Biblioteca Multimediale Marxista


Elaborazione dei prigionieri



Campagna di Primavera. Fin dal primo comunicato si vuole evidenziare il legame dei termini generali della ristrutturazione dello SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali) con il termine particolare del partito, la DC; che in modo trainante se ne fa carico, nella direttrice di approfondire la crisi di regime e su questo mobilitare il MPRO (Movimento Proletario di resistenza Offensivo).
In questo senso la cattura di Moro viene collocata all’interno della problematica generale posta dal cambiamento in atto dello Stato, quale necessità, nell’ambito della crisi dell’imperialismo, di stabilizzare l’anello debole Italia, facendolo uscire definitivamente dai residui di Stato-nazione, ed affermare la costruzione dello SIM. Una costruzione che si avvale del personale politico-economico-militare imperialista, personale che anche in Italia è già emerso in modo egemone ravvisabile in tutte le forze dell’arco costituzionale, ma principalmente nella DC, che è quella trainante il processo. Questo partito è già stato individuato dalle avanguardie comuniste come il più feroce nemico del PM (Proletariato Metropolitano) e va battuto perché fulcro della ristrutturazione in SIM così da estendere ed approfondire la crisi di regime. La costruzione dello SIM è d’altra parte spinta dagli interessi dei paesi più forti della catena imperialista allo scopo di governare le trasformazioni istituzionali adeguate ad imporre le feroci politiche economiche tramite la funzione apertamente repressiva sul PM. Va sottolineato come l’O intenda dare in quel momento una lettura dello Stato che rispecchi i termini generali della sua evoluzione in Stato Imperialista come una necessità irrimandabile di adeguamento nel livellarsi al quadro imperialista che, oltre a rispondere agli interessi della BI (Borghesia Imperialista) nostrana, rispondeva anche a quelli complessivi del sistema. Quindi si parla dello Stato in questa accezione specifica di cambiamento e poiché segnava un passaggio cruciale nei rapporti di classe era necessario intervenire proprio su questo nodo per sfruttarne le debolezze.
In questo quadro la cattura di Moro non è che l’inizio di un attacco che deve essere esteso alla DC, quindi non un obiettivo simbolico, ma il dare slancio a tutta l’attività armata su cui il MPRO deve sapersi misurare. A lato le BR si richiamano al processo in corso a Torino ai militanti catturati e sulla base della forza e iniziativa rivoluzionaria, ribaltando i termini del processo che lo Stato sta conducendo, perché in realtà è il regime ad essere sotto accusa da parte del PM e delle sue avanguardie. In questo quadro si sottolinea la natura del rapporto che intercorre tra i comunisti combattenti e lo Stato che è di guerra, di conseguenza si avverte lo Stato che l’O è in grado di assumersi le rappresaglie per eventuali crimini da esso commessi, che sono crimini di guerra.
Si avverte subito il MPRO delle manipolazioni già scattate dopo l’azione come espressione della guerra psicologica scatenata dal regime, precisano che è pratica dell’O rendere tutto pubblico, in quanto le trattative segrete sono proprie delle trame della BI. Una precisazione che verrà continuamente ribadita a fronte di tutte le operazioni di mistificazione insieme al principio che nulla è nascosto al popolo.
L’O sottolinea le caratteristiche che vanno ad assumere nello SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali) le forze politiche all’interno del rovesciamento dialettico tra istanze parlamentari e Stato, per cui le forze politiche si attivizzano in funzione degli interessi e bisogni dello Stato (interessi della BI) questione che si è esplicitata completamente in questa battaglia in quanto ha significato l’attivizzazione dei partiti a sostegno delle pratiche antiterrorismo subito varate e di mobilitazione reazionaria e lealista contro l’attività rivoluzionaria. Si distingue su questo terreno il ruolo che inevitabilmente vanno ad assumere i revisionisti e i sindacati collaborazionisti in quanto quelli che possono intervenire nel campo di classe nel quadro dei cambiamenti dello Stato che si vogliono imporre, le BR evidenziano il ruolo specifico di Moro che per altro, nel lungo processo di evoluzione della DC dal dopoguerra ad oggi, ha sempre rivestito un ruolo di primo piano dentro quella che è stata la politica di questo partito a sostegno della borghesia nell’assumersi fedelmente nello scontro col proletariato le politiche antiproletarie e repressive che hanno scandito le tappe dello scontro: dalla restaurazione del potere borghese coi governi Tambroni-Scelba alla strategia della tensione come risposta alla ripresa dell’iniziativa proletaria fino ad oggi, in cui la DC, dentro un processo non lineare di rinnovamento, si è assunta la direzione del trapasso allo SIM. Trapasso che è veicolato da un progetto di riforma istituzionale che all’accentramento dei poteri all’esecutivo affianca una modifica del ruolo del presidente della repubblica tale che assuma pienamente le sue prerogative di capo della magistratura e delle forze armate (ruolo a cui Moro ambiva).
Proprio da questa figura di punta della BI l’O vuole sapere i progetti antiproletari, strutture e personale, le filiazioni e interconnessioni nazionali e internazionali sulle cui gambe marcia il progetto delle multinazionali. In concreto proprio sulle politiche antiproletarie e controrivoluzionarie si mette a nudo il nesso dell’intervanto attivo dei paesi più forti in “ sostegno” di quelli più instabili, affinché ne facciano propri i termini più avanzati. Una realtà già operante e riscontrabile nella presenza di esperti inglesi, tedeschi, israeliani, non a caso quelli che si confrontano con i livelli più avanzati di guerra di classe e di popolo, mentre gli USA già sovrintendono direttamente a questa funzione in quanto da sempre presenti in Italia. E d’altra parte proprio la NATO incarna al massimo grado la controrivoluzione imperialista. Una realtà che mette di fronte al proletariato il carattere internazionalista della guerra di classe che immediatamente antimperialista. Guerra di classe che deve tenere conto nel suo calibramento di questi fattori internazionali del sistema imperialista, che nella fattispecie va combattuto a livello continentale. Da qui e dalla disponibilità alla mobilitazione internazionalista manifestata dal PM europeo la necessità di costringere all’integrazione politica delle OCC (Organizzazioni Comuniste Combattenti) in Europa. Alla strategia del terrore imperialista va saputa contrapporre l’unità strategica delle forze comuniste. In sintesi l’O imposta il discorso politico in modo tale che emergano i legami che esistono tra lo specifico progetto di modifica istituzionale dello SIM, di cui Moro è ideatore con tutto il corollario che ne consegue [politico], e le interconnessioni della controrivoluzione imperialista come sistema, già attivizzata per sostenere questo processo. Questo al fine di rimarcare il carattere antimperialista e internazionalista della guerra di classe, su cui viene propagandata la parola d’ordine dell’unità continentale delle OCC (Internazionale Comunista).
Dopo un breve resoconto degli interrogatori di Moro nei quali, per altro, il prigioniero collabora ampiamente chiamando in correità i suoi complici, si conferma come il “nuovo regime” che si vuole instaurare sia fin nel suo profondo impregnato dai legami di interdipendenza e subordinazione con gli organismi internazionali rispetto ai piani economico, politico e militare da attuare in Italia. Quindi la cattura di Moro si qualifica come iniziativa che deve estendersi in quanto attaccare lo Stato imperialista è l’obiettivo primario per il PM se vuole disfarsi di quello che comporta il dominio imperialista e affermare il progetto comunista. In questa fase storica ciò vuol dire assumersi il portato della violenza rivoluzionaria per affrontare la contraddizione antagonista fra PM e BI. In questa fase storica la lotta di classe assume perciò per l’iniziativa delle avanguardie rivoluzionarie la forma della guerra, ed è questa che impedisce la “normalizzazione” della crisi e di riportare una vittoria tattica sul PM, ovvero sul movimento di lotta degli ultimi dieci anni.
L’O rivendica la necessità di prendere l’iniziativa nella fase che si è aperta, assunzione che ha lo scopo di determinare l’andamento della guerra. Questo però non significa che è l’avanguardia a creare la controrivoluzione in quanto questa è insita nell’evoluzione dello Stato Imperialista, semmai compito dell’avanguardia rivoluzionaria è di stanarla dalle pieghe della “società democratica”, e questo perché la controrivoluzione non è la forma ma la sostanza dello Stato imperialista. Una sostanza già posta in essere in questi anni, dalla creazione dei corpi speciali, carceri speciali, tribunali speciali e dalle pratiche antiproletarie e repressive contro il movimento proletario nelle fabbriche,nei quartieri, ecc. Ma questa controrivoluzione non ha impedito l’estendersi dell’iniziativa proletaria con lo sviluppo del MPRO fino ad assumere i contenuti e le forme della guerra di classe, guerra che deve essere estesa a tutti i centri dell’oppressione imperialista e che a questo fine presuppone che vengano operati salti politici e organizzativi relativi alla responsabilità di sviluppare la direzione rivoluzionaria di questo processo quale passaggio indispensabile verso la vittoria strategica del PM. Per quanto feroce sia lo Stato imperialista è possibile combatterlo e affrontarlo per annientarlo strategicamente, e questo al di là di chi, intrappolato dai propri legalismi piccolo-borghesi, si è arreso e ha già accettato la sconfitta.
Quindi l’O sottolinea come la questione dell’attacco allo Stato quale linea di intervento fondamentale del PM e la questione dello sviluppo della guerra sono intrinsecamente legate per affermare la progettualità comunista, l’alternativa proletaria in un discorso che ne mette in luce l’affermazione che è necessario e possibile combattere e vincere il nemico. Elementi di forza che non sono sempre e in ogni momento visibili a tutti anche perché possono essere offuscati dalla messa in campo delle risposte controrivoluzionarie.
Via via che la cattura e il processo a Moro produce i suoi effetti politici subentra da parte dello Stato e dei dirigenti DC un tipo di affrontamento che ricorre a squallide manovre e comunque sia a sfuggire al problema politico che la guerriglia gli ha posto di fronte. Anche Moro stesso, pur avendo preso atto della sua condizione di essere processato da un tribunale del popolo non sfugge a questa logica e suggerisce ai suoi complici di considerare come soluzione lo scambio di ostaggi. Le BR ribaltano questo piano, e questo non perché la liberazione dei prigionieri non sia già un punto di programma dell’O e come tale perseguito, ma perché la cattura e il processo a Moro è un’iniziativa che risponde alla necessità di approfondire la crisi di regime per risolvere la questione centrale del potere, in quanto per il PM uscire dalla crisi vuol dire comunismo. Vengono quindi ribaditi e propagandati i fini ideologici della guerra, ovvero le prospettive del cambiamento sociale verso cui tende il proletariato in quanto si tratta di assolvere al ruolo storico di dare soddisfazione ai bisogni di ciascuno e di tutti, finalità che obiettivamente scaturiscono dallo stato di crisi storica dell’imperialismo che non ha più niente da offrire e che governa sulla base della controrivoluzione preventiva, ovvero la forza è la sua unica ragione. Una natura quella della crisi storica dell’imperialismo, resa evidente in questa fase dal passaggio dalla “pace armata” alla “guerra”, passaggio che va a coincidere con la necessità della ristrutturazione dello Stato in SIM. Questa concomitanza determina l’importanza della congiuntura la cui durata ed evoluzione dipenderà da come si darà l’andamento del rapporto rivoluzione/controrivoluzione, e in ogni caso questo passaggio non sarà affatto lineare e pacifico e assumerà progressivamente i caratteri della guerra. Per parte rivoluzionaria si tratta di trasformare il processo di guerra civile strisciante in un’offensiva generale e su un progetto unitario che unifichi il MPRO e costruisca il PCC fuori dalle tendenze movimentiste e spontaneiste l’O ribadisce la concezione leninista alla base di questo processo nel rapporto che intercorre fra coscienza e spontaneità per cui l’avanguardia raccoglie stimoli e bisogni che provengono dalla classe, li centralizza e sintetizza in teoria e organizzazione stabile per riportarli alla classe sotto forma di linea strategica di combattimento, programma e strutture di massa del potere proletario. Processo tutt’altro che spontaneo, ma che è posto in essere dall’agire da Partito dell’avanguardia combattente, un’agire da Partito che, come esprime la gestione della battaglia Moro, si colloca come iniziativa politico-militare all’interno e al punto più alto dell’offensiva proletaria, cioè sulla contraddizione principale classe/Stato, sul progetto politico di ristrutturazione dello SIM come aspetto dominante di quella congiuntura.
Un agire da partito che ha un duplice carattere: disarticolazione politico-militare del nemico per rendere disfunzionale la macchina statale, e nel contempo proiettarsi dentro al movimento di massa per essere indicazione politico-militare per orientare, mobilitare, dirigere, organizzare il MPRO sulla guerra civile antimperialista. Un duplice aspetto nel quale non ci sono livelli più alti o più bassi, ma livelli che incidono e intaccano il progetto imperialista e organizzano strategicamente il PM, oppure no. L’organizzazione del potere proletario si da sulla linea d’attacco contro i centri fondamentali politici, economici e militari dello stato imperialista. Infine ribadisce il ruolo strategico della clandestinità perché si può e si deve vivere clandestinamente in mezzo al popolo e mettendo in guardia dalla visione difensiva di questa.
