Biblioteca Multimediale Marxista
Premessa
Questo libro appartiene a pochissime persone. Forse nessuna di esse esiste ancora.
O forse sono i lettori che capiscono il mio Zarathustra: come potrei confondermi
con loro ai quali viene oggi prestato ascolto? Solo il dopodomani mi appartiene.
C’è chi nasce postumo.
Le condizioni per cui mi si capisce, e mi si capisce quindi necessariamente,
le conosco fin troppo bene. Bisogna essere integri fino alla durezza per sopportare
nelle questioni spirituali la mia serietà e la mia passione. Si deve
essere avvezzi alla vita sulle montagne, a vedere al di sotto le meschine ed
effimere chiacchiere della politica e dell’egoismo dei popoli. Bisogna
diventare indifferenti, senza mai chiedersi se la verità sia utile o
fatale per qualcuno… Una predilezione della forza per domande che nessuno
ha oggi il coraggio di porre; il coraggio del proibito; la predestinazione al
labirinto. Un’esperienza fatta di sette solitudini. Nuove orecchie per
una nuova musica. Nuovi occhi per ciò che è più distante.
Una nuova coscienza per verità finora rimaste mute. E la volontà
per l’economia in grande stile: mantenere la propria energia, il proprio
entusiasmo… Il rispetto per sé stessi; l’amor proprio, la
libertà illimitata in relazione a se stessi…
Ebbene! Solo costoro sono i miei lettori, i miei veri lettori, i miei lettori
predestinati: che importanza ha il resto? Il resto è soltanto l’umanità.
Si deve essere superiori all’umanità. Si deve essere superiori
all’umanità per forza, per altezza d’animo, per disprezzo…
I
Guardiamoci in faccia: siamo iperborei. Siamo ben consapevoli della diversità
della nostra esistenza. “Né per terra né per mare troverai
la strada che conduce agli iperborei”: già Pindaro riconosceva
questo di noi. Oltre il nord, oltre il ghiaccio e la morte: la nostra vita,
la nostra felicità… Abbiamo scoperto la felicità, conosciamo
la via, abbiamo trovato l’uscita per interi millenni di labirinto. Chi
altri l’ha trovata? Forse l’uomo moderno? “Non so che fare;
sono tutto ciò che non sa che fare”, sospira l’uomo moderno…
E’ di questa modernità che c’eravamo ammalati, della putrida
quiete, del vile compromesso, di tutta la virtuosa sporcizia del moderno sì
e no. Una simile tolleranza e langeur di cuore, che “perdona” tutto
perché “comprende” tutto, è scirocco per noi. Meglio
vivere in mezzo ai ghiacci che tra le virtù moderne e gli altri venti
del sud!… Eravamo abbastanza coraggiosi, non risparmiavamo né noi
stessi né gli altri: eppure per lungo tempo non abbiamo saputo in che
cosa impegnare il nostro coraggio. Eravamo diventati tristi e ci chiamavano
fatalisti. La nostra fatalità era la pienezza, la tensione, il ristagno
delle nostre forze. Eravamo assetati di lampi e di azioni. Soprattutto ci tenevamo
il più possibile lontani dalla felicità dei deboli, dalla “rassegnazione”…
Ci fu una tempesta nella nostra atmosfera, la natura che noi siamo s’oscurò,
perché non avevamo una via. La formula della nostra felicità:
un sì, un no, una linea retta, una meta…
II
Che cosa è bene? Tutto ciò che accresce il senso di potenza, la
volontà di potenza e la potenza stessa dell’uomo.
Che cosa è male? Tutto ciò che deriva dalla debolezza.
Che cosa è la felicità? Sentire che la potenza aumenta, che si
vince una resistenza.
Non soddisfazione, ma più potenza; non pace universale, ma guerra; non
virtù, ma abilità (virtù nello stile rinascimentale, virtus,libera
da convenzioni morali).
I deboli e i malriusciti dovranno perire: primo principio della nostra filantropia.
Inoltre li si dovrà aiutare a farlo.
Che cosa è più dannoso di qualsiasi vizio? L'attiva pietà
per tutti i deboli e i malriusciti, il cristianesimo...
III
II problema che qui sollevo non è che cosa debba sostituire l'umanità
nella successione delle specie (l'essere umano rappresenta un termine): piuttosto
che tipo di essere umano si debba educare e auspicare, perché più
valido, più degno di vivere e più sicuro del futuro.
Questo tipo di maggior valore è già esistito piuttosto spesso:
ma come caso fortuito, un'eccezione, mai perché voluto. È stato
invece il più temuto: finora ha costituito ciò che mette paura.
E per paura è stato voluto, educato e ottenuto il tipo opposto: l'animale
domestico, la bestia del gregge, l'insano animale umano, il cristiano...
IV
L 'umanità non rappresenta, come si ritiene oggi, un'evoluzione verso
il migliore, il più forte o il più elevato. Quella di «progresso»
è soltanto un'idea moderna, vale a dire un'idea falsa. L'europeo di oggi
vale assai meno dell'europeo del Rinascimento; evoluzione nel tempo non significa
assolutamente evoluzione, progresso o rafforzamento.
In un altro senso, esistono singoli casi di riuscita che fanno costantemente
la loro comparsa nelle più svariate parti della Terra e nelle più
diverse civiltà dove si manifesta un tipo superiore, qualche cosa che
in relazione all'intera umanità costituisce una specie di superuomo.
Queste occasioni fortuite di grande riuscita sono sempre state possibili, e
forse lo saranno sempre. Persino intere generazioni, tribù e popoli possono
rappresentare, sotto determinati aspetti, tale colpo fortunato.
V
Non si dovrebbe abbellire né mascherare il cristianesimo: esso ha intrapreso
una guerra a morte contro questo tipo superiore di uomo, ne ha scomunicato tutti
gli istinti fondamentali e ne ha distillato il male, il cattivo, l'uomo forte
come il riprovevole, come «l'abietto». Il cristianesimo ha preso
le parti di tutto ciò che è debole, vile, malriuscito; ha fatto
un ideale dell'opposizione agli istinti di conservazione della vita forte. Ha
persino corrotto la ragione delle nature intellettualmente più vigorose,
insegnando agli uomini a considerare i valori supremi della spiritualità
come peccaminosi, come ingannevoli, come tentazioni. L'esempio più deplorevole
è la corruzione di Pascal, il quale riteneva la propria ragione giunta
alla perversione per colpa del peccato originale, mentre era solo stata corrotta
dal suo cristianesimo!
VI
Davanti a me si apre uno spettacolo desolante e spaventoso: ho sollevato la
cortina dalla corruzione dell'uomo. Nella mia bocca questa parola è indenne
almeno da un sospetto: che contenga un'accusa morale all'uomo. Vorrei sottolinearlo
ancora una volta: è scevra di ogni ipocrisia morale; e ciò fino
al punto che trovo quella corruzione proprio là dove sinora si mirava
più consapevolmente alla «virtù» e alla «divinità».
Come si sarà già intuito, intendo la corruzione nel senso di décadence2:
sostengo che tutti i valori nei quali attualmente l'umanità riassume
la sua più alta aspirazione sono valori della décadence.
Definisco corrotto un animale, una specie, un individuo quando perde i propri
istinti, quando sceglie e preferisce ciò che gli è dannoso. Una
storia dei «sentimenti più elevati», degli «ideali
dell'umanità» - ed è possibile che finisca necessariamente
per narrarla - quasi costituirebbe anche una spiegazione del perché l'uomo
sia così corrotto. Considero la vita stessa un istinto di crescita, di
durata, di accumulo di forze e di potenza: dove la volontà di potenza
vien meno, là è il declino. Affermo che questa volontà
manca in tutti i valori supremi dell'umanità, che sotto i nomi più
santi regnano valori di declino, valori nichilistici.
VII
II cristianesimo si chiama religione della pietà. La pietà è
in antitesi alle affezioni toniche che accrescono l'energia del sentimento vitale:
ha un effetto depressivo. Quando si compatisce si perde forza. La perdita di
forza che la vita ha già subito per la sofferenza è ulteriormente
aumentata e moltiplicata dalla pietà. La stessa sofferenza grazie alla
compassione diventa contagiosa; talvolta può condurre a una perdita collettiva
di vita e di energia vitale, che è assurda se rapportata al quantum della
causa (il caso della morte del Nazareno). Questo è il primo aspetto;
ma ve n'è uno ancora più importante. Se si considera la compassione
in base al valore delle reazioni che di solito scatena, il suo carattere letale
appare in una luce assai più chiara. La pietà contrasta nel complesso
la legge dell'evoluzione, che poi è la legge della selezione. Preserva
ciò che è maturo per la distruzione; difende i diseredati e i
condannati della vita; a causa del gran numero di soggetti cagionevoli di ogni
specie che mantiene in vita conferisce alla vita stessa un aspetto tetro e incerto.
Si è osato definire la pietà una virtù (in ogni morale
nobile invece viene considerata una debolezza); si è andati ancora oltre,
si è fatto di essa la virtù per eccellenza, il fondamento e l'origine
di ogni virtù; e questo, non bisogna dimenticarlo, solo, in verità,
dal punto di vista di una filosofia nichilista, che recava scritto negazione
della vita sul proprio scudo. Schopenhauer era nel giusto quando affermava:
la vita è negata e resa più degna di essere negata dalla pietà;
la pietà è la prassi del nichilismo. Lo ripetiamo ancora: questo
istinto depressivo e contagioso contrasta quelli che tendono alla conservazione
e all'elevazione del valore della vita: sia come moltiplicatore di miseria che
come conservatore di tutto ciò che è miserabile, è uno
degli strumenti fondamentali dell'incremento della décadence: la pietà
induce al nulla!... Non si parla del «nulla»: al suo posto si dice
«l'aldilà», o «Dio», o «la vera vita»,
o il nirvana, la redenzione, la beatitudine... Questa retorica innocente tratta
dal dominio dell'idiosincrasia religioso-morale appare subito molto meno innocente
non appena si intuisce quale tendenza in questo contesto si celi sotto i drappeggi
di un mantello di parole sublimi: la tendenza ostile alla vita. Schopenhauer
era ostile alla vita: perciò la compassione per lui divenne una virtù...
Aristotele, come risaputo, vedeva nella pietà una condizione patologica
e pericolosa dalla quale di tanto in tanto era bene liberarsi con un purgante:
egli intese la tragedia come una purga. A vantaggio dell'istinto della vita,
si dovrebbe davvero cercare uno strumento per colpire con una punta acuminata
un'accozzaglia di pietà tanto morbosa e pericolosa, come dimostra il
caso di Schopenhauer (e sfortunatamente anche quello della nostra intera décadence
letteraria e artistica da San Pietroburgo a Parigi, da Tolstoj a Wagner), perché
possa scoppiare... Nella nostra malsana modernità nulla è più
dannoso della pietà cristiana. Qui esser medici, qui essere inesorabili,
qui brandire il bisturi, questo è il compito che ci spetta, questa è
la nostra forma di filantropia ed è per questa che noi siamo filosofi,
noi iperborei!
VIII
È necessario definire chi consideriamo nostra antitesi: i teologi e tutti
coloro in cui scorre sangue di teologo nelle vene, tutta la nostra filosofìa...
Bisogna aver visto da vicino questa fatalità, ancora meglio, occorre
averne fatto esperienza, esserne quasi stati uccisi, per non trovarvi più
nulla di divertente (il libero pensiero dei nostri naturalisti e fisiologi è,
ai miei occhi, una buffonata; costoro mancano di passione per tali argomenti,
mancano di sofferenza). Questo avvelenamento giunge ben più lontano di
quanto si pensi: ho trovato l'istinto teologico della superbia ovunque oggi
ci si senta «idealisti», ovunque, in virtù di un'origine
più elevata, ci si arroghi il diritto di guardare la realtà con
atteggiamento di superiorità e di estraneità... Proprio come il
sacerdote, l'idealista ha tutti i grandi concetti in mano (e non solo in mano!),
li impiega con caritatevole disprezzo contro F«intelligenza», i
«sensi», ['«onore», la «vita agiata», la
«scienza», vede queste cose al di sotto di sé, come forze
nocive e seducenti sulle quali si libra «lo spirito» nella sua pura
astrazione, come se l'umiltà, la castità, la povertà, in
una parola la santità, non avessero finora arrecato alla vita più
danno di ogni sorta di orrore o di vizio... Lo spirito puro è pura menzogna...
Fino a quando il sacerdote, questo negatore, calunniatore e avvelenatore della
vita per professione, verrà ancora considerato una razza superiore di
essere umano, non vi potrà essere risposta alla domanda: che cosa è
la verità? Se questo consapevole difensore del nulla e della negazione
viene stimato come il rappresentante della «verità», la si
è già capovolta...
IX
Dichiaro guerra a questo istinto teologico: ne ho trovato tracce ovunque. Chiunque
abbia nelle vene sangue di teologo ha un'attitudine radicalmente falsa e disonesta
nei confronti di tutte le cose. Il pathos che esso genera è chiamato
fede: chiudere gli occhi una volta per tutte davanti a sé stessi per
non soffrire alla vista di un'incurabile ipocrisia. Con questa falsa prospettiva
su tutte le cose, ci si crea una morale, una virtù, una santità
su misura, si unisce la buona coscienza alla falsa visione, si pretende che
nessun altro tipo di ottica abbia valore, dopo che si è resa sacrosanta
la propria con le parole «Dio», «redenzione», «eternità».
Ho scovato l'istinto teologico in ogni dove: è la più diffusa,
la più sotterranea forma di falsità esistente sulla Terra. Ciò
che un teologo percepisce come vero è sicuramente falso: questo è
quasi un criterio di verità. E il suo istinto più basso di autoconservazione
a proibirgli di considerare un qualsiasi aspetto della realtà o anche
solo di parlarne. Ovunque si estenda l'influenza teologica, viene capovolto
il giudizio di valore, i concetti di «vero» e di «falso»
sono necessariamente rovesciati: qui viene chiamato «vero» ciò
che è più dannoso alla vita, mentre ciò che la eleva, la
rafforza, la afferma, la giustifica e la fa trionfare è chiamato «falso»...
