Biblioteca Multimediale Marxista


Ringraziamo www.resistenze.org e le Edizioni La Città del Sole per aver messo a disposizione il seguente testo tratto da:

Stalin - Opere scelte Vol. 1- Laboratorio Politico


PRINCIPI DEL LENINISMO

Lezioni tenute all’università Sverdlov


Premessa
I. Le radici storiche del leninismo
II. Il metodo
III. La teoria
IV. La dittatura del proletariato
V. La questione contadina
VI. La questione nazionale
VII. Strategia e tattica
VIII. Il partito
IX. Lo stile nel lavoro


Premessa

Alla leva leninista dedico queste pagine. G. Stalin

I principi del leninismo: vasto argomento. Occorrerebbe un libro intero per esaurirlo. Anzi, occorrerebbe una serie di libri. È naturale, quindi, che le mie lezioni non potranno essere un’esposizione esauriente del leninismo. Nel migliore dei casi, potranno essere soltanto un riassunto conciso dei principi del leninismo. Ciononostante, ritengo utile fare questo riassunto per fissare alcuni punti di partenza fondamentali, indispensabili per uno studio proficuo del leninismo.
Esporre i principi del leninismo, non vuol ancora dire esporre i principi della concezione del mondo di Lenin. La concezione del mondo di Lenin e i principi del leninismo non sono, per ampiezza, la stessa cosa. Lenin è un marxista e la base della sua concezione del mondo è, naturalmente, il marxismo. Ma da questo non deriva affatto che una esposizione del leninismo debba partire dall’esposizione dei principi del marxismo. Esporre il leninismo significa esporre ciò che vi è di particolare e di nuovo nell’opera di Lenin, ciò che Lenin ha apportato al tesoro comune del marxismo e che naturalmente è legato al suo nome. Soltanto in questo senso parlerò nelle mie lezioni dei principi del leninismo.
Dunque, che cosa è il leninismo?
Gli uni dicono che il leninismo è l’applicazione del marxismo alle condizioni originali della situazione russa. In questa definizione vi è una parte di verità, ma essa è ben lontana dal contenere tutta la verità. Lenin ha effettivamente applicato il marxismo alla situazione russa e l’ha applicato in modo magistrale. Ma se il leninismo non fosse che l’applicazione del marxismo alla situazione originale della Russia, sarebbe un fenomeno puramente nazionale e soltanto nazionale, puramente russo e soltanto russo. Invece noi sappiamo che il leninismo è un fenomenointernazionale, che ha le sue radici in tutta l’evoluzione internazionale e non soltanto un fenomeno russo. Ecco perché penso che questa definizione pecca di unilateralità.
Altri dicono che il leninismo è la rinascita degli elementi rivoluzionari del marxismo del decennio 1840-1850, per distinguerlo dal marxismo degli anni successivi, divenuto, a loro avviso, moderato, non più rivoluzionario. A prescindere dalla sciocca e banale divisione della dottrina di Marx in due parti, una rivoluzionaria e una moderata, bisogna riconoscere che anche questa definizione, del tutto insufficiente e insoddisfacente, contiene una parte di verità. Questa parte di verità consiste nel fatto che Lenin ha effettivamente risuscitato il contenuto rivoluzionario del marxismo, ch’era stato sotterrato dagli opportunisti della II Internazionale (14). Ma questa non è che una parte della verità. La verità intera è che il leninismo non solo ha risuscitato il marxismo, ma ha fatto ancora un passo avanti, sviluppando ulteriormente il marxismo nelle nuove condizioni del capitalismo e della lotta di classe del proletariato.
Che cosa è dunque, in ultima analisi, il leninismo?
Il leninismo è il marxismo dell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria. Più esattamente: il leninismo è la teoria e la tattica della rivoluzione proletaria in generale, la teoria e la tattica della dittatura del proletariato in particolare. Marx ed Engels militarono nel periodo prerivoluzionario (ci riferiamo alla rivoluzione proletaria), quando l’imperialismo non si era ancora sviluppato, nel periodo di preparazione dei proletari alla rivoluzione, nel periodo in cui la rivoluzione proletaria non era ancora diventata una necessità pratica immediata. Lenin invece, discepolo di Marx e di Engels, militò nel periodo di pieno sviluppo dell’imperialismo, nel periodo dello scatenamento della rivoluzione proletaria, quando la rivoluzione proletaria aveva già trionfato in un paese, aveva distrutto la democrazia borghese e aperto l’èra della democrazia proletaria, l’èra dei Soviet.
Ecco perché il leninismo è lo sviluppo ulteriore del marxismo.
Si mette spesso in rilievo il carattere straordinariamente combattivo, straordinariamente rivoluzionario del leninismo. Ciò è del tutto giusto. Ma questa caratteristica del leninismo si spiega con due motivi: in primo luogo col fatto che il leninismo è sorto dalla rivoluzione proletaria, e non può non portarne l’impronta; in secondo luogo, col fatto che esso è cresciuto e si è rafforzato nella lotta contro l’opportunismo della II Internazionale, lotta che fu ed è condizione necessaria preliminare per il successo della lotta contro il capitalismo. Non bisogna dimenticare che fra Marx ed Engels da una parte, e Lenin dall’altra, si stende un intero periodo di dominio incontrastato dell’opportunismo della II Internazionale. La lotta spietata contro l’opportunismo non poteva non essere uno dei compiti più importanti del leninismo.


I. Le radici storiche del leninismo

Il leninismo sorse e si formò nelle condizioni esistenti nel periodo dell’imperialismo, quando le contraddizioni del capitalismo erano giunte al punto più alto, quando la rivoluzione proletaria era diventata un problema pratico immediato, quando il precedente periodo di preparazione della classe operaia alla rivoluzione si era chiuso, e si era entrati nel nuovo periodo dell’assalto diretto al capitalismo.
Lenin chiamava l’imperialismo «capitalismo morente». Perché? Perché l’imperialismo porta le contraddizioni del capitalismo all’ultimo termine, ai limiti estremi, oltre i quali comincia la rivoluzione. Di queste contraddizioni, tre devono essere considerate come le più importanti.
La prima contraddizione è la contraddizione tra il lavoro e il capitale. L’imperialismo è l’onnipotenza, nei paesi industriali, dei trust e dei sindacati monopolisti, delle banche e dell’oligarchia finanziaria. Nella lotta contro questa onnipotenza, i metodi abituali della classe operaia - sindacati e cooperative, partiti parlamentari e lotta parlamentare - si son rivelati assolutamente insufficienti. O abbandonarsi alla mercè del capitale, vegetare all’antica e scendere sempre più in basso, o impugnare una nuova arma: così l’imperialismo pone il problema alle masse innumerevoli del proletariato. L’imperialismo avvicina la classe operaia alla rivoluzione.
La seconda contraddizione è la contraddizione fra i diversi gruppi finanziari e le diverse potenze imperialiste nella loro lotta per le fonti di materie prime e per i territori altrui. L’imperialismo è esportazione di capitale verso le fonti di materie prime, lotta accanita per il possesso esclusivo di queste fonti, lotta per una nuova spartizione del mondo già diviso, lotta che viene condotta con particolare asprezza, dai gruppi finanziari nuovi e dalle potenze in cerca di un «posto al sole», contro i vecchi gruppi e le potenze che non vogliono a nessun costo abbandonare il bottino. Questa lotta accanita tra diversi gruppi di capitalisti è degna di nota perché racchiude in sé, come elemento inevitabile, le guerre imperialiste, le guerre per la conquista di territori altrui. Questa circostanza, a sua volta, è degna di nota perché porta all’indebolimento reciproco degli imperialisti, all’indebolimento delle posizioni del capitalismo in generale, perché avvicina il momento della rivoluzione proletaria, perché rende praticamente necessaria questa rivoluzione.
La terza contraddizione è la contraddizione tra un pugno di nazioni «civili» dominanti e centinaia di milioni di uomini appartenenti ai popoli coloniali e dipendenti del mondo. L’imperialismo è lo sfruttamento più spudorato, l’oppressione più inumana di centinaia di milioni di abitanti degli immensi paesi coloniali e dipendenti. Spremere dei sopraprofitti: ecco lo scopo di questo sfruttamento e di questa oppressione. Ma per sfruttare questi paesi l’imperialismo è costretto a costruirvi delle ferrovie, delle fabbriche, delle officine, a crearvi dei centri industriali e commerciali. L’apparire di una classe di proletari, il sorgere di uno strato di intellettuali indigeni, il risveglio di una coscienza nazionale, il rafforzarsi del movimento per l’indipendenza: tali sono gli effetti inevitabili di questa “politica”. L’incremento del movimento rivoluzionario in tutte le colonie e in tutti i paesi dipendenti, senza eccezione, ne fornisce la prova evidente. Questa circostanza è importante per il proletariato perché mina alle radici le posizioni delcapitalismo, trasformando le colonie e i paesi dipendenti da riserve dell’imperialismo in riserve della rivoluzione proletaria.
Tali sono, in generale, le principali contraddizioni dell’imperialismo, che hanno trasformato il «florido» capitalismo di una volta in capitalismo morente.
L’importanza della guerra imperialista, scatenatasi dieci anni fa, consiste, tra l’altro, nel fatto che essa ha raccolto in un sol fascio tutte queste contraddizioni e le ha gettate sul piatto della bilancia, accelerando e facilitando le battaglie rivoluzionarie del proletariato.
L’imperialismo, in altri termini, non solo ha fatto sì che la rivoluzione proletaria è diventata una necessità pratica, ma ha pure creato le condizioni favorevoli per l’assalto diretto alle fortezze del capitalismo.
Tale è la situazione internazionale che ha generato il leninismo.
Tutto ciò va benissimo, si dirà; ma che c’entra la Russia, la quale certo non era e non poteva essere il paese classico dell’imperialismo? Che c’entra Lenin, il quale ha lavorato soprattutto in Russia e per la Russia? Perché mai proprio la Russia è diventata il focolaio del leninismo, la patria della teoria e della pratica della rivoluzione proletaria?
Per il fatto che la Russia era il punto nodale di tutte queste contraddizioni dell’imperialismo.
Per il fatto che la Russia era, più di qualsiasi altro paese, gravida di rivoluzione, e perciò essa soltanto era in grado di risolvere queste contraddizioni per via rivoluzionaria.
Innanzi tutto, la Russia zarista era un focolaio di ogni genere di oppressione - e capitalistica e coloniale e militare - esercitata nella forma più barbara e più inumana. Chi non sa che in Russia l’onnipotenza del capitale si fondeva col potere dispotico dello zarismo, l’aggressività del nazionalismo russo con la ferocia dello zarismo verso i popoli non russi, lo sfruttamento di intiere regioni - della Turchia, della Persia, della Cina - con la conquista di queste regioni da parte dello zarismo, con le guerre volte a conquistarle? Lenin aveva ragione di dire che lo zarismo era un «imperialismo feudale militare». Lo zarismo concentrava in sé i lati più negativi dell’imperialismo, elevati al quadrato.
E non basta. La Russia zarista era un’immensa riserva dell’imperialismo occidentale non soltanto nel senso che dava libero accesso al capitale straniero, il quale teneva in pugno settori decisivi dell’economia russa, come i combustibili e la metallurgia, ma anche nel senso che poteva mettere al servizio degli imperialisti dell’Occidente milioni di soldati. Ricordate l’esercito russo di dodici milioni di uomini, che ha versato il suo sangue sui fronti della guerra imperialista per assicurare favolosi profitti ai capitalisti anglo-francesi.
Ancora. Lo zarismo non era soltanto il cane da guardia dell’imperialismo nell’Europa orientale, era anche un’agenzia dell’imperialismo occidentale per estorcere alla popolazione centinaia di milioni per il pagamento degli interessi dei prestiti che gli erano stati concessi a Parigi, a Londra, a Berlino e a Bruxelles.
Infine, lo zarismo era l’alleato più fedele dell’imperialismo occidentale nella spartizione della Turchia, della Persia, della Cina, ecc. Chi non sa che la guerra imperialista è stata condotta dallo zarismo in unione con gli imperialisti dell’Intesa, che la Russia è stata un elemento essenziale di questa guerra?
Ecco perché gli interessi dello zarismo e dell’imperialismo occidentale s’intrecciavano e si fondevano, in ultima analisi, nell’unico gomitolo degli interessi dell’imperialismo. Poteva l’imperialismo occidentale rassegnarsi alla perdita di un così potente appoggio in Oriente e di un così ricco serbatoio di forze e di mezzi, quale era la vecchia Russia zarista e borghese, senza impegnare tutte le proprieforzeper condurre una lotta a morte contro la rivoluzione in Russia, allo scopo di difendere e conservare lo zarismo? Evidentemente, non poteva!
Ma da questo deriva che chiunque voleva battere lo zarismo inevitabilmente alzava la mano contro l’imperialismo, chiunque insorgeva contro lo zarismo doveva insorgere anche contro l’imperialismo, poiché chi voleva rovesciare lo zarismo doveva abbattere anche l’imperialismo, se voleva realmente non solo vincere lo zarismo, ma debellarlo definitivamente. La rivoluzione contro lo zarismo si collegava, perciò, alla rivoluzione contro l’imperialismo e doveva trasformarsi in rivoluzione proletaria.
In Russia si scatenava pertanto la più grande rivoluzione popolare, a capo della quale si trovava il proletariato più rivoluzionario del mondo, che disponeva di un alleato dell’importanza dei contadini rivoluzionari della Russia. Vi è bisogno di dimostrare che tale rivoluzione non poteva fermarsi a mezza strada, che in caso di successo essa doveva procedere oltre, innalzando la bandiera dell’insurrezione contro l’imperialismo?
Ecco perché la Russia doveva diventare il punto nodale delle contraddizioni dell’imperialismo, non solo nel senso che queste contraddizioni si rivelavano proprio in Russia più che in ogni altro paese, per il loro carattere particolarmente scandaloso e particolarmente intollerabile, e non solo perché la Russia era il punto d’appoggio principale dell’imperialismo d’Occidente, costituendo un legame tra il capitale finanziario dell’Occidente e le colonie dell’Oriente, ma anche perché solo in Russia esisteva una forza reale, capace di risolvere le contraddizioni dell’imperialismo per via rivoluzionaria.
Ma da questo deriva che la rivoluzione, in Russia, non poteva non diventare proletaria, che essa non poteva non prendere fin dai primi giorni del suo sviluppo un carattere internazionale, che essa non poteva quindi non scuotere le basi stesse dell’imperialismo mondiale.
Potevano i comunisti russi, in questa situazione, contenere il loro lavoro nel quadro strettamente nazionale della rivoluzione russa? Evidentemente no! Al contrario, tutta la situazione, tanto interna (profonda crisi rivoluzionaria), quanto esterna (guerra), li spingeva a uscire, nel corso del loro lavoro, da questo quadro, a trasportare la lotta sull’arena internazionale, a mettere a nudo le piaghe dell’imperialismo, a dimostrare l’ineluttabilità della catastrofe del capitalismo, a battere il socialsciovinismo e il socialpacifismo e, infine, ad abbattere il capitalismo nel proprio paese e a forgiare per il proletariato una nuova arma di lotta, la teoria e la tattica della rivoluzione proletaria, allo scopo di facilitare ai proletari di tutti i paesi il compito dell’abbattimento del capitalismo. I comunisti russi non potevano, del resto, agire in altro modo, poiché solo seguendo questa via si poteva contare su alcune modificazioni della situazione internazionale, atte a garantire la Russia dalla restaurazione del regime borghese.
Ecco perché la Russia è diventata il focolaio del leninismo, e il capo dei comunisti russi, Lenin, ne è diventato il creatore.
Per la Russia e per Lenin “è avvenuto” qualche cosa di simile a quel che, tra il 1840 e il 1850, “era avvenuto” per la Germania e per Marx ed Engels. Come la Russia al principio del secolo XX, la Germania era allora gravida della rivoluzione borghese. Nel Manifesto dei Comunisti, Marx scriveva allora che:

Sulla Germania rivolgono i comunisti specialmente la loro attenzione, perché la Germania è alla vigilia della rivoluzione borghese, e perché essa compie tale rivoluzione in condizioni di civiltà generale europea più progredite e con un proletariato molto più sviluppato che non avessero l’Inghilterra nel secolo XVII e la Francia nel XVIII; per cui la rivoluzione borghese tedesca non può essere che l’immediato preludio di una rivoluzione proletaria.

In altri termini, il centro del movimento rivoluzionario si spostava verso la Germania.
Non vi può esser dubbio che appunto questa circostanza, segnalata da Marx nel passo sopra riportato, fu probabilmente la causa per cui appunto la Germania fu la patria del socialismo scientifico e i capi del proletariato tedesco - Marx ed Engels - ne furono i creatori.
Lo stesso, ma in misura ancora maggiore, si deve dire della Russia dell’inizio del secolo XX. La Russia si trovava in quel periodo alla vigilia di una rivoluzione borghese; ma doveva compiere questa rivoluzione quando le condizioni dell’Europa erano più progredite, il proletariato più sviluppato che nel caso della Germania (senza parlare dell’Inghilterra e della Francia) e tutti i dati indicavano che questa rivoluzione sarebbe stata il lievito e il preludio della rivoluzione proletaria. Non si può reputare accidentale il fatto che già nel 1902, quando la rivoluzione russa era soltanto all’inizio, Lenin scrivesse nel suo opuscolo Che fare? queste parole profetiche:

La storia ci pone oggi (cioè ai marxisti russi. G. St.) un compito immediato, il più rivoluzionario di tutti i compiti immediati del proletariato di qualsiasi altro paese. L’adempimento di questo compito, la distruzione del baluardo più potente della reazione non soltanto europea, ma anche... asiatica, farebbe del proletariato russo l’avanguardia del proletariato rivoluzionario internazionale.

In altri termini, il centro del movimento rivoluzionario doveva spostarsi verso la Russia.
È noto che il corso della rivoluzione in Russia ha più che confermato questa predizione di Lenin.
C’è dunque da meravigliarsi che un paese, il quale ha fatto una tale rivoluzione ed ha un tale proletariato, sia stato la patria della teoria e della tattica della rivoluzione proletaria?
C’è da meravigliarsi che il capo di questo proletariato, Lenin, sia diventato in pari tempo il creatore di questa teoria e di questa tattica e il capo del proletariato internazionale?