……………da una parte ha lo scopo di inchiodare la DC in quanto garante degli equilibri politici di trent’anni di regime, è soprattutto teso ad individuare ed accettare le responsabilità DC e dei suoi protettori internazionali rispetto agli equilibri di potere che devono essere sostenuti riguardo alla ristrutturazione dello SIM che è infatti l’aspetto centrale delle indicazioni di combattimento aperta da questa battaglia in quanto sulla ristrutturazione in SIM passa il progetto dominante nella congiuntura. Peraltro l’interrogatorio sulle responsabilità passate e presenti della DC non rivela nulla che non sia già risaputo al proletariato, perché ha vissuto le sue politiche e le sue manovre tutte sulla sua pelle, quindi non si tratta tanto di “svelare misteri”, ma di individuare le responsabilità di personaggi già ben noti al popolo come Taviani e la cricca genovese, ecc. Nel mentre si ribadisce che tutti dovranno rispondere al popolo si avverte che non c’è spazio per manipolazioni e trattative segrete, come dagli ambienti DC si cerca di accreditare. Ma, a prescindere da questi miserabili tentativi, l’O mantiene fermo il governo della gestione che si è prefisso, e la barra ferma sugli obiettivi da propagandare dentro lo sviluppo della campagna con la capacità di stigmatizzare di volta in volta i risultati politici di quello che l’iniziativa ha aperto nello scontro, chiarendo cioè quello che effettivamente si andava a coagulare come dato principale, vale a dire, malgrado lo scatenamento di una repressione indiscriminata ed estesa a tutta la classe, vi era un’offensiva proletaria in atto, nel MPRO e nelle organizzazioni rivoluzionarie, contro i covi e gli uomini della DC, della confindustria e dell’apparto militare, elemento principale appunto nello scontro, che approfondisce e da risalto al processo contro il regime, tanto da marginalizzare persino l’opera dei revisionisti, di delatori e spie del regime. Nel mentre si sottolinea questo dato significativo dello scontro, si indica la necessità di non fermarsi a contemplare i successi, men che meno a spaventarsi per la ferocia dello Stato in quanto questione prioritaria è quella di lavorare ad estendere e approfondire l’iniziativa armata, che comporta in sé la necessità fondamentale di organizzarsi (per sedimentare e non disperdere il fiorire delle iniziative), e soprattutto di assumersi la responsabilità dei salti politici da compiere, uno sprone rivolto alle avanguardie rispetto all’obiettivo della costruzione del PCC.
A conclusione del processo, le BR motivano dal punto di vista rivoluzionario e di classe le responsabilità politiche di Moro e di tutta la DC, motivazioni che sono la base per il giudizio di condanna. Da questo punto di vista le responsabilità di Moro sono quelle di tutta la DC da De Gasperi in poi e che il proletariato metropolitano conosce bene perché ha vissuto sulla sua pelle come la DC si è fatta garante degli interessi della BI interni ed internazionali che hanno significato il “garantire” lo sfruttamento del proletariato.
Seppure dall’interrogatorio è emerso anche il marciume e la corruzione della DC, le trame, i sicari palesi e nascosti, non è da questi aspetti che deriva il giudizio di condanna che invece riguarda il ruolo di questo partito nella sua funzione controrivoluzionaria al servizio delle multinazionali, si dichiara quindi Moro colpevole e condannato a morte. Infine c’è una precisazione rispetto alla circolazione delle informazioni in quanto tutto sarà reso noto ala popolo, ma tramite canali clandestini e non più attraverso la stampa ala servizio del potere.
A un mese dalla cattura, l’O intende fare completa chiarezza a fronte di tutto quello che si era innescato intorno all’iniziativa sia per parte dello Stato che per parte rivoluzionaria, soprattutto a partire dal significato della condanna che è condanna all’intera DC, alla borghesia e allo Stato e che il movimento rivoluzionario si incaricherà di portare a termine. Nel momento in cui la DC sta subendo questo attacco articolato, la sua reazione è quella, nel solco della sua vile tradizione, di sottrarsi alle responsabilità politiche in primo luogo cercando di stornare dal significato dello Stato imperialista, mutata dai suoi complici, in quanto è proprio questo l’oggetto di attacco dell’iniziativa rivoluzionaria. Un significato che però è esplicitato a pieno proprio nel contesto della cattura di Moro tanto per la repressione generalizzata, quanto per le palesi intenzioni di scatenare un’offensiva contro il movimento rivoluzionario allo scopo di annientarlo, per non parlare dell’esistenza di campi di concentramento dove sono imprigionati i comunisti, caratteristica del resto di tutti gli stati imperialisti. È proprio rispetto ai prigionieri comunisti che è in piedi un progetto di genocidio politico attraverso il trattamento in questi campi. Un modo di sottrarsi alle responsabilità che arriva al grottesco, con i cosiddetti “appelli umanitari” all’O rispetto al presunto maltrattamento di Moro, tenuto conto che proviene proprio da chi esprime il massimo della barbarie sui prigionieri comunisti. A questo proposito l’O è molto netta nel troncare ogni ambiguità, ribadendo che saprà combattere per stroncare il progetto di genocidio politico e che l’unico appello che intende fare è al movimento rivoluzionario per la distruzione dello Stato, dei campi di concentramento e per la libertà dei comunisti. Per portare alle estreme conseguenze questo aspetto contraddittorio delle reazioni della DC di fronte all’attacco, l’O la mette di fronte all’unica ipotesi praticabile di fronte a questi fantomatici appelli umanitari, cioè lo scambio di ostaggi, l’unico modo di riportare la questione sul terreno che le è proprio, quello della guerra di classe a prescindere dalla sua praticabilità. Infatti è il prodursi degli eventi a far maturare questa eventualità proprio in virtù degli effetti prodotti dai livelli di disarticolazione politica, questione che per altro rientra nelle leggi della guerra per cui in certe circostanze la condanna a morte può essere sospesa, per lo scambio di ostaggi, cosa che non significava recedere dallo scopo politico, ma in questo caso intendeva sfruttare ulteriormente le conseguenze della sentenza. Infine rispetto alle manovre (finti comunicati) di controguerriglia psicologica, l’O molto bruscamente richiama i dirigenti DC alle loro responsabilità rispetto ai giochi che stavano facendo sulla pelle di Moro. Intrighi mafiosi che buttavano fumo negli occhi e tentavano di aggirare con furbizia la questione dell’attacco e della condanna a morte, fra l’altro cercando anche di trarne un tornaconto personale di potere.
Le “estreme conseguenze” non tardano a venir fuori, infatti la DC risponde con una dichiarazione fumosa che si rifà alla “ragion di Stato” come se fosse soggetta alla legge, cosa ridicola, in quanto la DC è la principale responsabile politica delle leggi dello Stato. Si tratta di una risposta negativa senza però che se ne assuma chiaramente le responsabilità, cosa che l’O svela fino in fondo, ribadendo che l’unica possibilità di salvare Moro è la liberazione dei prigionieri. Questo è del resto l’unico piano che mette di fronte anche tutti quegli organismi e figure pubbliche che si stanno pronunciando sulla “questione umanitaria”, in quanto, se vogliono essere coerenti con i loro proclami, non hanno che da porre la questione dello scambio con i 13 prigionieri comunisti indicati dall’O fuori da ciò i loro appelli avevano solo il significato di fare quadrato a sostegno della DC, come era peraltro chiaro all’O a questo riguardo viene tolta ogni illusione a chi pensava possibile un esito incruento come per Sossi, nell’indicare i nomi dei prigionieri viene seguito il principio politico di prendere in considerazione le migliori avanguardie espresse dal proletariato, a partire da quelli di più lunga prigionia e con le pene più alte.
A conclusione dei 51 giorni l’O trae un primo immediato consuntivo della battaglia, che rende pubblico nell’ultimo comunicati rivolgendosi alle OCC (Organizzazioni Comuniste Combattenti), al movimento rivoluzionario ed al proletariato, in quanto a loro sono dirette valutazioni e indicazioni. Quello che viene in primo luogo rivendicato è che l’esito della battaglia e di tutte le iniziative che intorno ad essa si sono sviluppate segnano una cocente sconfitta del regime e delle forze imperialiste.
Un regime che in questi 51 giorni ha mostrato il suo vero volto con i rastrellamenti, le leggi speciali, le torture, con cui vorrebbe annientare la resistenza proletaria frantumando esso stesso la maschera della democrazia formale e della “legalità” borghese. Una ferocia che non dimostra affatto la forza del regime, ma al contrario la sua debolezza, un regime che ha subito l’offensiva del MPRO, di cui la battaglia Moro è solo un momento dentro al dispiegarsi delle iniziative di combattimento e di tante battaglie che si sono sviluppate per l’O è possibile dire fin da quel momento che quanto si è prodotto sul piano rivoluzionario e di classe ha impresso un formidabile impulso alla guerra di classe per il comunismo, ed è proprio di fronte a questo processo reale che le manovre controrivoluzionarie con tutto il loro armamento dispiegato, compresi gli esperti di antiguerriglia e l’attivazione dei berlingueriani, sono impotenti. Gli attacchi ai covi della DC, ai centri vitali dello Stato imperialista che si sono sviluppati intorno alla battaglia Moro, sono un primo momento che indica la necessità che su questa linea si estenda e approfondisca l’attività di combattimento concentrando l’attacco armato contro i centri vitali dell’imperialismo costruendo nel proletariato il PCC, perché questa è la strada per inceppare e vanificare i piani delle multinazionali, e per non permettere la sconfitta del movimento proletario, annientare definitivamente il mostro imperialista e costruire una società comunista. A questa prima valutazione seguirà necessariamente un bilancio complessivo politico-militare della battaglia, che verrà reso noto attraverso canali clandestini, al movimento rivoluzionario e alle OCC. La lettura dello Stato che le BR evidenziano nella battaglia Moro è tesa ad inquadrarlo costantemente nel suo stretto rapporto col sistema imperialista. Questo per evidenziare come questo inserimento comportava l’ultimazione di quei passaggi affinché diventasse a pieno titolo uno stato imperialista. L’analisi è perciò mantenuta su questo terreno ed è quindi necessariamente di tipo generale e quindi prevalentemente calibrata sulla trasformazione. E questo per la necessità che ci fosse il massimo di coscienza sulla natura di questa trasformazione, che segnava un passaggio cruciale per le BR e per il proletariato, e come si sarebbe dato questo passaggio era di enorme importanza per le sorti dello scontro rivoluzionario. Quando le BR accennato al fatto che lo Stato si stava liberando degli ultimi residui di “Stato-nazione” non intendono caratterizzare la sua “arretratezza” visto che anche in Italia il personale politico imperialista nei partiti e nella burocrazia di Stato era già egemone, ma legare la sua specificità di percorso al suo essere comunque interno al sistema imperialista e nel sottolineare questo rapporto, chiarificare la natura della trasformazione da attuare, vale a dire liberarsi di questi residui per la BI significava adeguare le forme istituzionali in modo da completare anche il processo politico necessario allo Stato imperialista. In sintesi, questo modo di porre la questione dello Stato rispondeva in effetti alla situazione di allora in cui quel preciso passaggio dello Stato imperialista era fortemente “promosso” dagli altri Stati imperialisti che richiedevano una stabilizzazione a loro necessaria dell’Italia, in quanto anello debole proprio per quella specificità a cui la riforma istituzionale in qualche maniera intendeva dare soluzione.
Un quadro dello Stato che in seguito, evolvendo non si presenterà più in questi termini, non vi è dubbio che la battaglia Moro è la prima iniziativa che entra direttamente nel rapporto di scontro con lo Stato, nel senso che per la prima volta viene affrontato nel suo significato di attacco agli equilibri politici dominanti. E questo comporta che tutte le argomentazioni e di tipo propositivo e di analisi politica sono incanalate sull’attacco allo Stato, e stante il livello raggiunto dal processo rivoluzionario questo significava anche capacità di articolazione dell’attacco a tutti i livelli dell’aggressione imperialista, attacchi che dovevano essere sempre in rapporto ala contraddizione principale e, all’interno di essa sull’aspetto dominante della congiuntura. In altri termini articolare a tutti i livelli l’attacco non significava colpire indiscriminatamente simboli o contraddizioni secondarie, ma indirizzarlo sempre sugli equilibri politici dominanti, ovvero gli equilibri di potere allora incarnati soprattutto alla DC. Ed erano materialmente dati dalle forze organizzate della guerriglia sul territorio nazionale, in altri termini l’articolazione dell’attacco dai nodi nevralgici ai centri periferici riflettere concretamente la costruzione-elevamento della guerra di classe fatto vivere nel duplice piano dell’iniziativa combattente, cioè, di distruzione/costruzione, come è esplicitato dallo slogan: “a tutti i livelli dell’oppressione imperialista, a tutti i livelli della composizione di classe”.
In altri termini già in quella congiuntura le BR si misuravano con la necessità di connettere in un processo politico-militare il più possibile unitario l’attacco, la costruzione e elevamento della guerra di classe, in quanto processo che viveva realmente di questi termini stante anche la mobilitazione armata che si è sviluppata con la battaglia Moro e che poneva compiti di direzione rispetto all’innalzamento e sempre presente nella coscienza dell’O ed è lo scopo a cui lavorano proprio dentro a quella che era l’analisi di passaggio di fase in riferimento a cui intendevano costruire le condizioni più favorevoli per il terreno rivoluzionario, con l’obiettivo di trasformare una guerra civile strisciante e ancora dispersa in guerra civile. Entro questa coscienza le BR lavorano alla sedimentazione di questi livelli d’iniziativa politico-militare in organizzazione di classe armata, in questo senso cruciale era verificare le iniziative sull’indirizzo strategico di attacco allo Stato, capace di mettere il MPRO nelle condizioni di fare i salti politici, vale a dire la capacità di assumersi la responsabilità della direzione della guerra di classe, e cioè consolidamento dell’organizzazione rivoluzionaria della classe con riunificazione del PM e unità dei comunisti per la costruzione del PCC. Quello che va sottolineato è che gli obiettivi politici su cui hanno lavorato le BR (indicazioni di combattimento, i salti da compiere sul terreno di direzione, chiarificazione del terreno di guerra di classe, su cui tale intervento era la l.a. …) erano assolutamente indispensabili considerando che lo scontro rivoluzionario si situava in una congiuntura di transizione dentro la quale la guerra di classe avanza nei termini posti dall’O o si sarebbe corso il rischio di perdere terreno e d are alla BI e allo Stato tempo e modo di reagire e “riprendersi” dallo stato di crisi politica, così da riaggiudicarsi il suo intervento sull’andamento dello scontro. Non erano perciò “obiettivi” “troppo avanzati” come spesso è stato detto fuori luogo nelle critiche postume, ma quelli necessari e corrispondenti a quella situazione dello scontro, casomai è vero, al contrario, che la loro non completa realizzazione è stata causa dell’accumularsi critico delle contraddizioni in campo rivoluzionario.