Se capita che, tramite la «coscienza» di prìncipi (o di popoli),
i teologi allunghino le mani sul potere, non vi sono dubbi su ciò che
sempre ne è la causa: la volontà della fine, il volere nichilistico
brama il potere...
X
I tedeschi mi capiranno immediatamente se affermo che la filosofia è
stata corrotta dal sangue dei teologi. Il pastore protestante è l'avo
della filosofia tedesca, il protestantesimo stesso ne è il peccatum originale.
Definizione del protestantesimo: semiparalisi del cristianesimo e della ragione...
Basta solo pronunciare le parole «Scuola di Tubinga» per capire
cosa sia la filosofia tedesca in realtà: una scaltra teologia... Gli
svevi sono i migliori mentitori della Germania, mentono con innocenza... Perché
nel mondo accademico tedesco, costituito per tre quarti da figli di pastori
e insegnanti, si esultò tanto all'apparire di Kant? Donde proveniva la
convinzione dei tedeschi, che trova eco ancora oggi, secondo cui con Kant inizia
un cambiamento verso il meglio ? L'istinto teologico nel tedesco erudito presagiva
quello che era nuovamente possibile per l'avvenire... Si disvelava un sentiero
segreto verso il vecchio ideale; il concetto di «mondo vero» e il
concetto di morale come essenza del mondo (i due errori più scellerati
che esistano!), grazie a uno scetticismo malizioso e scaltro, riapparivano,
se non dimostrabili, per lo meno non più confutabili... La ragione, il
diritto della ragione non arriva tanto lontano... Si era fatto della realtà
una «apparenza»; un mondo completamente falsificato, quello dell'essere,
era trasformato in realtà... Il successo di Kant è semplicemente
il successo del teologico: Kant, come Lutero e Leibniz, fu una costrizione ulteriore
alla integrità tedesca, di per sé poco salda...
XI
Ancora una parola contro Kant moralista. Una virtù deve essere una nostra
creazione, la nostra più personale difesa e necessità: in qualsiasi
altro senso è solo un pericolo. Ciò che non rappresenta una condizione
vitale le è nocivo: una virtù dettata semplicemente da un senso
di rispetto per l'idea di «virtù», come auspicava Kant, è
dannosa. «Virtù», «dovere», «bene in sé»,
il bene con il carattere dell'impersonalità e dell'universalità:
fantasmi, espressioni di declino, dell'estremo indebolimento della vita, di
cineserie di Kònigsberg. Le leggi più profonde della conservazione
e della crescita richiedono l'opposto: che ognuno di noi escogiti la sua virtù
per sé, il suo imperativo categorico. Un popolo perisce quando confonde
il dovere personale con il concetto di dovere in generale. Niente guasta tanto
in profondità e intimamente quanto qualsiasi dovere «impersonale»,
qualsiasi sacrificio al Moloch dell'astrazione. L'imperativo categorico di Kant
avrebbe dovuto essere percepito come mortalmente pericoloso!... L'istinto teologico
fu il solo a prenderlo sotto la sua protezione! Un'azione determinata dall'istinto
della vita si dimostra retta per la gioia della sua attuazione: invece quel
nichilista, dalle viscere cristiano-dogmatiche, intende la gioia come un'obiezione...
Che cosa è più deleterio del lavorare, del pensare, del sentire
senza una necessità interiore, senza una profonda scelta personale, senza
gioia, come un automa del «dovere»? Addirittura è la ricetta
per la décadence, per l'idiozia... e Kant divenne idiota. Ed era contemporaneo
di Goethe!. Questo ragno fatale era reputato il filosofo tedesco, e lo è
ancora! Mi guardo bene dall'esprimere ciò che penso dei tedeschi...Kant
non vedeva forse nella rivoluzione francese la transizione da una forma inorganica
dello Stato a una organica? Non si era chiesto se esistesse un evento altrimenti
inspiegabile se non con una predisposizione morale dell'umanità, così
che la «tendenza dell'umanità a cercare il bene» si dimostrasse
una volta per tutte? La risposta di Kant: «È la rivoluzione».
L'istinto erroneo in tutto e per tutto, la contro natura come istinto, la décadence
tedesca fatta filosofia: questo è Kant!
XII
Escludo pochi scettici che rappresentano il tipo onesto nella storia della filosofia:
ma il resto ignora i primi requisiti dell'integrità intellettuale. Questi
grandi visionali ed esseri prodigiosi si comportano tutti come donnicciole:
prendono «i buoni sentimenti» già per argomenti, il «petto
in fuori» per mantice della divinità, la convinzione per un criterio
di verità. Alla fine Kant, nella sua innocenza «tedesca»,
tentò di conferire a questa forma di corruzione, a questa mancanza di
coscienza intellettuale, una facciata scientifica sotto il concetto della «ragion
pratica»: inventò una ragione specifica per cui non si dovrebbe
badare alla ragione quando la morale, la sublime pretesa «tu devi»,
si fa sentire. Se si considera che, presso quasi tutti i popoli, il filosofo
è solo un ulteriore sviluppo del tipo sacerdotale, non sorprenderà
più scoprire questa eredità del sacerdote, questa falsificazione
davanti a sé stessi. Quando si hanno compiti sacri, come quello di migliorare,
salvare e redimere gli uomini, quando si portarla divinità nel petto,
quando si è i portavoce dell'imperativo ultraterreno, si è già,
con tale missione, al di sopra di ogni valutazione puramente razionale, si è
già santificati da un compito simile, sì è già modelli
di un ordine superiore!... Che importa a un sacerdote della scienza! È
troppo al di sopra di essa! E il sacerdote ha dominato fino a oggi! Ha fissato
i concetti di «vero» e di «falso»!...
XIII
Non sottovalutiamo ciò: noi stessi, noi spiriti liberi, siamo già
una «trasvalutazione di tutti i valori», l'incarnazione della dichiarazione
di guerra e di vittoria a tutti i vecchi concetti di «vero» e di
«falso». Le concezioni più preziose sono le ultime a essere
scoperte, ma le concezioni più valide sono i metodi. Tutti i metodi,
tutti i presupposti del nostro costume scientifico attuale sono stati per millenni
oggetto del più profondo disprezzo: a causa loro si veniva esclusi dalla
frequentazione di uomini «onesti», si era considerati «nemici
di Dio», spregiatori della verità, uomini «posseduti».
In quanto mentalità scientifiche si era dei Ciandala1... Abbiamo avuto
l'intero pathos dell'umanità contro di noi, la sua concezione di ciò
che la verità deve essere, di ciò che deve essere il servizio
della verità: ogni «tu devi» fino a oggi è stato indirizzato
contro di noi... I nostri oggetti, i nostri procedimenti, la nostra natura quieta,
cauta e diffidente: tutto ciò appariva loro assolutamente indegno e spregevole.
Alla fine occorrerebbe domandarsi, e a ragione, se non sia stato in realtà
un gusto estetico quello che ha mantenuto l'umanità in una cecità
tanto lunga: essa richiedeva un effetto pittoresco alla verità, pretendeva
da chi persegue il sapere anche la produzione di una potente impressione sui
sensi. La nostra modestia per lunghissimo tempo andò contro il loro gusto...
Oh, come avevano indovinato bene tutto ciò, questi tacchini di Dio!...
XIV
Noi abbiamo imparato di nuovo il mestiere. Siamo divenuti più modesti
sotto ogni aspetto. Non traiamo più le origini dell'uomo dallo «spirito»,
dalla «divinità», lo abbiamo ricollocato tra gli animali.
Lo consideriamo l'animale più forte perché è il più
astuto: la sua intelligenza ne è una conseguenza. D'altro canto ci proteggiamo
da una vanità che vorrebbe trovare espressione persino qui: la pretesa
che l'uomo sia il grande obiettivo segreto dell'evoluzione animale. L'uomo non
è assolutamente il coronamento della creazione: ogni altro essere è,
accanto a lui, allo stesso grado di perfezione... E affermando ciò già
siamo eccessivi: l'uomo è, relativamente parlando, tra gli animali il
meno riuscito, il più malato e quello più pericolosamente deviato
dai propri istinti. Con tutto ciò, è certo anche il più
interessante! Riguardo agli animali, Descartes fu il primo che, con ammirevole
coraggio, osò pensare all'animale come a una macchina: tutta la nostra
scienza fisiologica è dedita alla dimostrazione di tale tesi. Ma noi,
logicamente, non mettiamo da parte l'uomo, come pure fece Descartes; la nostra
conoscenza dell'uomo oggi non supera i confini di una visione meccanicistica.
In altri tempi si attribuiva all'uomo il «libero arbitrio», dote
derivatagli da un ordine superiore: oggi gli abbiamo persino sottratto la volontà,
nel senso che la volontà non può più essere intesa come
facoltà. Il vecchio termine «volontà» serve solo a
designare una risultante, una specie di reazione individuale che necessariamente
segue da una moltitudine di stimoli in parte contraddittori e in parte concordanti.
La volontà non «opera» più, non «muove»
più nulla... Un tempo nella coscienza dell'uomo, nel suo «spirito»
si coglieva la prova della sua origine superiore, della sua divinità;
per renderlo più perfetto gli fu consigliato di rinchiudere in sé
i propri sensi, come una tartaruga, di cessare i rapporti con ciò che
è terreno e di spogliarsi della veste mortale: allora sarebbe rimasta
la sua parte essenziale, lo «spirito puro». Anche su questo abbiamo
cambiato idea: il divenire coscienti, «lo spirito», sono per noi
un sintomo di una relativa imperfezione dell'organismo, di un tentativo, di
un annaspare, di un errore grossolano, come di una fatica in cui viene impiegata
inutilmente un'enorme quantità di forza nervosa; neghiamo che alcunché
possa essere fatto alla perfezione fintanto che è fatto cosciente. Lo
«spirito puro» è una pura idiozia: se astraiamo dal sistema
nervoso, dai sensi, dalle «mortali spoglie», abbiamo fatto male
i calcoli, tutto qui!
XV
Nel cristianesimo, né la morale né la religione hanno punti in
contatto con la realtà. Nient'altro che cause immaginarie («Dio»,
«anima», «io», «spirito», «libero
arbitrio», ovvero il «non libero arbitrio»): solo effetti
immaginari («peccato», «redenzione», «grazia»,
«castigo», «remissione dei peccati»). Un rapporto tra
esseri immaginari («Dio», «spiriti», «anime»);
una scienza naturale immaginaria (antropocentrica; una totale mancanza del concetto
di cause naturali); una psicologia immaginaria (soltanto autofraintendimenti,
interpretazioni di sentimenti generali piacevoli o spiacevoli, per esempio degli
stati del nervus sympathicus, con l'ausilio del linguaggio di segni dell'idiosincrasia
religioso-morale: «pentimento», «rimorso di coscienza»,
«tentazione del demonio», «cospetto di Dio»); una teleologia
immaginaria (il «regno di Dio», il «giudizio universale»,
la «vita eterna»). Questo mondo puramente fittizio con suo grande
svantaggio si distingue dal mondo dei sogni per il fatto che quest'ultimo rispecchia
la realtà, mentre il primo la falsifica, la svaluta e la nega. Dopo che
il concetto di «natura» è stato inventato come antitetico
al concetto di «Dio», il termine «naturale» è
diventato sinonimo di «deprecabile»; tutto questo mondo fittizio
ha le sue radici nell'odio per il naturale (la realtà!) ed è l'espressione
di un profondo disagio davanti al reale... Ma ciò spiega tutto. Chi è
il solo ad aver motivo di astrarsi dalla realtà con le menzogne? Colui
che ne soffre. Ma soffrire a causa della realtà significa essere un fallimento...
La preponderanza del sentimento di dispiacere su quello di piacere è
la causa di questa morale e di questa religione fittizie: ma una tale preponderanza
offre pure la formula della décadence...
XVI
Un esame critico della concezione cristiana di Dio conduce necessariamente a
un'identica conclusione. Un popolo che crede ancora in se stesso ha ancora il
proprio Dio. In lui venera le condizioni grazie alle quali ha prosperato, le
proprie virtù; proietta il suo appagamento, il suo sentimento di potere
su un essere a cui si può rendere grazie. Chi è ricco vuole donare;
un popolo fiero ha bisogno di un Dio a cui fare sacrifici... Sulla base di queste
premesse, la religione è una forma di gratitudine. Si è grati
per sé stessi: per questo si ha bisogno di un Dio. Un Dio deve poter
essere allo stesso tempo utile e nocivo, amico e nemico. Lo si venera nel bene
e nel male. La castrazione contronatura di un Dio per un Dio soltanto del bene
sarebbe qui al di fuori di tutto ciò che si può auspicare. Si
ha bisogno del Dio cattivo come del Dio buono, poiché non si deve certo
la propria esistenza alla filantropia o alla tolleranza... Quale importanza
avrebbe un Dio che non conoscesse alcunché della rabbia, della vendetta,
dell'invidia, della derisione, della scaltrezza, degli atti di violenza? Al
quale fossero sconosciuti persino i più estatici ardeurs della vittoria
e della distruzione? Un tale Dio sarebbe incomprensibile: perché averlo
dunque? Certo: quando un popolo è in disfacimento; quando sente svanire
completamente la fede nel futuro e la speranza della libertà; quando
nella sua coscienza la servitù diventa di prima necessità e le
virtù dei servi sono una condizione della sua sopravvivenza, allora anche
il suo Dio deve modificarsi. Ecco che diviene bigotto, timido e modesto, raccomanda
la «pace dell'anima»: non più odio, ma indulgenza, «amore»
per gli amici e pure per i nemici. Moraleggia continuamente, s'insinua strisciando
nella tana di ogni virtù privata, diviene il Dio per tutti, l'uomo del
privato, un cosmopolita... Un tempo rappresentava un popolo, la forza di un
popolo, tutto ciò che nell'anima di un popolo vi era di aggressività
e sete di potere: ora è soltanto il buon Dio... In effetti per gli dèi
non c'è alternativa: o sono la volontà di potenza, e quindi saranno
dèi di un popolo, o sono l'incapacità alla potenza, e allora diventeranno
necessariamente buoni...
XVII
In tutte le forme in cui viene meno la volontà di potenza si verifica
sempre pure una regressione fisiologica, una décadence. La divinità
della décadence, recisa di tutte le sue virtù e i suoi istinti
più virili, diviene allora il Dio dei ritardati fisiologici, dei deboli.
