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LETTERA DI NICCOLÒ MACHIAVELLI
A FRANCESCO VETTORI IN ROMA
DEL 10 DICEMBRE 1513
Magnifico oratori florentino Francischo Vectori
apud Summum Ponteficem Patrono et benefactori suo Romae
Al Magnifico ambasciatore fiorentino Francesco Vettori
presso il Sommo Pontefice, suo Patrono e benefattore in Roma
Magnifico ambasciatore. «Tarde non furon mai grazie divine». Dico
questo, perché mi pareva aver perduta no, ma smarrita la grazia vostra,
sendo stato voi assai tempo senza scrivermi; ed ero dubbio donde potessi nascere
la cagione. E di tutte quelle che mi venivono nella mente tenevo poco conto,
salvo che di quella quando io dubitavo non vi avessi ritirato da scrivermi,
perché vi fussi suto scritto che io non fussi buono massaio delle vostre
lettere; ed io sapevo che, da Filippo e Pagolo in fuora, altri per mio conto
non l'aveva viste. Honne riauto per l'ultima vostra de' 23 del passato, dove
io resto contentissimo vedere quanto ordinatamente e quietamente voi esercitate
cotesto offizio publico; ed io vi conforto a seguire così, perché
chi lascia e sua commodi per li commodi d'altri, sol perde e sua, e di quelli
non li è saputo grado. E poiché la fortuna vuol fare ogni cosa,
ella si vuole lasciarla fare, stare quieto e non le dare briga e aspettar tempo
che la lasci fare qualche cosa agli uomini; e allora starà bene a voi
durare più fatica, vegghiare più le cose, e a me partirmi di villa
e dire: eccomi. Non posso per tanto, volendo rendere pari grazie, dirvi in questa
mia lettera altro che qual sia la vita mia; e se voi giudicate che sia a barattarla
con la vostra, io sarò mutarla. Io mi sto in villa; e poi che seguirno
quelli miei ultimi casi, non sono stato, ad accozzarli tutti, venti dí
a Firenze. Ho infino a qui uccellato a' tordi di mia mano. Levavomi innanzi
dí, impaniavo, andavone oltre con un fascio di gabbie addosso, che parevo
el Geta quando e' tornava dal porto con e libri d'Amphitrione; pigliavo el meno
dua, el più sei tordi. E cosí stetti tutto settembre. Di poi questo
badalucco, ancora che dispettoso e strano, è mancato con mio dispiacere:
e qual la vita mia vi dirò. Io mi lievo la mattina con el sole, e vommene
in uno mio bosco che io fo tagliare, dove sto dua ore a rivedere l'opere del
giorno passato e a passar tempo con quegli tagliatori, che hanno sempre qualche
sciagura alle mane o fra loro o co' vicini. E circa questo bosco io vi arei
a dire mille belle cose che mi sono intervenute, e con Frosino da Panzano e
con li altri che voleano di queste legne. E Frosino in spezie mandò per
certe cataste senza dirmi nulla; e al pagamento, mi voleva rattenere dieci lire,
che dice aveva avere da me quattro anni sono, che mi vinse a cricca in casa
Antonio Guicciardini. Io cominciai a fare el diavolo: volevo accusare el vetturale,
che vi era ito per esse, per ladro. Tandem Giovanni Machiavelli v'entrò
di mezzo, e ci pose d'accordo.Batista Guicciardini, Filippo Ginori, Tommaso
del Bene e certi altri cittadini, quando quella tramontana soffiava, ognuno
me ne prese una catasta. Io promessi a tutti; e manda' ne una a Tommaso, la
quale tornò in Firenze per metà, perché a rizzarla vi era
lui, la moglie, la fante, e figliuoli, che pareno el Gabburra quando el giovedí
con quelli suoi garzoni bastona un bue. Di modo che, veduto in chi era guadagno,
ho detto agli altri che io non ho più legne; e tutti ne hanno fatto capo
grosso, e in spezie Batista, che connumera questa tra l'altre sciagure di Prato.
Partitomi del bosco, io me ne vo a una fonte, e di quivi in un mio uccellare.
Ho un libro sotto, o Dante o Petrarca, o un di questi poeti minori, come Tibullo,
Ovidio e simili: leggo quelle loro amorose passioni, e quelli loro amori ricordomi
de' mia: godomi un pezzo in questo pensiero. Transferiscomi poi in su la strada,
nell'osteria; parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de' paesi loro,
intendo varie cose, e noto varii gusti e diverse fantasie d'uomini. Vienne in
questo mentre l'ora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli
cibi che questa povera villa e paululo patrimonio comporta. Mangiato che ho,
ritorno nell'osteria: quivi è l'oste, per l'ordinario, un beccaio, un
mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m'ingaglioffo per tutto dí giuocando
a cricca, a tricche.trach, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti
di parole ingiuriose; e il più delle volte si combatte un quattrino,
e siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto
entra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità
di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se
la se ne vergognassi. Venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio;
e in su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto,
e mi metto i panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle
antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi
pasco di quel cibo, che solum è mio e che io nacqui per lui; dove io
non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni;
e quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore
di tempo alcuna noia; sdimentico ogni affanno, non temo la povertà; non
mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro. E, perché Dante
dice che non fa scienza sanza lo ritenere lo avere inteso, io ho notato quello
di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno opuscolo
De principatibus; dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo
subietto, disputando che cosa è principato, di quale spezie sono, come
e' si acquistono, come e' si mantengono, perché e' si perdono. E se vi
piacque mai alcuno mio ghiribizzo, questo non vi doverrebbe dispiacere; e a
un principe, e massime a un principe nuovo, doverrebbe essere accetto: però
io lo indirizzo alla magnificenza di Giuliano. Filippo Casavecchia l'ho visto;
vi potrà ragguagliare in parte e della cosa in sé e de' ragionamenti
ho auto seco, ancor che tutta volta io l'ingrasso e ripulisco. Voi vorresti,
magnifico ambasciatore, che io lasciassi questa vita e venissi a godere con
voi la vostra. Io lo farò in ogni modo; ma quello che mi tenta ora è
certe mia faccende, che fra sei settimane l'arò fatte. Quello che mi
fa stare dubbio è, che sono costí quelli Soderini, e quali io
sarei forzato, venendo costí, vicitarli e parlar loro. Dubiterei che
alla tornata mia io non credessi scavalcare a casa, e scavalcassi nel Bargiello;
perché ancora che questo stato abbia grandissimi fondamenti e gran securità,
tamen egli è nuovo, e per questo sospettoso; né ci manca de' saccenti,
che per parere, come Pagolo Bertini, metterebbono altri a scotto, e lascerebbono
el pensiero a me. Pregovi mi solviate questa paura, e poi verrò infra
el tempo detto a trovarvi a ogni modo. Io ho ragionato con Filippo di questo
mio opuscolo, se gli era ben darlo o non lo dare e, sendo ben darlo, se gli
era bene che io lo portassi o che io ve lo mandassi. El non lo dare mi faceva
dubitare che da Giuliano e' non fussi, non ch'altro letto, e che questo Ardinghelli
si facessi onore di questa ultima mia fatica. El darlo mi faceva la necessità
che mi caccia, perché io mi logoro, e lungo tempo non posso star cosí
che io non diventi in povertà contennendo, appresso al desiderio arei
che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare
a farmi voltolare un sasso; perché, se poi io non me gli guadagnassi,
io mi dorrei di me; e per questa cosa, quando la fussi letta, si vedrebbe che
quindici anni che io sono stato a studio all'arte dello stato, non gli ho né
dormiti né giuocati; e doverrebbe ciascheduno aver caro servirsi d'uno
che alle spese d'altri fussi pieno di esperienza. E della fede mia non si doverrebbe
dubitare, percé, avendo sempre osservato la fede, io non debbo imparare
ora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatré anni,
che io ho, non debbe potere mutare natura; e della fede e bontà mia ne
è testimonio la povertà mia. Desidererei adunque che voi ancora
mi scrivessi quello che sopra questa materia vi paia. E a voi mi raccomando.
Sis felix. Die 10 Decembris 1513. NICCOLÒ MACHIAVELLI in Firenze
Dedica
Nicolaus Naclavellus ad Magnificum Laurentium Medicem
Nicolò Machiavelli al Magnifico Lorenzo de' Medici
Sogliono, el più delle volte, coloro che desiderano acquistare grazia appresso uno Principe, farseli incontro con quelle cose che infra le loro abbino più care, o delle quali vegghino lui più delettarsi; donde si vede molte volte essere loro presentati cavalli, arme, drappi d'oro, pietre preziose e simili ornamenti, degni della grandezza di quelli. Desiderando io adunque, offerirmi, alla vostra Magnificenzia con qualche testimone della servitù mia verso di quella, non ho trovato intra la mia suppellettile cosa, quale io abbia più cara o tanto esístimi quanto la cognizione delle azioni delli uomini grandi, imparata con una lunga esperienzia delle cose moderne et una continua lezione delle antique: le quali avendo io con gran diligenzia lungamente escogitate et esaminate, et ora in uno piccolo volume ridotte, mando alla Magnificenzia Vostra. E benché io iudichi questa opera indegna della presenzia di quella, tamen confido assai che per sua umanità li debba essere accetta, considerato come da me non li possa esser fatto maggiore dono, che darle facultà di potere in brevissimo tempo intendere tutto quello che io in tanti anni e con tanti mia disagi e periculi ho conosciuto. La quale opera io non ho ornata né ripiena di clausule ample, o di parole ampullose e magnifiche, o di qualunque altro lenocinio o ornamento estrinseco con li quali molti sogliono le loro cose descrivere et ornare; perché io ho voluto, o che veruna cosa la onori, o che solamente la varietà della materia e la gravità del subietto la facci grata. Né voglio sia reputata presunzione se uno uomo di basso et infimo stato ardisce discorrere e regolare e' governi de' principi; perché, cosí come coloro che disegnano e' paesi si pongano bassi nel piano a considerare la natura de' monti e de' luoghi alti, e per considerare quella de' bassi si pongano alto sopra monti, similmente, a conoscere bene la natura de' populi, bisogna essere principe, et a conoscere bene quella de' principi, bisogna essere populare. Pigli, adunque, Vostra Magnificenzia questo piccolo dono con quello animo che io lo mando; il quale se da quella fia diligentemente considerato e letto, vi conoscerà drento uno estremo mio desiderio, che Lei pervenga a quella grandezza che la fortuna e le altre sue qualità li promettano. E, se Vostra Magnificenzia dallo apice della sua altezza qualche volta volgerà li occhi in questi luoghi bassi, conoscerà quanto io indegnamente sopporti una grande e continua malignità di fortuna.
Capitolo I
Di quante ragioni sieno e' principati, e in che modo si acquistino
Quot sint genera principatuum et quibus modis acquirantur
Tutti li stati, tutti e' dominii che hanno avuto et hanno imperio sopra li uomini, sono stati e sono o repubbliche o principati. E' principati sono o ereditarii, de' quali el sangue del loro signore ne sia suto lungo tempo principe, o e' sono nuovi. E' nuovi, o sono nuovi tutti, come fu Milano a Francesco Sforza, o sono come membri aggiunti allo stato ereditario del principe che li acquista, come è el regno di Napoli al re di Spagna. Sono questi dominii cosí acquistati, o consueti a vivere sotto uno principe, o usi ad essere liberi; et acquistonsi, o con le armi d'altri o con le proprie, o per fortuna o per virtù.
Capitolo II
De' principati ereditarii
De principatibus hereditariis
1. - Io lascerò indrieto el ragionare delle repubbliche,
perché altra volta ne ragionai a lungo. Volterommi solo al principato,
et andrò tessendo li orditi soprascritti, e disputerò come questi
principati si possino governare e mantenere.
Dico, adunque, che nelli stati ereditarii et assuefatti al sangue del loro principe
sono assai minori difficultà a mantenerli che ne' nuovi; perché
basta solo non preterire l'ordine de' sua antenati, e di poi temporeggiare con
li accidenti; in modo che, se tale principe è di ordinaria industria,
sempre si manterrà nel suo stato, se non è una estraordinaria
et eccessiva forza che ne lo privi, e privato che ne fia, quantunque di sinistro
abbi l'occupatore, lo riacquista.
2. - Noi abbiamo in Italia, in exemplis, el duca di Ferrara, il quale non ha
retto alli assalti de' Viniziani nello '84, né a quelli di papa Iulio
nel '10, per altre cagioni che per essere antiquato in quello dominio. Perché
el principe naturale ha minori cagioni e minore necessità di offendere:
donde conviene che sia più amato; e se estraordinarii vizii non lo fanno
odiare, è ragionevole che naturalmente sia benevoluto da' sua. E nella
antiquità e continuazione del dominio sono spente le memorie e le cagioni
delle innovazioni: perché sempre una mutazione lascia lo addentellato
per la edificazione dell'altra.
Capitolo III
De' principati misti
De principatibus mixtis
1. - Ma nel principato nuovo consistono le difficultà.
E prima, se non è tutto nuovo, ma come membro, che si può chiamare
tutto insieme quasi misto, le variazioni sua nascono in prima da una naturale
difficultà, la quale è in tutti e' principati nuovi: le quali
sono che li uomini mutano volentieri signore, credendo migliorare; e questa
credenza gli fa pigliare l'arme contro a quello; di che s'ingannono, perché
veggono poi per esperienzia avere peggiorato. Il che depende da un'altra necessità
naturale et ordinaria, quale fa che sempre bisogni offendere quelli di chi si
diventa nuovo principe, e con gente d'arme, e con infinite altre iniurie che
si tira dietro el nuovo acquisto; in modo che tu hai inimici tutti quelli che
hai offesi in occupare quello principato, e non ti puoi mantenere amici quelli
che vi ti hanno messo, per non li potere satisfare in quel modo che si erano
presupposto e per non potere tu usare contro di loro medicine forti, sendo loro
obligato; perché sempre, ancora che uno sia fortissimo in sulli eserciti,
ha bisogno del favore de' provinciali a intrare in una provincia. Per queste
cagioni Luigi XII re di Francia occupò subito Milano, e subito lo perdé;
e bastò a torgnene, la prima volta le forze proprie di Lodovico; perché
quelli populi che li aveano aperte le porte, trovandosi ingannati della opinione
loro e di quello futuro bene che si avevano presupposto, non potevono sopportare
e' fastidii del nuovo principe.
2. - È ben vero che, acquistandosi poi la seconda volta e' paesi rebellati,
si perdono con più difficultà; perché el signore, presa
occasione dalla rebellione, è meno respettivo ad assicurarsi con punire
e' delinquenti, chiarire e' sospetti, provvedersi nelle parti più deboli.