A merito dell’O va detto che nella gestione della battaglia e più in generale nella campagna di primavera questi obiettivi politici, oltre ad essere stati da essa praticati, sono stati propagandati al massimo affinché il MPRO assumesse in piena coscienza il terreno della guerra di classe nei termini in cui doveva essere assunto in quella congiuntura di transizione, affinché superasse i particolarismi e le visioni delimitate dello scontro. Da un punto di vista più generale, la gestione della battaglia Moro è esemplare nel come riesce ad esplicitare l’articolazione della LP (linea politica) della DS ’78, ma soprattutto nella sua essenza incarna l’assunzione e la esternazione della legalità rivoluzionaria e proletaria, materializzata al massimo grado nel processo popolare. Questione di grande importanza strategica ed ideologica, in riferimento alla pratica del contropotere proletario possibile nel corso del processo rivoluzionario e che ha un forte valore propedeutico nell’esercizio della giustizia proletaria in quanto sorte della BI è quella di essere alla fine giudicata e condannata dal PM.
Restano da fare considerazioni generali aperte dalla congiuntura di transizione sul piano dell’agire tattico. Infatti l’iniziativa Moro si situa al coronamento del processo di sviluppo della guerra di classe raggiunto fino a quel momento che aveva prodotto con lo sviluppo dell’autonomia di classe e del MPRO, un vasto potenziale rivoluzionario con caratteristiche da “guerra civile strisciante”. In questo quadro la cattura di Moro è la battaglia principale di una campagna che le BR approdano ai fini del cambiamento della fase rivoluzionaria. Si trattava cioè, a fronte di uno scontro che al lato della crisi della BI evoleva obiettivamente dalla “pace armata” alla “guerra”, di assumere l’iniziativa per stabilire le condizioni rivoluzionarie in grado di sviluppare le premesse alla guerra civile. In questo senso la battaglia se da un lato porta ad esaurimento le caratteristiche delle fasi rivoluzionarie di propaganda armata, nel contempo ha in se le premesse proprie dell’agire tattico che deve vivere nella congiuntura di transizione vale a dire un agire che, pur dominato ancora dalla massima disarticolazione politica dell’attacco allo stato, deve operare a un certo grado di distruzione pol-mil del nemico.
Infine le caratteristiche della battaglia che va dalla cattura al processo all’esecuzione di Moro contengono tanto in concreto quanto in potenziale le tre direttrici di sviluppo della guerriglia:
- concentrazione e mobilità delle forze per condurre un’azione rapida e di sorpresa, come si verifica ala momento della cattura;
- prolungamento del tempo ai fini del più ampio sviluppo delle contraddizioni del nemico e della massimizzazione dei vantaggi politici, che con la battaglia Moro si è dato con la durata del sequestro;
- muoversi per campagne nell’estensione e attivazione su tutto il territorio delle strutture di O soprattutto nei grandi poli industriali sullo stesso obiettivo di combattimento, sviluppando tante azioni contemporaneamente.
Queste direttrici con la battaglia Moro sono portate rispetto alla fase precedente ad un grado di articolazione maggiore, mentre in ragione del principio tattico operante in quella congiuntura non si da ancora sviluppo all’altra direttrice, ossia le grandi e medie battaglie che impegnavano il nemico con forze consistenti.



OPUSCOLO N°5 ottobre 1978

L’opuscolo sviluppa ulteriormente la sintesi politica e la propaganda sulle direttrici lanciate dalla Campagna di Primavera e in rapporto a come si era evoluto il terreno da questa aperto. Con l’estensione della LA e lo sviluppo stesso del MPRO vengono affrontati in maniera più approfondita i compiti di radicamento e sviluppo della costruzione della guerra di classe. Più precisamente viene sviluppata sul piano distruzione-costruzione la direzione rivoluzionaria e il massimo della dialettica con i settori di classe operaia attivizzati sulla LA e il MPRO. Quindi, nell’opuscolo, tutta l’analisi formulata in relazione a questi fini politici, cioè inquadrando gli aspetti particolari delle politiche dello stato e delle scelte padronali che si ripercuotevano fin dentro la fabbrica, sul piano complessivo della crisi dell’imperialismo. Si può però ipotizzare che l’opuscolo sia prodotto dal fronte delle fabbriche.
Punto di partenza è proprio quello di individuare le linee portanti della ristrutturazione delle multinazionali ai fini di stabilire le indicazioni di combattimento, linee interne alle strategie delle multinazionali per far fronte alla crisi dell’imperialismo. Ed è proprio nel caratterizzare la crisi dell’imperialismo che si ha la lettura più aderente a quella che era la fase di scontro sul piano mondiale. Non v’è dubbio che alla fine degli anni ’70 l’incalzare delle lotte di liberazione, le lotte della classe operaia in Europa e Usa , la guerriglia nella metropoli avevano portato all’inceppamento degli strumenti di recupero politico-economico-militare dell’imperialismo, un vero e proprio accerchiamento dell’imperialismo che già nel ’75 lo aveva iniziato a stringere d’assedio, tale da caratterizzare la fase come le BR avevano ben individuato nell’inquadramento generale della crisi dell’imperialismo fin dall’inizio. Ma è nel ’78-79 che ci sarà un’impennata quantitativa e qualitativa dei processi di liberazione dei popoli e di lotta di classe tale da divenire chiaramente il fattore determinante la crisi e a qualificarla come crisi di egemonia. In sintesi, quest’ultimo fattore, sopraggiungendo alla crisi strutturale porta la crisi ad un livello generale e complessivo, le lotte di liberazione e di classe, in quella fase, erano i catalizzatori della crisi interna del capitale, tali che le stesse contromisure prese si trasformavano in ulteriori fattori di contraddizione. Come non mai, quando la crisi raggiunge caratteri complessivi, l’imperialismo reagisce come sistema, una reazione che ha alla base l’interdipendenza economica che fa si che la crisi si ripercuota su tutti gli anelli e in questo caso proprio per la sua gravità tocca anche paesi forti, ma è l’accerchiamento da parte delle lotte di liberazione e di classe che mettendone in discussione il dominio costringe gli organismi soprannazionali dell’imperialismo ad adottare strategie di sopravvivenza e in difesa degli interessi delle multinazionali. E poiché l’elemento scatenante della crisi è dato proprio dalla messa in discussione del piano del potere la strategia è quella della ristrutturazione degli strumenti di dominio, sia dentro gli stati che a livello degli organi soprannazionali. In questo senso il carattere di queste ristrutturazioni è intrinsecamente controrivoluzionario in quanto prerequisito è fare indietreggiare le posizioni raggiunte dalla classe operaia e dai movimenti di liberazione. Accerchiamento che le BR sottolineano non significa “capitolazione” dell’imperialismo, ma sviluppo di processi di ristrutturazione dei suoi strumenti di dominio.
L’aver identificato la crisi di dominio come fattore caratterizzante la crisi in quella fase significava tutt’altro che mettere in secondo piano le contraddizioni economiche in quanto proprio queste venivano acutizzate dall’influenza immediata dei fattori politici di crisi sia per la sottrazione di mercati determinata dalla liberazione dei paesi dipendenti, insieme alla loro maggiore forza contrattuale sui prezzi delle materie prime, sia per la forza della classe operaia che opponeva una maggiore rigidità allo sfruttamento, con una tenuta dei salari, limitando profitti. In questo senso le BR non concedono niente a letture fenomeniche, che erano alimentate da come allora si presentava la crisi di un dominio forzoso privato delle contraddizioni fondamentali del capitale da superimperialismo, al contrario la loro lettura scaturisce da un’analisi marxista rigorosa della dinamica del capitale e dei caratteri di sviluppo contemporanei, cosa dimostrata anche in questo opuscolo, dove oggetto centrale dell’analisi sono i termini economici. I compagni partono dall’analizzare gli aspetti più evidenti, tipici di quel periodo, che immediatamente si ripercuotevano sulla crisi dei profitti, vale a dire il ristagno della domanda e gli alti tassi di inflazione, legando giustamente questi aspetti alla limitazione dei profitti determinata dalla forza della classe operaia e dai processi di liberazione. Questa limitazione dei profitti è l’espressione ultima della crisi di sovrapproduzione e di caduta del saggio medio di profitto alla base dell’inceppamento dei meccanismi dell’accumulazione capitalistica ed è proprio in questo punto dell’analisi che è evidente l’impostazione materialistica dei compagni (fuori da concezioni d crisi crollo) consapevoli della dinamica intrinseca al capitale che attraverso la dialettica crisi-ristrutturazione pone in essere processi di concentrazione, da un lato, e di espansione dei suoi mezzi di produzione, dall’altro.
N. lo scritto presenta discontinuità e avanzamenti rispetto all’approfondimento e articolazione dell’analisi economica. Discontinuità laddove per argomentare il carattere della crisi si ricade negli errori di crisi di sottoconsumo (come nella DS ’75), nello specifico nel far coincidere il significato di sovrapproduzione con la produzione di troppe merci rispetto all’assorbimento del mercato, mentre è noto che si deve parlare di sovrapproduzione quando periodicamente si producono troppi mezzi di produzione, merci, ecc… che sono superflui rispetto al grado di sfruttamento richiesto, cioè che non possono agire come capitali. È vero che alla crisi generale di sovrapproduzione si univa l’esaurimento del ciclo espansivo con la messa in crisi dei settori produttori di beni di consumo, eh verosimilmente per la sua dimensione appariva come l’aspetto predominante considerando che alla caduta della domanda dei beni di consumo seguiva l’aumento dei prezzi delle materie prime, vedi petrolio, e il perverso meccanismo dell’iperinflazione innescato dalle politiche keynesiane di quel periodo, basate su una leggera stimolazione dell’inflazione. Tutti fenomeni tipici di allora che i compagni individuano correttamente come gli “aspetti evidenti” della crisi.
In riferimento ai caratteri della crisi, cioè di sovrapproduzione assoluta di capitali, da cui il capitale può uscirne solo riattivando i meccanismi di accumulazione e riallargando la base produttiva, due erano le soluzioni fondamentali possibili in quella fase: la rima relativa alla produzione nel cuore dell’imperialismo si basava sull’introduzione di nuove tecnologie che comportavano processi di riconversione e ristrutturazione di enorme portata perché investivano tutto l’apparato produttivo, una scelta obbligata stante la rigidità acquistata dalla classe operaia nel centro imperialista. La seconda era data dall’esportazione nei paesi dipendenti dei mezzi di produzione obsoleti, sulla cui base si rideterminavano i rapporti di sfruttamento e subalternità verso questi paesi.
L’intervento degli organismi soprannazionali a sostegno del capitale, che è una costante nella fase dell’imperialismo, assume in rapporto alla natura della crisi ed alla sua generalizzazione un carattere di rigida “pianificazione”,stante la portata delle misure da adottare e considerando che una simile riorganizzazione dell’apparato produttivo avviene entro una rigida divisione a livello internazionale delle aree di produzione e di mercato. Quindi gli organismi soprannazionali, in particolare FMI e CEE, sovrintendono non solo ai pini generali che si danno in un’ottica internazionale, e che stabiliscono in dettaglio cosa, come e quanto produrre, ma anche agli indirizzi specifici che ogni stato è tenuto a seguire. Anche la BI italiana sceglie di imboccare la strada delle ristrutturazioni, e lo stato al riguardo ha già predisposto un “piano di riconversione industriale”, ovviamente interno al rigido indirizzo dato dagli organismi soprannazionali, funzionale a sostenere lo svolgersi di questa riconversione, stabilendo priorità, condizioni e finanziamenti. Le BR sottolineano il ruolo che svolge lo stato al servizio della BI quale supporto indispensabile soprattutto per farla uscire dalla crisi, con l’obiettivo di ridare efficienza all’apparato riproduttivo ristrutturato a livello multinazionale e questo stando obbligatoriamente entro i limiti della posizione gerarchica dell’Italia, senza cioè sconfinare rispetto ai paesi più forti (USA, RFT, Giappone).
In questa analisi emerge come non mai come si è evoluto il ruolo dello stato rispetto al suo farsi garante dell’interesse generale della BI come si evince dallo stesso piano di riconversione a sostegno del proprio capitale multinazionale, un dato che proprio in rapporto alla fase odierna dell’imperialismo vive in stretta interazione con le pianificazioni economiche degli organismi soprannazionali, una peculiarità dell’oggi alla cui base sta l’integrazione e l’internazionalizzazione raggiunta dal capitale multinazionale. Livelli di intervento che per quanto intendano sostenere il capitale sono tutt’altro che la possibilità di pianificare la soluzione della crisi, tant’è vero che la necessità di allargare la base produttiva non è stata raggiunta, anzi questa ha visto una sostanziale restrizione.
