Biblioteca Multimediale Marxista


Capitolo 2

Dopo aver ammazzato suo padre e averne abbandonato il corpo sull'amaca, Jaime mise i dieci coltelli che conservava fin dall'infanzia in un sacco ricavato dai primi pantaloni che mai avesse avuto, uscì dalla capanna mentre sua madre cucinava la yuca quotidiana e si perdette nella polvere dell'estate in cerca di contatti con gente di città che ancora portasse in petto l'odio per gli inquisitori e per organizzare un'armata rivoluzionaria. Svoltò al primo angolo e continuò a camminare come un fulmine, senza preoccuparsi delle lacrime delle fattucchiere delle capanne vicine che, fin da piccolo, lo avevano tenuto come un figlio partorito dalle loro stesse viscere. E le vecchiette incurvate, ormai prive di forza e incapaci di pensare, seguirono docilmente il corso dell'estate aspettando che l'inverno lo inducesse al ritorno; ma, a metà dell'inverno, si riunirono e dissero: «Se quello che fa è giusto, continui' fino alla morte».
Il giorno in cui cominciava il secondo inverno Jaime entrò in Malena. Erano cinquecento case e casupole sparpagliate su mezzo chilometro. Per la via principale stava passando una processione. Guardando il baldacchino circondato da mille candele e da altrettanti volti distrutti dalla miseria, Jaime sognò d'esser membro di una banda di streghe per far comparire nel cielo cerchi di fuoco e far piovere risate pure come l'acqua. Seduto su una pietra, vide tutta la processione, conobbe l'amore e per poco non ci rimise la pelle.
Lei stava seduta su di un'altra pietra a forma d'uovo, aveva un vestito bianco e lungo come quello di una sposa, occhi neri e accesi sepolti sotto le ciglia, stivaletti di raso e collo di gabbiano. Jaime le si avvicinò stringendo il sacco contro i fianchi perché i coltelli non risuonassero. La ragazza fu costretta a guardarlo, cadde vinta sotto il peso delle sue occhiate, sistemò le pieghe del vestito e rispose al saluto. Ma non ebbe il coraggio di dirgli: «Attento, è una trappola». Dietro al pilastro, a due passi, vigilava suo padre Remigio, in attesa: e comparve improvviso, la canna dello schioppo in bella vista. Scattando come un gatto al grido di lei, Jaime guadagnò l'angolo e come una furia continuò a correre a zig-zag fino alla svolta seguente; poi in un batter d'occhio percorse i pochi metri che lo separavano dalla campagna aperta. Ma non riuscì a raggiungere il prato: preavvertito, il fratello maggiore di Herminia, Hernando, lo aspettava all'inizio del sentiero imbracciando un altro schioppo. Non ebbe il tempo di sparare né Jaime ebbe il tempo di fermarsi: si scontrarono e rotolarono al suolo, l'uno stringendosi il sacco al petto, l'altro disperatamente cercando di districare l'arma dalla ruana.
Così li trovò il vecchio Remigio, affannato. Mise la canna dello schioppo sulla nuca di Jaime e gli disse: «E arrivata la tua ora». Jaime si rialzò. Dietro a Remigio, Herminio, un altro fratello di Herminia, la teneva per un braccio impedendole di riordinare il vestito fatto a brandelli e di coprirsi in qualche modo le tettine di capra che facevano arrossire anche il più impertinente dei ragazzini del vicinato.
Remigio si fermò davanti alla porta di casa, una capanna dal tetto di paglia sostenuto da quattro mura di pietra grigia, scostò con gesto rabbioso i tre metri di cotone rosso stinto che sostituivano la porta e scaraventò Jaime nell'androne.
«Così, sei il figlio del bandito Angel Lazaro», disse con voce fredda. E urlando chiamò le cento ombre che li stavano guardando. Jaime chiese aiuto alle ossa. Le lasciò ballare fino a rompere le cuciture del sacco sperando di trattenere così le ombre e distrarre Remigio quanto necessario a estrarre un coltello-talismano, grande come un machete, che sua madre gli aveva intagliato lavorando giorno e notte per quarantatre inverni consecutivi; ma le ombre continuavano ad avvicinarglisi con mani minacciose e già lo stringevano in un cerchio perché ognuna sognava d'entrare in possesso dei centomila pesos che il governo offriva a chi lo consegnasse vivo o morto. Infine, si udì chiara la musica delle ossa. «Maledizione, sento odore di morte», disse uno.
