Biblioteca Multimediale Marxista
Rivoluzione e lotta quotidiana
1. Il periodo della maturazione ideologica
1. CONSIDERAZIONI SULLA STORIA DEL MOVIMENTO ANARCHICO IN ITALIA
a. Il socialismo in Italia1
(...) Quando Bakunin venne in Italia, una profonda crisi travagliava il paese,
e specialmente quella parte eletta del paese che partecipava alla vita politica
non per basso egoismo di avventurieri ed arrivisti, ma per ragioni ideali ed
amore sincero di bene generale.
Il nuovo regno dei Savoia, cui aveva messo capo la lotta per l’indipendenza
d’Italia, non rispondeva punto alle aspirazioni di coloro che prima e
meglio di tutti avevano promosso e sostenuto il movimento.
Per lunghi decenni schiere di generosi avevano combattuto con insuperato eroismo
per liberare l’Italia dalla tirannide dell’Austria, del papa, dei
Borboni e degli altri principotti che se ne dividevano il territorio. Era il
fiore della gioventù italiana che, colle cospirazioni, gli attentati,
le insurrezioni, affrontava il martirio; e continuamente decimata dai massacri,
dalle galere, dai patiboli, si rinsanguava sempre con nuovi altrettanto eroici
combattenti.
Le idealità che animavano quegli uomini appaiono, a noi venuti dopo,
insufficienti, vaghe, mistiche, spesso contraddittorie, ma erano certamente
nobili, disinteressate, umanitarie.
In generale essi volevano l’Italia libera dallo straniero e dai tiranni
indigeni, libera dal dominio dei preti e costituita in repubblica unitaria o
federale; e per repubblica intendevano un "governo di popolo" che
assicurasse a tutti libertà, giustizia, benessere e istituzione.
In conseguenza delle tradizioni classiche e poi per la predicazione di Giuseppe
Mazzini, essi avevano bensì l’assurda pretesa che l’Italia
fosse superiore a tutti gli altri paesi e predestinata (da Dio, e dalla Natura,
e dalla Storia) ad essere maestra e guida di tutta l'umanità. Ma il loro
mistico patriottismo era lungi dal significare desiderio di dominio sugli altri
popoli. Al contrario, essi affrettavano coi voti e coll’opera l'emancipazione
e la grandezza del popolo italiano anche perchè potesse compiere la sua
missione civilizzatrice ed aiutare a liberarsi tutti i popoli oppressi: a prova
il fatto che i patrioti italiani accorrevano a combattere e versare il loro
sangue in qualunque parte del mondo dove sorgeva un grido di libertà.
Ma malgrado tanto eroismo e tanta nobiltà di propositi la causa italiana
sembrò per lungo tempo una causa disperata e trovava appoggio solo tra
i "sognatori" assetati d’ideale e alieni da ogni mira di vantaggio
personale. La gente "pratica", egoista e pusillanime, subiva pazientemente
l’oppressione e per calcolo acclamava i più forti; ed i peggiori
si mettevano al servizio degli oppressori quali birri e carnefici. La gran massa,
misera, ignorante, superstiziosa, restava come sempre materia passiva, strumento
docile ma infido di chi poteva e sapeva servirsene.
Poi, quando per la costanza ed il crescere dei ribelli, e per fortunate circostanze
politiche europee i servi di Casa Savoia trovarono opportuno di sfruttare le
aspirazioni nazionali per la sicurezza e l'ingrandimento del regno sardo-piemontese,
agli apostoli ed agli eroi si frammischiarono i trafficanti ed i profittatori,
e l’intrigo diplomatico sopraffece lo slancio rivoluzionario.
E così, tra i patteggiamenti ed i mercati segreti, le alleanze tra monarchi,
le guerre regie cominciate con dubbia fede e vergognosamente stroncate per ragioni
dinastiche, le dedizioni dei condottieri popolari, le illusioni degli ingenui
ed il tradimento dei furbi, si arrivò alla costituzione di un regno italico
che era la parodia, la negazione dell’Italia libera e grande sognata dai
precursori.
Non si era raggiunta nè l’unità nè vera indipendenza.
L’Austria, padrona sempre della Venezia, restava minacciosa al di qua
dell’Alpi, e l’Italia sembrava vivere solo per la protezione interessata
e prepotente dell’imperatore dei francesi. Il Papa continuava a tiranneggiare
Roma ed il Lazio, pronto sempre a chiamare lo straniero in suo soccorso. Il
diritto della nazione a governarsi da sè ridotto alla concessione di
una Camera dei deputati eletta da un piccolo numero di censiti e tenuta a freno
dalla potestà suprema del re, nonchè da un Senato di nomina regia.
Negata ogni autonomia di regioni e comuni, e tutta l’Italia sottoposta
all’egemonia delle caste burocratica e militaresca del Piemonte. Le libertà
cittadine sempre a discrezione della polizia. Le condizioni economiche della
massa (proletariato e piccola borghesia) a cui si erano fatte tante promesse,
generalmente peggiorate ed in certe regioni rese addirittura miserabili per
l’aumento delle imposte sulla produzione e sui consumi. Quindi malcontento
generale; e quando il malcontento scoppiava in tumultuose proteste collettive,
la forza pubblica ristabiliva l’ordine con quei massacri di folle inermi,
che restarono sempre una caratteristica del sistema di governo della monarchia
italiana.
Naturalmente sorsero in abbondanza i patrioti dell’indomani che vollero
prender parte al bottino, senza essere stati alla battaglia; ed anche molti
dei vecchi combattenti, per motivi vari, onorevoli o meno, si adattarono al
nuovo regime e cercarono di profittarne. Ma i più sinceri, i più
ardenti e con essi i nuovi giovani che per ragioni di età non avevano
potuto prender parte alla riscossa nazionale, ma n’avevano respirata l’atmosfera
piena di entusiasmo e volevano emulare i loro maggiori, rodevano il freno ed
anelavano il momento di ricominciare la rivoluzione e di completarla.
Ma cosa fare?
I più influenti, i capi, esitavano tra il desiderio di abbattere la monarchia
e la paura di compromettere quel tanto di unità e di indipendenza che
si era raggiunto. La gran maggioranza dei repubblicani devoti a Mazzini, pur
predicando la repubblica, mettevano al disopra di tutto l’unità
della patria, e nonostante l’avversione al sistema monarchico erano sempre
pronti a mettersi agli ordini del re quando egli li avesse chiamati a compiere
il programma nazionale. Ed in quanto ai garibaldini, più di tutti ardimentosi
e battaglieri ma, al pari del loro duce, senza idee chiare e programma determinato,
salvo l’odio ai preti ed al dominio straniero, la monarchia poteva sempre
a sua posta fermarli o trascinarli, come e più dei mazziniani, col solo
darsi l’aria di voler fare la guerra all’Austria o al papa.
In realtà non si faceva nulla contro il regime, e forse date le circostanze
era possibile fare qualche cosa d’efficace; ma fra le aspirazioni contraddittorie
persisteva, vivo, insofferente, tormentoso il desiderio di fare.
D’altra parte un nuovo fermento d’idee agitava le mani...
Vi erano stati bensì dei pensatori poderosi e precursori geniali capaci
di reggere il confronto con qualunque straniero, ma essi erano restati senza
grande influenza o totalmente ignorati, come per esempio il Pisacane, tanto
che occorse scoprirli dopo, quando già le loro idee erano per altre vie
divenute patrimonio comune.
Ma ora, dopo la costituzione del regno, con una certa libertà di stampa,
con la maggiore facilità di muoversi e stabilire delle relazioni e per
lo stesso sprone delle disillusioni patite, la gioventù incominciava
ad informarsi ed interessarsi delle idee che agitavano l’Europa. Già
il concetto dell’Italia nazione-messia appariva a molti fantastico ed
assurdo ed era sostituito da una più realistica concezione della storia
e dei rapporti tra i popoli. La credenza in Dio e nel soprannaturale, tanto
cara a Mazzini, era buttata in breccia dal nuovo indirizzo delle scienze naturali
introdotto nelle università italiane per opera principalmente di valenti
professori stranieri. L’idea di patria e tutte le istituzioni sociali
- proprietà, organizzazione statale, famiglia, diritto civile e penale
- erano discusse e criticate con nuova larghezza di vedute. La questione sociale,
la questione dei ricchi e dei poveri, incominciava ad attirare l’attenzione
e pareva già destinata a svalorizzare e mettere in oblìo le questioni
di nazionalità.
Mazzini e Garibaldi continuavano ad essere idolatrati dalla gioventù
più avanzata, che avrebbe voluto averli come capi guide, ma trovava sempre
più difficile il seguirli. Poichè Mazzini di fronte all’irrompere
delle nuove tendenze s’irrigidiva nel suo dogmatismo teologico-politico
e scomunicava chi non credeva in Dio; e Garibaldi, il quale voleva persuadere
se stesso e gli altri di stare sempre alla testa del progresso, diceva e disdiceva
ed in fondo non capiva nulla.
Da ciò il disagio morale ed intellettuale, che aggiunto all’incertezza
ed all’impotenza politiche teneva agitata e scontenta la migliore gioventù
italiana.
In tale condizione degli spiriti un uomo come Bakunin, con la fama di grande
rivoluzionario europeo che l’accompagnava, con la sua ricchezza e modernità
d’idee, con la sua foga e la forza avvincente della sua personalità,
non poteva non fare forte impressione su coloro che lo avvicinavano. Ma non
poteva creare un movimento a larga base, veramente popolare, causa dei pregiudizi
patriottici e borghesi dell’ambiente e per il fatto che molti, malgrado
la mutata coscienza, si sentivano ancora legati da giuramenti prestati alla
vecchia setta; al che bisogna aggiungere le difficoltà che gli venivano
dall’essere straniero, poco pratico della lingua italiana e soggetto sempre
ad essere espulso dalla polizia.
Ed infatti egli riuscì subito ad interessare degli uomini di valore,
che credettero a prima giunta di trovare nelle sue idee la soluzione dei dubbi
che li tormentavano, ma non potette far presa sulle masse. D’altronde
il pensiero di Bakunin era allora in continua evoluzione, e se egli, spinto
dal suo temperamento e dalla logica delle sue premesse, arrivò presto
a conclusioni nettamente socialiste ed anarchiche, molti dei suoi primi aderenti
non potettero seguirlo e man mano si ritrassero, sostituiti però sempre
da nuovi più idonei elementi.2
Dal 1864 al 1870, Bakunin, colla propaganda personale in Italia, colla corrispondenza
dalla Svizzera, coi viaggi fatti o fatti fare e con le pubblicazioni proprie
o da lui ispirate, arrivò a selezionare un certo numero d’uomini
che, organizzati intorno a lui in circoli più o meno segreti, presero
contatto con il movimento socialista internazionale, introdussero in Italia
il socialismo e l’anarchismo e vi fondarono la branca italiana dell'Associazione
Internazionale Italiana dei Lavoratori, di cui continuarono ad essere gli animatori
durante tutta la sua esistenza.
Ma insomma fino alla prima metà del 1870 tutto si riduceva a pochi gruppi
intimi ed a qualche piccola associazione operaia...
Poi vennero la guerra franco-prussiana, la caduta dell’impero e la proclamazione
della repubblica in Francia, la spedizione garibaldina nei Vosgi l’entrata
delle truppe italiane a Roma e la fine del potere temporale dei papi, le vicende
dell’assedio di Parigi, le elezioni francesi dell’assemblea dei
"rurali", la pace vergognosa, la fondazione dell’impero germanico;
tutte cose che agitarono e tennero gli animi sospesi, alimentando negli uni
le più audaci speranze e negli altri le più folli paure.
Infine scoppiò l’insurrezione parigina del 18 marzo 1871 - la Comune
di Parigi -, repressa due mesi dopo dal governo repubblicano con una ferocia
che indignò i più temperati.
L’annunzio dei fatti di Parigi mise la febbre addosso a tutta la gioventù
politicamente attiva.
Veramente si sapeva poco quello che la Comune fosse davvero, ma la stessa incertezza
delle notizie dava libero campo all’immaginazione, e ciascuno si foggiava
il moto parigino secondo i propri desideri. E siccome si attribuiva quel moto
all’opera dell’Internazionale, questa profittò di tutta la
popolarità di cui godette la Comune negli ambienti rivoluzionari italiani.
Le false notizie, le esagerazioni, le stesse calunnie della stampa reazionaria
servivano a rinfocolare l’entusiasmo e ad esaltare le gesta della Comune
e la potenza dell’Internazionale...
I primi e più numerosi proseliti si trovarono tra i garibaldini sempre
ardenti di battagliare per qualunque idea sembrasse loro avanzata.
I giovani mazziniani, ai quali i fatti di Francia avevano mostrato che la repubblica
non significa necessariamente libertà, eguaglianza e fratellanza e che
può benissimo associarsi con il più retrivo clericalismo ed il
più feroce militarismo, se fossero stati lasciati al loro istinto avrebbero
probabilmente seguito al pari dei garibaldini l’impulso dato dai bakunisti.
Ed allora si sarebbe costituito un fascio di tutte le forze rivoluzionarie italiane,
che avrebbe potuto mettere a mal partito la monarchia.
Ma Mazzini, offeso nei suoi pregiudizi teologici, statali e borghesi e forse
irritato dal vedersi sfuggire quella specie di pontificato che aveva esercitato
per tanti anni sul movimento rivoluzionario italiano, attaccò violentemente
la Comune e l’Internazionale e trattenne i suoi dal passo che stavano
per fare.
Bakunin rispose agli attacchi di Mazzini, e la lotta scoppiò ardente
tra mazziniani ed internazionalisti: lotta che servì ad eccitare la discussione
ed a precisare le idee; ma presto degenerata in odio, mise l’un contro
l’altro giovani egualmente generosi ed entusiasti, e fu in definitiva
la causa dell’impotenza degli uni e degli altri.
In ogni modo l’Internazionale si estese rapidamente nei centri più
evoluti...
Dato l’ambiente italiano ancora tutto vibrante dei ricordi delle cospirazioni
mazziniane e delle spedizioni garibaldine, data l’eccitazione prodotta
dalla Comune di Parigi, data l’influenza predominante di Bakunin, dati
il temperamento e le convinzioni dei primi iniziatori, l’Internazionale
in Italia non poteva essere una semplice federazione di leghe di resistenza
operaia, sia pure a tendenze radicali, come fu altrove. Essa assunse fin dal
principio un carattere decisamente sovvertitore, che trova un certo riscontro
solo nella Spagna, dove il carattere degli abitanti e la situazione politica
erano quasi come in Italia, e dove del resto il movimento internazionalista
fu iniziato dal Fanelli, mandato colà in missione dall’Alleanza
bakunista.