In modo che, se a fare perdere Milano a Francia bastò, la prima volta,
uno duca Lodovico che romoreggiassi in su' confini, a farlo di poi perdere la
seconda li bisognò avere, contro, el mondo tutto, e che li eserciti sua
fussino spenti o fugati di Italia: il che nacque dalle cagioni sopradette. Non
di manco, e la prima e la seconda volta, li fu tolto. Le cagioni universali
della prima si sono discorse: resta ora a dire quelle della seconda, e vedere
che remedii lui ci aveva, e quali ci può avere uno che fussi ne' termini
sua, per potersi mantenere meglio nello acquisto che non fece Francia.
3. - Dico, per tanto, che questi stati, quali acquistandosi si aggiungono a
uno stato antiquo di quello che acquista, o sono della medesima provincia e
della medesima lingua, o non sono. Quando e' sieno, è facilità
grande a tenerli, massime quando non sieno usi a vivere liberi; et a possederli
securamente basta avere spenta la linea del principe che li dominava, perché
nelle altre cose, mantenendosi loro le condizioni vecchie e non vi essendo disformità
di costumi, li uomini si vivono quietamente; come s'è visto che ha fatto
la Borgogna, la Brettagna, la Guascogna e la Normandia, che tanto tempo sono
state con Francia; e benché vi sia qualche disformità di lingua,
non di manco e' costumi sono simili, e possonsi fra loro facilmente comportare.
E chi le acquista, volendole tenere, debbe avere dua respetti: l'uno, che il
sangue del loro principe antiquo si spenga; l'altro, di non alterare né
loro legge né loro dazii; talmente che in brevissimo tempo diventa, con
loro principato antiquo, tutto uno corpo.
4. - Ma, quando si acquista stati in una provincia disforme di lingua, di costumi
e di ordini, qui sono le difficultà; e qui bisogna avere gran fortuna
e grande industria a tenerli; et uno de' maggiori remedii e più vivi
sarebbe che la persona di chi acquista vi andassi ad abitare. Questo farebbe
più secura e più durabile quella possessione: come ha fatto el
Turco, di Grecia; il quale, con tutti li altri ordini osservati da lui per tenere
quello stato, se non vi fussi ito ad abitare, non era possibile che lo tenessi.
Perché, standovi, si veggono nascere e' disordini, e presto vi puoi rimediare;
non vi stando, s'intendono quando sono grandi e non vi è più remedio.
Non è, oltre a questo, la provincia spogliata da' tua officiali; satisfannosi
e' sudditi del ricorso propinquo al principe; donde hanno più cagione
di amarlo, volendo esser buoni, e, volendo essere altrimenti, di temerlo. Chi
delli esterni volessi assaltare quello stato, vi ha più respetto; tanto
che, abitandovi, lo può con grandissima difficultà perdere.
5. - L'altro migliore remedio è mandare colonie in uno o in dua luoghi,
che siano quasi compedes di quello stato; perché è necessario
o fare questo o tenervi assai gente d'arme e fanti. Nelle colonie non si spende
molto; e sanza sua spesa, o poca, ve le manda e tiene; e solamente offende coloro
a chi toglie e' campi e le case, per darle a' nuovi abitatori, che sono una
minima parte di quello stato; e quelli ch'elli offende, rimanendo dispersi e
poveri, non li possono mai nuocere; e tutti li altri rimangono da uno canto
inoffesi, e per questo doverrebbono quietarsi, dall'altro paurosi di non errare,
per timore che non intervenissi a loro come a quelli che sono stati spogliati.
Concludo che queste colonie non costono, sono più fedeli, et offendono
meno; e li offesi non possono nuocere sendo poveri e dispersi, come è
detto. Per il che si ha a notare che li uomini si debbono o vezzeggiare o spegnere;
perché si vendicano delle leggieri offese, delle gravi non possono: sí
che l'offesa che si fa all'uomo debbe essere in modo che la non tema la vendetta.
Ma tenendovi, in cambio di colonie, gente d'arme si spende più assai,
avendo a consumare nella guardia tutte le intrate di quello stato; in modo che
lo acquisto li torna perdita, et offende molto più, perché nuoce
a tutto quello stato, tramutando con li alloggiamenti el suo esercito; del quale
disagio ognuno ne sente, e ciascuno li diventa inimico; e sono inimici che li
possono nuocere rimanendo battuti in casa loro. Da ogni parte dunque questa
guardia è inutile, come quella delle colonie è utile.
6. - Debbe ancora chi è in una provincia disforme come è detto,
farsi capo e defensore de' vicini minori potenti, et ingegnarsi di indebolire
e' potenti di quella, e guardarsi che per accidente alcuno non vi entri uno
forestiere potente quanto lui. E sempre interverrà che vi sarà
messo da coloro che saranno in quella malcontenti o per troppa ambizione o per
paura: come si vidde già che li Etoli missono e' Romani in Grecia; et
in ogni altra provincia che li entrorono, vi furono messi da' provinciali. E
l'ordine delle cose è, che subito che uno forestiere potente entra in
una provincia, tutti quelli che sono in essa meno potenti li aderiscano, mossi
da invidia hanno contro a chi è suto potente sopra di loro; tanto che,
respetto a questi minori potenti, lui non ha a durare fatica alcuna a guadagnarli,
perché subito tutti insieme fanno uno globo col suo stato che lui vi
ha acquistato. Ha solamente a pensare che non piglino troppe forze e troppa
autorità; e facilmente può, con le forze sua e col favore loro
sbassare quelli che sono potenti, per rimanere in tutto arbitro di quella provincia.
E chi non governerà bene questa parte, perderà presto quello che
arà acquistato; e, mentre che lo terrà, vi arà drento infinite
difficultà e fastidii.
7. - E Romani, nelle provincie che pigliorono, osservorono bene queste parti;
e mandorono le colonie, intrattennono e' meno potenti sanza crescere loro potenzia,
abbassorono e' potenti, e non vi lasciorono prendere reputazione a' potenti
forestieri. E voglio mi basti solo la provincia di Grecia per esemplo. Furono
intrattenuti da loro li Achei e li Etoli; fu abbassato el regno de' Macedoni;
funne cacciato Antioco; né mai e' meriti delli Achei o delli Etoli feciono
che permettessino loro accrescere alcuno stato; né le persuasioni di
Filippo l'indussono mai ad esserli amici sanza sbassarlo; né la potenzia
di Antioco possé fare li consentissino che tenessi in quella provincia
alcuno stato. Perché e' Romani feciono, in questi casi, quello che tutti
e' principi savi debbono fare: li quali, non solamente hanno ad avere riguardo
alli scandoli presenti, ma a' futuri, et a quelli con ogni industria ovviare;
perché, prevedendosi discosto, facilmente vi si può rimediare;
ma, aspettando che ti si appressino, la medicina non è a tempo, perché
la malattia è diventata incurabile.
8. - E interviene di questa come dicono e fisici dello etico, che nel principio
del suo male è facile a curare e difficile a conoscere, ma, nel progresso
del tempo, non l'avendo in principio conosciuta né medicata, diventa
facile a conoscere e difficile a curare. Cosí interviene nelle cose di
stato; perché, conoscendo discosto, il che non è dato se non a
uno prudente, e' mali che nascono in quello, si guariscono presto; ma quando,
per non li avere conosciuti si lasciono crescere in modo che ognuno li conosce,
non vi è più remedio.
Però e Romani, vedendo discosto gli inconvenienti, vi rimediorono sempre;
e non li lasciorono mai seguire per fuggire una guerra, perché sapevano
che la guerra non si lieva, ma si differisce a vantaggio d'altri; però
vollono fare con Filippo et Antioco guerra in Grecia per non la avere a fare
con loro in Italia; e potevano per allora fuggire l'una e l'altra; il che non
vollono. Né piacque mai loro quello che tutto dí è in bocca
de' savî de' nostri tempi, di godere el benefizio del tempo, ma sí
bene quello della virtù e prudenzia loro; perché el tempo si caccia
innanzi ogni cosa, e può condurre seco bene come male, e male come bene.
9. - Ma torniamo a Francia, et esaminiamo se delle cose dette ne ha fatta alcuna;
e parlerò di Luigi, e non di Carlo come di colui che, per avere tenuta
più lunga possessione in Italia, si sono meglio visti e' sua progressi:
e vedrete come elli ha fatto el contrario di quelle cose che si debbono fare
per tenere uno stato disforme.
10. - El re Luigi fu messo in Italia dalla ambizione de' Viniziani, che volsono
guadagnarsi mezzo lo stato di Lombardia per quella venuta. Io non voglio biasimare
questo partito preso dal re; perché, volendo cominciare a mettere uno
piè in Italia, e non avendo in questa provincia amici, anzi sendoli,
per li portamenti del re Carlo, serrate tutte le porte, fu forzato prendere
quelle amicizie che poteva: e sarebbeli riuscito el partito ben preso, quando
nelli altri maneggi non avessi fatto errore alcuno. Acquistata, adunque, el
re la Lombardia, si riguadagnò subito quella reputazione che li aveva
tolta Carlo: Genova cedé; Fiorentini li diventorono amici; Marchese di
Mantova, Duca di Ferrara, Bentivogli, Madonna di Furlí, Signore di Faenza,
di Pesaro, di Rimino, di Camerino, di Piombino, Lucchesi, Pisani, Sanesi, ognuno
se li fece incontro per essere suo amico. Et allora posserno considerare e'
Viniziani la temerità del partito preso da loro; li quali, per acquistare
dua terre in Lombardia, feciono signore, el re, di dua terzi di Italia.
11. - Consideri ora uno con quanta poca difficultà posseva il re tenere
in Italia la sua reputazione, se elli avessi osservate le regole soprascritte,
e tenuti securi e difesi tutti quelli sua amici, li quali, per essere gran numero
e deboli e paurosi, chi della Chiesia, chi de' Viniziani, erano sempre necessitati
a stare seco; e per il mezzo loro posseva facilmente assicurarsi di chi ci restava
grande. Ma lui non prima fu in Milano, che fece il contrario, dando aiuto a
papa Alessandro, perché elli occupassi la Romagna. Né si accorse,
con questa deliberazione, che faceva sé debole, togliendosi li amici
e quelli che se li erano gittati in grembo, e la Chiesa grande, aggiugnendo
allo spirituale, che gli dà tanta autorità, tanto temporale. E,
fatto uno primo errore, fu costretto a seguitare; in tanto che, per porre fine
alla ambizione di Alessandro e perché non divenissi signore di Toscana,
fu forzato venire in Italia. Non li bastò avere fatto grande la Chiesia
e toltisi li amici, che, per volere il regno di Napoli, lo divise con il re
di Spagna; e, dove lui era prima arbitro d'Italia e' vi misse uno compagno,
a ciò che li ambiziosi di quella provincia e mal contenti di lui avessino
dove ricorrere; e, dove posseva lasciare in quello regno uno re suo pensionario,
e' ne lo trasse, per mettervi uno che potessi cacciarne lui.
12. - È cosa veramente molto naturale et ordinaria desiderare di acquistare;
e sempre, quando li uomini lo fanno che possano, saranno laudati, o non biasimati;
ma, quando non possono, e vogliono farlo in ogni modo, qui è l'errore
et il biasimo. Se Francia, adunque posseva con le forze sua assaltare Napoli,
doveva farlo; se non poteva, non doveva dividerlo. E se la divisione fece, co'
Viniziani, di Lombardia meritò scusa, per avere con quella messo el piè
in Italia, questa merita biasimo, per non essere escusata da quella necessità.
Aveva, dunque, Luigi fatto questi cinque errori: spenti e' minori potenti; accresciuto
in Italia potenzia a uno potente, messo in quella uno forestiere potentissimo,
non venuto ad abitarvi non vi messe colonie.
13. - E quali errori ancora, vivendo lui, possevano non lo offendere, se non
avessi fatto el sesto, di tòrre lo stato a' Viniziani: perché,
quando non avessi fatto grande la Chiesa né messo in Italia Spagna, era
ben ragionevole e necessario abbassarli; ma avendo preso quelli primi partiti,
non doveva mai consentire alla ruina loro: perché, sendo quelli potenti,
arebbono sempre tenuti li altri discosto dalla impresa di Lombardia, sí
perché e'Viniziani non vi arebbono consentito sanza diventarne signori
loro, sí perché li altri non arebbono voluto torla a Francia per
darla a loro, et andare a urtarli tutti e dua non arebbono avuto animo. E se
alcuno dicesse: el re Luigi cedé ad Alessandro la Romagna et a Spagna
el Regno per fuggire una guerra; respondo, con le ragioni dette di sopra, che
non si debbe mai lasciare seguire uno disordine per fuggire una guerra, perché
la non si fugge, ma si differisce a tuo disavvantaggio. E se alcuni altri allegassino
la fede che il re aveva data al papa, di fare per lui quella impresa, per la
resoluzione del suo matrimonio e il cappello di Roano, respondo con quello che
per me di sotto si dirà circa la fede de' principi e come la si debbe
osservare.
14. - Ha perduto, adunque, el re Luigi la Lombardia per non avere osservato
alcuno di quelli termini osservati da altri che hanno preso provincie e volutole
tenere. Né è miraculo alcuno questo, ma molto ordinario e ragionevole.
E di questa materia parlai a Nantes con Roano, quando il Valentino, che cosí
era chiamato popularmente Cesare Borgia, figliuolo di papa Alessandro, occupava
la Romagna; perché, dicendomi el cardinale di Roano che li Italiani non
si intendevano della guerra, io li risposi che e' Franzesi non si intendevano
dello stato; perché, se se n'intendessino, non lascerebbono venire la
Chiesa in tanta grandezza. E per esperienzia s'è visto che la grandezza,
in Italia, di quella e di Spagna è stata causata da Francia, e la ruina
sua causata da loro. Di che si cava una regola generale, la quale mai o raro
falla: che chi è cagione che uno diventi potente, ruina; perché
quella potenzia è causata da colui o con industria o con forza; e l'una
e l'altra di queste dua è sospetta a chi è diventato potente.
Capitolo IV
Per qual ragione el regno di Dario, il quale da Alessandro fu occupato,
non si ribellò da' sua successori dopo la morte di Alessandro
Cur Darii regnum quod Alexander occupaverat a successoribus suis
post Alexandri mortem non deficit
1. - Considerate le difficultà quali si hanno a tenere
uno stato di nuovo acquistato, potrebbe alcuno maravigliarsi donde nacque che
Alessandro Magno diventò signore della Asia in pochi anni, e, non l'avendo
appena occupata, morí; donde pareva ragionevole che tutto quello stato
si rebellassi; non di meno e' successori di Alessandro se lo mantennono, e non
ebbono a tenerlo altra difficultà che quella che infra loro medesimi,
per ambizione propria, nacque. Respondo come e' principati de' quali si ha memoria,
si truovano governati in dua modi diversi: o per uno principe, e tutti li altri
servi, e' quali come ministri per grazia e concessione sua, aiutono governare
quello regno; o per uno principe e per baroni, li quali, non per grazia del
signore, ma per antiquità di sangue tengano quel grado. Questi tali baroni
hanno stati e sudditi proprii, li quali ricognoscono per signori et hanno in
loro naturale affezione. Quelli stati che si governono per uno principe e per
servi hanno el loro principe con più autorità; perché in
tutta la sua provincia non è alcuno che riconosca per superiore se non
lui; e se obediscano alcuno altro, lo fanno come ministro et offiziale, e non
li portano particulare amore.