Secondo il “piano di riconversione” la ristrutturazione doveva seguire 4 direttrici principali:
La prima. Ristrutturazione prioritaria dei settori trainanti a tecnologia avanzata, prioritaria in quanto vanno garantiti gli sbocchi di mercato alle multinazionali più forti, che sono quelle che accumulano maggiori profitti. Settori trainanti che sono il cuore della potenza dell’imperialismo e che riguardano: nucleare, elettronico, bellico aerospaziale. Di questi settori sono assegnati all’Italia spezzoni di ciclo produttivo a livello tecnologico intermedio.
La seconda direttrice è la generalizzazione dei sistemi produttivi ad alto livello tecnologico e a più alta intensità di capitale in tutti gli altri settori, un processo che porta ad espellere forza-lavoro in modo massiccio perché l’automazione sostituisce gli operai. È dalla riconversione di questi settori che i macchinari arretrati vengono esportati nei paesi del terzo mondo dove le multinazionali ne trarranno ancora profitto sfruttando la manodopera a basso costo.
La terza direttrice è la riconversione della piccola e media industria in funzione delle multinazionali.
La quarta direttrice è lo sviluppo del settore bellico.
Le BR analizzano questo aspetto come uno sviluppo legato agli sbocchi di guerra controrivoluzionaria al proprio interno che di guerra imperialista. In questa logica il settore viene visto come destinato a una sicura espansione, argomentata con i dati della “corsa agli armamenti” (spese Nato nel conflitto Est/Ovest) e dati statistici sul mercato delle armi, in cui si è inserita anche l’Italia. L’attenzione dei compagni è soprattutto focalizzata sull’armamento dello stato per l’ordine pubblico: le produzioni di armi per questo fine vengono viste in progressione, con un “contagio” sui rimanenti settori economici tanto da accennare a esigenze di “economia di guerra”. Ma a parte questa affermazione imprecisa e poco argomentata, una affermazione giusta è che lo sviluppo bellico non sarà mai una soluzione alla crisi perché improduttivo, in quanto il capitale non fa la sua circolazione, rialimentando la crisi e aggravando il bilancio dello stato.
I settori produttivi individuati sono quelli in cui si concentrano le contraddizioni principali sia tra i vari strati di borghesia che tra borghesia e proletariato, in questo senso per la BI affrontare nel modo dovuto questa ristrutturazione significa, da una parte, riassestare i meccanismi di accumulazione del capitale, ristabilire nuovi livelli di sfruttamento e nuove forme di controllo sulla classe operaia, motivo per cui saranno questi settori trainanti ad essere per primi oggetto di ristrutturazione.
La conseguenza dell’applicazione di queste linee di ristrutturazione è il superamento all’interno dello stato ristrutturato delle contraddizioni politiche esistenti tra i vari gruppi economici, così che non ha più senso parlare di contraddizione tra industria pubblica e privata (se non in forma molto secondaria) in quanto il confronto avviene tra multinazionali che tendono superare i contrasti politici per spartirsi la torta sotto il controllo di esecutivo e confindustria (es: ”pace nucleare” tra Fiat e Finmeccanica), e seguono le stesse linee e logiche nella ristrutturazione, un dato che le BR sottolineano per sfatare la demagogia del Pci nella difesa dell’”industria pubblica”.
A dirigere la ristrutturazione dell’apparato economico del paese viene istituito il CIPI, organismo apposito dell‘esecutivo che comprende i ministeri economici e la banca d’Italia e che sulle linee del piano di riconversione industriale” sviluppa piani di settore, interni alle direttive soprannazionali nell’istituzione stessa di questo organismo si esplicita la tendenza alla centralizzazione in funzione di una direzione unificata dell’intervento economico che superi anche le contraddizioni tra istanze politiche, ministeri, interessi locali. Un approccio che qualifica l’intervento dello stato nell’economia rispetto a quella fase di crisi e che alla “programmazione” rispetto alla ristrutturazione unisce il compito fondamentale di reperire i fondi per le multinazionali ,fondi che nella crisi sono destinati non solo all’industria pubblica ma anche a quelle private. In ciò si esplicita, nella fase dell’imperialismo, la funzione cardine dello stato-banca, perché è lo stato che può farsi carico di rastrellare finanziamenti con l’aumento delle tasse, i costi dei servizi, ecc., comprimendo le condizioni proletarie, ma, con la crisi, toccando anche le fasce di piccola borghesia che privata dei suoi piccoli privilegi, finisce per contrapporsi talvolta alla borghesia imperialista. Per altro verso i pesi imperialisti usufruiscono dei finanziamenti sul mercato internazionale, tanto degli organismi finanziari internazionali , quanto negli stati più forti. A questo proposito i compagni interpretano la necessità di ricorrere ai forti tagli alla spesa pubblica per reperire fondi del bilancio dello stato come conseguenza della difficoltà di ottenere finanziamenti sul mercato internazionale (come se non ci fossero sufficienti risorse per tutti): una interpretazione che non corrisponde alla realtà dell’economia capitalistica in quanto se venivano negati i finanziamenti internazionali più che essere un problema di reperibilità dei fondi, questo manifestava la volontà di spingere l’Italia a intervenire indirettamente per abbassare il valore della forza lavoro.
Rispetto ai provvedimenti di quel periodo i compagni registrano tutte le iniziative e leggi che vengono fatte, compresa quella delle “regioni”. Quest’ultima in particolare poteva effettivamente dare adito a chissà quali sviluppi sul piano dell’articolazione locale delle direttive centrali prospettando un’ipotetica razionalizzazione tra centro e periferia sulla quale poteva trovare impulso una corrispettiva articolazione locale sia delle linee neocorporative Stato-confindustria-sindacati che dalle strutture territoriali della confindustria (le “feder-industria”) nell’ottica di gestire la ristrutturazione industriale capillarmente. Se la legge sulle “regioni” intendeva rispondere a questo tipo di esigenze della BI, l’applicazione pratica è rimasta almeno in quella fase sulla carta, se non sul piano di esiti di tipo amministrativo, mentre soprattutto lo sviluppo neocorporativo e delle politiche confindustriali si è dato in senso fortemente centralizzato.
Riguardo alla confindustria si ribadiscono i concetti della DS ’78, quale centro di iniziativa padronale che nel suo ristrutturarsi ha portato a compimento la costruzione di un’unità politica sulla linea della borghesia imperialista. Un processo che dal ’70 al ’78 ha effettivamente unificato politicamente tutti i padroni (anche piccoli e medi e l’intersind), unificazione avvenuta soprattutto negli accordi contro la classe operaia. La confindustria essendo l’asse portante dell’iniziativa imperialista nella ristrutturazione, è quella che elabora piani e li propone all’esecutivo e che interviene su ogni ambito e questione della vita politica del paese facendo contare le sue posizioni. Più precisamente rispetto alla crisi e alle linee per uscirne la Confindustria, oltre a dotarsi di un suo centro dati, si è soprattutto impegnata nella formazione di quadri nell’ottica di creare “manager” rispondenti alla struttura dirigenziale delle multinazionali, sotto la parola d’ordine dell’efficientismo e l’imprenditorialità, così da poter articolare in modo univoco ad ogni livello la sua linea politica nelle ristrutturazioni, una formazione di mananger che è anche curata direttamente da ogni multinazionale. Queste scuole dirette da “esperti” il cui ruolo è stato spesso camuffatola studiosi e professori, elementi dirigenziali da individuare e colpire, non a caso queste teste pensatisi ritrovano poi negli organismi soprannazionali e nei centri di direzione imperialista e non è un caso che ruotino nell’area DC, nei suoi centri studi.
Le conseguenze previste della ristrutturazione nelle fabbriche venivano individuate in:
-La disoccupazione: questa si sarebbe data sia per la chiusura di fabbriche piccole e medie, sia con la cassa integrazione, pensionamento anticipato, blocco del turn-over e, dove erano in grado, con licenziamenti politici motivati da assenteismo. Una disoccupazione che proprio per i piani di riconversione con l’introduzione di tecnologie che avrebbe comportato, diveniva un dato stabile e tendenzialmente progressivo, con tutto il portato di contraddizioni e conflitti sul piano di classe, ma che in ultima istanza, per il loro portato di radicalizzazione, avrebbe favorito le condizioni dello scontro rivoluzionario.
- La mobilità: strumento che per i padroni aveva, come sempre ha due obiettivi: il primo è l’utilizzo razionale degli impianti, il secondo la rottura della capacità di resistenza e lotta della classe operaia, una mobilità che avviene da reparto a reparto e tra fabbriche dello stesso padrone, mentre quello che i compagni definivano”mobilità regionale” nei fatti non si è poi verificata, non solo perché priva dei presupposti di convenienza economica per il capitalista, ma anche perché non si sono attivati quegli organismi regionali di coesione prefigurati.
- L’aumento della produttività e quindi dello sfruttamento operaio che passa in primo luogo con il livello tecnologico che doveva essere introdotto, e con il taglio dei tempi, aumento dei ritmi, straordinario fino di sabato e lavoro notturno.
Per garantirsi l’applicazione di queste ristrutturazioni, stante tutte le conseguenze a carico degli operai, i padroni puntavano su tre strumenti: patto neocorporativo, militarizzazione delle fabbriche, ristrutturazione del comando.
La gerarchia di fabbrica doveva essere necessariamente riqualificata in rapporto al tipo di ristrutturazione che doveva essere introdotta, riqualificazione che sostanzialmente doveva formare un personale che a tutti i livelli della gerarchia fosse in grado di avere una visione insieme tecnica e politica, ricomponendo cioè il lavoro dei “tecnici”, quei dirigenti che dietro le quinte studiano le tecnologie e come devono essere applicate, e dei “politici”, incaricati dei rapporti con gli operai e i sindacati. In questo senso le scuole quadri dovevano formare dirigenti in grado di avere sia la conoscenza del funzionamento della produzione sia un’elevazione politica e culturale che gli consentiva di aver chiari gli obiettivi complessivi per cui lavoravano. In sintesi per colpire la struttura di comando non era sufficiente individuare i capi più reazionari, ma arrivare ai livelli decisionali sempre più centralizzati anche se meno esposti, a partire dal loro effettivo ruolo.
Il secondo strumento è la militarizzazione dei luoghi di lavoro con la velleità di stroncare la capacità di resistenza della classe operaia e il diffondersi della lotta armata. Da questo punto di vista le fabbriche assomigliano sempre più a caserme, con la presenza di guardiani, digos in incognito, accompagnata da una attività spionistica capillare a cui lavorano finti operai, ex CC, fascisti, ecc. I compagni nella militarizzazione includevano anche l’introduzione di macchine a controllo numerico (come pure i collaudatori nelle fabbriche militari). Non v’è dubbio che la macchina a controllo numerico determina un controllo di quanto produce l’operaio, i suoi tempi movimenti, ecc, ma ci sembra azzardato motivare la sua introduzione a scopo di controllo, fuori dalla sua funzione produttiva, sarebbe come trasportare su un piano soggettivo un portato oggettivo proprio all’introduzione di macchinari tecnologizzati che di per sé, obbligando l’operaio ai suoi ritmi, contribuisce al comando dispotico del capitale sul lavoro.
Terzo e più importante strumento è la costruzione del patto neocorporativo che in quella fase si proponeva di coinvolgere il PCI nella gestione della ristrutturazione rispetto alle sue conseguenze sulla classe operaia. Una corporativizzazione che come sempre partiva dal presupposto di marginalizzare l’identità operaia per coinvolgere gli operai intorno alle scelte padronali e stornarli dagli obiettivi politici di classe, perseguendo in questo modo il tentativo di “pace sociale” e isolamento della lotta armata. Su quest’ultima questione il PCI era particolarmente attivizzato e non solo, ma anche nell’isolare le avanguardie e tutte le pratiche violente e incisive e denigrare i compagni che già praticano la lotta armata. Un attivismo che non disdegna la delazione e lo stretto controllo delle situazioni operaie, fino agli scioperi reazionari “contro il terrorismo” fatti insieme ai poliziotti.
Nell’analisi del riformismo in rapporto alla crisi e alla ristrutturazione i compagni affermano che il ruolo del PCI andrà a definirsi sempre più come apertamente controrivoluzionario in quanto la crisi brucerebbe le possibilità di risolvere in termini di mediazione le contraddizioni con la classe operaia. Se ne conclude che la borghesia imperialista si prepara alla guerra come solo modo di contrapporsi al proletariato. Nella fase passata il PCI aveva potuto fare una politica basata sul tentativo di deviare in senso riformista le lotte operaie, tutt’al più reprimendo selettivamente le avanguardie per contrastare il contropotere operaio, e questo perché in quella fase l’enorme crescita dei profitti consentiva di rispondere parzialmente alle richieste operaie, e si dava anche la possibilità dell’ammodernamento riformista dello Stato, un contesto in cui il PCI poteva parlare di “nuovo modello di sviluppo” su cui incanalare in senso riformista le tensioni operaie.
Era quello il periodo in cui due ipotesi strategiche si contrapponevano nella borghesia imperialista, quella golpista, che poi è stata sconfitta, e quella illuminata che puntava sul pieno sviluppo delle articolazioni dello Stato democratico, ed è quest’ultima che il PCI caldeggiava cercando di coinvolgere la classe in un’ipotesi strategica che sfruttava tatticamente le contraddizioni interborghesi.
