedeschi. Con le loro picche basse apersero le
fanterie spagnuole, ma quelle, aiutate da' loro brocchieri e dall'agilità
del corpo loro, si mescolarono con i Tedeschi, tanto che gli poterono aggiugnere
con la spada; donde ne nacque la morte, quasi, di tutti quegli e la vittoria
degli Spagnuoli. Ciascuno sa quanti fanti tedeschi morirono nella giornata di
Ravenna; il che nacque dalle medesime cagioni: perché le fanterie spagnuole
si accostarono al tiro della spada alle fanterie tedesche, e le arebbero consumate
tutte, se da' cavagli franzesi non fussero i fanti tedeschi stati soccorsi;
nondimeno gli Spagnuoli, stretti insieme, si ridussero in luogo securo. Concludo,
adunque, che una buona fanteria dee non solamente potere sostenere i cavagli,
ma non avere paura de' fanti; il che, come ho molte volte detto procede dall'armi
e dall'ordine.
COSIMO Dite, pertanto, come voi l'armeresti.
FABRIZIO Prenderei delle armi romane e delle tedesche, e vorrei che la metà
fussero armati come i Romani e l'altra metà come i Tedeschi. Perché,
se in seimila fanti, come io vi dirò poco di poi, io avessi tremila fanti
con gli scudi alla romana e dumila picche e mille scoppiettieri alla tedesca,
mi basterebbono; perché io porrei le picche o nella fronte delle battaglie,
o dove io temessi più de' cavagli; e di quelli dello scudo e della spada
mi servirei per fare spalle alle picche e per vincere la giornata, come io vi
mostrerò. Tanto che io crederrei che una fanteria così ordinata
superasse oggi ogni altra fanteria.
COSIMO Questo che è detto ci basta quanto alle fanterie, ma quanto a'
cavagli disideriamo intendere quale vi pare più gagliardo armare, o il
nostro o l'antico?
FABRIZIO Io credo che in questi tempi, rispetto alle selle arcionate e alle
staffe non usate dagli antichi, si stia più gagliardamente a cavallo
che allora. Credo che si armi anche più sicuro, tale che oggi uno squadrone
di uomini d'arme, pesando assai, viene ad essere con più difficultà
sostenuto che non erano gli antichi cavagli. Con tutto questo, nondimeno, io
giudico che non si debba tenere più conto de' cavagli, che anticamente
se ne tenesse; perché, come di sopra si è detto, molte volte ne'
tempi nostri hanno con i fanti ricevuta vergogna, e la riceveranno, sempre che
riscontrino una fanteria armata e ordinata come di sopra. Aveva Tigrane, re
d'Armenia, contro allo esercito romano del quale era capitano Lucullo, cento
cinquantamila cavagli, tra li quali erano molti armati come gli uomini d'arme
nostri, i quali chiamavano catafratti; e dall'altra parte i Romani non aggiugnevano
a seimila, con venticinquemila fanti, tanto che Tigrane, veggendo l'esercito
de' nimici disse: - Questi sono cavagli assai per una ambasceria; - nondimeno,
venuto alle mani, fu rotto. E chi scrive quella zuffa vilipende quelli catafratti
mostrandogli inutili, perché dice che, per avere coperto il viso, erano
poco atti a vedere e offendere il nimico e, per essere aggravati dall'armi,
non potevano, cadendo, rizzarsi né della persona loro in alcuna maniera
valersi. Dico, pertanto, che quegli popoli, o regni, che istimeranno più
la cavalleria che la fanteria, sempre fieno deboli ed esposti a ogni rovina,
come si è veduta l'Italia ne' tempi nostri; la quale è stata predata,
rovinata e corsa da' forestieri, non per altro peccato che per avere tenuta
poca cura della milizia di piè, ed essersi ridotti i soldati suoi tutti
a cavallo. Debbesi bene avere de' cavagli, ma per secondo e non per primo fondamento
dello esercito suo; perché, a fare scoperte, a correre e guastare il
paese nimico, a tenere tribolato e infestato l'esercito di quello e in sull'armi
sempre, a impedirgli le vettovaglie, sono necessarii e utilissimi; ma, quanto
alle giornate e alle zuffe campali che sono la importanza della guerra e il
fine a che si ordinano gli eserciti, sono più utili a seguire il nimico,
rotto ch'egli è, che a fare alcuna altra cosa che in quelle si operi,
e sono alla virtù del peditato assai inferiori.
COSIMO E' mi occororno due dubitazioni; l'una, che io so che i Parti non operavano
in guerra altro che i cavagli, e pure si divisono il mondo con i Romani; l'altra,
che io vorrei che voi mi dicessi come la cavalleria puote essere sostenuta da'
fanti, e donde nasca la virtù di questi e la debolezza di quella.