2. - Li esempli di queste dua diversità di governi sono, ne' nostri tempi,
el Turco e il re di Francia. Tutta la monarchia del Turco è governata
da uno signore, li altri sono sua servi; e, distinguendo el suo regno in Sangiachi,
vi manda diversi amministratori, e li muta e varia come pare a lui. Ma el re
di Francia è posto in mezzo d'una moltitudine antiquata di signori, in
quello stato riconosciuti da' loro sudditi et amati da quelli: hanno le loro
preeminenzie: non le può il re tòrre loro sanza suo periculo.
Chi considera adunque l'uno e l'altro di questi stati, troverrà difficultà
nello acquistare lo stato del Turco, ma, vinto che sia, facilità grande
a tenerlo.
3. - Le cagioni della difficultà in potere occupare el regno del Turco
sono per non potere essere chiamato da' principi di quello regno, né
sperare, con la rebellione di quelli ch'egli ha d'intorno, potere facilitare
la sua impresa: il che nasce dalle ragioni sopradette. Perché sendoli
tutti stiavi et obbligati, si possono con più difficultà corrompere;
e, quando bene si corrompessino, se ne può sperare poco utile, non possendo
quelli tirarsi drieto e populi per le ragioni assignate. Onde, chi assalta il
Turco, è necessario pensare di averlo a trovare unito; e li conviene
sperare più nelle forze proprie che ne' disordini d'altri. Ma, vinto
che fussi e rotto alla campagna in modo che non possa rifare eserciti, non si
ha a dubitare d'altro che del sangue del principe; il quale spento, non resta
alcuno di chi si abbia a temere, non avendo li altri credito con li populi:
e come el vincitore, avanti la vittoria, non poteva sperare in loro, cosí
non debbe, dopo quella, temere di loro.
4. - El contrario interviene ne' regni governati come quello di Francia, perché
con facilità tu puoi intrarvi, guadagnandoti alcuno barone del regno;
perché sempre si truova de' malicontenti e di quelli che desiderano innovare.
Costoro, per le ragioni dette, ti possono aprire la via a quello stato e facilitarti
la vittoria; la quale di poi, a volerti mantenere, si tira drieto infinite difficultà,
e con quelli che ti hanno aiutato e con quelli che tu hai oppressi. Né
ti basta spegnere el sangue del principe; perché vi rimangono quelli
signori che si fanno capi delle nuove alterazioni; e, non li potendo né
contentare né spegnere, perdi quello stato qualunque volta venga la occasione.
5. - Ora, se voi considerrete di qual natura di governi era quello di Dario,
lo troverrete simile al regno del Turco; e però ad Alessandro fu necessario
prima urtarlo tutto e torli la campagna: dopo la quale vittoria, sendo Dario
morto, rimase ad Alessandro quello stato sicuro, per le ragioni di sopra discorse.
E li sua successori, se fussino suti uniti, se lo potevano godere oziosi; né
in quello regno nacquono altri tumulti, che quelli che loro proprii suscitorno.
Ma li stati ordinati come quello di Francia è impossibile possederli
con tanta quiete. Di qui nacquono le spesse rebellioni di Spagna, di Francia
e di Grecia da' Romani, per li spessi principati che erano in quelli stati:
de' quali mentre durò la memoria, sempre ne furono e Romani incerti di
quella possessione; ma, spenta la memoria di quelli, con la potenzia e diuturnità
dello imperio ne diventorono securi possessori. E posserno anche quelli, combattendo
di poi infra loro, ciascuno tirarsi drieto parte di quelle provincie, secondo
l'autorità vi aveva presa drento; e quelle, per essere el sangue del
loro antiquo signore spento, non riconoscevano se non e' Romani. Considerato
adunque tutte queste cose, non si maraviglierà alcuno della facilità
ebbe Alessandro a tenere lo stato di Asia e delle difficultà che hanno
avuto li altri a conservare lo acquistato, come Pirro e molti. Il che non è
nato dalla molta o poca virtù del vincitore, ma dalla disformità
del subietto.
Capitolo V
In che modo si debbino governare le città o principati
li quali, innanzi fussino occupati, si vivevano con le loro legge
Quomodo administrandae sunt civitates vel principatus,
qui, antequam occuparentur suis legibus vivebant
1. - Quando quelli stati che s'acquistano, come è detto, sono consueti
a vivere con le loro legge e in libertà, a volerli tenere, ci sono tre
modi: el primo, ruinarle; l'altro, andarvi ad abitare personalmente; el terzo,
lasciarle vivere con le sua legge, traendone una pensione e creandovi drento
uno stato di pochi che te le conservino amiche. Perché, sendo quello
stato creato da quello principe, sa che non può stare sanza l'amicizia
e potenzia sua, et ha a fare tutto per mantenerlo. E più facilmente si
tiene una città usa a vivere libera con il mezzo de' sua cittadini, che
in alcuno altro modo, volendola preservare.
2. - In exemplis ci sono li Spartani e li Romani. Li Spartani tennono Atene
e Tebe creandovi uno stato di pochi; tamen le riperderno. Romani, per tenere
Capua Cartagine e Numanzia, le disfeciono, e non le perderno. Vollono tenere
la Grecia quasi come tennono li Spartani, faccendola libera e lasciandoli le
sua legge; e non successe loro: in modo che furono costretti disfare molte città
di quella provincia, per tenerla.
3. - Perché, in verità, non ci è modo sicuro a possederle,
altro che la ruina. E chi diviene patrone di una città consueta a vivere
libera, e non la disfaccia, aspetti di esser disfatto da quella; perché
sempre ha per refugio, nella rebellione, el nome della libertà e li ordini
antichi sua; li quali né per la lunghezza de' tempi né per benefizii
mai si dimenticano. E per cosa che si faccia o si provegga, se non si disuniscono
o dissipano li abitatori, non sdimenticano quel nome né quelli ordini,
e subito in ogni accidente, vi ricorrono; come fe' Pisa dopo cento anni che
ella era posta in servitù da' Fiorentini.
Ma, quando le città o le provincie sono use a vivere sotto uno principe,
e quel sangue sia spento, sendo da uno canto usi ad obedire, dall'altro non
avendo el principe vecchio, farne uno infra loro non si accordano, vivere liberi
non sanno; di modo che sono più tardi a pigliare l'arme, e con più
facilità se li può uno principe guadagnare et assicurarsi di loro.
Ma nelle repubbliche è maggiore vita, maggiore odio, più desiderio
di vendetta; né li lascia, né può lasciare riposare la
memoria della antiqua libertà: tale che la più sicura via è
spegnerle o abitarvi.
Capitolo VI
De' Principati nuovi che s'acquistano con l'arme proprie e virtuosamente
De principatibus novis qui armis propriis et virtute acquiruntur
1. - Non si maravigli alcuno se, nel parlare che io farò
de' principati al tutto nuovi e di principe e di stato, io addurrò grandissimi
esempli; perché, camminando li uomini quasi sempre per le vie battute
da altri, e procedendo nelle azioni loro con le imitazioni, né si potendo
le vie d'altri al tutto tenere, né alla virtù di quelli che tu
imiti aggiugnere, debbe uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da
uomini grandi, e quelli che sono stati eccellentissimi imitare, acciò
che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odore: e
fare come li arcieri prudenti, a' quali parendo el loco dove disegnono ferire
troppo lontano, e conoscendo fino a quanto va la virtù del loro arco,
pongono la mira assai più alta che il loco destinato, non per aggiugnere
con la loro freccia a tanta altezza, ma per potere, con lo aiuto di sí
alta mira, pervenire al disegno loro.
2. - Dico adunque, che ne' principati tutti nuovi, dove sia uno nuovo principe,
si trova a mantenerli più o meno difficultà, secondo che più
o meno è virtuoso colui che li acquista. E perché questo evento
di diventare di privato principe, presuppone o virtù o fortuna, pare
che l'una o l'altra di queste dua cose mitighi in parte di molte difficultà:
non di manco, colui che è stato meno sulla fortuna, si è mantenuto
più. Genera ancora facilità essere el principe constretto, per
non avere altri stati, venire personalmente ad abitarvi.
3. - Ma, per venire a quelli che per propria virtù e non per fortuna
sono diventati principi, dico che li più eccellenti sono Moisè,
Ciro, Romulo, Teseo e simili. E benché di Moisè non si debba ragionare,
sendo suto uno mero esecutore delle cose che li erano ordinate da Dio, tamen
debbe essere ammirato solum per quella grazia che lo faceva degno di parlare
con Dio. Ma consideriamo Ciro e li altri che hanno acquistato o fondato regni:
li troverrete tutti mirabili; e se si considerranno le azioni et ordini loro
particulari, parranno non discrepanti da quelli di Moisè, che ebbe sí
gran precettore. Et esaminando le azioni e vita loro, non si vede che quelli
avessino altro dalla fortuna che la occasione; la quale dette loro materia a
potere introdurvi drento quella forma parse loro; e sanza quella occasione la
virtù dello animo loro si sarebbe spenta, e sanza quella virtù
la occasione sarebbe venuta invano.
4. - Era dunque necessario a Moisè trovare el populo d'Isdrael, in Egitto,
stiavo et oppresso dalli Egizii, acciò che quelli, per uscire di servitù,
si disponessino a seguirlo. Conveniva che Romulo non capissi in Alba, fussi
stato esposto al nascere, a volere che diventassi re di Roma e fondatore di
quella patria. Bisognava che Ciro trovassi e' Persi malcontenti dello imperio
de' Medi, e li Medi molli et effeminati per la lunga pace. Non posseva Teseo
dimonstrare la sua virtù, se non trovava li Ateniesi dispersi. Queste
occasioni, per tanto, feciono questi uomini felici, e la eccellente virtù
loro fece quella occasione esser conosciuta; donde la loro patria ne fu nobilitata
e diventò felicissima.
5. - Quelli e quali per vie virtuose, simili a costoro, diventono principi,
acquistono el principato con difficultà, ma con facilità lo tengono;
e le difficultà che hanno nell'acquistare el principato, in parte nascono
da' nuovi ordini e modi che sono forzati introdurre per fondare lo stato loro
e la loro securtà. E debbasi considerare come non è cosa più
difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più
pericolosa a maneggiare, che farsi capo ad introdurre nuovi ordini. Perché
lo introduttore ha per nimici tutti quelli che delli ordini vecchi fanno bene,
et ha tepidi defensori tutti quelli che delli ordini nuovi farebbono bene. La
quale tepidezza nasce, parte per paura delli avversari, che hanno le leggi dal
canto loro, parte dalla incredulità delli uomini; li quali non credano
in verità le cose nuove, se non ne veggono nata una ferma esperienza.
Donde nasce che qualunque volta quelli che sono nimici hanno occasione di assaltare,
lo fanno partigianamente, e quelli altri defendano tepidamente; in modo che
insieme con loro si periclita.
6. - È necessario per tanto, volendo discorrere bene questa parte, esaminare
se questi innovatori stiano per loro medesimi, o se dependano da altri; ciò
è, se per condurre l'opera loro bisogna che preghino, ovvero possono
forzare. Nel primo caso capitano sempre male, e non conducano cosa alcuna; ma,
quando dependono da loro proprii e possono forzare, allora è che rare
volte periclitano. Di qui nacque che tutt'i profeti armati vinsono, e li disarmati
ruinorno. Perché, oltre alle cose dette, la natura de' populi è
varia; et è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile
fermarli in quella persuasione. E però conviene essere ordinato in modo,
che, quando non credono più, si possa fare loro credere per forza.
7. - Moisè, Ciro, Teseo e Romulo non arebbono possuto fare osservare
loro lungamente le loro costituzioni, se fussino stati disarmati; come ne' nostri
tempi intervenne a fra' Ieronimo Savonarola; il quale ruinò ne' sua ordini
nuovi, come la moltitudine cominciò a non crederli; e lui non aveva modo
a potere tenere fermi quelli che avevano creduto, né a far credere e
discredenti. Però questi tali hanno nel condursi gran difficultà,
e tutti e loro periculi sono fra via, e conviene che con la virtù li
superino; ma, superati che li hanno, e che cominciano ad essere in venerazione,
avendo spenti quelli che di sua qualità li avevano invidia, rimangono
potenti, securi, onorati, felici.
8. - A sí alti esempli io voglio aggiugnere uno esemplo minore; ma bene
arà qualche proporzione con quelli; e voglio mi basti per tutti li altri
simili; e questo è Ierone Siracusano. Costui, di privato diventò
principe di Siracusa: né ancora lui conobbe altro dalla fortuna che la
occasione; perché, sendo Siracusani oppressi, lo elessono per loro capitano;
donde meritò d'essere fatto loro principe. E fu di tanta virtù,
etiam in privata fortuna, che chi ne scrive, dice: quod nihil illi deerat ad
regnandum praeter regnum. Costui spense la milizia vecchia, ordinò della
nuova; lasciò le amicizie antiche, prese delle nuove; e, come ebbe amicizie
e soldati che fussino sua, possé in su tale fondamento edificare ogni
edifizio: tanto che lui durò assai fatica in acquistare, e poca in mantenere.
Capitolo VII
De' principati nuovi che s'acquistano con le armi e fortuna di altri
De principatibus novis qui alienis armis et fortuna acquiruntur
1. - Coloro e quali solamente per fortuna diventano, di privati principi, con
poca fatica diventano, ma con assai si mantengano; e non hanno alcuna difficultà
fra via, perché vi volano; ma tutte le difficultà nascono quando
e' sono posti. E questi tali sono, quando è concesso ad alcuno uno stato
o per danari o per grazia di chi lo concede: come intervenne a molti in Grecia,
nelle città di Ionia e di Ellesponto, dove furono fatti principi da Dario,
acciò le tenessino per sua sicurtà e gloria; come erano fatti
ancora quelli imperatori che, di privati, per corruzione de' soldati, pervenivano
allo imperio.