Jaime non si lasciò scappare quel momento di panico. Rapidamente e silenziosamente estrasse il coltello; lo conficcò senza esitare nello stomaco di Remigio; sempre in silenzio e rapidamente lo estrasse per infilzare poi Hernando, Herminio e le ombre che cercavano di afferrarlo. Così, si aprì un varco e fuggì.
Le forze di Jaime si esaurirono alle soglie del cimitero. Restò disteso, rigido sull'erba guardando il teschio inchiodato alla trave superiore della porta d'ingresso per ordine del presidente Napoleon Lleras, nel lontano periodo della transizione, quando le bilance d'argento, le statue bendate e il cristo coronato di spine avevano cominciato a sostituire l'ascia da guerra e la freccia avvelenata degli ultimi duemila indios; e quando la spada dorata dei generali era stata cucita a doppio filo con il fucile degli eserciti contadini che speravano che la nuova unione li facesse uscire dal baratro della guerra civile e dei sanguinosi colpi di Stato organizzati e messi in moto a ripetizione dai padroni del paese: i Lleras, i Restrepo, gli Ospinas, cui si doveva dar appoggio «secondò le circostanze», e secondo «lo spirare del vento», come dicevano i generali della capitale che combattevano, indifferentemente, dall'una o dall'altra parte. Cuciti i fucili alla bilancia della giustizia ed entrambi al cristo delle parrocchie, i militari - che migliaia di chilometri separavano dal potere centrale - venivano messi al corrente delle decisioni dal comando generale attraverso la posta che fece la sua comparsa in quei tempi. E così, i capi delle guarnigioni, stanchi di aspettare ordini invecchiati, facevano i loro calcoli e prevedevano il periodo in cui la famiglia Lleras avrebbe dichiarato guerra alla famiglia Ospinas, e assassinavano tutti i contadini ospinisti, sostenitori della famiglia solo perché avevano sentito qualche volta parlare dei profumi orientali e della crinolina usata dall'intramontabile nonna degli Ospinas. A massacro compiuto, rivolgevano le armi contro i contadini lleristi: che, in verità, non conoscevano neanch'essi questa prolifera famiglia di settanta figli e trecento nipoti, ma la difendevano con i denti perché una volta un latifondista aveva detto loro che il vecchio Lleras era stato imbalsamato con gli aromi del mare e che sua moglie era proprietaria di un terreno semidesertico, segnato da mille crepe come un arazzo vecchio, e tutti trovavano ciò poetico e fantasioso e credevano che i discendenti di questa famiglia dovessero essere come arcangeli del deserto, imbalsamati di aromi marini e con spirito d'arena. A volte, dalla capitale, arrivava l'ordine di assassinare i lleristi mentre l'esercito stava dando la caccia agli ospinisti o viceversa: e ai soldati non rimaneva altra scelta che rivolgere le armi contro gli amici del momento.
Jaime guardò il teschio e, sotto il teschio, le due ossa incrociate a forma di x. Quello destro era azzurro, quello sinistro rosso. La necrofilia del presidente aveva un significato preciso: quelle ossa ricordavano a tutti i cittadini che certo un loro parente, amico o conoscente era caduto nel corso delle innumerevoli guerre che avevano preceduto la fase di transizione e che ora, con la benedizione politica, rossi e azzurri dovevano essere di nuovo fratelli, stare uniti in vita e avviarsi al riposo finale fianco a fianco, in piedi o in posizione orizzontale.