FABRIZIO O io vi ho detto, o io vi ho voluto dire, come il ragionamento mio
delle cose della guerra non ha a passare i termini d'Europa. Quando così
sia, io non vi sono obligato a rendere ragione di quello che si è costumato
in Asia. Pure io v'ho a dire questo: che la milizia de' Parti era al tutto contraria
a quella de' Romani, perché i Parti militavano tutti a cavallo e, nel
combattere, procedevano confusi e rotti ed era uno modo di combattere instabile
e pieno di incertitudine. I Romani erano, si può dire, quasi tutti a
piè e combattevano stretti insieme e saldi; e vinsono variamente l'uno
l'altro secondo il sito largo o stretto; perché, in questo, i Romani
erano superiori, in quello, i Parti; i quali poterono fare gran pruove con quella
milizia, rispetto alla regione che loro avevano a difendere; la quale era larghissima,
perché ha le marine lontane mille miglia, i fiumi l'uno dall'altro due
o tre giornate, le terre medesimamente e gli abitatori radi; di modo che uno
esercito romano, grave e tardo per l'armi e per l'ordine, non poteva cavalcarlo
sanza suo grave danno, per essere chi lo difendeva a cavallo ed espeditissimo,
in modo ch'egli era oggi in uno luogo, e domani discosto cinquanta miglia; di
qui nacque, che i Parti poterono prevalersi con la cavalleria sola e la rovina
dell'esercito di Crasso e i pericoli di quello di Marco Antonio. Ma io, come
v'ho detto, non intendo in questo mio ragionamento parlare della milizia fuora
d'Europa; però voglio stare in su quello che ordinarono già i
Romani e i Greci, e oggi fanno i Tedeschi. Ma vegnamo all'altra domanda vostra,
dove voi disiderate intendere quale ordine o quale virtù naturale fa
che i fanti superano la cavalleria. E vi dico, in prima, come i cavagli non
possono andare, come i fanti, in ogni luogo. Sono più tardi a ubbidire,
quando occorre variare l'ordine, che i fanti; perché, s'egli è
bisogno o andando avanti tornare indietro, o tornando indietro andare avanti,
o muoversi stando fermi, o andando fermarsi, sanza dubbio non lo possono così
appunto fare i cavagli come i fanti. Non possono i cavagli, sendo da qualche
impeto disordinati, ritornare negli ordini se non con difficultà, ancora
che quello impeto manchi; il che rattissimo fanno i fanti. Occorre, oltre a
questo, molte volte, che uno uomo animoso sarà sopra uno cavallo vile
e uno vile sopra uno animoso; donde conviene che queste disparitadi d'animo
facciano disordine. Né alcuno si maravigli che uno nodo di fanti sostenga
ogni impeto di cavagli, perché il cavallo è animale sensato e
conosce i pericoli e male volentieri vi entra. E se considererete quali forze
lo facciano andar avanti e quali lo tengano indietro, vedrete sanza dubbio essere
maggiori quelle che lo ritengono che quelle che lo spingono; perché innanzi
lo fa andar lo sprone, e dall'altra banda lo ritiene o la spada o la picca.
Tale che si è visto per le antiche e per le moderne esperienze un nodo
di fanti essere securissimo, anzi insuperabile da' cavagli. E se voi arguissi
a questo che la foga con la quale viene, lo fa più furioso a urtare chi
lo volesse sostenere, meno stimare la picca che lo sprone, dico che, se il cavallo
discosto comincia a vedere di avere a percuotere nelle punte delle picche, o
per se stesso egli raffrenerà il corso, di modo che come egli si sentirà
pugnere si fermerà affatto, o, giunto a quelle, si volterà a destra
o a sinistra. Di che se volete fare esperienza, provate a correre un cavallo
contro a un muro; radi ne troverrete che, con quale vi vogliate foga, vi dieno
dentro. Cesare, avendo in Francia a combattere con i Svizzeri, scese e fece
scendere ciascuno a piè e rimuovere dalla schiera i cavagli, come cosa
più atta a fuggire che a combattere. Ma, nonostante questi naturali impedimenti
che hanno i cavagli, quello capitano che conduce i fanti, debbe eleggere vie
che abbiano per i cavagli più impedimenti si può; e rado occorrerà
che l'uomo non possa assicurarsi per la qualità del paese. Perché,
se si cammina per le colline, il sito ti libera da quelle foghe di che voi dubitate;
se si va per il piano, radi piani sono che, per le colture o per li boschi,
non ti assicurino; perché ogni macchia, ogni argine, ancora debole, toglie
quella foga, e ogni coltura, dove sia vigne e altri arbori, impedisce i cavagli.