Questi non si definiscono deboli, ma «buoni»... Senza apportare
ulteriori esempi, si capisce in quale momento della storia divenne per la prima
volta possibile la dualistica finzione di un Dio buono e di un Dio cattivo.
Con il medesimo istinto con cui i sottomessi riducono il proprio Dio al «bene
in sé», essi cancellano le buone qualità del Dio dei loro
conquistatori; si vendicano sui dominatori demonizzando il loro Dio. Il buon
Dio e il diavolo: sono entrambi risultati della décadence. Come è
possibile ancora oggi rimettersi così tanto alla semplicità dei
teologi cristiani, al punto di sostenere con essi che l'evoluzione del concetto
di Dio, dal «Dio d'Israele», dal Dio di un popolo al Dio cristiano,
compendio di tutte le bontà, sia un passo avanti? Ma Renan lo fa. Come
se Renan avesse diritto alla ingenuità! Ma il contrario salta agli occhi.
Quando le condizioni di una vita ascendente, quando tutto ciò che c'è
di forte, coraggioso, imperioso e fiero viene escluso dal concetto di Dio; quando
passo dopo passo declina a simbolo di bastone per gli infermi, di àncora
di salvezza per quelli che stanno annegando; quando diventa il Dio della povera
gente, il Dio dei peccatori, il Dio dei malati par excellence, e i suoi attributi
«salvatore» e «redentore» rimangono quali unici attributi
del divino: di cosa parla una tale trasformazione? una simile riduzione del
divino? Certo: finora il «regno di Dio» si è ingrandito per
mezzo di ciò. Un tempo Dio aveva soltanto il suo popolo, il popolo «eletto».
Frattanto, proprio come il suo stesso popolo, è andato in terre straniere,
ha vagabondato; da allora non si è più fermato in alcun luogo:
finché si è sentito a casa ovunque, il gran cosmopolita, fino
a quando ha avuto la «grande maggioranza» e metà della Terra
dalla sua parte. Ma il Dio della «grande maggioranza», il democratico
tra gli dèi, tuttavia non è divenuto un fiero Dio pagano: è
rimasto ebreo, il Dio del cantuccio, il Dio di tutti i luoghi e degli angoli
oscuri, di tutti i quartieri malsani dell'intero mondo!... Come in precedenza,
il suo impero mondiale è un regno d'oltretomba, un ospedale, un impero
sotterraneo, un impero del ghetto... Ed egli stesso è così emaciato
e debole, così décadent... Persino i più esangui tra i
pallidi sono riusciti a dominarlo, i signori metafisici, gli albini del concetto.
Costoro gli hanno tessuto intorno la loro tela tanto a lungo che, ipnotizzato
da quei movimenti, è divenuto egli stesso un ragno, un metafisico. Allora
ha ripreso a tessere il mondo fuori di sé, sub specie Spinozae, e da
quel momento si è trasformato in qualcosa di ancor più pallido
e inconsistente, si è mutato in un «ideale», uno «spirito
puro», un «absolutum», una «cosa in sé»...
Decadenza di un Dio: Dio è diventato una «cosa in sé»...
XVIII
La concezione cristiana di Dio, Dio come Dio dei malati, Dio come ragno, Dio
come spirito, è una delle concezioni di Dio più corrotte che siano
mai state raggiunte sulla Terra. Forse rappresenta persino il livello più
basso nell'evoluzione discendente del tipo di divinità. Dio degenerato
nella contraddizione della vita, invece di esserne la trasfigurazione e l'eterno
sì! In Dio una dichiarazione di ostilità alla vita, alla natura,
alla volontà di vivere! Dio come formula per ogni calunnia del «mondo
di qua», per ogni menzogna del «mondo aldilà»! In Dio
il nulla deificato, la volontà del nulla santificata!...
XIX
Che le razze forti dell'Europa settentrionale non abbiano ripudiato il Dio cristiano
certo non fa onore alla loro attitudine religiosa, per non parlare del loro
gusto. Avrebbero dovuto sentirsi obbligate a farla finita con un prodotto della
décadence tanto malato e decrepito. Invece pesa su di loro una maledizione
per non essersene disfatti: hanno accolto la malattia, la vecchiaia, la contraddizione
in tutti i loro istinti, da allora non hanno più creato alcun Dio! Quasi
due millenni e non un solo nuovo Dio! Esiste invece ancora questo pietoso Dio
del monoteismo cristiano, come di diritto, come un ultimatum e un maximum della
forza creativa di Dio, del creator spiritus nell'uomo! Questo ibrido di declino
fatto di nulla, concetto e contraddizione, in cui trovano la loro sanzione tutti
gli istinti della décadence, tutte le viltà e le stanchezze dell'anima!
XX
Con la mia condanna del cristianesimo non vorrei avere fatto torto a una religione
affine che addirittura giunge a superarlo in quanto a numero di fedeli: il buddhismo.
Entrambe, essendo religioni nichilistiche, sono correlate, sono religioni della
décadence; ma si differenziano l'una dall'altra in modo sorprendente.
Il critico del cristianesimo è profondamente grato ai saggi indiani,
giacché ora è possibile comparare queste due religioni. Il buddhismo
è cento volte più realista del cristianesimo, ha ereditato un
modo freddo e oggettivo di porsi i problemi; nasce dopo un movimento filosofico
durato centinaia di anni; appena esso sorge, il concetto di «Dio»
è già eliminato. Il buddhismo è l'unica religione veramente
positivistica che la storia ci mostri, anche nella sua teoria della conoscenza
(un rigoroso fenomenalismo); esso non parla più di «lotta contro
il peccato» bensì, e in ciò dando del tutto ragione alla
realtà, di «lotta contro il dolore». Si è già
lasciato alle spalle, e questo lo distingue profondamente dal cristianesimo,
l'autoinganno dei concetti morali; si trova, per esprimere il concetto con parole
mie, al di là del bene e del male. I due fatti fisiologici su cui si
fonda e sui quali concentra il suo sguardo sono: innanzi tutto un'eccessiva
eccitabilità della sensibilità che si esprime con una raffinata
capacità di soffrire, e in secondo luogo un eccesso di intellettualismo,
una vita spesa troppo a lungo sui concetti e sulle procedure logiche, sotto
i quali l'istinto personale ha subito il male a vantaggio dell’«impersonale»
(due condizioni che, come me, almeno alcuni dei miei lettori, gli «obiettivi»,
conosceranno per esperienza). Sulla base di tali condizioni fisiologiche si
sviluppa un stato di depressione: contro essa Buddha prende delle misure igieniche.
Vi oppone la vita all'aria aperta, la vita in movimento; la moderazione e la
scelta dei cibi; la cautela verso tutte le bevande alcooliche, come pure verso
tutti i sentimenti che producono bile e riscaldano il sangue; nessuna preoccupazione
né per sé né per gli altri. Egli esige pensieri che diano
o quiete o allegria, e trova il modo per disabituarsi a quelli di altro tipo.
Intende la bontà, l'essere buoni, come vantaggioso alla salute. La preghiera
è esclusa, come pure l'ascetismo; nessun imperativo categorico, soprattutto
nessuna costrizione, nemmeno nelle comunità monastiche (si è liberi
di andarsene) : tutto ciò sarebbe un modo per accrescere quell'eccessiva
eccitabilità. Sempre per questa ragione pretende che non si combatta
contro coloro che hanno un modo diverso di pensare; il suo insegnamento si oppone
più di ogni altra cosa al sentimento di vendetta, di avversione, di ressentiment
(«l'inimicizia non cessa con l'inimicizia», è questo il commovente
ritornello di tutto il buddhismo). E a ragione: queste emozioni sarebbero del
tutto dannose rispetto al principale obiettivo dietetico. Combatte la stanchezza
spirituale che egli trova e che si esprime con eccessiva «obiettività»
(vale a dire con una diminuzione dell'interesse dell'individuo, con una perdita
del baricentro, dell'«egoismo»), con un severo ritorno anche agli
interessi più spirituali, alla, persona. Nella dottrina di Buddha l'egoismo
diviene un dovere: il principio «una sola cosa è necessaria»,
il «come ti puoi liberare dalla sofferenza» regolano e circoscrivono
tutta la dieta spirituale (si rammenti quell'ateniese che in modo analogo muoveva
guerra alla «scientificità» pura, si ricordi Socrate, il
quale elevò l'egoismo individuale alla dignità di principio morale
persino nel regno dei problemi).
XXI
La condizione per il buddhismo è un clima assai dolce, una grande mitezza
e liberalità nei costumi, nessun militarismo; assieme al fatto che il
movimento ha il suo focolare nelle classi più elevate e colte. Si ambisce
alla serenità, alla tranquillità, all'assenza di desideri come
meta suprema e si raggiunge tale meta. Il buddhismo non è una religione
in cui si aspira semplicemente alla perfezione: la perfezione è la norma.
Nel cristianesimo gli istinti di chi è sottomesso e oppresso sono in
primo piano: le classi inferiori sono quelle che vi cercano la salvezza. Qui
la casistica del peccato, l'autocritica, l'inquisizione della coscienza è
praticata come occupazione, come rimedio specifico contro la noia; qui è
costantemente tenuto in vita un rapporto affettivo con un potente chiamato «Dio»
(con la preghiera) ; il più elevato viene considerato irraggiungibile,
un dono, una «grazia». Qui manca anche un luogo che sia pubblico:
i luoghi nascosti, le stanze buie sono cristiani. Qui si disprezza il corpo,
si ripudia l'igiene come forma di sensualità; la Chiesa si oppone alla
pulizia (la prima misura presa dai cristiani dopo la cacciata dei mori fu la
chiusura dei bagni pubblici, mentre la sola Cordova ne possedeva 270). È
cristiano un certo senso di crudeltà verso sé stessi e verso gli
altri, è cristiano l'astio per coloro che la pensano differentemente,
è cristiana la volontà persecutoria. Idee tetre ed eccitanti sono
in primo piano; gli stati spirituali più desiderati e designati con i
nomi più eccelsi sono quelli epilettoidi; la dieta viene scelta in modo
da favorire fenomeni morbosi e sovreccitare i nervi. È cristiana l'ostilità
mortale contro i dominatori della Terra, contro i «nobili», e nello
stesso tempo una competizione più nascosta e segreta (si lascia loro
il corpo, si vuole solo l'«anima»). È cristiano l'odio per
lo spirito, l'orgoglio, il coraggio, la libertà, il libertinaggio spirituale;
è cristiano l'odio per i sensi, per la gioia dei sensi, l'odio per la
gioia in generale...
XXII
II cristianesimo, quando lasciò il suo luogo d'origine, le classi più
umili, i bassifondi del mondo antico, quando cercò il potere fra popoli
barbari, non si trovò davanti uomini stanchi, ma uomini dall'animo selvaggio,
che si distruggevano tra di loro, uomini forti eppure malriusciti. L'insoddisfazione
di sé, il dolore di sé stessi, non sono, come per i buddhisti,
un'eccessiva eccitabilità e la facoltà di soffrire, ma, al contrario,
il desiderio predominante di nuocere, di sfogare una tensione interiore attraverso
azioni e idee ostili. Per dominare sui barbari il cristianesimo aveva bisogno
di valori e di concetti barbari: il sacrificio del primogenito, il bere sangue
alla comunione, il disprezzo per lo spirito e la cultura, la tortura in ogni
sua forma, fisica e spirituale, una grande pompa nel culto pubblico. Il buddhismo
è una religione per uomini più . maturi, per razze divenute più
benevoli e miti, straordinariamente spirituali, sensibili al dolore (l'Europa
non è neppure lontanamente matura per esso) : il ricondurre alla pace
e alla serenità, a una dieta nelle cose dello spirito, a un certo irrobustimento
del corpo. Il cristianesimo invece vuole dominare sulle belve; il suo rimedio
è renderle malate, indebolire è la ricetta cristiana per addomesticare,
per condurre alla «civiltà». Il buddhismo è una religione
per la fine, per la stanchezza della civiltà, il cristianesimo non ne
incontra una dinanzi a sé, eventualmente la fonda.
XXIII
II buddhismo, ripetiamolo, è cento volte più freddo, più
veritiero, più oggettivo. Non ha più bisogno di rendere dignitoso
il suo dolore, la sua capacità di soffrire, attraverso l'interpretazione
del peccato: dice semplicemente ciò che pensa: «io soffro».
Invece per il barbaro il dolore in sé non è decoroso: egli come
prima cosa ha bisogno di un'interpretazione del dolore per ammettere a se stesso
che soffre (il suo istinto lo induce piuttosto a negare le sofferenze, spingendolo
a sopportarle in silenzio). In questo caso la parola «diavolo» fu
un beneficio: si aveva un nemico schiacciante e terribile, non bisognava vergognarsi
di soffrire a causa di un simile nemico. Nel fondo del cristianesimo sono riscontrabili
alcune sottigliezze che appartengono all'Oriente. Innanzi tutto sa che è
assolutamente indifferente che una cosa sia vera in se stessa, ma che è
della massima importanza quanto essa sia creduta vera. La verità e la
fede che qualcosa sia vero: due mondi di interesse totalmente diversi, quasi
antitetici, ai quali si giunge percorrendo due strade completamente differenti.
Essere sapienti a tale riguardo è sufficiente in Oriente per rendere
un uomo saggio: così la pensano i brahmani, così ritiene Platone,
così intendono gli studiosi di scienza esoterica. Se, per esempio, la
felicità consiste nel credersi redenti dal peccato, per un uomo non è
necessario, come condizione, essere un peccatore, ma sentirsi peccatore. Però,
se è indispensabile soprattutto la fede, allora si dovranno screditare
la ragione, la conoscenza e la ricerca: la via per la verità diviene
una via proibita. Una forte speranza è uno stimulans per la vita, più
grande di ogni singola felicità che si realizzi effettivamente. È
necessario sostenere chi soffre, con una speranza che nessuna realtà
possa smentire, che nessuna realizzazione possa vanificare: una speranza nell'aldilà.