II. Il metodo

Ho già detto che fra Marx ed Engels da una parte e Lenin dall’altra, si stende tutto il periodo del dominio dell’opportunismo della II Internazionale. Aggiungerò, per precisare, che non si tratta di un dominio formale dell’opportunismo, bensì di un dominio di fatto. Formalmente, a capo della II Internazionale vi erano dei marxisti «ortodossi» come Kautsky (15) ed altri. In realtà, però, l’attività fondamentale della II Internazionale si svolgeva sulla linea dell’opportunismo. Gli opportunisti si adattavano alla borghesia in virtù della loro natura adattabile, piccolo-borghese; gli «ortodossi», a loro volta, si adattavano agli opportunisti nell’interesse del «mantenimento dell’unità» con gli opportunisti, nell’interesse della «pace nel partito». Il risultato era il dominio dell’opportunismo, poiché si creava tra la politica della borghesia e la politica degli «ortodossi» una catena ininterrotta.
Si era in un periodo di sviluppo relativamente pacifico del capitalismo, in un periodo, per così dire, di anteguerra, in cui le contraddizioni catastrofiche dell’imperialismo non erano ancora arrivate a manifestarsi in tutta la loro evidenza, gli scioperi economici degli operai e i sindacati si sviluppavano più o meno «normalmente», la lotta elettorale e i gruppi parlamentari riportavano successi «da far girar la testa», le forme legali di lotta erano portate alle stelle e si pensava di poter «uccidere» il capitalismo con la legalità, in un periodo, insomma, in cui i partiti della II Internazionale s’imbastardivano e non si voleva pensare seriamente alla rivoluzione, alla dittatura del proletariato, all’educazione rivoluzionaria delle masse.
Invece di una teoria rivoluzionaria coerente, affermazioni teoriche contraddittorie e frammenti di teoria, staccati dalla lotta rivoluzionaria vivente delle masse e trasformatisi in dogmi rinsecchiti. Per salvare le apparenze, certo, ci si richiamava alla teoria di Marx, ma per spogliarla del suo vivente spirito rivoluzionario.
Invece di una politica rivoluzionaria, filisteismo smidollato e politicantismo gretto, diplomazia parlamentare e combinazioni parlamentari. Per salvare le apparenze, certo, si approvavano risoluzioni e parole d’ordine «rivoluzionarie», ma per passarle agli archivi.
Invece di educare e istruire il partito nella giusta tattica rivoluzionaria sulla base dell’esperienza dei suoi propri errori, si eludevano accuratamente, si mascheravano e si mettevano in disparte le questioni spinose. Per salvare le apparenze, certo, non ci si esimeva dal parlarne, ma per concludere l’affare con una qualsiasi risoluzione «di caucciù».
Tali erano la fisionomia, il metodo di lavoro e l’arsenale della II Internazionale.
Frattanto si avvicinava un nuovo periodo di guerre imperialiste e di battaglie rivoluzionarie del proletariato. I vecchi metodi di lotta si rivelavano manifestamente insufficienti, impotenti, di fronte all’onnipotenza del capitale finanziario.
Era necessario rivedere tutto il lavoro della II Internazionale, tutto il suo metodo di lavoro, dare il bando al filisteismo, alla grettezza mentale, al politicantismo, al tradimento, al socialsciovinismo, al socialpacifismo. Era necessario verificare tutto l’arsenale della II Internazionale, buttare via tutto quel che vi era di arrugginito e di antiquato, forgiare nuove sorta di armi. Senza questo lavoro preliminare era inutile partire in guerra contro il capitalismo. Senza questo lavoro il proletariato rischiava di trovarsi, di fronte alle nuove battaglie rivoluzionarie, insufficientemente armato, o addirittura del tutto disarmato.
L’onore di questa revisione generale, di questa ripulitura generale delle stalle d’Augia (16) della II Internazionale è toccato al leninismo.
Ecco in quale situazione è sorto e si è forgiato il metodo del leninismo.
A che cosa si riducono le esigenze di questo metodo?
Innanzi tutto, alla verifica dei dogmi teorici della II Internazionale nel fuoco della lotta rivoluzionaria delle masse, nel fuoco della pratica vivente, cioè al ristabilimento della perduta unità fra la teoria e la pratica, alla eliminazione della rottura tra di esse, poiché solo così si può formare un partito veramente proletario, armato di una teoria rivoluzionaria.
In secondo luogo, alla verifica della politica dei partiti della II Internazionale, partendo non dalle loro parole d’ordine e dalle loro risoluzioni (a cui non si può prestar fede), bensì dai loro atti, dalle loro azioni, poiché solo così si può conquistare e meritare la fiducia delle masse proletarie.
In terzo luogo, alla riorganizzazione di tutto il lavoro del partito per dargli una nuova impronta rivoluzionaria, nel senso dell’educazione e della preparazione delle masse alla lotta rivoluzionaria, poiché solo così si possono preparare le masse alla rivoluzione proletaria.
In quarto luogo, all’autocritica dei partiti proletari, alla loro educazione e istruzione partendo dall’esperienza dei loro propri errori, poiché solo così si possono formare dei veri quadri e dei veri dirigenti del partito.
Queste sono le basi, questa è l’essenza del metodo del leninismo.
Come è stato applicato in pratica questo metodo?
Gli opportunisti della II Internazionale professano una serie di dogmi teorici, che ripetono come il rosario. Vediamone alcuni.
Dogma primo: circa le condizioni della presa del potere da parte del proletariato. Gli opportunisti asseriscono che il proletariato non può e non deve prendere il potere se non è maggioranza nel paese. Prove non ne danno, non essendo possibile, nè dal punto di vista teorico, nè dal punto di vista pratico, giustificare questa tesi assurda. Ammettiamo che sia vero, risponde Lenin a quei signori della II Internazionale. Ma ove si produca una situazione storica (guerra, crisi agraria, ecc.) in cui il proletariato, pur essendo la minoranza della popolazione, abbia la possibilità di raggruppare attorno a sé l’enorme maggioranza delle masse lavoratrici, perché esso non dovrebbe prendere il potere? Perché il proletariato non dovrebbe approfittare della situazione internazionale e interna favorevole per spezzare il fronte del capitale e affrettare il crollo generale? Non ha forse detto Marx, sin dal 1850, che la rivoluzione proletaria tedesca si sarebbe trovata in «eccellenti» condizioni, se fosse stato possibile assicurare alla rivoluzione proletaria l’appoggio «per così dire, di una seconda edizione della guerra dei contadini»? Non è forse noto a tutti che a quell’epoca, in Germania, i proletari erano relativamente meno numerosi che, per esempio, in Russia nel 1917? La pratica della rivoluzione proletaria russa non ha forse dimostrato che questo dogma, caro agli eroi della II Internazionale, è privo di ogni significato vitale per il proletariato? Non è forse chiaro che l’esperienza della lotta rivoluzionaria delle masse batte in breccia e fa a pezzi questo dogma rinsecchito?
Dogma secondo: il proletariato non può conservare il potere, se non possiede una quantità sufficiente di quadri già pronti, di intellettuali e di amministratori, capaci di assicurare la gestione del paese. Prima bisogna formare questi quadri sotto il capitalismo e in seguito prendere il potere. Ammettiamo che sia vero, risponde Lenin; ma perché non si può procedere in senso opposto: incominciare a prendere il potere, creare le condizioni favorevoli allo sviluppo del proletariato, e poi andare avanti, con gli stivali delle sette leghe, per elevare il livello culturale delle masse lavoratrici, per formare numerosi quadri di dirigenti e amministratori reclutati fra gli operai? La pratica russa non ha forse dimostrato che i quadri dirigenti reclutati fra gli operai crescono sotto il potere proletario cento volte più rapidamente e meglio che sotto il potere del capitale? Non èforse chiaro che la pratica della lotta rivoluzionaria delle masse manda spietatamente in pezzi anche questo dogma teorico degli opportunisti?
Dogma terzo: il metodo dello sciopero generale politico non può essere accettato dal proletariato, perché teoricamente è inconsistente (si veda la critica di Engels), praticamente è pericoloso (può turbare il corso normale della vita economica del paese, può vuotare le casse dei sindacati) e non può sostituire le forme di lotta parlamentari, che sono la forma principale della lotta di classe del proletariato. Bene, rispondono i leninisti. Ma innanzi tutto Engels non ha criticato qualsiasi sciopero generale, ma solo una specie determinata di sciopero generale, lo sciopero generale economico degli anarchici, preconizzato dagli anarchici in luogo della lotta politica del proletariato. Che c’entra il metodo dello sciopero generale politico? In secondo luogo, da chi e dove è stato provato che la lotta parlamentare sia la principale forma di lotta del proletariato? La storia delmovimento rivoluzionario non dimostra forse che la lotta parlamentare è soltanto una scuola, un ausilio per l’organizzazione della lotta extraparlamentare del proletariato, che le questioni fondamentali del movimento operaio in regime capitalistico si risolvono con la forza, con la lotta diretta delle masse proletarie, con lo sciopero generale, con l’insurrezione? In terzo luogo, dove è stata presa la questione della sostituzione alla lotta parlamentare del metodo dello sciopero generale politico? Dove e quando gli assertori dello sciopero generale politico hanno tentato di sostituire alle forme parlamentari di lotta le forme di lotta extraparlamentari? In quarto luogo, la rivoluzione russa non ha forse dimostrato che lo sciopero generale politico è la più grande scuola della rivoluzione proletaria e un mezzo insostituibile di mobilitazione e di organizzazione delle più grandi masse del proletariato alla vigilia dell’assalto alle fortezze del capitalismo? Cosa c’entrano i lamenti ipocriti sulla disorganizzazione del corso normale della vita economica e sulle casse dei sindacati? Non è forse chiaro che la pratica della lotta rivoluzionaria distrugge anche questo dogma degli opportunisti?
Ecc. ecc.
Ecco perché Lenin diceva che «la teoria rivoluzionaria non è un dogma», che «essa si forma definitivamente solo in stretto rapporto con la pratica di un movimento veramente rivoluzionario e veramente di massa» (La malattia infantile), perché la teoria deve servire alla pratica, perché «la teoria deve rispondere alle questioni poste dalla pratica» (Gli amici del popolo), perché essa deve venir confermata dai dati della pratica.
Quanto alle parole d’ordine politiche e alle decisioni politiche dei partiti della II Internazionale, basta ricordare ciò che è capitato alla parola d’ordine «guerra alla guerra», per comprendere tutta l’ipocrisia, tutto il putridume della pratica politica di questi partiti, che ammantano la loro attività controrivoluzionaria di parole d’ordine e di risoluzioni rivoluzionarie pompose. Tutti ricordano la pomposa manifestazione della II Internazionale al Congresso di Basilea, in cui gl’imperialisti furono minacciati di tutti gli orrori dell’insurrezione se avessero osato scatenare la guerra, e venne formulata la minacciosa parola d’ordine: «guerra alla guerra». Ma chi non ricorda che qualche tempo dopo, allo scoppio della guerra, la risoluzione di Basilea fu passata agli archivi e agli operai si dette una nuova parola d’ordine: massacrarsi a vicenda per la gloria della patriacapitalista? Non è forse chiaro che le parole d’ordine e le risoluzioni rivoluzionarie non valgono un quattrino se non sono corroborate dall’azione? Basta paragonare la politica leninista di trasformazione della guerra imperialista in guerra civile alla politica di tradimento seguita dalla II Internazionale durante la guerra, per comprendere tutta la trivialità dei politicanti dell’opportunismo, tutta la grandezza del metodo leninista. Non posso fare a meno di riportare qui un passo del libro di Lenin La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, in cui egli sferza duramente il tentativo opportunista del capo della II Internazionale K. Kautsky di giudicare i partiti non dalle loro azioni, ma dalle loro parole d’ordine e dai loro documenti di carta:

Kautsky fa una politica tipicamente piccolo-borghese, filistea, quando s’immagina... che il fatto di lanciare una parola d’ordine cambi la realtà. Tutta la storia della democrazia borghese mette a nudo questa illusione: per ingannare il popolo, i democratici borghesi hanno sempre lanciato e sempre lanciano ogni sorta di «parole d’ordine». Si tratta di controllare la loro sincerità, di mettere a confronto le parole con i fatti, di non appagarsi della frase idealistica o ciarlatanesca, ma di cercar di scoprire la realtà di classe.

E non parlo della paura dell’autocritica, che è propria dei partiti della II Internazionale, della loro abitudine di nascondere i propri errori, di mettere a tacere le questioni spinose, di nascondere le proprie deficienze, dando falsamente ad intendere che tutto va per il meglio, il che soffoca il pensiero vivo e intralcia l’educazione rivoluzionaria del partito sulla base dell’esperienza dei suoi propri errori. Lenin ha posto in ridicolo e messo alla gogna questa abitudine. Ecco che cosa scriveva Lenin nel suo opuscolo La malattia infantile a proposito dell’autocritica dei partiti proletari:

L’atteggiamento di un partito politico verso i suoi errori è uno dei criteri più importanti e più sicuri per giudicare se un partito è serio, se adempie di fatto i suoi doveri verso la propria classe e verso le masse lavoratrici. Riconoscere apertamente un errore, scoprirne le cause, analizzare la situazione che lo ha generato, studiare attentamente i mezzi per correggerlo: questo è indizio della serietà di un partito, questo si chiama adempiere il proprio dovere, educare e istruire la classe, e quindi le masse.

Taluni dicono che lo svelare i propri errori e l’autocritica sono cose pericolose per il partito, perché possono essere utilizzate dall’avversario contro il partito del proletariato. Lenin considerava prive di serietà e completamente sbagliate simili obiezioni. Ecco che cosa egli diceva a questo proposito, già nel 1904, nell’opuscolo Un passo avanti, quando il nostro partito era ancora debole e poco numeroso:
Essi (cioè gli avversari dei marxisti. G. St.) si agitano e manifestano una gioia maligna quando osservano le nostre discussioni; essi tenteranno certamente di servirsi, pei loro fini, di passi staccati dell’opuscolo dove tratto delle deficienze e delle lacune del nostro partito. I socialdemocratici russi sono già sufficientemente temprati alle battaglie per non lasciarsi commuovere da questi colpi di spillo, per continuare, malgrado ciò, il loro lavoro di autocritica e di smascheramento spietato dei propri difetti, che saranno sicuramente e inevitabilmente superati con lo sviluppo del movimento operaio.

Sono questi, in generale, i tratti caratteristici del metodo del leninismo.
Ciò che si trova nel metodo di Lenin, si trovava già, sostanzialmente, nella dottrina di Marx che, secondo le parole di Marx stesso, è «critica e rivoluzionaria nella sua essenza». È proprio questo spirito critico e rivoluzionario che penetra da cima a fondo il metodo di Lenin. Ma non sarebbe giusto pensare che il metodo di Lenin sia una semplice restaurazione di ciò che ha dato Marx. In realtà, il metodo di Lenin non è soltanto la restaurazione, ma è anche la concretizzazione e lo sviluppo ulteriore del metodo critico e rivoluzionario di Marx, della sua dialettica materialistica.

III. La teoria

Di questo tema tratterò tre questioni: a) l’importanza della teoria per il movimento proletario; b) la critica della «teoria» della spontaneità e c) la teoria della rivoluzione proletaria.
1) Importanza della teoria. Alcuni credono che il leninismo sia il prevalere della pratica sulla teoria, nel senso che l’essenziale in esso sia la traduzione in atto delle tesi marxiste, l’«applicazione» di queste tesi e che, nei riguardi della teoria, il leninismo sia, secondo loro, abbastanza noncurante. È noto che Plekhanov (17) schernì più volte la «noncuranza» di Lenin per la teoria e specialmente per la filosofia. È noto, d’altra parte, che la teoria non è molto nelle grazie di molti leninisti pratici d’oggigiorno, a causa soprattutto dell’enorme quantità di lavoro pratico cui la situazione li costringe a sobbarcarsi. Devo dichiarare che questa opinione più che strana su Lenin e sul leninismo è completamente falsa e non corrisponde per niente alla realtà, che la tendenza dei pratici a infischiarsi della teoria contraddice a tutto lo spirito del leninismo ed è gravida di seri pericoli per la nostra causa.
La teoria è l’esperienza del movimento operaio di tutti i paesi, considerata sotto l’aspetto generale. Naturalmente la teoria diventa priva di oggetto se non viene collegata con la pratica rivoluzionaria, esattamente allo stesso modo che la pratica diventa cieca se non si rischiara la strada con la teoria rivoluzionaria. Ma la teoria può diventare un’enorme forza del movimento operaio se viene elaborata in unione indissolubile con la pratica rivoluzionaria, poiché essa e soltanto essa può dare al movimento sicurezza, capacità di orientamento e comprensione del legame intimo degli avvenimenti circostanti, poiché essa e soltanto essa può aiutare la pratica a comprendere non soltanto come e in qual direzione si muovono le classi nel momento presente, ma anche come e in quale direzione esse devono muoversi nel prossimo avvenire. È stato proprio Lenin che ha detto e ripetuto decine di volte la nota tesi che:
«Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario»* (Che fare?).
Più d’ogni altro, Lenin comprendeva la grande importanza della teoria, specialmente per un partito come il nostro, in considerazione della funzione che gli è toccata, di combattente d’avanguardia del proletariato internazionale, in considerazione della complicata situazione interna e internazionale che lo circonda. Prevedendo questa funzione particolare del nostro partito sin dal 1902, egli riteneva necessario, sin d’allora, ricordare che:
«Solo un partito guidato da una teoria d’avanguardia può adempiere la funzione di combattente d’avanguardia» (Ibid.).
Non occorre dimostrare che oggi, la predizione di Lenin sulla funzione del nostro partito essendosi già realizzata, questa tesi di Lenin acquista una particolare forza e un’importanza particolare.
Forse la prova più lampante della grande importanza che Lenin attribuiva alla teoria dovrebbe essere cercata nel fatto che Lenin stesso si assunse il compito estremamente importante di generalizzare, secondo la filosofia materialistica, tutte le conquiste più importanti fatte dalla scienza nel periodo da Engels a Lenin, e di criticare a fondo le correnti antimaterialistiche fra i marxisti. Engels diceva che «il materialismo deve prendere un nuovo aspetto a ogni nuova grande scoperta». È noto che per la sua epoca questo compito fu assolto proprio da Lenin con la sua opera poderosa Materialismo ed empiriocriticismo. È noto che Plekhanov, pur tanto incline a schernire la «noncuranza» di Lenin per la filosofia, non ebbe l’animo di accingersi seriamente all’adempimento di questo compito.

2) Critica della «teoria» della spontaneità, ossia della funzione dell’avanguardia nel movimento. La «teoria» della spontaneità è la teoria dell’opportunismo, la teoria del culto della spontaneità del movimento operaio, la teoria della negazione di fatto della funzione dirigente dell’avanguardia della classe operaia, del partito della classe operaia.
La teoria del culto della spontaneità è decisamente ostile al carattere rivoluzionario del movimento operaio, non vuole che il movimento si diriga secondo la linea della lotta contro le basi del capitalismo, vuole che il movimento segua esclusivamente la linea delle rivendicazioni che possono essere «attuate», «accettate» dal capitalismo, è totalmente favorevole alla «linea della minore resistenza». La teoria della spontaneità è l’ideologia del tradunionismo.
La teoria del culto della spontaneità è decisamente ostile a che venga dato al movimento spontaneo un carattere cosciente, metodico, non vuole che il partito marci davanti alla classe operaia, che il partito elevi le masse sino a renderle coscienti, non vuole che il partito prenda la direzione del movimento; essa ritiene che gli elementi coscienti non debbano impedire al movimento di andare per la sua strada, essa vuole che il partito si limiti a registrare il movimento spontaneo e a trascinarsi alla sua coda. La teoria della spontaneità è la teoria della sottovalutazione della funzione dell’elemento cosciente nel movimento, l’ideologia del «codismo», la base logica dell’opportunismo di ogni sorta.
Praticamente questa teoria, apparsa sulla scena prima ancora della prima rivoluzione russa, aveva come conseguenza che i suoi seguaci, i cosiddetti «economisti», negavano la necessità di un partito operaio indipendente in Russia, prendevano posizione contro la lotta rivoluzionaria della classe operaia per l’abbattimento dello zarismo, predicavano nel movimento una politica tradunionista e mettevano, in generale, il movimento operaio sotto l’egemonia della borghesia liberale.
La lotta della vecchia “Iskra” e la brillante critica della teoria del «codismo», che venne fatta nell’opuscolo di Lenin Che fare?, non solo sconfissero il cosiddetto «economismo», ma crearono pure le basi teoriche di un movimento veramente rivoluzionario della classe operaia russa.
Senza questa lotta non sarebbe neanche stato possibile pensare alla creazione in Russia di un partito operaio indipendente e a una sua funzione dirigente nella rivoluzione.
Ma la teoria del culto della spontaneità non è un fenomeno unicamente russo. Essa ha la più larga diffusione, è vero, in forma alquanto diversa, in tutti i partiti della II Internazionale, senza eccezione. Alludo alla cosiddetta teoria «delle forze produttive», ridotta a una banalità dai capi della II Internazionale, teoria che, com’essi l’hanno ridotta, giustifica tutto e concilia tutti, constata i fatti e li spiega quando tutti ne hanno già fin sopra i capelli, ma, dopo averli constatati, non va più in là. Marx ha detto che la dottrina materialistica non può limitarsi a spiegare il mondo, che essa deve anche trasformarlo. Ma Kautsky e C. non arrivano sino a questo, preferiscono fermarsi alla prima parte della formula di Marx. Ecco un esempio, fra i tanti, dell’applicazione di questa «teoria». Dicono che, prima della guerra imperialista, i partiti della II Internazionale avevano minacciato di dichiarare «guerra alla guerra» se gli imperialisti avessero scatenato la guerra. Dicono che, allo scoppio della guerra, questi stessi partiti passarono agli archivi la parola d’ordine «guerra alla guerra» e applicarono la parola d’ordine opposta di «guerra per la patria imperialista». Dicono che il risultato di questo cambiamento di parole d’ordine fu il massacro di milioni di operai. Ma sarebbe un errore pensare che ci siano dei colpevoli di questo fatto, che qualcuno abbia tradito o venduto la classe operaia. Niente affatto! Tutto è accaduto come doveva accadere. Prima di tutto perché l’Internazionale è uno «strumento di pace» e non di guerra. In secondo luogo perché, dato il «livello delle forze produttive» esistente in quel tempo, non era possibile fare niente di diverso. La «colpa» è delle «forze produttive». La «teoria delle forze produttive» del signor Kautsky «ce» lo spiega con precisione. E chi non crede a questa «teoria» non è marxista. La funzione dei partiti? La loro importanza nel movimento? Ma che può mai fare il partito contro un fattore decisivo come il «livello delle forze produttive»?...
Di cosiffatti esempi di falsificazioni del marxismo se ne potrebbero citare a iosa.
Non occorre dimostrare che questo «marxismo» falsificato, destinato a coprire le vergogne dell’opportunismo, non è che una varietà europea di quella stessa teoria del «codismo» contro la quale Lenin combatteva già nel periodo anteriore alla prima rivoluzione russa.
Non occorre dimostrare che la distruzione di questa falsificazione teorica è condizione preliminare per la creazione di partiti veramente rivoluzionari in Occidente.
3) La teoria della rivoluzione proletaria. La teoria leninista della rivoluzione proletaria ha come punto di partenza tre tesi fondamentali.

Tesi prima. Il dominio del capitale finanziario nei paesi capitalisti progrediti; l’emissione di titoli, che è una delle principali operazioni del capitale finanziario; l’esportazione di capitali verso le sorgenti di materie prime, che è una delle basi dell’imperialismo; l’onnipotenza dell’oligarchia finanziaria, conseguenza del dominio del capitale finanziario: tutto ciò mette a nudo il carattere brutalmente parassitario del capitalismo monopolistico, rende cento volte più sensibile il giogo dei trust e dei sindacati capitalistici, accresce la collera della classe operaia contro le basi del capitalismo, conduce le masse alla rivoluzione proletaria come unica via di salvezza (Lenin, L’imperialismo).
Da ciò una prima conclusione: acutizzazione della crisi rivoluzionaria nei singoli paesi capitalistici, sviluppo nelle «metropoli» degli elementi di una esplosione sul fronte interno, sul fronte proletario.

Tesi seconda. L’accresciuta esportazione di capitali nei paesi coloniali e dipendenti; l’estensione delle «sfere d’influenza» e dei possedimenti coloniali fino a comprendere tutto il globo; la trasformazione del capitalismo in un sistema mondiale di asservimento finanziario e di oppressione coloniale dell’immensa maggioranza della popolazione del globo ad opera di un gruppo di paesi «progrediti»: tutto ciò, da una parte, ha fatto delle economie nazionali singole e dei singoli territori nazionali gli anelli di una catena unica, chiamata economia mondiale, d’altra parte ha diviso la popolazione del globo in due campi: un pugno di paesi capitalistici «progrediti» che sfruttano e opprimono vasti paesi coloniali e dipendenti e un’enorme maggioranza di paesi coloniali e dipendenti, costretti alla lotta per liberarsi dal giogo dell’imperialismo (cfr. L’imperialismo).
Da ciò una seconda conclusione: acutizzazione della crisi rivoluzionaria nei paesi coloniali, sviluppo dello spirito di rivolta contro l’imperialismo sul fronte esterno, coloniale.

Tesi terza. Il monopolio delle «sfere d’influenza» e delle colonie, lo sviluppo ineguale dei diversi paesi capitalistici, che determina una lotta accanita per una nuova spartizione del mondo tra i paesi che si sono già impossessati dei territori e i paesi che vogliono ricevere la «parte» loro, le guerre imperialiste, unico mezzo per ristabilire «l’equilibrio» spezzato: tutto ciò porta a un inasprimento della lotta su di un terzo fronte, un fronte intercapitalistico, il che indebolisce l’imperialismo e agevola l’unione contro l’imperialismo dei due fronti precedenti, del fronte rivoluzionario proletario e del fronte della lotta per la liberazione delle colonie (cfr. L’imperialismo).
Da ciò una terza conclusione: ineluttabilità delle guerre nell’epoca dell’imperialismo, inevitabilità della coalizione della rivoluzione proletaria in Europa con la rivoluzione coloniale in Oriente in un unico fronte mondiale della rivoluzione contro il fronte mondiale dell’imperialismo.
Tutte queste conclusioni vengono raccolte da Lenin in una sola conclusione generale, secondo cui «L’imperialismo è la vigilia della rivoluzione socialista» (L’imperialismo)*.
Di conseguenza cambia il modo stesso di affrontare il problema della rivoluzione proletaria, del suo carattere, della sua ampiezza, della sua profondità, cambia lo schema della rivoluzione in generale.
Prima si analizzavano di solito le premesse della rivoluzione proletaria partendo dall’esame della situazione economica di questo o di quel paese singolo. Oggi questo metodo non basta più. Oggi bisogna trattare la questione partendo dall’esame della situazione economica di tutti o della maggior parte dei paesi, dall’esame dello stato dell’economia mondiale, perché i paesi singoli e le singole economie nazionali hanno cessato di essere delle unità sufficienti a se stesse, sono diventati anelli di una catena unica che si chiama economia mondiale, perché il vecchio capitalismo «civile» si è trasformato nell’imperialismo, e l’imperialismo è il sistema mondiale dell’asservimento finanziario e dell’oppressione coloniale dell’enorme maggioranza della popolazione del globo da parte di un pugno di paesi «progrediti».
Prima si era soliti parlare dell’esistenza o della mancanza delle condizioni oggettive per la rivoluzione proletaria in paesi singoli o, più esattamente, in questo o in quel paese sviluppato. Oggi questo punto di vista non è più sufficiente. Oggi si deve parlare dell’esistenza delle condizioni oggettive per la rivoluzione in tutto il sistema dell’economia imperialista mondiale, considerato come un unico assieme. L’esistenza, in seno a questo sistema, di alcuni paesi non abbastanza sviluppati industrialmente non può costituire un ostacolo insormontabile alla rivoluzione, se il sistema, nel suo assieme,o meglio in quanto sistema complessivo, è già maturo per la rivoluzione.
Prima si era soliti parlare della rivoluzione proletaria in questo o in quel paese progredito come di una entità singola, sufficiente a se stessa,opposta a un fronte nazionale singolo del capitale, come al proprio antipodo. Oggi questo punto di vista non è più sufficiente. Oggi si deve parlare di rivoluzione proletaria mondiale, perchè i differenti fronti nazionali del capitale sono divenuti gli anelli di una catena unica, che si chiama fronte mondiale dell’imperialismo, a cui deve essere opposto il fronte generale del movimento rivoluzionario di tutti i paesi.
Prima si considerava la rivoluzione proletaria come il risultato del solo sviluppo interno di un dato paese. Oggi questo punto di vista non è più sufficiente. Oggi bisogna considerare la rivoluzione proletaria innazitutto come il risultato dello sviluppo delle contriddizioni nel sistama mondiale dell’imperialismo, come il risultato delle rottura della catena del fronte mondiale imperialistico in questo o in quel paese.
Dove incomincerà la rivoluzione? Dove può essere spezzato prima il fronte del capitale? In quale paese?
Là dove l’industria è più sviluppata, dove il proletariato costituisce la maggioranza, dove c’è più civiltà, dove c’è più democrazia, si rispondeva di solito una volta.
No - obietta la teoria leninista della rivoluzione - non obbligatoriamente là dove l’industria è più sviluppata, ecc. Il fronte del capitale si spezzerà là dove la catena dell’imperialismo è più debole, perché la rivoluzione proletaria è il risultato della rottura della catena del fronte imperialistico mondiale nel suo punto più debole, e può quindi avvenire che il paese che ha incominciato la rivoluzione, il paese che ha spezzato il fronte del capitale, sia capitalisticamente meno sviluppato di altri paesi, più sviluppati, rimasti, però, nel quadro del capitalismo.
Nel 1917 la catena del fronte imperialistico mondiale era più debole in Russia che in altri paesi. E là essa si è spezzata, aprendo la via alla rivoluzione proletaria. Perché? Perché in Russia si scatenava una grandiosa rivoluzione popolare, alla testa della quale marciava un proletariato rivoluzionario, che aveva per sé un alleato così serio come i milioni e milioni di contadini oppressi e sfruttati dai grandi proprietari fondiari. Perché in Russia la rivoluzione aveva per avversario un rappresentante così ripugnante dell’imperialismo, quale era lo zarismo, privo di ogni autorità morale, giustamente odiato da tutta la popolazione. La catena era più debole in Russia, sebbene la Russia fosse capitalisticamente meno sviluppata che, per esempio, la Francia o la Germania, l’Inghilterra o l’America.
Dove si spezzerà la catena nel prossimo avvenire? Ancora una volta, là dove essa è più debole. Non è escluso che la catena si possa spezzare, per esempio, in India. Perché? Perché ivi esiste un giovane proletariato rivoluzionario, combattivo, che ha un alleato come il movimento di liberazione nazionale, alleato incontestabilmente potente e incontestabilmente serio. Perché ivi la rivoluzione ha contro di sé un avversario, a tutti noto, quale l’imperialismo straniero, privo di autorità morale e giustamente odiato da tutte le masse sfruttate e oppresse dell’India.
È anche del tutto possibile che la catena si spezzi in Germania. Perché? Perché i fattori che agiscono, per esempio, in India, incominciano ad agire anche in Germania, pur essendo evidente che l’immensa differenza esistente tra il livello di sviluppo dell’India e quello della Germania non potrà non dare la propria impronta al corso e all’esito della rivoluzione in quest’ultimo paese.
Ecco perché Lenin dice che:

I paesi capitalistici dell’Europa occidentale compiranno la loro evoluzione verso il socialismo... non attraverso una “maturazione” uniforme del socialismo in essi, ma attraverso lo sfruttamento di alcuni stati da parte di altri, attraverso lo sfruttamento del primo stato vinto nella guerra imperialista, unito allo sfruttamento di tutto l’Oriente. L’Oriente, d’altra parte, è entrato definitivamente nel movimento rivoluzionario appunto in seguito a questa prima guerra imperialista, ed è stato trascinato definitivamente nel turbine generale del movimento rivoluzionario mondiale» (Meglio meno, ma meglio.).