E se tu vieni a giornata, quello medesimo ti interviene che camminando, perché
ogni poco di impedimento che il cavallo abbia, perde la foga sua. Una cosa nondimeno
non voglio scordare di dirvi: come i Romani istimavano tanto i loro ordini e
confidavono tanto nelle loro armi, che se gli avessono avuto ad eleggere o un
luogo sì aspro per guardarsi dai cavagli, dove ei non avessono potuti
spiegare gli ordini loro, o uno dove avessono avuto a temere più de'
cavagli, ma vi si fussono potuti distendere, sempre prendevano questo e lasciavano
quello. Ma perch'egli è tempo passare allo esercizio, avendo armate queste
fanterie secondo lo antico e moderno uso, vedreno quali esercizi facevano loro
fare i Romani, avanti che le fanterie si conduchino a fare giornata. Ancora
ch'elle siano bene elette e meglio armate, si deono con grandissimo studio esercitare,
perché sanza questo esercizio mai soldato alcuno non fu buono. Deono
essere questi esercizi tripartiti: l'uno, per indurare il corpo e farlo atto
a' disagi e più veloce e più destro; l'altro, per imparare ad
operare l'armi; il terzo, per imparare ad osservare gli ordini negli eserciti,
così nel camminare, come nel combattere e nello alloggiare. Le quali
sono le tre principali azioni che faccia uno esercito; perché, se uno
esercito cammina, alloggia e combatte ordinatamente e praticamente, il capitano
ne riporta l'onore suo, ancora che la giornata avesse non buono fine. Hanno
pertanto a questi esercizi tutte le republiche antiche provvisto in modo, per
costume e per legge, che non se ne lasciava indietro alcuna parte. Esercitavano
adunque la loro gioventù per fargli veloci nel correre, per fargli destri
nel saltare, per fargli forti a trarre il palo o a fare alle braccia. E queste
tre qualità sono quasi che necessarie in uno soldato, perché la
velocità lo fa atto a preoccupare i luoghi al nimico, a giugnerlo insperato
e inaspettato, a seguitarlo quando egli è rotto. La destrezza lo fa atto
a schifare il colpo, a saltare una fossa, a superare uno argine. La fortezza
lo fa meglio portare l'armi, urtare il nimico, sostenere uno impeto. E sopratutto,
per fare il corpo più atto a' disagi, si avvezzavano a portare gran pesi.
La quale consuetudine è necessaria, perché nelle espedizioni difficili
conviene molte volte che il soldato oltre all'armi, porti da vivere per più
giorni; e se non fusse assuefatto a questa fatica non potrebbe farlo; e per
questo o e' non si potrebbe fuggire uno pericolo o acquistare con fama una vittoria.
Quanto ad imparare ad operare l'armi, gli esercitavano in questo modo. Volevano
che i giovani si vestissero armi che pesassero più il doppio che le vere,
e per spada davano loro uno bastone piombato il quale, a comparazione di quella,
era gravissimo. Facevano a ciascuno di loro ficcare uno palo in terra che rimanesse
alto tre braccia, e in modo gagliardo, che i colpi non lo fiaccassero o atterrassono;
contro al quale palo il giovane con lo scudo e col bastone, come contro a uno
nimico, si esercitava; e ora gli tirava come se gli volesse ferire la testa
o la faccia, ora come se lo volesse percuotere per fianco, ora per le gambe,
ora si tirava indietro, ora si faceva innanzi. E avevano, in questo esercizio,
questa avvertenza: di farsi atti a coprire sé e ferire il nimico; e avendo
l'armi finte gravissime, parevano di poi loro le vere più leggieri. Volevano
i Romani che i loro soldati ferissono di punta e non di taglio, sì per
essere il colpo più mortale e avere manco difesa, sì per scoprirsi
meno chi ferisse ed essere più atto a raddoppiarsi che il taglio. Né
vi maravigliate che quegli antichi pensassero a queste cose minime, perché,
dove si ragiona che gli uomini abbiano a venire alle mani, ogni piccolo vantaggio
è di gran momento; e io vi ricordo quello che di questo gli scrittori
ne dicano, piuttosto che io ve lo insegni. Né istimavano gli antichi
cosa più felice in una republica, che essere in quella assai uomini esercitati
nell'armi; perché non lo splendore delle gemme e dell'oro fa che i nimici
ti si sottomettono, ma solo il timore dell'armi. Di poi gli errori che si fanno
nell'altre cose, si possono qualche volta correggere; ma quegli che si fanno
nella guerra, sopravvenendo subito la pena, non si possono emendare. Oltre a
questo, il sapere combattere fa gli uomini più audaci, perché
niuno teme di fare quelle cose che gli pare avere imparato a fare. Volevano
pertanto gli antichi che i loro cittadini si esercitassono in ogni bellica azione,
e facevano trarre loro, contro a quel palo, dardi più gravi che i veri;
il quale esercizio, oltre al fare gli uomini esperti nel trarre, fa ancora le
braccia più snodate e più forti. Insegnavano ancora loro trarre
con l'arco, con la fromba, e a tutte queste cose avevano preposti maestri, in
modo che poi, quando egli erano eletti per andare alla guerra, egli erano già
con l'animo e con la disposizione soldati. Né restava loro ad imparare
altro che andare negli ordini e mantenersi in quegli, o camminando o combattendo,
il che facilmente imparavano, mescolandosi con quegli che, per avere più
tempo militato, sapevano stare negli ordini.
COSIMO Quali esercizi faresti voi fare loro al presente?