Con il blocco dell’accumulazione cadono le mistificazioni riformiste e i compagni valutano che l’unica strada della borghesia imperialista sarebbe quella di preparare la guerra contro la classe operaia. In questo quadro il ruolo del PCI va a smascherarsi fino in fondo costretto a schierarsi organicamente a sostegno della borghesia imperialista ( come era evidente nel ’73 con il sostegno al governo di unità nazionale). Ridefinendo il suo ruolo in funzione della strategia di ristrutturazione imperialista dello Stato facendosi garante di coinvolgere la classe operaia a sostegno di questa linea strategica.
Una linea che in concreo si traduce in repressione dell’autonomia di classe e la cogestione per costruire il patto neocorporativo. Per i compagni, cioè, la borghesia imperialist affida al PCI il compito di “mettere ordine nelle fabbriche” il che vuol dire opera di individuazione dei compagni che praticano la lotta armata, e intervento preventivoverso la massa di operai che appaiono “indifferenti” e quindi sospetti. Intanto sdi rende subito disponibile alle ristrutturazioni economiche per gestire le conseguenze antioperaie visto che la resistenza della classe operaia è il principale ostacolo alla ristrutturazione economico-politica-militare dello SIM, motivo per cui la BI scatena la guerra contro il proletariato. È rispetto a questi scopi che il sindacato diviene centrale sia rispetto alla BI che al PCI visto che è la sola organizzazione di massa degli operai. Si chiede al sindacato di assumere sempre di più un ruolo politico rispetto alla cogestione necessaria per costruire il patto neocorporativo. Per contro non ci sono contropartite da offrire, anzi la crisi porta operai e padroni a scontrarsi sul terreno economico. Questa contraddizione, intrinseca al progetto del patto neocorporativo, diventa la contraddizione del sindacato nel rapporto con la classe operaia. L’assunzione di questa linea si traduce nel fatto che i vertici sindacali si trovano a cancellare ogni tratto di classe dal corpo sindacale, per potersi adeguare ai modelli di cogestione inglese e tedesco. Una scelta che si concretizzava allora nel dotarsi di una nuova linea di politica economica del sindacato: piena occupazione, investimenti, perequazione dei salari, appoggio alla riforma sanitaria, obiettivi demagogici che dimostrano la volontà di dialettizzarsi con la ristrutturazione economica e quindi cogestire le sue conseguenze in fabbrica. Ma malgrado questa volontàil sindacato è obbligato per la sua stessa sopravvivenza al “consenso” operaio, ai rapporti con la classe, e quindi, quando non riesce ad incanalare le lotte, si trova obbligato a cavalcare e anche a promuovere le rivendicazioni operaie, finendo anche con l’andare in contraddizione con la dichiarata disponibilità politica dei vertici sindacali. Una situazione contraddittoria che la classe vive, rispetto al suo istinto di classe, in modo ambivalente: quando le scadenze sono indette dal sindacato su obiettivi di cogestione, la partecipazione è scarsa, comunque vissuta passivamente, pur non rinunciando mai ad ogni scadenza per il rifiuto intrinseco del crumiraggio e degli atteggiamenti qualunquisti. Se invece è il sindacato a dover cavalcare l’iniziativa operaia, c’è una forte partecipazione di massa, capace di esprimere attivamente autonomia politica, motivi questi per cui il sindacato limita più che può le iniziative di sciopero e mobilitazione,proprio perché non è in grado di controllare il movimento di resistenza che si è sviluppato a partire dalle fabbriche intorno alla l.a. contro la ristrutturazione. La L.A. per il C che ha spazato via le illusioni gruppettare e neorevisioniste dando forza e continuità al movimento di resistenza.

Nota. In alcune parti di questo documento ci sembra si intraveda la contraddizione relativa alla linearizzazione del giusto concetto del passaggio dalla fase generale di pace armata, alla guerra, visto come processo già in atto, di scelta della borghesia imperialista nel rapporto col proletariato, come si evince dalle considerazioni sul bellico e, in modo più evidente nell’analisi sul riformismo tale da renderla controversa. È evidente che questa contraddizione in questo documento è solo embrionale, non è ancora una teorizzazione, come lo sarà in futuro, verosimilmente indotta in questo stadio dal leggere la progressione della lotta armata sul territorio nazionale e i provvedimenti controrivoluzionari antiguerriglia dello Stato come l’immediata assunzione dei termini di guerra in forma assoluta da parte dello Stato di contro alla classe lettura che già contiene l’inevitabile impoverimento dell’analisi dello Stato e dei suoi strumenti di governo, ad esempio laddove si afferma che sono “bruciati” i margini di mediazione “riformista” rispetto al rapporto con la classe. Si argomenta ciò confondendo in primo luogo riformismo e socialdemocrazia. Mentre la socialdemocrazia è effettivamente stata espressione della fase di espansione delle forze produttive, e quindi storicamente da tempo esaurita, il riformismo è espressione politica propria allo Stato imperialista, ai suoi strumenti di governo, intrinsecamente legato all’annientamento e, in quanto tale, la crisi economica non elimina le condizioni della sua esistenza restando una necessità, pur nella mera forma ideologica e questo anche quando nella fase della guerra prevale il termine dell’annientamento rispetto al riformismo.
Ulteriori argomentazioni su questa falsariga sono portate equivocando la congiuntura politica precedente, quella che a partire dai sovrapprofitti aveva fatto vivere l’ipotesi del compromesso storico come se si fosse di fronte ad una espansione delle forze produttive, quando, come si è detto negli altri documenti è dagli anni ’70 che il capitale, entrando nella crisi generale di sovrapproduzione, non può più espandere le sue forze produttive. In sostanza, per sostenere l’abbaglio politico di una entrata in guerra della borghesia imperialista contro il proletariato in quella congiuntura, se ne dà una motivazione economica legata alla crisi, confondendo aspetto particolare con il piano generale. Dentro questo schematismo in cui è analizzato anche correttamente il ruolo del PCI, viene potenzialmente unificata l’analisi corretta fatta nella DS ’78 sull’avvicendamento delle fasi pace armata-guerra, in cui i compagni non assolutizzano mai del tutto uno dei termini del binomio riformismo-anientamento, perché anche nella fase di prevalenza degli strumenti controrivoluzionari e repressivi contro la classe, lo Stato continua ad usare gli strumenti politici, un piano di totale guerra col proletariato è pressoché impossibile a sostenere, a meno che non ci si trovi vicino alla presa del potere, con una crisi rivoluzionaria matura, questione più che confermata nel periodo della controrivoluzione degli anni ’80, nel pieno di quella fase obiettiva di guerra.
Detto questo la funzione del riformismo nella crisi e quindi l’evoluzione in cui era entrato il PCI è ben analizzata, rispetto alle ragioni economiche e politiche, in primo luogo rispetto al suo coinvolgimento controrivoluzionario a sostegno dello Stato e di supporto ai processi di ristrutturazione dello Stato soprattutto perché messi in discussione dall’innalzamento della guerriglia e dall’estensione dell’autonomia di classe. Sarà la crisi nel suo aggravarsi, nonostante la difensiva rivoluzionaria, che creerà le condizioni oggettive e politiche che da un lato renderanno obsoleta la vecchia classe dirigente e dall’altro costringeranno le forze riformiste a “farsi Stato” per salvare lo Stato.
N. 2 l’analisi sul sindacato rispecchia fedelmente il ruolo che questo ricopriva e i cambiamenti che lo investivano soprattutto in quella fase e questo perché, parlando di un terreno in cui l’attività dell’O è estesa e articolata, cioè la fabbrica, vengono colte le dinamiche reali che riguardano il rapporto tra il movimento operaio e il sindacato e quello che implicava lo sviluppo dell’autonomia di classe nel suo legame con la l.a. Un quadro di relazioni in cui risalta il condizionamento al “ consenso” a cui è soggetto il sindacato e quindi la contraddittorietà che ne consegue per le scelte del sindacato. Un dato questo che non è eliminabile malgrado l’evoluzione del neocorporativismo con tutto quello che ha comportato sia rispetto al progressivo cambiamento delle forme di rappresentanza in fabbrica che della struttura organizzativa e gerarchica del sindacato. Si può dire che tutti i passaggi affermati dal neocorporativismo, possibili entro una condizione politica sfavorevole al proletariato, hanno necessariamente comportato una progressiva formalizzazione del rapporto sindacato-base operaia sia con l’istituzione di filtri ai vari livelli rispetto alle sue rappresentanze dirette in fabbrica con l’inclusione di istanze esterne alla rappresentanza operaia) sia istituendo consultazioni tipo referendum che hanno reso sempre più formale il rapporto tra operai e istanze sindacali. Nel contempo le stesse istanze sindacali, dai direttivi in su, hanno subito una riformulazione organizzativa che ha svuotato i quadri intermedi delle problematiche che avevano per renderli funzionali all’applicazione delle decisioni dei vertici. Modifiche che sicuramente hanno reso più agibile la politica neocorporativa dei vertici sindacali ma che, per quanto sia divenuto rarefatto il rapporto con la classe operaia, non eliminano l’influenza di questa sulla politica sindacale, e questo per il ruolo politico che ricopre la classe operaia nello scontro, nonostante la sua relativa debolezza odierna. Un ruolo che spiega anche il fiorire del sindacato di base avvenuto dentro al venir meno del ruolo tradizionale, per i rapporti di classe in Italia, del sindacato.
Nella parte propositiva lo spaccato che le BR danno dello Stato del MPRO (Movimento Proletario di Resistenza Offensivo) è una lezione di metodo e lucidità politica che manifesta la profonda internità delle BR alla classe. Da una parte i compagni riescono a valorizzare la portata reale del MPRO rispetto all’evoluzione dello scontro rivoluzionario, movimento che è cresciuto in quantità e qualità per estensione, radicalizzazione, forme di resistenza, area di consenso alla l.a. Nel contempo questa lettura si avvale di un criterio metodologico di classe in grado di discriminare i comportamenti operai e proletari in tutte le sfumature e i livelli che compongono l’attività del MPRO, cioè rientrano in questo movimento tutti quei comportamenti, individuali, collettivi, legali o clandestini, sindacali o politici, che si oppongono alla ristrutturazione imperialista. In altri terminasi moltiplicano gli episodi di resistenza alla ristrutturazione in fabbrica sempre più spesso di tipo autonomo e, per altro verso, si organizzano azioni armate contro i capi, pestaggi, ecc…., sempre più aperta è la contestazione della politica del PCI rispetto all’accordo a cinque e al sindacato.
Unitamente alla capacità di analizzare i comportamenti operai che rientrano nel movimento offensivo, si sottolinea l’importanza della scesa n campo, con la crisi, degli strati proletari espulsi dal processo produttivo con la ristrutturazione. Strati destinati a crescere quantitativamente e che sono il miglior alleato della classe operaia, ma è quest’ultima che costituisce il principale strato di radicamento della lotta armata.
Più in particolare i compagni valutano che nell’ultimo anno il salto di qualità che si è verificato ha significato un allargamento di massa del consenso alla l.a. e una maggiore comprensione dei termini politici dello scontro che ha portato all’assunzione spontanea di livelli organizzativi armati e clandestini da parte di nuclei operai che affiancano le OCC (Organizzazioni Comuniste Combattenti). Un’evoluzione che per estensione e qualità politica non ha precedenti (gli attacchi organizzati spontaneamente contro la DC, i carabinieri, nelle fabbriche…) e che, pur nella loro parzialità si riconoscono in una strategia unificante, quella dell’attacco al cuore dello Stato. In questo i compagni ravvisano un passaggio sempre più aperto alla guerra di classe.
N. in quest’ultimo passaggio ci sembra che è ravvisabile ancora una volta la contraddizione potenziale della linearizzazione e anticipazione della fase di guerra. In altri termini se non c’era dubbio che l’attacco al cuore dello Stato era la parola d’ordine a cui si relazionava l’iniziativa spontanea e che vi era un obiettivo riconoscimento della linea strategica unificante, cioè la strategia della l.a., questo dato, per costituire un effettivo spostamento sul piano della guerra di classe, poteva darsi soltanto dell’attivo intervento soggettivo dell’avanguardia, che solo con la sua opera di direzione poteva modificare qualitativamente i caratteri del MPRO per la concretizzazione degli elementi soggettivi della fase rivoluzionaria di guerra. Motivo di questa sfasatura non è affatto la tendenza a negare il rapporto coscienza/spontaneità e la funzione di Partito, ma è verosimilmente il prodotto dell’anticipazione dei caratteri di fase di guerra come se tutti i processi rifossero accelerati e risolti di per sé, una sfasatura a nostro avviso alimentata sempre dal contesto congiunturale di crescita rivoluzionaria della fase scontro, una sfasatura che solo più tardi e unitamente all’insorgere di altre contraddizioni, contribuirà alle deviazioni politiche.
Si afferma giustamente che proprio il legame che si è stabilito tra l’attività delle OCC e questo movimento di resistenza offensivo,con le sue caratteristiche di estensione, coscienza politica, radicalizzazione e continuità che fa traballare l’accordo a cinque, delegittimando e smascherando la cogestione e il ruolo collaborazionista dei berlingueriani.
È a partire da questo dato qualitativo dello scontro che l’attacco della BI non si limita più a colpire l’avanguardia, ma cerca di rompere le radici che questa ha affondato nella classe operaia, intenzione che se già si era manifestata in una campagna terroristica di stampa rispetto ai settori operai dell’area torinese e ligure, dopo l’azione Moro con le leggi speciali opera con vere e proprie azioni di guerra contro interi quartieri proletari. Ma tra i termini dello scontro il principale è la crescita del terreno rivoluzionario. Ed è a partire da questa crescita che i compagni criticano e analizzano la politica del riformismo in quel momento. Si individua con chiarezza il ruolo assegnato dalla borghesia imperialista ai berlingueriani, che nella cogestione è quello di reprimere e fare del terrorismo rispetto alla l.a. e alle avanguardie di classe, motivo per cui le avanguardie dovevano assumersi il compito di fare chiarezza negli ambiti di classe riguardo al ruolo dei berlingueriani, affinché questi fossero isolati politicamente. Ma questo significava anche precisare che i riformisti non sono la contraddizione principale, perché se è vero che costoro si identificano totalmente con i problemi e le direttrici imperialiste, sono un aspetto complementare la cui esistenza è un prodotto dell’esistenza del capitale.