(Fu proprio a causa di questa capacità di tenere in sospeso gli infelici
che i greci consideravano la speranza il male dei mali, il male più insidioso:
quello rimasto in fondo al vaso del male). Perché l'amore sia possibile,
Dio deve essere una persona; affinchè gli istinti più bassi abbiano
voce, Dio deve essere giovane. Per soddisfare l'ardore delle donne si pone in
primo piano un santo di bell'aspetto, per appagare quello degli uomini una Maria.
Ciò si fonda sul presupposto che il cristianesimo intendeva dominare
su un terreno dove il culto di Afrodite e Adone aveva già determinato
il concetto di culto religioso. La pretesa della castità rafforza la
veemenza e l'intensità interiore dell'istinto religioso, rende il culto
più caldo, più fanatico e spiritualmente più intenso. L'amore
è la condizione in cui l'uomo il più delle volte vede le cose
come non sono. La forza illusoria raggiunge qui il suo apice, come pure quella
che mitiga e trasfigura. Nell'amore si sopporta di più, si tollera tutto.
Si trattava di rintracciare una religione nella quale l'amore fosse possibile:
con essa ci poniamo al di sopra degli aspetti peggiori della vita, non lo si
vede nemmeno più. E così è per le tre virtù cristiane:
fede, speranza e carità: io le definisco i tre stratagemmi cristiani.
Il buddhismo è troppo maturo, troppo positivistico per essere ancora
tanto astuto.
XXIV
Qui accenno soltanto al problema dell'origine del cristianesimo. La prima tesi
per la soluzione di questo afferma: il cristianesimo si può comprendere
solo a partire dal terreno dal quale si sviluppò; non è un movimento
contro l'istinto ebraico, è la conseguenza stessa di esso, un'ulteriore
conclusione della sua logica terrificante. Nella formula del Redentore: «La
salvezza viene dagli ebrei» '. La seconda tesi è: il tipo psicologico
del galileo è ancora riconoscibile, ma solo nella sua completa degenerazione
(che è al contempo una mutilazione e un'accumulazione di caratteri estranei)
potè servire allo scopo cui fu destinato, quello di essere il tipo di
redentore dell'umanità.
Gli ebrei sono il popolo più considerevole della storia del mondo, poiché,
posti davanti alla questione dell'essere e del nonessere, con una consapevolezza
davvero impressionante preferirono l'essere a ogni costo: questo fu la radicale
falsificazione di ogni natura, di ogni naturalezza, di ogni realtà di
tutto il mondo interiore e di quello esteriore. Si definirono oppositori di
tutte le condizioni alle quali a un popolo fino ad allora era possibile, era
concesso vivere; crearono da sé un concetto contrario alle condizioni
naturali. Progressivamente capovolsero in modo irreparabile la religione, il
culto religioso, la morale, la storia e la psicologia nell'opposto dei loro
valori naturali. Incontriamo nuovamente lo stesso fenomeno sviluppato in proporzioni
indicibili. Tuttavia solo come imitazione. Rispetto alla «nazione dei
santi», la Chiesa cristiana non ha alcuna pretesa di originalità.
È proprio per questa stessa ragione che gli ebrei sono il popolo più
fatale della storia del mondo: attraverso il loro ulteriore effetto hanno falsificato
l'umanità a tal punto che ancora oggi il cristiano può avere un
modo di sentire antisemita senza comprendere di essere l'ultima derivazione
dell'ebraismo.
Nella mia Genealogia della morale ho presentato per la prima volta psicologicamente
il concetto antitetico di una morale nobile e di una morale del ressentiment,
quest'ultimo derivante dalla negazione del primo: ma ciò corrisponde
totalmente alla morale giudaico-cristiana. Per essere in grado di dire no a
tutto ciò che rappresenta il movimento ascendente della vita, la buona
riuscita, la potenza, la bellezza, l'affermazione di sé sulla Terra,
l'istinto di ressentiment, qui divenuto genio, dovette inventare un altro mondo
riguardo al quale quell'affermazione della vita apparisse come il male, il deplorevole
in se stesso. Considerato da un punto di vista psicologico, il popolo ebreo
è il popolo dalla forza vitale assai tenace, e che, posto in condizioni
impossibili, liberamente, con una profondissima intelligenza di autoconservazione,
s'allea con tutti gli istinti della décadence, non perché ne sia
dominato, ma perché ravvisa in essi una forza grazie alla quale potrà
prevalere sul «mondo». Gli ebrei sono l'opposto di tutti i décadent:
sono stati costretti a fare i décadent fino all'illusione, hanno saputo
porsi, con un non plus ultra del loro genio istrionico, alla testa di tutti
i movimenti di décadence (quale nel cristianesimo di Paolo) per farsi
più forti di qualsiasi partito della vita che dice di sì. Per
quel tipo di uomo che nel giudaismo e nel cristianesimo ambisce giungere alla
potenza, il tipo sacerdotale, la décadence è soltanto un mezzo:
questo tipo di uomo ha un interesse vitale nel rendere malata l'umanità
e nel conferire un senso pericoloso alla vita, un senso denigratorio del mondo,
ai concetti di «buono» e «cattivo», «vero»
e «falso».
XXV
La storia d'Israele, in quanto storia emblematica dello snaturamento di tutti
i valori naturali, è inestimabile: ne indicherò cinque fatti.
Originariamente, in particolare nel periodo dei re, anche Israele si trovava
rispetto a tutte le cose in una relazione corretta, vale a dire naturale. Il
suo Javeh era l'espressione della consapevolezza del potere, della gioia di
sé, della speranza in sé: da lui si aspettava vittoria e salvezza,
con lui si faceva affidamento sulla natura, che questa desse ciò di cui
il popolo aveva bisogno, soprattutto la pioggia. Javeh è il Dio d'Israele
e quindi il Dio di giustizia; la logica di ogni popolo che ha la potenza e ne
ha una buona conoscenza. Questi due aspetti dell'autoaffermazione di un popolo
trovano espressione nel culto solenne: il popolo è grato per i grandi
destini che lo fecero ascendere al potere, è grato per le stagioni dell'anno
e per tutta la sorte favorevole nell'allevamento del bestiame e nell'agricoltura.
Tale stato di cose rimase per lungo tempo quello ideale, anche dopo essere stato
liquidato in modo triste: con l'anarchia all'interno e gli assiri all'esterno.
Ma il popolo conservò come sua suprema aspirazione quella visione di
un re che fosse un soldato valoroso e un giudice severo: come soprattutto quel
profeta tipico (cioè critico e satirico nei confronti dell'epoca), Isaia.
Ogni speranza però rimase inappagata. L'antico Dio non poteva più
nulla di quello che in altri tempi aveva potuto. Bisognava abbandonarlo. Che
accadde? Si modificò il suo concetto, si snaturò il suo concetto:
a questo prezzo si potè trattenerlo. Javeh, il Dio della «giustizia»,
non fu più una cosa sola con Israele, l'espressione del sentimento di
sé proprio di un popolo: fu solo un Dio sotto condizioni... Il suo concetto
divenne uno strumento in mano agli agitatori sacerdotali che da quel momento
interpretarono ogni felicità come una ricompensa e la disgrazia come
un castigo per la disobbedienza a Dio, per il «peccato»: il modo
più falso di interpretare un presunto «ordine morale del mondo»
attraverso il quale il concetto naturale di «causa» ed «effetto»
veniva capovolto per sempre. Quando la causalità naturale viene eliminata
dal mondo per mezzo della ricompensa e del castigo, si ha il bisogno di una
causalità contro natura: allora segue tutto il resto di ciò che
è contrario alla natura. Un Dio che chiede, invece di un Dio che aiuta,
che consiglia, che in una parola è l'espressione di ogni felice ispirazione
del coraggio e della fiducia in sé stessi... La morale non è più
l'espressione delle condizioni di vita e di sviluppo di un popolo, non è
più l'istinto vitale più profondo, ma è diventata astratta,
contraria alla vita, la morale come peggioramento sistematico della fantasia,
come il «malocchio» per tutte le cose. Che cosa è la morale
giudaica? E quella cristiana? Il caso che ha perduto la sua innocenza; l'infelicità
macchiata dal concetto di peccato; il benessere come pericolo, come «tentazione»;
il malessere fisiologico, avvelenato dal tarlo della coscienza...
XXVI
Falsato il concetto di Dio; falsato il concetto di moralità, la casta
sacerdotale ebraica non si fermò qui. Non si poteva adoperare tutta la
storia d'Israele: si sbarazzarono di essa! Questi sacerdoti compirono una prodigiosa
falsificazione, di cui resta come documento una buona parte della Bibbia: con
un singolare disprezzo per ogni tradizione, per ogni realtà storica hanno
tradotto in senso religioso il proprio passato di popolo, cioè lo hanno
reso uno sciocco meccanismo salvifico di colpa contro Javeh, e di castigo, di
devozione e di ricompensa. Se millenni d'interpretazione ecclesiastica non ci
avessero reso quasi insensibili alle esigenze di rettitudine in historicis,
sentiremmo questo vergognoso atto di falsificazione della storia molto più
dolorosamente. Pure i filosofi appoggiarono la Chiesa: la menzogna di un «ordine
morale del mondo» permea l'intera evoluzione della filosofia, persino
di quella moderna. Che significa «ordine morale del mondo»? Che
esiste una volta per tutte una volontà di Dio, che decide tutto ciò
che l'uomo deve o non deve fare; che nei destini di un popolo o di un individuo
la volontà di Dio appare dominante; cioè che egli castiga o premia
a seconda del grado di obbedienza. La realtà, messa al posto da tale
miserevole menzogna, significa: una certa classe di uomini parassiti, quella
di sacerdote, prospera soltanto a spese di ogni forma di vita sana, e abusa
del nome di Dio: chiama «regno di Dio» una forma di società
nella quale il sacerdote è colui che fissa il valore delle cose; chiama
«volontà di Dio» i mezzi per raggiungere o mantenere tale
stato di cose; giudica con freddo cinismo popoli, epoche e individui a seconda
che siano stati utili o che abbiano resistito alla preponderanza sacerdotale.
Basta osservarli all'opera: in mano ai sacerdoti ebraici l'epoca grandiosa della
storia d'Israele divenne un'epoca di decadenza; l'esilio, i lunghi anni di sventura.
Essa si trasformò in un castigo eterno per la grande epoca, periodo in
cui il sacerdote non era ancora nessuno.... Trasformarono le figure molto libere
e potenti della storia d'Israele, a seconda delle necessità, in bigotti
e miserabili ipocriti o in «atei», semplificarono la psicologia
di ogni grande evento nella formula idiota «obbedienza o disobbedienza
a Dio». Ma v'è di più: la «volontà di Dio»
(cioè la condizione per mantenere il potere della casta sacerdotale)
deve essere nota; a questo scopo era necessaria una «rivelazione».
In parole povere: si richiede una grande falsificazione letteraria e si svelano
le Sacre Scritture, si rendono pubbliche con ieratico fasto, con digiuni e lamentazioni
per il «lungo peccato». La «volontà di Dio» si
era già istituita da molto tempo: tutto il male risiedeva nel fatto che
il popolo si era allontanato dalle Sacre Scritture... La «volontà
di Dio» si era già rivelata a Mosè... Che era accaduto?
Con severità e pedanteria, fino alle imposte grandi e piccole che gli
si dovevano pagare (senza dimenticare i bocconi di carne più gustosi:
perché il sacerdote è un divoratore di bistecche), il sacerdote
aveva formulato una volta per tutte quello che pretendeva, «quale era
la volontà di Dio»... Da quel momento si organizzò tutta
la vita in modo da rendere il prete indispensabile in ogni circostanza: in tutti
gli eventi della vita, la nascita, il matrimonio, la malattia o la morte, per
non parlare del «sacrificio» (la cena). Ecco apparire il santo parassita
per snaturalizzarli, secondo lui per «santificarli»... Perché
si deve comprendere questo: ogni costume naturale, ogni istituzione naturale
(lo stato, l'ordinamento giudiziario, il matrimonio, l'assistenza dei malati
e dei poveri), ogni necessità suscitata dall'istinto per la vita, in
breve tutto ciò che ha valore in sé, a causa del parassitismo
del sacerdote (o dell'«ordine morale del mondo»), diviene completamente
privo di valore, nemico del valore. Alla fine si richiede una sanzione, è
necessaria una potenza che conferisca valore, che neghi in ciò la natura
di queste cose e crei allora, proprio per questo un valore... Il sacerdote svaluta,
dissacra la natura: esiste solo a questo prezzo. La disobbedienza a Dio, cioè
al sacerdote, alla «legge», ora prende il nome di «peccato»;
i mezzi per «riconciliarsi con Dio», come è giusto, sono
mezzi che assicurano ancora più profondamente la sottomissione al prete:
solo il sacerdote «redime»... Da un punto di vista psicologico,
i «peccati» sono indispensabili in qualsiasi società organizzata
da sacerdoti: sono i veri e propri strumenti del potere: il sacerdote vive dei
peccati, ha bisogno che si «pecchi»... Principio supremo: «Dio
perdona chi fa penitenza», in sostanza: colui che si sottomette al sacerdote.