FABRIZIO Assai di quegli che si sono detti, come: correre e fare alle braccia,
fargli saltare, fargli affaticare sotto armi più gravi che l'ordinarie,
fargli trarre con la balestra e con l'arco; a che aggiugnerei lo scoppietto,
istrumento nuovo, come voi sapete, e necessario. E a questi esercizi assuefarei
tutta la gioventù del mio stato, ma, con maggiore industria e più
sollecitudine, quella parte che io avessi descritta per militare; e sempre ne'
giorni oziosi si eserciterebbero. Vorrei ancora ch'egl'imparassino a notare;
il che è cosa molto utile, perché non sempre sono i ponti a' fiumi,
non sempre sono parati i navigii; tale che, non sapendo il tuo esercito notare,
resti privo di molte commodità, e ti si tolgono molte occasioni al bene
operare. I Romani non per altro avevano ordinato che i giovani si esercitassero
in Campo Marzio, se non perché, avendo propinquo il Tevere, potessero,
affaticati nello esercizio di terra, ristorarsi nella acqua e parte, nel notare,
esercitarsi. Farei ancora, come gli antichi, esercitare quegli che militassono
a cavallo; il che è necessarissimo, perché, oltre al sapere cavalcare
sappiano a cavallo valersi di loro medesimi. E per questo avevano ordinati cavagli
di legno, sopr'alli quali si addestravano, saltandovi sopra armati e disarmati,
sanza alcuno aiuto e da ogni mano, il che faceva che ad un tratto e ad un cenno
d'uno capitano la cavalleria era a piè, e così ad un cenno rimontava
a cavallo. E tali esercizi, e di piè e di cavallo, come allora erano
facili, così ora non sarebbero difficili a quella republica o a quel
principe che volesse farli mettere in pratica alla sua gioventù, come
per esperienza si vede in alcune città di Ponente dove si tengono vivi
simili modi con questo ordine. Dividono quelle tutti i loro abitanti in varie
parti, e ogni parte nominano da una generazione di quell'armi che egli usano
in guerra. E perché egli usano picche, alabarde, archi e scoppietti,
chiamano quelle: picchieri, alabardieri, scoppiettieri e arcieri. Conviene,
adunque, a tutti gli abitanti dichiararsi in quale ordine voglia essere descritto.
E perché tutti, o per vecchiezza o per altri impedimenti, non sono atti
alla guerra, fanno di ciascuno ordine una scelta, e gli chiamano i Giurati;
i quali ne' giorni oziosi sono obligati a esercitarsi in quell'armi dalle quali
sono nominati. E ha ciascuno il luogo suo deputato dal publico, dove tale esercizio
si debba fare; e quelli che sono di quello ordine, ma non de' Giurati, concorrono
con i danari a quelle spese che in tale esercizio sono necessarie. Quello pertanto
che fanno loro, potremmo fare noi; ma la nostra poca prudenza non lascia pigliare
alcuno buono partito. Da questi esercizi nasceva che gli antichi avevano buone
fanterie e che ora quegli di Ponente sono migliori fanti che i nostri; perché
gli antichi gli esercitavano, o a casa, come facevano quelle republiche, o negli
eserciti, come facevano quegli imperadori, per le cagioni che di sopra si dissono.
Ma noi a casa esercitare non li vogliamo; in campo non possiamo, per non essere
nostri suggetti e non gli potere obligare ad altri esercizi che per loro medesimi
si vogliono. La quale cagione ha fatto che si sono straccurati prima gli esercizi
e poi gli ordini, e che i regni e le repubbliche, massime italiane, vivono in
tanta debolezza. Ma torniamo all'ordine nostro; e, seguitando questa materia
degli esercizi, dico come non basta a far buoni eserciti avere indurati gli
uomini, fattigli gagliardi, veloci e destri; che bisogna ancora ch'egli imparino
a stare negli ordini, a ubbidire a' segni, a' suoni e alle voci del capitano,
e sapere, stando, ritirandosi, andando innanzi, combattendo e camminando, mantenere
quegli; perché sanza questa disciplina, con ogni accurata diligenza osservata
e praticata, mai esercito non fu buono. E sanza dubbio gli uomini feroci e disordinati
sono molto più deboli che i timidi e ordinati; perché l'ordine
caccia dagli uomini il timore, il disordine scema la ferocia. E perché
voi intendiate meglio quello che di sotto si dirà, voi avete a intendere
come ogni nazione, nell'ordinare gli uomini suoi alla guerra, ha fatto nell'esercito
suo, ovvero nella sua milizia uno membro principale; il quale, se l'hanno variato
con il nome, l'hanno poco variato con il numero degli uomini, perché
tutti l'hanno composto di sei in ottomila uomini. Questo membro da' Romani fu
chiamato legione, da' Greci falange, dai Franzesi caterva. Questo medesimo ne'
nostri tempi da' Svizzeri, i quali soli dell'antica milizia ritengono alcuna
ombra, è chiamato in loro lingua quello che in nostra significa battaglione.
Vero è che ciascuno l'ha poi diviso in varie battaglie e a suo proposito
ordinato. Parmi, adunque, che noi fondiamo il nostro parlare in su questo nome
come più noto, e di poi, secondo gli antichi e moderni ordini, il meglio
che è possibile, ordinarlo. E perché i Romani dividevano la loro
legione, che era composta di cinque in seimila uomini, in dieci coorti, io voglio
che noi dividiamo il nostro battaglione in dieci battaglie e lo componiamo di
seimila uomini di piè; e dareno a ogni battaglia quattrocentocinquanta
uomini, de' quali ne sieno quattrocento armati d'armi gravi e cinquanta d'armi
leggieri. L'armi gravi sieno trecento scudi con le spade, e chiaminsi scudati;
e cento con le picche, e chiaminsi picche ordinarie; l'armi leggieri sieno cinquanta
fanti armati di scoppietti, balestra e partigiane e rotelle; e questi da uno
nome antico si chiamino veliti ordinarii. Tutte le dieci battaglie pertanto
vengono ad avere tremila scudati, mille picche ordinarie e cinquecento veliti
ordinarii; i quali tutti fanno il numero di quattromila cinquecento fanti. E
noi diciamo che vogliamo fare il battaglione di seimila, però bisogna
aggiugnere altri mille cinquecento fanti, de' quali ne farei mille con le picche,
le quali chiamerei picche estraordinarie, e cinquecento armati alla leggiera,
i quali chiamerei veliti estraordinarii. E così verrebbero le mie fanterie,
secondo che poco fa dissi, a essere composte mezze di scudi e mezze fra picche
e altre armi. Preporrei a ogni battaglia uno connestabole, quattro centurioni
e quaranta capidieci; e di più un capo a' veliti ordinarii, con cinque
capidieci. Darei alle mille picche estraordinarie tre connestaboli, dieci centurioni
e cento capidieci; a' veliti estraordinarii due connestaboli, cinque centurioni
e cinquanta capidieci. Ordinerei di poi un capo generale di tutto il battaglione.