L’Internazionale nacque in Italia socialista, anarchica, rivoluzionaria,
e per conseguenza antiparlamentare. Ruppe subito con il "Consiglio generale",
il quale, ispirato da Marx, voleva dirigere autoritariamente l’associazione
ed imporle un programma statalista; e fu essenzialmente un’associazione
fatta collo scopo di provocare un’insurrezione armata, la quale avrebbe
dovuto d’un colpo solo rovesciare il governo, abolire la proprietà
privata, mettere a libera disposizione dei lavoratori la terra, gli strumenti
di lavoro e tutta la ricchezza esistente e sostituire all’organizzazione
statale e borghese la libera federazione dei comuni e dei gruppi produttori
autonomi.
Si accettava il principio fondamentale dell’Associazione di lavoratori
fondata a Londra nel settembre 1864, e cioè che "la dipendenza economica
dei lavoratori dai possessori delle materie prime e degli strumenti di lavoro
è la causa prima della servitù in tutte le sue forme, politica,
morale e materiale"; e perciò si riteneva necessario ed urgente
abolire la proprietà privata fondiaria e capitalistica mediante l’espropriazione
senza indennità della classe borghese fatta direttamente dalla massa
sfruttata e soggetta. Si dichiarava il lavoro dovere sociale per tutti, e quindi
si considerava la condizione di lavoratore superiore moralmente a qualunque
altra posizione sociale, anzi la sola compatibile con una morale veramente umana,
e molti internazionalisti provenienti dalla classe borghese, per essere coerenti
colle loro idee e meglio immedesimarsi col popolo, si mettevano ad apprendere
un mestiere manuale. Si vedeva nella classe operaia, nel proletariato dell’industria
e dell’agricoltura, il grande fattore della trasformazione sociale e la
garanzia ch’essa si sarebbe fatta veramente a vantaggio di tutti e non
avrebbe dato origine ad una nuova classe privilegiata.
Ma però l’Internazionale non fu mai in Italia propriamente una
organizzazione di classe; ed in essa sugl’interessi contingenti della
classe operaia prevaleva sempre l’ideale della rivoluzione come fatto
che doveva iniziare una nuova civiltà per l’elevazione morale ed
il vantaggio materiale di tutta quanta l’umanità. Nell’Internazionale
in Italia, e del resto era così un po’ dappertutto, aveva diritto
di cittadinanza chiunque ne accettava i principi, da qualunque classe provenisse.
E quando per conciliare coi fatti il titolo di associazione di lavoratori si
cercava di determinare che cosa fosse un lavoratore, si conchiudeva che, per
l’Internazionale, era lavoratore, "chiunque lavorava alla distruzione
dell’ordine borghese", frase che può sembrare un’arguzia,
ma che traduceva bene lo stato di fatto.
Ed invero l’Internazionale era stata introdotta in Italia da borghesi
che, per amor di giustizia, avevano disertato la loro classe, ed ancora nel
1872 e dopo, in molti luoghi, la maggioranza, almeno nella parte dirigente e
più attiva, non era composta di operai, ma di giovani provenienti dalla
media e piccola borghesia.
Si faceva un po’ di lotta economica, si provocava qualche sciopero, s’incitavano
gli operai a domandare e pretendere dai padroni ogni sorta di miglioramenti.
Ma ciò si faceva senza entusiasmo, senza darvi grande importanza, poichè
si era convinti che i padroni esistevano perchè il governo li proteggeva
ed esisterebbero e trionferebbero sempre fino a che durerebbe il governo. "Non
si arriva al proprietario, si soleva dire, se non passando sul corpo del gendarme".
Forse sarebbe stata la verità più completa il dire che è
"il gendarme", cioè chi possiede la forza materiale, che s’impadronisce
della ricchezza, si fa proprietario, e poi assolda, tra le sue vittime, dei
gendarmi per farsi difendere e perpetuare in sè e nei suoi discendenti
il privilegio usurpato; ma allora, senza che nessuno di noi avesse letto Marx,
si era ancora troppo marxisti. Ma a parte ogni disquisizione teorica sulle origini
della proprietà, si era convinti che la prima cosa da fare era rovesciare
il governo, e perciò si pensava soprattutto alla insurrezione.
Certamente sperare allora nella vittoria era una illusione.
Senza parlare delle vaste plaghe d’Italia dove le nostre idee erano assolutamente
sconosciute, anche dove eravamo più forti e numerosi non eravamo in sostanza
che un’infima minoranza di fronte alla totalità della popolazione.
E le masse erano ancora del tutto disorganizzate ed ignare: salvo le nostre
sezioni e qualche associazione che pigliava il motto da Mazzini, le società
operaie esistente erano semplici società di mutuo soccorso sotto il patronato
di grossi proprietari o personaggi dei partiti borghesi, quando non avevano
addirittura il re... o il questore.
Questa era per noi una situazione paradossale, perchè il nostro scopo
non era di impossessarsi del governo con un colpo di mano (il che sarebbe stato
ben difficile per l’esiguità delle nostre forze, ma forse non impossibile
se fossimo riusciti a trascinare con noi i repubblicani) per poi imporre il
nostro programma mediante la forza statale. Noi, già anarchici convinti,
volevamo abbattere il governo esistente, impedire che se ne formasse un altro,
e lasciare che le masse liberate dalla pressione dell’esercito e della
polizia pigliassero possesso della ricchezza ed organizzassero da loro la nuova
vita sociale.
Ma che sarebbe avvenuto se le masse fossero restate assenti, o si fossero mostrate
ansiose di sottomettersi ad un nuovo governo ed attendere da esso il proprio
bene?
Noi speravamo nel malcontento generale, e poichè la miseria che affliggeva
le masse era davvero insopportabile, credevamo che bastasse dare un esempio,
lanciare colle armi alla mano il grido di "abbasso í signori",
perchè le masse lavoratrici si scagliassero contro la borghesia, e pigliassero
possesso della terra, delle fabbriche e di quanto esse avevano prodotto colle
loro fatiche ed era stato loro sottratto. E poi avevamo una fede mistica nella
virtù del popolo, nella sua capacità, nei suoi istinti ugualitari
e libertari.
I fatti dimostrarono allora e poi (e lo avevano già dimostrato nel passato)
quanto eravamo lontani dal vero. Purtroppo la fame, quando non vi è una
coscienza del proprio diritto ed un’idea che guida l’azione, non
produce rivoluzioni: tutt’al più provoca delle sommosse sporadiche
che i signori, se hanno giudizio, possono domare, meglio che colle fucilate
dei carabinieri, col distribuire un po’ di pane e col gettare dai balconi
un po’ di soldi di rame alla folla tumultuante. E noi, se il desiderio
non avesse fatto velo alla nostra perspicacia, avremmo ben potuto giudicare
dell’effetto deprimente, e quindi antirivoluzionario, della miseria, dal
fatto che la propaganda riusciva meglio nelle regioni meno misere e tra quei
lavoratori, artigiani per la maggior parte, che si trovavano in condizioni economiche
meno disagiate.
Ed in quanto agli "istinti egualitari e libertari" del popolo, ahimè,
quanta fatica ci vuole per risvegliarli! Per allora, ed anche adesso in quella
grande parte della massa non ancora tocca dalla propaganda, gli "istinti",
i quali sono stati formati dai millenario servaggio, spingono i lavoratori piuttosto
al timore e, quel ch’è peggio, al rispetto ed all’ammirazione
dei padroni, e quindi ad una docile sottomissione.
Era dunque impossibile una vittoria facile e rapida.
Ma, a parte la questione di tempo, io credo sempre dopo tutto quello che ho
veduto, che le nostre speranze non erano vane e la nostra tattica non era sbagliata.
In effetti, la nostra propaganda, se non colla rapidità che avremmo voluto,
portava pure i suoi frutti: il numero dei convinti andava continuamente crescendo,
ed intorno ad essi si andava sempre allargando il cerchio di simpatizzanti,
di quelli cioè che pur non comprendendo e non accettando tutte le nostre
idee, sentivano l’ingiustizia del presente ordinamento sociale e volevano
contribuire al suo cambiamento. Ed i tentativi insurrezionali che facevamo e
ci proponevamo di fare, pur essendo allora condannati ad insuccesso sicuro,
erano mezzo efficace di propaganda, ed un giorno, a tempi più maturi
(chi può giudicare prima del fatto quando i tempi sono maturi, cioè
quando un concorso di circostanze determina il "momento psicologico"
in cui un popolo è pronto ad insorgere?), un giorno, dico, sarebbero
stati la scintilla che provoca un grande incendio.
Se il nostro lavoro fosse continuato concorde come durante i sette od otto anni
dopo la fondazione a Rimini della Federazione italiana (1872), ben altra, io
credo, sarebbe oggi la situazione italiana.
Ma sul più bello, lo sviluppo del nostro movimento fu conturbato ed arrestato
dall’introduzione in Italia del partito socialdemocratico, legalitario
e parlamentare secondo il tipo tedesco.
L’esistenza di un altro partito socialista con tendenze diverse di quelle
che aveva l’Internazionale italiana non sarebbe stato un gran male, anzi
avrebbe potuto essere un bene, poichè avrebbe attratti al socialismo
molti elementi che, pur ammettendo la necessità di una radicale riforma
sociale, non potevano per temperamento e per posizione essere rivoluzionari
e con noi non ci sarebbero venuti mai.
Ma il guaio fu che chi introdusse (almeno con risultati seri, poichè
vi era stato qualche altro tentativo senza successo) in Italia la nuova tendenza
uscì proprio di mezzo a noi.
Alcuni degli internazionalisti tra i più influenti ed amati (non posso
qui fare a meno di nominare l’Andrea Costa), impressionati dagli apparenti
successi del socialismo in Germania, disgustati di una lotta che era, o sembrava,
sterile di risultati immediati, e forse stanchi delle persecuzioni che ormai
erano diventate ben più serie, preferirono, contro i loro primi compagni
e contro tutto il loro passato, una tattica che prometteva una relativa tranquillità
e rapidi successi personali; e così gettarono la discordia nelle nostre
file e furono la causa che il meglio delle nostre forze fosse speso in polemiche
e diatribe intestine, anzichè nella propaganda tra le masse e la lotta
contro il nemico comune.
I vecchi internazionalisti che di quella "evoluzione" videro direttamente
i danni morali e materiali fatti al movimento, e soffrirono nei loro sentimenti
profondi per le amicizie male rotte, gridarono al "tradimento". E
certo parve dar loro ragione il modo subdolo come si condussero i nuovi convertiti
al parlamentarismo, negando ed affermando, attenuando od accentuando la nuova
tendenza secondo gli ambienti e le circostanze, e trascinando i compagni più
ingenui col sentimentalismo delle amicizie personali e quasi senza che se ne
accorgessero.
Ma fu davvero tradimento cosciente fatto per fini personali, o frutto di onesta
convinzione?
Non spetta a me, parte troppo interessata nella vertenza, il dare un giudizio
definitivo. E d’altronde questi avvenimenti sono di parecchi anni posteriori
al periodo di cui si tratta in questo libro, e non è il caso di approfondirli
e documentarli qui. Forse lo stesso Nettlau, che ha o può procurarsi
il materiale necessario e che possiede quelle doti di imparzialità e
serenità che forse in questo caso mancherebbero a me, ci narrerà
un giorno quel periodo critico dell’Internazionale italiana, in cui essa
cessò di chiamarsi l’Internazionale e si scisse in partito anarchico
e partito socialdemocratico.
A me basti constatare che tutte le nostre previsioni sulla degenerazione in
cui sarebbe caduto il socialismo fattosi legalitario e parlamentarista si sono
purtroppo verificate, ed al di là di quello che noi stessi pensavamo.
b. L’evoluzionismo di P. Kropotkin3
Pietro Kropotkin è senza dubbio uno di quelli che hanno contribuito di
più - forse più che gli stessi Bakunin ed Eliseo Reclus - alla
elaborazione e alla propagazione dell’idea anarchica. Ed egli ha perciò
ben meritato l’ammirazione e la riconoscenza che tutti gli anarchici hanno
per lui.
Ma, in omaggio alla verità e nell’interesse superiore della causa,
bisogna riconoscere che l’opera sua non è stata tutta ed esclusivamente
benefica. Non fu colpa sua, al contrario, fu l’eminenza stessa dei suoi
meriti che produsse i mali ch’io mi propongo d’indicare.
Naturalmente Kropotkin al pari di ogni altro uomo, non poteva evitare ogni errore
ed abbracciare tutta la verità. Si sarebbe dovuto quindi profittare della
sua preziosa contribuzione e continuare la ricerca per raggiungere nuovi progressi.
Ma i suoi talenti letterari, il valore e la mole della sua produzione, la sua
instancabile attività, il prestigio che gli veniva dalla sua fama di
grande scienziato, il fatto ch’egli aveva sacrificata una posizione altamente
privilegiata per difendere, a costo di soffrire di pericoli, la causa popolare,
e di più il fascino della sua persona che incantava tutti quelli che
avevano la fortuna di avvicinarlo, gli dettero tale notorietà e tale
influenza ch’egli sembrò, ed in gran parte fu realmente, il maestro
riconosciuto della grande maggioranza degli anarchici.
Avvenne così che la critica fu scoraggiata, e si produsse un arresto
di sviluppo dell’idea. Durante molti anni, malgrado lo spirito iconoclasta
e progressivo degli anarchici, la maggior parte di essi non fece, in quanto
a teoria ed a propaganda, che studiare e ripetere Kropotkin. Dire diversamente
da lui fu per molti compagni quasi un’eresia.
Sarebbe dunque opportuno il sottomettere gl’insegnamenti di Kropotkin
ad una critica severa e senza prevenzioni per distinguere ciò che in
essi è sempre vero e vivo da ciò che il pensiero e l’esperienza
posteriori possono aver dimostrato erroneo. Cosa d’altronde che non riguarderebbe
solo Kropotkin, Poichè gli errori che si possono rimproverare a lui erano
già professati dagli anarchici prima che Kropotkin acquistasse una posizione
eminente nel movimento: egli li confermò e li fece durare dando loro
l’appoggio del suo talento e del suo prestigio, ma noi, i vecchi militanti,
vi abbiamo tutti, o quasi tutti, la nostra parte di responsabilità.
Io ebbi l’onore e la fortuna di essere per lunghi anni legato a Kropotkin
dalla più fraterna amicizia.
Noi ci amavamo perchè eravamo animati dalla stessa passione, dalla stessa
speranza... ed anche dalle stesse illusioni.