Una precisazione indispensabile di metodo e di merito che contribuisce a mettere nella giusta luce l’affermazione contenuta nella DS ’78 circa il ruolo ideologico e controrivoluzionario che i riformisti vanno ad assumere nell’approfondimento della guerra di classe, motivo per cui non è escludibile che andranno affrontati anche militarmente. In altre parole vanno attaccati per il ruolo di spie e infiltrati che si sono assunti, e non in quanto esponenti del partito riformista.
Proprio a partire dal ruolo che i berlingueriani (e il sindacato) si erano già assunti in quella fase contro la guerriglia e cioè di individuazione delle avanguardie che praticavano la l.a. i compagni spiegano ancora i comportamenti di classe nei confronti dei riformisti, con quel criterio che espressione della massima coscienza di classe e che sa leggere nel modo dovuto quelli che possono apparire comportamenti “contraddittori”: la diminuzione delle contestazioni palesi,anche clamorose degli operai contro il sindacato e i PCI, che poteva apparire come un calo di tensione dell’autonomia di classe, in realtà indicava l’adeguarsi degli operai ad una situazione di criminalizzazione e spionaggio, a cui facevano fronte sul piano generale con atteggiamenti di indifferenza, in particolare assumendo logiche clandestine anche nel ricollocare il dibattito. Un’attivazione del dibattito per linee interne a gruppi operai che soprattutto sposta la problematica della discussione dai problemi sindacali a quelli della l.a. Questo dimostrava già la forte politicizzazione dello scontro ma soprattutto la conferma che nella coscienza del proletariato era ormai radicata la necessità storica della lotta armata.
A conclusione di questa valutazione dello stato delle OCC e della ricchezza politica che si è maturata, dei livelli di combattimento espressi dal movimento, riguardo al trovarsi di fronte ad una situazione di passaggio di fase rivoluzionaria, se ne precisano i termini e i compiti che comporta, sia come indicazioni che come atteggiamento tattico, nel senso che col progressivo esaurirsi della fase di PA (Propaganda Armata) si entra in quella di disarticolazione dello Stato in tutte le sue ramificazioni, nella prospettiva della guerra civile vera e propria. Un cruciale passaggio che imponeva un salto di qualità alle OCC in termini di comprensione e di iniziativa politico-militare. Da qui la necessità di chiarire (e liquidare) le tendenze erronee presenti nel movimento rivoluzionario: la tendenza al sindacalismo armato che significava tramutare la l.a. in forma difensiva come strumento per difendere gli spazi acquisiti. Contro questa linea economicista c’è il massimo della chiarezza e determinazione considerando che proprio nell’intervento in fabbrica si presentavano già i primi episodi di sindacalismo armato. All’interno di ciò si critica anche il sabotaggio dei mezzi di produzione in quanto del tutto inadeguato alla fase dello scontro perché forma tradizionale di resistenza individuale della classe operaia e l’alzare il tiro su questo terreno non la qualificava diversamente. Poi, però a patire dall’errore di valutazione su alcuni aspetti delle innovazioni tecnologiche, come le macchine a controllo numerico, viste come elemento di repressione, si concepisce un livello di intervento su questo terreno. Una contraddizione in termini considerando che la critica al sabotaggio è motivata richiamandosi al fatto che bisogna interpretare i bisogni politici della classe operaia, la sua esigenza di potere , dando respiro strategico nel combattimento contro la struttura imperialista, di momenti parziali di resistenza della classe operaia.
A conclusione dell’opuscolo viene posto al centro dei compiti della fase di scontro la costruzione del PCC come improrogabile, precisando che la costruzione del Partito non può essere intesa come una sommatoria di forze, ma si da dentro un confronto e una battaglia politica anche aspra sulla costruzione di una linea politico-militare. Solo così, infatti, è possibile riunificare le espressioni parziali di resistenza, non disperdendo il vasto potenziale che si è prodotto, vale a dire nella capacità di sintetizzare al punto più alto quello che si esprime nel movimento di resistenza, articolando l’attacco a partire dalla contraddizione principale nel suo aspetto dominante. Solo nel Partito è possibile riunificare intorno alla direzione della classe operaia tutti gli strati proletari che si sono mobilitati in questa fase e che hanno contribuito all’estensione e alla radicalizzazione del movimento. Per altro verso la costruzione del Partito si da solo a partire dalla più stretta clandestinità, che va intesa in senso strategico e non difensivo e dentro ai criteri del centralismo democratico. Solo così è possibile confrontarsi e resistere alla repressione e all’accerchiamento strategico dell’imperialismo pur vivendo in mezzo al popolo. Queste sono le premesse indispensabili per l’organizzazione del reparto più avanzato della classe operaia nucleo strategico dell’esercito proletario nella prospettiva della guerra di popolo di lunga durata.
Proprio in riferimento ai cambiamenti della situazione rivoluzionaria che evolvevano nel superamento della fase della PA non si trattava più tanto di radicare la l.a., ma di organizzare la lotta sotto la direzione del Partito, un obiettivo che comportava già in quella fase la costruzione di un Programma in grado di riunificare i diversi terreni di combattimento così da articolarli all’interno di un’unica linea strategica. Entro questa prospettiva sono consequenziali le indicazioni al MPRO: organizzarsi sulla l.a. articolando le indicazioni delle OCC per estendere le lotte contro la ristrutturazione nelle fabbriche, unificarsi intorno alla costruzione del PCC sul programma strategico della Guerra Civile Antimperialista per il Comunismo.
Nota. Pensiamo di poter affermare che l’opuscolo sia il prodotto del fronte delle fabbriche, in quanto nella sintesi politica e nelle indicazioni si riflette la tipica attività del FF (Fronte delle Fabbriche). Se consideriamo che la DS ’78 poneva la necessità di un rilancio dell’attività dei fronti e tenendo presente l’innalzamento dello scontro a seguito della Campagna di Primavera, l’opuscolo dimostra proprio l’impulso che vuole essere dato all’attività di fronte. Infatti è tangibile dall’opuscolo la volontà di far vivere il principio che i fronti sono i vettori della linea politica sui terreni specifici di combattimento, cercando di concretizzare un nodo posto dal rilancio e cioè che i fronti dovevano assolvere alla centralizzazione politico militare nella funzione di direzione in relazione all’estensione nel territorio delle strutture d’O. Ovvero tutte le iniziative particolari che si davano sul terreno delle fabbriche, nonché la loro dimensione parziale, sono riportate al piano generale e sempre ricondotte al punto più alto dello scontro. In questo senso a partire dall’analisi della ristrutturazione in fabbrica e ella controparte, le iniziative di combattimento dirette contro tutti i diversi livelli del comando in fabbrica, della linea confindustriale, della DC, dei CC … sono articolazioni interne alla linea d’attacco unificante contro la ristrutturazione imperialista.
Alla stessa maniera l’analisi della situazione politica in fabbrica sia in rapporto ai padroni che ai riformisti è ricondotta al quadro dell’analisi generale, ovvero alle tendenze reali operanti nel rapporto generale tra le classi. Sotto questo profilala riprova in positivo sta nel collocare sul terreno generale la lettura particolare di quello che si verificava sul terreno di scontro in fabbrica e nel contempo nel ricondurre le espressioni particolari di lotta sul terreno generale.
Un’ulteriore dimostrazione dell’impulso che come fronte si intende dare all’attività di direzione sta nel porre indicazioni generali dell’O quale piano propositivo rispetto al movimento rivoluzionario e ai gruppi organizzati sulla l.a. che agivano sul terreno delle fabbriche, come anche sta nelle valutazioni che vengono date sull’evoluzione dello scontro riv allora in atto.
A questo proposito due passaggi dell’opuscolo dimostrano come i compagni abbiano il polso concreto delle modifiche che stanno intervenendo sul piano rivoluzionario in quanto sono in grado di cogliere nel profondo quello che ha innescato la crescita dei fattori soggettivi della rivoluzione, in particolare quando si valutano lo sviluppo del MPRO, per le caratteristiche che ha raggiunto in rapporto a quanto immesso dalle OCC, un rapporto che ha costituito elemento qualificante dell’evoluzione della fase rivoluzionaria. Una valutazione che mette a fuoco una modifica divenuta irreversibile nel rapporto rivoluzione/controrivoluzione a prescindere dal subentrare delle fase di ritirata e dal conseguente riflusso del MPRO.
Valutazione che non poteva che essere tratta a seguito della Campagna di Primavera, a partire dalla ricchezza politica che questa ha sviluppato, come anche solo in quel momento poteva essere rilevato in tutta la sua portata politica il fatto che nel proletariato si era radicata la coscienza della necessità storica della lotta armata.
In altri termini l’affermazione generale resa possibile dall’esordio della guerriglia, e cioè che solo questa rispondeva ai bisogni politici del PM (Proletariato Metropolitano), a seguito della promozione del processo rivoluzionario innescato dalla l.a., diventava evento politico concreto, fatto proprio dalle espressioni più avanzate della classe operaia.
Queste affermazioni hanno un valore di carattere generale e costituiscono a tutt’oggi il pilastro del rapporto rivoluzione/controrivoluzione, classe/Stato.
Lo sforzo di direzione è ugualmente ravvisabile nel saper ricondurre tutta quella che è l’articolazione dell’attività combattente sul terreno delle fabbriche all’interno di quella che è, sul piano generale, una definizione più precisa della modifica della fase rivoluzionaria. In questo quadro si precisa l’atteggiamento tattico inerente all’entrata in una fase di transizione che con l’esaurirsi della P.A. va verso la guerra civile aperta, cioè di disarticolazione politico-militare del regime. Conseguentemente si definisce la disposizione delle forze sulla l.a. che, non ruotando più sulla necessità di radicare la l.a., è volta ad organizzare le forze sulla l.a. intorno alla costruzione del PCC.
Questi a nostro avviso sono gli elementi qualificanti che rispecchiano un’attività da Partito interna a un fronte di combattimento, quello delle fabbriche. In questo quadro le discrepanze con la L.P. (Linea Politica) della DS ’78 a livello dell’analisi economica come anche la potenziale contraddizione relativa all’anticipazione della fase rivoluzionaria di scontro sono elementi che non hanno ripercussione pratiche nell’indirizzo di lavoro di questo Fronte.
09/06/1997

L’inadeguatezza delle finalità in cui veniva incanalato il lavoro di costruzione (il PGdC) rendeva fragile lo sforzo orientato alla riqualificazione della direzione, e l’O invece di averne un risultato di coesione si trovava a fare i conti con le spinte disgregative prodotto della dinamica dei Fronti. Se questo è il quadro di fondo che crea la tendenza al collassamento dell’O, avvertita ma non collocata, la coscienza che l’O ne aveva era limitata ai problemi più manifesti, alle contraddizioni che erano deflagrate (il frazionismo di Mi e Na). In altri termini in quel momento della vita dell’O essa non poteva avere coscienza delle dinamiche complesse che sottintendendo le problematiche con cui un’O guerrigliera si deve misurare nell’assolvere ai compiti posti dallo scontro, ovvero non poteva avere chiaro in quel momento i diversi livelli di contraddizione e inadeguatezze che si erano accumulati nel suo percorso. Il primo atto politico che l’O fa suo di fronte alle deviazioni è di affermare la necessità di affrontare la battaglia politica, perché solo espellendo le concezioni sbagliate può avvenire il consolidamento sui contenuti, si può affermare la linea giusta.
È l’assunzione di questo principio rivoluzionario, piuttosto che le indicazioni della DS ’80 che consentirà di mantenere fermi i capisaldi di strategia dell’agire della guerriglia e che nella battaglia consentirà di precisarli meglio sfrondandoli dagli errori e dalle inadeguatezze. In pratica l’O, proprio nel misurarsi con le forme negative che assumevano le deviazioni della colonna napoletana, è obbligata a riprecisare la visione e la pratica corrette: dalla critica alla parzialità, alla riaffermazione della centralità operaia, dalla critica dell’uso contraddittorio della LA alla riaffermazione della pratica di potere, infine la critica ad una prassi sviluppata per affermare delle tesi anziché affermare il programma rivoluzionario. Anche se in questo momento della sua vita l’O non riesce a dare soluzione al complesso delle contraddizioni e delle inadeguatezze, è vero che nel momento in cui riesce ad affrontare quelle che si pongono davanti, il modo con cui le affronta consentirà di salvaguardare il corpo centrale delle tesi d’O e la metterà nelle condizioni di operare la scelta più giusta, la RS, quando le contraddizioni deflagreranno tutte nell’impatto con la controrivoluzione. È grazie a questo percorso, pur nella sua estrema non linearità, che l’O prenderà coscienza che è cambiata la fase storica, e che quindi deve modificare i termini della fase rivoluzionaria, e solo nel prendere coscienza dei problemi di fase l’O sarà in grado di prendere coscienza delle proprie inadeguatezze, capendo la natura dei limiti accumulati e disponendosi a ricentrarli e rilanciare adeguatamente l’attività. Lo svolgimento pratico di questa dinamica rende il senso della natura dei riadeguamento che sono caratterizzati storicamente a seconda del grado di evoluzione politica dell’O, ossia quanto sapere ha accumulato dall’esperienza rispetto a tutti i diversi piani che investono una forza rivoluzionaria che sviluppa un processo di guerra (sia al suo interno che nella sua opera di direzione) in quanto lo sviluppo della guerra di classe mette in moto dinamiche che implicano l’affrontamento di piani complessi la cui conoscenza è un processo indotto da come procede lo scontro e da come interagiscono i suoi protagonisti, Stato/classe/forze rivoluzionarie. Nella fattispecie dei due documenti letti, l’O in quella fase della sua vita è in grado di affrontare all’inizio le deviazioni politiche e poi, quando lo Stato scatenerà la controrivoluzione, prenderà coscienza e affronterà i problemi di fase. È nel frangente della controrivoluzione dell’82 che l’O acquisisce una straordinaria lucidità sui termini della guerra in generale, e di come si riverberavano nella fase di scontro e, di conseguenza, cosa comportavano nella fase rivoluzionaria per i compiti che apriva, primo fra tutti la giusta collocazione della natura della repressione dello Stato democratico borghese, e contemporaneamente imparare a praticare la ritirata.