Vorrei che ciascuno connestabole avesse la bandiera e il suono. Sarebbe pertanto
composto uno battaglione di dieci battaglie, di tremila scudati, di mille picche
ordinarie, di mille estraordinarie, di cinquecento veliti ordinarii, di cinquecento
estraordinarii; e così verrebbero ad essere seimila fanti, tra quali
sarebbero mille cinquecento capidieci e, di più, quindici connestaboli
con quindici suoni e quindici bandiere, cinquantacinque centurioni, dieci capi
de' veliti ordinarii, e uno capitano di tutto il battaglione con la sua bandiera
e con il suo suono. E vi ho volentieri replicato questo ordine più volte,
acciò che poi, quando io vi mostrerò i modi dell'ordinare le battaglie
e gli eserciti, voi non vi confondiate. Dico, pertanto, come quel re o quella
republica dovrebbe quegli suoi sudditi ch'ella volesse ordinare all'armi, ordinargli
con queste armi e con queste parti, e fare nel suo paese tanti battaglioni di
quanti fusse capace. E quando gli avesse ordinati secondo la sopradetta distribuzione,
volendogli esercitare negli ordini, basterebbe esercitargli battaglia per battaglia.
E benché il numero degli uomini di ciascuna di esse non possa per sé
fare forma d'uno giusto esercito, nondimeno può ciascuno uomo imparare
a fare quello che s'appartiene a lui particolarmente; perché negli eserciti
si osserva due ordini: l'uno, quello che deono fare gli uomini in ciascuna battaglia,
e l'altro, quello che di poi debbe fare la battaglia quando è coll'altre
in uno esercito. E quelli uomini che fanno bene il primo, facilmente osservano
il secondo; ma, sanza sapere quello, non si può mai alla disciplina del
secondo pervenire. Possono, adunque, come ho detto, ciascuna di queste battaglie
da per sé imparare a tenere l'ordine delle file in ogni qualità
di moto e di luogo e, di poi, a sapere mettersi insieme, intendere il suono
mediante il quale nelle zuffe si comanda; sapere cognoscere da quello, come
i galeotti dal fischio, quanto abbiano a fare, o a stare saldi, o gire avanti,
o tornare indietro, o dove rivolgere l'armi e il volto. In modo che, sappiendo
tenere bene le file, talmente che né luogo né moto le disordinino,
intendendo bene i comandamenti del capo mediante il suono e sappiendo di subito
ritornare nel suo luogo, possono poi facilmente, come io dissi, queste battaglie,
sendone ridotte assai insieme, imparare a fare quello che tutto il corpo loro
è obligato, insieme con l'altre battaglie, in un esercito giusto operare.
E perché tale pratica universale ancora non è da istimare poco,
si potrebbe una volta o due l'anno, quando fusse pace, ridurre tutto il battaglione
insieme e dargli forma d'uno esercito intero, esercitandogli alcuni giorni come
se si avesse a fare giornata, ponendo la fronte, i fianchi e i sussidi ne' luoghi
loro. E perché uno capitano ordina il suo esercito alla giornata, o per
conto del nimico che vede o per quello del quale sanza vederlo dubita, si debbe
esercitare il suo esercito nell'uno modo e nell'altro, e istruirlo in modo che
possa camminare e, se il bisogno lo ricercasse, combattere, mostrando a' tuoi
soldati quando fussero assaltati da questa o da quella banda, come si avessero
a governare. E quando lo istruisse da combattere contro al nimico che vedessono,
mostrar loro come la zuffa s'appicca, dove si abbiano a ritirare sendo ributtati,
chi abbi a succedere in luogo loro, a che segni, a che suoni, a che voci debbano
ubbidire e praticarvegli in modo, con le battaglie e con gli assalti finti,
ch'egli abbiano a disiderare i veri. Perché lo esercito animoso non lo
fa per essere in quello uomini animosi, ma lo esservi ordini bene ordinati;
perché se io sono de' primi combattitori, e io sappia, sendo superato,
dove io m'abbia a ritirare e chi abbia a succedere nel luogo mio, sempre combatterò
con animo, veggendomi il soccorso propinquo. Se io sarò de' secondi combattitori,
lo essere spinti e ributtati i primi non mi sbigottirà, perché
io mi arò presupposto che possa essere e l'arò disiderato, per
essere quello che dia la vittoria al mio padrone, e non sieno quegli. Questi
esercizi sono necessarissimi dove si faccia uno esercito di nuovo; e dove sia
lo esercito vecchio sono necessarii, perché si vede come ancora che i
Romani sapessero da fanciugli l'ordine degli eserciti loro, nondimeno quegli
capitani, avanti che venissero al nimico, continuamente gli esercitavano in
quegli. E Iòsafo nella sua Istoria dice che i continui esercizi degli
eserciti romani facevano che tutta quella turba che segue il campo per guadagni,
era, nelle giornate, utile; perché tutti sapevano stare negli ordini
e combattere servando quelli. Ma negli eserciti d'uomini nuovi, o che tu abbi
messi insieme per combattere allora, o che tu ne faccia ordinanza per combattere
con il tempo, sanza questi esercizi, così delle battaglie di per sé,
come di tutto l'esercito, è fatto nulla; perché, sendo necessarii
gli ordini, conviene con doppia industria e fatica mostrargli a chi non gli
sa, che mantenergli a chi gli sa, come si vede che per mantenergli e per insegnargli
molti capitani eccellenti si sono sanza alcuno rispetto affaticati.