XXVII
In un ambiente completamente falso, ove ogni natura, ogni valore naturale, ogni
realtà avevano contro i più radicati istinti delle classi dirigenti,
là nacque il cristianesimo, forma finora insuperata di odio a morte contro
la realtà. Il «popolo santo», che non aveva conservato per
ogni cosa che valori sacerdotali, parole di sacerdote, con una coerenza logica
terrificante si era allontanato da tutto ciò che era ancora potente sulla
Terra, definendolo «profano», «mondo», «peccato»;
questo popolo elaborò per i propri istinti un'ultima formula, coerente
fino all'autonegazione: come cristianesimo negò persino l'ultima forma
della realtà, il «popolo santo», il «popolo eletto»,
la stessa realtà ebraica. Il caso è di primissimo ordine, il piccolo
movimento di ribellione, che viene battezzato con il nome di Gesù di
Nazareth, è ancora una volta l'istinto ebraico, in altre parole l'istinto
sacerdotale che non può più tollerare il sacerdote come realtà,
l'invenzione di una forma di esistenza anche più astratta, di una visione
del mondo anche più irreale di quella che determina l'organizzazione
di una Chiesa organizzata. Il cristianesimo nega la Chiesa... Non vedo contro
che cosa fosse diretta questa rivolta, di cui si pensò, o si fraintese,
che Gesù fosse il propugnatore, se non contro la Chiesa ebraica, la «Chiesa»
presa proprio nel senso in cui l'intendiamo oggi. Fu una rivolta contro i «buoni»
e i «giusti», contro i «santi d'Israele», contro la
gerarchia sociale, non contro la corruzione di questi ma contro la casta, il
privilegio, l'ordine, la formula; fu la sfiducia negli «uomini superiori»,
un no pronunciato contro tutto ciò che concerneva preti e teologi. Ma
la gerarchia che per questo venne messa in dubbio, sebbene solo momentaneamente,
fu la palafitta sulla quale solamente il popolo ebraico continuò a esistere
in mezzo all'«acqua», l'ultima possibilità faticosamente
acquistata di sopravvivere, il residuum della sua esistenza politica autonoma:
un attacco contro di essa era un attacco al più profondo istinto di un
popolo, contro la più tenace volontà di vivere di un popolo mai
esistita sulla Terra. Questo santo anarchico che innalzò gli umili, i
reietti e i «peccatori», Ciandala all'interno del giudaismo fino
a contrastare l'ordine dominante, in un linguaggio che, se si deve credere ai
Vangeli, porterebbe ancora oggi in Siberia, era un criminale politico, per quanto
fossero possibili i criminali politici in una società assurdamente apolitica.
Questo lo portò alla croce: prova ne è l'iscrizione apposta su
di essa. Morì per sua colpa e manca ogni fondamento per affermare che
morì per i peccati degli altri.
XXVIII
Tutt'altra questione è se Gesù fosse stato davvero cosciente di
una tale contraddizione o se egli non fosse solo concepito come questa stessa
contraddizione. E qui per la prima volta sfioro il problema della psicologia
del Redentore. Confesso che leggo pochi libri con tanta difficoltà come
i Vangeli. Tali difficoltà differiscono molto da quelle rilevate dalla
curiosità sapiente dello spirito tedesco e celebrate come uno dei suoi
più memorabili trionfi. È già lontano il tempo in cui anch'io,
come ogni giovane letterato e con l'intelligente lentezza di un raffinato filologo,
assaporavo il lavoro dell'incomparabile Strauss. Allora avevo vent'anni: ora
sono troppo serio per questo. Che m'importa delle contraddizioni della «tradizione»?
Come si possono definire le leggende dei santi «tradizione»? Le
storie dei santi sono la letteratura più ambigua che esista: applicare
il metodo scientifico a esse, quando non esiste più alcun'altra testimonianza,
mi sembra un'operazione condannata dall'inizio, una pura vanità da erudito...
XXIX
Ciò che mi interessa è il tipo psicologico del Redentore. Infatti
potrebbe trovarsi nei Vangeli a dispetto dei Vangeli, anche se mutilato e sovrastrutturato
con tratti estranei: come quello di Francesco d'Assisi è conservato nelle
leggende che lo riguardano, a dispetto delle sue leggende. Non la verità
in merito a ciò che ha fatto, di ciò che ha detto, o di come è
morto, ma la questione se il suo tipo sia ancora concepibile, se è «tramandato».
I tentativi da me conosciuti di dedurre addirittura la storia di un'«anima»
dai Vangeli mi sembrano testimoniare una deprecabile leggerezza psicologica.
Il signor Renan, questo buffone in psychologicis, ha fornito per l'interpretazione
del tipo del Gesù i due concetti più inadeguati che si possono
dare: il concetto di genio e quello di eroe (heros). Ma se esiste qualcosa che
non è evangelico è proprio il concetto di eroe! Esattamente l'opposto
di ogni lotta, di ogni coinvolgimento nella lotta qui è diventato istinto:
l'incapacità di resistere diviene morale («Non opporti al male!»
è la massima più profonda del Vangelo, in un certo senso la sua
chiave), la beatitudine nella pace, nella dolcezza, nell'incapacità all'inimicizia.
Che cosa significa «buona novella»? Si scopre la vita vera, la vita
eterna: questa non è promessa, è qui, è dentro di voi:
in quanto vissuta nell'amore, nell'amore senza sottrazione o esclusioni, senza
distanza. Tutti sono figli di Dio, Gesù non reclama assolutamente nulla
solo per sé e in quanto è figlio di Dio: ciascuno è uguale
all'altro... Fare di Gesù un eroe! E che malinteso peggiore ancora il
termine «genio»! Ogni nostra nozione, ogni nostro concetto culturale
di «spirito» non aveva alcun significato nel mondo in cui visse
Gesù. Detto con il rigore del fisiologo, una parola totalmente diversa
sarebbe qui al suo posto più idonea: la parola idiota. Conosciamo uno
stato di eccitazione patologica del senso tattile, che indietreggia spaventato
dinanzi a ogni contatto, nel vedersi toccare oggetti solidi. Si riduca un tale
habitus fisiologico alla sua logica estrema, come odio istintivo per ogni realtà;
come fuga nell’«incomprensibile», nell'«inconcepibile»;
come avversione verso ogni formula, verso ogni concetto temporale e spaziale,
verso tutto ciò che è solido, consuetudine, istituzione, Chiesa;
come essere di casa in un mondo in cui non si tocca più alcuna specie
di realtà, in un mondo ormai solamente «interiore», in un
mondo «vero», in un mondo «eterno»... «Il regno
di Dio è in voi»...
XXX
L'odio istintivo per la realtà: conseguenza di una estrema capacità
di soffrire, di un'estrema irritabilità che in genere non vuole più
essere «toccata» poiché avverte ogni contatto con troppa
intensità. L'esclusione istintiva di ogni avversione, di ogni inimicizia,
di ogni limite e distanza nel sentimento: conseguenza di una estrema capacità
di soffrire, di un'estrema irritabilità che, in ogni resistenza, in ogni
necessità di resistenza, provoca come un dispiacere insopportabile (cioè
come qualcosa di dannoso, come qualcosa che l'istinto di conservazione disapprova)
e che conosce la beatitudine (il piacere) soltanto nel non resistere più
a niente, a nessuno, né al male, né al cattivo: l'amore come sola
e ultima possibilità di vita... Queste sono le due realtà fisiologiche
sulle quali e a partire dalle quali si è sviluppata la dottrina della
redenzione. Io la intendo come una sublime evoluzione dell'edonismo su basi
assolutamente patologiche. Il suo parente più prossimo, anche se con
una considerevole aggiunta di vitalità greca e di energia nervosa, è
l'epicureismo, la dottrina della redenzione del paganesimo. Epicuro è
un tipico décadent: io per primo l'ho giudicato tale. La paura del dolore,
persino di quello che è infinitamente piccolo, non può sfociare
in niente altro che in una religione dell'amore...
XXXI
Ho già anticipato la mia risposta al problema. La sua premessa è
che il tipo del Redentore ci è stato tramandato solo con una grande deformazione.
Questa deformazione è in se stessa assai probabile: per molte ragioni
un tipo simile non poteva rimanere puro, integro, privo di addizioni. Il milieu
in cui tale strana figura si muove deve aver lasciato un segno in esso, e ancor
più la storia, il destino delle prime comunità cristiane: il tipo
ne è stato, in retrospettiva, arricchito con tratti comprensibili solo
in riferimento alla lotta e alle mire propagandistiche. Questo mondo strano
e malato nel quale il Vangelo ci introduce, un mondo simile a quello di un romanzo
russo, in cui il rifiuto della società, la neurosi e l'idiozia «infantile»
sembra si siano dati convegno, in tutti i modi deve avere reso più grossolano
il tipo. I primi discepoli in particolare dovevano tradurre nella loro rozzezza
un essere totalmente coperto da simboli e reso inconcepibile, per poter comprendere
qualcosa in generale; per essi il tipo cominciò a esistere solo dopo
averlo tradotto in forme più familiari... Il profeta, il Messia, il giudice
a venire, il maestro di morale, il taumaturgo, Giovanni Battista; altrettante
opportunità per non riconoscere il tipo... Non sottovalutiamo infine
il proprium di ogni grande venerazione, particolarmente se è settaria:
esso estingue negli esseri venerati i tratti originali e le idiosincrasie sovente
dolorosamente estranei: non le vede nemmeno. Ci si dovrebbe dispiacere che un
Dostojevskij non sia vicino a questo interessantissimo décadent; intendo
dire qualcuno in grado di cogliere il fascino come movente di tale combinazione
di sublime, malato e infantile. Un ultimo punto di vista: il tipo, in quanto
tipo di décadence, potrebbe essere stato realmente una singolare molteplicità
e contraddittorietà: non si può escludere interamente tale ipotesi.
Ma tutto distoglie da questa possibilità: proprio la tradizione in questo
caso dovrebbe essere particolarmente fedele e obiettiva; noi invece abbiamo
motivi per supporre il contrario. Allo stesso tempo si apre una contraddizione
tra il predicatore della montagna, dei laghi e delle praterie, la cui figura
appare come un Buddha in un territorio assai poco indiano, e il fanatico dell'attacco,
mortale nemico dei teologi e dei sacerdoti, che la malizia di Renan ha glorificato
come «le grand maitre en ironie». Io stesso non dubito che una grande
quantità di fiele (e persino di esprit) si sia riversata sul tipo del
maestro solo per lo stato agitato della propaganda cristiana: perché
si conosce bene la risolutezza di tutti i settari nel costruire la propria apologia
a partire dal proprio maestro. Quando la prima comunità ebbe bisogno
di un teologo maligno e cavilloso, che giudicasse, si lamentasse e si incollerisse,
contro i teologi, si creò il proprio «Dio» in base alle proprie
esigenze: e nello stesso tempo mise senza esitazione nella sua bocca concetti
totalmente contrari al Vangelo, di cui ora non poteva più fare a meno:
la «seconda venuta», il «giudizio finale» e ogni sorta
di speranze e promesse temporali.
XXXII
Mi oppongo, lo ripeto, a che si unisca il fanatico al tipo del Redentore: il
termine imperìéux che Renan utilizza da solo annulla già
di per se stesso il tipo. La «buona novella» significa esattamente
che non ci sono più contrasti; il Regno dei Cieli appartiene ai fanciulli;
la fede che qui si rivela non è una fede conquistata con le lotte: c'è,
è fin dal principio, è, per così dire, un infantilismo
che ritorna a ciò che è spirituale. Il fenomeno di una pubertà
ritardata che non si sviluppa nell'organismo, come effetto della degenerazione,
è familiare almeno ai fisiologi. Tale fede non si adira, non biasima,
non difende se stessa: non porta «la spada», non immagina fino a
che punto un giorno potrebbe provocare una frattura. Non si prova con miracoli
o con ricompense e promesse, e certo non «mediante le Scritture»:
essa stessa è in ogni momento il suo miracolo, la sua ricompensa, la
sua prova, il suo «Regno di Dio». Questa fede non si formula: essa
vive, si oppone alle formule. Il caso certamente determina l'ambiente, la lingua,
la formazione di una particolare cerchia di concetti: il cristianesimo primitivo
impiega unicamente concetti giudaico-semiti (il mangiare e il bere alla comunione
appartengono a essi; concetti di cui la Chiesa ha abusato malevolmente, come
di tutto ciò che è giudaico). Ma ci si deve guardare dal considerare
in ciò più che un linguaggio dei segni, una semiotica, un'occasione
per formulare parabole. Infatti per questo antirealista la condizione per poter
parlare era che non una parola venisse presa alla lettera. Tra gli indiani si
sarebbe servito dei concetti del Sankhya, tra i cinesi di quelli di Laotze,
senza percepire alcuna differenza tra loro. Con una certa tolleranza d'espressione
si potrebbe definire Gesù uno «spirito libero», non gli importa
alcunché di tutto ciò che è fisso: la parola uccide, tutto
ciò che è fisso uccide. Il concetto, l'esperienza della «vita»
nel solo modo in cui li comprende si oppongono a ogni sorta di parola, di formula,
di legge, di fede e di dogma. Parla solo delle cose più intime: «vita»
o «verità» o «luce» sono le sue parole per questa
dimensione più interiore; tutto il resto, la realtà nel suo complesso,
l'intera natura, il linguaggio stesso, possiedono per lui solo valore di segno
o di parabola. In questo caso non bisogna assolutamente commettere errori, per
quanto sia grande la tentazione insita nei pregiudizi cristiani, intendo dire
ecclesiastici: tale simbolismo par excellence si trova al di fuori di ogni religione,
di ogni concetto di culto, di ogni scienza storica e naturale, di ogni esperienza
del mondo, di ogni conoscenza, di ogni politica, di ogni psicologia, di ogni
libro, di ogni arte; la sua «sapienza» risiede proprio nella assoluta
ignoranza del fatto che esistano simili cose. La cultura non gli è nota
neanche per sentito dire, non ha bisogno di combatterla, non la nega... Lo stesso
vale per lo stato, l'intero ordinamento civile e la società civile, il
lavoro, la guerra: egli non ebbe mai alcun motivo per negare «il mondo»,
non ha mai sospettato del concetto ecclesiastico di «mondo»... La
negazione è per lui cosa totalmente impossibile. Allo stesso modo manca
la dialettica, manca l'idea che una fede, una «verità» possano
essere provate da ragioni (le sue prove sono «luci» interiori, intime
sensazioni di piacere e affermazioni di sé, nient'altro che «prove
di forza»). Una tale dottrina non può contraddire: essa non comprende
in alcun modo che esistano altre dottrine, che altre dottrine possano esistere,
non riesce a immaginare in alcun modo un giudizio differente dal proprio...
Dove ne incontrerà uno una, ne piangerà la «cecità»
con intima partecipazione, poiché essa vede la «luce», ma
non solleverà obiezioni...
XXXIII
Nell'intera psicologia del Vangelo è assente il concetto di colpa e di
punizione, e allo stesso modo manca quello di ricompensa. Il «peccato»,
ogni rapporto di distacco tra Dio e l'uomo, viene abolito, è proprio
questa la «buona novella». La beatitudine non viene promessa, non
è legata ad alcuna condizione: è la sola realtà, il resto
è solo un complesso di segni per parlare di essa... Le conseguenze di
questo stato si riflettono in una nuova pratica, l'autentica pratica evangelica.