Tutti e due di temperamento ottimista (io credo tuttavia che l’ottimismo
di Kropotkin sorpassava di molto il mio e forse aveva una sorgente diversa)
noi vedevamo le cose color di rosa, ahimè! troppo color di rosa - noi
speravamo sono già più di cinquant’anni, in una rivoluzione
prossima, che avrebbe dovuto realizzare il nostro ideale. Durante questo lungo
periodo vi furono ben dei momenti di dubbio e di scoraggiamento. Ricordo, per
esempio, che una volta Kropotkin mi disse: "Mio caro Errico temo che siamo
noi soli, tu ed io, che crediamo in una rivoluzione vicina". Ma erano dei
momenti passeggeri: ben presto la fiducia tornava; ci si spiegava in un modo
qualsiasi le difficoltà presenti e lo scetticismo dei compagni e si continuava
a lavorare ed a sperare.
Nullameno non bisogna credere che noi avevamo in tutto le stesse opinioni. Al
contrario, in molte idee fondamentali noi eravamo lungi dall’essere d’accordo,
e quasi non c’era volta che c’incontravamo senza che nascessero
tra noi delle discussioni rumorose ed irritanti; ma siccome Kropotkin si sentiva
sempre sicuro di aver ragione e non poteva sopportare con calma la contraddizione,
e d’altra parte io avevo molto rispetto per il suo sapere e molti riguardi
per la sua salute vacillante, si finiva sempre col cambiar d’argomento
per non irritarsi troppo...
Kropotkin era nello stesso tempo uno scienziato ed un riformatore sociale. Egli
era posseduto da due passioni: il desiderio di conoscere ed il desiderio di
fare il bene dell’umanità, due nobili passioni che possono essere
utili l’una all’altra e che si vorrebbero vedere in tutti gli uomini,
senza ch’esse siano per questo una sola e medesima cosa. Ma Kropotkin
era uno spirito eminentemente sistematico e voleva spiegare tutto con uno stesso
principio e tutto ridurre a unità, e lo faceva spesso, secondo me, a
scapito della logica. Perciò egli appoggiava sulla scienza le sue aspirazioni
sociali, le quali non erano, secondo lui, che delle deduzioni rigorosamente
scientifiche.
Io non ho nessuna competenza speciale per giudicare Kropotkin come scienziato...
Nulladimeno mi sembra che gli mancasse qualche cosa per essere un vero uomo
di scienza: la capacità di dimenticare i suoi desideri e le sue prevenzioni
per osservare i fatti con un’impassibile obbiettività . . .
Abitualmente egli concepiva un’ipotesi e cercava poi i fatti che avrebbero
dovuto giustificarla - il che può essere un buon metodo per scoprire
cose nuove; ma gli accadeva, senza volerlo, di non vedere i fatti che contraddicevano
la sua ipotesi.
Egli non sapeva decidersi ad ammettere un fatto, e spesso nemmeno a prenderlo
in considerazione, se prima non riusciva a spiegarlo, cioè a farlo entrare
nel suo sistema...
Kropotkin professava la filosofia materialista che dominava tra gli scienziati
nella seconda metà del secolo XIX, la filosofia di Moleschott, Buchner,
Vogt, ecc.; e per conseguenza la sua concezione dell’Universo era rigorosamente
meccanica.
Secondo il suo sistema, la volontà (potenza creatrice di cui noi non
possiamo comprendere la natura e la sorgente, come del resto non comprendiamo
la natura e la sorgente della "materia" e di tutti gli altri "primi
principi") la volontà, dico, che contribuisce poco o molto a determinare
la condotta degl’individui e delle società, non esiste, non è
che un’illusione. Tutto quello che fu, che è e che sarà,
dal corso degli astri alla nascita ed alla decadenza di una civiltà,
dal profumo di una rosa al sorriso di una madre, da un terremoto al pensiero
di un Newton, dalla crudeltà di un tiranno alla bontà di un santo,
tutto doveva, deve e dovrà accadere per una sequela fatale di cause e
di effetti di natura meccanica, che non lascia nessuna possibilità di
variazione. L’illusione della volontà non sarebbe essa stessa che
un fatto meccanico.
Naturalmente, logicamente, se la volontà non ha alcuna potenza, se tutto
è necessario e non può essere diversamente, le idee di libertà,
di giustizia, di responsabilità non hanno nessun significato, non corrispondono
a niente di reale.
Secondo la logica non si potrebbe che contemplare ciò che accade nel
mondo, con indifferenza, piacere o dolore, secondo la propria sensibilità,
ma senza speranza e senza possibilità di cambiare alcunchè.
Kropotkin, dunque, che era molto severo con il fatalismo dei marxisti, cadeva
poi nel fatalismo meccanico, che è ben più paralizzante.
Ma la filosofia non poteva uccidere la potente volontà che era in Kropotkin.
Egli era troppo convinto della verità del suo sistema per rinunziarvi,
o solamente sopportare tranquillamente che lo si mettesse in dubbio; ma egli
era troppo appassionato, troppo desideroso di libertà e di giustizia
per lasciarsi fermare dalla difficoltà di una contraddizione logica e
rinunziare alla lotta. Egli se la cavava inserendo l’anarchia nel suo
sistema e facendone una verità scientifica.
Egli si confermava nella sua convinzione sostenendo che tutte le recenti scoperte
in tutte le scienze, dall’astronomia fino alla biologia ed alla sociologia,
concorrevano a dimostrare sempre più che l’anarchia è il
modo d’organizzazione sociale che è imposto dalle leggi sociali...
Così, dopo aver detto che "l’anarchia è una concezione
dell’Universo basata sull’interpretazione meccanica dei fenomeni
che abbraccia tutta la Natura, compresa la vita delle società" (confesso
che non sono mai riuscito a comprendere ciò che questo può significare)
Kropotkin dimenticava come se fosse niente, la sua concezione meccanica e si
lanciava nella lotta con il brio, l’entusiasmo e la fiducia di uno che
crede nell’efficacia della sua volontà e spera di potere colla
sua attività ottenere o contribuire a ottenere ciò che desidera.
In realtà, l’anarchismo ed il comunismo di Kropotkin prima di essere
una questione di ragionamento, erano l’effetto della sua sensibilità.
In lui, prima parlava il cuore, e poi veniva il ragionamento per giustificare
e rinforzare gl’impulsi del cuore.
Ciò che costituiva il fondo del suo carattere era l’amore degli
uomini, la simpatia pei poveri e gli oppressi. Egli soffriva realmente per i
mali degli altri, e l’ingiustizia anche se a suo favore, gli era insopportabile...
Spinto dagli stessi sentimenti aveva in seguito fatto adesione all’Internazionale
ed accettato le idee anarchiche. Infine, tra i diversi modi di concepire l’anarchia
aveva scelto e fatto proprio il programma comunista-anarchico, che basandosi
sulla solidarietà e sull’amore va al di là della stessa
giustizia.
Ma naturalmente come era da prevedere, la sua filosofia non restava senza influenza
sul suo modo di concepire l’avvenire e la lotta che bisognava combattere
per arrivarvi.
Poichè secondo la sua filosofia ciò che accade doveva necessariamente
accadere, così anche il comunismo anarchico, ch’egli desiderava,
doveva fatalmente trionfare come per legge della natura.
E ciò gli levava ogni dubbio e gli nascondeva ogni difficoltà.
Il mondo borghese doveva fatalmente cadere; era già in dissoluzione e
l’azione rivoluzionaria non serviva che ad affrettarne la caduta.
La sua grande influenza come propagandista, oltre che dai suoi talenti, dipendeva
dal fatto ch’egli mostrava la cosa talmente inevitabile che l’entusiasmo
si comunicava subito a quelli che l’ascoltavano o lo leggevano.
Le difficoltà morali sparivano perchè egli attribuiva al "popolo",
alla massa dei lavoratori tutte le virtù e tutte le capacità.
Egli esaltava con ragione l’influenza moralizzatrice del lavoro, ma non
vedeva abbastanza gli effetti deprimenti e corruttori della miseria e della
soggezione. Ed egli pensava che basterebbe abolire i privilegi dei capitalisti
ed il potere dei governanti perchè tutti gli uomini cominciassero immediatamente
ad amarsi come fratelli ed a badare agl’interessi altrui come ai propri.
Nello stesso modo egli non vedeva le difficoltà materiali o se ne sbarazzava
facilmente. Egli aveva accettata l’idea, comune allora tra gli anarchici,
che i prodotti accumulati della terra e dell’industria erano talmente
abbondanti che per molto tempo non ci sarebbe bisogno di preoccuparsi della
produzione; e diceva sempre che il problema immediato era quello del consumo
che per far trionfare la rivoluzione bisognava soddisfare subito e largamente
i bisogni di tutti, e che la produzione seguirebbe il ritmo del consumo. Di
là quell’idea della presa nel mucchio, ch’egli mise in moda
e che è ben la maniera più semplice di concepire il comunismo
e la più atta a piacere alla folla, ma è anche la maniera più
primitiva e più realmente utopistica. E quando gli si fece osservare
che questa accumulazione di prodotti non poteva esistere, perchè i proprietari
normalmente non fanno produrre che quello che possono vendere con profitto,
e che forse nei primi tempi della rivoluzione bisognerebbe organizzare il razionamento
e spingere alla produzione intensiva piuttosto che invitare alla presa in un
mucchio che in realtà non esisterebbe, egli si mise a studiare direttamente
la questione ed arrivò alla conclusione che infatti quell’abbondanza
non esisteva e che in certi paesi si era continuamente sotto la minaccia della
carestia. Ma egli si rifaceva pensando alle grandi possibilità dell’agricoltura
aiutata dalla scienza. Egli prese come esempi i risultati ottenuti da qualche
agricoltore e qualche dotto agronomo sopra spazi limitati e ne tirò le
più incoraggianti conseguenze, senza pensare agli ostacoli che avrebbero
opposto l'ignoranza e l'avversione al nuovo dei contadini ed al tempo che in
tutti i casi occorrerebbe per generalizzare i nuovi modi di coltura e di distribuzione.
Come sempre Kropotkin vedeva le cose quali egli avrebbe voluto che fossero e
come noi tutti speriamo ch’esse saranno un giorno: egli considerava esistente
o immediatamente realizzabile ciò che deve essere conquistato con lunghi
e duri sforzi.
In fondo Kropotkin concepiva la Natura come una specie di Provvidenza, grazie
alla quale l’armonia doveva regnare in tutte le cose, comprese le società
umane.
È ciò che ha fatto ripetere a molti anarchici questa frase di
sapore squisitamente kropotkiniano: L’anarchia è l’ordine
naturale.
Si potrebbe domandare, io penso, come mai la Natura, se è vero che la
sua legge è l’armonia, ha aspettato che vengano al mondo gli anarchici
ed aspetta ancora ch’essi trionfino per distruggere le terribili e micidiali
disarmonie di cui gli uomini hanno sempre sofferto.
Non si sarebbe più vicini alla verità dicendo che l’anarchia
è la lotta, nelle società umane, contro le disarmonie della Natura?
Ho insistito sui due errori nei quali, secondo me, è caduto Kropotkin,
il suo fatalismo teorico ed il suo ottimismo eccessivo, perchè io credo
di aver constatato i cattivi effetti ch’essi hanno prodotto nel nostro
movimento.
Ci sono stati dei compagni i quali presero sul serio la teoria fatalista - che
per eufemismo chiamano determinismo - e perdettero in conseguenza ogni spirito
rivoluzionario. La rivoluzione, essi dissero, non si fa: essa verrà quando
sarà il suo tempo, ed è inutile, antiscientifico e perfino ridicolo
il volerla fare. E con queste buone ragioni si allontanarono dal movimento e
pensarono ai loro affari. Ma sarebbe un errore il credere che questa fu una
comoda scusa per ritirarsi dalla lotta. Io ho conosciuto parecchi compagni dal
temperamento ardente, pronti ad ogni sbaraglio, che si sono esposti a grandi
pericoli ed hanno sacrificato la loro libertà ed anche la loro vita in
nome dell’anarchia pur essendo convinti dell’inutilità della
loro azione. Essi lo han fatto per disgusto della società attuale, per
vendetta, per disperazione, per amore del bel gesto, ma senza credere con questo
di servire la causa della rivoluzione e per conseguenza senza scegliere il bersaglio
ed il momento e senza curarsi di coordinare la loro azione con quella degli
altri.
Da un altro lato, quelli che senza preoccuparsi di filosofia han voluto lavorare
per avvicinare e fare la rivoluzione, han creduto la cosa ben più facile
ch’essa non fosse in realtà, non ne hanno preveduto le difficoltà,
non si sono preparati come occorreva... e così ci si è trovati
impotenti il giorno in cui vi era forse la possibilità di fare qualche
cosa di pratico.
Possano gli errori del passato servire di lezione per far meglio nell’avvenire.
2. L’EVOLUZIONE DELL’ANARCHISMO
a. Alla radice delle idee4
Un soffio di rivolta passa dappertutto; e la rivolta è qui l’espressione
di un’idea, là il risultato di un bisogno; più spesso poi
è la conseguenza dell’intrecciarsi di bisogni e d’idee che
si generano e si rinforzano a vicenda; si scaglia contro la causa dei mali o
la colpisce di fianco, è cosciente o istintiva, umana o brutale, generosa
o strettamente egoista, ma in ogni modo diventa sempre più grande e si
estende ogni giorno di più.
È la storia che cammina; è inutile dunque perdere tempo a lamentarsi
delle vie che essa sceglie, poichè queste vie le sono state tracciate
da tutta un’evoluzione anteriore.
Ma la storia è fatta dagli uomini; e siccome noi non vogliamo restare
spettatori indifferenti e passivi della tragedia storica, siccome vogliamo concorrere
con tutte le nostre forze a determinare gli avvenimenti che ci sembrano più
favorevoli alla nostra causa, ci abbisogna per questo un criterio che ci serva
di guida nell’apprezzamento dei fatti che si producono, sopratutto per
saper scegliere il posto che dobbiamo occupare nella battaglia.
Il fine giustifica i mezzi. Si è molto maledetta questa massima; ma in
realtà essa è la guida universale della condotta. Sarebbe però
meglio il dire: ogni fine vuole i suoi mezzi. Poichè la morale bisogna
cercarla nello scopo; il mezzo è fatale.
Stabilito lo scopo a cui si vuol giungere, per volontà o per necessità,
il gran problema della vita sta nel trovare il mezzo che secondo le circostanze,
conduce con maggiore sicurezza e più economicamente, allo scopo prefisso.
Dalla maniera con cui viene risolto questo problema dipende, per quanto può
dipendere dalla volontà umana, che un uomo o un partito raggiunga o no
il suo fine, che sia utile alla sua causa o serva senza volerlo, alla causa
nemica. Aver trovato il buon mezzo: qui sta tutto il segreto dei grandi uomini
e dei grandi partiti che hanno lasciato le loro tracce nella storia.