La lucidità con cui tratteggia i caratteri generali dello scontro per come si presenta in quel momento non contiene la capacità di vedere a fondo tutte le implicazioni che vivono in potenza nella controrivoluzione scatenata dallo Stato e nella scelta che l’O stessa aveva operato con la RS, in quanto la situazione è collocata in un quadro dinamico che porta ad evoluzione rapida i fattori che la contraddistinguono; in questa situazione la visione della RS è limitata alla questione della salvaguardia delle forze (di classe e rivoluzionarie) dagli effetti della tortura e della controffensiva del nemico e il riadeguamento alla “nuova fase della guerra di classe” più come un’intuizione non suffragata da una cognizione di causa effettiva di quello che necessitava, perché in quel momento la RS è concepita all’interno delle direttive della DS ’80 e l’O è ben lontana dal qualificare la reale connotazione che andava assumendo il rapporto rivoluzione/controrivoluzione e quindi di come dovevano essere ricondotti i termini della guerra rivoluzionaria dentro all’approfondimento che si profilava. Questo approfondimento, come sappiamo, porterà a mettere in discussione anche i concetti più saldi ma questo non impedirà, secondo una legge della rivoluzione che tutte le acquisizioni e le intuizioni affermate dall’O troveranno, nel corso dell’affrontamento delle contraddizioni, la loro riproposizione in avanti.
Se questo è il quadro in cui inizia il processo autocritico di individuazione dei limiti e degli errori, ha una sua precisa importanza analizzare bene la dinamica reale che ha investito l’O, il perché l’affrontamento si è dato in un certo modo, assumendo certe forme. Questa analisi non si può fare senza avere di fronte il processo reale che l’O aveva messo in moto e il tipo di problematiche su cui esso si sviluppava, ovvero su cui si imperniava l’adesione di massa sulla LA. In questo senso è ovvio che l’O si mette sotto esame a partire dal percorso materiale che ha compiuto e quindi non può che iniziare col chiedersi se ha assolto o meno agli obiettivi della DS ’80, primo fra questi l’obiettivo centrale della riqualificazione della direzione. Nella coscienza di aver sempre fatto battaglia con il movimento rivoluzionario proprio per affermare la concezione giusta del ruolo dell’avanguardia rivoluzionaria, cioè una concezione che rifugga dalla logica di gruppo per porsi come “fusione teorico-politico-militare di organizzazione di soggetti reali ed interni alla classe”, dentro questa coscienza l’O si mette a nudo per individuare come è stato possibile che queste tendenze si ripresentassero al suo interno nella forma del soggettivismo d’O.
Nel tentativo di stanare questa tendenza si cerca di mettere in relazione le leggi della guerra rivoluzionaria, a partire dallo sviluppo raggiunto dalla guerra di classe in Italia, con i come l’O è riuscita a svolgere il ruolo di direzione in questo movimento da essa stessa prodotto. Ovvero cerca di mettere in relazione l’organizzazione di strati di classe e di avanguardie sulla LA e la direzione dell’O di questo processo, più precisamente la critica entra nel merito di come la tendenza soggettivista abbia snaturato la realizzazione di questa dialettica. L’O si trova a mettere sotto la lente d’ingrandimento la concezione leninista del rapporto Partito/masse, proprio a partire dalle manifestazioni più evidenti del soggettivismo che si erano prodotte in quel periodo, per stigmatizzarle. Nell’indagare il perché la tendenza soggettivista ha confuso la disposizione delle avanguardie e dei comunisti sulla LA con l’adesione di massa alla LA, ovvero l’attività dei gruppi organizzati sulla LA come se fossero strati di classe, ovvero come è stato possibile perdere il principio che direzione delle masse implica assumere l’analisi del movimento generale di classe e non solo degli strati immediatamente disponibili alla LA, l’O è obbligata ad esaminare i motivi che hanno originato questa tendenza al soggettivismo, in questo senso esamina la questione della proprietà della guerriglia di essere sempre all’offensiva. Questo nel tentativo di distinguere il movimento reale di offensiva, che è aderente ad una determinata situazione di scontro, dal carattere generale di fase che imprime l’indirizzo generale ai compiti: l’O si rende conto di come, a partire dalla peculiarità della guerriglia e da quanto da essa messo in campo, ad un certo punto sia entrata in una logica di rincorsa dell’offensiva, e questa cosa nella misura in cui era percepita con metro soggettivo, ha creato una sfasatura con il reale stato della classe, dello scontro e della fase rivoluzionaria.
Per meglio mettere a nudo tutte le conseguenze negative di questa logica soggettivista, alimentata anche inconsapevolmente dalla frenesia di mantenere l’offensiva, l’O è obbligata ad esaminare come questa incida sulle valutazioni della fase di transizione e come induca ad accorciare o prefigurare gli anelli mancanti di questa, e questo perché è portata ad assolutizzare, nel rapporto crisi-ristrutturazione/crisi-rivoluzione il secondo termine leggendolo rispetto all’attività d’avanguardia, non riuscendo a legare il movimento reale di classe che è condizionato dal primo termine. Ed è nella necessità di precisare questa critica che viene esaminata la questione delle fasi rivoluzionarie, proprio per distinguere cosa caratterizza una fase rivoluzionaria, ovvero quali sono i fattori che vi influiscono dentro la dialettica crisi-ristrutturazione/crisi-rivoluzione, e quali sono le condizioni da ottemperare per dichiarare la chiusura di una fase e l’apertura di un’altra. Nel richiamo al percorso generale della guerra di classe che dalla difensiva strategica si muove verso l’offensiva strategica, l’O definisce la natura di fase generale, come ad esempio la fase di Propaganda Armata che si è appunto evoluta dentro a diversi momenti congiunturali; all’interno di questa precisazione l’O cerca di qualificare il processo reale che fa muovere le condizioni di una fase, e preciso che comunque il carattere di una fase generale da il quadro strategico che informa il tipo di attività d’O, e non viceversa. In sintesi c’è uno sforzo di depurare dalle deviazioni soggettiviste che si erano manifestate in quel periodo, l’analisi rivoluzionaria di come dev’essere condotta la guerra di classe per meglio precisare l’attuale momento della congiuntura della transizione. Non è strano che a partire dal mettere al centro la correttezza o meno del rapporto Partito/masse ne scaturisca un’indagine concatenata dei vari piani della guerra di classe. Questo perché il rapporto Partito/masse per la guerriglia implica immediatamente la messa in atto del processo distruzione/costruzione, proprio di una guerra che unisce il politico e il militare. In questo senso necessariamente mette in gioco la capacità dell’O di avere una visione strategica e tattica corrette, ovvero implica la correttezza di visione della disposizione generale delle forze e di quella tattica, quindi richiede una chiarezza estrema sul carattere della fase in cui in un certo momento è situata la guerra di classe, proprio perché la dialettica con la classe è mirata a disporla confacentemene secondo le finalità proprie della fase. Quello che viene fuori dall’analisi del materiale è che il processo autocritico che l’O ha messo in moto in questa fase, pur toccando i nodi focali della sua inadeguatezza, compresa l’intuizione di essere soggetta anche “involontariamente” a una visione linearista dello scontro, non riesce a sviscerare completamente la natura del problema, non riesce ma non potrebbe nemmeno, stante lo stadio di maturazione delle problematiche in quel momento imperniatesi limiti del soggettivismo d’O. in altri termini al concezione linearista della guerra rivoluzionaria che era a monte dei limiti d’O e che permea le direttive della DS ’80, grava come un involucro sul tentativo di ricentramento autocritico delimitandone in quel momento lo sbocco. Una visone lineare che, estremizzando il paradigma crisi-ristrutturazione/crisi-rivoluzione, influenza in negativo l’analisi dello scontro, perché nella linearizzazione della crisi della borghesia, privata dei suoi processi contraddittori, l’analisi dello Stato ne risulta appiattita in un processo meccanico che ormai è rivolto alla guerra esterna-guerra interna.
In questo quadro l’O pur avendo intuito la profondità della controrivoluzione dello Stato degli anni ’80, la colloca come un prodotto”consequenziale” dell’acutizzarsi del processo crisi-ristrutturazione a cui l’O doveva adeguarsi con la RS, non a caso per scongiurarne gli effetti repressivo-militari, visto il livello raggiunto con le torture. Di conseguenza è ovvio che la RS, pur collocata nella fase di difensiva strategica e vista come prima tappa per raggiungere l’obiettivo di tornare all’offensiva. I percorso autocritico dell’O sarà comunque destinato ad infrangere l’involucro del linearismo, e questo perché lo stadio autocritico dell’O sarà comunque destinato ad infrangere l’involucro del linearismo, e questo perché lo stadio autocritico messo in moto produrrà, in un processo per salti, in rapporto allo scontro, le condizioni soggettive per l’affrontamento dei nodi rimasti irrisolti, ricalibrando anche la natura reale della controrivoluzione degli anni ’80 rispetto ai caratteri effettivi dello scontro. Ciò che va sottolineato, è la valenza che assume anche in questo stadio, l’aver toccato problematiche così complesse relative alle fasi rivoluzionarie nella conduzione della guerra di classe, senza che siano messe in discussione le peculiarità dell’agire della guerriglia, anzi considerando tutte le implicazioni che ne scaturiscono rispetto alle particolari leggi della guerra del nostro processo rivoluzionario.
È da sottolineare l’analisi approfondita della controrivoluzione circa gli obiettivi politici ricercati dalla borghesia e non raggiunti, nella messa a fuoco della portata della controffensiva che va ben oltre il ridimensionamento della guerriglia per riversarsi sul corpo di classe allo scopo di far retrocedere le posizioni di classe. A quattro mesi dal volantino sulla RS si coagulano le prime riflessioni in una bozza di documento che cerca di fare il punto e trarre delle indicazioni dal rapido mutare degli eventi. È interessante notare come il processo di razionalizzazione da parte dell’O sulla controrivoluzione dello Stato si faccia strada man mano facendo avvertire nella coscienza dei compagni tutto il peso delle conseguenze sul piano di classe e dei rapporti di forza. Infatti nella «bozza» si fa una fotografia fedele e spietata della natura e genesi della controffensiva della borghesia, di come l’O nei fatti si è trovata impreparata non avendo colto i segnali che si erano manifestati su più piani rispetto alle avvisaglie materiali e politiche, rispetto alla necessità della borghesia dentro alla sua crisi crescente di ristabilire il controllo sullo scontro di classe facendo i conti con le BR e con la strategia rivoluzionaria; è per questo che l’offensiva assunta dallo Stato coinvolge anche i padroni e tutte le articolazioni sociali e istituzioni che contribuiranno ad articolarla in tutti gli interstizi sociali. È fuor di dubbio che l’ondata controrivoluzionaria per la profondità degli obiettivi che persegue e i mezzi con cui li persegue, è destinata ad avere un impatto incisivo nei rapporti di forza, stante lo scopo di distruggere sul nascere il SPPA in costruzione. Ed è per questo che non si limita a colpire l’O ma tocca tutti i settori di classe dialettizzati con la LA. In poche parole già allora l’O individuava tutte le caratteristiche di una vera e propria controrivoluzione, lucidità suffragata dai fatti che si succedevano quotidianamente, che di per sé no consentivano più di argomentare il carattere del quadro di scontro negli stessi termini di qualche mese prima, quando la stessa controffensiva era vista come una reazione lineare della Stato alla sua crisi che però non incideva in modo decisivo sullo stato della rivoluzione e ai suoi obiettivi a medio termine. Ora anche se mancava la chiarezza completa e la contestualizzazione giusta dei caratteri dello scontro e della situazione rivoluzionaria, si avverte che c’è un cambiamento generale nella fase di cui si prende atto, non fosse altro per lo scompaginamento della base sociale del SPPA in costruzione.
Su un altro piano è possibile rilevare il fenomeno dell’effetto ridimensionamento sul sentire dell’O. Ci riferiamo al fatto che la coscienza del primato della controrivoluzione inevitabilmente produce un istinto di sottrazione ai suoi effetti, con delle conseguenze sul piano politico di proposte incoerenti, che in quel contesto non sono l’origine di chissà quali deviazioni, né di quella futura che, come sappiamo, poggia su una dinamica differente e ben definita. Queste proposte incoerenti, pura reazione all’attacco dello Stato, teorizzano di sottrarre l’individuazione dei diversi anelli di costruzione dell’articolazione del potere proletario armato, investendo le più “larghe masse” del terreno della LA, cioè allargando a livello di massa l’area rivoluzionaria come barriera alla caccia repressiva e come futuro bastione da rivolgere contro la controffensiva della BI. Una proposta così incoerente non può che trovare una ipotesi di praticabilità ancora più incoerente, dato che l’attivizzazione di queste larghe masse sarebbe dovuta avvenire attraverso il lavoro legale! Non solo la teorizzazione dell’adesione di larghe masse contemporaneamente sulla LA cozza con la concezione scientifica di come gli spezzoni di classe si accorpano nella guerra di classe, concezione, è inutile ripeterlo, teorizzata e praticata dall’O fin dalla sua origine, ma soprattutto il compendio del lavoro legale, con le sue presunte proprietà di uso propagandistico del lavoro rivoluzionario, è la negazione di quanto la LA stessa ha dimostrato nella sua pratica.