Non è la «fede» che distingue il cristiano: il cristiano
agisce, distinguendosi per un diverso modo di agire. Non ripaga né con
le parole né con il cuore colui che gli arreca del male. Non fa distinzione
fra straniero e indigeni, tra ebrei e non ebrei (il «prossimo» è
propriamente il compagno di fede, l'ebreo). Non si adira con alcuno, non disprezza
alcuno. Non si presenta nei tribunali né si avvale di essi («Non
prestare giuramento»). In nessuna circostanza, nemmeno in caso di provata
infedeltà, divorzia da sua moglie. Tutto questo è in fondo un
solo principio, tutto è conseguenza di un solo istinto.
La vita del Redentore non fu altro che questa pratica, anche la sua morte non
fu alcunché di diverso... Non aveva più bisogno di formule, né
di riti per il suo rapporto con Dio, neppure della preghiera. Egli ha chiuso
con tutte le dottrine ebraiche della penitenza e del perdono; sa che solamente
con la pratica di vita ci si può sentire «divini», «benedetti»,
«evangelici», in ogni momento «figli di Dio». Né
la «penitenza», né la «preghiera per il perdono»
sono le vie verso Dio: solo la pratica evangelica porta a Dio, è proprio
Dio! Ciò che venne abolito con il Vangelo fu il giudaismo dei concetti
di «peccato», «remissione dei peccati», «fede»,
«redenzione per mezzo della fede», l'intero insegnamento ecclesiastico
ebraico fu negato nella «buona novella». Il profondo istinto di
come si debba vivere per sentirsi «in cielo», per sentirsi «eterni»,
mentre con qualsiasi altra condotta non ci si sente «in cielo»:
solo questa è la realtà psicologica della «redenzione».
Un nuovo modo di vivere, non una nuova fede...
XXXIV
Se comprendo qualcosa di questo grande simbolista è il fatto che assunse
per realtà, per «verità», esclusivamente le realtà
interiori e che intese tutto il resto, tutto ciò che è naturale,
temporale, spaziale e storico, soltanto come segni, come spunti di parabole.
Il concetto di «figlio dell'uomo» non è una persona concreta
appartenente alla storia, qualcosa di individuale, di unico, ma un fatto «eterno»,
un simbolo psicologico affrancato dalla nozione di tempo. Lo stesso vale, nel
senso più elevato, anche per il Dio di questo simbolista tipico, per
il «regno di Dio», per il «regno dei Cieli», per i «figli
di Dio». Niente è più acristiano delle grossolanità
ecclesiastiche, di un Dio come persona, di un «regno di Dio» che
deve venire, di un «regno dei Cieli» nell'aldilà, di un «figlio
di Dio», la seconda persona della Trinità. Tutto ciò, mi
si perdoni l'espressione, è un pugno nell'occhio, oh in che occhio!...
Quello del Vangelo: un cinismo della storia del mondo nella beffa del simbolo...
Ma è del tutto ovvio (non così ovvio per tutti, lo ammetto) ciò
a cui si allude con i simboli di «padre» e «figlio»:
con la parola «figlio» si esprime l'introduzione nel sentimento
della trasfigurazione generale di tutte le cose (la beatitudine), con la parola
«padre» questo stesso sentimento, il sentimento di eternità
e di compimento. Mi vergogno di ricordare quello che la Chiesa ha fatto di questo
simbolismo: non ha forse posto una sorta d'Anfitrione alla soglia della «fede»
cristiana? E un dogma dell'«immacolata concezione» ' per giunta?...
Ma proprio in questo modo ha macchiato la concezione.
Il «regno dei Cieli» è una condizione del cuore, non qualcosa
che sia «sopra la Terra» o viene «dopo la morte». Nel
Vangelo manca ogni concetto di morte naturale: la morte non è un ponte,
né un passaggio, manca perché appartiene a un mondo apparente,
del tutto diverso, utile soltanto per i segni. L'«ora della morte»
non è un concetto cristiano, l'«ora», il tempo, la vita fisica
e le sue crisi, non esistono nemmeno per il maestro della «buona novella»...
Il «regno di Dio» non è qualcosa che si attende; non ha né
ieri né domani, non viene «tra mille anni», è un'esperienza
di cuore; è ovunque e in nessun luogo...
XXXV
Questo «messaggero della buona novella» morì come aveva vissuto,
e come aveva insegnato, non per «redimere gli uomini», ma per mostrare
come si deve vivere. Ciò che lasciò in eredità all'umanità
è la pratica: il suo contegno dinanzi ai giudici, alle guardie, agli
accusatori e a ogni sorta di calunnia e derisione, il suo contegno sulla croce.
Non reagisce, non difende il proprio diritto, non fa un solo passo per respingere
da sé il peggio, anzi, lo provoca... Prega, soffre, ama con quelli e
in quelli che gli fanno del male. Le parole al ladrone sulla croce contengono
l'intero Vangelo: «Costui era davvero un uomo divino, un figlio di Dio!»
dice il ladrone. «Se lo credi - risponde il redentore, - tu sei in paradiso,
anche tu sei figlio di Dio». Non difendersi, non andare in collera, non
attribuire responsabilità... Non resistere neppure al malvagio, ma amarlo...
XXVI
Soltanto noi, spiriti emancipati, possediamo le basi per comprendere qualcosa
che è stato frainteso per diciannove secoli, questa integrità
divenuta istinto e passione che fa guerra alla «sacra menzogna»
più che a ogni altra... Si era indicibilmente lontani dalla nostra benevola
e cauta neutralità, da quella disciplina dello spirito con la quale solamente
diventa possibile indovinare cose tanto strane e sottili: in ogni tempo si è
voluto con sfacciato egoismo cercare in queste cose soltanto il proprio vantaggio;
si è costruita la Chiesa in contraddizione con il Vangelo. Chiunque cercasse
la prova di un'ironica divinità all'opera dietro al grande dramma universale
troverebbe un non piccolo appiglio nell'enorme punto interrogativo che si chiama
cristianesimo. L'umanità si inginocchia davanti all'opposto di ciò
che era l'origine, il significato, il diritto del Vangelo; ha santificato nel
concetto di «Chiesa» proprio ciò che il «messaggero
della buona novella» considerava al di sotto di sé, dietro di sé.
Invano si cerca una formula più importante di ironia della storia del
mondo.
XXXVII
La nostra epoca è orgogliosa del suo senso storico: come potè
credere all'assurda nozione che all'origine del cristianesimo stiano la favola
del taumaturgo e del Redentore, e che tutto ciò che in esso è
spirituale e simbolico non sia solo uno sviluppo successivo? Al contrario: la
storia del cristianesimo, dalla morte in croce, è la storia del fraintendimento
di un simbolismo originario che è progressivamente diventato sempre più
grossolano. Man mano che il cristianesimo si diffondeva fra masse sempre più
vaste, sempre più primitive, che sempre più si allontanavano dalle
condizioni in cui era sorto, era necessario volgarizzare e barbarizzare il cristianesimo.
Quest'ultimo ha assorbito le dottrine e i riti di tutti i culti sotterranei
dell'imperium romanum e le assurdità di ogni sorta di mente malata. Il
destino del cristianesimo sta nella necessità che la sua stessa fede
diventi tanto malata, bassa e volgare quanto malati, bassi e volgari erano i
bisogni che doveva soddisfare. La stessa barbarie malsana alla fine costruisce
il proprio potere come Chiesa; la Chiesa, questa forma di ostilità mortale
verso ogni rettitudine, verso ogni elevatezza dell'anima, verso ogni disciplina
dello spirito, verso ogni umanità sincera e buona. I valori cristiani,
i valori nobili: noi per primi, spiriti emancipati, abbiamo ristabilito la più
grande contrapposizione di valori, la più grande che ci sia!
XXXVIII
A questo punto non posso fare a meno di esalare un sospiro. Vi sono giorni in
cui sono ossessionato da un sentimento più tetro della più nera
malinconia: il disprezzo per gli uomini. E per non lasciare alcun dubbio su
ciò che disprezzo e su chi disprezzo, dirò che si tratta dell'uomo
di oggi, del quale sono fatalmente contemporaneo. L'uomo di oggi: soffoco a
causa del suo alito impuro... Come ogni uomo di cultura, nei riguardi del passato
io sono assai tollerante, ossia mi controllo generosamente: attraverso millenni
di un mondo di pazzi, con tetra circospezione, si chiami esso «cristianesimo»,
«fede cristiana», «Chiesa cristiana», mi guardo dall'attribuire
al genere umano la responsabilità delle sue malattie mentali. Ma il mio
sentimento d'un tratto cambia e prorompe, non appena m'addentro nell'età
moderna, nella nostra epoca. Il nostro tempo è un tempo che sa... Ciò
che un tempo era soltanto malato oggi è diventato indecente, essere cristiani
oggi è indecente. Ed è qui che ha inizio il mio disgusto. Mi guardo
attorno: non una parola è rimasta di ciò che un tempo si chiamava
«verità», non sopportiamo neppure più che un sacerdote
pronunci la parola «verità». Sia pure secondo le più
modeste esigenze di rettitudine, oggi bisogna sapere che un teologo, un sacerdote
o un papa, a ogni frase che pronuncia non è solo in errore, ma mente;
che non è più libero di mentire «innocentemente»,
per «ignoranza». Il sacerdote sa come chiunque altro che non v'è
più né «Dio», né «peccatore», né
«Redentore»; che il «libero arbitrio» e 1'«ordine
morale del mondo» sono menzogne; la serietà e la radicale vittoria
spirituale su di sé non permettono più ad alcuno di essere ignorante
su questo aspetto... Tutti i concetti della Chiesa sono riconosciuti per quello
che sono: le più perfide falsificazioni che esistano, allo scopo di svalutare
la natura e i valori naturali: il sacerdote stesso è riconosciuto per
quello che è: la specie più pericolosa di parassita, il vero ragno
velenoso della vita... Sappiamo, la nostra coscienza lo sa, quanto valgano oggi
e a che servivano queste sinistre invenzioni dei sacerdoti e della Chiesa, con
le quali è stato raggiunto quello stato di autoprofanazione dell'umanità,
la cui vista può suscitare disgusto: i concetti di «aldilà»,
«giudizio finale», «immortalità dell'anima»,
di «anima» stessa, sono strumenti di tortura, sistemi di crudeltà
di cui si servirono i sacerdoti per diventare e rimanere padroni... Lo sanno
tutti: eppure tutto rimane immutato. Dove è dunque andato a finire l'ultimo
senso di decoro e di rispetto di sé, quando persino i nostri uomini di
stato, un razza di uomini assai spregiudicata, di fatto completamente anticristiani,
si definiscono ancora oggi cristiani e prendono parte all'eucaristia?... Un
giovane principe alla testa dei suoi reggimenti, magnifica espressione dell'egoismo
e dell'orgoglio del suo popolo, ma che senza alcuna vergogna si professa cristiano!...
Chi nega dunque questo cristianesimo? Che cosa è per esso il «mondo»?
L'essere soldato, giudice, patriota; il difendersi; il custodire il proprio
onore; il volere il proprio vantaggio; l'essere orgoglioso... Tutta la prassi
di ogni momento, di ogni istinto, di ogni valutazione che diventa azione oggi
sono anticristiani: che mostro di falsità deve essere l'uomo moderno,
che nonostante tutto non si vergogna di chiamarsi ancora cristiano!
XXXIX
Faccio un passo indietro e racconto la vera storia del cristianesimo. La parola
«cristianesimo» è già un equivoco; in realtà
c'è stato un solo cristiano ed è morto sulla croce. Il Vangelo
è morto sulla croce. Ciò che si chiamò Vangelo da quel
momento in poi era già l'opposto di ciò che egli aveva vissuto:
una cattiva novella, un dysangelium. È falso fino all'assurdo il vedere
in una «fede», per esempio nella fede della redenzione per mezzo
di Cristo, la caratteristica peculiare del cristiano: solo la pratica cristiana,
una vita come quella che visse colui che morì sulla croce, questo è
cristiana... Ancora oggi è possibile una vita simile, e per certi uomini
persino necessaria: il cristianesimo autentico e originario sarà possibile
in ogni tempo... Non una fede, ma un fare, soprattutto un non-fare alcune cose,
un altro essere... Gli stati della coscienza, una fede qualsiasi, per esempio
ritenere vera qualcosa, e lo psicologo lo sa, sono questioni assolutamente indifferenti
e di quint'ordine rispetto al valore degli istinti: per parlare in modo più
rigoroso, l'intero concetto di causalità spirituale è falso. Ridurre
l'essere cristiano, la cristianità, a un ritenere per vero, a un mero
fenomenismo della coscienza, significa negare la cristianità. In realtà
non sono affatto esistiti dei cristiani. Il «cristiano», quello
che per duemila anni è stato definito cristiano, è soltanto un
autofraintendimento psicologico. Se lo si considera più attentamente,
in lui dominavano, nonostante la «fede», solamente gli istinti,
e che istinti! In tutte le epoche, per esempio per Lutero, la «fede»
è stata solo una copertura, un pretesto, un velo dietro al quale gli
istinti facevano il loro gioco, un'astuta cecità sul dominio di certi
istinti... La «fede» (l'ho già definita la vera astuzia cristiana),
si è sempre parlato di fede, ma si è sempre agito solo d'istinto...
Nel mondo delle idee cristiane non esiste alcunché che abbia anche soltanto
sfiorato la realtà: all'opposto noi abbiamo riconosciuto nell'odio istintivo
contro la realtà l'elemento guida, l'unico elemento trainante che sta
alla radice del cristianesimo. Che cosa ne deriva? Che qui, anche in psycologicis,
l'errore è radicale, vale a dire essenzialmente determinante, ovvero
è la sostanza. Si rimuova qui un solo concetto, lo si sostituisca con
una singola realtà, tutto il cristianesimo crollerà nel vuoto!