2. - Questi stanno semplicemente in sulla voluntà e fortuna di chi lo
ha concesso loro, che sono dua cose volubilissime et instabili; e non sanno
e non possano tenere quel grado: non sanno, perché, se non è uomo
di grande ingegno e virtù, non è ragionevole che, sendo sempre
vissuto in privata fortuna, sappi comandare; non possano, perché non
hanno forze che li possino essere amiche e fedeli. Di poi, li stati che vengano
subito, come tutte l'altre cose della natura che nascono e crescono presto,
non possono avere le barbe e corrispondenzie loro; in modo, che 'l primo tempo
avverso le spenge; se già quelli tali, come è detto, che sí
de repente sono diventati principi, non sono di tanta virtù che quello
che la fortuna ha messo loro in grembo, e' sappino subito prepararsi a conservarlo,
e quelli fondamenti che li altri hanno fatto avanti che diventino principi,
li faccino poi.
3. - Io voglio all'uno e all'altro di questi modi detti, circa el diventare
principe per virtù o per fortuna, addurre dua esempli stati ne' dì
della memoria nostra: e questi sono Francesco Sforza e Cesare Borgia. Francesco,
per li debiti mezzi e con una gran virtù, di privato diventò duca
di Milano; e quello che con mille affanni aveva acquistato, con poca fatica
mantenne. Dall'altra parte Cesare Borgia, chiamato dal vulgo duca Valentino,
acquistò lo stato con la fortuna del padre, e con quella lo perdé;
non ostante che per lui si usassi ogni opera e facessi tutte quelle cose che
per uno prudente e virtuoso uomo si doveva fare, per mettere le barbe sua in
quelli stati che l'arme e fortuna di altri li aveva concessi. Perché,
come di sopra si disse, chi non fa e fondamenti prima, li potrebbe con una gran
virtù farli poi, ancora che si faccino con disagio dello architettore
e periculo dello edifizio. Se adunque, si considerrà tutti e progressi
del duca, si vedrà lui aversi fatti gran fondamenti alla futura potenzia;
li quali non iudico superfluo discorrere, perché io non saprei quali
precetti mi dare migliori a uno principe nuovo, che lo esemplo delle azioni
sua: e se li ordini sua non li profittorno, non fu sua colpa, perché
nacque da una estraordinaria et estrema malignità di fortuna.
4. - Aveva Alessandro VI, nel volere fare grande el duca suo figliuolo, assai
difficultà presenti e future. Prima, non vedeva via di poterlo fare signore
di alcuno stato che non fussi stato di Chiesa; e, volgendosi a tòrre
quello della Chiesa, sapeva che el duca di Milano e gli Viniziani non gnene
consentirebbano; perché Faenza e Rimino erano di già sotto la
protezione de' Viniziani. Vedeva, oltre a questo, l'arme di Italia, e quelle
in spezie di chi si fussi possuto servire, essere in le mani di coloro che dovevano
temere la grandezza del papa; e però non se ne poteva fidare, sendo tutte
nelli Orsini e Colonnesi e loro complici. Era adunque necessario si turbassino
quelli ordini, e disordinare li stati di coloro, per potersi insignorire securamente
di parte di quelli. Il che li fu facile; perché trovò e Viniziani
che, mossi da altre cagioni, si erono volti a fare ripassare e Franzesi in Italia:
il che non solamente non contradisse, ma lo fe' più facile con la resoluzione
del matrimonio antiquo del re Luigi.
5. - Passò, adunque, il re in Italia con lo aiuto de' Viniziani e consenso
di Alessandro; né prima fu in Milano, che il papa ebbe da lui gente per
la impresa di Romagna; la quale li fu consentita per la reputazione del re.
Acquistata, adunque el duca la Romagna, e sbattuti e Colonnesi, volendo mantenere
quella e procedere più avanti, lo 'mpedivano dua cose: l'una, l'arme
sua che non li parevano fedeli, l'altra, la voluntà di Francia: ciò
è che l'arme Orsine, delle quali s'era valuto, li mancassino sotto, e
non solamente li 'mpedissino lo acquistare ma gli togliessino l'acquistato,
e che il re ancora non li facessi el simile. Delli Orsini ne ebbe uno riscontro
quando dopo la espugnazione di Faenza, assaltò Bologna, ché gli
vidde andare freddi in quello assalto; e circa el re, conobbe l'animo suo quando,
preso el ducato di Urbino, assaltò la Toscana: dalla quale impresa el
re lo fece desistere. Onde che il duca deliberò non dependere più
dalle arme e fortuna di altri.
6. - E, la prima cosa, indebolí le parti Orsine e Colonnese in Roma;
perché tutti li aderenti loro che fussino gentili uomini, se li guadagnò,
facendoli sua gentili uomini e dando loro grandi provisioni; et onorolli, secondo
le loro qualità, di condotte e di governi: in modo che in pochi mesi
nelli animi loro l'affezione delle parti si spense, e tutta si volse nel duca.
Dopo questa, aspettò la occasione di spegnere li Orsini, avendo dispersi
quelli di casa Colonna; la quale li venne bene, e lui la usò meglio;
perché, avvedutisi li Orsini, tardi, che la grandezza del duca e della
Chiesa era la loro ruina, feciono una dieta alla Magione, nel Perugino. Da quella
nacque la rebellione di Urbino e li tumulti di Romagna et infiniti periculi
del duca, li quali tutti superò con lo aiuto de' Franzesi.
7. - E, ritornatogli la reputazione, né si fidando di Francia né
di altre forze esterne, per non le avere a cimentare, si volse alli inganni;
e seppe tanto dissimulare l'animo suo, che li Orsini, mediante el signor Paulo,
si riconciliorono seco; con il quale el duca non mancò d'ogni ragione
di offizio per assicurarlo, dandoli danari, veste e cavalli; tanto che la simplicità
loro li condusse a Sinigaglia nelle sua mani. Spenti adunque, questi capi, e
ridotti li partigiani loro amici sua, aveva il duca gittati assai buoni fondamenti
alla potenzia sua, avendo tutta la Romagna con il ducato di Urbino, parendoli,
massime, aversi acquistata amica la Romagna e guadagnatosi tutti quelli popoli,
per avere cominciato a gustare el bene essere loro.
8. - E perché questa parte è degna di notizia e da essere imitata
da altri, non la voglio lasciare indrieto. Preso che ebbe il duca la Romagna,
e trovandola suta comandata da signori impotenti, li quali più presto
avevano spogliato e loro sudditi che corretti, e dato loro materia di disunione,
non di unione, tanto che quella provincia era tutta piena di latrocinii, di
brighe e di ogni altra ragione di insolenzia, iudicò fussi necessario,
a volerla ridurre pacifica e obediente al braccio regio, darli buon governo.
Però vi prepose messer Remirro de Orco uomo crudele et espedito, al quale
dette pienissima potestà. Costui in poco tempo la ridusse pacifica et
unita, con grandissima reputazione. Di poi iudicò el duca non essere
necessario sí eccessiva autorità, perché dubitava non divenissi
odiosa; e preposevi uno iudicio civile nel mezzo della provincia, con uno presidente
eccellentissimo, dove ogni città vi aveva lo avvocato suo. E perché
conosceva le rigorosità passate averli generato qualche odio, per purgare
li animi di quelli populi e guadagnarseli in tutto, volle monstrare che, se
crudeltà alcuna era seguíta, non era nata da lui, ma dalla acerba
natura del ministro. E presa sopr'a questo occasione, lo fece mettere una mattina,
a Cesena, in dua pezzi in sulla piazza, con uno pezzo di legno e uno coltello
sanguinoso a canto. La ferocità del quale spettaculo fece quelli populi
in uno tempo rimanere satisfatti e stupidi.
9. - Ma torniamo donde noi partimmo. Dico che, trovandosi el duca assai potente
e in parte assicurato de' presenti periculi, per essersi armato a suo modo e
avere in buona parte spente quelle arme che, vicine, lo potevano offendere,
li restava, volendo procedere con lo acquisto, el respetto del re di Francia;
perché conosceva come dal re, il quale tardi si era accorto dello errore
suo, non li sarebbe sopportato. E cominciò per questo a cercare di amicizie
nuove, e vacillare con Francia, nella venuta che feciono Franzesi verso el regno
di Napoli contro alli Spagnuoli che assediavono Gaeta. E l'animo suo era assicurarsi
di loro; il che li sarebbe presto riuscito, se Alessandro viveva.
E questi furono e governi sua quanto alle cose presenti.
10. - Ma, quanto alle future, lui aveva a dubitare in prima che uno nuovo successore
alla Chiesia non li fussi amico e cercassi torli quello che Alessandro li aveva
dato: e pensò farlo in quattro modi: prima, di spegnere tutti e sangui
di quelli signori che lui aveva spogliati, per tòrre al papa quella occasione;
secondo, di guadagnarsi tutti e gentili uomini di Roma, come è detto,
per potere con quelli tenere el papa in freno; terzio, ridurre el Collegio più
suo che poteva; quarto, acquistare tanto imperio, avanti che il papa morissi,
che potessi per sé medesimo resistere a uno primo impeto. Di queste quattro
cose, alla morte di Alessandro ne aveva condotte tre; la quarta aveva quasi
per condotta: perché de' signori spogliati ne ammazzò quanti ne
possé aggiugnere, e pochissimi si salvarono; e gentili uomini romani
si aveva guadagnati, e nel Collegio aveva grandissima parte; e, quanto al nuovo
acquisto, aveva disegnato diventare signore di Toscana, e possedeva di già
Perugia e Piombino, e di Pisa aveva presa la protezione.
11. - E, come non avessi avuto ad avere respetto a Francia (ché non gnene
aveva ad avere più, per essere di già Franzesi spogliati del Regno
dalli Spagnoli, di qualità che ciascuno di loro era necessitato comperare
l'amicizia sua), e' saltava in Pisa. Dopo questo, Lucca e Siena cedeva subito,
parte per invidia de' Fiorentini, parte per paura; Fiorentini non avevano remedio:
il che se li fusse riuscito (ché li riusciva l'anno medesimo che Alessandro
morí), si acquistava tante forze e tanta reputazione, che per sé
stesso si sarebbe retto, e non sarebbe più dependuto dalla fortuna e
forze di altri, ma dalla potenzia e virtù sua. Ma Alessandro morí
dopo cinque anni che elli aveva cominciato a trarre fuora la spada. Lasciollo
con lo stato di Romagna solamente assolidato, con tutti li altri in aria, infra
dua potentissimi eserciti inimici, e malato a morte.
12. - Ed era nel duca tanta ferocia e tanta virtù e sí bene conosceva
come li uomini si hanno a guadagnare o perdere, e tanto erano validi e fondamenti
che in sí poco tempo si aveva fatti, che, se non avessi avuto quelli
eserciti addosso, o lui fussi stato sano, arebbe retto a ogni difficultà.
E ch'e' fondamenti sua fussino buoni, si vidde: ché la Romagna l'aspettò
più d'uno mese; in Roma, ancora che mezzo vivo, stette sicuro; e benché
Ballioni, Vitelli et Orsini venissino in Roma, non ebbono séguito contro
di lui: possé fare, se non chi e' volle papa, almeno che non fussi chi
non voleva. Ma, se nella morte di Alessandro fussi stato sano, ogni cosa li
era facile. E lui mi disse, ne' dí che fu creato Iulio II, che aveva
pensato a ciò che potessi nascere, morendo el padre, et a tutto aveva
trovato remedio, eccetto che non pensò mai, in su la sua morte, di stare
ancora lui per morire.
13. - Raccolte io adunque tutte le azioni del duca, non saprei riprenderlo;
anzi mi pare, come ho fatto, di preporlo imitabile a tutti coloro che per fortuna
e con l'arme d'altri sono ascesi allo imperio. Perché lui avendo l'animo
grande e la sua intenzione alta, non si poteva governare altrimenti; e solo
si oppose alli sua disegni la brevità della vita di Alessandro e la malattia
sua. Chi, adunque, iudica necessario nel suo principato nuovo assicurarsi de'
nimici, guadagnarsi delli amici, vincere o per forza o per fraude, farsi amare
e temere da' populi, seguire e reverire da' soldati, spegnere quelli che ti
possono o debbono offendere, innovare con nuovi modi li ordini antichi, essere
severo e grato, magnanimo e liberale, spegnere la milizia infidele, creare della
nuova, mantenere l'amicizie de' re e de' principi in modo che ti abbino o a
beneficare con grazia o offendere con respetto, non può trovare e più
freschi esempli che le azioni di costui.
14. - Solamente si può accusarlo nella creazione di Iulio pontefice,
nella quale lui ebbe mala elezione; perché, come è detto, non
possendo fare uno papa a suo modo, poteva tenere che uno non fussi papa; e non
doveva mai consentire al papato di quelli cardinali che lui avessi offesi, o
che, diventati papi, avessino ad avere paura di lui. Perché li uomini
offendono o per paura o per odio. Quelli che lui aveva offesi erano, infra li
altri, San Piero ad Vincula, Colonna, San Giorgio, Ascanio; tutti li altri,
divenuti papi, aveano a temerlo, eccetto Roano e li Spagnuoli: questi per coniunzione
et obligo; quello per potenzia, avendo coniunto seco el regno di Francia. Per
tanto el duca, innanzi ad ogni cosa, doveva creare papa uno spagnolo, e, non
potendo, doveva consentire che fussi Roano e non San Piero ad Vincula. E chi
crede che ne' personaggi grandi e' benefizii nuovi faccino dimenticare le iniurie
vecchie, s'inganna. Errò, adunque, el duca in questa elezione; e fu cagione
dell'ultima ruina sua.
Capitolo VIII
Di quelli che per scelleratezze sono venuti al principato
De his qui per scelera ad principatum pervenere.
1. - Ma perché di privato si diventa principe ancora
in dua modi, il che non si può al tutto o alla fortuna o alla virtù
attribuire, non mi pare da lasciarli indrieto, ancora che dell'uno si possa
più diffusamente ragionare dove si trattassi delle repubbliche. Questi
sono quando, o per qualche via scellerata e nefaria si ascende al principato,
o quando uno privato cittadino con il favore delli altri sua cittadini diventa
principe della sua patria. E, parlando del primo modo, si monstrerrà
con dua esempli, l'uno antiquo l'altro moderno, sanza intrare altrimenti ne'
meriti di questa parte, perché io iudico che basti, a chi fussi necessitato,
imitarli.
2. - Agatocle siciliano, non solo di privata fortuna, ma di infima et abietta,
divenne re di Siracusa. Costui, nato d'uno figulo, tenne sempre, per li gradi
della sua età, vita scellerata; non di manco accompagnò le sua
scelleratezze con tanta virtù di animo e di corpo, che, voltosi alla
milizia, per li gradi di quella pervenne ad essere pretore di Siracusa. Nel
quale grado sendo constituito, e avendo deliberato diventare principe e tenere
con violenzia e sanza obligo d'altri quello che d'accordo li era suto concesso,
et avuto di questo suo disegno intelligenzia con Amilcare cartaginese, il quale
con li eserciti militava in Sicilia, raunò una mattina el populo et il
senato di Siracusa, come se elli avessi avuto a deliberare cose pertinenti alla
repubblica; et ad uno cenno ordinato, fece da' sua soldati uccidere tutti li
senatori e li più ricchi del popolo. Li quali morti, occupò e
tenne el principato di quella città sanza alcuna controversia civile.