In breve: la catena del fronte imperialistico, di regola, si deve spezzare là dove gli anelli della catena sono più deboli e, in ogni caso, non obbligatoriamente là dove il capitalismo è più sviluppato, dove i proletari sono il tanto per cento, i contadini il tanto per cento e così via.
Ecco perché i calcoli statistici sulla percentuale del proletariato nella popolazione di questo o di quel paese singolo perdono, relativamente alla soluzione del problema della rivoluzione proletaria, quell’importanza eccezionale che loro attribuivano volentieri i bacchettoni della II Internazionale, che non hanno capito l’imperialismo e temono la rivoluzione come la peste.
Proseguiamo. Gli eroi della II Internazionale affermavano (e continuano ad affermare) che, tra la rivoluzione democratica borghese da una parte e la rivoluzione proletaria dall’altra, c’è un abisso, o per lo meno una muraglia cinese, per cui l’una è separata dall’altra da un intervallo più o meno lungo, durante il quale la borghesia, arrivata al potere, sviluppa il capitalismo, mentre il proletariato raccoglie le forze e si prepara alla «lotta decisiva» contro il capitalismo. Quest’intervallo viene di solito valutato a molti decenni, se non di più. Non occorre dimostrare che questa «teoria» della muraglia cinese è, nel periodo dell’imperialismo, priva di ogni valore scientifico, che essa non è e non può essere altro che un mezzo per coprire e mascherare le brame controrivoluzionarie della borghesia. Non occorre dimostrare che, nelle condizioni esistenti nel periodo dell’imperialismo, gravido di collisioni e di guerre, alla «vigilia della rivoluzione socialista», quando il capitalismo «fiorente» si trasformava in capitalismo «morente» (Lenin) e il movimento rivoluzionario si sviluppa in tutti i paesi del mondo, quando l’imperialismo si allea con tutte le forze reazionarie, senza eccezione, persino con lo zarismo e con il regime feudale, rendendo così inevitabile la coalizione di tutte le forze rivoluzionarie, dal movimento proletario in Occidente fino al movimento di liberazione nazionale in Oriente, quando la distruzione delle sopravvivenze del regime feudale diventa impossibile senza una lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo, non occorre dimostrare che la rivoluzione democratica borghese, in un paese più o meno sviluppato, deve, in queste condizioni, avvicinarsi alla rivoluzione proletaria, che la prima deve trasformarsi nella seconda. La storia della rivoluzione in Russia ha dimostrato con evidenza che questa affermazione è giusta e incontestabile. Non a caso Lenin, fin dal 1905, alla vigilia della prima rivoluzione russa, presentava, nel suo opuscolo Due tattiche, la rivoluzione democratica borghese e la rivoluzione socialista come due anelli di una sola catena, come un quadro unico, un quadro d’assieme del processo della rivoluzione russa:
Il proletariato deve condurre a termine la rivoluzione democratica legando a sé la massa dei contadini, per schiacciare con la forza la resistenza dell’autocrazia e paralizzare l’instabilità della borghesia. Il proletariato deve fare la rivoluzione socialista legando a sé la massa degli elementi semiproletari della popolazione, per spezzare con la forza la resistenza della borghesia e paralizzare l’instabilità dei contadini e della piccola borghesia. Tali sono i compiti del proletariato, compiti che i seguaci della nuova “Iskra” presentano in modo cosi ristretto in tutti i loro ragionamenti e risoluzioni sull’ampiezza della rivoluzione (vedi Lenin, vol.VIII, p. 86).

E non parlo di altri lavori, più recenti, di Lenin, in cui l’idea della trasformazione della rivoluzione borghese in rivoluzione proletaria appare, con maggior rilievo che in Due tattiche, come una delle pietre angolari della teoria leninista della rivoluzione.
Certi compagni, a quanto pare, credono che Lenin sia giunto a quest’idea soltanto nel 1916 e che fino ad allora avesse pensato che la rivoluzione in Russia sarebbe rimasta nel quadro borghese, che il potere, quindi, sarebbe passato dalle mani dell’organo della dittatura del proletariato e dei contadini nelle mani della borghesia e non del proletariato. Dicono che questa affermazione sia penetrata persino nella nostra stampa comunista. Debbo dire che quest’affermazione è assolutamente falsa, che essa non corrisponde per niente alla realtà.
Potrei riferirmi al noto discorso di Lenin al III Congresso del partito (1905) nel quale egli qualificava la dittatura del proletariato e dei contadini, la vittoria cioè della rivoluzione democratica, non come «l’organizzazione dell’ordine», ma come «l’organizzazione della guerra» (Sulla partecipazione della socialdemocrazia al governo rivoluzionario provvisorio).
Potrei riferirmi, inoltre, ai noti articoli di Lenin Sul governo provvisorio (1905) dove Lenin, tracciando le prospettive dello sviluppo della rivoluzione russa, pone davanti al partito il compito di «fare in modo che la rivoluzione russa non sia un movimento di alcuni mesi, ma un movimento di molti anni. che essa non metta capo soltanto ad alcune piccole concessioni da parte di coloro che detengono il potere, ma al rovesciamento completo di costoro», e dove egli, sviluppando questa prospettiva e collegandola con la rivoluzione in Europa, continua:

E se questo ci riuscirà, allora... allora le fiamme della rivoluzione incendieranno l’Europa: l’operaio europeo. che langue nella reazione borghese. si solleverà a sua volta e ci farà vedere “come si fa”; allora lo slancio rivoluzionario dell’Europa si ripercuoterà sulla Russia e trasformerà un’epoca di alcuni decenni rivoluzionari... (ivi).

Potrei riferirmi ancora al noto articolo di Lenin, pubblicato nel novembre 1915, in cui egli scrive:

Il proletariato lotta e lotterà con abnegazione per la conquista del potere, per la repubblica, per la confisca delle terre..., per la partecipazione delle “masse popolari non proletarie” alla liberazione della Russia borghese dall’“imperialismo” feudale militare (= zarismo). E di questa liberazione della Russia borghese dallo zarismo, dal potere dei proprietari fondiari sulla terra, il proletariato approfitterà immediatamente* (il corsivo è mio. G. St.) non per aiutare i contadini agiati nella loro lotta contro gli operai agricoli, ma per condurre a termine la rivoluzione socialista in unione coi proletari d’Europa (vedi vol. XVIII, p. 318).

Potrei riferirmi, infine, a un noto passo dell’opuscolo di Lenin La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, in cui egli, riferendosi al passo sopra citato delle Due tattiche, relativo all’ampiezza della rivoluzione russa, giunge a questa conclusione:

È avvenuto proprio così come avevamo detto. Il corso della rivoluzione ha confermato la giustezza del nostro ragionamento. Dapprincipio, insieme a “tutti” i contadini, contro la monarchia, contro i proprietari fondiari, contro il regime medioevale (e pertanto la rivoluzione resta borghese, democratica borghese). In seguito, insieme ai contadini poveri, insieme ai semiproletari, insieme a tutti gli sfruttati, contro il capitalismo, compresi i contadini ricchi, i kulak, gli speculatori, e pertanto la rivoluzione diventa socialista. Tentare di innalzare artificialmente una muraglia cinese tra l’una e l’altra, di separarle l’una dall’altra con qualche cosa che non sia il grado di preparazione del proletariato e il grado della sua unione con i contadini poveri, è il peggiore pervertimento del marxismo, la riduzione del marxismo a una banalità, la sostituzione ad esso del liberalismo (vedi vol. XXIII, p.391).

E mi pare che basti.
Va bene, ci si dirà, ma se è così, perché Lenin ha combattuto l’idea della «rivoluzione permanente»?
Perché Lenin proponeva di «esaurire» le capacità rivoluzionarie dei contadini e utilizzare sino all’ultimo la loro energia rivoluzionaria per la liquidazione completa dello zarismo, per il passaggio alla rivoluzione proletaria, mentre i sostenitori della «rivoluzione permanente» non comprendevano l’importanza della funzione dei contadini nella rivoluzione russa, sottovalutavano la potenza dell’energia rivoluzionaria dei contadini, sottovalutavano la forza e la capacità del proletariato russo di trarre dietro a sé i contadini, e rendevano difficile la liberazione dei contadini dall’influenza della borghesia e il loro raggruppamento attorno al proletariato.
Perché Lenin proponeva di coronare l’opera della rivoluzione col passaggio del potere al proletariato, mentre i partigiani della rivoluzione «permanente» pensavano di cominciare direttamente col potere del proletariato, non comprendendo che in questo modo essi chiudevano gli occhi su un’«inezia» del genere delle sopravvivenze feudali e non tenevano conto di una forza seria come i contadini russi, non comprendendo che una tale politica non poteva che ostacolare la conquista dei contadini da parte del proletariato.
Lenin combatteva, dunque, i partigiani dellarivoluzione «permanente» non perché essi sostenessero la continuità della rivoluzione, giacché Lenin stesso sosteneva il punto di vista della rivoluzione ininterrotta, ma perché sottovalutavano la funzione dei contadini, che sono la più grande riserva del proletariato, e perché non comprendevano l’idea dell’egemonia del proletariato.
L’idea della rivoluzione «permanente» non è un’idea nuova. La espose per la prima volta Marx verso il 1850, nel suo noto Indirizzo alla Lega dei Comunisti. Da questo documento i nostri «permanentisti» presero l’idea della rivoluzione ininterrotta. Bisogna però osservare che i nostri «permanentisti», nel prenderla da Marx, l’hanno alquanto modificata, e modificandola l’hanno «rovinata» e resa inadatta all’uso pratico. C’è voluta la mano esperta di Lenin per correggere questo errore, prendere l’idea della rivoluzione ininterrotta di Marx nella sua forma pura e farne una delle pietre angolari della sua teoria della rivoluzione.
Ecco che cosa dice Marx a proposito della rivoluzione ininterrotta nel suo Indirizzo, dopo aver enumerato una serie di rivendicazioni democratiche rivoluzionarie, alla realizzazione delle quali egli chiama i comunisti:
Mentre i piccoli borghesi democratici vogliono portare al più presto possibile la rivoluzione alla conclusione, e realizzando tutt’al più le rivendicazioni di cui sopra, è nostro interesse e nostro compito render permanente la rivoluzione sino a che tutte le classi più o meno possidenti non siano scacciate dal potere, sino a che il proletariato non abbia conquistato il potere dello stato, sino a che l’associazione dei proletari, non solo in un paese ma in tutti i paesi dominanti del mondo, si sia sviluppata al punto che venga meno la concorrenza tra i proletari di questi paesi, e fino a che almeno le forze produttive decisive non siano concentrate nelle mani dei proletari.

In altri termini:
a) Marx, contrariamente ai piani dei nostri «permanentisti» russi, non proponeva affatto di incominciare la rivoluzione, nella Germania del 1850-1860, direttamente col potere proletario;
b) Marx proponeva solamente di coronare la rivoluzione con il potere proletario di stato, sbalzando, passo a passo, una frazione della borghesia dopo l’altra dalle vette del potere, per scatenare, dopo l’avvento del proletariato al potere, la rivoluzione in tutti i paesi. Ciò corrisponde perfettamente a tutto ciò che Lenin ha insegnato e a tutto ciò che Lenin ha realizzato, nel corso della nostra rivoluzione, seguendo la propria teoria della rivoluzione proletaria nelle condizioni esistenti nel periodo dell’imperialismo.
Ne risulta che i nostri «permanentisti» russi non solo hanno sottovalutato la funzione dei contadini nella rivoluzione russa e l’importanza dell’idea dell’egemonia del proletariato, ma hanno anche modificato (in peggio) l’idea della rivoluzione «permanente» di Marx, rendendola inadatta all’uso pratico.
Ecco perché Lenin scherniva la teoria dei nostri «permanentisti» chiamandola «originale» e «magnifica», e accusandoli di non voler «riflettere sulle ragioni per le quali la vita, per un intiero decennio, era passata oltre questa magnifica teoria senza tenerne conto» (articolo di Lenin scritto nel 1915, dieci anni dopo l’apparizione in Russia della teoria dei «permanentisti»: Due linee della rivoluzione).
Ecco perché Lenin considerava questa teoria come semimenscevica, dicendo che essa «prende dai bolscevichi l’appello alla lotta rivoluzionaria decisiva del proletariato e alla conquista del potere politico da parte di esso, e dai menscevichi (18) la “negazione” della funzione dei contadini» (cfr. l’articolo di Lenin Due linee della rivoluzione).
Ecco qual è il pensiero di Lenin circa la trasformazione della rivoluzione democratica borghese in rivoluzione proletaria, circa l’utilizzazione della rivoluzione borghese per il passaggio “immediato” alla rivoluzione proletaria.
Proseguiamo. Prima si considerava impossibile la vittoria della rivoluzione in un solo paese, perché si riteneva che per vincere la borghesia fosse necessaria l’azione comune del proletariato di tutti i paesi avanzati o almeno della maggior parte di essi. Oggi questo punto di vista non corrisponde più alla realtà. Oggi bisogna ammettere la possibilità di una tale vittoria, perché il carattere ineguale, a sbalzi, dellosviluppo dei diversi paesi capitalistici nel periodo dell’imperialismo, lo sviluppo delle catastrofiche contraddizioni interne dell’imperialismo, che generano delle guerre inevitabili, lo sviluppo del movimento rivoluzionario in tutti i paesi del mondo, tutto ciò determina non solo la possibilità, ma l’inevitabilità della vittoria del proletariato in singoli paesi. La storia della rivoluzione in Russia ne fornisce una prova diretta. Bisogna soltanto ricordare che l’abbattimento della borghesia può essere realizzato con successo soltanto nel caso in cui esistano certe condizioni assolutamente indispensabili, mancando le quali non si può neanche pensare alla presa del potere da parte del proletariato.
Ecco che cosa dice Lenin a proposito di queste condizioni nel suo opuscolo La malattia infantile:

La legge fondamentale della rivoluzione, confermata da tutte le rivoluzioni e particolarmente da tutte e tre le rivoluzioni russe del secolo ventesimo, consiste in questo: per la rivoluzione non è sufficiente che le masse sfruttate e oppresse siano coscienti dell’impossibilità di vivere come per il passato e reclamino dei cambiamenti; per la rivoluzione è necessario che gli sfruttatori non possano più vivere e governare come per l’innanzi. Soltanto quando gli “strati inferiori”non vogliono più vivere come per il passato e gli “strati superiori” non possono più andare avanti come prima, soltanto allora la rivoluzione può vincere. In altri termini, questa verità si esprime così: la rivoluzione non è possibile senza una crisi di tutta la nazione (che coinvolga cioè sfruttati e sfruttatori)* (il corsivo è mio. G.St.). Per la rivoluzione bisogna, dunque, in primo luogo, che la maggioranza degli operai (o per lo meno la maggioranza degli operai coscienti, pensanti, politicamente attivi) comprenda pienamente la necessità della rivoluzione e sia pronta ad affrontare la morte per essa; in secondo luogo, che le classi dirigenti attraversino una crisi di governo che trascini nella politica anche le masse più arretrate..., indebolisca il governo e renda possibile ai rivoluzionari il rapido rovesciamento di esso (vedi vol.XXV, p. 222).

Ma abbattere il potere della borghesia e instaurare il potere del proletariato in un solo paese non vuol ancora dire assicurare la vittoria completa del socialismo. Consolidato il proprio potere e tratti dietro a sé i contadini, il proletariato del paese vittorioso può e deve edificare la società socialista. Ma significa forse che con ciò esso arriverà alla vittoria completa, definitiva del socialismo, cioè che esso può, con le forze di un solo paese, consolidare definitivamente il socialismo e garantire completamente il paese dall’intervento straniero e, quindi, dalla restaurazione? No, non significa questo. Per questo è necessaria la vittoria della rivoluzione almeno in alcuni paesi. Perciò lo sviluppo e l’appoggio della rivoluzione negli altri paesi è un compito essenziale della rivoluzione vittoriosa. Perciò la rivoluzionedel paese vittorioso deve considerarsi non come una entità sufficiente a sé stessa, ma come un ausilio, come un mezzo atto ad accelerare la vittoria del proletariato negli altri paesi.
Lenin espresse questo pensiero in due parole, dicendo che il compito della rivoluzione vittoriosa consiste nel realizzare «il massimo del realizzabile in un solo paese per sviluppare, appoggiare, svegliare, la rivoluzione in tutti i paesi» (La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky).
Questi sono, a grandi linee, i tratti caratteristici della teoria leninista della rivoluzione proletaria.


IV. La dittatura del proletariato

Di questo tema tratterò tre questioni fondamentali: a) la dittatura del proletariato, strumento della rivoluzione proletaria; b) la dittatura del proletariato, dominio del proletariato sulla borghesia; c) il potere dei Soviet, forma statale della dittatura del proletariato.
1) La dittatura del proletariato, strumento della rivoluzione proletaria. La questione della dittatura proletaria è anzitutto la questione del contenuto essenziale della rivoluzione proletaria. La rivoluzione proletaria, il suo movimento, la sua estensione, le sue conquiste, prendono carne ed ossa solo attraverso la dittatura del proletariato. La dittatura del proletariato è lo strumento della rivoluzione proletaria, il suo organo, il suo punto di appoggio più importante, creato allo scopo, in primo luogo, di schiacciare la resistenza degli sfruttatori abbattuti e di consolidare le conquiste della rivoluzione e, in secondo luogo, di condurre a termine la rivoluzione proletaria, di condurre la rivoluzione fino alla vittoria completa del socialismo. La rivoluzione può vincere la borghesia, abbatterne il potere, anche senza la dittatura del proletariato, ma la rivoluzione non può schiacciare la resistenza borghese, salvaguardare la vittoria e procedere oltre verso la vittoria definitiva del socialismo se a un certo momento del suo sviluppo non crea un organo speciale: la dittatura del proletariato, suo appoggio fondamentale.
«La questione fondamentale della rivoluzione è la questione del potere» (Lenin). Ciò vuol forse dire che tutto si riduce alla presa del potere, alla conquista del potere? No, non vuol dir questo. La presa del potere è solo l’inizio dell’opera. La borghesia rovesciata in un paese, resta ancora a lungo, per molte ragioni, più forte del proletariato che l’ha rovesciata. Quindi tutto sta nel conservare il potere, nel consolidarlo, nel renderlo invincibile. Che cosa occorre per raggiungere questo scopo? È necessario adempiere per lo meno tre compiti principali, che si presentano alla dittatura del proletariato «il giorno dopo» la vittoria:
a) spezzare la resistenza dei proprietari fondiari e dei capitalisti rovesciati ed espropriati dalla rivoluzione, liquidare i loro tentativi d’ogni sorta di restaurare il potere del capitale;
b) organizzare il lavoro costruttivo raccogliendo tutti i lavoratori attorno al proletariato e svolgere questo lavoro in modo da preparare la liquidazione, la soppressione delle classi;
c) armare la rivoluzione, organizzare l’esercito della rivoluzione per la lotta contro i nemici esterni, per la lotta contro l’imperialismo.
La dittatura del proletariato è necessaria per risolvere, per adempiere questi compiti.

Il passaggio dal capitalismo al comunismo abbraccia - dice Lenin - un’intiera epoca storica. Finché essa non sia terminata, gli sfruttatori conservano inevitabilmente la speranza in una restaurazione, e questa speranza si traduce in tentativi di restaurazione. Anche dopo la prima disfatta seria, gli sfruttatori rovesciati, che non si aspettavano di esserlo, che non ci credevano, che non ne ammettevano neanche l’idea, si scagliano nella battaglia con energia decuplicata, con furiosa passione, con odio cento volte più intenso, per riconquistare il “paradiso” perduto alle loro famiglie, che vivevano una vita così dolce e che la “canaglia popolare” condanna ora alla rovina e alla miseria (o a un lavoro “ordinario”...). E a rimorchio dei capitalisti sfruttatori si trascina la grande massa della piccola borghesia la quale, come attestano decenni di esperienza storica di tutti i paesi, oscilla ed esita, oggi marcia al seguito del proletariato, domani si spaventa delle difficoltà della rivoluzione, è presa dal panico alla prima sconfitta o al primo scacco degli operai, cade in preda al nervosismo, non sa dove batter la testa, piagnucola, passa da un campo all’altro (vedi vol. XXIII, p. 355).

E la borghesia ha le sue ragioni per fare dei tentativi di restaurazione, perché, dopo esser stata rovesciata, essa resta ancora a lungo più forte del proletariato che l’ha rovesciata.

Se gli sfruttatori - dice Lenin - sono battuti soltanto in un paese, ed è questa naturalmente la regola, poiché una rivoluzione simultanea in parecchi paesi è una rara eccezione, essi restano tuttavia più forti degli sfruttati (ivi, p. 354).