Visto dall'alto questo stranissimo fatto, una religione determinata non solo
da errori ma ingegnosa e persino geniale solo in errori nocivi, solo in errori
che avvelenano la vita e il cuore, resta uno spettacolo per gli dèi,
per quelle divinità che sono al medesimo tempo filosofi e che, per esempio,
ho ritrovato nei famosi dialoghi di Nasso. Nel momento in cui il disgusto li
abbandona (e abbandona anche noi!), sono grati per lo spettacolo offerto loro
dal cristiano: forse è solo per questo caso curioso che il piccolo patetico
astro chiamato Terra merita uno sguardo e una partecipazione divini... Perciò
non sottovalutiamo il cristiano: il cristiano, falso fino all'innocenza, sorpassa
di molto la scimmia; per quanto concerne i cristiani, una nota teoria sulla
discendenza diviene una pura benevolenza...
XL
II destino del Vangelo fu deciso con la morte, era sospeso alla «croce»...
Soltanto la morte, quella morte inaspettata e ignobile, soltanto la croce, generalmente
riservata alla canaglia, questo terribile paradosso mise i discepoli di fronte
al vero mistero: «Chi era costui? Che senso aveva ciò?».
Si comprende fin troppo bene il loro stato d'animo: sentirsi scossi e offesi
nel più profondo, il sospetto che una morte simile potesse essere la
confutazione della loro causa: il terribile interrogativo: «Perché
è stato proprio così?». Qui tutto doveva essere necessario,
doveva avere un significato, una ragione, una ragione suprema: l'amore di un
discepolo non conosce il caso. Solo allora si spalancò l'abisso: «Chi
lo ha ucciso? Chi era il suo nemico naturale?». Questa domanda balenò
come un fulmine. Risposta: il giudaismo dominante, la sua classe più
elevata. Da quel momento si trovarono in dissenso con l'ordine e quindi si considerò
Gesù come un ribelle contro l'ordine precostituito. Fino ad allora questo
tratto aggressivo e negativo, nelle parole e nelle azioni, non era stato presente
nella sua immagine: anzi, egli ne era stato l'antitesi. Chiaramente la piccola
comunità non aveva compreso la cosa principale, il suo modo esemplare
di morire, la libertà, la superiorità rispetto a ogni sentimento
di ressentiment: un segno di quanto poco lo capiva! Gesù con la propria
morte in sé non poteva volere altro che offrire pubblicamente la prova
più forte, la dimostrazione del suo insegnamento... Ma i suoi discepoli
erano ben lungi dal perdonare questa morte, il che sarebbe stato eminentemente
evangelico; o addirittura dall’offrirsi a una morte simile con dolce e
mite pace nel cuore... Riaffiorò proprio il più antievangelico
dei sentimenti, la vendetta. Il caso non poteva affatto chiudersi con questa
morte: erano indispensabili una «vendetta», un «giudizio»
(eppure cosa c'è di più antievangelico della «vendetta»,
del «castigo» e del «giudicare»?). L'aspettativa popolare
di un Messia tornò ancora una volta in primo piano; si mise a fuoco un
momento storico: il «regno di Dio» viene per giudicare i suoi nemici...
Ma così si è frainteso tutto: il «regno di Dio», inteso
come atto finale, come promessa! Il Vangelo era stato invece proprio l'esistenza,
il compimento, la realtà di quel «regno». La morte di Cristo
era proprio quel «regno di Dio». Soltanto allora tutto quel disprezzo
e quell'amarezza contro i farisei e i teologi vennero attribuiti al carattere
del Maestro, e così Rifece di lui un fariseo e un teologo! D'altra parte,
l'esacerbante venerazione di quelle anime completamente confuse non ammetteva
più il diritto evangelico di ognuno di essere figlio di Dio, un diritto
predicato da Gesù; e la loro vendetta consistette nell’ esaltare
Gesù in modo improprio, nel separarlo da sé stessi: proprio come
gli ebrei che, nel passato, per vendetta sui loro nemici avevano separato sé
stessi dal loro Dio e lo avevano innalzato al massimo grado. Il Dio unico e
figlio unico di Dio: entrambi sono il prodotto del ressentiment…
XLI
A quel punto si presentò un problema assurdo: «Come aveva potuto
Dio permettere ciò?». La ragione turbata della piccola comunità
trovò una risposta a questa domanda davvero assurda e terribile: Dio
offrì suo figlio in sacrificio per la remissione dei peccati. Come finì
in un solo istante il Vangelo! II sacrificio espiatorio, per giunta nella sua
forma più ripugnante e barbara, il sacrificio di un uomo innocente per
le colpe dei peccatori! Che atroce paganesimo! Gesù non aveva abolito
persino il concetto stesso di «colpa»? Non aveva negato l'abisso
tra Dio e l'uomo, non aveva vissuto quest'unità tra Dio e l'uomo come
la sua «buona novella»?... E non come un privilegio! A partire da
quel momento ci si addentrò passo dopo passo nel tipo del Redentore:
la dottrina del giudizio e della seconda venuta, la dottrina della sua morte
come morte sacrificale, la dottrina della resurrezione che abolisce l'intero
concetto di «beatitudine», l'intera e unica realtà del Vangelo,
a vantaggio di uno stato dopo la morte!... Paolo, con quell'impudenza rabbinica
che lo caratterizza in ogni cosa, razionalizzò così quest'interpretazione
(un'interpretazione sfacciata): «Se Cristo non è risorto dalla
morte la nostra fede è vana» '. E d'un tratto il Vangelo divenne
la più spregevole di tutte le promesse irrealizzabili, l'incredibile
dottrina dell'immortalità personale... Paolo stesso la predicò
anche come una ricompensa!...
XLII
Si può ben capire cosa aveva fine con la morte sulla croce: un nuovo
tentativo del tutto originario per un movimento buddhista di pace, per una reale
e non solo promessa felicità sulla Terra. Poiché questa rimane,
l'ho già sottolineato, la differenza fondamentale tra le due religioni
della décadence: il buddhismo non promette, ma mantiene; il cristianesimo
promette tutto e non mantiene nulla. Alla «buona novella» seguì
la peggiore di tutte: quella di Paolo. In Paolo s'incarna il tipo opposto al
«messaggero della buona novella», il genio dell'odio, nella visione
dell'odio, nell'inesorabile logica dell'odio. Che cosa non sacrificò
all'odio questo disangelista? Innanzi tutto il Redentore: lo inchiodò
alla sua croce. La vita, l'esempio, l'insegnamento, la morte, il significato
e il diritto dell'intero Vangelo: non esisteva altro che ciò che intendeva
nel suo odio questo falsario, ciò che poteva servirgli. Non la realtà,
non la verità storica!... E ancora una volta l'istinto sacerdotale dell'ebreo
perpetrò l'identico grande crimine contro la storia, cancellò
semplicemente lo ieri e l'avantieri del cristianesimo, s'inventò una
storia del cristianesimo primitivo. Di più: ancora una volta falsificò
la storia d'Israele, così che tale storia potesse apparire come la preistoria
dei suoi atti: tutti i profeti hanno parlato del suo «Redentore»...
La Chiesa successivamente falsificò persino la storia dell'umanità
per farne la preistoria del cristianesimo... Il tipo del Redentore, la dottrina,
la pratica, la morte, il significato della morte, persino il tempo successivo
alla morte, nulla rimase intatto, non restò alcunché che recasse
almeno una somiglianza con la realtà. Paolo spostò semplicemente
il centro di gravita di tutta quell'esistenza dietro di essa, nella menzogna
del Gesù «risorto». In fondo non poteva assolutamente servirsi
della vita del Redentore, aveva bisogno della morte sulla croce e di qualcosa
di più... Considerare Paolo una persona onesta, lui che come patria ebbe
il principale centro dell'illuminismo stoico, quando con un'allucinazione si
dava la prova dell'esser-ancora-vivo del redentore. O persino credere al fatto
che ebbe quella allucinazione sarebbe una vera niaiserie per uno psicologo.
Paolo voleva il fine, quindi voleva anche i mezzi... Ciò che lui stesso
non credeva lo credettero gli idioti tra i quali partorì la sua dottrina.
Il potere era il suo bisogno; con Paolo, il sacerdote mirò nuovamente
al potere, poteva utilizzare soltanto quei concetti, quegli insegnamenti e quei
simboli con cui si tiranneggiano le masse e si formano le greggi. Quale fu l'unica
cosa che Maometto più tardi prese in prestito dal cristianesimo? L'invenzione
di Paolo, il suo mezzo per istituire una tirannia sacerdotale, per formare il
gregge: la fede nell'immortalità, ossia la dottrina del «giudizio»...
XLIII
Se si pone il baricentro della vita non nella vita, ma nell'«aldilà»,
nel nulla, si è privata la vita del suo centro di gravita. La grande
menzogna dell'immortalità personale distrugge ogni razionalità,
ogni natura dell'istinto; tutto ciò che negli istinti vi è di
benefico, di vitale; tutto ciò che negli istinti promette il futuro,
ora suscita diffidenza. Vivere in modo tale da non avere «senso»
per vivere: questo ora diventa il «significato» della vita... A
che scopo la coscienza sociale, a che scopo la gratitudine per la nascita e
verso gli antenati, a che scopo la cooperazione e la fiducia, a che scopo allora
l'avere presente e il promuovere il benessere generale?... Altrettante «tentazioni»,
deviazioni dalla «retta via», «una cosa sola è necessaria»...
che, in quanto «anima immortale», ognuno sia uguale ad ogni altro,
che nella totalità degli esseri la «salvezza» di ogni singolo
possa reclamare un'importanza eterna, che i piccoli bigotti e i folli per tre
quarti possano immaginare che per essi si infrangano costantemente le leggi
della natura; una tale crescita di tutti gli egoismi fino all'infinito, fino
all'impudenza, non sarà mai segnalata con sufficiente disprezzo. Eppure
è a questa miserabile lusinga della vanità personale che il cristianesimo
deve la sua vittoria, con questo strumento ha portato dalla sua parte tutti
i malriusciti, le menti ribelli, i derelitti, tutta la feccia e i rifiuti dell'umanità.
La «salvezza dell'anima», o in parole povere: «il mondo gira
attorno a me»... Il veleno della dottrina «diritti uguali per tutti»,
questo più di ogni altra cosa è stato propagato fondamentalmente
dal cristianesimo: dai più segreti recessi dei cattivi istinti il cristianesimo
ha sostenuto una guerra a morte contro ogni sentimento di rispetto e di distacco
tra uomo e uomo, cioè contro la premessa di ogni elevazione, di ogni
incremento culturale, ha forgiato col ressentiment delle masse la sua arma principale
contro di noi, contro quanto sulla terra vi è di nobile, gioioso, e generoso,
contro la nostra felicità sulla terra... Accordare r«immortalità»
a un Pietro o a un Paolo è stato il più grande e il più
malvagio attentato perpetrato fino ad oggi contro il genere umano nobile. E
non sottovalutiamo la sorte avversa che dal cristianesimo ha strisciato fino
alla politica! Nessuno oggi ha più il coraggio dei privilegi o dei diritti
di governare, il diritto del sentimento di rispetto verso se stesso e verso
il prossimo, un pathos della distanza... La nostra politica è malata
da questa mancanza di coraggio! L'aristocrazia del carattere è stata
subdolamente minata dalla menzogna dell'uguaglianza delle anime; e se la fede
nei «privilegi della maggioranza» crea e creerà rivoluzioni,
senza dubbio è il cristianesimo, sono le valutazioni cristiane che trasformano
ogni rivoluzione solo in sangue e crimine! Il cristianesimo è una rivolta
di tutto ciò che striscia contro tutto ciò che è elevato:
il Vangelo degli «umili» rende miserabili...
XLIV
I Vangeli sono documenti inestimabili in quanto testimonianza dell'inarrestabile
corruzione all'interno delle prime comunità. Tuttavia ciò che
Paolo più tardi portò a buon fine, con il suo cinismo logico da
rabbino, fu soltanto il processo di declino che iniziò con la morte del
Redentore. Non si leggeranno mai con sufficienti cautele questi Vangeli: ogni
parola presenta la sua difficoltà. Confesso, mi si perdoni, che proprio
per questa stessa ragione sono per lo psicologo un diletto di prim'ordine, come
opposto di ogni ingenua corruzione, come raffinatezza par excellence, come abilità
nella corruzione psicologica. I Vangeli costituiscono una entità a sé
stante. La Bibbia in generale non ammette paragoni. Si è tra ebrei: ecco
la prima considerazione per non perdere completamente il filo. Tale autodissimulazione
nel «sacro», del tutto geniale e altrove mai eguagliata neanche
lontanamente nei libri e tra gli uomini, questa coniazione di parole e di gesti
falsi in qualità di arte non è il fenomeno di un singolo talento
o di una natura eccezionale. Per queste cose è indispensabile la razza.
L'intero giudaismo, un'educazione a una tecnica giudaica perseguiti per millenni
con la massima serietà, raggiunge la sua perfezione estrema nel cristianesimo,
l'arte del mentire santamente. Il cristiano, quell'ultima ratio della menzogna,
è ancora una volta, anzi, tre volte l'ebreo... La volontà d'impiegare
per principio solo concetti, simboli, atteggiamenti provati con la pratica del
sacerdote, il rifiuto istintivo di ogni altra pratica, di ogni altro tipo di
prospettiva di valore e di utilità: questo non è solo tradizione,
ma eredità: solo in quanto eredità, opera come natura. L'intera
umanità, persino le menti migliori delle epoche migliori (con la sola
eccezione di un uomo, che forse non era che un mostro) si sono lasciati ingannare.
Il Vangelo è stato letto come il libro dell'innocenza... E non vi si
rintraccia nemmeno il minimo riferimento a quanta maestria è stata necessaria
per recitare la commedia. Certo se potessimo vedere, anche soltanto di sfuggita,
tutti questi bigotti prodigiosi e questi santi artificiali, sarebbe la fine.