E, benché da' Cartaginesi fussi dua volte rotto e demum assediato, non
solum possé defendere la sua città, ma, lasciato parte delle sue
genti alla difesa della obsidione, con le altre assaltò l'Affrica, et
in breve tempo liberò Siracusa dallo assedio e condusse Cartagine in
estrema necessità: e furono necessitati accordarsi con quello, esser
contenti della possessione di Affrica, et ad Agatocle lasciare la Sicilia.
3. - Chi considerassi adunque le azioni e virtù di costui, non vedrà
cose, o poche, le quali possa attribuire alla fortuna; con ciò sia cosa,
come di sopra è detto, che non per favore d'alcuno, ma per li gradi della
milizia, li quali con mille disagi e periculi si aveva guadagnati, pervenissi
al principato, e quello di poi con tanti partiti animosi e periculosi mantenessi.
Non si può ancora chiamare virtù ammazzare li sua cittadini, tradire
li amici, essere sanza fede, sanza pietà, sanza religione; li quali modi
possono fare acquistare imperio, ma non gloria. Perché, se si considerassi
la virtù di Agatocle nello intrare e nello uscire de' periculi, e la
grandezza dello animo suo nel sopportare e superare le cose avverse, non si
vede perché elli abbia ad essere iudicato inferiore a qualunque eccellentissimo
capitano. Non di manco, la sua efferata crudeltà e inumanità,
con infinite scelleratezze, non consentono che sia infra li eccellentissimi
uomini celebrato. Non si può, adunque, attribuire alla fortuna o alla
virtù quello che sanza l'una e l'altra fu da lui conseguito.
4. - Ne' tempi nostri, regnante Alessandro VI, Liverotto Firmano, sendo più
anni innanzi rimaso piccolo, fu da uno suo zio materno, chiamato Giovanni Fogliani,
allevato, e ne' primi tempi della sua gioventù dato a militare sotto
Paulo Vitelli, acciò che, ripieno di quella disciplina, pervenissi a
qualche eccellente grado di milizia. Morto di poi Paulo, militò sotto
Vitellozzo suo fratello; et in brevissimo tempo, per essere ingegnoso, e della
persona e dello animo gagliardo, diventò el primo uomo della sua milizia.
Ma, parendoli cosa servile lo stare con altri, pensò, con lo aiuto di
alcuni cittadini di Fermo a' quali era più cara la servitù che
la libertà della loro patria, e con il favore vitellesco, di occupare
Fermo. E scrisse a Giovanni Fogliani come, sendo stato più anni fuora
di casa, voleva venire a vedere lui e la sua città, et in qualche parte
riconoscere el suo patrimonio: e perché non s'era affaticato per altro
che per acquistare onore, acciò ch'e' sua cittadini vedessino come non
aveva speso el tempo in vano, voleva venire onorevole et accompagnato da cento
cavalli di sua amici e servidori; e pregavalo fussi contento ordinare che da'
Firmani fussi ricevuto onoratamente; il che non solamente tornava onore a lui,
ma a sé proprio, sendo suo allievo.
5. - Non mancò, per tanto Giovanni di alcuno offizio debito verso el
nipote; e fattolo ricevere da' Firmani onoratamente, si alloggiò nelle
case sua: dove, passato alcuno giorno, et atteso ad ordinare quello che alla
sua futura scelleratezza era necessario, fece uno convito solennissimo, dove
invitò Giovanni Fogliani e tutti li primi uomini di Fermo. E, consumate
che furono le vivande, e tutti li altri intrattenimenti che in simili conviti
si usano, Liverotto, ad arte, mosse certi ragionamenti gravi, parlando della
grandezza di papa Alessandro e di Cesare suo figliuolo, e delle imprese loro.
A' quali ragionamenti respondendo Giovanni e li altri, lui a un tratto si rizzò,
dicendo quelle essere cose da parlarne in loco più secreto; e ritirossi
in una camera, dove Giovanni e tutti li altri cittadini li andorono drieto.
Né prima furono posti a sedere, che de' luoghi secreti di quella uscirono
soldati, che ammazzorno Giovanni e tutti li altri.
6. - Dopo il quale omicidio, montò Liverotto a cavallo, e corse la terra,
e assediò nel palazzo el supremo magistrato; tanto che per paura furono
costretti obedirlo e formare uno governo, del quale si fece principe. E, morti
tutti quelli che, per essere malcontenti, lo potevono offendere, si corroborò
con nuovi ordini civili e militari; in modo che, in spazio d'uno anno che tenne
el principato, lui non solamente era sicuro nella città di Fermo, ma
era diventato pauroso a tutti li sua vicini. E sarebbe suta la sua espugnazione
difficile come quella di Agatocle, se non si fussi lasciato ingannare da Cesare
Borgia, quando a Sinigaglia, come di sopra si disse, prese li Orsini e Vitelli;
dove, preso ancora lui, uno anno dopo el commisso parricidio, fu, insieme con
Vitellozzo, il quale aveva avuto maestro delle virtù e scelleratezze
sua, strangolato.
7. - Potrebbe alcuno dubitare donde nascessi che Agatocle et alcuno simile,
dopo infiniti tradimenti e crudeltà, possé vivere lungamente sicuro
nella sua patria e defendersi dalli inimici esterni, e da' sua cittadini non
li fu mai cospirato contro; con ciò sia che molti altri, mediante la
crudeltà non abbino, etiam ne' tempi pacifici, possuto mantenere lo stato,
non che ne' tempi dubbiosi di guerra. Credo che questo avvenga dalle crudeltà
male usate o bene usate. Bene usate si possono chiamare quelle (se del male
è licito dire bene) che si fanno ad uno tratto, per necessità
dello assicurarsi, e di poi non vi si insiste drento ma si convertiscono in
più utilità de' sudditi che si può. Male usate sono quelle
le quali, ancora che nel principio sieno poche, più tosto col tempo crescono
che le si spenghino. Coloro che osservano el primo modo, possono con Dio e con
li uomini avere allo stato loro qualche remedio, come ebbe Agatocle; quelli
altri è impossibile si mantenghino.
8. - Onde è da notare che, nel pigliare uno stato, debbe l'occupatore
di esso discorrere tutte quelle offese che li è necessario fare; e tutte
farle a un tratto, per non le avere a rinnovare ogni dí, e potere, non
le innovando, assicurare li uomini e guadagnarseli con beneficarli. Chi fa altrimenti,
o per timidità o per mal consiglio, è sempre necessitato tenere
el coltello in mano; né mai può fondarsi sopra li sua sudditi
non si potendo quelli per le fresche e continue iniurie assicurare di lui. Perché
le iniurie si debbono fare tutte insieme, acciò che, assaporandosi meno,
offendino meno: e benefizii si debbono fare a poco a poco, acciò che
si assaporino meglio. E debbe, sopr'a tutto, uno principe vivere con li suoi
sudditi in modo che veruno accidente o di male o di bene lo abbi a far variare:
perché, venendo per li tempi avversi le necessità, tu non se'
a tempo al male, et il bene che tu fai non ti giova, perché è
iudicato forzato, e non te n'è saputo grado alcuno.
Capitolo IX
Del Principato Civile
De principatu civili
1. - Ma, venendo all'altra parte, quando uno privato cittadino,
non per scelleratezza o altra intollerabile violenzia, ma con il favore delli
altri sua cittadini diventa principe della sua patria, il quale si può
chiamare principato civile (né a pervenirvi è necessario o tutta
virtù o tutta fortuna, ma più presto una astuzia fortunata), dico
che si ascende a questo principato o con il favore del populo o con il favore
de' grandi. Perché in ogni città si truovano questi dua umori
diversi; e nasce da questo, che il populo desidera non essere comandato né
oppresso da' grandi, e li grandi desiderano comandare et opprimere el populo;
e da questi dua appetiti diversi nasce nelle città uno de' tre effetti,
o principato o libertà o licenzia.
2. - El principato è causato o dal populo o da' grandi, secondo che l'una
o l'altra di queste parti ne ha occasione; perché, vedendo e' grandi
non potere resistere al populo, cominciano a voltare la reputazione ad uno di
loro, e fannolo principe per potere sotto la sua ombra sfogare l'appetito loro.
El populo ancora, vedendo non potere resistere a' grandi, volta la reputazione
ad uno, e lo fa principe, per essere con la autorità sua difeso. Colui
che viene al principato con lo aiuto de' grandi, si mantiene con più
difficultà che quello che diventa con lo aiuto del populo; perché
si trova principe con di molti intorno che li paiano essere sua eguali, e per
questo non li può né comandare né maneggiare a suo modo.
3. - Ma colui che arriva al principato con il favore popolare, vi si trova solo,
e ha intorno o nessuno o pochissimi che non sieno parati a obedire. Oltre a
questo, non si può con onestà satisfare a' grandi e sanza iniuria
d'altri, ma sí bene al populo: perché quello del populo è
più onesto fine che quello de' grandi, volendo questi opprimere, e quello
non essere oppresso. Preterea, del populo inimico uno principe non si può
mai assicurare, per essere troppi; de' grandi si può assicurare, per
essere pochi. El peggio che possa aspettare uno principe dal populo inimico,
è lo essere abbandonato da lui; ma da' grandi, inimici, non solo debbe
temere di essere abbandonato, ma etiam che loro li venghino contro; perché,
sendo in quelli più vedere e più astuzia, avanzono sempre tempo
per salvarsi, e cercono gradi con quelli che sperano che vinca. È necessitato
ancora el principe vivere sempre con quello medesimo populo; ma può ben
fare sanza quelli medesimi grandi, potendo farne e disfarne ogni dí,
e tòrre e dare, a sua posta, reputazione loro.
4. - E, per chiarire meglio questa parte, dico come e grandi si debbono considerare
in dua modi principalmente. O si governano in modo, col procedere loro, che
si obbligano in tutto alla tua fortuna, o no. Quelli che si obbligano, e non
sieno rapaci, si debbono onorare et amare; quelli che non si obbligano, si hanno
ad esaminare in dua modi: o fanno questo per pusillanimità e defetto
naturale d'animo: allora tu ti debbi servire di quelli massime che sono di buono
consiglio, perché nelle prosperità te ne onori, e nelle avversità
non hai da temerne. Ma, quando non si obbligano ad arte e per cagione ambiziosa,
è segno come pensano più a sé che a te; e da quelli si
debbe el principe guardare, e temerli come se fussino scoperti inimici, perché
sempre, nelle avversità, aiuteranno ruinarlo.
5. - Debbe, pertanto, uno che diventi principe mediante el favore del populo,
mantenerselo amico; il che li fia facile, non domandando lui se non di non essere
oppresso. Ma uno che contro al populo diventi principe con il favore de' grandi,
debbe innanzi a ogni altra cosa cercare di guadagnarsi el populo: il che li
fia facile, quando pigli la protezione sua. E perché li uomini, quando
hanno bene da chi credevano avere male, si obbligano più al beneficatore
loro, diventa el populo subito più suo benivolo, che se si fussi condotto
al principato con favori sua: e puosselo el principe guadagnare in molti modi,
li quali, perché variano secondo el subietto, non se ne può dare
certa regola, e però si lasceranno indrieto.
6. - Concluderò solo che a uno principe è necessario avere el
populo amico: altrimenti non ha, nelle avversità, remedio. Nabide, principe
delli Spartani, sostenne la obsidione di tutta Grecia e di uno esercito romano
vittoriosissimo, e difese contro a quelli la patria sua et il suo stato: e li
bastò solo, sopravvenente il periculo, assicurarsi di pochi: ché
se elli avessi avuto el populo inimico, questo non li bastava. E non sia alcuno
che repugni a questa mia opinione con quello proverbio trito, che chi fonda
in sul populo, fonda in sul fango: perché quello è vero, quando
uno cittadino privato vi fa su fondamento, e dassi ad intendere che il populo
lo liberi, quando fussi oppresso da' nimici o da' magistrati. In questo caso
si potrebbe trovare spesso ingannato, come a Roma e Gracchi et a Firenze messer
Giorgio Scali. Ma, sendo uno principe che vi fondi su, che possa comandare e
sia uomo di core, né si sbigottisca nelle avversità, e non manchi
delle altre preparazioni, e tenga con l'animo et ordini sua animato l'universale,
mai si troverrà ingannato da lui, e li parrà avere fatto li sua
fondamenti buoni.
7. - Sogliono questi principati periclitare quando sono per salire dall'ordine
civile allo assoluto; perché questi principi, o comandano per loro medesimi,
o per mezzo de' magistrati. Nell'ultimo caso, è più debole e più
periculoso lo stare loro; perché gli stanno al tutto con la voluntà
di quelli cittadini che sono preposti a' magistrati: li quali, massime ne' tempi
avversi, li possono tòrre con facilità grande lo stato, o con
farli contro, o con non lo obedire. Et el principe non è a tempo, ne'
periculi, a pigliare l'autorità assoluta; perché li cittadini
e sudditi, che sogliono avere e comandamenti da' magistrati, non sono, in quelli
frangenti, per obedire a' sua; et arà sempre, ne' tempi dubii, penuria
di chi si possa fidare. Perché simile principe non può fondarsi
sopra a quello che vede ne' tempi quieti, quando e cittadini hanno bisogno dello
stato; perché allora ognuno corre, ognuno promette, e ciascuno vuole
morire per lui, quando la morte è discosto; ma ne' tempi avversi, quando
lo stato ha bisogno de' cittadini, allora se ne truova pochi. E tanto più
è questa esperienzia periculosa, quanto la non si può fare se
non una volta. E però uno principe savio debba pensare uno modo per il
quale li sua cittadini, sempre et in ogni qualità di tempo, abbino bisogno
dello stato e di lui: e sempre poi li saranno fedeli.