In che cosa consiste la forza della borghesia rovesciata?
In primo luogo, «nella forza del capitale internazionale, nella forza e nella solidità dei legami internazionali della borghesia» (vedi vol. XXV, p. 173).
In secondo luogo, nel fatto che «ancora per lungo tempo dopo la rivoluzione gli sfruttatori conservano inevitabilmente una serie di enormi vantaggi di fatto: rimangono loro il denaro (che non si può sopprimere immediatamente), una certa quantità di beni mobili, spesso considerevoli; rimangono loro le relazioni, la pratica organizzativa e amministrativa, la conoscenza di tutti i “segreti” dell’amministrazione (consuetudini, procedimenti, mezzi, possibilità), rimangono loro un’istruzione più elevata, strette relazioni con l’alto personale tecnico (che vive e pensa da borghese), rimane loro una conoscenza infinitamente superiore dell’arte militare (il che è molto importante), ecc. ecc.» (vedi vol. XXIII, p. 354).
In terzo luogo, «nella forza dell’abitudine, nella forza della piccola produzione; poiché, per disgrazia, la piccola produzione esiste tuttora in misura molto, molto grande, e la piccola produzione genera il capitalismo e la borghesia, ogni giorno, ogni ora, in modo spontaneo e in vaste proporzioni»... poiché «sopprimere le classi non significa soltanto cacciare i proprietari fondiari e i capitalisti - ciò che noi abbiamo fatto con relativa facilità - ma vuol dire eliminare i piccoli produttori di merci che è impossibile cacciare, impossibile schiacciare, con i quali bisogna trovare un’intesa, che si possono (e si devono) trasformare, rieducare solo con un lavoro di organizzazione molto lungo, molto lento e molto prudente» (vedi vol. XXV, pp. 173 e 189).

Ecco perché Lenin dice che:

la dittatura del proletariato è la guerra più eroica e più implacabile della classe nuova contro un nemico più potente, contro la borghesia, la cui resistenza è decuplicata dal fatto di essere stata rovesciata;
che «la dittatura del proletariato è una lotta tenace, cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare ed economica, pedagogica e amministrativa, contro le forze e le tradizioni della vecchia società» (ivi, pp. 173 e 190.

Non occorre dimostrare che adempiere tali compiti in breve volger di tempo, che realizzare tutto questo in alcuni anni, è cosa assolutamente impossibile. Perciò bisogna considerare la dittatura del proletariato, il passaggio dal capitalismo al comunismo, non come un breve periodo di atti e decreti “ultra rivoluzionari”, ma come un’intiera epoca storica, piena di guerre civili e di conflitti esterni, di tenace lavoro organizzativo e di edificazione economica, di avanzate e di ritirate, di vittorie e di sconfitte. Quest’epoca storica è necessaria non soltanto per creare le premesse economiche e culturali della vittoria completa del socialismo, ma anche per dare al proletariato la possibilità, in primo luogo, di educare e temprare sé stesso come forza capace di dirigere il paese e, in secondo luogo, di rieducare e trasformare gli strati piccolo-borghesi in modo da assicurare l’organizzazione della produzione socialista.

Voi dovete - diceva Marx agli operai - passare attraverso quindici, venti, cinquant’anni di guerre civili e di battaglie internazionali, non solo per trasformare i rapporti esistenti, ma anche per trasformarvi voi stessi e rendervi atti al dominio politico (vedi K. Marx - F. Engels, Opere complete, vol.VIII, p. 506).

Continuando e sviluppando il pensiero di Marx, Lenin scrive:

Durante la dittatura del proletariato... bisognerà rieducare milioni di contadini e di piccoli proprietari, centinaia di migliaia di impiegati, di funzionari, di intellettuali borghesi, subordinarli tutti allo stato proletario e alla direzione proletaria, vincere le loro abitudini e tradizioni borghesi», così come sarà necessario «... rieducare, nel corso di una lunga lotta, sul terreno della dittatura del proletariato, i proletari stessi, che dei loro propri pregiudizi piccolo-borghesi non si liberano di punto in bianco, per miracolo, per ingiunzione della madonna e neppure per ingiunzione di una parola d’ordine, di una risoluzione, di un decreto, ma soltanto nel corso di una lotta di massa lunga e difficile contro le influenze piccolo-borghesi di massa (vedi vol. XXV, pp. 248 e 247).

2) La dittatura del proletariato, potere del proletariato sulla borghesia. Da quanto abbiamo detto appare ormai che la dittatura del proletariato non è un semplice cambiamento di uomini al governo, un mutamento di “gabinetto”, ecc., che lasci intatto il vecchio ordinamento economico e politico. I menscevichi e gli opportunisti di tutti i paesi, che temono la dittatura come il fuoco e che, per paura, sostituiscono al concetto di dittatura il concetto di “presa del potere”, riducono di solito la “presa del potere” a un cambiamento di “gabinetto”, all’apparizione al potere di un nuovo ministero composto di uomini del tipo di Scheidemann e Noske, MacDonald e Henderson (19). Non occorre spiegare che siffatti e analoghi cambiamenti di gabinetto non hanno niente di comune con la dittatura del proletariato, con la conquista del vero potere da parte del vero proletariato. Quando i MacDonald e gli Scheidemann sono al potere, ma rimane intatto il vecchio ordine borghese, i cosiddetti loro governi non possono essere nient’altro che un apparato al servizio della borghesia, nient’altro che una copertura delle piaghe dell’imperialismo, nient’altro che uno strumento nelle mani della borghesia contro il movimento rivoluzionario delle masse oppresse e sfruttate. Questi governi sono necessari al capitale come un paravento, nel momento in cui gli è scomodo, svantaggioso, difficile sfruttare e opprimere le masse senza servirsi di un paravento. Certo, l’apparizione di tali governi è un sintomo che «a casa loro» (cioè a casa dei capitalisti), «sullo Scipca» non regna la calma (20), ma i governi di tal genere, malgrado ciò, non cessano di essere, pur sotto mentite spoglie, governi del capitale. Dal governo di MacDonald o di Scheidemann alla conquista del potere da parte del proletariato, la distanza è grande come dalla terra al cielo. La dittatura del proletariato non è un cambiamento di governo, ma un nuovo stato, con nuovi organi del potere al centro e alla base, è lo stato del proletariato, sorto sulle rovine del vecchio stato, dello stato della borghesia.
La dittatura del proletariato sorge non sulla base dell’ordine borghese, bensì nel corso della sua demolizione, dopo il rovesciamento della borghesia, nel corso dell’espropriazione dei proprietari fondiari e dei capitalisti, nel corso della socializzazione dei mezzi e degli strumenti essenziali della produzione, nel corso della rivoluzione proletaria violenta. La dittatura del proletariato è un potere rivoluzionario che si appoggia sulla violenza contro la borghesia.
Lo stato è una macchina nelle mani della classe dominante per lo schiacciamento della resistenza dei suoi nemici di classe. Sotto questo aspetto, la dittatura del proletariato non differisce per nulla, in sostanza, dalla dittatura di qualsiasi altra classe, poiché lo stato proletario è una macchina per lo schiacciamento della borghesia. C’è però una differenza sostanziale. Essa consiste nel fatto che tutti gli stati di classe esistenti fino ad oggi erano la dittatura di una minoranza sfruttatrice sulla maggioranza sfruttata, mentre la dittatura del proletariato è la dittatura della maggioranza sfruttata sulla minoranza sfruttatrice.
In poche parole: la dittatura del proletariato è il potere del proletariato sulla borghesia, potere che non è limitato dalla legge, poggia sulla violenza e gode la simpatia e l’appoggio delle masse lavoratrici e sfruttate (Stato e rivoluzione).
Di qui scaturiscono due deduzioni fondamentali:
Prima deduzione. La dittatura del proletariato non può essere una democrazia “integrale”, una democrazia per tutti, e per i ricchi e per i poveri; la dittatura del proletariato «deve essere uno stato democratico in modo nuovo per* i proletari e i non possidenti in generale, e dittatoriale in modo nuovo, contro la borghesia...» (Stato e rivoluzione) 1. I discorsi di Kautsky e C. sull’eguaglianza universale, sulla democrazia «pura», sulla democrazia «perfetta» ecc. sono una copertura borghese del fatto incontestabile che l’eguaglianza tra sfruttati e sfruttatori è impossibile. La teoria della democrazia «pura» è la teoria dell’aristocrazia operaia addomesticata e mantenuta dai briganti imperialisti. Essa è stata creata per coprire le piaghe del capitalismo, per abbellire l’imperialismo e dargli una forza morale nella lotta contro le masse sfruttate. Non vi sono e non vi possono essere, in regime capitalista, vere «libertà» per gli sfruttati, non fosse altro per il solo fatto che i locali, le tipografie, i depositi di carta, ecc., necessari per l’utilizzazione delle «libertà», sono un privilegio degli sfruttatori. Non c’è nè vi può essere, in regime capitalista, un’effettiva partecipazione delle masse sfruttate alla direzione del paese, non fosse altro per il solo fatto che anche nei regimi più democratici, in regime capitalista, i governi non ricevono il potere dal popolo, ma dai Rothschild e dagli Stinnes, dai Rockefeller e dai Morgan. La democrazia, in regime capitalista, è una democrazia capitalista, è la democrazia della minoranza sfruttatrice, si basa sulla limitazione dei diritti della maggioranza sfruttata ed è diretta contro questa maggioranza. Soltanto sotto la dittatura del proletariato sono possibili vere «libertà» per gli sfruttati e una vera partecipazione dei proletari e dei contadini al governo del paese. La democrazia, sotto la dittatura del proletariato, è una democrazia proletaria, è la democrazia della maggioranza sfruttata, si basa sulla limitazione dei diritti della minoranza sfruttatrice ed è diretta contro questa minoranza.
Seconda deduzione. La dittatura del proletariato non può sorgere come risultato di uno sviluppo pacifico della società borghese e della democrazia borghese; essa può sorgere soltanto come risultato della demolizione della macchina statale borghese, dell’esercito borghese, dell’apparato amministrativo borghese, della polizia borghese.

La classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale già pronta e metterla in moto per i suoi propri fini» scrivono Marx ed Engels nella prefazione al Manifesto del Partito comunista.
La rivoluzione proletaria non deve consistere nel «... trasferire da una mano ad un’altra la macchina militare e burocratica, come è avvenuto fino ad ora, ma nello spezzarla...: tale è la condizione previa di ogni rivoluzione veramente popolare sul Continente», dice Marx nella sua lettera a Kugelmann (21) del 1871.

La frase restrittiva di Marx relativa al Continente ha fornito agli opportunisti e ai menscevichi di tutti i paesi un pretesto per strillare che Marx ammetteva, dunque, la possibilità della trasformazione pacifica della democrazia borghese in democrazia proletaria, almeno per certi paesi che non fanno parte del Continente europeo (Inghilterra, America). Effettivamente Marx ammetteva questa possibilità, e aveva delle ragioni per ammetterla per l’Inghilterra e l’America del 1870-1880, quando non esisteva ancora il capitalismo monopolistico, non esisteva l’imperialismo e non esistevano ancora, in quei paesi, per le condizioni speciali del loro sviluppo, nè una burocrazia, nè un militarismo sviluppati. Così stavano le cose prima dell’apparizione di un imperialismo sviluppato. Ma in seguito, trenta o quaranta anni dopo, quando la situazione in questi paesi cambiò radicalmente, quando l’imperialismo si sviluppò e abbraccio tutti i paesi capitalistici senza eccezione, quando il militarismo e la burocrazia apparvero anche in Inghilterra e in America, quando le condizioni particolari che consentivano un’evoluzione pacifica dell’Inghilterra e dell’America furono scomparse, la riserva formulata per questi paesi doveva cadere da sé.

Attualmente - scrive Lenin - nel 1917, nell’epoca della prima grande guerra imperialista, questa riserva di Marx cade: l’Inghilterra e l’America che erano - in tutto il mondo - le maggiori e le ultime rappresentanti della “libertà” anglosassone per quanto riguarda l’assenza di militarismo e di burocrazia, sono precipitate interamente nel lurido, sanguinoso pantano comune a tutta Europa, delle istituzioni militari e burocratiche che tutto sottomettono a sé e tutto comprimono. Oggi, in Inghilterra e in America, la “condizione previa di ogni rivoluzione veramente popolare” è la demolizione, la distruzione della “macchina statale già pronta” (portata in questi paesi nel 1914-1917 a una perfezione “europea”, imperialistica) (vedi vol. XXI, p. 395).

In altri termini, la legge della rivoluzione violenta del proletariato, la legge della demolizione della macchina statale della borghesia come condizione previa di questa rivoluzione, è legge ineluttabile del movimento rivoluzionario dei paesi imperialisti di tutto il mondo.
Certo, in un avvenire lontano, se il proletariato vincerà nei principali paesi capitalistici e se l’attuale accerchiamento capitalistico sarà sostituito da un accerchiamento socialista, una via pacifica di sviluppo sarà del tutto possibile per alcuni paesi capitalistici, in cui i capitalisti, di fronte a una situazione internazionale «sfavorevole», giudicheranno opportuno fare essi stessi «volontariamente» delle concessioni serie al proletariato. Ma questa supposizione riguarda solo un futuro lontano ed eventuale. Per il futuro prossimo questa supposizione non ha nessuno, assolutamente nessun fondamento.
Per questo Lenin ha ragione quando dice:

La rivoluzione proletaria è impossibile senza la distruzione violenta della macchina statale borghese e la sua sostituzione con una nuova (vedi vol. XXIII, p. 342).

3) Il potere dei Soviet, forma statale della dittatura del proletariato. La vittoria della dittatura del proletariato significa lo schiacciamento della borghesia, la demolizione della macchina statale borghese, la sostituzione alla democrazia borghese della democrazia proletaria. Questo è chiaro. Ma quali sono le organizzazioni per mezzo delle quali può essere compiuta questa opera immensa? Che le vecchie forme di organizzazione del proletariato, sorte sulla base del parlamentarismo borghese, non sono sufficienti per questo lavoro, è cosa fuori dubbio. Quali sono dunque le nuove forme di organizzazione del proletariato, capaci di adempiere la funzione di affossatori della macchina statale borghese, capaci non solo di demolire questa macchina e non solo di sostituire la democrazia borghese con la democrazia proletaria, ma anche di costituire la base del potere statale proletario?
Questa nuova forma di organizzazione del proletariato sono i Soviet.
In che cosa consiste la forza dei Soviet rispetto alle vecchie forme di organizzazione?
Nel fatto che i Soviet sono le più larghe organizzazioni di massa del proletariato, in quanto essi e soltanto essi abbracciano tutti gli operai, senza eccezione.
Nel fatto che i Soviet sono le sole organizzazioni di massa che abbracciano tutti gli oppressi e gli sfruttati, operai e contadini, soldati e marinai, e nelle quali, perciò, la direzione politica della lotta delle masse da parte della loro avanguardia, da parte del proletariato, si può realizzare più facilmente e nel modo più completo.
Nel fatto che i Soviet sono gli organi più potenti della lotta rivoluzionaria delle masse, dei movimenti politici delle masse, dell’insurrezione delle masse, gli organi capaci di spezzare l’onnipotenza del capitale finanziario e dei suoi satelliti politici.
Nel fatto che i Soviet sono organizzazioni dirette delle masse stesse, cioè le più democratiche e, quindi, quelle che hanno la più grande autorità tra le masse, a cui agevolano al massimo grado la partecipazione all’organizzazione e al governo del nuovo stato, quelle che sviluppano al massimo grado l’energia rivoluzionaria, l’iniziativa, le facoltà creatrici delle masse nella lotta per la distruzione del vecchio regime, nella lotta per un regime nuovo, proletario.
Il potere sovietico è l’unificazione e l’integrazione dei Soviet locali in una sola organizzazione statale generale, in una organizzazione statale del proletariato come avanguardia delle masse sfruttate e oppresse e come classe dominante, è la loro unificazione nella Repubblica dei Soviet.
L’essenza del potere sovietico consiste nel fatto che le organizzazioni più vaste e più rivoluzionarie proprio di quelle classi che erano oppresse dai capitalisti e dai proprietari fondiari, sono ora «la base permanente e unica di tutto il potere statale, di tutto l’apparato dello stato»; che «proprio quelle masse che anche nelle repubbliche borghesi più democratiche», pur essendo uguali davanti alla legge, «di fatto venivano escluse, con mille espedienti e sotterfugi, dalla partecipazione alla vita politica e dal godimento dei diritti e delle libertà democratiche, sono chiamate a partecipare in modo permanente e sicuro e, per di più, in modo decisivo, alla gestione democratica dello stato»* (Lenin, Tesi e rapporto sulla democrazia borghese e sulla dittatura proletaria).
Ecco perché il potere sovietico è una forma nuova di organizzazione statale, diversa in linea di principio dalla vecchia forma democratica borghese e parlamentare, è un tipo nuovo di stato, adatto non ai fini dello sfruttamento e dell’oppressione delle masse lavoratrici, ma ai fini della loro completa liberazione da qualsiasi oppressione e sfruttamento, ai fini della dittatura del proletariato.
Lenin ha ragione quando dice che con l’avvento del potere sovietico «l’epoca del parlamentarismo democratico borghese è finita, è incominciato un nuovo capitolo della storia mondiale: l’epoca della dittatura proletaria».
In che cosa consistono i tratti caratteristici del potere sovietico?
Nel fatto che il potere sovietico è, fra tutte le organizzazioni statali possibili finche esisteranno le classi, quella che ha il più spiccato carattere di massa, la più democratica, perché, essendo l’arena dell’alleanza e della collaborazione degli operai e dei contadini sfruttati nella loro lotta contro gli sfruttatori, e appoggiandosi nel suo lavoro su questa alleanza e su questa collaborazione, esso è, per questo fatto stesso, il potere della maggioranza della popolazione sulla minoranza, lo stato di questa maggioranza, l’espressione della sua dittatura.
Nel fatto che il potere sovietico è, in una società divisa in classi, la più internazionalista fra tutte le organizzazioni statali perché, distruggendo ogni oppressione nazionale e appoggiandosi sulla collaborazione delle masse lavoratrici delle diverse nazionalità, esso agevola, per questo fatto stesso, l’unificazione di queste masse in un’unica unione statale.
Nel fatto che il potere sovietico, per la sua struttura stessa, agevola la direzione delle masse oppresse e sfruttate da parte dell’avanguardia di queste masse, da parte del proletariato, che è il nucleo più coeso e più cosciente dei Soviet.
«L’esperienza di tutte le rivoluzioni e di tutti i movimenti delle classi oppresse, l’esperienza del movimento socialista mondiale c’insegna - dice Lenin - che soltanto il proletariato è in grado di unificare e condurre al suo seguito gli strati arretrati e dispersi della popolazione lavoratrice e sfruttata». La struttura del potere sovietico facilita la realizzazione degli insegnamenti di quest’esperienza.
Nel fatto che il potere sovietico, riunendo il potere legislativo e il potere esecutivo in una sola organizzazione statale e sostituendo alle circoscrizioni elettorali a base territoriale le unità produttive, le officine e le fabbriche, collega in maniera diretta gli operai e le masse lavoratrici in generale agli apparati amministrativi dello stato, insegna loro a governare il paese.
Nel fatto che soltanto il potere sovietico è capace di sottrarre l’esercito alla sottomissione al comando borghese e di trasformarlo, da strumento di oppressione del popolo com’esso è in regime borghese, in uno strumento di liberazione del popolo dal giogo della borghesia nazionale e straniera.
Nel fatto che «solo l’organizzazione sovietica dello stato è in grado di spezzare realmente d’un colpo e di distruggere definitivamente il vecchio apparato, cioè l’apparato amministrativo e giudiziario borghese».
Nel fatto che solo la forma sovietica di stato, facendo partecipare in modo continuo e incondizionato le organizzazioni di massa dei lavoratori e degli sfruttati al governo dello stato, è in grado di preparare quella estinzione dello stato, che è uno degli elementi essenziali della futura società senza stato, della società comunista.
La Repubblica dei Soviet è, dunque, la forma politica cercata e finalmente trovata, nel quadro della quale deve essere condotta a termine l’emancipazione economica del proletariato, deve essere ottenuta la vittoria completa sul capitalismo.
La Comune di Parigi fu l’embrione di questa forma. Il potere sovietico ne è lo sviluppo e il coronamento.
Ecco perché Lenin dice che:

La repubblica dei Soviet dei deputati operai, soldati e contadini non soltanto è una forma di istituzione democratica di tipo più elevato, ... ma e anche l’unica l forma capace di assicurare il passaggio al socialismo nel modo meno doloroso (vedi vol. XXII, p. 131).


V. La questione contadina

Di questo tema tratterò quattro questioni: a) la impostazione del problema; b) i contadini durante la rivoluzione democratica borghese; c) i contadini durante la rivoluzione proletaria; d) i contadini dopo il consolidamento del potere sovietico.

1) Impostazione del problema. Alcuni pensano che l’essenziale del leninismo sia la questione contadina, che il punto di partenza del leninismo sia la questione dei contadini, della loro funzione, del loro peso specifico. Ciò è assolutamente falso. La questione essenziale del leninismo, il suo punto di partenza, non è la questione contadina, ma quella della dittatura del proletariato, delle condizioni della conquista e del consolidamento di questa dittatura. La questione contadina, come questione di un alleato del proletariato nella sua lotta per il potere, è una questione derivata.
Questa circostanza, però, non le toglie nulla della grande importanza, della palpitante attualità che essa ha, senza dubbio, per la rivoluzione proletaria. È noto che una seria elaborazione della questione contadina nelle file dei marxisti russi incominciò precisamente alla vigilia della prima rivoluzione (1905), quando il problema dell’abbattimento dello zarismo e della realizzazione dell’egemonia del proletariato si poneva davanti al partito in tutta la sua ampiezza, e il problema di stabilire chi sarebbe stato alleato del proletariato nell’imminente rivoluzione borghese aveva assunto un carattere di palpitante attualità. È pure noto che la questione contadina in Russia assunse un carattere ancor più attuale durante la rivoluzione proletaria, allorché, partendo dal problema della dittatura del proletariato, della conquista e del mantenimento di essa, si arrivò a porre il problema degli alleati del proletariato nell’imminente rivoluzione proletaria. E la cosa si capisce: chi marcia e si prepara a prendere il potere, non può non interessarsi della questione dei propri alleati effettivi.
In questo senso, la questione contadina è una parte della questione generale della dittatura del proletariato ed è, come tale, una delle questioni più palpitanti del leninismo.
L’atteggiamento indifferente e persino apertamente negativo dei partiti della II Internazionale verso la questione contadina non si spiega soltanto con le speciali condizioni di sviluppo dell’Occidente. Esso si spiega soprattutto col fatto che questi partiti non hanno fiducia nella dittatura del proletariato, hanno paura della rivoluzione e non pensano a portare il proletariato al potere. E chi ha paura della rivoluzione, chi non vuole portare i proletari al potere, non può interessarsi del problema degli alleati del proletariato nella rivoluzione; per lui il problema degli alleati è privo d’interesse, privo di attualità. L’atteggiamento ironico degli eroi della II Internazionale verso la questione contadina è considerato da loro come indice di belle maniere, indice di marxismo «genuino». In realtà, in tale atteggiamento non c’è ombra di marxismo, perché l’indifferenza, alla vigilia della rivoluzione proletaria, per una questione di tanta importanza qual è la questione contadina, è il correlativo della negazione della dittatura del proletariato, è un indice innegabile di tradimento aperto del marxismo.
La questione si pone così: sono già esaurite, oppure no, le possibilità rivoluzionarie che si nascondono in seno alla massa contadina in conseguenza di determinate condizioni della sua esistenza, e se non sono esaurite, esiste una speranza, una ragione di utilizzare queste possibilità per la rivoluzione proletaria, di fare dei contadini, della loro maggioranza sfruttata, non più una riserva della borghesia, come furono durante le rivoluzioni borghesi dell’Occidente e come continuano a essere tutt’ora, ma una riserva del proletariato, un suo alleato?
Il leninismo risponde a questa domanda affermativamente, cioè nel senso di riconoscere l’esistenza di capacità rivoluzionarie nella maggioranza dei contadini, e nel senso di ritenere possibile utilizzare queste capacità nell’interesse della dittatura proletaria. La storia di tre rivoluzioni in Russia conferma pienamente le conclusioni del leninismo a questo proposito.
Di qui la conclusione pratica circa la necessità di sostenere, disostenere obbligatoriamente le masse lavoratrici dei contadini nella loro lotta control’asservimento e lo sfruttamento, nella loro lotta per sbarazzarsi dell’oppressione e della miseria. Ciò non vuol dire, naturalmente che il proletariato debba appoggiare qualsiasi movimento contadino. Si tratta di appoggiare quel movimento e quella lotta dei contadini che, direttamente o indirettamente, agevolino il movimento di emancipazione del proletariato, che in una maniera o in un’altra portino acqua al mulino della rivoluzione proletaria, che contribuiscano a fare dei contadini una riserva e un alleato della classe operaia.