Noi non lottiamo per metterci al posto degli sfruttatori e degli oppressori
di oggi, e non lottiamo neppure per il trionfo di una vacua astrazione. Non
siamo affatto come quel patriota italiano che diceva: "Che importa che
tutti gli italiani muoiano di fame, purchè l’Italia sia grande
e gloriosa!"; e neppure come quel compagno che confessava essergli indifferente
che si massacrassero i tre quarti degli uomini, perchè l’Umanità
fosse libera e felice.
Noi vogliamo la libertà e il benessere degli uomini, di tutti gli uomini
senza eccezione. Vogliamo che ogni essere umano possa svilupparsi e vivere il
più felicemente possibile. E crediamo che questa libertà e questo
benessere non potranno essere dati agli uomini da un uomo o da un partito, ma
che tutti dovranno da sè stessi scoprirne le condizioni e conquistarsele.
Crediamo che soltanto la più completa applicazione del principio di solidarietà
può distruggere la lotta, l’oppressione e lo sfruttamento, e che
la solidarietà non può essere che il risultato del libero accordo,
che l’armonizzazione spontanea e voluta degli interessi.
Secondo noi, tutto ciò che è volto a distruggere l’oppressione
economica e politica, tutto ciò che serve ad elevare il livello morale
ed intellettuale degli uomini, a dar loro la coscienza dei propri diritti e
delle proprie forze e a persuaderli di fare i propri interessi da sè,
tutto ciò che provoca l’odio contro l’oppressione e suscita
l’amore fra gli uomini, ci avvicina al nostro scopo e quindi è
un bene - soggetto soltanto a un calcolo quantitativo per ottenere con forze
date il massimo di effetto utile. E al contrario è male, perchè
in contraddizione col nostro scopo, tutto ciò che tende a conservare
lo stato attuale, tutto ciò che tende a sacrificare, contro la sua volontà,
un uomo al trionfo di un principio.
Noi vogliamo il trionfo della libertà e dell’amore.
Ma per questo dovremo noi rinunciare all’impegno dei mezzi violenti? Niente
affatto. I nostri mezzi sono quelli che le circostanze ci permettono ed impongono.
Certo, noi non vorremmo strappare un capello a nessuno; vorremmo asciugare tutte
le lacrime senza farne versare alcuna. Ma c’è forza lottare nel
mondo tale come questo è, sotto pena di restare sognatori sterili.
Verrà il giorno, lo crediamo fermamente, in cui sarà possibile
fare il bene degli uomini senza fare male nè a sè nè agli
altri; ma oggi questo è impossibile. Anche il più puro e dolce
dei martiri, quegli che si farebbe trascinare al patibolo per il trionfo del
bene, senza far resistenza, benedicendo i suoi persecutori come il Cristo della
leggenda, anche lui farebbe del male. Oltre al male che farebbe a sè
stesso, che pur deve contare qualche cosa, farebbe spargere amare lacrime a
tutti quelli che lo amassero.
Si tratta a dunque, sempre, in tutti gli atti della vita, di scegliere il minimo
male, di tentare di fare il meno male per la più grande somma di bene
possibile.
L’umanità si trascina penosamente sotto il peso della oppressione
politica ed economica: è abbrutita, degenerata, uccisa (e non sempre
lentamente) dalla miseria, dalla schiavitù, dalla ignoranza e dai loro
effetti. Per la difesa di questo stato di cose esistono potenti organizzazioni
militari e poliziesche, le quali rispondono con la prigione, il patibolo ed
il massacro ad ogni serio tentativo di cambiamento. Non vi sono mezzi pacifici,
legali, per uscire da questa situazione; ed è naturale ciò, perchè
la legge è fatta espressamente dai privilegiati per la difesa dei propri
privilegi. Contro la forza fisica che ci sbarra il cammino, non v’è
per vincere che l'appello alla forza fisica, non v’è che la rivoluzione
violenta.
Evidentemente la rivoluzione produrrà molte disgrazie, molte sofferenze;
ma se anche ne producesse cento volte di più, essa sarebbe sempre una
benedizione in confronto a quanti dolori son causati oggi dalla cattiva costituzione
della società.
E per amor degli uomini che siamo rivoluzionari: e non è colpa nostra,
se la storia ci costringe a questa dolorosa necessità.
Dunque per noi anarchici, o almeno (giacché infine le parole sono convenzionali)
per coloro fra gli anarchici che la pensano come noi, ogni atto di propaganda
o di realizzazione con la parola o coi fatti, individuale o collettivo, è
buono quando serve ad avvicinare e facilitare la rivoluzione, quando assicura
ad essa il concorso cosciente delle masse e le dà quel carattere di liberazione
universale, senza di cui potrebbe bensì aversi una rivoluzione, ma non
quella rivoluzione che noi desideriamo. Ed è sopra tutto in fatto di
rivoluzione che bisogna tener conto del mezzo più economico, poichè
per essa la spesa si totalizza in vite umane.
Conosciamo abbastanza le condizioni strazianti materiali e morali in cui si
trova il proletariato, per spiegarci gli atti di odio, di vendetta, ed anche
di ferocia che potranno prodursi. Comprendiamo che vi siano degli oppressi che,
essendo stati sempre trattati dai borghesi con la più ignobile durezza
e avendo sempre visto che tutto era permesso al più forte, un bel giorno,
diventati per un istante i più forti, si dicano: "Facciamo, anche
noi, come i borghesi". Comprendiamo come possa accadere che, nella febbre
della battaglia, nature originariamente generose ma non preparate da una lunga
ginnastica morale, molto difficile nelle condizioni presenti, perdano di vista
lo scopo da conseguirsi, prendano la violenza come fine a sè stessa e
si lascino trascinare ad atti selvaggi.
Ma altro è comprendere e perdonare certi fatti, altro è rivendicarli
e rendersene solidali. Non sono quelli gli atti che noi possiamo accettare,
incoraggiare ed imitare. Dobbiamo essere risoluti ed energici, ma dobbiamo altresì
sforzarci di non oltrepassare mai il limite segnato dalla necessità.
Dobbiamo fare come il chirurgo che taglia quando bisogna tagliare, ma evita
di infliggere inutili sofferenze; in una parola dobbiamo essere ispirati e guidati
dal sentimento dell’amore per gli uomini, per tutti gli uomini.
Ci sembra che questo sentimento di amore sia il fondo morale, l’anima
del nostro programma; che solo concependo la rivoluzione come il più
grande giubileo umano, come la liberazione e l’affratellamento di tutti
gli uomini - non importa a quale classe o a quale partito abbiano appartenuto
- il nostro ideale potrà realizzarsi.
La ribellione brutale avverrà certamente; e potrà servire, anche,
a dare il gran colpo di spalla, l'ultima spinta che dovrà atterrare il
sistema attuale: ma se essa non troverà il contrappeso nei rivoluzionari
che agiscono per un ideale, una tale rivoluzione divorerà se medesima.
L’odio non produce l’amore, e con l'odio non si rinnova il mondo;
e la rivoluzione dell’odio o fallirebbe completamente, oppure farebbe
capo ad una nuova oppressione, che potrebbe magari chiamarsi anarchica, come
si chiamano liberali i governanti di oggi, ma che non sarebbe meno per questo
un’oppressione e non mancherebbe di produrre gli effetti che produce ogni
oppressione.
b. Il rifiuto del terrorismo amorfista5
Lettera a Luisa Minguzzi Pezzi
...In Italia non si ingannano se credono che nella questione Ravachol io sono
d’accordo con Merlino, perchè infatti lo sono, almeno nel punto
di vista generale. Molti giornalisti sono venuti a domandarmi la mia opinione,
ed io gliela ho detta francamente; ma poi nessuno l’ha pubblicata, forse
perchè io ad evitare falsificazioni ho voluto dettarla.
Revachol mi pare un uomo sincero, devoto alla causa, forse anche buono di cuore
ma traviato da un falso ragionamento fino al punto di assassinare nel più
feroce modo un vecchio impotente ed innocuo. Ma non è per Ravachol personalmente
che noi sentiamo il bisogno di protestare; è per le difese che fanno
di lui certi suoi amici. L’uno dice che Ravachol ha fatto bene ad uccidere
il vecchio, perchè "era un essere inutile alla Società";
un altro dice che non vale la pena di far chiasso per un vecchio che "aveva
pochi anni da vivere" e così di seguito. Il che vuol dire che questi
anarchici che non vogliono giudici, non vogliono tribunali, si fanno poi essi
stessi giudici e carnefici, e condannano a morte e giustiziano quelli che essi
giudicano inutili. Nessun governo ha mai fatto confessar tanto!
Così per le esplosioni. Per uccidere un meschino procuratore si rischia
di uccidere 50 innocenti, per fortuna non è successo tutto il male che
poteva succedere; ma è anche vero che il procuratore ha avuto di rotto
solo il suo urinale!
Si vede nel modo come la cosa è stata fatta, che i suoi autori disprezzano
la vita umana, non si curano della sofferenza altrui. Ma infine, su tutto questo
si potrebbe passare, e considerare le disgrazie come dolorose conseguenze della
guerra.
Ma come non protestare quando sentite dire che si ha torto di lamentare la morte
d’una serva o di un operaio, perchè "i domestici sono peggio
dei padroni e bisogna ammazzarli tutti" ed "i bambini sono semenza
dei borghesi e bisogna pure ammazzarli tutti"?
Come non inorridire quando trovate una donna la quale a voi che lamentate la
disgrazia incorsa a quella povera donna che nella esplosione della rue Clichy
ebbe la faccia lacerata da schegge di vetro, risponde: "Come! Siete così
sensibile voi? Io ho riso tanto pensando alle smorfie che doveva fare quella
donna colla faccia tutta tagliuzzata".
Tutto questo vuol dire che succede a molti anarchici quello che succede ai soldati,
agli uomini di guerra, che ubriacati dalla lotta, diventano feroci e dimentichi
perfino del fine pel quale si lotta finiscono col volere il sangue per il sangue.
Non è più l’amore per il genere umano che li guida, ma il
sentimento di vendetta unito al culto di una idea attratta, di un fantasma teorico.
Ciò si comprende; tanto più in presenza di una borghesia che ci
dà quotidianamente lo spettacolo della ferocia, ma non si può
approvare, non si può incoraggiare. Una rivoluzione nella quale trionfassero
questi istinti, sarebbe una rivoluzione perduta. Il terrore provoca la reazione:
prima la reazione della pietà, poi la reazione degli interessi.
Vi è poi altra cosa. Questi anarchici pare si vogliano fare distributori
di grazia e di giustizia e ciò non è niente affatto anarchico.
Se noi avessimo il diritto di condannare in nome dell’idea che ci facciamo
noi della giustizia, lo stesso diritto l'avrebbe il governo in nome della giustizia
sua. Naturalmente ognuno crede di avere ragione, e se ognuno avesse il diritto
di condannare quelli che secondo lui hanno torto addio giustizia, addio libertà,
addio eguaglianza, addio anarchia; i più forti sarebbero, come sono oggi,
il governo, ed ecco tutto.
Noi dobbiamo essere dei libertari. La dinamite è un’arma come un’altra
spesso migliore di un’altra nella lotta contro gli oppressori: ma come
tutte le armi, può essere adoperata bene o male, può servire a
liberare gli oppressi, o a spaventare ed opprimere i deboli. Noi dobbiamo servirci
di tutte le armi, ma non dobbiamo mai perdere di vista lo scopo, nè la
proporzione tra il mezzo e lo scopo. Io capisco che si possa rischiare di uccidere
degli innocenti per fare un atto risolutivo: far saltare per esempio un parlamento
uccidere lo Czar - ma rischiare di uccidere 50 persone per rompere l’urinale
di un procuratore pubblico, mi pare una cosa folle - e questa cosa, da folle
diventa criminosa se non è ispirata da cattivo calcolo, ma da indifferenza
per la vita degli altri.
So ben che queste idee non sono fatte per incontrare la simpatia generale dei
nostri amici.
Per quanto si sia anarchici, si è sempre più o meno uomini del
proprio tempo. Ed il popolo dei nostri tempi, come quello dei tempi passati,
si lascia ancora imporre dalla forza, dal successo, senza guardarci tanto pel
sottile. Se esplosioni sono riuscite, hanno messo paura ... ai paurosi, e molti
dei nostri amici applaudiranno incondizionatamente, senza occuparsi dell’effetto
che hanno sulla massa, che noi dovremmo attirare a noi, senza esaminare senza
fare le parti del bene e del male. È la stessa tendenza per la quale
il popolo applaude a tutti i guerrieri, a tutti i tiranni che vincono; è
la stessa tendenza per la quale parecchi anarchici divennero boulangistes quando
sembrava che Boulanger stesse per vincere.
Ma contro questa tendenza noi dobbiamo reagire, se no addio anarchia. La rivoluzione
si farebbe ma per aprire il varco a nuovi tiranni.
La verità è che v’è molta gente che si chiama anarchica,
e che dell’anarchia non ha capito nulla.
Anche in questa occasione i soliti, gli ex amici di Senace hanno pubblicato
un foglio clandestino in cui minacciano bastonate a quegli anarchici, che non
credono che Ravachol sia il tipo degli anarchici, e che l’eremita di Chambles
meritava gli si schiacciasse la testa a martellate, vale a dire a noi, e le
bastonate promesse ce le darebbero... se noi ce le lasciassimo dare.
Vedete dunque che anarchici! Come l’inquisizione; le bastonate (non potendo
applicare la ghigliottina o il rogo) a quelli che non pensano come loro e dicono
il loro pensiero.
È necessario reagire; mettere i punti sugli i, uscire dai termini generali
i quali spesso fanno credere che si sia d’accordo, mentre si sta agli
antipodi.
Ed io, dopo tutto, son contento di questa specie di crisi, perchè provocherà
delle spiegazioni, in seguito alle quali si saprà con chi si è
d’accordo davvero e con chi no, e si saprà uscire dall’equivoco,
dai tira e molla e mettersi col lavoro fecondo dalla propaganda fra le masse
e dell’azione veramente rivoluzionaria.
Voi saprete interpretare per il loro verso queste idee buttate già così
confusamente ed in fretta. Io del resto le svilupperò completamente in
un lavoretto che darò alle stampe al più presto.6
Se volete far leggere questa lettera a qualche amico fatelo pure; ma però,
appunto perchè è buttata giù in fretta e senza ordine,
fatela leggere solo a quelli che conoscete abbastanza intelligenti per non interpretare
le cose a rovescio...
c. La tragedia di Monza7
Prima di tutto riduciamo le cose alle loro giuste proporzioni
Il re è stato ucciso; e poichè un re è pur sempre un uomo,
il fatto è da deplorarsi. Una regina è stata vedovata; e poichè
una regina è anch’essa una donna, noi simpatizziamo col suo dolore.