Il funerale di Remigio, Herminio e Hernando giunse alle porte del cimitero alle dieci in punto del mattino. Le tre bare di cedro, uscite dalle mani di un artigiano inesperto, furono deposte proprio sotto il teschio della porta. La vedova Anselma, afflitta, si chinò a baciare i tre cristi di latta inchiodati sul coperchio di ogni bara in corrispondenza della testa del defunto; poi, con la stessa maestà, vi depose un mazzo di fiori gialli e a passi misurati si avvicinò al parroco. A lui e al teschio proclamò ad alta voce che Remigio aveva creduto ancor prima di nascere al partito azzurro dei conservatori che occupava nel suo cuore il posto stesso della religione cattolica; e che, appena compiuti i tre anni, si era messo a bruciare e a sterminare liberali rossi di ogni età e sesso; e che da quando erano arrivati i preti a Malena aveva assistito puntualmente ogni giorno alla messa mattutina; e che Hernando era la copia politica e religiosa di suo padre; e che Herminio era invece stato sempre un disgraziato ateo in potenza e, probabilmente, perfino un ammiratore del suo assassino.
Sei robusti contadini, cotti dal sole, vestiti di nero, sollevarono le bare di Remigio e di Hernando senza rumore; con cura se le issarono sulle spalle e attraversarono la porta impassibili, freddi, come se camminassero nell'aria. Della bara di Herminio si incaricarono invece tre contadini mulatti, dalle mani smisurate e dai piedi piccolissimi, incuranti che la cassa si schiodasse urtando contro le pietre: mentre il cadavere scivolava dalla bara, agitando mani e piedi, lo gettarono nella fossa comune. Dietro l'ordinata fila dei fedeli veniva Herminia, con un leggero scialle sul capo e in ciascuna mano un rametto di pino. Jaime la guardò fisso, tra la connessura delle pietre dietro alle quali era nascosto. Aveva i gomiti incerottati e le caviglie le spuntavano graffiate dalla gonna: ma la sua bellezza splendeva come quella della mitica Maria Centeno.
«Peccato non possieda un tesoro», si disse. «Ma, con o senza, è bella lo stesso».
Il rumore dei passi del prete che lasciava il cimitero scosse Jaime che guardava quasi con tristezza Herminia, ritta davanti al fosso di Herminio, con i due rametti di pino tra le mani e la faccia seminascosta nello scialle. Quasi d'istinto, uscì dal nascondiglio, con un lembo della ruana chiuse la bocca alla ragazza e se la trascinò via. Herminia lo seguì senza resistenza. Corsero a lungo nei campi, fino al fiume. Ancorata alla riva c'era una canoa. Herminia vi saltò dentro e si distese sul fondo. Era pallida come la morte, e i suoi occhi ardenti fissavano l'alto fantasma che per tre anni, mattino giorno e notte, aveva alimentato i suoi sogni d'amore e le era ora davanti, tutto muscoli saldi e occhi assonnati. Jaime non la guardava. Era preoccupato soltanto di giungere alla riva opposta, dove cominciava la selva.
«Hai davanti l'assassino della tua famiglia», disse d'un tratto. «Ti terrò con me solo dieci giorni, poi, se vorrai, ti lascerò libera».
Herminia alzò gli occhi. Si sentiva impotente e felice; non rispose, ma ondeggiando gli si andò a sedere accanto. Jaime continuò a remare, cercando di seguire una rotta che lo mettesse al riparo dalle scialuppe militari e dalle barche dei cacciatori di caimani; poi, quando si rese conto che alle sue spalle c'erano soltanto acqua e alberi, accostò alla riva e tirò i remi in barca. La canoa continuò a scivolare dolcemente fino ad arenarsi in un banco di sabbia.
«Voglio solo un figlio, un discendente», disse commosso. «Se non lo facciamo subito, poi sarà impossibile e la mia famiglia si estinguerà per sempre».

Il direttore chiuse il libro.
«Questa non è la storia di un processo», disse Josefo.
«E' vero», rispose Cien Puertas. «Siccome nel periodo di transizione i giudici non lavoravano, si limitavano a scrivere la storia dei criminali più famosi».
Il comandante della guardia lo interruppe mettendogli tra le mani un altro volume, contrassegnato con il numero tre.
«Adesso tocca a me», disse Josefo.