Capitolo X
In che modo si debbino misurare le forze di tutti i principati
Quomodo omnium principatuum vires perpendi debeant
1. - Conviene avere, nello esaminare le qualità di
questi principati, un'altra considerazione: cioè, se uno principe ha
tanto stato che possa, bisognando, per sé medesimo reggersi, o vero se
ha sempre necessità della defensione di altri. E, per chiarire meglio
questa parte, dico come io iudico coloro potersi reggere per sé medesimi,
che possono, o per abundanzia di uomini, o di denari, mettere insieme un esercito
iusto, e fare una giornata con qualunque li viene ad assaltare; e cosí
iudico coloro avere sempre necessità di altri, che non possono comparire
contro al nimico in campagna, ma sono necessitati rifuggirsi drento alle mura
e guardare quelle. Nel primo caso, si è discorso; e per lo avvenire diremo
quello ne occorre. Nel secondo caso non si può dire altro, salvo che
confortare tali principi a fortificare e munire la terra propria, e del paese
non tenere alcuno conto. E qualunque arà bene fortificata la sua terra,
e circa li altri governi con li sudditi si fia maneggiato come di sopra è
detto e di sotto si dirà, sarà sempre con grande respetto assaltato;
perché li uomini sono sempre nimici delle imprese dove si vegga difficultà,
né si può vedere facilità assaltando uno che abbi la sua
terra gagliarda e non sia odiato dal populo.
2. - Le città di Alamagna sono liberissime, hanno poco contado, et obediscano
allo imperadore quando le vogliono, e non temono né quello né
altro potente che e abbino intorno; perché le sono in modo fortificate,
che ciascuno pensa la espugnazione di esse dovere essere tediosa e difficile.
Perché tutte hanno fossi e mura conveniente; hanno artiglierie a sufficienzia;
tengono sempre nelle cànove publiche da bere e da mangiare e da ardere
per uno anno; et oltre a questo, per potere tenere la plebe pasciuta e sanza
perdita del pubblico, hanno sempre in comune per uno anno da potere dare loro
da lavorare in quelli esercizii che sieno el nervo e la vita di quella città
e delle industrie de' quali la plebe pasca. Tengono ancora li esercizii militari
in reputazione, e sopra questo hanno molti ordini a mantenerli.
3. - Uno principe, adunque, che abbi una città forte e non si facci odiare,
non può essere assaltato; e, se pure fussi chi lo assaltassi, se ne partirà
con vergogna; perché le cose del mondo sono sí varie, che elli
è quasi impossibile che uno potessi con li eserciti stare uno anno ozioso
a campeggiarlo. E chi replicasse: se il populo arà le sue possessioni
fuora, e veggale ardere, non ci arà pazienza, et il lungo assedio e la
carità propria li farà sdimenticare el principe; respondo che
uno principe potente et animoso supererà sempre tutte quelle difficultà,
dando ora speranza a' sudditi che el male non fia lungo, ora timore della crudeltà
del nimico, ora assicurandosi con destrezza di quelli che li paressino troppo
arditi. Oltre a questo, el nimico, ragionevolmente, debba ardere e ruinare el
paese in sulla sua giunta e ne' tempi, quando li animi delli uomini sono ancora
caldi e volenterosi alla difesa; e però tanto meno el principe debbe
dubitare, perché, dopo qualche giorno, che li animi sono raffreddi, sono
di già fatti e' danni, sono ricevuti e' mali, e non vi è più
remedio; et allora tanto più si vengono a unire con il loro principe,
parendo che lui abbia con loro obbligo sendo loro sute arse le case, ruinate
le possessioni, per la difesa sua. E la natura delli uomini è, cosí
obbligarsi per li benefizii che si fanno, come per quelli che si ricevano. Onde,
se si considerrà bene tutto, non fia difficile a uno principe prudente
tenere prima e poi fermi li animi de' sua cittadini nella obsidione, quando
non li manchi da vivere né da difendersi.
Capitolo XI
De' principati ecclesiastici
De principatibus ecclesiasticis.
1. - Restaci solamente, al presente, a ragionare de' principati
ecclesiastici: circa quali tutte le difficultà sono avanti che si possegghino:
perché si acquistano o per virtù o per fortuna, e sanza l'una
e l'altra si mantengano; perché sono sustentati dalli ordini antiquati
nella religione, quali sono suti tanto potenti e di qualità che tengono
e' loro principi in stato, in qualunque modo si procedino e vivino. Costoro
soli hanno stati, e non li defendano; sudditi, e non li governano: e li stati,
per essere indifesi, non sono loro tolti; e li sudditi, per non essere governati,
non se ne curano, né pensano né possono alienarsi da loro. Solo,
adunque, questi principati sono sicuri e felici.
2. - Ma, sendo quelli retti da cagioni superiore, alla quale mente umana non
aggiugne, lascerò el parlarne; perché, sendo esaltati e mantenuti
da Dio, sarebbe offizio di uomo prosuntuoso e temerario discorrerne. Non di
manco, se alcuno mi ricercassi donde viene che la Chiesa, nel temporale, sia
venuta a tanta grandezza, con ciò sia che da Alessandro indrieto, e potentati
italiani, et non solum quelli che si chiamavono e potentati, ma ogni barone
e signore, benché minimo, quanto al temporale, la estimava poco, et ora
uno re di Francia ne trema, e lo ha possuto cavare di Italia e ruinare e Viniziani:
la qual cosa, ancora che sia nota, non mi pare superfluo ridurla in buona parte
alla memoria.
3. - Avanti che Carlo re di Francia passassi in Italia, era questa provincia
sotto lo imperio del papa, Viniziani, re di Napoli, duca di Milano e Fiorentini.
Questi potentati avevano ad avere dua cure principali: l'una, che uno forestiero
non entrassi in Italia con le arme; l'altra, che veruno di loro occupassi più
stato. Quelli a chi si aveva più cura erano Papa e Viniziani. Et a tenere
indrieto Viniziani, bisognava la unione di tutti li altri, come fu nella difesa
di Ferrara; et a tenere basso el Papa, si servivano de' baroni di Roma: li quali,
sendo divisi in due fazioni, Orsini e Colonnesi, sempre vi era cagione di scandolo
fra loro; e, stando con le arme in mano in su li occhi al pontefice, tenevano
el pontificato debole et infermo. E, benché surgessi qualche volta uno
papa animoso, come fu Sisto, tamen la fortuna o il sapere non lo possé
mai disobbligare da queste incomodità. E la brevità della vita
loro n'era cagione; perché in dieci anni che, ragguagliato, viveva uno
papa, a fatica che potessi sbassare una delle fazioni; e se, verbigrazia, l'uno
aveva quasi spenti Colonnesi, surgeva un altro inimico alli Orsini, che li faceva
resurgere, e li Orsini non era a tempo a spegnere. Questo faceva che le forze
temporali del papa erano poco stimate in Italia.
4. - Surse di poi Alessandro VI, il quale, di tutt'i pontefici che sono stati
mai, mostrò quanto uno papa, e con il danaio e con le forze, si poteva
prevalere, e fece, con lo instrumento del duca Valentino e con la occasione
della passata de' Franzesi, tutte quelle cose che io discorro di sopra nelle
azioni del duca. E, benché lo intento suo non fussi fare grande la Chiesa,
ma il duca, nondimeno ciò che fece tornò a grandezza della Chiesa;
la quale, dopo la sua morte, spento el duca, fu erede delle sue fatiche. Venne
di poi papa Iulio; e trovò la Chiesa grande, avendo tutta la Romagna
e sendo spenti e baroni di Roma e, per le battiture di Alessandro, annullate
quelle fazioni; e trovò ancora la via aperta al modo dello accumulare
danari, non mai più usitato da Alessandro indrieto.
5. - Le quali cose Iulio non solum seguitò, ma accrebbe; e pensò
a guadagnarsi Bologna e spegnere e Viniziani et a cacciare Franzesi di Italia;
e tutte queste imprese li riuscirono, e con tanta più sua laude, quanto
fece ogni cosa per accrescere la Chiesa e non alcuno privato. Mantenne ancora
le parti Orsine e Colonnese in quelli termini che le trovò; e benché
tra loro fussi qualche capo da fare alterazione, tamen dua cose li ha tenuti
fermi: l'una, la grandezza della Chiesa, che li sbigottisce; l'altra, el non
avere loro cardinali, li quali sono origine de' tumulti infra loro. Né
mai staranno quiete queste parti, qualunque volta abbino cardinali, perché
questi nutriscono, in Roma e fuora, le parti, e quelli baroni sono forzati a
defenderle: e cosí dalla ambizione de' prelati nascono le discordie e
li tumulti infra e baroni. Ha trovato adunque la Santità di papa Leone
questo pontificato potentissimo: il quale si spera, se quelli lo feciono grande
con le arme, questo, con la bontà e infinite altre sue virtù,
lo farà grandissimo e venerando.
Capitolo XII
Di quante ragioni sia la milizia, e de' soldati mercenarii
Quot sint genera militiae et de mercenariis militibus
1. - Avendo discorso particularmente tutte le qualità
di quelli principati de' quali nel principio proposi di ragionare, e considerato
in qualche parte le cagioni del bene e del male essere loro, e monstro e modi
con li quali molti hanno cerco di acquistarli e tenerli, mi resta ora a discorrere
generalmente le offese e difese che in ciascuno de' prenominati possono accadere.
Noi abbiamo detto di sopra, come a uno principe è necessario avere e
sua fondamenti buoni; altrimenti, conviene che rovini. E principali fondamenti
che abbino tutti li stati, cosí nuovi come vecchi o misti, sono le buone
legge e le buone arme. E perché non può essere buone legge dove
non sono buone arme, e dove sono buone arme conviene sieno buone legge, io lascerò
indrieto el ragionare delle legge e parlerò delle arme.
2. - Dico, adunque, che l'arme con le quali uno principe defende el suo stato,
o le sono proprie o le sono mercenarie, o ausiliarie o miste. Le mercenarie
et ausiliarie sono inutile e periculose; e, se uno tiene lo stato suo fondato
in sulle arme mercenarie, non starà mai fermo né sicuro; perché
le sono disunite, ambiziose, sanza disciplina, infedele; gagliarde fra' li amici;
fra' nimici, vile; non timore di Dio, non fede con li uomini, e tanto si differisce
la ruina quanto si differisce lo assalto; e nella pace se' spogliato da loro,
nella guerra da' nimici. La cagione di questo è, che le non hanno altro
amore né altra cagione che le tenga in campo, che uno poco di stipendio,
il quale non è sufficiente a fare che voglino morire per te. Vogliono
bene essere tuoi soldati mentre che tu non fai guerra; ma, come la guerra viene,
o fuggirsi o andarsene.
3. - La qual cosa doverrei durare poca fatica a persuadere, perché ora
la ruina di Italia non è causata da altro che per essere in spazio di
molti anni riposatasi in sulle arme mercenarie. Le quali feciono già
per qualcuno qualche progresso, e parevano gagliarde infra loro; ma, come venne
el forestiero, le mostrorono quello che elle erano. Onde che a Carlo re di Francia
fu licito pigliare la Italia col gesso; e chi diceva come e' n'erano cagione
e peccati nostri, diceva il vero; ma non erano già quelli che credeva,
ma questi che io ho narrati: e perché elli erano peccati di principi,
ne hanno patito la pena ancora loro.
4. - Io voglio dimostrare meglio la infelicità di queste arme. E capitani
mercenarii, o sono uomini eccellenti, o no: se sono, non te ne puoi fidare,
perché sempre aspireranno alla grandezza propria, o con lo opprimere
te che li se' patrone, o con lo opprimere altri fuora della tua intenzione;
ma, se non è il capitano virtuoso, ti rovina per l'ordinario. E se si
responde che qualunque arà le arme in mano farà questo, o mercenario
o no, replicherei come l'arme hanno ad essere operate o da uno principe o da
una repubblica. El principe debbe andare in persona, e fare lui l'offizio del
capitano; la repubblica ha a mandare sua cittadini; e quando ne manda uno che
non riesca valente uomo, debbe cambiarlo; e quando sia, tenerlo con le leggi
che non passi el segno. E per esperienzia si vede a' principi soli e repubbliche
armate fare progressi grandissimi, et alle arme mercenarie non fare mai se non
danno. E con più difficultà viene alla obedienza di uno suo cittadino
una repubblica armata di arme proprie, che una armata di armi esterne.
5. - Stettono Roma e Sparta molti secoli armate e libere. E Svizzeri sono armatissimi
e liberissimi. Delle arme mercenarie antiche in exemplis sono Cartaginesi; li
quali furono per essere oppressi da' loro soldati mercenarii, finita la prima
guerra con li Romani, ancora che Cartaginesi avessino per capi loro proprii
cittadini. Filippo Macedone fu fatto da' Tebani, dopo la morte di Epaminunda,
capitano delle loro gente; e tolse loro, dopo la vittoria, la libertà.
E Milanesi, morto il duca Filippo, soldorno Francesco Sforza contro a' Viniziani;
il quale, superati li inimici a Caravaggio, si congiunse con loro per opprimere
e Milanesi suoi patroni. Sforza suo padre, sendo soldato della regina Giovanna
di Napoli, la lasciò in un tratto disarmata; onde lei, per non perdere
el regno, fu costretta gittarsi in grembo al re di Aragona.
6. - E, se Viniziani e Fiorentini hanno per lo adrieto cresciuto lo imperio
loro con queste arme, e li loro capitani non se ne sono però fatti principi
ma li hanno difesi, respondo che Fiorentini in questo caso sono suti favoriti
dalla sorte; perché de' capitani virtuosi, de' quali potevano temere,
alcuni non hanno vinto, alcuni hanno avuto opposizione, altri hanno volto la
ambizione loro altrove. Quello che non vinse fu Giovanni Aucut, del quale, non
vincendo, non si poteva conoscere la fede; ma ognuno confesserà che,
vincendo, stavano Fiorentini a sua discrezione. Sforza ebbe sempre e Bracceschi
contrarii, che guardorono l'uno l'altro. Francesco volse l'ambizione sua in
Lombardia; Braccio contro alla Chiesa et il regno di Napoli. Ma vegniamo a quello
che è seguito poco tempo fa. Feciono e Fiorentini Paulo Vitelli loro
capitano, uomo prudentissimo, e che di privata fortuna aveva presa grandissima
reputazione. Se costui espugnava Pisa, veruno fia che nieghi come conveniva
a' Fiorentini stare seco; perché, se fussi diventato soldato di loro
nemici, non avevano remedio; e se lo tenevano, aveano a obedirlo.