Ed è proprio perché io non leggo una parola senza vedere nel contempo
gli atteggiamenti che con loro ho chiuso... Hanno un modo di sollevare gli occhi
che non posso sopportare. Fortunatamente per la maggior parte della gente i
libri non sono che letteratura. Non dobbiamo lasciarci ingannare: dicono «Non
giudicate!» ma nel contempo mandano all'inferno tutto ciò che intralcia
il loro cammino. Lasciando che sia Dio a giudicare, giudicano essi stessi; glorificando
Dio, glorificano sé stessi; pretendendo la virtù di cui essi stessi
sono capaci, anzi di più, quella di cui hanno bisogno in assoluto per
rimanere al vertice, si danno arie come se lottassero per la virtù, come
se combattessero per il trionfo della virtù. «Noi viviamo, moriamo,
ci sacrifichiamo per il bene» (la «verità», la «luce»,
il «regno di Dio»): in realtà fanno ciò di cui non
possono fare a meno. Mentre tirano avanti in modo ipocrita, seduti nei loro
cantucci, vivendo nell'ombra come ombre, si fanno di tutto questo un dovere:
l'umiltà della loro vita appare loro un dovere, è una prova in
più della loro devozione... Ah, questa specie di umile, casta, misericordiosa
specie di menzogna! «La virtù stessa deve testimoniare per noi».
Leggete i Vangeli come libri di seduzione per mezzo della morale: questa gente
meschina ha sequestrato la moralità; essi sanno a cosa serve! L'umanità
si lascia raggirare meglio con la morale! In realtà qui recita la commedia
della modestia la più consapevole arroganza degli eletti: una volta per
tutte hanno posto sé stessi, la «comunità», il «buono
e giusto» dalla parte della «verità» e il resto, il
«mondo», dall'altra... Questa è stata la più funesta
forma di megalomania mai esistita sulla Terra: piccoli aborti di bigotti e impostori
cominciarono a impossessarsi dei concetti di «Dio», «verità»,
«luce», «spirito», «amore», «saggezza»,
«vita», quasi fossero loro sinonimi, così da stabilire la
separazione tra essi e il «mondo»; ebreucci superlativi, maturi
per ogni sorta di manicomio, stravolsero i valori per adattarli per lo più
a sé stessi, come se solo il «cristiano» fosse il significato,
il sale, la misura e anche il giudizio finale di tutto il resto... Tutta questa
sciagura fu possibile unicamente perché al mondo esisteva già
una megalomania simile, di razza affine, quella ebrea: dal momento in cui si
spalancò l'abisso tra ebrei e cristiani circoncisi, questi ultimi non
ebbero altra scelta che adottare contro gli ebrei gli stessi procedimenti di
autoconservazione suggeriti dall'istinto ebreo: mentre gli ebrei fino ad allora
li avevano assunti solo contro tutto ciò che non era ebraico. Il cristiano
non è altro che un ebreo di confessione «più libera».
XLV
Fornisco alcune prove di ciò che questa gente meschina si è messa
in testa e di ciò che ha messo in bocca al loro maestro: semplici confessioni
di «anime belle».
«E se in qualche luogo non vi ricevessero né vi ascoltassero, partitevi
di là e scuotetevi la polvere di sotto ai vostri piedi; ciò serva
di testimonianza contro di loro. In verità vi dico, il giorno del giudizio
Sodoma e Gomorra riceveranno più clemenza di quella città»
(Marco VI, 11). Come è evangelico ciò!...
«E chiunque avrà offeso uno di questi piccoli che credono in me,
meglio sarebbe per lui che gli fosse messa al collo una pietra da macina, e
fosse gettato in mare» (Marco IX, 42). Come è evangelico ciò!...
«E se il tuo occhio ti dà motivo di scandalo, cavalo; meglio è
per te entrare con un occhio solo nel regno di Dio, che aver due occhi e venire
gettato fra le fiamme infernali, dove il verme non muore e il fuoco non si estingue»
(Marco IX, 47-48). Non è proprio dell'occhio che qui si tratta...
«In verità vi dico che alcuni di coloro che sono qui presenti non
saggeranno la morte, senza avere visto il regno di Dio venire con potenza»
(Marco IX, 1). Bella menzogna, leone ... «Chiunque voglia venire dietro
a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché...»
(Marco VIII, 34-35) (Osservazione di uno psicologo: la morale cristiana è
confutata dai suoi perché; le sue «ragioni» confutano, questo
è cristiano).
«Non giudicate acciocché non siate giudicati. Perché con
la misura con cui misurate sarete misurati» (Matteo VIII, 1-2). Che idea
di giustizia, di un giudice «giusto»!...
«Poiché se amate coloro che vi amano, che premio avrete? Non fanno
lo stesso anche i pubblicani? E se fate bene soltanto ai vostri fratelli, cosa
fate più degli altri ? Non fanno lo stesso anche i pubblicani?»
(Matteo V, 46-47). Principio dell'«amore cristiano»: vuole essere
ben pagato...
«Giacché se voi non perdonate agli uomini neppure voi il Padre
vostro perdonerà voi» (Matteo IV, 15). Assai compromettente per
il «padre» in questione...
«Cercate prima il regno di Dio, e la sua giustizia; e tutte queste cose
vi saranno date in più» (Matteo VI, 33). Tutte queste cose, cioè:
cibo, vestiario, tutto le necessità della vita. Un errore, per usare
un'espressione discreta... Un po' prima Dio appare come sarto, almeno in certi
casi....
«Rallegratevi in quel giorno, esaltate di gioia: perché il vostro
premio sarà grande nel Cielo: fecero lo stesso i loro padri ai profeti»
(Luca VI, 23). Spudorate canaglie! Si paragonano già ai profeti... «Non
sapete voi che siete il tempio di Dio, e che lo spirito di Dio dimora in voi?
Se uno distrugge il tempio di Dio, Iddio distruggerà lui; poiché
santo è il tempio di Dio e questo tempio siete voi» (Paolo, Prima
Lettera ai Corinzi VI, 16-17). Non c'è disprezzo sufficiente per tali
concetti...
«Non sapete voi che i santi giudicheranno il mondo? E se il mondo sarà
giudicato da voi, siete voi indegni di giudicare le minime cose?» (Paolo,
Prima Lettera ai Corinzi VI, 2). Sfortunatamente questo non è solo il
delirio di un pazzo... Questo spaventoso impostore prosegue testualmente: «Non
sapete voi che giudicheremo gli angeli? Tanto più allora giudicheremo
i beni di questa vita»! (Paolo, Prima Lettera ai Corinzi VI, 5).
«Dio non ha trasformato la sapienza di questo mondo in stoltezza? Poiché,
infatti, nella sapienza di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha riconosciuto
Dio, piacque a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione...;
non vi sono tra voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti,
né molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto
per confondere i sapienti; e Dio ha scelto ciò che nel mondo è
debole per confondere i forti; e Dio ha scelto ciò che nel mondo è
ignobile e disprezzato, ciò che è nulla, per ridurre a nulla le
cose che sono: affinchè nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio»
(Paolo, Prima Lettera ai Corinzi I, 20 e segg.). Per capire questo passo, documento
di primissimo ordine per la psicologia di ogni morale di Ciandala, si legga
la prima parte della mia Genealogia della morale, dove per la prima volta ho
sottolineato l'opposizione tra una morale nobile e una morale da Ciandala sorta
dal ressentiment e dalla vendetta impotente. Paolo fu il più grande di
tutti gli apostoli della vendetta...
XLVI
Che cosa si può dedurre da tutto ciò ? Che è bene mettersi
i guanti quando si legge il Nuovo Testamento. La vicinanza di tanto sudiciume
quasi lo impone. Eviteremmo di stare in compagnia dei «primi cristiani»,
come degli ebrei polacchi: non che sia necessario esprimere una sola obiezione
contro di loro... Entrambi non emanano un buon odore. Invano ho cercato nel
Nuovo Testamento anche un solo tratto simpatico: non v'è in esso alcunché
di libero, buono, franco e onesto. Qui l'umanità non ha ancora mosso
i primi passi, manca l'istinto di pulizia... Esistono soltanto cattivi istinti
nel Nuovo Testamento, non c'è nemmeno il coraggio per questi cattivi
istinti. Tutto in esso è vigliaccheria, un inganno di sé stessi
e occhi chiusi. Ogni altro libro diviene chiaro dopo aver letto il Nuovo Testamento.
Per esempio, immediatamente dopo avere letto Paolo, ho letto con entusiasmo
il più incantevole, il più spavaldo dei canzonatori, Petronio,
del quale si possono affermare le medesime cose che Domenico Boccaccio scrisse
al duca di Parma a proposito di Cesare Borgia: «E’ tutto festo»,
immortalmente sano, immortalmente allegro e ben riuscito... Questi piccoli bigotti
si sbagliano nella cosa principale. Sferrano attacchi, ma tutto ciò che
viene attaccato da loro diviene per questo degno di onore. Chiunque venga attaccato
da un «primo cristiano» non ne è contaminato... Al contrario:
è un onore avere come avversali i «primi cristiani». È
impossibile leggere il Nuovo Testamento senza una preferenza per tutto ciò
che in esso viene maltrattato, per non parlare della «saggezza di questo
mondo» che un impostore impudente cerca di oltraggiare inutilmente...
Ma persino gli scribi e i farisei traggono vantaggio dall'avere nemici di tal
sorta: per essere odiati tanto indecorosamente dovevano valere qualcosa. Ipocrisia:
questo sarebbe un rimprovero che i «primi cristiani» avrebbero potuto
con diritto fare! In fondo essi erano i privilegiati: tanto basta! L'odio dei
Ciandala non richiede ulteriori motivi. Il «primo cristiano» e,
io temo, anche l'«ultimo cristiano», forse vivrò abbastanza
per vederlo, nei suoi più bassi istinti è ribelle contro tutto
ciò che è privilegiato, vive, combatte e sempre per «uguali
diritti»... A guardare meglio, non ha scelta. Se si desidera essere, per
sé stessi, «eletti da Dio», o «tempio di Dio»
o «giudice degli angeli» allora ogni altro principio di scelta,
per esempio la rettitudine, lo spirito, la virilità, l'orgoglio, la bellezza
e la libertà del cuore, diventano semplicemente «il mondo»,
il male in sé... Morale: ogni parola in bocca al «primo cristiano»
è una menzogna, ogni atto che compie una falsità istintiva, tutti
i suoi valori, i suoi scopi sono dannosi, quindi chi viene odiato da lui, ciò
che viene odiato da lui, ha valore... Il cristiano, specialmente il sacerdote
cristiano, è un criterio di valore. È necessario che io dica anche
come nell'intero Nuovo Testamento non c'è che una sola figura degna di
rispetto? Pilato, il governatore romano. Prendere seriamente una disputa tra
giudei: è una cosa di cui non può convincersi. Un ebreo in più
o in meno che importa?... La nobile ironia di un romano davanti al quale si
sta facendo uno spudorato abuso della parola «verità» ha
arricchito il Nuovo Testamento con l'unica espressione che abbia valore, espressione
che è la sua critica, il suo stesso annientamento: «Che cosa è
la verità?»...
XLVII
A dividerci non è il fatto che non ritroviamo Dio, né nella storia
né nella natura né al di là di essa, ma il fatto che non
troviamo «divino» ciò che è stato venerato come Dio,
che lo reputiamo miserabile, assurdo, dannoso, che lo vediamo non soltanto come
un errore ma anche come un delitto contro la vita... Neghiamo Dio in quanto
Dio... Se ci provassero che questo Dio dei cristiani esiste, riusciremmo ancor
meno a credere in lui. In una formula: Deus, qualem Paulus creavit, dei negatio.
Una religione come il cristianesimo, che non ha alcun contatto con la realtà,
che crolla non appena la realtà anche solo per un punto afferma i suoi
diritti, deve necessariamente essere un nemico mortale della «sapienza
del mondo», cioè della scienza, cercherà tutti gli espedienti
per avvelenare, calunniare e diffamare la disciplina dello spirito, la limpidezza
e la severità nelle questioni della coscienza spirituale, la nobile freddezza
e la nobile libertà dello spirito. La «fede» come imperativo
è il veto contro la scienza, in praxi la menzogna a qualsiasi costo...
Paolo comprese che la menzogna, che la «fede» era necessaria; la
Chiesa, a sua volta, in seguito comprese Paolo. Questo Dio che Paolo si è
inventato per sé, un Dio che «fa scempio della saggezza del mondo»
(in senso più stretto i due più grandi avversari di ogni superstizione,
la filologia e la medicina), è in realtà soltanto la risoluta
decisione di Paolo: chiamare la propria volontà «Dio», thora,
ciò è originariamente ebraico. Paolo vuole fare scempio della
«sapienza del mondo»: i suoi nemici sono i buoni filologi e i medici
della scuola alessandrina; a loro dichiara guerra. In effetti, non si può
essere filologo né medico senza essere nel medesimo tempo anticristiano.
Infatti come filologo si guarda dietro le Sacre Scritture, come medico dietro
la rovina fisiologica del cristiano tipico. Il medico dice «incurabile»,
il filologo «impostura»...
VLVIII
È stata davvero capita la famosa storia che si trova all'inizio della
Bibbia? La storia del terrore di Dio nei confronti della scienza?... Non la
si è capita. Quel libro da sacerdoti par excellence esordisce, come si
conviene, con la grande difficoltà interiore del sacerdote: egli è
esposto a un solo grande pericolo, di conseguenza «Dio» è
esposto a un solo grande pericolo.
Il Dio antico, tutto «spirito», tutto sommo sacerdote, tutta perfezione,
se ne va a passeggio nel suo giardino: ma si annoia. Gli dèi stessi lottano
invano contro la noia. Che fa allora? Inventa l'uomo, l'uomo è divertente...
Ma attenzione, anche l'uomo si annoia. La compassione di Dio per l'unica pena
di cui tutto il paradiso soffre non conosce limiti: crea subito degli altri
animali. Primo errore di Dio: l'uomo non trovò divertenti gli animali,
dominò su di essi, non volle neanche essere un «animale».
Allora Dio creò la donna. E in effetti la noia ebbe fine, ma anche qualcos'altro!
La donna fu il seconda errore di Dio. «La donna è per sua essenza
il serpente, Eva», ogni sacerdote lo sa. «Tutto il male viene al
mondo per causa sua», ogni sacerdote sa pure questo. «Allora anche
la scienza nasce da lei»... Solo a causa della donna l'uomo imparò
a gustare il frutto dell'albero della conoscenza. E che cosa accadde? Una paura
terribile assalì l'antico Dio. L'uomo stesso era divenuto il suo errore
più grande: Dio si era creato un rivale, in quanto la scienza rende simili
a Dio: per i sacerdoti e per gli dèi è finita se l'uomo diventa
scientifico! Morale: la