Ma perchè tanto chiasso per la morte di un uomo e per le lacrime di una
donna quando si accetta come una cosa naturale il fatto che ogni giorno tanti
uomini cadono uccisi, e tante donne piangono, a causa delle guerre, degli accidenti
sul lavoro, delle rivolte represse a fucilate, e dei mille delitti prodotti
dalla miseria, dallo spirito di vendetta, dal fanatismo e dall’alcolismo?
Perchè tanto sfoggio di sentimentalismo a proposito di una disgrazia
particolare, quando migliaia e milioni di esseri umani muoiono di fame e di
malaria, fra l’indifferenza di coloro che avrebbero i mezzi di rimediarvi?
Forse perchè questa volta le vittime non son dei volgari lavoratori,
non un onest’uomo ed un’onesta donna qualunque, ma un re ed una
regina?...
Veramente, noi troviamo il caso più interessante, ed il nostro dolore
è più sentito, più vivo, più vero, quando si tratta
di un minatore schiacciato da una frana mentre lavora, e di una vedova che resta
a morir di fame coi suoi figlioletti!
Nulladimeno, anche quelle dei reali sono sofferenze umane e vanno deplorate.
Ma sterile resta il lamento se non se ne indagano le cause e non si cerca di
eliminarle.
Chi è che provoca la violenza? Chi è che la rende necessaria,
fatale?
Tutto il sistema sociale vigente è fondato sulla forza brutale messa
a servizio di una piccola minoranza che sfrutta ed opprime la grande massa;
tutta l’educazione che si dà ai ragazzi si riassume in una apoteosi
della forza brutale; tutto l’ambiente in cui viviamo è un continuo
esempio di violenza, una continua suggestione alla violenza.
Il soldato, cioè l’omicida professionale, è onorato, e sopra
di tutti è onorato il re, la cui caratteristica storica è quella
di essere capo di soldati.
Colla forza brutale si costringe il lavoratore a farsi derubare del prodotto
del suo lavoro; colla forza brutale si strappa l’indipendenza alle nazionalità
deboli.
L’imperatore di Germania eccita i suoi soldati a non dar quartiere ai
Cinesi; il governo inglese tratta da ribelli i Boeri che rifiutano di sottomettersi
alla prepotenza straniera, e brucia le fattorie, e caccia le donne dalle case,
e perseguita anche i non combattenti, e rinnova le gesta orribili della Spagna
in Cuba; il Sultano fa assassinare gli Armeni a centinaia di migliaia; il governo
Americano massacra i Filippini dopo averli vilmente traditi.
I capitalisti fan morire gli operai nelle miniere, sulle ferrovie, nelle risaie
per non fare le spese necessarie alla sicurezza del lavoro, e chiamano i soldati
per intimidire e fucilare all’occorrenza i lavoratori che domandano di
migliorare le loro condizioni.
Ancora una volta, da chi viene dunque la suggestione, la provocazione alla violenza?
Chi fa apparire la violenza come la sola via d’uscita dallo stato di cose
attuale, come il solo mezzo per non subire eternamente la violenza altrui?
Ed in Italia è peggio che altrove. Il popolo soffre perennemente la fame;
i signorotti spadroneggiano peggio che nel Medioevo; il Governo a gara coi proprietari,
dissangua i lavoratori per arricchire i suoi e sperperare il resto in imprese
dinastiche; la polizia è arbitra della libertà dei cittadini,
ed ogni grido di protesta, ogni benchè sommesso lamento è strozzato
in gola dai carcerieri, e soffocato nel sangue dai soldati.
Lunga è la lista dei massacri: da Pietrarsa a Conselica, a Calatabiano,
alla Sicilia, ecc.
Solo due anni or sono le truppe regie massacrarono il popolo inerme; solo alcuni
giorni or sono le regie truppe han portato ai proprietari di Minella il soccorso
delle loro baionette e del loro lavoro forzato, contro i lavoratori famelici
e disperati.
Chi è il colpevole della ribellione, chi è il colpevole della
vendetta che di tanto in tanto scoppia: il provocatore, l’offensore o
chi denunzia l’offesa e vuole eliminarne le cause?
Ma, dicono, il re non è responsabile!
Noi non pigliamo certo sul serio la burletta delle finzioni costituzionali.
I giornali "liberali" che ora argomentano sulla irresponsabilità
del re, sapevano bene, quanto si trattava di loro, che al di sopra del parlamento
e dei ministri, vi era un’influenza potente, un'"alta sfera"
a cui i regi procuratori non permettevano di fare troppo chiare allusioni. Ed
i conservatori, che ora aspettano una "nuova era" dall’energia
del nuovo re, mostrano di sapere che il re, almeno in Italia, non è poi
quel fantoccio che ci vorrebbero far credere quando si tratta di stabilire le
responsabilità. E d’altronde, anche se non fa il male direttamente,
è sempre responsabile di esso, un uomo che potendo, non lo impedisce
- ed il re è capo dei soldati e può sempre, per lo meno, impedire
che i soldati facciano fuoco sopra popolazioni inermi. Ed è puranche
responsabile chi non potendo impedire un male, lascia che si faccia in nome
suo, piuttosto che rinunziare ai vantaggi del posto.
È vero che se si prendono in conto le considerazioni di eredità,
di educazione, di ambiente, la responsabilità personale dei potenti si
attenua di molto e forse sparisce completamente. Ma allora, se è irresponsabile
il re dei suoi atti e delle sue omissioni, se malgrado l’oppressione,
lo spogliamento il massacro del popolo fatto in suo nome, egli avrebbe dovuto
restare al primo posto del paese, perchè mai sarebbe responsabile il
Bresci? Perchè mai dovrebbe il Bresci scontare con una vita di inenarrabili
patimenti un atto che, per quanto si voglia giudicare sbagliato, nessuno può
negare essere stato ispirato da intenzioni altruistiche?
Ma questa questione della ricerca delle responsabilità c’interessa
mediocremente.
Noi non crediamo nel diritto di punire, noi respingiamo l'idea di vendetta come
sentimento barbaro: noi non intendiamo essere giustizieri, nè vendicatori.
Più santa, più nobile, più feconda ci pare la missione
di liberatori e di pacificatori.
Ai re, agli oppressori, agli sfruttatori noi tenderemmo volentieri la mano,
quando soltanto essi volessero tornare uomini fra gli uomini, uguali tra gli
uguali. Ma intanto che essi si ostinano a godere dell’attuale ordine di
cose ed a difenderlo colla forza, producendo così il martirio, l’abbrutimento
e la morte per stenti a milioni di creature umane, noi siamo nella necessità,
siamo nel dovere di opporre la forza alla forza.
Opporre la forza alla forza!
Vuol dire ciò che noi ci dilettiamo in complotti melodrammatici e siamo
sempre nell’atto o nell’intenzione di pugnalare un oppressore?
Niente affatto. Noi aborriamo alla violenza per sentimento e per principio,
e facciamo sempre il possibile per evitarla: solo la necessità di resistere
al male coi mezzi idonei ed efficaci ci può indurre a ricorrere alla
violenza.
Sappiamo che questi fatti di violenza singola, senza sufficiente preparazione
nel popolo restano sterili e spesso, provocando reazioni a cui si è incapaci
a resistere, producono dolori infiniti e fanno male alla causa stessa a cui
intendevano servire.
Sappiamo che l’essenziale, l’indiscutibilmente utile si è,
non già l’uccidere la persona di un re, ma l’uccidere tutti
i re - quelli delle corti, dei parlamenti e delle officine - nel cuore e nella
mente della gente; di sradicare cioè la fede nel principio di autorità
a cui presta culto tanta parte del popolo.
Sappiamo che meno la rivoluzione è matura e più essa riesce sanguinosa
ed incerta.
Sappiamo che, essendo la violenza sorgente di autorità, anzi essendo
in fondo tutta una cosa col principio di autorità, più la rivoluzione
sarà violenta e più vi sarà pericolo ch’essa dia
origine a nuove forme di autorità.
E perciò ci sforziamo di acquistare, prima di adoperare le ultime ragioni
degli oppressi, quella forza morale e materiale che occorre per ridurre al minimo
la violenza necessaria ad abbattere il regime di violenza a cui oggi l’umanità
soggiace.
Ci si lascerà in pace al nostro lavoro di propaganda, di organizzazione,
di preparazione rivoluzionaria?
In Italia c’impediscono di parlare, di scrivere, di associarci. Proibiscono
agli operai di unirsi e lottare pacificamente, nonchè per l’emancipazione,
nemmeno per migliorare in minime proporzioni le loro incivili ed inumane condizioni
di esistenza. Carceri domicilio coatto, repressioni sanguinose sono i mezzi
che si oppongono non solo a noi anarchici, ma a chiunque osa pensare ad una
più civile condizione di cose.
Che meraviglia, se perduta la speranza di poter combattere con profitto per
la propria causa, degli animi ardenti si lasciano trasportare ad atti di giustizia
vendicativa?
Le misure di polizia, di cui sono sempre vittime i meno pericolosi; la ricerca
affannosa di inesistenti istigatori, che appare grottesca a chiunque conosce
un poco lo spirito dominante tra gli anarchici, le mille buffe proposte di sterminio
avanzate da dilettanti di poliziottismo, non servono che a mettere in evidenza
il fondo selvaggio che cova nell’animo delle classi governanti.
Per eliminare totalmente la rivolta sanguinosa delle vittime, non vi è
altro mezzo che l’abolizione dell’oppressione, mediante la giustizia
sociale.
Per diminuirne ed attuarne gli scoppi non v’è altro mezzo che lasciare
a tutti la libertà di propaganda e di organizzazione; che lasciare ai
diseredati, agli oppressi, ai malcontenti, la possibilità di lotte civili;
che dar loro la speranza di poter conquistare, sia pur gradualmente, la propria
emancipazione per vie incruente.
Il governo d’Italia non ne farà nulla continuerà a reprimere...
e continuerà a raccogliere quello che semina.
Noi, pur deplorando la cecità dei governanti che imprime alla lotta un’asprezza
non necessaria, continueremo a combattere per una società in cui sia
eliminata ogni violenza, in cui tutti abbiano pane, libertà, scienza,
in cui l’amore sia la legge suprema della vita.
d. Errori e rimedi8
Vi è oggi tanta gente varia che si chiama anarchica, e col nome di anarchia
si espongono tante idee disparate e contraddittorie, che davvero avremmo torto
di meravigliarci quando il pubblico che è nuovo alle idee, e non può
a prima giunta distinguere le grandi differenze che si nascondono sotto il velo
di una parola comune, resta sordo alla nostra propaganda e ci guarda con sospetto.
Noi non possiamo naturalmente impedire agli altri di prendere il nome che vogliono;
nè l’abbandonar noi il nome di anarchici servirebbe ad altro che
ad aumentare la confusione, poichè il pubblico penserebbe che noi abbiamo
semplicemente voltato bandiera.
Tutto ciò che possiamo, e cioè che dobbiamo fare, si è
di distinguerci nettamente da coloro che dell’anarchia hanno un concetto
diverso dal nostro, o che dallo stesso concetto teorico tirano conseguenze pratiche
opposte a quelle che ne tiriamo noi. E la distinzione deve risultare dall’esposizione
chiara della nostra morale senza nessun riguardo di persone e di partito. Poichè
questa pretesa solidarietà di partito, fra gente che poi non apparteneva
e non avrebbe potuto appartenere allo stesso partito, è stata appunto
una delle cause principali della confusione. E si è arrivati a tal punto
che molti esaltano nei "compagni" quelle stesse azioni che vituperano
nei borghesi; e sembra che il loro unico criterio del bene e del male sia questo:
se l’autore dell’atto che si giudica prende il nome di anarchico,
o no.
Molti sono gli errori che hanno menato gli uni a mettersi in completa contraddizione
coi principii che teoricamente professano, e gli altri a sopportare queste contraddizioni;
come molte sono le cause che hanno attirata in mezzo a noi della gente che in
fondo se ne ride del socialismo e dell’anarchia, e di tutto ciò
che sorpassa gl’interessi delle loro persone.
Io non posso intraprendere qui un esame metodico e completo di questi errori.
Solo accennerò ad alcuni di essi così come mi si presenteranno
alla mente.
Prima di tutto parliamo di morale.
È cosa comune trovare degli anarchici che "negano la morale".
Al principio è un semplice modo di dire per significare che, dal punto
di vista teorico, non ammettono una morale assoluta, eterna, immutabile, e che,
nella pratica, si ribellano contro la morale borghese che sanziona lo sfruttamento
delle masse e condanna quegli atti che tornano a pericolo e danno dei privilegiati.
Ma poi, poco a poco, come suole avvenire in tante altre cose, prendono la figura
retorica per l’espressione della verità. Dimenticano che nella
morale corrente, oltre le regole che sono inculcate dai preti e dai padroni
nell’interesse del loro dominio, si trovano pure, e ne sono in realtà
la parte maggiore e sostanziale, anche quelle regole che sono la conseguenza
e la condizione di ogni coesistenza sociale; dimenticano che il ribellarsi contro
ogni regola imposta colla forza non vuol dire niente affatto rinunziare ad ogni
ritegno morale e ad ogni sentimento di obbligazione verso gli altri; dimenticano
che per combattere ragionevolmente una morale, bisogna opporle, in teoria ed
in pratica, una morale superiore; e, per poco che il temperamento e le circostanze
aiutino, finiscono col divenire immorali nel senso assoluto della parola, cioè
uomini senza regola di condotta, senza criterio per guidarsi nelle loro azioni,
che cedono passivamente all’impulso del momento. Oggi si leveranno il
pane di bocca per soccorrere un compagno, domani ammazzeranno un uomo per andare
al bordello!...
Altra fonte di errori e di colpe gravissime è stato il modo come si è
interpretato da molti la teoria della violenza.
La società attuale si mantiene colla forza delle armi. Mai nessuna classe
oppressa è riuscita ad emanciparsi senza ricorrere alla violenza; mai
le classi privilegiate han rinunciato ad una parte, sia pur minima, dei loro
privilegi, se non per forza, o per paura della forza. Le istituzioni sociali
attuali sono tali che appare impossibile di trasformarle per via di riforme
graduali e pacifiche; e la necessità di una rivoluzione violenta che,
violando, distruggendo la legalità, fondi la società umana sopra
basi novelle, s’impone. L’ostinazione, la brutalità con cui
la borghesia risponde ad ogni più anodina domanda del proletariato, dimostrano
la fatalità della rivoluzione violenta. Dunque è logico, è
necessario che i socialisti e specialmente gli anarchici, siano un partito rivoluzionario
e prevedano e affrettino la rivoluzione.