A un anno di distanza dall’apertura della RS nella vita dell’O matura un passaggio cruciale rispetto al processo autocritico, che per essere ben compreso va calato all’interno dei mutamenti che nel frattempo si erano verificati nello scontro:
- per quanto riguarda lo Stato la controffensiva ha decantato il suo massimo impatto controrivoluzionario avendo conseguito lo scompaginamento degli ambiti di classe che si dialettizzavano con la LA insieme al forte ridimensionamento politico organizzativo delle BR; controffensiva che ora viene capitalizzata sul piano politico dei rapporti tra le classi come si evinceva dalla messa in discussione della scala mobile e degli altri provvedimenti antiproletari in cantiere; al lato di questo rilancia sulla scena internazionale il suo protagonismo interventista all’interno della più generale tendenza guerrafondaia imperialista esplicitata in quella fase.
- per quanto riguarda l’O il ridimensionamento ha comportato modifiche al suo stato di forza rivoluzionaria costringendola a derogare da quelle che erano le sue strutture politico-organizzative e a ridurre la portata dell’attività d’O; una condizione che ha un riflesso implicito di sbandamento nel militarismo d’O, in ultima istanza recuperato dall’O tenendo fermi due capisaldi fondamentali: che l’O non si scioglie nel movimento rivoluzionario e che la strategia della LA non è messa in discussione;
- per quanto riguarda il movimento rivoluzionario, non c’è dubbio che la crisi del processo rivoluzionario e la controffensiva dello Stato si riversano in negativo sul suo stato politico: un arretramento nello scontro che apre spazi alle tendenze piccoloborghesi e opportuniste nel movimento, non più frenate dalla guida teorico-ideologica-programmatica operata dalla prassi rivoluzionaria prima della spaccatura; tendenze piccoloborghesi che in questo contesto saranno portate a legarsi all’ultrasoggettivismo del PG creando una situazione di degenerazione politica;
- infine, per quanto riguarda la classe operaia, dove l’influenza delle tesi soggettiviste è minima, essa pur se attaccata profondamente dallo Stato e dalla borghesia, riesce a mettere in campo quella che l’O chiama “resistenza attiva”, in quanto la controffensiva non ha potuto eliminare né il carattere antagonista dell’attività di classe, né i suoi livelli di autonomia politica.
Questa è la ragione per cui l’O si trova a dover stringere le fila dovendo fare i conti materialmente con tutti questi piani; stringere le fila per l’O significa da una parte non concedere niente sul piano del processo autocritico che andava portato fino in fondo, e nello stesso tempo condurre un’intransigente battaglia non solo al suo interno ma proprio nel movimento rivoluzionario per tentare di debellare tutte le forme individuate del germe soggettivista. Una battaglia che conduce in una condizione obiettiva di massima debolezza dove appunto risulta appannata l’autorevolezza del suo ruolo (se paragonato a quello avuto fino all’82), ma sarà questa battaglia, e la determinazione a condurre fino in fondo l’autocritica, che in queste circostanze è il massimo del coraggio politico, che consentirà di operare una profonda discriminazione nelle posizioni che si esprimono nel movimento rivoluzionario e di classe, facendo emergere, tra le sue fila, le componenti più mature, un discrimine che, obiettivamente prima ancora che soggettivamente, porta a maturazione la disposizione di questi compagni verso gli inderogabili compiti del processo rivoluzionario, nel senso che la loro attività è immediatamente funzionalizzata al rapporto con l’O e quindi alle sue indicazioni di lavoro nello scontro, rompendo con quella che era la prassi passata di fare cioè gruppo pur se in riferimento alla LA
Un dato che determina nei fatti un’evoluzione nella disposizione delle forze alle nuove condizioni, frutto in primo luogo di come l’O ha lavorato tenacemente in quel frangente a tenere le fila della proposta rivoluzionaria, proprio nel mentre la riesamina per individuarne gli errori. L’opera di ricentramento iniziata dagli aspetti più manifesti del soggettivismo nel corso dell’ultimo periodo critico viene assunta dall’O nella sua totalità, anche perché gli obiettivi posti con la DS ’80 e i termini di lavoro rivoluzionario (costruzione del SPPA, Programmi immediati, ecc) sono via via franati a fronte della deriva delle deviazioni soggettiviste e della controffensiva dello Stato. Dentro a questa consapevolezza per l’O non vi è altra strada che rimettere in discussione l’intero impianto strategico (inteso nella prospettiva delle fasi rivoluzionarie per come era stata prefigurata), in quanto un ricentramento che fosse rimasto alla superficie non sarebbe stato in grado di mettere l’O nelle condizioni di rettificare la portata reale degli errori e “per adeguarsi ai nuovi compiti”. È all’interno di queste considerazioni che l’O sceglie, nella dialettica continuità/rottura, di privilegiare la rottura. Una scelta questa obbligata per una forza rivoluzionaria, e in questo senso, come essa stessa ha coscienza, è indice di maturità politica e del suo spessore, in quanto nessuna forza rivoluzionaria può aggirare gli ostacoli dati dall’accumularsi delle inadeguatezze. Nello stesso tempo questa scelta mette a repentaglio l’O in quanto è effettuata nel contesto di massima debolezza politica e militare dell’O e Tanto più prevale la necessità di mettersi a nudo, tanto più risente delle spinte e controspinte che scaturiscono dal contesto politico in cui l’O agisce nel suo ruolo d’avanguardia. Seppure c’è la consapevolezza, come considerazione politica, dei pericoli potenziali, tuttavia l’O è ben lontana dal poter conoscere tutte le contraddizioni a cui andrà incontro. Già questo materiale è un primo punto di approdo, dopo aver superato un forte sbandamento, determinato dalla deroga al modulo politico-organizzativo e la rimessa in discussione dell’impianto, un approdo imperniato sui due punti cruciali detti sopra.
Infatti, se l’O è attrezzata al compito di affrontare fino in fondo le infiltrazioni piccoloborghesi di soggettivismo ed economicismo militarista ritenuti a ragione antagonisti allo sviluppo della politica rivoluzionaria, in quanto sono gli ostacoli che ha avuto di fronte e che ha imparato a conoscere, è inconsapevole rispetto a contraddizioni di tipo nuovo che nascono da precise leggi della guerra in questa fase di offensiva dello Stato e che si innesteranno con le problematiche accumulate fino a quel momento Queste contraddizioni possono già essere percepite in questo scritto proprio laddove l’O esamina se stessa come forza rivoluzionaria in quanto è proprio questo l’ambito che investono. E proprio nel momento in cui l’O cerca di ristabilire, rivendicandoli, i punti fermi del suo ruolo d’avanguardia, e quindi sulla giustezza della scelta di operare la rottura, e soprattutto di farlo -senza delegare a nessuno questi compiti- che emerge la sfasatura e l’oscillazione tra affermazioni giuste e valutazioni contraddittorie, sfasatura che è subito visibile quando l’O, motivando la sua scelta di rimettere in discussione l’impianto, valuta la portata della sconfitta, infatti si contrastano i compagni che criticano la definizione di sconfitta generale, giustificandosi che il termine non coincide con la sconfitta della rivoluzione. Gli argomenti portati contro un’accezione limitata della portata della sconfitta, ad esempio di tipo tattico, manifestano l’influenza nell’O della contraddizione difensivistica propria dei rovesci militari, contraddizione che va a legarsi con il nodo irrisolto della concezione lineare per cui il fallimento degli obiettivi della fase di transizione, ovvero del SPPA in costruzione, sono tout court fallimento del progetto, e non fallimento di come è stata valutata l’apertura di una fase.
Più in generale pesa nella valutazione dell’O, la coscienza di come il suo ridimensionamento, la sconfitta di una campagna del peso di quella di Dozier, la repressione degli strati in cui viveva l’articolazione del progetto del SPPA e pure la distruzione del PG, abbiano inciso profondamente sui rapporti di forza tra le classi facendo indietreggiare le posizioni del campo proletario. Di fronte a questa coscienza e al senso di responsabilità che sente pienamente per il ruolo che svolge, l’O non può che valutare gli errori commessi come strategici, attaccando in questo senso la concezione della sconfitta tattica come lettura superficiale che non vuole assumersi tutto il portato del ruolo dell’avanguardia nello scontro rivoluzionario e di classe.
L’altra valutazione contraddittoria e incoerente nasce da come l’O si assume la battaglia al soggettivismo d’O, in quanto è tutta calata sulla falsariga che gli errori e le inadeguatezze risiedono nel non aver saputo dare soluzione ai “nuovi compiti”, e cioè ai compiti propri alla fase di transizione, dentro ai quali l’O doveva compiere “il salto da OCC a Partito che costruisce il Partito costruendo il SPPA”. Su questa falsariga, gli errori di soggettivismo sarebbero quelli di aver continuato ad agire come nella vecchia fase, cioè sviluppando l’attività “mettendo al centro se stessa come OCC” e in questo perdendo di vista il modo complessivo di operare dialettica con l’attività generale delle masse, una dialettica che nella critica fatta dall’O era menomata, limitandosi alla sola costruzione di “Nuclei” invece che OMR, ovvero il soggettivismo d’O veniva stigmatizzato nell’aver scambiato la costruzione e l’estensione di cellule e nuclei come l’estensione degli OMR, mentre invece in questo modo restava inevaso il passaggio cruciale nella fase di transizione, cioè la conquista delle masse sulla LA, attraverso la costruzione del vasto e articolato SPPA che può darsi nella capacità dell’O di saper attirare nel programma tutti i diversi livelli che si esprimono nella classe dentro la resistenza attiva a partire da quelli più alti. È evidente che non è sbagliata in sé la critica al soggettivismo d’O che pure c’era, come non è sbagliato l’inquadramento di questo tipo di dialettica, soprattutto se ci si riferisce ad una fase di offensiva strategica, ma al livello reale raggiunto dalla guerra di classe, questo tipo di inadeguatezze erano secondarie rispetto all’errore di impostazione di fase. Ma il mantenimento, nella visione d’O, della vigenza in quel momento della congiuntura di transizione al comunismo, non poteva che portare l’O a focalizzare la sua critica su questo campo e a vedere le soluzioni dentro a direttive che portassero al rilancio del SPPA. Ed è per questo che tutta la critica ruota intorno al presunto errore di dialettica con la classe e che sotto il peso del ridimensionamento militare degli addentellati del nascente SPPA, la soluzione data proponesse un fantomatico lavoro legale come panacea per contrapporre alla BI la ricostruzione di una controffensiva che per essere adeguata doveva appunto basarsi su una attivizzazione di massa, trasformando il potenziale della resistenza
Questa soluzione contraddittoria è un elemento di incoerenza che dalla apertura della RS viene fuori nella lettura critica dell’O, come terreno di immediato riflesso difensivistico dei colpi ricevuti e rimane un’espressione incoerente e impotente in quanto non trova sbocco pratico all’interno della concezione di distruzione/costruzione con cui l’O fa vivere lo sviluppo della LA. Oltretutto la soluzione del lavoro legale è resa ancor più contraddittoria dall’erosione profonda avvenuta nell’83 con i ridimensionamenti del terreno materiale su cui si basava la concezione del SPPA a cui comunque il lavoro legale si ispirava e doveva essere funzionale. Una soluzione incoerente che viene contrastata nell’O da chi la vede come una reazione alla sconfitta, critica a cui viene contrapposta una motivazione ancor più contraddittoria, affermando la praticabilità del lavoro legale in rapporto ad un movimento rivoluzionario e a una condizione di classe che non vengono visti in riflusso, quando in realtà era obiettivo l’arretramento del campo di classe. Se questi sono gli aspetti contraddittori che scaturiscono dall’affrontamento della controffensiva malgrado le posizioni di ripiegamento dell’O, e che restano non focalizzati perché nascondono problemi di cui l’O non ha coscienza, per contro, grazie alla stessa posizione di ripiegamento e al doversi confrontare con le degenerazioni dell’idealismo soggettivista nello scontro e con i problemi del ridimensionamento politico-militare, l’O è obbligata per mantenere una concezione materialista e realista del processo rivoluzionario, ad andare a fondo sia delle leggi della guerra rivoluzionaria in relazione a come si è evoluto il processo di guerra di classe in Italia, allo scopo di mettere a nudo la problematica dell’evoluzione delle fasi rivoluzionarie a partire dalla critica al soggettivismo, sia ad approfondire e a mettere a fuoco, nel combattere le degenerazioni dell’idealismo soggettivista, le categorie dell’analisi leninista dello Stato e della rivoluzione, riaffermando la conquista del potere politico come sbocco della fase di transizione.
Un avanzamento di rilevanza strategica perso di vista nella linearizzazione delle fasi che ridà concretezza agli obiettivi rivoluzionari in quanto toglie di per sé terreno alla concezione linearista e consente oggettivamente di porre le basi per riconquistare un criterio materialista di periodizzazione delle fasi rivoluzionarie. Il primo punto, ovvero le leggi de