2) I contadini durante la rivoluzione democratica borghese. Questo periodo abbraccia l’intervallo di tempo che va dalla prima rivoluzione russa (1905) alla seconda (febbraio 1917) inclusa. Tratto caratteristico di questo periodo è la liberazione dei contadini dall’influenza della borghesia liberale, il distacco dei contadini dai cadetti, la svolta dei contadini verso il proletariato, verso il partito bolscevico. La storia di questo periodo è la storia della lotta tra i cadetti (borghesia liberale) e i bolscevichi (proletariato) per i contadini. Il periodo delle Dume decise dell’esito di questa lotta, poiché il periodo delle quattro Dume fu una lezione di cose per i contadini, e questa lezione mostrò loro all’evidenza che essi non avrebbero ricevuto dalle mani dei cadetti nè la terra, nè la libertà, che lo zar era interamente ligio ai grandi proprietari fondiari e i cadetti sostenevano lo zar, che la sola forza sull’appoggio della quale i contadini potevano contare erano gli operai delle città, il proletariato. La guerra imperialista non fece che confermare gl’insegnamenti di questo periodo delle Dume, rese completo il distacco dei contadini dalla borghesia, perché gli anni della guerra dimostrarono quanto fosse vana, illusoria, la speranza di ottenere la pace dallo zar e dai suoi alleati borghesi. Senza le lezioni politiche del periodo della Duma, l’egemonia del proletariato sarebbe stata impossibile.
Così si creò l’alleanza degli operai e dei contadini nella rivoluzione democratica borghese. Così si realizzò l’egemonia (direzione) del proletariato nella lotta comune per l’abbattimento dello zarismo, egemonia che portò alla Rivoluzione di febbraio del 1917.
Le rivoluzioni borghesi d’Occidente (Inghilterra, Francia, Germania, Austria) seguirono, com’è noto, un’altra via. In queste rivoluzioni l’egemonia non appartenne al proletariato, che per la sua debolezza non rappresentava e non poteva rappresentare una forza politica indipendente, ma alla borghesia liberale. Ivi i contadini non ricevettero la liberazione dal regime feudale dalle mani del proletariato, che era poco numeroso e disorganizzato, ma dalle mani della borghesia. Ivi i contadini marciarono contro il vecchio regime insieme alla borghesia liberale. Ivi i contadini costituivano una riserva della borghesia e la rivoluzione portò, in conseguenza di ciò, a un enorme aumento del peso politico della borghesia.
In Russia, al contrario, la rivoluzione borghese dette risultati diametralmente opposti. La rivoluzione, in Russia, non portò a un rafforzamento, ma ad un indebolimento della borghesia come forza politica, non ad un aumento delle sue riserve politiche, ma alla perdita della sua riserva fondamentale, alla perdita dei contadini. La rivoluzione borghese in Russia spinse in primo piano non la borghesia liberale, ma il proletariato rivoluzionario, raccogliendo attorno ad esso milioni e milioni di contadini.
Questo spiega, tra l’altro, il fatto che la rivoluzione borghese in Russia si è trasformata in rivoluzione proletaria in un periodo di tempo relativamente breve. L’egemonia del proletariato fu il germe della dittatura del proletariato, costituì il passaggio alla dittatura proletaria.
Come si spiega questo fenomeno originale della rivoluzione russa, il quale non ha precedenti nella storia delle rivoluzioni borghesi in Occidente? Da che proviene questa originalità?
Essa si spiega col fatto che la rivoluzione borghese si sviluppò in Russia in un momento in cui le condizioni della lotta di classe erano più sviluppate che in Occidente, col fatto che il proletariato russo era già riuscito, in quel momento, a costituirsi in forza politica indipendente, mentre la borghesia liberale, spaventata dallo spirito rivoluzionario del proletariato, aveva perduto ogni parvenza di spirito rivoluzionario (soprattutto dopo gli insegnamenti del 1905) e si era alleata con lo zar e coi grandi proprietari fondiari contro la rivoluzione, contro gli operai e i contadini.
Occorre tener conto delle seguenti circostanze che hanno determinato l’originalità della rivoluzione borghese russa:
a) La concentrazione inaudita dell’industria russa alla vigilia della rivoluzione. È noto, per esempio, che nelle aziende con più di 500 operai lavorava in Russia il 54 per cento del totale degli operai, mentre, in un paese sviluppato come l’America settentrionale, nelle aziende di grandezza analoga non lavorava che il 33 per cento del totale degli operai. Non occorre dimostrare che questa sola circostanza, data l’esistenza di un partito rivoluzionario come il partito dei bolscevichi, aveva fatto della classe operaia russa la più grande forza della vita politica del paese;
b) Le forme scandalose di sfruttamento nelle officine, unite all’intollerabile regime poliziesco degli aguzzini dello zar: circostanza che trasformava ogni sciopero serio degli operai in un atto politico di enorme importanza e temprava la classe operaia come forza rivoluzionaria fino all’ultimo;
c) La fiacchezza politica della borghesia russa, diventata, dopo la rivoluzione del 1905, servilismo verso il regime zarista e aperto atteggiamento controrivoluzionario, il che si spiega non solo con lo spirito rivoluzionario del proletariato russo che aveva respinto la borghesia russa nelle braccia dello zarismo, ma anche con la dipendenza diretta di questa borghesia dalle ordinazioni dello stato;
d) L’esistenza delle più scandalose e intollerabili sopravvivenze del regime feudale nella campagna, a cui si aggiungeva la onnipotenza del proprietario fondiario: circostanza che spinse i contadini nelle braccia della rivoluzione;
e) Lo zarismo, che comprimeva tutte le forze vive ed esasperava, col suo arbitrio, il giogo del capitalista e del proprietario fondiario: circostanza che faceva confluire in un’unica fiumana rivoluzionaria la lotta degli operai e dei contadini;
f) La guerra imperialista, che fuse tutte queste contraddizioni della vita politica della Russia in una profonda crisi rivoluzionaria e dette alla rivoluzione una formidabile forza propulsiva.
Dove potevano batter la testa i contadini in queste condizioni? Presso chi cercare un appoggio contro la onnipotenza del proprietario fondiario, contro il potere arbitrario dello zar, contro la guerra funesta che li rovinava economicamente? Presso la borghesia liberale? Ma questa era loro nemica: la lunga esperienza di tutte e quattro le Dume lo dimostrava. Presso i socialisti-rivoluzionari? I socialisti-rivoluzionari, certo, sono «migliori» dei cadetti, e hanno un programma più «conveniente», quasi contadino, ma che cosa possono dare i socialisti-rivoluzionari, dal momento che pensano di appoggiarsi solo sui contadini e sono deboli nella città, donde innanzi tutto l’avversario attinge le sue forze? Dov’è la nuova forza che non si arresterà davanti a nessun ostacolo, nè nella campagna, nè nella città, che marcerà arditamente in prima fila nella lotta contro lo zar e il proprietario fondiario, che aiuterà i contadini a liberarsi dall’asservimento, dalla fame di terra, dall’oppressione, dalla guerra? Esisteva in Russia, in generale, una forza simile? Sì, esisteva. Questa forza era il proletariato russo, che già nel 1905 aveva mostrato la sua potenza, la sua capacità di condurre la lotta sino all’ultimo, il suo coraggio, il suo spirito rivoluzionario.
In ogni caso, un’altra forza simile non esisteva e non si sarebbe potuto trovarla da nessuna parte.
Ecco perché i contadini, dopo essersi scostati dai cadetti e accostati ai socialisti-rivoluzionari, finirono per comprendere la necessità di mettersi sotto la direzione di un capo rivoluzionario così valoroso, quale era il proletariato russo.
Queste sono le circostanze che determinarono la originalità della rivoluzione borghese russa.

3) I contadini durante la rivoluzione proletaria. Questo periodo abbraccia l’intervallo di tempo che corre dalla Rivoluzione di Febbraio (1917) a quella di Ottobre (1917). Questo periodo è relativamente breve, otto mesi in tutto, ma questi otto mesi, dal punto di vista della formazione politica e dell’educazione rivoluzionaria delle masse, possono bene esserparagonati a interi decenni di sviluppo costituzionale normale, perché sono otto mesi di rivoluzione.Il tratto caratteristico di questo periodo è l’aumento dello spirito rivoluzionario dei contadini, il crollo delle loro illusioni sui socialisti-rivoluzionari, il loro distacco dai socialisti-rivoluzionari, la nuova svolta dei contadini, che tendono a stringersi direttamente attorno al proletariato, unica forza rivoluzionaria sino all’ultimo, capace di portare il Paese alla pace. La storia di questo periodo è la storia della lotta tra i socialisti-rivoluzionari (democrazia piccolo-borghese) e i bolscevichi (democrazia proletaria) per i contadini, per la conquista della maggioranza dei contadini. La sorte di questa lotta fu decisa dal periodo della coalizione, dal periodo del governo di Kerenski (22), dal rifiuto dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi di confiscare la terra dei grandi proprietari fondiari, dalla lotta dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi per continuare la guerra, dall’offensiva di giugno al fronte, dalla pena di morte per i soldati, dalla rivolta di Kornilov (23).
Se prima, nel periodo precedente, la questione essenziale della rivoluzione era stata quella del rovesciamento dello zar e del potere dei grandi proprietari fondiari, ora, nel periodo successivo alla Rivoluzione di Febbraio, quando non v’era più zar, ma la guerra interminabile stremava l’economia nazionale dopo aver rovinato completamente i contadini, la liquidazione della guerra diventava il problema fondamentale della rivoluzione. Il centro di gravità si era spostato in modo manifesto dalle questioni di carattere puramente interno a una questione fondamentale, quella della guerra. «Finire la guerra», «uscire dalla guerra», era il grido generale del paese esausto e, soprattutto, dei contadini.
Ma per uscire dalla guerra era necessario rovesciare il governo provvisorio, era necessario rovesciare il potere della borghesia, era necessario rovesciare il potere dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi, perché essi, ed essi soltanto, si sforzavano di far durare la guerra fino alla «vittoria finale». Altra via di uscita dalla guerra all’infuori del rovesciamento della borghesia, in pratica, non esisteva.
Si ebbe una rivoluzione nuova, una rivoluzione proletaria, perché precipitò dal potere l’ultima frazione della borghesia imperialista, la frazione di estrema sinistra, il partito dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi, per creare un potere nuovo, proletario, il potere dei Soviet, per portare al potere il partito del proletariato rivoluzionario, il partito dei bolscevichi, il partito della lotta rivoluzionaria contro la guerra imperialista, per una pace democratica. La maggioranza dei contadini appoggiò la lotta degli operai per la pace, per il potere dei Soviet.
Altra via di uscita per i contadini non esisteva. Altra via di uscita non poteva esistere.
Il periodo del governo di Kerenski, fu in tal modo, una grandiosa lezione di cose per le masse lavoratrici contadine, poiché dimostrò all’evidenza che, finche il potere fosse rimasto nelle mani dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi, il paese non sarebbe uscito dalla guerra e i contadini non avrebbero ricevuto nè terra, nè libertà; dimostrò che i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari differivano dai cadetti solo per i loro discorsi dolciastri e per le loro promesse ipocrite, ma di fatto perseguivano la stessa politica imperialista, la politica dei cadetti; dimostrò che il solo potere capace di rimettere il paese in carreggiata non poteva essere che il potere dei Soviet. L’ulteriore prolungarsi della guerra non fece che confermare la giustezza di questa lezione, stimolò la rivoluzione e spinse le masse di milioni di contadini e di soldati a stringersi direttamente attorno alla rivoluzione proletaria. L’isolamento dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi divenne un fatto irrevocabile. Senza le lezioni pratiche del periodo della coalizione la dittatura del proletariato sarebbe stata impossibile.
Queste sono le circostanze che hanno agevolato il processo di trasformazione della rivoluzione borghese in rivoluzione proletaria.
Così si venne formando la dittatura del proletariato in Russia.

4) I contadini dopo il consolidamento del potere sovietico. Se prima, nel primo periodo della rivoluzione, si era trattato principalmente di rovesciare lo zarismo, e in seguito, dopo la Rivoluzione di Febbraio, si era trattato, prima di tutto, di uscire dalla guerra imperialista mediante l’abbattimento della borghesia, ora invece, liquidata la guerra civile e consolidato il potere sovietico, passavano in primo piano i problemi dell’edificazione economica. Rafforzare e sviluppare l’industria nazionalizzata, collegare a tal fine l’industria con l’economia contadina attraverso il commercio regolato dallo stato, sostituire al prelevamento delle derrate eccedenti l’imposta in natura, allo scopo di arrivare in seguito, diminuendo progressivamente l’imposta in natura, allo scambio dei prodotti dell’industria coi prodotti dell’agricoltura; rianimare il commercio e sviluppare la cooperazione facendo partecipare a quest’ultima milioni di contadini: ecco come Lenin tracciava i compiti della edificazione economica per la costruzione delle basi dell’economia socialista.
Si dice che questi compiti possono rivelarsi superiori alle forze di un paese contadino come la Russia. Alcuni scettici dicono persino che essi sono puramente utopistici, irrealizzabili, perché i contadini sono contadini, cioè piccoli produttori, e non possono perciò essere utilizzati per organizzare le fondamenta della produzione socialista.
Ma gli scettici s’ingannano, perché non tengono conto di alcune circostanze che hanno, nel caso in questione, un’importanza decisiva. Vediamo le principali di queste circostanze.
In primo luogo. Non si possono confondere i contadini dell’Unione Sovietica con i contadini dell’Occidente. I contadini che sono passati attraverso la scuola di tre rivoluzioni, che hanno lottato contro lo zar e il potere della borghesia insieme al proletariato e sotto la direzione del proletariato, i contadini che hanno ottenuto la terra e la pace dalla rivoluzione proletaria e sono diventati, per questo, una riserva del proletariato, questi contadini non possono non essere diversi dai contadini che hanno combattuto durante la rivoluzione borghese sotto la direzione della borghesia liberale, che hanno ricevuto la terra dalle mani di questa borghesia e sono diventati, per questo, una riserva della borghesia. Non occorre dimostrare che i contadini sovietici, abituati ad apprezzare l’amicizia politica e la collaborazione politica del proletariato, debitori della loro libertà a questa amicizia e a questa collaborazione, non possono non costituire un materiale straordinariamente favorevole per la collaborazione economica col proletariato.
Engels diceva che «la conquista del potere politico da parte del partito socialista è diventata un compito del prossimo avvenire», che «allo scopo di conquistarlo, il partito deve incominciare ad andare dalla città alla campagna e diventare una forza nella campagna» (Engels, La questione contadina). Egli scriveva queste parole nell’ultimo decennio del secolo scorso a proposito dei contadini occidentali. È forse necessario dimostrare che i comunisti russi, i quali hanno svolto a questo proposito un lavoro colossale nel corso di tre rivoluzioni, son già riusciti a crearsi nelle campagne un’influenza e un appoggio quale i nostri compagni d’Occidente non osano neanche sognare? Come si può negare che questa circostanza non può non facilitare in modo radicale la collaborazione economica fra la classe operaia e i contadini della Russia?
Gli scettici continuano a parlare dei piccoli contadini come di un elemento incompatibile con l’edificazione socialista. Ma ascoltate che cosa dice Engels a proposito dei piccoli contadini di Occidente:

Noi siamo decisamente per il piccolo contadino; faremo tutto il possibile per rendergli la vita più tollerabile, per facilitargli il passaggio alla associazione se egli vi si deciderà. Anzi, nel caso che egli non sia ancora in grado di prendere questa decisione, ci sforzeremo di dargli quanto più tempo sarà possibile perché egli rifletta sul suo palmo di terra. Agiremo così non solo perché riteniamo possibile il passaggio dalla nostra parte del piccolo contadino che lavora per conto suo, ma anche per interesse diretto di partito. Quanto maggiore sarà il numero dei contadini che non lasceremo discendere sino al livello del proletarie che attireremo a noi mentre sono ancora contadini, tanto più rapida e facile sarà la trasformazione sociale. Per questa trasformazione non abbiamo nessun bisogno di attendere che la produzione capitalistica si sia dappertutto sviluppata sino alle sue ultime conseguenze, sino a che l’ultimo piccolo artigiano e l’ultimo piccolo contadino non siano caduti vittimedella grande produzione capitalistica. I sacrifici materiali che si dovranno consentire sui fondi pubblici nell’interesse dei contadini possono sembrare, dal punto di vista dell’economia capitalistica, uno sperpero; ma costituiranno invece un eccellente impiego di capitale, perché faranno risparmiare somme forse dieci volte superiori nelle spese necessarie per la trasformazione della società nel suo assieme. In questo senso noi possiamo, quindi, essere molto generosi coi contadini (Ivi).

Così parlava Engels a proposito dei contadini dell’Occidente. Ma non è forse chiaro che quanto diceva Engels non può in nessun altro luogo essere realizzato in modo così facile e completo come nel paese della dittatura del proletariato? Non è chiaro che solo nella Russia sovietica possono sin d’ora e completamente essere realizzati e «il passaggio dalla nostra parte del piccolo contadino che lavora per conto proprio» e i «sacrifici materiali» indispensabili a questo scopo, e la «generosità verso i contadini» necessaria a questo fine? Non è chiaro che queste e altre misure analoghe a favore dei contadini già vengono applicate in Russia? Com’è possibile negare che questa circostanza, a sua volta, deve facilitare e far avanzare l’edificazione economica del paese dei Soviet?
In secondo luogo. Non si può confondere l’economia agricola della Russia con l’economia agricola dell’Occidente. Quivi lo sviluppo dell’economia agricola segue la linea abituale del capitalismo, che provoca una profonda differenziazione dei contadini, con grandi proprietà e latifondi capitalistici privati a un estremo e col pauperismo, la miseria e la schiavitù del salariato all’estremo opposto. Quivi la disgregazione e la decomposizione, in conseguenza di ciò, sono del tutto naturali. Non così in Russia. Da noi lo sviluppo dell’economia agricola non può seguire questa via, non foss’altro perché l’esistenza del potere sovietico e la nazionalizzazione dei principali mezzi e strumenti di produzione non permettono tale sviluppo. In Russia lo sviluppo della economia agricola deve seguire un’altra via, la via dell’ingresso di milioni di contadini piccoli e medi nelle cooperative, la via dello sviluppo, nelle campagne, di un movimento cooperativo di massa, appoggiato dallo stato per mezzo di crediti a condizioni di favore. Lenin indicava giustamente, negli articoli sulla cooperazione, che lo sviluppo dell’economia agricola doveva battere da noi una strada nuova, la strada della partecipazione della maggioranza dei contadini all’edificazione socialista per mezzo della cooperazione, la strada dell’introduzione graduale del principio del collettivismo nell’agricoltura, prima nel campo della vendita e poi nel campo della produzione dei prodotti agricoli.
Estremamente interessanti a questo proposito sono alcuni fatti nuovi che si costatano nelle campagne, in relazione col lavoro della cooperazione agricola. È noto che in seno all’Unione delle cooperative agricole si sono create nuove grandi organizzazioni secondo i rami dell’economia agricola, per il lino, per le patate, per il burro, ecc., e che esse hanno un grande avvenire. Il Centro cooperativo del lino, per esempio, comprende tutta una rete di cooperative di produzione di contadini coltivatori di lino. Esso s’interessa di fornire ai contadini semi e strumenti di produzione, in seguito acquista dagli stessi contadini tutta la produzione del lino e la vende all’ingrosso sul mercato; assicura ai contadini la partecipazione ai profitti e in questo modo per mezzo dell’Unione delle cooperative agricole, collega l’economia contadina all’industria di stato. Come chiamare questa forma di organizzazione della produzione? Secondo me, essa è un sistema di grande produzione socialista di stato a domicilio, nel campo dell’agricoltura. Parlo qui di sistema di produzione socialista di stato a domicilio, per analogia col sistema capitalistico del lavoro a domicilio, nel campo, per esempio, della produzione tessile, dove gli artigiani, che ricevevano dal capitalista le materie prime e gli strumenti di produzione e gli vendevano tutta la loro produzione, erano, di fatto, degli operai semisalariati a domicilio. Questo è uno dei molti indizi che mostrano per quale via deve svilupparsi da noi l’economia agricola. E non parlo di altri indizi dello stesso genere negli altri rami dell’agricoltura.
Non occorre dimostrare che l’enorme maggioranza dei contadini si metterà volentieri su questa nuova via di sviluppo, respingendo quella dei latifondi capitalistici privati e della schiavitù del salariato, che è la via della miseria e della rovina.
Ecco che cosa dice Lenin circa le vie di sviluppodella nostra economia agricola:

Il potere dello stato su tutti i grandi mezzi di produzione, il potere dello stato nelle mani del proletariato, l’alleanza di questo proletariato con milioni e milioni di contadini poveri e poverissimi, la garanzia della direzione dei contadini da parte del proletariato, ecc., non è forse questo tutto ciò che occorre per potere, con la cooperazione, con la sola cooperazione, che noi una volta consideravamo dall’alto in basso come affare da bottegai e che ora, durante la Nep, abbiamo ancora il diritto, in un certo senso, di considerare allo stesso modo, non è forse questo tutto ciò che è necessario per condurre a termine la costruzione di una società socialista integrale? Questo non è ancora la costruzione della società socialista, ma è tutto ciò che e necessario e sufficiente per condurne a termine la costruzione (vedi vol. XXVII, p. 392).

Parlando poi della necessità di appoggiare finanziariamente e in altro modo la cooperazione, come «nuovo principio di organizzazione della popolazione» e nuovo «regime sociale» sotto la dittatura del proletariato, Lenin prosegue:

Ogni regime sociale sorge solo con l’appoggio finanziario di una classe determinata. È inutile ricordare quante centinaia e centinaia di milioni di rubli sia costato il sorgere del capitalismo “libero”. Ora dobbiamo comprendere e mettere in pratica questa verità: che attualmente il regime sociale che dobbiamo appoggiare più d’ogni altro è il regime cooperativo. Ma dobbiamo appoggiarlo nel vero senso della parola, cioè questo appoggio non è sufficiente intenderlo come appoggio di una forma qualsiasi di cooperazione; quest’appoggio dev’essere inteso come appoggio di quella cooperazione, alla quale partecipano veramente le vere masse della popolazione (ivi, p. 393).

Che cosa dicono tutti questi fatti?
Che gli scettici hanno torto.
Che ha ragione il leninismo, il quale considera le masse lavoratrici dei contadini come una riserva del proletariato.
Che il proletariato al potere può e deve utilizzare questa riserva per saldare l’industria con l’agricoltura, far progredire l’edificazione socialista e assicurare alla dittatura del proletariato quella base indispensabile, senza la quale non è possibile passare all’economia socialista.


VI. La questione nazionale

Di questo tema tratterò due questioni principali:
a) l’impostazione del problema;
b) il movimento di liberazione dei popoli oppressi e la rivoluzione proletaria.