7. - E Viniziani, se si considerrà e progressi loro, si vedrà
quelli avere securamente e gloriosamente operato mentre ferono la guerra loro
proprii: che fu avanti che si volgessino con le loro imprese in terra: dove
co' gentili uomini e con la plebe armata operorono virtuosissimamente; ma, come
cominciorono a combattere in terra, lasciorono questa virtù, e seguitorono
e costumi delle guerre di Italia. E nel principio dello augumento loro in terra,
per non vi avere molto stato e per essere in grande reputazione, non aveano
da temere molto de' loro capitani; ma, come ellino ampliorono, che fu sotto
el Carmignuola, ebbono uno saggio di questo errore. Perché, vedutolo
virtuosissimo, battuto che ebbono sotto il suo governo el duca di Milano, e
conoscendo da altra parte come elli era raffreddo nella guerra, iudicorono con
lui non potere più vincere, perché non voleva, né potere
licenziarlo, per non riperdere ciò che aveano acquistato; onde che furono
necessitati, per assicurarsene, ammazzarlo. Hanno di poi avuto per loro capitani
Bartolomeo da Bergamo, Ruberto da San Severino, Conte di Pitigliano, e simili;
con li quali aveano a temere della perdita, non del guadagno loro: come intervenne
di poi a Vailà, dove, in una giornata, perderono quello che in ottocento
anni, con tanta fatica, avevano acquistato. Perché da queste armi nascono
solo e lenti, tardi e deboli acquisti, e le subite e miraculose perdite. E,
perché io sono venuto con questi esempli in Italia, la quale è
stata governata molti anni dalle arme mercenarie, le voglio discorrere, e più
da alto, acciò che, veduto l'origine e progressi di esse, si possa meglio
correggerle.
8. - Avete dunque a intendere come, tosto che in questi ultimi tempi lo imperio
cominciò a essere ributtato di Italia, e che il papa nel temporale vi
prese più reputazione, si divise la Italia in più stati; perché
molte delle città grosse presono l'arme contra a' loro nobili, li quali,
prima favoriti dallo imperatore, le tennono oppresse; e la Chiesa le favoriva
per darsi reputazione nel temporale; di molte altre e loro cittadini ne diventorono
principi. Onde che, essendo venuta l'Italia quasi che nelle mani della Chiesa
e di qualche Repubblica, et essendo quelli preti e quelli altri cittadini usi
a non conoscere arme, cominciorono a soldare forestieri. El primo che dette
reputazione a questa milizia fu Alberigo da Conio, romagnolo. Dalla disciplina
di costui discese, intra li altri, Braccio e Sforza, che ne' loro tempi furono
arbitri di Italia. Dopo questi, vennono tutti li altri che fino a' nostri tempi
hanno governato queste arme. E il fine della loro virtù è stato,
che Italia è suta corsa da Carlo, predata da Luigi, sforzata da Ferrando
e vituperata da' Svizzeri.
9. - L'ordine che elli hanno tenuto, è stato, prima, per dare reputazione
a loro proprii, avere tolto reputazione alle fanterie. Feciono questo, perché,
sendo sanza stato et in sulla industria, e pochi fanti non davano loro reputazione,
e li assai non potevano nutrire; e però si ridussono a' cavalli, dove
con numero sopportabile erano nutriti et onorati. Et erono ridotte le cose in
termine, che in uno esercito di ventimila soldati non si trovava dumila fanti.
Avevano, oltre a questo, usato ogni industria per levare a sé et a' soldati
la fatica e la paura, non si ammazzando nelle zuffe, ma pigliandosi prigioni
e sanza taglia. Non traevano la notte alle terre; quelli delle terre non traevano
alle tende; non facevano intorno al campo né steccato né fossa;
non campeggiavano el verno. E tutte queste cose erano permesse ne' loro ordini
militari, e trovate da loro per fuggire, come è detto, e la fatica e
li pericoli: tanto che li hanno condotta Italia stiava e vituperata.
Capitolo XIII
De' soldati ausiliarii, misti e proprii
De militibus auxiliariis, mixtis et propriis
1. - L'armi ausiliarie, che sono l'altre armi inutili, sono
quando si chiama uno potente che con le arme sue ti venga ad aiutare e defendere:
come fece ne' prossimi tempi papa Iulio; il quale, avendo visto nella impresa
di Ferrara la trista pruova delle sue armi mercenarie, si volse alle ausiliarie,
e convenne con Ferrando re di Spagna che con le sua gente et eserciti dovesse
aiutarlo. Queste arme possono essere utile e buone per loro medesime, ma sono,
per chi le chiama, quasi sempre dannose: perché, perdendo rimani disfatto,
vincendo, resti loro prigione.
2. - E ancora che di questi esempli ne siano piene le antiche istorie, non di
manco io non mi voglio partire da questo esemplo fresco di papa Iulio II; el
partito del quale non possé essere manco considerato, per volere Ferrara,
cacciarsi tutto nelle mani d'uno forestiere. Ma la sua buona fortuna fece nascere
una terza cosa, acciò non cogliessi el frutto della sua mala elezione:
perché, sendo li ausiliari sua rotti a Ravenna, e surgendo e Svizzeri
che cacciorono e vincitori, fuora d'ogni opinione e sua e d'altri, venne a non
rimanere prigione delli inimici, sendo fugati, né delli ausiliarii sua,
avendo vinto con altre arme che con le loro. E Fiorentini, sendo al tutto disarmati,
condussono diecimila Franzesi a Pisa per espugnarla: per il quale partito portorono
più pericolo che in qualunque tempo de' travagli loro. Lo imperatore
di Costantinopoli, per opporsi alli sua vicini, misse in Grecia diecimila Turchi;
li quali, finita la guerra, non se ne volsono partire: il che fu principio della
servitù di Grecia con li infedeli.
3. - Colui, adunque, che vuole non potere vincere, si vaglia di queste arme,
perché sono molto più pericolose che le mercenarie: perché
in queste è la ruina fatta: sono tutte unite, tutte volte alla obedienza
di altri; ma nelle mercenarie, ad offenderti, vinto che le hanno, bisogna più
tempo e maggiore occasione, non sendo tutto uno corpo, et essendo trovate e
pagate da te; nelle quali uno terzo che tu facci capo, non può pigliare
subito tanta autorità che ti offenda. In somma, nelle mercenarie è
più pericolosa la ignavia, nelle ausiliarie, la virtù.
4. - Uno principe, per tanto, savio, sempre ha fuggito queste arme, e voltosi
alle proprie; et ha volsuto più tosto perdere con li sua che vincere
con li altri, iudicando non vera vittoria quella che con le armi aliene si acquistassi.
Io non dubiterò mai di allegare Cesare Borgia e le sue azioni. Questo
duca intrò in Romagna con le armi ausiliarie, conducendovi tutte gente
franzese, e con quelle prese Imola e Furlí, ma non li parendo poi tale
arme sicure, si volse alle mercenarie, iudicando in quelle manco periculo; e
soldò li Orsini e Vitelli. Le quali poi nel maneggiare trovando dubie
et infideli e periculose, le spense, e volsesi alle proprie. E puossi facilmente
vedere che differenzia è infra l'una e l'altra di queste arme, considerato
che differenzia fu dalla reputazione del duca, quando aveva Franzesi soli e
quando aveva li Orsini e Vitelli, a quando rimase con li soldati sua e sopr'a
sé stesso e sempre si troverrà accresciuta; né mai fu stimato
assai, se non quando ciascuno vidde che lui era intero possessore delle sue
armi.
5. - Io non mi volevo partire dalli esempli italiani e freschi; tamen non voglio
lasciare indrieto Ierone Siracusano, sendo uno de' soprannominati da me. Costui,
come io dissi, fatto da' Siracusani capo delli eserciti, conobbe subito quella
milizia mercenaria non essere utile, per essere conduttieri fatti come li nostri
italiani; e, parendoli non li possere tenere né lasciare, li fece tutti
tagliare a pezzi: e di poi fece guerra con le arme sua e non con le aliene.
Voglio ancora ridurre a memoria una figura del Testamento Vecchio fatta a questo
proposito. Offerendosi David a Saul di andare a combattere con Golia, provocatore
filisteo, Saul, per dargli animo, l'armò dell'arme sua, le quali, come
David ebbe indosso, recusò, dicendo con quelle non si potere bene valere
di sé stesso, e però voleva trovare el nimico con la sua fromba
e con il suo coltello. In fine, l'arme d'altri, o le ti caggiono di dosso o
le ti pesano o le ti stringono.
6. - Carlo VII, padre del re Luigi XI, avendo, con la sua fortuna e virtù,
libera Francia dalli Inghilesi, conobbe questa necessità di armarsi di
arme proprie, e ordinò nel suo regno l'ordinanza delle gente d'arme e
delle fanterie. Di poi el re Luigi suo figliuolo spense quella de' fanti, e
cominciò a soldare Svizzeri: il quale errore, seguitato dalli altri,
è, come si vede ora in fatto, cagione de' pericoli di quello regno. Perché,
avendo dato reputazione a' Svizzeri, ha invilito tutte l'arme sua; perché
le fanterie ha spento e le sua gente d'arme ha obligato alle arme d'altri; perché,
sendo assuefatte a militare con Svizzeri, non par loro di potere vincere sanza
essi. Di qui nasce che Franzesi contro a Svizzeri non bastano, e sanza Svizzeri,
contro ad altri non pruovano. Sono dunque stati li eserciti di Francia misti,
parte mercenarii e parte proprii: le quali arme tutte insieme sono molto migliori
che le semplici ausiliarie o le semplici mercenarie, e molto inferiore alle
proprie. E basti lo esemplo detto; perché el regno di Francia sarebbe
insuperabile, se l'ordine di Carlo era accresciuto o preservato. Ma la poca
prudenzia delli uomini comincia una cosa, che, per sapere allora di buono, non
si accorge del veleno che vi è sotto: come io dissi, di sopra delle febbre
etiche.
7. - Pertanto, colui che in uno principato non conosce e mali quando nascono,
non è veramente savio; e questo è dato a pochi. E, se si considerassi
la prima ruina dello Imperio romano, si troverrà essere suto solo cominciare
a soldare e Goti; perché da quello principio cominciorno a enervare le
forze dello Imperio romano; e tutta quella virtù che si levava da lui
si dava a loro. Concludo, adunque, che, sanza avere arme proprie, nessuno principato
è sicuro; anzi è tutto obligato alla fortuna, non avendo virtù
che nelle avversità lo difenda. E fu sempre opinione e sentenzia delli
uomini savi, quod nihil sit tam infirmum aut instabile quam fama potentiae non
sua vi nixa. E l'arme proprie son quelle che sono composte o di sudditi o di
cittadini o di creati tua: tutte l'altre sono o mercenarie o ausiliarie. Et
il modo ad ordinare l'arme proprie sarà facile a trovare, se si discorrerà
li ordini de' quattro sopra nominati da me, e se si vedrà come Filippo,
padre di Alessandro Magno, e come molte repubbliche e principi si sono armati
et ordinati: a' quali ordini io al tutto mi rimetto.
Capitolo XIV
Quello che s'appartenga a uno principe circa la milizia
Quod principem deceat circa militiam.
1. - Debbe adunque uno principe non avere altro obietto né
altro pensiero, né prendere cosa alcuna per sua arte, fuora della guerra
et ordini e disciplina di essa; perché quella è sola arte che
si espetta a chi comanda. Et è di tanta virtù, che non solamente
mantiene quelli che sono nati principi, ma molte volte fa li uomini di privata
fortuna salire a quel grado; e per avverso si vede che, quando e principi hanno
pensato più alle delicatezze che alle arme, hanno perso lo stato loro.
E la prima cagione che ti fa perdere quello, è negligere questa arte;
e la cagione che te lo fa acquistare, è lo essere professo di questa
arte.
2. - Francesco Sforza, per essere armato, di privato diventò duca di
Milano; e figliuoli, per fuggire e disagi delle arme, di duchi diventorono privati.
Perché, intra le altre cagioni che ti arreca di male lo essere disarmato,
ti fa contennendo: la quale è una di quelle infamie dalle quali el principe
si debbe guardare, come di sotto si dirà. Perché da uno armato
a uno disarmato non è proporzione alcuna; e non è ragionevole
che chi è armato obedisca volentieri a chi è disarmato, e che
il disarmato stia sicuro intra servitori armati. Perché, sendo nell'uno
sdegno e nell'altro sospetto, non è possibile operino bene insieme. E
però uno principe che della milizia non si intenda, oltre alle altre
infelicità, come è detto, non può essere stimato da' sua
soldati né fidarsi di loro.
3. - Debbe, pertanto, mai levare el pensiero da questo esercizio della guerra,
e nella pace vi si debbe più esercitare che nella guerra: il che può
fare in dua modi; l'uno con le opere, l'altro con la mente. E, quanto alle opere,
oltre al tenere bene ordinati et esercitati li sua, debbe stare sempre in sulle
caccie, e mediante quelle assuefare el corpo a' disagi; e parte imparare la
natura de' siti, e conoscere come surgono e monti, come imboccano le valle,
come iacciono e piani, et intendere la natura de' fiumi e de' paduli, et in
questo porre grandissima cura. La quale cognizione è utile in dua modi.
Prima, s'impara a conoscere el suo paese, e può meglio intendere le difese
di esso; di poi, mediante la cognizione e pratica di quelli siti, con facilità
comprendere ogni altro sito che di nuovo li sia necessario speculare: perché
li poggi, le valli, e piani, e fiumi, e paduli che sono, verbigrazia, in Toscana,
hanno con quelli dell'altre provincie certa similitudine: tal che dalla cognizione
del sito di una provincia si può facilmente venire alla cognizione dell'altre.
E quel principe che manca di questa perizia, manca della prima parte che vuole
avere uno capitano; perché questa insegna trovare el nimico, pigliare
li alloggiamenti, condurre li eserciti, ordinare le giornate, campeggiare le
terre con tuo vantaggio.
4. - Filipomene, principe delli Achei, intra le altre laude che dalli scrittori
li sono date, è che ne' tempi della pace non pensava mai se non a' modi
della guerra; e, quando era in campagna con li amici, spesso si fermava e ragionava
con quelli. - Se li nimici fussino in su quel colle, e noi ci trovassimo qui
col nostro esercito, chi di noi arebbe vantaggio? come si potrebbe ire, servando
li ordini, a trovarli? se noi volessimo ritirarci, come aremmo a fare? se loro
si ritirassino, come aremmo a seguirli? - E proponeva loro, andando, tutti e
casi che in uno esercito possono occorrere; intendeva la opinione loro, diceva
la sua, corroboravala con le ragioni: tal che, per queste continue cogitazioni,
non posseva mai, guidando li eserciti, nascere accidente alcuno, che lui non
avessi el remedio.
5. - Ma, quanto allo esercizio della mente, debbe el principe leggere le istorie,
et in quelle considerare le azioni delli uomini eccellenti, vedere come si sono
governati nelle guerre, esaminare le cagioni della vittoria e perdite loro,
per potere queste fuggire, e quelle imitare; e sopra tutto fare come ha fatto
per l'adrieto qualche uomo eccellente, che ha preso ad imitare se alcuno innanzi
a lui è stato laudato e gloriato, e di quello ha tenuto sempre e gesti
et azioni appresso di sé: come si dice che Alessandro Magno imitava Achille;
Cesare Alessandro; Scipione Ciro. E qualunque legge la vita di Ciro scritta
da Senofonte, riconosce di poi nella vita di Scipione quanto quella imitazione
li fu di gloria, e quanto, nella castità, affabilità, umanità,
liberalità Scipione si conformassi con quelle cose che di Ciro da Senofonte
sono sute scritte. Questi simili modi debbe osservare uno principe savio, e
mai ne' tempi pacifici stare ozioso, ma con industria farne capitale, per potersene
valere nelle avversità, acciò che, quando si muta la fortuna,
lo truovi parato a resisterle.