Ma disgraziatamente c’è negli uomini una tendenza a scambiare il
mezzo col fine; e la violenza, che per noi è e deve restare una dura
necessità, è diventata per molti quasi lo scopo unico della lotta.
La storia è piena di esempi di uomini che, avendo cominciato a lottare
per uno scopo elevato, hanno poi nel calore della mischia smarrito ogni controllo
sopra loro stessi, han perduto di vista lo scopo e son diventati dei feroci
massacratori. E, come lo dimostrano fatti recenti, molti anarchici non sono
sfuggiti a questo terribile pericolo della lotta violenta. Irritati dalle persecuzioni,
ammattiti dagli esempi di cieca ferocia che dà ogni giorno la borghesia,
essi han cominciato ad imitare l’esempio dei borghesi; ed allo spirito
d’amore è subentrato lo spirito di vendetta, lo spirito di odio.
E l’odio e la vendetta essi, al par dei borghesi, han chiamato giustizia.
Poi, per giustificare quegli atti, che pur potevano spiegarsi come effetti delle
orribili condizioni del proletariato e servire come una ragione di più
per invocare la distruzione di un ordine di cose che produce così tristi
risultati, alcuni han cominciato a formulare le più strane, le più
fanatiche, le più autoritarie teorie; e non badando alla contraddizione,
le han presentate come un nuovissimo progresso dell’idea anarchica . .
.
D’altra parte un errore, opposto a quello in cui cadono i terroristi,
minaccia il movimento anarchico. Un po’ per reazione contro l’abuso
che in questi ultimi anni si è fatto della violenza, un po’ per
la sopravvivenza delle idee cristiane, e soprattutto per l’influenza della
predicazione mistica di Tolstoj, alla quale il genio e le alte qualità
morali dell’autore dan voga e prestigio, incomincia ad acquistare una
certa importanza fra gli anarchici il partito della resistenza passiva, il quale
ha per principio che bisogna lasciare opprimere e vilipendere se stesso e gli
altri piuttosto che far del male all’aggressore. È quello che è
stato chiamato l’anarchia passiva...
È curioso osservare come i terroristi ed i tolstoisti, appunto perchè
sono gli uni e gli altri dei mistici, arrivano a conseguenze pratiche presso
che uguali. Quelli non esiterebbero a distruggere mezza umanità pur di
far trionfare l’idea: questi lascerebbero che tutta l’umanità
restasse sotto il peso delle più grandi sofferenze piuttosto che violare
un principio.
Per me, io violerei tutti i principii del mondo pur di salvare un uomo: il che
sarebbe poi infatti rispettare il principio, Poichè, secondo me, tutti
principii morali e sociologici si riducono a questo solo: il bene degli uomini,
di tutti gli uomini.
e. Il furto come arma di guerra9
In tutti i tempi gli eserciti belligeranti ed i partiti rivoluzionari hanno
considerato atto di buona guerra l’impossessarsi a danno del nemico di
tutto ciò che può facilitare la vittoria e quindi anche del denaro,
che si suol dire essere il nerbo della guerra.
È permesso agli anarchici, che stanno sempre, almeno intenzionalmente,
in guerra guerreggiata con la classe capitalistica, è permesso agli anarchici,
in coerenza coi loro principi, togliere ai ricchi della roba (denaro e oggetti
preziosi) per servirsene per la propaganda, per l’armamento e per tutti
i bisogni della lotta? E non potendo requisire il denaro apertamente, in guerra
dichiarata, è permesso impadronirsene di nascosto, adoperando quelle
che possono chiamarsi astuzie di guerra in una parola rubando?
Teoricamente non pare che vi possa esser dubbio sul diritto di adoperare, in
una guerra giusta, tutti i mezzi atti a facilitare ed assicurare la vittoria
senza ledere il sentimento di umanità. Ma bisogna vedere se un mezzo
è poi realmente utile, se ciò che è moralmente permesso
è praticamente consigliabile.
Il metodo (il furto per la propaganda) è stato in vari paesi ed in varie
epoche predicato e praticato da speciali gruppi anarchici; ma ha dato sempre
frutti disastrosi.
E potrei dire lo stesso di altri partiti e di epoche gloriose nella storia d’Italia,
ma preferisco non occuparmi qui che delle cose nostre.
Il denaro corrompe e corrompe pure la necessità di nascondere il proprio
essere, di fingere, d’ingannare, di adoperare quelle arti necessarie al
ladro se non vuole andare in prigione come un imbecille.
Quanti giovani generosi, quante belle nature si sono sciupate per questa fisima
del rubare per la propaganda!
S’incomincia col ricercare la compagnia dei ladri di mestiere, perchè
anche il rubare è un mestiere che bisogna imparare. Si perde l’abitudine
e poi la voglia di lavorare, e quindi sul prodotto del furto bisogna prelevare
la quota per alimentare il ladro: alla propaganda va quel che resta, se ce ne
resta. E coll’abitudine del non lavorare viene il gusto del lusso e dell’orgia,
e si finisce col dimenticare le idee, la propaganda, i principi, e si diventa
un ladro volgare.
Peggio ancora: s’incomincia a trattare i propri compagni come vigliacchi
perchè si lasciano sfruttare lavorando, la massa come disprezzabile gregge,
e si finisce col dire: "chi vuole emanciparsi faccia come me, rubi",
"io la mia rivoluzione l’ho fatta, faccian gli altri la loro",
e si diventa dei borghesi come e peggio degli altri.
E questo solo per quei pochi che hanno fortuna e riescono a fare il colpo grosso.
Gli altri consumano la vita in piccole truffe, furtarelli meschini fatti preferibilmente
a danno dei poveri, perchè rubare ai poveri è più facile
e meno pericoloso, o a danno dai compagni perchè i compagni non denunciano
alla polizia.
I migliori quelli che riescono a salvarsi dalla peggiore decadenza morale son
quelli che si fan cogliere all’inizio della carriera e vanno in galera
prima di essersi completamente corrotti.
Vi possono essere delle eccezioni individuali: io stesso ne potrei citare se
l’argomento non fosse così delicato.
Ma il certo si è che in tutti gli ambienti in cui è stato ammesso
il furto per la propaganda è entrata la corruzione, la sfiducia tra compagni
la maldicenza, il sospetto e quindi l’inerzia e la dissoluzione. E le
spie hanno avuto buon giuoco, perchè non si è più avuto
il modo di controllare quali sono i mezzi di vita di ciascuno.
No, meglio la penuria di mezzi, meglio il soldino versato e raccolto con fatica
che dà al lavoratore l’orgoglio di concorrere col proprio sforzo
all’opera comune, anzichè, per la speranza quasi sempre illusoria
della grossa somma, correre il rischio di veder corrompersi e sparire alcuni
tra i compagni più energici e più intraprendenti.
3. LA LEZIONE DEI FATTI
a. La tattica rivoluzionaria10
Noi dobbiamo mescolarci più ch’è possibile alla vita popolare:
incoraggiare e spingere tutti i movimenti che contengono un germe di rivolta
materiale o morale e abituano il popolo a fare i suoi interessi da sè
e a non fidare che nelle proprie forze; ma senza perdere mai di vista che la
rivoluzione per l’espropriazione e la messa in comune della proprietà
e la demolizione del potere sono la sola salute del proletariato e dell’umanità
e che per conseguenza ogni cosa è buona o cattiva a seconda che essa
avvicini o allontani, faciliti o renda più difficile tale rivoluzione.
Applichiamo ciò alla questione degli scioperi. Noi siamo caduti a tal
proposto, com’è un po’ la nostra abitudine, da una esagerazione
in un’altra.
Tempo addietro, convinto che lo sciopero è impotente, non solo per emancipare,
ma anche per migliorare in modo permanente la sorte dei lavoratori, noi trascuravamo
troppo il lato morale della questione e, meno che in qualche regione, abbiamo
lasciato questo mezzo potente di propaganda e di agitazione quasi totalmente
ai socialisti autoritari e agli addormentatori.
Cessata quell’indifferenza in seguito ai grandi scioperi di questi ultimi
tempi e specialmente dopo lo sciopero del porto di Londra che fece pensare che
se gli uomini che lo guidarono avessero avuta una chiara concezione rivoluzionaria
e non ne avessero temuto le responsabilità, si sarebbe potuto condurre
i lavoratori dei docks a marciare sui quartieri ricchi ed a fare la rivoluzione;
si manifesta ora una tendenza all’eccesso opposto, cioè ad attendere
tutto dagli scioperi e quasi a confondere lo sciopero con la rivoluzione.
Questa tendenza è molto pericolosa, poichè essa fa nascere delle
speranze chimeriche e la cui pratica sarebbe, non dico certo altrettanto corruttrice,
ma pure fallace e addormentatrice come lo stesso parlamentarismo.
Si predica lo sciopero generale e sta benissimo: ma si ha torto, secondo me,
quando s’immagina e si dice che lo sciopero generale è la rivoluzione.
Esso sarebbe solo un’occasione magnifica per fare la Rivoluzione, ma niente
di più. Esso potrebbe trasformarsi in rivoluzione, ma solo se i rivoluzionari
avessero abbastanza influenza, forza e spirito d’iniziativa per trascinare
i lavoratori sulla via dell’espropriazione e dell’attacco armato,
prima che lo snervamento della fame e lo sgomento del massacro o le concessioni
dei padroni non vengano a demoralizzare gli scioperanti e a ridurli in quello
stato d’animo, così facile a prodursi tra le masse, nel quale si
vuole sottomettersi ad ogni costo, e si considera come un nemico, un pazzo o
un agente provocatore chiunque spinge alla lotta ad oltranza.
Io considero del resto come irrealizzabile un vero sciopero generale nelle condizioni
economiche e morali attuali del proletariato universale; e credo che la rivoluzione
sarà fatta molto prima che un tale sciopero possa prodursi. Ma di grandi
scioperi se ne producono già e con l’attività e dell’accordo
si può provocarne di più grandi ancora; e potrebbe darsi che sia
quella la forma con cui comincerà, almeno nei paesi industriali, la Rivoluzione
sociale. Bisogna dunque star sul chi vive per profittare di tutte le occasioni
che possono presentarsi.
Lo sciopero non deve più essere la guerra delle braccia incrociate.
I fucili e tutti gli ordigni per l’attacco e la difesa che la scienza
mette a nostra disposizione, lungi dall’essere resi inutili dagli scioperi,
restano sempre strumenti di liberazione, che negli scioperi trovano soltanto
una buona occasione per essere utilmente adoperati
b. Andiamo fra il popolo11
Confessiamolo subito: gli anarchici non si sono mostrati all’altezza della
situazione.
Se si toglie il moto di Carrara che ha dato prova sì del loro coraggio
e della loro devozione alla causa, ma anche dell’insufficienza della loro
organizzazione, appena si sarebbe parlato degli anarchici in tanto commuoversi
di popolo in Sicilia ed in altre parti d’Italia.
Dopo aver tanto gridato di rivoluzione, la rivoluzione arriva, e noi siamo stati
disorientati e siam restati presso che inerti.
Può essere doloroso il confessarlo, ma il tacerlo e nasconderlo sarebbe
tradire la causa, e continuare negli errori che ci han condotti a questo punto.
È tempo di ravvederci!
La causa principale, secondo noi, di questa nostra decadenza è l’isolamento
in cui quasi dappertutto siamo caduti.
Per un complesso di cause, che ora sarebbe troppo lungo esaminare, gli anarchici,
dopo la dissoluzione dell’Internazionale, perdettero il contatto delle
masse e si andavano man mano riducendo in piccoli gruppi, occupati solo a discutere
eternamente e, purtroppo a dilaniarsi tra loro, o tutt’al più a
fare un po’ di guerra ai socialisti legalitari.
Contro questo stato di cose si è tentato più volte di reagire
con più o meno successo. Ma quando si credeva di poter infine ricominciare
un lavoro serio ed a larga base, ecco che venner fuori alcuni compagni i quali,
per una malintesa intransigenza, elevarono l’isolamento a principio, e
secondati dall’indolenza e dalla timidezza di tanti, che trovavano in
quella "teoria" una comoda scusa per non far nulla e non correre nessun
rischio, riuscirono a ricacciarci nell’impotenza.
Per opera di quei compagni, molti dei quali ci compiacciamo di riconoscerlo,
sono pur animati dalle migliori intenzioni, il lavoro di propaganda e di organizzazione
è diventato una cosa impossibile.
Volete entrare in un’associazione operaia? Maledizione! Non giova per
il verbo anarchico: ogni buon anarchico se ne deve tener lontano come dalla
peste.
Volete fondare un’associazione dei lavoratori per abituarli a lottare
solidariamente contro i padroni? Tradimento! un buon anarchico non deve associarsi
che con anarchici convinti, vale a dire deve star sempre cogli stessi compagni,
e se vuol fondare associazioni, non può che dar nomi diversi a un gruppo,
composto sempre dalla stessa gente.
Cercate di organizzare e sostenere scioperi? Mistificazioni, palliativi!
Tentate manifestazioni ed agitazioni popolari? Pagliacciate!
Insomma tutto quello che è permesso di fare per la propaganda si è
qualche conferenza, dove il pubblico non viene se non è attirato dalle
doti eccezionali di un oratore, qualche stampato, che è letto sempre
dallo stesso circolo di gente; e la propaganda da uomo a uomo, se sapete trovar
chi vi ascolti. E con questo un gran vociare di rivoluzione: - rivoluzione che,
predicata così, diventa come il paradiso dei cattolici, una promessa
di là di venire, che vi addormenta in un’inerzia beata fino a che
ci credete e vi lascia scettici ed egoisti, quando la fede vi sfugge.
Ed intanto intorno a noi il popolo si agita e segue altre correnti; ed i socialisti
legalitari ci vincon la mano ed hanno spesso successi, anche in quei paesi dove
come in Italia, il socialismo è stato per la prima volta bandito e popolarizzato
da noi, e dove noi vantiamo non ingloriose tradizioni di lotte e di sacrifici
sostenuti con costanza e fierezza.
Questa è una tattica micidiale che equivale al suicidio. La rivoluzione
non si fa in quattro gatti. Degl’individui e dei gruppi isolati possono
fare un po’ di propaganda; dei colpi audaci, delle bombe e simili cose,
se fatte con retto criterio (il che purtroppo non è sempre q caso) possono
attirare l’attenzione pubblica sui mali dei lavoratori e sulle nostre
idee, possono sbarazzarci di qualche ostacolo potente; ma la rivoluzione non
si fa che quando il popolo scende in piazza. E se noi vogliamo farla bisogna
che attirammo a noi la folla, quanto più folla è possibile.