1) Impostazione del problema. Nel corso degli ultimi due decenni, la questione nazionale ha subìto una serie di modificazioni della più grande importanza. La questione nazionale nel periodo della II Internazionale e la questione nazionale nel periodo del leninismo sono ben lontane dall’essere la stessa cosa. Esse differiscono profondamente l’una dall’altra, non solo per l’ampiezza, ma anche per il loro carattere intrinseco.
Prima, la questione nazionale si riduceva di solito a un gruppo ristretto di problemi che riguardavano, per lo più, le nazioni «civili». Irlandesi, ungheresi, polacchi, finlandesi, serbi e alcune altre nazionalità dell’Europa: questo era il gruppo di popoli, privati dell’eguaglianza di diritti, delle cui sorti s’interessavano gli eroi della II Internazionale. Decine e centinaia di milioni di uomini appartenenti ai popoli dell’Asia e dell’Africa, che subivano il giogo nazionale nelle sue forme più brutali e più feroci, di solito non venivano presi in considerazione. Non ci si decideva a mettere sullo stesso piano bianchi e negri, «civili» e «non civili». Due o tre risoluzioni agrodolci e vuote, che si sforzavano con cura di eludere il problema della liberazione delle colonie, ecco tutto quello di cui potevano vantarsi gli uomini della II Internazionale. Oggi, questa doppiezza e queste mezze misure, nella questione nazionale, si debbono considerare come liquidate. Il leninismo ha smascherato questa disparità scandalosa; ha abbattuto la barriera che separava bianchi e negri, europei e asiatici, schiavi dell’imperialismo «civili» e «non civili», collegando, in questo modo, il problema nazionale al problema delle colonie. Così la questione nazionale si è trasformata, da questione particolare interna di uno stato singolo, in questione generale e internazionale, è diventata il problema mondiale della liberazione dal giogo dell’imperialismo dei popoli oppressi dei paesi dipendenti e delle colonie.
Prima, il principio dell’autodecisione delle nazioni di solito veniva interpretato in modo erroneo, venendo ridotto non di rado al diritto delle nazioni all’autonomia. Alcuni capi della II Internazionale erano persino giunti a trasformare il diritto all’autodecisione nel diritto all’autonomia culturale, cioè nel diritto delle nazioni oppresse di avere le loro proprie istituzioni culturali, lasciando tutto il potere politico nelle mani della nazione dominante. Questo fatto aveva come conseguenza che l’idea dell’autodecisione correva il rischio di cambiarsi da strumento di lotta contro le annessioni in un mezzo per giustificare le annessioni. Oggi, questa confusione si deve considerare come superata.
Il leninismo ha ampliato il concetto dell’autodecisione, interpretandolo come diritto dei popoli oppressi dei paesi dipendenti e delle colonie alla separazione completa, diritto delle nazioni a esistere come stato indipendente. In questo modo è stata esclusa la possibilità di giustificare le annessioni interpretando il diritto all’autodecisione come diritto all’autonomia. Quanto al principio dell’autodecisione, esso è stato trasformato, in questo modo, da strumento per ingannare le masse, quale fu senza dubbio nelle mani dei socialsciovinisti durante la guerra imperialista mondiale, in strumento per smascherare tutte le bramosie imperialistiche e le macchinazioni sciovinistiche di ogni genere, in uno strumento di educazione politica delle masse nello spirito dell’internazionalismo.
Prima, il problema delle nazioni oppresse veniva considerato, di solito, come un problema puramente giuridico. Proclamazione solenne dell’«eguaglianza nazionale» dichiarazioni innumerevoli sull’eguaglianza delle nazioni»: ecco di che cosa si accontentavano i partiti della II Internazionale, mentre tenevano nascosto il fatto che, sotto l’imperialismo, quando un gruppo di nazioni (la minoranza) vive dello sfruttamento di un altro gruppo di nazioni, l’«eguaglianza delle nazioni» non è che una presa in giro dei popoli oppressi. Oggi questa concezione giuridico-borghese della questione nazionale si deve considerare come smascherata. Dalle altezze delle dichiarazioni pompose il leninismo ha fatto scendere la questione nazionale sulla terra, affermando che le dichiarazioni sull’«eguaglianza delle nazioni», non corroborate con l’appoggio diretto da parte dei partiti proletari della lotta di liberazione dei popoli oppressi, sono soltanto delle dichiarazioni vuote e menzognere. In questo modo il problema delle nazioni oppresse è diventato il problema dell’appoggio, dell’aiuto effettivo e continuo alle nazioni oppresse nella loro lotta contro l’imperialismo, per l’eguaglianza reale delle nazioni, per la loro esistenza come stato indipendente.
Prima, la questione nazionale veniva considerata, in modo riformista, come una questione a sé stante, indipendente, senza rapporto con la questione generale del potere del capitale, dell’abbattimento dell’imperialismo, della rivoluzione proletaria. Si ammetteva tacitamente che la vittoria del proletariato in Europa fosse possibile senza un’alleanza diretta con il movimento di liberazione nelle colonie, che la questione nazionale e coloniale potesse venir risolta in sordina, «automaticamente» all’infuori della grande via della rivoluzione proletaria, senza una lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo. Oggi questo punto di vista controrivoluzionario si deve considerare come smascherato. Il leninismo ha provato, e la guerra imperialista e la rivoluzione in Russia hanno confermato, che la questione nazionale può essere risolta soltanto in legame con la rivoluzione proletaria e sul suo terreno, che la via della vittoria della rivoluzione in Occidente passa attraverso l’alleanza rivoluzionaria col movimento antimperialistico di liberazione delle colonie e dei paesi dipendenti. La questione nazionale è parte della questione generale della rivoluzione proletaria, parte della questione della dittatura del proletariato.
Il problema si pone così: sono già esaurite, oppure no, le possibilità rivoluzionarie esistenti in seno al movimento rivoluzionario di liberazione dei paesi oppressi, e se non sono esaurite, esiste una speranza, una ragione di utilizzare queste possibilità per la rivoluzione proletaria, di fare dei paesi dipendenti e coloniali non più una riserva della borghesia imperialista, ma una riserva del proletariato rivoluzionario, un suo alleato?
Il leninismo risponde a questa domanda affermativamente, cioè nel senso di riconoscere l’esistenza di capacità rivoluzionarie in seno al movimento di liberazione nazionale dei paesi oppressi e nel senso di ritenere possibile utilizzarle nell’interesse del rovesciamento del nemico comune, l’imperialismo. Il meccanismo di sviluppo dell’imperialismo, la guerra imperialista e la rivoluzione in Russia confermano pienamente le conclusioni del leninismo a questo proposito.
Di qui la necessità dell’appoggio, dell’appoggio deciso e attivo, da parte del proletariato, al movimento di liberazione nazionale dei popoli oppressi e dipendenti.
Ciò non vuol dire, naturalmente, che il proletariato debba appoggiare qualsiasi movimento nazionale, sempre e dappertutto, in tutti i singoli casi concreti. Si tratta di appoggiare quei movimenti nazionali che tendono a indebolire, ad abbattere l’imperialismo e non a consolidarlo e a conservarlo. Vi sono dei casi in cui i movimenti nazionali di singoli paesi oppressi cozzano con gli interessi dello sviluppo del movimento proletario. Si capisce che in questi casi non si può parlare di appoggio. La questione dei diritti delle nazioni non è una questione isolata e a sé stante, ma è una parte della questione generale della rivoluzione proletaria, è una parte subordinata al tutto ed esige di essere considerata da un punto di vista d’assieme. Marx, tra il 1840 e il 1850, era favorevole al movimento nazionale dei polacchi e degli ungheresi, e contrario al movimento nazionale dei cechi e degli slavi del sud. Perché? Perché i cechi e gli slavi del sud erano allora «popoli reazionari», «avamposti russi» in Europa, avamposti dell’assolutismo, mentre polacchi e ungheresi erano «popoli rivoluzionari» in lotta contro l’assolutismo. Perché l’appoggio del movimento nazionale dei cechi e degli slavi del sud avrebbe significato allora appoggio indiretto dello zarismo, il più pericoloso nemico del movimento rivoluzionario in Europa.

Le singole rivendicazioni della democrazia - dice Lenin - compresa l’autodecisione, non sono un assoluto, ma una particella dell’assieme del movimento democratico (e oggi: dell’assieme del movimento socialista) mondiale. È possibile che in singoli casi determinati la particella sia in contraddizione col tutto, e allora bisogna respingerla (vedi vol. XIX, pp. 257-258).

Così si presenta la questione dei movimenti nazionali singoli e dell’eventuale carattere reazionario di questi movimenti se, naturalmente, non si considerano questi movimenti da un punto di vista formale, dal punto di vista dei diritti astratti, ma concretamente, dal punto di vista degl’interessi del movimento rivoluzionario.
Lo stesso si deve dire circa il carattere rivoluzionario dei movimenti nazionali in generale. Il carattere incontestabilmente rivoluzionario dell’immensa maggioranza dei movimenti nazionali è altrettanto relativo e originale, quanto è relativo e originale l’eventuale carattere reazionario di alcuni movimenti nazionali singoli. Nelle condizioni dell’oppressione imperialistica, il carattere rivoluzionario del movimento nazionale non implica affatto obbligatoriamente l’esistenza di elementi proletari nel movimento, l’esistenza di un programma rivoluzionario o repubblicano del movimento, l’esistenza di una base democratica del movimento. La lotta dell’emiro afghano per l’indipendenza dell’Afghanistan è oggettivamente una lotta rivoluzionaria, malgrado il carattere monarchico delle concezioni dell’emiro e dei suoi seguaci, poiché essa indebolisce, disgrega, scalza l’imperialismo, mentre la lotta di certi «ultra» democratici e «socialisti», «rivoluzionari» e repubblicani dello stampo, ad esempio, di Kerenski e Tsereteli (24), Renaudel (25) e Scheidemann, Cernov (26) e Dan (27), Henderson e Clynes (28) durante la guerra imperialista, era una lotta reazionaria, perché aveva come risultato di abbellire artificialmente, di consolidare, di far trionfare l’imperialismo. La lotta dei mercanti e degli intellettuali borghesi egiziani per l’indipendenza dell’Egitto è, per le stesse ragioni, una lotta oggettivamente rivoluzionaria, quantunque i capi del movimento nazionale egiziano siano borghesi per origine e appartenenza sociale e quantunque essi siano contro il socialismo, mentre la lotta del governo operaio inglese per mantenere la situazione di dipendenza dell’Egitto è, per le stesse ragioni, una lotta reazionaria, quantunque i membri di questo governo siano proletari per origine e appartenenza sociale e quantunque essi siano «per» il socialismo. E non parlo del movimento nazionale degli altri paesi coloniali e dipendenti, più grandi, come l’India e la Cina, ogni passo dei quali sulla via della loro liberazione, anche se contravviene alle esigenze della democrazia formale, è un colpo di maglio assestato all’imperialismo, ed è perciò incontestabilmente un passo rivoluzionario.
Lenin ha ragione quando afferma che il movimento nazionale dei paesi oppressi si deve considerare non dal punto di vista della democrazia formale, ma dal punto di vista dei risultati effettivi nel bilancio generale della lotta contro l’imperialismo, cioè «non isolatamente, ma su scala mondiale»*.

2) Il movimento di liberazione dei popoli oppressi e la rivoluzione proletaria. Nel risolvere la questione nazionale, il leninismo parte dalle tesi seguenti:
a) il mondo è diviso in due campi: da una parte un pugno di nazioni civili, che detengono il capitale finanziario e sfruttano l’enorme maggioranza della popolazione del globo; dall’altra i popoli oppressi e sfruttati delle colonie e dei paesi dipendenti, che costituiscono questa maggioranza;
b) le colonie e i paesi dipendenti, oppressi e sfruttati dal capitale finanziario, costituiscono un’immensa riserva e la più cospicua sorgente di forze dell’imperialismo;
c) la lotta rivoluzionaria dei popoli oppressi dei paesi dipendenti e coloniali contro l’imperialismo è l’unica via della loro liberazione dall’oppressione e dallo sfruttamento;
d) i principali paesi coloniali e dipendenti si sono già messi sulla via del movimento di liberazione nazionale, il quale non può non condurre alla crisi del capitalismo mondiale;
e) gl’interessi del movimento proletario nei paesi avanzati e del movimento di liberazione nazionale nelle colonie esigono l’unione di questi due aspetti del movimento rivoluzionario in un fronte comune di lotta contro il nemico comune, contro l’imperialismo;
f) la vittoria della classe operaia nei paesi avanzati e la liberazione dei popoli oppressi dal giogo dell’imperialismo non sono possibili senza la formazione e il consolidamento di un fronte rivoluzionario comune;
g) la formazione di un fronte rivoluzionario comune non è possibile senza l’appoggio diretto e deciso, da parte del proletariato dei paesi oppressori, del movimento di liberazione dei popoli oppressi, contro il «patrio» imperialismo, perché «non può esser libero un popolo che opprime altri popoli» (Marx);
h) questo appoggio consiste nel difendere, sostenere, applicare la parola d’ordine del diritto delle nazioni alla separazione, all’esistenza come stato indipendente;
i) senza l’applicazione di questa parola d’ordine è impossibile organizzare l’unione e la collaborazione delle nazioni in un’economia mondiale unica, base materiale della vittoria del socialismo;
l) quest’unione non può essere che volontaria, non può sorgere che sulla base della fiducia reciproca e di reciproci rapporti fraterni fra i popoli.
Di qui due aspetti, due tendenze nella questione nazionale: la tendenza alla liberazione politica dai ceppi dell’imperialismo e alla creazione di stati nazionali indipendenti, tendenza generata dall’oppressione imperialistica e dallo sfruttamento coloniale, e la tendenza all’avvicinamento economico delle nazioni, che sorge con la formazione di un mercato mondiale e di una economia mondiale.

Nel corso del suo sviluppo il capitalismo - dice Lenin - conosce nella questione nazionale due tendenze storiche. La prima consiste nel risveglio della vita nazionale e dei movimenti nazionali, nella lotta contro ogni oppressione nazionale, nella creazione di stati nazionali. La seconda consiste nello sviluppo e nella moltiplicazione di ogni sorta di relazioni fra le nazioni, nella demolizione delle barriere nazionali, nella creazione dell’unità internazionale del capitale, della vita economica in generale, della politica, della scienza, ecc. Entrambe queste tendenze sono una legge universale del capitalismo. La prima prevale all’inizio del suo sviluppo, la seconda caratterizza ilcapitalismo maturo, in marcia verso la sua trasformazione in società socialista (vedi vol. XVII, pp. 139-140).

Per l’imperialismo queste due tendenze rappresentano una contraddizione insuperabile perché l’imperialismo non può vivere senza sfruttare e mantenere con la forza le colonie nel quadro di un tutto «unico», perché l’imperialismo può avvicinare le nazioni soltanto seguendo la via delle annessioni e delle conquiste coloniali, senza le quali generalmente parlando, esso è inconcepibile.
Per il comunismo, invece, queste tendenze non sono che due aspetti di una causa unica, la causa dell’emancipazione dei popoli oppressi dal giogo dell’imperialismo, perché il comunismo sa che l’unione dei popoli in un’economia mondiale unica non è possibile che sulla base della fiducia reciproca e di un accordo liberamente consentito, che il processo di formazione di un’unione volontaria dei popoli passa attraverso la separazione delle colonie dal «tutto unico» imperialistico, attraverso la loro trasformazione in stati indipendenti.
Di qui la necessità di una lotta tenace, incessante, decisa, contro lo sciovinismo da grande potenza che è proprio dei «socialisti» delle nazioni dominanti (Inghilterra, Francia, America, Italia, Giappone, ecc.), i quali non vogliono combattere contro i propri governi imperialisti, non vogliono appoggiare la lotta che i popoli oppressi delle «loro» colonie conducono per liberarsi dall’oppressione e costituirsi in stati indipendenti.
Senza questa lotta non è concepibile educare la classe operaia delle nazioni dominanti nello spirito di un reale internazionalismo, nello spirito di un avvicinamento alle masse lavoratrici dei paesi dipendenti e delle colonie, nello spirito di una preparazione reale della rivoluzione proletaria. La rivoluzione in Russia non avrebbe vinto, e Kolciak (29) e Denikin (30) non sarebbero stati battuti, se il proletariato russo non avesse goduto della simpatia e dell’appoggio dei popoli oppressi dell’ex impero russo. Ma per conquistare la simpatia e l’appoggio di questi popoli, esso dovette, prima di tutto, spezzare le catene dell’imperialismo russo e liberare questi popoli dall’oppressione nazionale, senza di che sarebbe stato impossibile consolidare il potere sovietico, dare vita a un vero internazionalismo, creare quella mirabile organizzazione di collaborazione dei popoli che si chiama Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e che è il prototipo vivente della futura unione dei popoli in una economia mondiale unica.
Di qui la necessità della lotta contro l’isolamento, la grettezza, il particolarismo nazionale dei socialisti dei paesi oppressi, che non vogliono vedere più in là del loro campanile nazionale e non comprendono il legame che unisce il movimento di emancipazione del loro paese al movimento proletario dei paesi dominanti.
Senza questa lotta non si può difendere la politica indipendente del proletariato delle nazioni oppresse, non si può difendere la sua solidarietà di classe col proletariato dei paesi dominanti nella lotta per abbattere il nemico comune, per abbattere l’imperialismo; senza questa lotta non sarebbe possibile l’internazionalismo.
Questa è la via che si deve seguire per educare le masse lavoratrici delle nazioni dominanti e delle nazioni oppresse nello spirito dell’internazionalismo rivoluzionario.
Ecco ciò che dice Lenin a proposito di questo duplice aspetto del lavoro dei comunisti per educare gli operai nello spirito dell’internazionalismo:

Può questa educazione... essere concretamente la stessa per le grandi nazioni che ne opprimono altre e per le nazioni piccole e oppresse? Per le nazioni che ne annettono altre e per le nazioni annesse?
Evidentemente, no. La marcia verso un fine unico: verso l’eguaglianza completa, l’avvicinamento più stretto e l’ulteriore fusione di tutte le nazioni, procede qui, evidentemente, per differenti vie concrete, allo stesso modo, per esempio, che il tragitto per arrivare a un punto situato al centro di una pagina va verso sinistra se si parte da uno dei margini e verso destra se si parte dal margine opposto. Se il socialista di una grande nazione che ne opprime e ne annette delle altre, predicando la fusione delle nazioni in generale, dimenticherà anche solo per un istante che il «suo» Nicola II (31), il «suo» Guglielmo, Giorgio, Poincaré (32) e compagnia sono essi pure per la fusione con le piccole nazioni (mediante l’annessione), che Nicola II è per la «fusione» con la Galizia, Guglielmo II per la «fusione» col Belgio, ecc., un tal socialista finirà per essere, in teoria, un dottrinario ridicolo e, in pratica, un manutengolo dell’imperialismo.
Il centro di gravità dell’educazione internazionalista degli operai nei paesi oppressori deve risiedere immancabilmente nella propaganda e nella difesa da parte loro della libertà dei paesi oppressi di separarsi. Senza questo non v’è internazionalismo. Noi abbiamo il diritto e l’obbligo di trattare da imperialista e da furfante ogni socialista di un paese oppressore che non faccia questa propaganda. Si tratta di una rivendicazione incondizionata. quantunque fino all’avvento del socialismo la separazione sia possibile e «realizzabile» in un caso su mille...
Al contrario. il socialista di una piccola nazione deve porre il centro di gravità dell’agitazione sulla seconda parola della nostra formula generale: «volontaria unione» delle nazioni. Egli può, senza trasgredire i suoi doveri di internazionalista, essere e per l’indipendenza politica della sua nazione, e per l’inclusione di essa in un vicino stato X, Y, Z, ecc. Ma in ogni caso egli deve lottare contro la grettezza delle piccole nazioni, il loro isolamento, il loro particolarismo, lottare perché si tenga conto del tutto, dell’assieme del movimento, perché l’interesse particolare venga subordinato all’interesse generale.
Coloro che non hanno approfondito la questione trovano «contraddittorio» che i socialisti dei paesi oppressori insistano sulla «libertà di separazione» e i socialisti delle nazioni oppresse sulla «libertà di unione». Ma se si riflette un poco si vede che un’altra via per arrivare all’internazionalismo e alla fusione delle nazioni, un’altra via per raggiungere questo scopo partendo dalla situazione attuale, non c’è e non può esserci (vedi vol. XIX, pp. 261-262).


VII. Strategia e tattica

Di questo tema tratterò sei questioni:
a) la strategia e la tattica, scienza della direzione della lotta di classe del proletariato;
b) le tappe della rivoluzione e la strategia;
c) i flussi e riflussi del movimento e la tattica;
d) la direzione strategica;
e) la direzione tattica;
f) riformismo e rivoluzionarismo.

1) La strategia e la tattica, scienza della direzione della lotta di classe del proletariato. Il periodo del dominio della II Internazionale fu in prevalenza il periodo della formazione e della istruzione degli eserciti proletari, in una situazione di sviluppo più o meno pacifico. Fu il periodo in cui il parlamentarismo era la forma prevalente della lotta di classe. I problemi relativi ai grandi conflitti di classe, alla preparazione del proletariato alle battaglie rivoluzionarie, ai mezzi per conquistare la dittatura del proletariato, non erano allora, a quanto sembrava, all’ordine del giorno. Il compito si riduceva a utilizzare tutte le vie di sviluppo legale per la formazione e l’istruzione degli eserciti proletari, a utilizzare il parlamentarismo tenendo conto di una situazione in cui il proletariato rimaneva e, a quanto sembrava, doveva rimanere all’opposizione. Non occorre dimostrare che in un simile periodo e con una tale concezione dei compiti del proletariato non poteva esistere nè una strategia completa, nè una tattica approfondita. Esistevano dei frammenti, delle idee staccate sulla tattica e sulla strategia; ma una tattica e una strategia non esistevano.
Il peccato mortale della II Internazionale non consiste nell’aver applicato a suo tempo la tattica dell’utilizzazione delle forme parlamentari di lotta, ma nell’aver sopravvalutato l’importanza di queste forme, fino a considerarle quasi come le sole esistenti, cosicché, quando sopraggiunse il periodo delle battaglie rivoluzionarie aperte e la questione delle forme di lotta extraparlamentari diventò la più importante, i partiti della II Internazionale si sottrassero ai nuovi compiti, non li riconobbero.
Soltanto nel periodo successivo, periodo di azioni aperte del proletariato, periodo della rivoluzione proletaria, quando il problema del rovesciamento della borghesia diventò un problema pratico immediato, quando la questione delle riserve del proletariato (strategia) diventò una delle questioni più palpitanti, quando tutte le forme di lotta e d’organizzazione - parlamentari ed extraparlamentari (tattica) - si manifestarono nel modo più netto, soltanto in questo periodo poterono esser elaborate una strategia completa e una tattica approfondita della lotta del proletariato. Le idee geniali di Marx e di Engels sulla tattica e sulla strategia, che gli opportunisti della II Internazionale avevano sotterrato, furono riportate alla luce del sole da Lenin proprio in questo periodo. Ma Lenin non si limitò a restaurare le singole tesi tattiche di Marx e di Engels. Egli le sviluppò e le completò con idee e tesi nuove, raccogliendo il tutto in un sistema di regole e di principi direttivi atti a guidare la lotta di classe del proletariato. Degli scritti di Lenin come Che fare?, Due tattiche, L’imperialismo, Stato e rivoluzione, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, La malattia infantile, costituiscono, incontestabilmente, un apporto preziosissimo al tesoro comune del marxismo, al suo arsenale rivoluzionario. La strategia e la tattica del leninismo sono la scienza della direzione della lotta rivoluzionaria del proletariato.