COSIMO E' mi pare che questo ragionamento vi abbia alquanto trasportato, perché,
non avendo voi ancora dichiarati i modi con i quali s'esercitano le battaglie,
voi avete ragionato dell'esercito intero e delle giornate.
FABRIZIO Voi dite la verità; e veramente ne è stata cagione l'affezione
che io porto a questi ordini, e il dolore che io sento veggendo che non si mettono
in atto, nondimanco non dubitate che io tornerò a segno. Come io v'ho
detto la prima importanza che è nell'esercizio, delle battaglie, è
sapere tenere bene le file. Per fare questo è necessario esercitargli
in quegli ordini che chiamano chiocciole. E perché io vi dissi che una
di queste battaglie debbe essere di quattrocento fanti armati d'armi gravi,
io mi fermerò sopra questo numero. Deonsi adunque ridurre in ottanta
file a cinque per fila. Di poi, andando o forte o piano, annodargli insieme
e sciorli; il che come si faccia, si può dimostrare più con i
fatti che con le parole. Di poi è meno necessario, perché ciascuno
che è pratico negli eserciti sa come questo ordine proceda; il quale
non è buono ad altro che all'avvezzare i soldati a tenere le file. Ma
vegnamo a mettere insieme una di queste battaglie. Dico che si dà loro
tre forme principali. La prima, la più utile, è farla tutta massiccia
e darle la forma di due quadri; la seconda è fare il quadro con la fronte
cornuta; la terza è farla con uno vacuo in mezzo che chiamano piazza.
Il modo del mettere insieme la prima forma può essere di due sorti. L'una
è fare raddoppiare le file: cioè, che la seconda fila entri nella
prima, la quarta nella terza, la sesta nella quinta, e così successive;
tanto che, dove ell'erono ottanta file a cinque per fila, diventino quaranta
file a dieci per fila. Di poi farle raddoppiare un'altra volta nel medesimo
modo, commettendosi l'una fila nell'altra, e così restono venti file
a venti uomini per fila. Questo fa due quadri incirca, perché, ancora
che sieno tanti uomini per un verso quanti per l'altro, nondimeno di verso le
teste si congiungono insieme, che l'uno fianco tocca l'altro; ma per l'altro
verso sono distanti almeno due braccia l'uno dall'altro, di qualità che
il quadro è più lungo dalle spalle alla fronte, che dall'uno fianco
all'altro. E perché noi abbiamo oggi a parlare più volte delle
parti davanti, di dietro e da lato di queste battaglie e di tutto l'esercito
insieme, sappiate che, quando io dirò o testa o fronte, vorrò
dire le parti dinanzi; quando dirò spalle, la parte di dietro; quando
dirò fianchi, le parti da lato. I cinquanta veliti ordinarii della battaglia
non si mescolano con l'altre file, ma, formata che è la battaglia, si
distendono per i fianchi di quella. L'altro modo di mettere insieme la battaglia
è questo; e perché egli è migliore che il primo, io vi
voglio mettere davanti agli occhi appunto com'ella si debbe ordinare. Io credo
che voi vi ricordiate di che numero d'uomini, di che capi ella è composta
e di che armi armata. La forma adunque che debbe avere questa battaglia, è,
come io dissi, di venti file a venti uomini per fila: cinque file di picche
in fronte e quindici file di scudi a spalle; due centurioni stieno nella fronte
e due dietro alle spalle, i quali facciano l'ufficio di quegli che gli antichi
chiamavano tergiduttori; il connestabole con la bandiera e con il suono stia
in quello spazio che è tra le cinque file delle picche e le quindici
degli scudi; de' capidieci, ne stia, sopr'ogni fianco di fila, uno, in modo
che ciascuno abbia a canto i suoi uomini; quegli che saranno a mano manca, in
su la man destra; quelli che sieno a mano destra, in su la man manca. Li cinquanta
veliti stieno a' fianchi e a spalle della battaglia. A volere ora che, andando
per l'ordinario i fanti, questa battaglia si metta insieme in questa forma,
conviene ordinarsi così: fare di avere ridotti i fanti in ottanta file
a cinque per fila, come poco fa dicemmo, lasciando i veliti o dalla testa o
dalla coda, pure ch'egli stieno fuora di quest'ordine; e debbesi ordinare che
ogni centurione abbia dietro alle spalle venti file, e sia dietro a ogni centurione
immediate cinque file di picche, e il resto scudi. Il connestabole stia con
il suono e con la bandiera in quello spazio che è tra le picche e gli
scudi del secondo centurione, e occupino i luoghi di tre scudati. Degli capidieci,
venti ne stieno ne' fianchi delle file del primo centurione in sulla man sinistra,
e venti ne stieno ne' fianchi delle file dell'ultimo centurione in sulla man
destra. E avete ad intendere che il capodieci che ha a guidare le picche, debbe
avere la picca, e quegli che guidano gli scudi, deono avere l'armi simili. Ridotte