Ed è anche, questa tattica dell’isolamento, contraria ai nostri
principi ed allo scopo che ci proponiamo.
La rivoluzione, come noi la vogliamo, deve essere il cominciamento della partecipazione
attiva, diretta, vera delle masse, cioè di tutti, alla organizzazione
ed alla gerenza della vita sociale. Se per impossibile, la rivoluzione potesse
essere fatta da noi soli, non sarebbe la rivoluzione anarchica poichè
allora saremmo i padroni noi ed il popolo, disorganizzato e quindi impotente
ed incosciente, spetterebbe gli ordini nostri, Ed allora tutta l’anarchia
si ridurrebbe ad una vana dichiarazione di principi mentre in pratica sarebbe
sempre una piccola frazione che si servirebbe delle forze cieche della massa
incosciente e sommessa per imporre le proprie idee: - e questo è l’essenza
stessa dell’autorità.
Figuriamoci che domani con un colpo di mano potessimo, da noi soli, senza il
concorso delle masse, sconfiggere il governo e restare padroni della situazione.
Le masse che non avrebbero preso parte alla lotta e non avrebbero sperimentata
la potenza delle loro forze, applaudirebbero ai vincitori e resterebbero inerti
ad attendere che noi dessimo loro tutto il benessere che loro promettiamo.
Che cosa faremmo noi? O assumere di fatto se non di diritto, la dittatura, il
che vorrebbe dire riconoscere l’inattuabilità delle nostre idee
antigovernative e dichiararsi sconfitti in quanto anarchici o fare "per
viltade il gran rifiuto"; ritirarci protestando il nostro sacro orrore
del nostro comando, e lasciare che il comando lo prendano i nostri avversari.
Fu così che avvenne per ragioni del resto alquanto diverse agli anarchici
spagnoli nei moti del 1873. Per un concorso di circostanze, si trovarono padroni
della situazione in varie città, come per es. in S. Lucas de Barrameda
e Cordova: il popolo non faceva nulla da sè ed aspettava che qualcuno
comandasse il da farsi; gli anarchici non vollero prendere il comando perchè
ciò era contrario ai loro principi... ed allora subentrò la reazione
repubblicana prima, monarchica poi, che ristabilì il vecchio regime coll’aggravante
delle persecuzioni, arresti e massacri in massa.
Andiamo tra il popolo: questa è l’unica via di salvezza. Ma non
vi andiamo con la boria burbanzosa di persone che pretendono possedere il verbo
infallibile e disprezzano dall’alto della loro pretesa infallibilità
chi non divide le loro idee. Andiamoci per affratellarci coi lavoratori, per
lottare con loro, per sacrificarsi per loro. Per avere il diritto, per avere
la possibilità di reclamare dal popolo lo slancio e lo spirito di sacrifico
necessario nelle grandi giornate di battaglia decisiva, bisogna aver dato al
popolo prova di sè, bisogna esserci mostrati primi per coraggio e per
abnegazione nelle sue piccole lotte quotidiane. Entriamo in tutte le associazioni
di lavoratori, fondiamone più che possiamo, provochiamo federazioni sempre
più vaste, sosteniamo ed organizziamo scioperi, propaghiamo dappertutto
con tutti i mezzi, lo spirito di cooperazione e di solidarietà tra i
lavoratori.
E guardiamoci dal disgustarci perchè spesso i lavoratori non comprendono
o non accettano tutti i nostri ideali e stanno attaccati a vecchie forme ed
a vecchi pregiudizi.
Noi non possiamo e non vogliamo aspettare, per far la rivoluzione, che le masse
siano diventate socialiste-anarchiche con piena coscienza. Noi sappiamo che
finchè dura l’attuale ordinamento economico politico della società,
l’immensa maggioranza del popolo è condannata all’ignoranza
ed all’abbrutimento e non è capace che di ribellioni più
o meno cieche. Bisogna distruggere quest’ordinamento, facendo la rivoluzione
come si può, colle forze che troviamo nella vita reale.
A maggior ragione noi non possiamo aspettare per organizzare i lavoratori ch’essi
siano prima diventati anarchici. Come farebbero a diventarlo se lasciati soli,
col sentimento d’impotenza che viene loro dall’isolamento?
Come anarchici noi dobbiamo organizzarci tra noi, tra gente perfettamente convinta
e concorde: ed intorno a noi dobbiamo organizzare, in associazioni larghe, aperte,
quanti più lavoratori è possibile, accettandoli quali essi sono
e sforzandoci di farli progredire il più che si può.
Come lavoratori noi dobbiamo essere sempre e dappertutto coi nostri compagni
di fatica e di miseria.
Ricordiamoci che il popolo di Parigi incominciò a domandare pane al re
fra applausi e lacrime di tenerezza, e due anni dopo, avendone, come era naturale,
ricevuto piombo invece di pane lo aveva già decapitato. E ieri ancora
il popolo di Sicilia è stato sul punto di fare la rivoluzione pur plaudendo
al re ed a tutta la sua famiglia.
Quegli anarchici che hanno combattuto e ridicolizzato il movimento dei "fasci",
perchè essi non erano organizzati come vorremmo noi, perchè spesso
si intitolavano da "Maria Immacolata" perchè avevano nelle
loro sale il busto di Carlo Marx piuttosto che quello di Bakunin, ecc. han dimostrato
di non avere nè senso nè spirito rivoluzionario.
Noi non siamo teneri, oh! no, per coloro che corrompono tutto col veleno parlamentare,
che tutto riducono a questione di candidature e che (in buona o in mala fede,
non importa) vorrebbero fare del popolo un gregge votante. Ma non è fare
il giuoco di questi aspiranti deputati, e, peggio ancora, non è fare
il giuoco della borghesia e del governo il predicare il disgregamento ed il
lasciare in mano loro tutte le forze organizzate del proletariato?
Ravvediamoci. Il momento è solenne. Noi siam giunti ad uno di quei momenti
critici della storia umana, che decidono di tutto un nuovo periodo. Da noi,
che abbiamo scritto sulla nostra bandiera le parole redentrici ed inseparabili
di socialismo e di anarchia, dipendono il successo e indirizzo del prossima
rivoluzione.
c. Il nostro compito12
... Che cosa dobbiamo fare per metterci in grado di fare la rivoluzione nostra,
la rivoluzione contro ogni privilegio ed ogni autorità, e vincere?
La tattica migliore sarebbe di fare sempre e dappertutto la propaganda delle
nostre idee; di sviluppare nei proletari, con tutti i mezzi possibili, lo spirito
di associazione e di resistenza e di suscitare in loro sempre crescenti pretensioni;
di combattere continuamente tutti i partiti borghesi e tutti i partiti autoritari
restando indifferenti alle loro querele; di organizzarci fra quanti sono convinti
e si van convincendo delle nostre idee, e provvederci dei mezzi materiali necessari
alla lotta; e quando fossimo arrivati ad aver la forza sufficiente per vincere,
insorgere da soli, per conto nostro esclusivo, per attuare tutto intero il nostro
programma, o più propriamente per conquistare a ciascuno l'intera libertà
di sperimentare, praticare ed andare man mano modificando il modo di vita sociale
ch’egli crede migliore.
Ma, purtroppo, questa tattica non può essere sempre rigorosamente seguita
ed è impotente a raggiungere lo scopo. La propaganda non ha che un’efficacia
limitata, e quando in un dato ambiente si sono assorbiti tutti gli elementi
capaci per le loro condizioni morali e materiali di comprendere ed accettare
un dato ordine d’idee, poco più si può fare colla parola
e cogli scritti fino a che una trasformazione dell’ambiente non abbia
sollevato un nuovo strato della popolazione alla possibilità di apprezzare
quelle idee. L’efficacia dell’organizzazione operaia è essa
pure limitata dalle ragioni stesse che si oppongono all’estendersi indefinito
della propaganda; nonchè da fatti economici e morali d’ordine generale
che affievoliscono o neutralizzano del tutto gli effetti della resistenza dei
lavoratori coscienti.
Una forte e vasta organizzazione nostra per la propaganda e per la lotta incontra
mille ostacoli in noi stessi, nella nostra mancanza di mezzi e soprattutto nelle
repressioni governative. Ed anche supponendo che fosse possibile col tempo di
arrivare, per mezzo della propaganda e dell’organizzazione, ad aver la
forza per fare la rivoluzione da noi, direttamente per il socialismo anarchico,
si producono tutti i giorni, e ben prima che noi si sia giunti ad avere quella
forza, delle situazioni politiche nelle quali siamo obbligati ad intervenire
sotto pena non solo di rinunziare ai vantaggi che se ne possono ricavare, ma
anche di perdere ogni influenza sul popolo, di distruggere una parte del lavoro
e di rendere più difficile il lavoro futuro.
Il problema dunque è di trovare il mezzo per determinare per quanto sia
in noi quelle modificazioni di ambiente necessarie al progresso della nostra
propaganda e di profittare delle lotte fra i vari partiti politici e di tutte
le occasioni che si presentano senza rinunziare a nessuna parte del nostro programma
ed in modo da facilitare ed avvicinare il trionfo.
In Italia, per esempio, la situazione è tale che è possibile,
è probabile, in un tempo più o meno breve una insurrezione contro
la Monarchia. Ma è certo d’altra parte che il risultato di questa
prossima insurrezione non sarà il socialismo anarchico.
Dobbiamo noi prendere parte alla preparazione ed alla realizzazione di questa
insurrezione e come?
Vi sono alcuni compagni i quali pensano che noi non abbiamo nessun interesse
a mischiarci in un movimento, il quale lascerà intatta l'istituzione
della proprietà privata e servirà solo a sostituire un governo
ad un altro, a fare cioè una repubblica, la quale non sarebbe meno borghese
e meno oppressiva di quello che è la monarchia. Lasciamo, essi dicono,
che i borghesi e gli aspiranti al governo si rompano le corna tra di loro, e
noi continuiamo per la nostra strada, facendo sempre la propaganda anti-proprietaria
ed anti-autorítaria.
Ora la conseguenza di questa astensione sarebbe, prima di tutto che l'insurrezione
senza il contingente delle nostre forse avrebbe meno probabilità di vincere
e quindi per causa nostra potrebbe trionfare la monarchia, la quale, massime
in questo momento che combatte per la vita ed è resa feroce dalla paura,
preclude la via alla propaganda ed a qualsiasi progresso. Di più, facendosi
il movimento senza il nostro concorso, noi non avremmo nessuna influenza sugli
avvenimenti ulteriori, non potremmo cavar nulla dalle occasioni che si presentano
sempre nel periodo di transizione tra un regime ed un altro, saremmo discreditati
come partito di azione e non potremmo per lunghi anni fare alcuna cosa d’importanza.
Non è il caso di lasciare che i borghesi si battano tra di loro, perchè
in un movimento insurrezionale la forza, per lo meno materiale, è sempre
il popolo che la dà, e se noi non siamo nel movimento dividendo coi combattenti
i pericoli ed i successi e cercando di trasformare il moto politico in rivoluzione
sociale, esso popolo non servirà che di strumento in mano agli ambiziosi
che aspirano a dominarlo.
Invece, pigliando parte all’insurrezione (insurrezione che non avremmo
la forza di far da noi soli) e pigliandovi la parte più grande possibile
noi avremmo la simpatia del popolo insorto, e potremmo spingere le cose più
avanti che si può.
Noi sappiamo benissimo, e non cessiamo mai di dirlo e di dimostrarlo, che repubblica
e monarchia si equivalgono e che tutti i governi hanno un’eguale tendenza
ad allargare il loro potere e ad opprimere sempre più i governati. Ma
sappiamo pure che più un governo è debole, che più è
forte la resistenza ch’esso incontra nel popolo, e più grande la
libertà più è grande la possibilità di progredire.
Contribuendo in modo efficace alla caduta della monarchia noi potremmo opporci
con più o meno efficacia alla costituzione o alla consolidazione di una
repubblica, potremmo restare armati e negare ubbidienza al nuovo governo come
potremmo qua e là fare dei tentativi di espropriazione e di organizzazione
anarchica e comunista della società. Noi potremmo impedire che la rivoluzione
si arresti al suo primo passo e che le energie popolari, svegliate dall’insurrezione,
si addormentino di nuovo. Tutte cose che non potremmo fare, per ovvie ragioni
di psicologia popolare, intervenendo dopo: quando l’insurrezione contro
la monarchia si fosse fatta ed avesse vinto senza di noi.
Spinti da queste ragioni, altri compagni vorrebbero che noi lasciassimo da parte
per il momento la propaganda anarchica e ci occupassimo solo della lotta contro
la monarchia, per poi ad insurrezione vinta ricominciare il nostro lavoro speciale
di anarchici. E non pensano che se noi ci confondessimo oggi coi repubblicani,
lavoreremmo a beneficio della prossima repubblica, disorganizzeremmo le nostre
file, confonderemmo la mente dei nostri, e non avremmo poi, quando vorremmo,
la forza d’impedire che la repubblica si faccia e si fortifichi.
Fra questi due errori opposti, la via che dobbiamo seguire ci pare chiara.
Noi dobbiamo concorrere con i repubblicani, con i socialisti democratici e con
qualsiasi partito antimonarchico ad abbattere la monarchia: ma dobbiamo concorrervi
come anarchici, per gli interessi dell’anarchia senza scompaginare le
nostre forze e confonderle con quelle degli altri, e senza prendere nessun impegno
che vada oltre della cooperazione nell’azione militare.
Così solo possiamo, secondo noi, avere, nei prossimi avvenimenti, tutti
i vantaggi di un’alleanza cogli altri partiti antimonarchici senza rinunziare
a nessuna parte del nostro programma.
4. L’ORGANIZZAZIONE DEGLI ANARCHICI
a. Occorre dividerci... per poi riunirci13
Io tiro avanti aspettando il momento in cui potrò spiegare, nel modo
in cui credo utile, la mia attività e preparandomici come meglio posso.
Questi giorni sono stato sul punto di partire per l’Italia; ma subito
le cose si sono calmate ed io ho rinunziato a fare un viaggio che, secondo tutte
le probabilità, si sarebbe ridotto ad una semplice gita di piacere...
o di dispiacere. Naturalmente, se ulteriori notizie mi persuaderanno che c’è
da fare, vado subito.
Disgraziatamente noi siamo ridotti in condizioni di non poter nulla fare, nulla
iniziare da noi e dobbiamo aspettare o l’iniziativa di altri partiti o
il concorso di circostanze completamente indipendenti da noi.
E ancora, quando queste iniziative o queste circostanze si presentano noi ci
troviamo impreparati, disaccordi tra noi, impotenti - e lasciamo che il buon
momento passi, senza aver fatto nulla.
Come uscire da questa situazione? come ridiventare un partito che agisce e fa
sentire la sua influenza sul corso degli avvenimenti?