2) Le tappe della rivoluzione e la strategia. La strategia ha per oggetto di fissare, in una determinata tappa della rivoluzione, la direzione del colpo principale del proletariato, di elaborare un corrispondente piano di disposizione delle forze rivoluzionarie (riserve principali e secondarie) e di lottare per la attuazione di questo piano durante tutto il corso di quella tappa della rivoluzione.
La nostra rivoluzione ha già percorso due tappe e dopo la Rivoluzione d’Ottobre è entrata nella terza. Conformemente a ciò si è modificata la strategia.
Prima tappa. 1903-febbraio 1917. Scopo: rovesciare lo zarismo, liquidare completamente le sopravvivenze medioevali. Forza fondamentale della rivoluzione: il proletariato. Riserva immediata: i contadini. Direzione del colpo principale: isolamento della borghesia monarchica liberale, che si sforza di attrarre a sé i contadini e di liquidare la rivoluzione per mezzo di un’intesa con lo zarismo. Piano di disposizione delle forze: alleanza della classe operaia con i contadini. «Il proletariato deve condurre a termine la rivoluzione democratica legando a sé la massa dei contadini per schiacciare con la forza la resistenza dell’autocrazia e paralizzare l’instabilità della borghesia»*.
Seconda tappa. Marzo 1917-ottobre 1917. Scopo: abbattere l’imperialismo in Russia e uscire dalla guerra imperialista. Forza fondamentale della rivoluzione: il proletariato. Riserva immediata: i contadini poveri. Il proletariato dei paesi vicini come riserva probabile. Il prolungarsi della guerra e la crisi dell’imperialismo come circostanza favorevole. Direzione del colpo principale: isolare la democrazia piccolo-borghese (menscevichi, socialisti-rivoluzionari), che si sforza di attrarre a sé le masse lavoratrici dei contadini e di finire la rivoluzione per mezzo di una intesa con l’imperialismo. Piano di disposizione delle forze: alleanza del proletariato con i contadini poveri. «Il proletariato deve fare la rivoluzione socialista legando a sé la massa degli elementi semiproletari della popolazione, per spezzare con la forza la resistenza della borghesia e paralizzare l’instabilità dei contadini e della piccola borghesia»**.
Terza tappa. È incominciata dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Scopo: consolidare la dittatura del proletariato in un solo paese e servirsene come punto di appoggio per abbattere l’imperialismo in tutti i paesi. La rivoluzione esce dai limiti di un solo paese; l’epoca della rivoluzione mondiale è incominciata. Forze fondamentali della rivoluzione: la dittatura del proletariato in un paese, il movimento rivoluzionario del proletariato in tuttii paesi. Riserve principali: le masse di semiproletari e di piccoli contadini nei paesi progrediti, il movimento di liberazione nelle colonie e nei paesi dipendenti. Direzione del colpo principale: isolare la democrazia piccolo-borghese, isolare i partiti della II Internazionale, che sono il principale punto di appoggio della politica dell’intesa con l’imperialismo. Piano di disposizione delle forze: alleanza della rivoluzione proletaria con il movimento di liberazione delle colonie e dei paesi dipendenti.
La strategia si occupa delle forze fondamentali della rivoluzione e delle loro riserve. Essa cambia col passare della rivoluzione da una tappa a un’altra e rimane sostanzialmente immutata per tutto il corso di una tappa determinata.

3) I flussi e i riflussi del movimento e la tattica. La tattica ha per oggetto di fissare la linea di condotta del proletariato per un periodo relativamente breve di flusso o di riflusso del movimento, di slancio o di depressione della rivoluzione, di lottare per la applicazione di questa linea sostituendo forme nuove alle vecchie forme di lotta e di organizzazione, nuove parole d’ordine alle vecchie, coordinando queste forme, ecc. Se la strategia si propone lo scopo, per esempio, di vincere la guerra contro lo zarismo o contro la borghesia, di condurre a termine la lotta contro lo zarismo o la borghesia, la tattica si prefigge degli scopi meno essenziali, poiché si sforza di vincere non la guerra nel suo insieme, ma queste o quelle battaglie, questi o quei combattimenti, di condurre con successo queste o quelle campagne, queste o quelle azioni, corrispondenti alla situazione concreta di un determinato periodo di slancio o di depressione della rivoluzione. La tattica è una parte della strategia, le è subordinata e la serve.
La tattica cambia secondo i flussi e i riflussi. Mentre durante la prima tappa della rivoluzione (1903-febbraio 1917) il piano strategico rimaneva immutato, la tattica, durante questo periodo, cambiò parecchie volte. Nel periodo 1903-1905 la tattica del partito era offensiva, perché esisteva un flusso rivoluzionario, il movimento rivoluzionario seguiva una linea ascendente e la tattica doveva basarsi su questo fatto. In relazione a ciò, anche le forme di lotta erano rivoluzionarie, rispondenti alle esigenze del flusso della rivoluzione. Scioperi politici locali, manifestazioni politiche, sciopero politico generale, boicottaggio della Duma, insurrezione, parole d’ordine rivoluzionarie di lotta: tali furono le forme di lotta che si succedettero le une alle altre in quel periodo. In legame con le forme di lotta cambiarono allora anche le forme di organizzazione. Comitati di fabbrica e d’officina, comitati rivoluzionari di contadini, comitati di sciopero, Soviet di deputati operai, partito operaio più o meno legale: tali erano le forme di organizzazione in quel periodo.
Nel periodo 1907-1912 il partito fu costretto a passare a una tattica di ritirata, perché ci trovavamo di fronte a una depressione del movimento rivoluzionario, a un riflusso della rivoluzione, e la tattica non poteva non tener conto di questo fatto. In relazione a ciò cambiarono tanto le forme di lotta quanto le forme di organizzazione. Invece del boicottaggio della Duma, partecipazione alla Duma; invece delle azioni rivoluzionarie aperte extraparlamentari, discorsi e lavoro alla Duma; invece degli scioperi generali politici, scioperi economici parziali o anche semplicemente la calma. È chiaro che il partito dovette, in quel periodo passare all’attività clandestina, mentre le organizzazioni rivoluzionarie di massa vennero sostituite da organizzazioni legali culturali, di educazione, cooperative, di mutuo soccorso, ecc.
Lo stesso si deve dire circa la seconda e la terza tappa della rivoluzione, nel corso delle quali la tattica cambiò decine di volte mentre i piani strategici rimanevano immutati.
La tattica si occupa delle forme di lotta e delle forme di organizzazione del proletariato, della loro successione, della loro coordinazione. In una determinata tappa della rivoluzione, la tattica può cambiare parecchie volte, a seconda dei flussi o dei riflussi, dello slancio o della depressione della rivoluzione.

4) La direzione strategica. Le riserve della rivoluzione possono essere:
dirette: a) i contadini e, in generale, gli strati intermedi della popolazione del proprio paese; b) proletariato dei paesi vicini; c) il movimento rivoluzionario nelle colonie e nei paesi dipendenti; d) le conquiste e le acquisizioni della dittatura del proletariato, a una parte delle quali il proletariato può temporaneamente rinunciare, conservando però la superiorità nelle forze, allo scopo di ottenere, a prezzo di questa rinuncia, una tregua da un avversario potente;
indirette: a) le contraddizioni e i conflitti fra le classi non proletarie del proprio paese, suscettibili di essere utilizzati dal proletariato per indebolire l’avversario e rafforzare le proprie riserve; b) le contraddizioni, i conflitti e le guerre (per esempio la guerra imperialista) fra gli stati borghesi ostili allo stato proletario, conflitti e guerre suscettibili di essere utilizzati dal proletariato nel corso di una sua offensiva o di una manovra in caso di ritirata forzata.
Sulle riserve del primo genere non è necessario soffermarsi, perché la loro importanza è nota a tutti, senza eccezione. Per quanto riguarda le riserve del secondo genere, la cui importanza non è sempre chiara, si deve dire che esse hanno talora un’importanza di prim’ordine per la marcia della rivoluzione. Mal si potrebbe, ad esempio, negare l’importanza enorme del conflitto tra la democrazia piccolo-borghese (socialisti-rivoluzionari) e la borghesia monarchica liberale (cadetti) durante la prima rivoluzione e dopo di essa, conflitto che, senza dubbio, contribuì a sottrarre i contadini all’influenza della borghesia, Sarebbe ancora meno fondato negare l’importanza enorme che ebbe la guerra a morte tra i gruppi fondamentali degli imperialisti nel periodo della Rivoluzione d’Ottobre, allorché gli imperialisti, occupati a farsi la guerra, non ebbero la possibilità di concentrare le forze contro il giovane potere sovietico, e il proletariato, appunto per questo, ebbe la possibilità di accingersi seriamente all’organizzazione delle proprie forze e al consolidamento del proprio potere, la possibilità di preparare lo schiacciamento di Kolciak e di Denikin. È da supporre che adesso, mentre gli antagonismi tra i gruppi imperialisti si approfondiscono sempre più e una nuova guerra tra di loro diventa inevitabile, le riserve di questo genere avrannoper il proletariato un’importanza sempre maggiore.
Il compito della direzione strategica consiste nell’utilizzare giustamente tutte queste riserve per raggiungere lo scopo essenziale della rivoluzione in una determinata tappa del suo sviluppo.
In che cosa consiste la giusta utilizzazione delle riserve?
Nell’adempimento di alcune condizioni indispensabili, di cui le seguenti devono essere considerate capitali.
In primo luogo. Concentramento del grosso delle forze della rivoluzione nel punto più vulnerabile dell’avversario nel momento decisivo, quando la rivoluzione è già matura, quando l’offensiva marcia a tutto vapore, quando l’insurrezione batte alle porte e quando l’adunata delle riserve attorno all’avanguardia è condizione decisiva per il successo. La strategia del partito nel periodo aprile-ottobre 1917 può essere considerata come un esempio di utilizzazione delle riserve in questo modo. È fuori dubbio che, punto più vulnerabile dell’avversario, in quel periodo, era la guerra. È fuori dubbio che proprio in questa questione, considerata come questione fondamentale, il partito radunò attorno all’avanguardia proletaria le più grandi masse della popolazione. La strategia del partito, in quel periodo, consistette in questo: addestrare l’avanguardia alle azioni di strada per mezzo di manifestazioni e dimostrazioni, e in pari tempo radunare attorno all’avanguardia le riserve per mezzo dei Soviet nell’interno del paese e dei comitati di soldati al fronte. L’esito della rivoluzione dimostrò che questa utilizzazione delle riserve eragiusta.
Ecco cosa dice Lenin, parafrasando le note tesi di Marx e di Engels sull’insurrezione, a proposito di questa condizione dell’utilizzazione strategica delle forze della rivoluzione:

1) Non giocare mai con l’insurrezione, ma, quando la si inizia, mettersi bene in testa che bisogna andare sino in fondo.
2) È necessario raccogliere nel punto decisivo, nel momento decisivo, forze molto superiori a quelle del nemico, perché altrimenti questo, meglio preparato e meglio organizzato, annienterà gl’insorti.
3) Una volta iniziata l’insurrezione, bisogna agire con la più grande decisione e passare assolutamente, a qualunque costo all’offensiva. “La difensiva è la morte dell’insurrezione armata”.
4) Bisogna sforzarsi di prendere il nemico alla sprovvista, di cogliere il momento in cui le sue truppe sono disperse.
5) Bisogna riportare ogni giorno (si potrebbe anche dire “ogni ora” se si tratta di una sola città) dei successi, sia pure di poca entità, conservando ad ogni costo la “superiorità morale (vedi vol. XXI, pp. 319-320).

In secondo luogo. Scelta del momento del colpo decisivo, del momento per scatenare l’insurrezione, che deve essere quello in cui la crisi è giunta al punto più alto, l’avanguardia è pronta a battersi sino all’ultimo, le riserve sono pronte ad appoggiare l’avanguardia e nel campo del nemico esiste il massimo dello scompiglio.

«Si può considerare completamente matura la battaglia decisiva - dice Lenin - se «tutte le forze di classe che ci sono ostili si siano sufficientemente imbrogliate, si siano sufficientemente azzuffate tra di loro, si siano sufficientemente indebolite in una lotta superiore alle loro forze»; se «tutti gli elementi intermedi, a differenza della borghesia, esitanti, vacillanti, instabili, e cioè la piccola borghesia, la democrazia piccolo-borghese, si siano sufficientemente smascherati di fronte al popolo, si siano sufficientemente screditati col loro fallimento all’atto pratico»; se «nel proletariato sia sorta e si sia potentemente affermata una tendenza di massa ad appoggiare le azioni rivoluzionarie più decise, più ardite e coraggiose contro la borghesia. Allora la rivoluzione è davvero matura, allora, se abbiamo tenuto nel debito conto tutte le condizioni sopra enunciate e se abbiamo scelto bene il momento, la nostra vittoria è sicura» (vedi vol. XXV, p. 229).

Modello di questa strategia può essere considerata l’organizzazione dell’insurrezione d’ottobre.
Se non si tiene conto di questa condizione, si cade in un errore pericoloso, chiamato «perdita del ritmo», che si ha quando il partito ritarda sulla marcia del movimento o corre troppo avanti, creando il pericolo di un insuccesso. Un esempio di questa «perdita del ritmo», un esempio del modo come non bisogna scegliere il momento dell’insurrezione, dev’essere considerato il tentativo di una parte dei compagni di cominciare l’insurrezione con l’arresto dei membri della Conferenza democratica nel settembre 1917, quando si sentiva ancora della esitazione nei Soviet, quando il fronte era ancora incerto del suo cammino e le riserve non si erano ancora adunate attorno all’avanguardia.
In terzo luogo. Applicare fermamente la linea adottata, malgrado tutte le difficoltà e le complicazioni che possono sorgere sulla via che conduce alla meta, acciocché l’avanguardia non perda di vista la meta essenziale della lotta, e le masse non si disperdano mentre marciano verso questa meta e si sforzano di raggrupparsi attorno all’avanguardia. Se non si tiene conto di questa condizione, si cade in un grave errore, ben noto ai marinai col nome di «perdita della rotta». Un esempio di questa «perdita della rotta» dev’essere considerata l’errata posizione del nostro partito, subito dopo la Conferenza democratica, quando esso decise di partecipare al preparlamento. In quel momento il partito sembrò aver dimenticato che il preparlamento era un tentativo della borghesia di sviare il paese dalla via dei Soviet e incanalarlo in quella del parlamentarismo borghese, ché la partecipazione del partito a una simile istituzione poteva imbrogliare tutte le carte e disorientare gli operai e i contadini, che conducevano la lotta rivoluzionaria con la parola d’ordine: «Tutto il potere ai Soviet». Quest’errore fu corretto mediante l’uscita dei bolscevichi dal preparlamento.
In quarto luogo. Manovrare con le riserve in modo da potersi ritirare in buon ordine quando il nemico è forte, quando la ritirata è inevitabile, quando è visibilmente dannoso accettare la battaglia che il nemico vuole imporre e quando la ritirata, dato il rapporto delle forze in presenza, è l’unico mezzo per sottrarre l’avanguardia al colpo che la minaccia e conservare le riserve.

I partiti rivoluzionari - dice Lenin - debbono completare la loro istruzione. Essi hanno imparato a condurre l’offensiva. Ora bisogna comprendere la necessità di completare questa scienza con la scienza della ritirata in buon ordine. Bisogna comprendere - e la classe rivoluzionaria impara a comprendere dalla propria amara esperienza - che non si può vincere senz’aver appreso la scienza dell’offensiva e la scienza della ritirata (vedi vol. XXV, p. 177).

Scopo di questa strategia è di guadagnar tempo, disgregare l’avversario e accumular forze per passar poi all’offensiva.
Modello di questa strategia può essere considerata la conclusione della pace di Brest, che permise al partito di guadagnar tempo, di sfruttare i conflitti nel campo dell’imperialismo, di disgregare le forze dell’avversario, di mantenere i legami coi contadini e accumulare le forze per preparare l’offensiva contro Kolciak e Denikin.

Concludendo una pace separata - diceva Lenin allora - ci sbarazziamo, per quanto è possibile nel momento attuale, dei due gruppi imperialisti nemici, approfittando della loro ostilità e della loro guerra che impedisce loro di mettersi d’accordo contro di noi; ne approfittiamo, ottenendo così di avere, per un certo periodo, le mani libere per continuare e consolidare la rivoluzione socialista (vedi vol. XXII, p. 198).
Ora - scriveva Lenin tre anni dopo la pace di Brest-Litovsk - anche l’ultimo degl’imbecilli vede che la «pace di Brest» fu una concessione che ha accresciuto le nostre forze e ha frazionato quelle dell’imperialismo internazionale (vedi vol. XXVII, p. 7) .

Queste sono le condizioni principali che assicurano una giusta direzione strategica.

5) La direzione tattica. La direzione tattica è parte della direzione strategica, alle esigenze e ai compiti della quale è subordinata. Il compito della direzione tattica consiste nell’esser padroni di tutte le forme di lotta e di organizzazione del proletariato e nell’assicurare una loro giusta utilizzazione, allo scopo di raggiungere, dato il rapporto di forze esistente, il massimo dei risultati necessario alla preparazione del successo strategico.
In che cosa consiste la giusta utilizzazione delle forme di lotta e di organizzazione del proletariato?
Nell’adempimento di alcune condizioni indispensabili, di cui le seguenti debbono essere considerate capitali.
In primo luogo. Mettere al primo piano precisamente quelle forme di lotta e di organizzazione che, meglio corrispondendo alle condizioni del flusso o del riflusso del movimento, sono atte a facilitare e assicurare lo spostamento delle masse verso posizioni rivoluzionarie, lo spostamento di masse di milioni di uomini verso il fronte della rivoluzione, il loro schieramento sul fronte della rivoluzione.
Ciò che importa non è che l’avanguardia sia cosciente della impossibilità di mantenere l’antico ordine di cose e della ineluttabilità del suo rovesciamento. Ciò che importa è che le masse, masse di milioni di uomini, comprendano questa necessità e si mostrino pronte ad appoggiare l’avanguardia. Ma questo le masse possono comprenderlo solo attraverso la loro propria esperienza. Dare a masse di milioni di uomini la possibilità di constatare, in base alla loro esperienza, l’ineluttabilità del rovesciamento del vecchio potere, impiegare mezzi di lotta e forme di organizzazione che permettano alle masse di constatare in base all’esperienza la giustezza delle parole d’ordine rivoluzionarie: questo è il compito da assolvere.
L’avanguardia si sarebbe staccata dalla classe operaia, e la classe operaia avrebbe perduto il contatto con le masse se, a suo tempo, il partito non avesse deciso di partecipare alla Duma, se non avesse deciso di concentrare le forze nel lavoro parlamentare e di sviluppare la lotta sulla base di questo lavoro, al fine di permettere alle masse di constatare, per loro propria esperienza, la nullità della Duma, la fallacia delle promesse dei cadetti, l’impossibilità di un accordo con lo zarismo, l’inevitabilità dell’alleanza dei contadini con la classe operaia. Senza l’esperienza fatta dalle masse nel periodo della Duma, lo smascheramento dei cadetti e l’egemonia del proletariato sarebbero stati impossibili.
Il pericolo della tattica dell’otzovismo* consisteva nel fatto ch’essa minacciava di creare un distacco tra l’avanguardia e le sue riserve di milioni di uomini.
Il partito si sarebbe staccato dalla classe operaia e la classe operaia avrebbe perduto la sua influenza tra le grandi masse dei contadini e dei soldati se il proletariato avesse seguito i comunisti di sinistra che lanciavano l’appello all’insurrezione nell’aprile del 1917, quando i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari non avevano ancora avuto il tempo di smascherarsi quali partigiani della guerra e dell’imperialismo, quando le masse non avevano ancora avuto il tempo di constatare, per loro propria esperienza, la fallacia dei discorsi dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari sulla pace, sulla terra, sulla libertà. Senza l’esperienza fatta dalle masse nel periodo del governo di Kerenski, i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari non avrebbero potuto essere isolati e la dittatura del proletariato sarebbe stata impossibile. Perciò la tattica della «spiegazione paziente» degli errori dei partiti piccolo-borghesi e della lotta aperta in seno ai Soviet era la sola tattica giusta.
Il pericolo della tattica dei comunisti di sinistra consisteva nel fatto ch’essa minacciava di fare del partito non più il capo della rivoluzione proletaria, ma un gruppo di cospiratori vuoti e inconsistenti.

Con la sola avanguardia - dice Lenin - non si può vincere. Gettare la sola avanguardia nella battaglia decisiva, prima che tutta la classe, prima che le grandi masse abbiano preso una posizione o di appoggio diretto dell’avanguardia o, almeno, di benevola neutralità verso di essa... non sarebbe soltanto una sciocchezza, ma anche un delitto. Ma affinché effettivamente tutta la classe, affinché effettivamente le grandi masse dei lavoratori e degli oppressi dal capitale giungano a prendere tale posizione, la sola propaganda, la sola agitazione non bastano. Per questo è necessaria l’esperienza politica delle masse stesse. Tale è la legge fondamentale di tutte le grandi rivoluzioni, confermata oggi con una forza e un rilievo sorprendenti non solo dalla Russia, ma anche dalla Germania. Non soltanto le masse russe incolte, spesso analfabete, ma anche le masse tedesche, fornite di un alto grado di cultura e fra cui non vi sono analfabeti, per volgersi risolutamente verso il comunismo hanno dovuto constatare a loro spese tutta l’impotenza, tutta la mancanza di carattere, tutta l’incapacità, tutto il servilismo davanti alla borghesia, tutta l’abbiezione del governo dei paladini della II Internazionale, tutta l’inevitabilità della dittatura dei reazionari estremi (Kornilov in Russia, Kapp (33) e C. in Germania) come unica alternativa alla dittatura del proletariato (vedi vol. XXV, p. 228).

In secondo luogo. Trovare, in ogni momento determinato, nella catena degli avvenimenti, quell’anello particolare, aggrappandosi al quale sarà possibile reggere tutta la catena e preparar le condizioni del successo strategico.
Occorre scegliere, fra i vari compiti che si pongono al partito, precisamente quel compito immediato, la soluzione del quale è il punto centrale e l’adempimento del quale assicura una felice soluzione di tutti gli altri compiti immediati.
L’importanza di questa tesi si potrebbe dimostrare con due esempi, di cui l’uno potrebbe esser preso dal passato lontano (periodo della formazione del partito) e l’altro da un passato più recente (periodo della Nep).
Nel periodo della formazione del partito, quando esisteva una quantità innumerevole di circoli e di organizzazioni non ancora collegate tra di loro, quando il primitivismo e questa moltitudine di circoli corrodevano il partito da cima a fondo, quando la confusione ideologica era il tratto caratteristico della vita interna del partito, in quel periodo l’anello essenziale, il compito fondamentale nella catena degli anelli e nella catena dei compiti che stavano allora davanti al partito, era la creazione di un giornale illegale per tutta la Russia. Perché? Perché soltanto per mezzo di un giornale illegale per tutta la Russia era possibile, nelle condizioni d’allora, creare un nucleo coeso di partito, capace di raccogliere in un tutto unico i circoli e le organizzazioni innumerevoli, di preparare le condizioni dell’unità ideologica e tattica e porre così le basi per la formazione di un vero partito.
Nel periodo del passaggio dalla guerra all’edificazione economica, quando l’industria vegetava in preda alla disorganizzazione e l’agricoltura soffriva della mancanza di prodotti industriali, quando la saldatura dell’industria di stato con l’economia contadina era diventata la condizione essenziale del successo dell’edificazione socialista, in quel periodo l’anello essenziale della catena dello sviluppo, il compito fondamentale fra tutti gli altri era lo sviluppo del commercio. Perché? Perché durante la Nep (Nuova politica economica) la saldatura dell’industria con l’economia contadina non era possibile altrimenti che attraverso il commercio, perché durante le Nep la produzione senza smercio era la morte dell’industria; perché l’industria poteva estendersi solo attraverso una estensione dello smercio dovuta allo sviluppo del commercio, perché solo dopo essersi consolidati nel campo del commercio, solo dopo essere diventati padroni di quest’anello, si poteva sperare di saldare l’industria col mercato contadino e di risolvere felicemente gli altri compiti immediati, allo scopo di creare le condizioni per la costruzione delle fondamenta dell’economia socialista.
Non basta - dice Lenin - essere rivoluzionario e partigiano del socialismo, o comunista in generale... Bisogna saper trovare in ogni momento, quell’anello particolare della catena a cui aggrapparsi con tutte le forze per reggere tutta la catena e preparare solidamente il passaggio all’anello successivo... Nel momento attuale... questo anello è la rianimazione del commercio interno, a condizione che esso sia ben regolato (diretto) da parte dello stato. Il commercio: ecco 1’“anello” nella catena storica degli avvenimenti, delle forme transitorie della nostra edificazione socialista negli anni 1921-1922, “al quale ci si deve aggrappare con tutte le forze”... (vedi vol. XXVII, p. 82).