Capitolo XV
Di quelle cose per le quali li uomini, e specialmente i principi, sono laudati
o vituperati
De his rebus quibus homines, et praesertim principes, laudantur aut vituperantur
1. - Resta ora a vedere quali debbano essere e modi e governi
di uno principe con sudditi o con li amici. E, perché io so che molti
di questo hanno scritto, dubito, scrivendone ancora io, non essere tenuto prosuntuoso,
partendomi, massime nel disputare questa materia, dalli ordini delli altri.
Ma, sendo l'intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso
più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa,
che alla immaginazione di essa. E molti si sono immaginati repubbliche e principati
che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché
elli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che
colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare, impara
più tosto la ruina che la perservazione sua: perché uno uomo che
voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti
che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere,
imparare a potere essere non buono, et usarlo e non usare secondo la necessità.
2. - Lasciando adunque indrieto le cose circa uno principe immaginate, e discorrendo
quelle che sono vere, dico che tutti li uomini, quando se ne parla, e massime
e principi, per essere posti più alti, sono notati di alcune di queste
qualità che arrecano loro o biasimo o laude. E questo è che alcuno
è tenuto liberale, alcuno misero (usando uno termine toscano, perché
avaro in nostra lingua è ancora colui che per rapina desidera di avere,
misero chiamiamo noi quello che si astiene troppo di usare il suo); alcuno è
tenuto donatore, alcuno rapace; alcuno crudele, alcuno pietoso; l'uno fedifrago,
l'altro fedele; l'uno effeminato e pusillanime, l'altro feroce et animoso; l'uno
umano, l'altro superbo; l'uno lascivo, l'altro casto; l'uno intero, l'altro
astuto; l'uno duro, l'altro facile; l'uno grave l'altro leggieri; l'uno religioso,
l'altro incredulo, e simili.
3. - E io so che ciascuno confesserà che sarebbe laudabilissima cosa
uno principe trovarsi di tutte le soprascritte qualità, quelle che sono
tenute buone: ma, perché non si possono avere né interamente osservare,
per le condizioni umane che non lo consentono, gli è necessario essere
tanto prudente che sappia fuggire l'infamia di quelle che li torrebbano lo stato,
e da quelle che non gnene tolgano guardarsi, se elli è possibile; ma,
non possendo, vi si può con meno respetto lasciare andare. Et etiam non
si curi di incorrere nella infamia di quelli vizii sanza quali e' possa difficilmente
salvare lo stato; perché, se si considerrà bene tutto, si troverrà
qualche cosa che parrà virtù, e seguendola sarebbe la ruina sua;
e qualcuna altra che parrà vizio, e seguendola ne riesce la securtà
et il bene essere suo.
Capitolo XVI
Della liberalità e della parsimonia
De liberalitate et parsimonia
1. - Cominciandomi, adunque alle prime soprascritte qualità
dico come sarebbe bene essere tenuto liberale: non di manco, la liberalità,
usata in modo che tu sia tenuto, ti offende; perché se ella si usa virtuosamente
e come la si debbe usare, la non fia conosciuta, e non ti cascherà l'infamia
del suo contrario. E però, a volersi mantenere infra li uomini el nome
del liberale, è necessario non lasciare indrieto alcuna qualità
di suntuosità; talmente che, sempre uno principe cosí fatto consumerà
in simili opere tutte le sue facultà; e sarà necessitato alla
fine, se si vorrà mantenere el nome del liberale, gravare e populi estraordinariamente
et essere fiscale, e fare tutte quelle cose che si possono fare per avere danari.
Il che comincerà a farlo odioso con sudditi, e poco stimare da nessuno,
diventando povero; in modo che, con questa sua liberalità avendo offeso
li assai e premiato e pochi, sente ogni primo disagio, e periclita in qualunque
primo periculo: il che conoscendo lui, e volendosene ritrarre, incorre subito
nella infamia del misero.
2. - Uno principe, adunque, non potendo usare questa virtù del liberale
sanza suo danno, in modo che la sia conosciuta, debbe, s'elli è prudente,
non si curare del nome del misero: perché col tempo sarà tenuto
sempre più liberale, veggendo che con la sua parsimonia le sua intrate
li bastano, può defendersi da chi li fa guerra, può fare imprese
sanza gravare e populi; talmente che viene a usare liberalità a tutti
quelli a chi non toglie, che sono infiniti, e miseria a tutti coloro a chi non
dà, che sono pochi. Ne' nostri tempi noi non abbiamo veduto fare gran
cose se non a quelli che sono stati tenuti miseri; li altri essere spenti. Papa
Iulio II, come si fu servito del nome del liberale per aggiugnere al papato,
non pensò poi a mantenerselo, per potere fare guerra. El re di Francia
presente ha fatto tante guerre sanza porre uno dazio estraordinario a' sua,
solum perché alle superflue spese ha sumministrato la lunga parsimonia
sua. El re di Spagna presente, se fussi tenuto liberale, non arebbe fatto né
vinto tante imprese.
3. - Per tanto, uno principe debbe esistimare poco, per non avere a rubare e
sudditi, per potere defendersi, per non diventare povero e contennendo, per
non essere forzato di diventare rapace, di incorrere nel nome del misero; perché
questo è uno di quelli vizii che lo fanno regnare. E se alcuno dicessi:
Cesare con la liberalità pervenne allo imperio, e molti altri, per essere
stati et essere tenuti liberali, sono venuti a gradi grandissimi; rispondo:
o tu se' principe fatto, o tu se' in via di acquistarlo: nel primo caso, questa
liberalità è dannosa; nel secondo, è bene necessario essere
tenuto liberale. E Cesare era uno di quelli che voleva pervenire al principato
di Roma; ma, se, poi che vi fu venuto, fussi sopravvissuto, e non si fussi temperato
da quelle spese, arebbe destrutto quello imperio. E se alcuno replicassi: molti
sono stati principi, e con li eserciti hanno fatto gran cose, che sono stati
tenuti liberalissimi; ti respondo: o el principe spende del suo e de' sua sudditi,
o di quello d'altri; nel primo caso, debbe essere parco; nell'altro, non debbe
lasciare indrieto parte alcuna di liberalità.
4. - E quel principe che va con li eserciti, che si pasce di prede, di sacchi
e di taglie, maneggia quel di altri, li è necessaria questa liberalità;
altrimenti non sarebbe seguíto da' soldati. E di quello che non è
tuo, o di sudditi tua, si può essere più largo donatore: come
fu Ciro, Cesare e Alessandro; perché lo spendere quello d'altri non ti
toglie reputazione, ma te ne aggiugne; solamente lo spendere el tuo è
quello che ti nuoce. E non ci è cosa che consumi sé stessa quanto
la liberalità: la quale mentre che tu usi, perdi la facultà di
usarla; e diventi, o povero e contennendo, o, per fuggire la povertà,
rapace e odioso. Et intra tutte le cose di che uno principe si debbe guardare,
è lo essere contennendo et odioso; e la liberalità all'una e l'altra
cosa ti conduce. Per tanto è più sapienzia tenersi el nome del
misero, che partorisce una infamia sanza odio, che, per volere el nome del liberale,
essere necessitato incorrere nel nome di rapace, che partorisce una infamia
con odio.
Capitolo XVII
Della crudeltà e pietà
e s'elli è meglio esser amato che temuto, o più tosto temuto che
amato
De crudelitate et pietate; et an sit melius amari quam timeri, vel e contra
1. - Scendendo appresso alle altre preallegate qualità, dico che ciascuno principe debbe desiderare di essere tenuto pietoso e non crudele: non di manco debbe avvertire di non usare male questa pietà. Era tenuto Cesare Borgia crudele; non di manco quella sua crudeltà aveva racconcia la Romagna, unitola, ridottola in pace et in fede. Il che se si considerrà bene, si vedrà quello essere stato molto più pietoso che il populo fiorentino, il quale, per fuggire el nome del crudele, lasciò destruggere Pistoia. Debbe, per tanto, uno principe non si curare della infamia di crudele, per tenere e sudditi sua uniti et in fede; perché, con pochissimi esempli sarà più pietoso che quelli e quali, per troppa pietà, lasciono seguire e disordini, di che ne nasca occisioni o rapine: perché queste sogliono offendere una universalità intera, e quelle esecuzioni che vengono dal principe offendono uno particulare. Et intra tutti e principi, al principe nuovo è impossibile fuggire el nome di crudele, per essere li stati nuovi pieni di pericoli. E Virgilio, nella bocca di Didone, dice:
Res dura, et regni novitas me talia cogunt
Moliri, et late fines custode tueri.
Non di manco debbe essere grave al credere et al muoversi,
né si fare paura da sé stesso, e procedere in modo temperato con
prudenza et umanità, che la troppa confidenzia non lo facci incauto e
la troppa diffidenzia non lo renda intollerabile.
2. - Nasce da questo una disputa: s'elli è meglio essere amato che temuto,
o e converso. Rispondesi che si vorrebbe essere l'uno e l'altro; ma perché
elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro
essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell'uno de' dua. Perché
delli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili,
simulatori e dissimulatori, fuggitori de' pericoli, cupidi di guadagno; e mentre
fai loro bene, sono tutti tua, ófferonti el sangue, la roba, la vita
e figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto; ma, quando
ti si appressa, e' si rivoltano. E quel principe che si è tutto fondato
in sulle parole loro, trovandosi nudo di altre preparazioni, rovina; perché
le amicizie che si acquistano col prezzo, e non con grandezza e nobiltà
di animo, si meritano, ma elle non si hanno, et a' tempi non si possano spendere.
E li uomini hanno meno respetto a offendere uno che si facci amare, che uno
che si facci temere; perché l'amore è tenuto da uno vinculo di
obbligo, il quale, per essere li uomini tristi, da ogni occasione di propria
utilità è rotto; ma il timore è tenuto da una paura di
pena che non abbandona mai.
3. - Debbe, nondimanco, el principe farsi temere in modo, che, se non acquista
lo amore, che fugga l'odio; perché può molto bene stare insieme
esser temuto e non odiato; il che farà sempre, quando si astenga dalla
roba de' sua cittadini e de' sua sudditi, e dalle donne loro: e quando pure
li bisognasse procedere contro al sangue di alcuno, farlo quando vi sia iustificazione
conveniente e causa manifesta; ma, sopra tutto, astenersi dalla roba d'altri;
perché li uomini sdimenticano più presto la morte del padre che
la perdita del patrimonio. Di poi, le cagioni del tòrre la roba non mancono
mai; e, sempre, colui che comincia a vivere con rapina, truova cagione di occupare
quel d'altri; e, per avverso, contro al sangue sono più rare e mancono
più presto.
4. - Ma, quando el principe è con li eserciti e ha in governo moltitudine
di soldati, allora al tutto è necessario non si curare del nome di crudele;
perché sanza questo nome non si tenne mai esercito unito né disposto
ad alcuna fazione. Intra le mirabili azioni di Annibale si connumera questa,
che, avendo uno esercito grossissimo, misto di infinite generazioni di uomini,
condotto a militare in terre aliene, non vi surgessi mai alcuna dissensione,
né infra loro né contro al principe, cosí nella cattiva
come nella sua buona fortuna. Il che non poté nascere da altro che da
quella sua inumana crudeltà, la quale, insieme con infinite sua virtù,
lo fece sempre nel cospetto de' suoi soldati venerando e terribile; e sanza
quella, a fare quello effetto le altre sua virtù non li bastavano. E
li scrittori poco considerati, dall'una parte ammirano questa sua azione, dall'altra
dannono la principale cagione di essa.
5. - E che sia vero che l'altre sua virtù non sarebbano bastate, si può
considerare in Scipione, rarissimo non solamente ne' tempi sua, ma in tutta
la memoria delle cose che si sanno, dal quale li eserciti sua in Ispagna si
rebellorno. Il che non nacque da altro che dalla troppa sua pietà, la
quale aveva data a' sua soldati più licenzia che alla disciplina militare
non si conveniva. La qual cosa li fu da Fabio Massimo in Senato rimproverata,
e chiamato da lui corruttore della romana milizia. E Locrensi, sendo stati da
uno legato di Scipione destrutti, non furono da lui vendicati, né la
insolenzia di quello legato corretta, nascendo tutto da quella sua natura facile;
talmente che, volendolo alcuno in Senato escusare, disse come elli erano di
molti uomini che sapevano meglio non errare, che correggere li errori. La qual
natura arebbe col tempo violato la fama e la gloria di Scipione, se elli avessi
con essa perseverato nello imperio; ma, vivendo sotto el governo del Senato,
questa sua qualità dannosa non solum si nascose, ma li fu a gloria.
6. - Concludo adunque, tornando allo essere temuto e amato, che, amando li uomini
a posta loro, e temendo a posta del principe, debbe uno principe savio fondarsi
in su quello che è suo, non in su quello che è d'altri: debbe
solamente ingegnarsi di fuggire l'odio, come è detto.
Capitolo XVIII
In che modo e principi abbino a mantenere la fede
Quomodo fides a principibus sit serranda
1. - Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede
e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende: non di
manco si vede, per esperienzia ne' nostri tempi, quelli principi avere fatto
gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l'astuzia
aggirare e cervelli delli uomini; et alla fine hanno superato quelli che si
sono fondati in sulla lealtà.
2. - Dovete adunque sapere come sono dua generazione di combattere: l'uno con
le leggi, l'altro con la forza: quel primo è proprio dello uomo, quel
secondo delle bestie: ma, perché el primo molte volte non basta, conviene
ricorrere al secondo. Pertanto, a uno principe è necessario sapere bene
usare la bestia e lo uomo. Questa parte è suta insegnata a' principi
copertamente dalli antichi scrittori; li quali scrivono come Achille, e molti
altri di quelli principi antichi, furono dati a nutrire a Chirone centauro,
che sotto la sua disciplina li custodissi. Il che non vuol dire altro, avere
per precettore uno mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe
sapere usare l'una e l'altra natura; e l'una sanza l'altra non è durabile.
3. - Sendo adunque uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe
di quelle pigliare la golpe e il lione; perché il lione non si defende
da' lacci, la golpe non si difende da' lupi. Bisogna, adunque, essere golpe
a conoscere e lacci, e lione a sbigottire e lupi. Coloro che stanno semplicemente
in sul lione, non se ne intendano. Non può, pertanto, uno signore prudente,
né debbe, osservare la fede, quando tale