adunque in questo ordine le file e volendo nel camminare ridurle in battaglia
per fare testa, tu hai a fare che si fermi il primo centurione con le prime
venti file, ed il secondo seguiti di camminare e, girandosi in su la man ritta,
ne vada lungo i fianchi delle venti file ferme, tanto che si attesti con l'altro
centurione, dove si fermi ancora egli; e il terzo centurione seguiti di camminare,
pure girando in su la man destra, e, lungo i fianchi delle file ferme, cammini
tanto che si attesti con gli altri due centurioni: e, fermandosi ancora egli,
l'altro centurione seguiti con le sue file, pure piegando in su la destra lungo
i fianchi delle file ferme, tanto ch'egli arrivi alla testa degli altri, e allora
si fermi; e subito due de' centurioni soli si partino dalla fronte e vadino
a spalle della battaglia, la quale viene fatta in quel modo e con quello ordine
appunto che poco fa ve la dimostrammo. I veliti si distendino per i fianchi
di essa, secondo che nel primo modo si dispose, il quale modo si chiama raddoppiargli
per retta linea; questo si dice raddoppiargli per fianco. Quel primo modo è
più facile, questo più ordinato e vien più appunto e meglio
lo puoi a tuo modo correggere; perché in quello conviene ubbidire al
numero, perché cinque ti fa dieci, dieci venti, venti quaranta, tal che,
con il raddoppiare per diritto, tu non puoi fare una testa di quindici né
di venticinque, né di trenta, né di trentacinque, ma ti bisogna
andare dove quel numero ti mena. Eppure occorre ogni dì, nelle fazioni
particolari, che conviene fare testa con secento o ottocento fanti, in modo
che il raddoppiare per linea retta ti disordinerebbe. Però mi piace più
questo; e quella difficultà che vi è più, conviene con
la pratica e con l'esercizio facilitarla. Dicovi, adunque com'egl'importa più
che cosa alcuna avere i soldati che si sappiano mettere negli ordini tosto;
ed è necessario tenergli in queste battaglie, esercitarvegli dentro e
fargli andare forte o innanzi o indietro, passare per luoghi difficili sanza
turbare l'ordine; perché i soldati che sanno fare questo bene, sono soldati
pratichi, e, ancora che non avessero mai veduti nimici in viso, si possono chiamare
soldati vecchi. E al contrario, quegli che non sanno tenere questi ordini, se
si fussero trovati in mille guerre, si deono sempre istimare soldati nuovi.
Questo è quanto al mettergli insieme, quando sono nelle file piccole,
camminando. Ma messi che sono, e poi, essendo rotti per qualche accidente che
nasca o dal sito o dal nimico, a fare che in uno subito si riordinino, questa
è la importanza e la difficultà e dove bisogna assai esercizio
ed assai pratica, e dove gli antichi mettevano assai studio. È necessario
pertanto fare due cose: prima, avere questa battaglia piena di contrassegni;
l'altra, tenere sempre questo ordine: che quegli medesimi fanti stieno sempre
in quelle medesime file. Verbigrazia, se uno ha cominciato a stare nella seconda,
ch'egli stia di poi sempre in quella; e non solamente in quella medesima fila,
ma in quello medesimo luogo; a che osservare, come ho detto, sono necessarii
gli assai contrassegni. In prima, è necessario che la bandiera sia in
modo contrassegnata che, convenendo con l'altre battaglie, ella si conosca da
loro. Secondo, che il connestabole e i centurioni abbiano pennacchi in testa,
differenti e conoscibili; e, quello che importa più, ordinare che si
conoscano i capidieci. A che gli antichi avevano tanta cura, che, non ch'altro,
avevano scritto nella celata il numero, chiamandoli primo, secondo, terzo, quarto,
ecc. E non erano ancora contenti a questo; che de' soldati ciascuno aveva scritto
nello scudo il numero della fila e il numero del luogo che in quella fila gli
toccava. Sendo dunque gli uomini contrassegnati così e assuefatti a stare
tra questi termini, è facil cosa, disordinati che fussono, tutti riordinarli
subito; perché, ferma che è la bandiera, i centurioni e i capidieci
possono giudicare a occhio il luogo loro, e, ridottisi i sinistri da sinistra,
i destri da destra con le distanze loro consuete, i fanti, guidati dalla regola
loro e dalle differenze de' contrassegni, possono essere subito ne' luoghi propri;
non altrimenti che, se tu scommetti le doghe d'una botte che tu abbi contrassegnata
prima, con facilità grandissima la riordini; che non l'avendo contrassegnata,
è impossibile a riordinarla. Queste cose con la diligenza e con l'esercizio
s'insegnano tosto e tosto s'imparano, e, imparate, con difficultà si
scordano, perché gli uomini nuovi sono guidati da' vecchi, e con il tempo
una provincia con questi esercizi diventerebbe tutta pratica nella guerra. È