Ecco il problema. Ma per risolverlo bisogna innanzi tutto intendersi sul significato
di questo "noi" che ripetiamo così spesso, senza sapere chi
vi è compreso e chi ne è escluso.
Oggi siamo in tanti a chiamarci anarchici, ma v’è spesso tra un
anarchico e l’altro tanta differenza che ogni intesa è impossibile
e sarebbe assurda. Sicchè invece di cooperare insieme allo stesso scopo,
non riusciamo che a combatterci ed a paralizzarci gli uni gli altri.
Bisogna innanzi tutto dividerci per poi riunire insieme quelli che sono d’accordo
ed hanno un terreno comune di azione.
Sono degli anni che son convinto di questo bisogno e che lo vado ripetendo;
ma finora non sono riuscito a nulla.
È incapacità mia? È colpa delle circostanze? Forse c’è
un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Io non ho perduto
però la speranza di vedere iniziato un nuovo movimento che avesse in
sè le condizioni di vita e di successo che sono mancate a quel movimento
che noi stessi iniziammo un 20 o 25 anni or sono e che ora, secondo me, sta
agonizzando.
Questo per la questione generale. In quanto al caso speciale dell’Italia
in questo momento, a me pare che se i repubblicani volessero agire, noi non
potremmo far di meglio che far massa con loro. Una volta rotto il sonno in cui
l’Italia pare caduta, potremmo rialzare la nostra bandiera e continuare
la lotta a modo nostro e per i nostri ideali.
b. Organizzatori e antiorganizzatori14
Sono degli anni che si fa tra gli anarchici un gran discutere su questa questione.
E, come avviene spesso, quando si piglia passione in una discussione ed alla
ricerca della verità subentra il puntiglio di aver ragione, o quando
le discussioni teoriche non sono che un tentativo per giustificare una condotta
pratica ispirata da altri motivi, si è prodotta una grande confusione
d’idee e di parole.
Ricordiamo di passaggio, tanto per sbarazzarcene, le semplici questioni di parole,
che a volte han raggiunto le più alte cime del ridicolo, come per esempio:
"noi non vogliamo l’organizzazione ma l’armonizzazione";
"siamo contrari all’associazione, ma ammettiamo l’intesa";
"noi non vogliamo segretario e cassiere, perchè sono cose autoritarie,
ma incarichiamo un compagno di tenere la corrispondenza, ed un altro di custodire
il denaro" - e passiamo alla discussione seria.
Vi sono tra coloro che rivendicano, con aggettivi vari o senza aggettivi, il
nome di anarchici, due frazioni: i partigiani e gli avversari dell’organizzazione.
Se non possiamo riuscire a metterci d’accordo, cerchiamo almeno di comprenderci.
E prima di tutto distinguiamo, poichè la questione è triplice:
l'organizzazione in generale come principio e condizione di vita sociale, oggi
e nella società futura; l’organizzazione del partito anarchico;
e l’organizzazione delle forze popolari e specialmente quella delle masse
operaie per la resistenza contro il governo e contro il capitalismo.
La necessità dell’organizzazione nella vita sociale, e quasi direi
la sinonimia tra organizzazione e società, è cosa tanto evidente
che si stenta a credere come si sia potuta negare.
Per rendersene conto bisogna ricordare quale è la funzione specifica,
caratteristica del movimento anarchico, e come gli uomini e i partiti sono soggetti
a lasciarsi assorbire dalla questione che più direttamente li riguarda,
dimenticando tutte le questioni connesse, a guardare più la forma che
la sostanza, infine a vedere le cose da un lato solo e perdere così la
giusta nozione della realtà.
Il movimento anarchico cominciò come reazione contro lo spirito di autorità,
dominante nella società civile, nonchè in tutti i partiti e tutte
le organizzazione operaie, e si è andato ingrossando man mano di tutte
le rivolte sollevatesi contro le tendenze autoritarie ed accentratrici.
Era naturale quindi che molti anarchici fossero come ipnotizzati da questa lotta
contro l’autorità e che, credendo, per l’influenza dell’educazione
autoritaria ricevuta, che l’autorità è l'anima della organizzazione
sociale, per combattere quella combattessero e negassero questa.
E veramente l’ipnotizzazione arrivò al punto da far sostenere cose
veramente incredibili.
Si combatte ogni sorta di cooperazione e di intesa, ritenendo che l’associazione
era l’antitesi dell’anarchia, si sostenne che senza accordi, senza
obblighi reciproci, facendo ognuno quello che gli passa per il capo senza nemmeno
informarsi di quello che fa l’altro, tutto si sarebbe spontaneamente armonizzato;
che anarchia significa che ogni uomo deve bastare a sè stesso e farsi
da sè tutto quello che gli occorre senza scambio e senza lavoro associato;
che le ferrovie potevano funzionare benissimo senza organizzazione, anzi che
questo avveniva di già in Inghilterra (!); che la posta non era necessaria
e che chi a Parigi voleva scrivere una lettera a Pietroburgo... se la poteva
portare da sè (!!), ecc. ecc.
Ma queste sono sciocchezze, si dirà, e non vale la pena di rilevarle.
Sì, ma queste sciocchezze sono state dette, stampate propagate: sono
state accolte da gran parte del pubblico come l’espressione genuina delle
idee anarchiche; e servono sempre come armi di combattimento agli avversari,
borghesi e non borghesi, che vogliono aver di noi una facile vittoria. E poi
quelle sciocchezze non mancano del loro valore, in quanto sono la conseguenza
logica di certe premesse e possono servire di riprova sperimentali della verità
o meno di quelle premesse.
Alcuni individui, di mente limitata ma forniti di potente spirito logico, quando
hanno accettato delle premesse ne tirano tutte le conseguenze fino all’ultimo,
e, se così vuole la logica, arrivano senza scomporsi alle più
grandi assurdità, alla negazione dei fatti più evidenti. Ve ne
sono bensì altri più colti e di spirito più largo, che
trovan sempre modo di arrivare a conclusioni più o meno ragionevoli,
anche a costo di strapazzare la logica; e per questi gli errori teorici hanno
poca o nessuna influenza sulla condotta pratica. Ma insomma, fino a che non
si rinunzia a certi errori fondamentali, si è sempre minacciati dai sillogizzatori
ad oltranza, e si torna sempre da capo.
E l'errore fondamentale degli anarchici avversari dell’organizzazione
è il credere che non sia possibile organizzare senza autorità
- ed il preferire, ammessa quella ipotesi, piuttosto rinunziare a qualsiasi
organizzazione che accettare la minima autorità.
Ora, che l’organizzazione, vale a dire l'associazione per uno scopo determinato
e colle forme ed i mezzi necessari a conseguire quel fine, sia una cosa necessaria
alla vita sociale ci pare evidente. L’uomo isolato non può vivere
nemmeno la vita del bruto: esso è impotente, salvo nelle regioni tropicali
e quando la popolazione è eccessivamente rada, a procurarsi il nutrimento;
e lo è sempre, senza eccezioni, ad elevarsi ad una vita alcun poco superiore
a quella degli animali. Dovendo perciò unirsi cogli altri uomini, anzi
trovandosi unito in conseguenza della evoluzione antecedente della specie, esso
deve, o subire la volontà degli altri (essere schiavo), o imporre la
volontà propria agli altri (essere un’autorità), o vivere
cogli altri in fraterno accordo in vista del maggior bene di tutti (essere un
associato). Nessuno può esimersi da questa necessità; ed i più
eccessivi antiorganizzatori non solo subiscono l’organizzazione generale
della società in cui vivono, ma anche negli atti volontari della loro
vita, anche nelle loro rivolte contro l’organizzazione si uniscono, si
dividono il compito, si organizzano con quelli con cui vanno d’accordo
e utilizzano i mezzi che la società mette a loro disposizione... sempre,
s’intende, che si tratti di cose volute e fatte davvero e non di vaghe
aspirazioni platoniche, di sogni sognati.
Anarchia significa società organizzata senza autorità, intendendosi
per autorità la facoltà di imporre la propria volontà e
non già il fatto inevitabile e benefico che chi meglio intende e sa fare
una cosa riesce più facilmente a far accettare la sua opinione, e serve
di guida, in quella data cosa, ai meno capaci di lui.
Secondo noi l'autorità non solo non è necessaria all’organizzazione
sociale, ma, lungi dal giovarle, vive su di essa da parassita, ne inceppa l'evoluzione
e volge i suoi vantaggi a profitto speciale di una data classe che sfrutta ed
opprime le altre. Fino a che in una collettività vi è armonia
d’interessi, fino a che nessuno ha voglia o modo di sfruttare gli altri,
non v’è traccia d’autorità: quando viene la lotta
intestina e la collettività si divide in vincitori e vinti, allora sorge
l’autorità, la quale naturalmente è devoluta ai più
forti e serve a confermare, perpetuare ed ingrandire la loro vittoria.
Crediamo così, e perciò siamo anarchici: chè se credessimo
che non vi possa essere organizzazione senza autorità, noi saremmo autoritari,
perchè preferiremmo ancora l’autorità, che inceppa ed addolora
la vita, alla disorganizzazione che la rende impossibile.
Del resto, quel che saremmo noi importa poco. Se fosse vero che il macchinista
ed il capotreno ed i capiservizio debbano per forza essere delle autorità,
anzichè dei compagni che fanno per tutti un determinato lavoro, il pubblico
amerebbe sempre piuttosto subire la loro autorità che viaggiare a piedi.
Se il mastro di posta non potesse non essere un’autorità, ogni
uomo sano di mente sopporterebbe l’autorità del mastro di posta,
piuttosto che portar da sè le proprie lettere.
E allora ... l’anarchia sarebbe il sogno di alcuni, ma non potrebbe realizzarsi
mai.
c. Necessità dell’organizzazione15
Ammessa possibile l’esistenza di una collettività organizzata senza
autorità, cioè coazione - e per gli anarchici è necessario
ammetterlo perchè altrimenti l’anarchia non avrebbe senso - passiamo
a parlare dell’organizzazione del partito anarchico.
Anche in questo caso l’organizzazione ci sembra utile e necessaria. Se
partito significa l’insieme d’individui che hanno uno scopo comune
e si sforzano di raggiungere questo scopo, è naturale ch’essi s’intendano,
uniscano le loro forze, si dividano il lavoro e prendano tutte le misure stimate
atte a raggiungere quello scopo. Restare isolati, agendo o volendo agire ciascun
per conto suo senza intendersi con altri, senza prepararci, senza unire in un
fascio potente le deboli forze dei singoli, significa condannarsi all’impotenza,
sciupare la propria energia in piccoli atti senza efficacia e ben presto perdere
la fede nella meta e cadere nella completa inazione.
Ma anche qui la cosa ci sembra talmente evidente che, invece di insistere nella
dimostrazione diretta, cercheremo di rispondere agli argomenti degli avversari
dell’organizzazione
E prima di tutto ci si presenta l’obbiezione, diremo così, pregiudiziale.
"Ma di quale partito ci parlate?", essi dicono, "noi non siamo
un partito, noi non abbiamo programma".
E con questa forma paradossale essi intendono dire che le idee progrediscono
e cambiano continuamente e che essi non vogliono accettare un programma fisso,
che può essere buono oggi, ma che sarà certamente superato domani.
Ciò sarebbe perfettamente giusto se si trattasse di studiosi che cercano
il vero senza curarsi delle applicazioni pratiche. Un matematico, un chimico,
un psicologo, un sociologo possono dire di non aver programma o di non avere
che quello di ricercare la verità: essi vogliono conoscere, non vogliono
fare qualche cosa.
Ma anarchia e socialismo non sono delle scienze: sono dei propositi, dei progetti
che anarchici e socialisti vogliono mettere in pratica e che perciò hanno
bisogno di essere formulati in programmi determinati. La scienza e l’arte
delle costruzioni progrediscono tutti i giorni; ma un ingegnere che vuol costruire,
o anche demolire qualche cosa, deve fare il suo piano, raccogliere i suoi mezzi
di azione e agire come se scienza ed arte si fossero arrestate al punto ove
egli le trova quando dà principio ai suoi lavori. Può benissimo
avvenire che egli possa utilizzare delle nuove acquisizioni fatte nel corso
del lavoro senza rinunciare alla parte essenziale del suo piano; e può
darsi anche che le nuove scoperte ed i nuovi mezzi creati dall’industria
siano tali che egli vegga la necessità di abbandonare tutto e ricominciare
da capo. Ma ricominciando, avrà bisogno di fare un nuovo piano basato
su quello che si conosce e si possiede fino a quel momento, e non potrà
concepire e mettersi ad eseguire una costruzione amorfa, con materiali non composti,
per il motivo che domani la scienza potrebbe suggerire delle forme migliori
e l’industria fornire dei materiali meglio composti.
Noi intendiamo per partito anarchico l’insieme di quelli che vogliono
concorrere ad attuare l’anarchia, e che perciò han bisogno di fissarsi
uno scopo da raggiungere ed una via da percorrere; e lasciamo volentieri alle
loro elucubrazioni trascendentali gli amatori della verità assoluta e
del progresso continuo, che non cimentando mai le loro idee alla prova dei fatti
finiscono poi col far nulla e scoprir meno.
L’altra obbiezione è che l’organizzazione crea dei capi,
delle autorità. Se questo è vero, se è vero cioè
che gli anarchici sono incapaci di riunirsi ed accordarsi tra di loro senza
sottoporsi ad un’autorità, ciò vuol dire che essi sono ancora
molto poco anarchici e che prima di pensare a stabilire l’anarchia nel
mondo debbono pensare a rendersi capaci essi stessi di vivere anarchicamente.
Ma il rimedio non starebbe già nella non organizzazione, bensì
nella cresciuta coscienza dei singoli membri.
Certamente se in un’organizzazione si lascia addosso a pochi tutto il
lavoro e tutte le responsabilità, se si subisce quello che fanno i pochi
senza metter mano all’opera e cercar di far meglio, quei pochi finiranno,
anche se non lo vogliono, col sostituire la propria volontà a quella
della collettività. Se in un’organizzazione i membri tutti non
si curano di pensare, di voler capire, di farsi spiegare quello che non capiscono,
di esercitare sempre su tutto e su tutti le loro facoltà critiche, e
lasciano a pochi il compito di pensare per tutti, quei pochi saranno i capi,
le teste pensanti e dirigenti.
Ma, lo ripetiamo, il rimedio non sta nella non organizzazione. Al contrario,
nelle piccole come nella grandi società, a parte la forza brutale, di
cui non può essere questione nel caso nostro, l’origine e la giustificazione
dell’autorità sta nella disorganizzazione sociale. Quando una collettività
ha un bisogno ed i suoi membri