necessario ancora insegnare loro voltarsi in un tempo e fare quando egli accaggia,
de' fianchi e delle spalle fronte, e della fronte fianchi e spalle. Il che è
facilissimo, perché basta che ogni uomo volti la sua persona verso quella
parte che gli è comandato; e dove voltano il volto, quivi viene ad essere
la fronte. Vero è che quando si voltano per fianco, gli ordini tornano
fuora della proporzione loro, perché dal petto alle spalle v'è
poca distanza, e dall'un fianco all'altro v'è assai distanza; il che
è tutto contro all'ordine ordinario delle battaglie. Però conviene
che la pratica e la discrezione gli rassetti. Ma questo è poco disordine,
perché facilmente per loro medesimi vi rimediano. Ma quello che importa
più, e dove bisogna più pratica, è quando una battaglia
si vuole voltare tutta come s'ella fusse un corpo solido. Qui conviene avere
gran pratica e gran discrezione, perché, volendola girare, verbigrazia,
in su la man manca, bisogna che si fermi il corno manco e, quegli che sono più
propinqui a chi sta fermo, camminino tanto adagio, che quegli che sono dritto
non abbiano a correre; altrimenti ogni cosa si confonderebbe. Ma perché
egli occorre sempre, quando uno esercito cammina da luogo a luogo, che le battaglie
che non sono poste in fronte, hanno a combattere non per testa, ma o per fianco
o a spalle, in modo che una battaglia ha in uno subito a fare del fianco o delle
spalle testa (e volendo che simili battaglie in tale caso abbiano la proporzione
loro, secondo che di sopra si è dimostro, è necessario che ell'abbiano
le picche da quel fianco che abbia ad essere testa e i capidieci, centurioni
e connestabole, a quello ragguaglio, ne' luoghi loro) però, a volere
fare questo, nel metterle insieme vi bisogna ordinare le ottanta file di cinque
per fila, così: mettere tutte le picche nelle prime venti file, e, de'
capidieci d'esse, metterne cinque nel primo luogo e cinque nell'ultimo; l'altre
sessanta file, che vengono dietro, sono tutte di scudi; che vengono ad essere
tre centurie. Vuolsi adunque che la prima e ultima fila d'ogni centuria sieno
capidieci; il connestabole con la bandiera e con il suono stia nel mezzo della
prima centuria degli scudi i centurioni in testa d'ogni centuria ordinati. Ordinati
così, quando volessi che le picche venissono in sul fianco manco, voi
gli avete a raddoppiare centuria per centuria dal fianco ritto, se volessi ch'elle
venissero dal fianco ritto, voi le avete a raddoppiare dal manco. E così
questa battaglia torna con le picche sopr'un fianco, con i capidieci da testa
e da spalle, con i centurioni per testa e il connestabole nel mezzo. La quale
forma tiene andando; ma, venendo il nimico e il tempo ch'ella voglia fare del
fianco testa, non si ha se non a fare voltare il viso a tutti i soldati verso
quel fianco dove sono le picche; e torna allora la battaglia con le file e con
i capi in quel modo si è ordinata di sopra; perché da' centurioni
in fuora tutti sono ne' luoghi loro, e i centurioni subito e sanza difficultà
vi entrano. Ma quando ell'abbia, camminando per testa, a combattere a spalle,
conviene ordinare le file in modo che, mettendole in battaglia, le picche vengano
di dietro; e a fare questo non s'ha a tenere altro ordine se non che, dove,
nello ordinare la battaglia, per l'ordinario ogni centuria ha cinque file di
picche davanti, le abbia di dietro, e in tutte l'altre parti osservare l'ordine
che io dissi prima.
COSIMO Voi avete detto, se bene mi ricorda, che questo modo dello esercizio
è per potere poi ridurre queste battaglie insieme in uno esercito, e
che questa pratica serve a potere ordinarsi in quello. Ma s'egli occorresse
che questi quattrocento cinquanta fanti avessono a fare una fazione separata,
come gli ordineresti?
FABRIZIO Dee, chi gli guida, allora giudicare dove egli vuole collocare le picche,
e quivi porle. Il che non repugna in parte alcuna all'ordine soprascritto; perché,
ancora che quello sia il modo che si osserva per fare la giornata insieme con
l'altre battaglie, nondimeno non è regola che serve a tutti quegli modi
nelli quali ti occorresse averti a maneggiare. Ma nel mostrarvi gli altri due
modi, da me preposti, di ordinare le battaglie, sodisfarò ancora più
alla domanda vostra; perché o e' non si usano mai, o e' si usano quando
una battaglia è sola e non in compagnia dell'altre. E per venire al modo
di ordinarla con due corna, dico che tu dèi ordinare le ottanta file
a cinque per fila in questo modo: porre là in mezzo uno centurione, e,
dopo lui, venticinque file che sieno di due picche in su la sinistra e di tre
scudi in su la destra; e dopo le prime cinque, sieno posti nelle venti seque