Queste sono le condizioni principali che assicurano una giusta direzione tattica.

6) Riformismo e rivoluzionarismo. In che cosa la tattica rivoluzionaria si distingue dalla tattica riformista?
Alcuni pensano che il leninismo è contro le riforme, contro i compromessi e gli accordi, in generale. Ciò è assolutamente falso. I bolscevichi sanno, non meno di chicchessia, che, in un certo senso, «ogni cosa che ti danno è buona», sanno che, in determinate circostanze, le riforme in generale, i compromessi e gli accordi in particolare, sono necessari e utili.

Condurre la guerra - dice Lenin - per il rovesciamento della borghesia internazionale, guerra cento volte più difficile, più lunga e più complicata della più accanita delle guerre abituali fra gli stati, e rinunziare in anticipo a destreggiarsi, a sfruttare gli antagonismi di interessi (sia pure temporanei) tra i propri nemici, rinunziare agli accordi e ai compromessi con dei possibili alleati (sia pure temporanei, poco sicuri, esitanti, condizionali), non è cosa sommamente ridicola? Non è come se, nell’ardua scalata di un monte ancora inesplorato e inaccessibile, si rinunziasse preventivamente a fare talora degli zig-zag, a ritornare qualche volta sui propri passi, a lasciare la direzione presa all’inizio per tentare direzioni diverse? (vedi vol. XXV, p. 210).

Quel che conta, evidentemente, non sono le riforme o i compromessi e gli accordi, ma è l’uso che si fa delle riforme e degli accordi.
Per il riformista, la riforma è tutto; il lavoro rivoluzionario, invece, serve così, tanto per parlarne, per gettare polvere negli occhi. Perciò con la tattica riformista, sino a che esiste il potere borghese, una riforma si converte inevitabilmente in uno strumento di rafforzamento di questo potere, in uno strumento di disgregazione della rivoluzione.
Per il rivoluzionario, invece, l’essenziale è il lavoro rivoluzionario, non la riforma; per lui la riforma è soltanto un prodotto accessorio della rivoluzione. Perciò con la tattica rivoluzionaria, sino a che esiste il potere borghese, una riforma si converte naturalmente in uno strumento di disgregazione di questo potere, in uno strumento di rafforzamento della rivoluzione, in un punto di appoggio per l’ulteriore sviluppo del movimento rivoluzionario.
Il rivoluzionario accetta la riforma al fine di utilizzarla come un appiglio per combinare il lavoro legale con il lavoro illegale, al fine di servirsene come una copertura per il rafforzamento del lavoro illegale che ha per oggetto la preparazione rivoluzionaria delle masse al rovesciamento della borghesia.
Questa è l’essenza dell’utilizzazione rivoluzionaria delle riforme e degli accordi nelle condizioni esistenti nel periodo dell’imperialismo.
Il riformista, al contrario, accetta le riforme per rinunciare a ogni lavoro illegale, sabotare la preparazione delle masse alla rivoluzione e riposare all’ombra della riforma «concessa».
Questa è l’essenza della tattica riformista.
Così si presenta il problema delle riforme e degli accordi nelle condizioni esistenti nel periodo dell’imperialismo.
Le cose cambiano però alquanto dopo l’abbattimento dell’imperialismo, durante la dittatura del proletariato. In certi casi, in certe condizioni, il potere proletario può trovarsi costretto ad abbandonare provvisoriamente la via della riedificazione rivoluzionaria dell’ordine di cose esistente e a prender la via della sua trasformazione graduale, «la via riformista», come dice Lenin nel suo articolo L’importanza dell’oro, la via dei movimenti aggiranti, la via delle riforme e delle concessioni alle classi non proletarie, allo scopo di disgregare queste classi e concedere alla rivoluzione una tregua, allo scopo di raccogliere le proprie forze e preparare le condizioni di una nuova offensiva. Non si può negare che questa via è, in un certo senso, una via riformista. Bisogna però ricordare che ci troviamo qui di fronte a una particolarità fondamentale, la quale consiste nel fatto che la riforma emana in questo caso dal potere proletario, ch’essa rafforza il potere proletario, ch’essa gli procura la tregua necessaria, ch’essa è destinata a disgregare non la rivoluzione ma le classi non proletarie.
La riforma, in queste condizioni, si trasforma quindi nel suo opposto.
L’adozione di una tale politica da parte del potere proletario diventa possibile perché e soltanto perché l’ampiezza della rivoluzione è stata, nel periodo precedente, abbastanza grande e ha quindi lasciato uno spazio sufficiente per poter battere in ritirata, per sostituire alla tattica dell’offensiva la tattica di una ritirata temporanea, la tattica dei movimenti aggiranti.
Se prima, dunque, sotto il potere borghese, le riforme erano un prodotto accessorio della rivoluzione, ora, durante la dittatura del proletariato, la sorgente delle riforme sta nelle conquiste rivoluzionarie del proletariato, nelle riserve accumulate nelle mani del proletariato e costituite da queste conquiste.

Soltanto il marxismo - dice Lenin - ha determinato esattamente e giustamente il rapporto tra le riforme e la rivoluzione. Marx poteva vedere questo rapporto soltanto sotto uno dei suoi aspetti, cioè nella situazione precedente una prima vittoria del proletariato, sia pure di scarsa solidità e di scarsa durata, sia pure in un solo paese. In quella situazione la base di un giusto rapporto tra le riforme e la rivoluzione era questa: la riforma è un prodotto accessorio della lotta di classe rivoluzionaria del proletariato... Dopo la vittoria del proletariato almeno in un solo paese, appare qualche cosa di nuovo nel rapporto tra le riforme e la rivoluzione. In linea di principio le cose stanno come prima, nella forma però sopravviene una modificazione che Marx personalmente non poteva prevedere, ma di cui ci si può render conto soltanto sulla base della filosofia e della politica del marxismo... Dopo la vittoria, esse (vale a dire le riforme. G. St.), (pur continuando ad essere su scala internazionale lo stesso “prodotto accessorio”), costituiscono inoltre, per il paese in cui il proletariato ha vinto, una tregua necessaria e legittima nei casi in cui le forze,dopo una tensione estrema, sono manifestamente insufficienti per superare in modo rivoluzionario l’una o l’altra tappa. La vittoria crea una tale “riserva di forze”, che permette di tener duro anche nel caso di una ritirata forzata, di tener duro materialmente e moralmente (vedi vol. XXVII, pp. 84-85).

VIII. Il partito

Nel periodo prerivoluzionario, nel periodo di sviluppo più o meno pacifico, quando i partiti della II Internazionale erano la forza dominante nel movimento operaio e le forme parlamentari di lotta erano considerate le principali, in quelle condizioni il partito non aveva, nè poteva avere, l’importanza seria e decisiva che ha acquistato in seguito, in un periodo di grandi battaglie rivoluzionarie. Difendendo la II Internazionale dagli attacchi cui è fatta segno, Kautsky dice che i partiti della II Internazionale sono strumenti di pace e non di guerra, che appunto per questo essi non furono in grado di intraprendere alcunché di serio durante la guerra, nel periodo delle azioni rivoluzionarie del proletariato. Questo è perfettamente vero. Ma che significa questo? Questo significa che i partiti della II Internazionale non sono atti alla lotta rivoluzionaria del proletariato, che essi non sono dei partiti di lotta del proletariato, i quali conducano gli operai alla conquista del potere, ma un apparato elettorale, adatto alle elezioni parlamentari e alla lotta parlamentare. Così si spiega del resto il fatto che nel periodo del prevalere degli opportunisti della II Internazionale, l’organizzazione politica fondamentale del proletariato non fosse il partito ma il gruppo parlamentare. È noto che in quel periodo il partito era praticamente un’appendice, un elemento al servizio del gruppo parlamentare. Non occorre dimostrare che in tali condizioni e sotto la guida di un tal partito, non si poteva nemmeno parlare di preparazione del proletariato alla rivoluzione.
Si ebbe, tuttavia, un mutamento radicale con l’aprirsi del nuovo periodo. Il nuovo periodo è quello dei conflitti di classe aperti, è il periodo delle azioni rivoluzionarie del proletariato, il periodo della rivoluzione proletaria, il periodo della preparazione immediata delle forze all’abbattimento dell’imperialismo, alla presa del potere da parte del proletariato. Questo periodo pone di fronte al proletariato compiti nuovi: la riorganizzazione di tutto il lavoro del partito su una nuova base, su una base rivoluzionaria, l’educazione degli operai nello spirito della lotta rivoluzionaria per il potere, la preparazione e la mobilitazione delle riserve, l’alleanza coi proletari dei paesi vicini, la creazione di saldi legami con il movimento di liberazione delle colonie e dei paesi dipendenti, ecc. ecc. Pensare che questi nuovi compiti possano essere risolti con le forze dei vecchi partiti socialdemocratici, educati nelle pacifiche condizioni del parlamentarismo, significa condannarsi irrimediabilmente alla disperazione, a una sconfitta sicura. Restare, quando si hanno tali compiti sulle spalle, sotto la direzione dei vecchi partiti, vuol dire ridursi a uno stato di disarmo completo. Non occorre dimostrare che il proletariato non poteva rassegnarsi a tale situazione.
Di qui la necessità di un nuovo partito, di un partito combattivo, di un partito rivoluzionario, abbastanza audace per condurre i proletari alla lotta per il potere, abbastanza ricco di esperienza per sapersi orientare nelle intricate condizioni di una situazione rivoluzionaria, e abbastanza agile per evitare ogni sorta di scogli subacquei sulla via che conduce alla meta.
Senza un tale partito, non si può nemmeno pensare ad abbattere l’imperialismo, a conquistare la dittatura del proletariato.
Questo nuovo partito è il partito del leninismo.
Quali sono le particolarità di questo nuovo partito?

1) Il partito, reparto di avanguardia della classe operaia. Il partito deve essere, prima di tutto, il reparto di avanguardia della classe operaia. Il partito deve assorbire tutti i migliori elementi della classe operaia, la loro esperienza, il loro spirito rivoluzionario, la loro devozione sconfinata alla causa del proletariato. Ma per essere effettivamente il reparto di avanguardia, il partito deve essere armato d’una teoria rivoluzionaria, deve conoscere le leggi del movimento, deve conoscere le leggi della rivoluzione. Se no, non è in grado di dirigere la lotta del proletariato, di condurre dietro a sé il proletariato. Il partito non può essere un vero partito se si limita a registrare quel che la massa della classe operaia sente e pensa, se si trascina alla coda del movimento spontaneo, se non sa superare l’inerzia e l’indifferenza politica del movimento spontaneo, se non sa elevarsi al disopra degl’interessi momentanei del proletariato, se non sa elevare le masse al livello degli interessi di classe del proletariato. Il partito deve porsi alla testa della classe operaia, deve vedere più lontano della classe operaia, deve condurre dietro a sé il proletariato e non trascinarsi alla coda del movimento spontaneo. I partiti della II Internazionale, che predicano il «codismo», sono agenti della politica borghese, che condanna il proletariato alla funzione di strumento nelle mani della borghesia. Soltanto un partito che si consideri come reparto di avanguardia del proletariato e sia capace di elevare le masse al livello degli interessi di classe del proletariato, soltanto un tale partito è in grado di distogliere la classe operaia dalla via del tradunionismo e di trasformarla in forza politica indipendente. Il partito è il capo politico della classe operaia.
Ho già parlato delle difficoltà della lotta della classe operaia, delle complessità delle condizioni della lotta, della strategia e della tattica, delle riserve e delle manovre, dell’offensiva e della ritirata. Queste condizioni non sono meno complesse, se pur non sono più complesse delle condizioni di una guerra. Chi può orientarsi in queste condizioni, chi può dare un giusto orientamento a una massa di milioni di proletari? Non v’è esercito in guerra che possa fare a meno di uno stato maggiore sperimentato, se non vuole condannarsi alla disfatta. Non è chiaro che a maggior ragione non può fare a meno di un tale stato maggiore il proletariato, se non vuol darsi in pasto al suo nemico giurato? Ma dove è questo stato maggiore? Questo stato maggiore può essere soltanto il partito rivoluzionario del proletariato. La classe operaia, senza un partito rivoluzionario, è un esercito senza stato maggiore. Il partito è lo stato maggiore di lotta del proletariato.
Ma il partito non può essere solo un reparto di avanguardia. Esso deve essere in pari tempo, un reparto, una parte della classe operaia, parte intimamente legata ad essa con tutte le fibre della sua esistenza. La distinzione fra l’avanguardia e la restante massa della classe operaia, fra i membri del partito e i senza partito, non può scomparire fino a che non saranno scomparse le classi, fino a che il proletariato si accrescerà di elementi provenienti da altre classi, fino a che la classe operaia, nel suo insieme, sarà privata della possibilità di elevarsi al livello del reparto d’avanguardia. Ma il partito cesserebbe di essere il partito se questa distinzione si trasformasse in rottura, se esso si racchiudesse in se stesso e si distaccasse dalle masse senza partito. Il partito non può dirigere la classe se non è legato con le masse senza partito, se non esiste una saldatura tra il partito e le masse senza partito, se queste masse non accettano la sua direzione, se il partito non gode tra le masse di un credito morale e politico. Recentemente sono stati ammessi nel nostro partito duecentomila nuovi membri operai. Ed è degno di nota che non sono entrati nel partito da sé, ma, piuttosto, vi sono stati inviati da tutta la rimanente massa senza partito, che ha partecipato attivamente all’ammissione dei nuovi membri e senza l’approvazione della quale non sono stati ammessi, in generale, dei nuovi membri. Questo fatto prova che le grandi masse degli operai senza partito considerano il nostro partito come il loro partito, il partito che è loro vicino e familiare, allo sviluppo e al rafforzamento del quale sono legati i loro interessi vitali e alla direzione del quale essi affidano volontariamente la loro sorte. Non occorre dimostrare che senza questi vincoli morali inafferrabili che legano il partito alle masse senza partito, il partito non potrebbe diventare la forza decisiva della propria classe. Il partito è parte inseparabile della classe operaia.

Noi siamo - dice Lenin - il partito della classe, e perciò quasi tutta la classe (e, in tempo di guerra, nell’epoca della guerra civile, la classe tutt’intiera) deve agire sotto la direzione del nostro partito, deve stringersi il più saldamente che è possibile attorno al nostro partito. Ma sarebbe “manilovismo” e “codismo” pensare che, in regime capitalista, quasi tutta o tutta la classe possa mai elevarsi alla coscienza e all’attività della propria avanguardia, del proprio partito socialista. Nessun socialista ragionevole ha mai posto in dubbio che, in regime capitalista, neanche l’organizzazione sindacale (più primitiva, più accessibile alla coscienza degli strati arretrati) è in grado di abbracciare quasi tutta o tutta la classe operaia. Dimenticare la distinzione che passa tra il reparto di avanguardia e tutte le masse che gravitano verso di esso, dimenticare il costante dovere del reparto di avanguardia di elevare degli strati sempre più larghi fino a questo livello dell’avanguardia, vorrebbe dire ingannar se stessi, chiudere gli occhi di fronte alla grandiosità dei nostri compiti, restringere questi compiti (vedi vol. VI, pp. 205-206).

2) Il partito, reparto organizzato della classe operaia. Il partito non è soltanto il reparto diavanguardia della classe operaia. Se vuole effettivamente dirigerne la lotta, esso dev’essere in pari tempo anche il reparto organizzato della propria classe. In regime capitalista i compiti del partito sono straordinariamente grandi e vari. Il partito deve dirigere la lotta del proletariato in condizioni straordinariamente difficili di sviluppo interno ed esterno, deve condurre il proletariato all’offensiva quando la situazione esige l’offensiva, deve sottrarre il proletariato ai colpi di un avversario potente quando la situazione esige la ritirata, deve infondere in masse di milioni di operai senza partito, disorganizzati, lo spirito di disciplina e di metodo nella lotta, lo spirito d’organizzazione e la fermezza. Ma il partito può adempiere questi compiti soltanto se esso stesso è la personificazione della disciplina e dell’organizzazione, se esso stesso è un repartoorganizzato del proletariato. Senza queste condizioni, non si può nemmeno parlare di una vera direzione, da parte del partito, di milioni di proletari. Il partito è il reparto organizzato della classe operaia.
Il concetto del partito, come di un tutto organizzato, è stato fissato nella nota formulazione data da Lenin al primo articolo dello statuto del nostro partito, dove il partito viene considerato come lasomma delle sue organizzazioni e membri di partito vengono considerati i membri di una delle organizzazioni del partito. I menscevichi, che già nel 1903 si opponevano a questa formula, proponevano in cambio di essa un «sistema» di autoadesione al partito, un «sistema» di estensione dell’«appellativo» di membro del partito a ogni «professore» e «studente», a ogni a simpatizzante» e «scioperante», che sostenesse il partito in un modo o nell’altro, pur senza aderire e senza voler aderire ad alcuna delle organizzazioni del partito. Non occorre dimostrare che questo «sistema» originale, se fosse prevalso nel nostro partito, avrebbe inevitabilmente portato a un’invasione del partito da parte di professori e di studenti, lo avrebbe fatto degenerare in una «entità» mal definita, amorfa, disorganizzata, sommersa dalla marea dei «simpatizzanti», che avrebbe cancellato ogni frontiera tra il partito e la classe e sarebbe venuta meno al compito di elevare le masse disorganizzate al livello dell’avanguardia. Nè occorre dire che, con un tale «sistema» opportunista, il nostro partito non avrebbe potuto adempiere la sua funzione di nucleo organizzatore della classe operaia nel corso della nostra rivoluzione.
Secondo il punto di vista di Martov (34) - dice Lenin - le frontiere del partito restano assolutamente indeterminate, poiché «ogni scioperante» può «dichiararsi membro del partito». Quale utilità presenta questo amorfismo? La larga diffusione di un «appellativo». Il danno ch’essa reca è di dar corso all’idea disorganizzatrice della confusione della classe col partito (vedi vol. VI, p. 211).

Ma il partito non è solo lasomma delle organizzazioni di partito. Il partito è in pari tempo ilsistema unico di queste organizzazioni, la loro unione formale in un tutto unico, nel quale esistono organi di direzione superiori e inferiori, nel quale esiste una sottomissione della minoranza alla maggioranza, nel quale esistono delle decisioni pratiche, obbligatorie per tutti i membri del partito. Senza questa condizione, il partito non è in grado di essere un tutto unico organizzato, capace di assicurare una direzione organizzata e sistematica della lotta della classe operaia.

Prima - dice Lenin - il nostro partito non era un tutto formalmente organizzato, ma soltanto una somma di gruppi particolari, e perciò tra questi gruppi non potevano esservi altri rapporti che di influenza ideologica. Oggi siamo diventati un partito organizzato, e questo significa creazione di un potere, trasformazione del prestigio delle idee nell’autorità del potere, sottomissione delle istanze inferiori del partito alle istanze superiori (vedi vol. VI, p. 291).

Il principio della sottomissione della minoranza alla maggioranza, il principio della direzione del lavoro del partito da parte del centro provoca non di rado attacchi da parte degli elementi instabili, accuse di «burocratismo», di «formalismo», ecc. Non occorre dimostrare che, se non venissero applicati questi princìpi, il partito, come un tutto unico, non potrebbe lavorare sistematicamente, nè dirigere la lotta della classe operaia. Nel campo dell’organizzazione, il leninismo è l’applicazione inflessibile di questi princìpi. La lotta contro questi princìpi Lenin la chiama «nichilismo russo» e «anarchismo da gran signore», degno di esser deriso e respinto.
Ecco che cosa dice Lenin di questi elementi instabili nel suo libro Un passo avanti:

Quest’anarchismo da gran signore è caratteristico del nichilista russo. L’organizzazione del partito sembra a costui una «fabbrica» mostruosa; la sottomissione della parte al tutto e della minoranza alla maggioranza gli appare come una «servitù»... la divisione del lavoro, sotto la direzione di un centro, gli fa lanciare degli strilli tragicomici contro la trasformazione degli uomini in «viti e rotelle»..., la sola menzione dello statuto di organizzazione del partito suscita in lui una smorfia sdegnosa e la sprezzante... osservazione che si potrebbe benissimo anche fare a meno dello statuto.... È chiaro, mi pare, che gli strilli contro il famoso burocratismo non servono ad altro che a mascherare il malcontento per la composizione personale degli organismi centrali, non sono che una foglia di fico... Tu sei un burocrate, perché sei stato nominato dal Congresso non con il mio consenso, ma contro di esso; tu sei un formalista perché ti appoggi sulle decisioni formali del congresso e non sul mio consenso; tu agisci in modo brutale e meccanico, perché. ti richiami alla maggioranza «meccanica» del congresso del partito e non tieni conto del mio desiderio di essere cooptato; tu sei un autocrate, perché non vuoi rimettere il potere nelle mani della vecchia cricca* (vedi vol. VI, pp. 310 e 287).

3) Il partito, forma suprema dell’organizzazione di classe del proletariato. Il partito è il reparto organizzato della classe operaia. Ma il partito non è l’unica organizzazione della classe operaia. Il proletariato ha tutta una serie di altre organizzazioni, senza le quali non può lottare con successo contro il capitale: sindacati, cooperative, organizzazioni di fabbrica e di officina, gruppi parlamentari, associazioni di donne senza partito, stampa, organizzazioni culturali, educative, federazioni giovanili, organizzazioni rivoluzionarie di combattimento (durante le grandi battaglie rivoluzionarie), Soviet dei deputati come forma di organizzazione statale (se il proletariato è al potere), ecc. L’enorme maggioranza di queste organizzazioni non sono organizzazioni di partito e soltanto una parte di esse aderiscono direttamente al partito o ne sono una ramificazione. Tutte queste organizzazioni sono, in condizioni determinate, assolutamente necessarie alla classe operaia, perché senza di esse è impossibile consolidare le posizioni di classe del proletariato nei diversi campi della lotta, perché senza di esse è impossibile temprare il proletariato come forza chiamata a sostituire all’ordine borghese l’ordine socialista. Ma come organizzare una unità di direzione, data una tale abbondanza di organizzazioni? Dov’è la garanzia che l’esistenza di una molteplicità di organizzazioni non renderà la direzione incoerente? Si potrebbe rispondere che ognuna di queste organizzazioni fa il suo lavoro nel campo che le è proprio e che, per conseguenza, esse non possono disturbarsi a vicenda. Questo naturalmente, è vero. Ma è anche vero che tutte queste organizzazioni devono lavorare in una sola direzione, perché esse servono una sola classe, la classe dei proletari. Si domanda: chi determina la linea, la direzione comune, secondo la quale tutte queste organizzazioni debbono svolgere il loro lavoro? Qual è l’organizzazione centrale che non solo è capace, possedendo la necessaria esperienza, di elaborare questa linea comune, ma ha anche la possibilità, possedendo il prestigio sufficiente per farlo, di stimolare tutte queste organizzazioni e mettere in pratica questa linea allo scopo di realizzare l’unità di direzione e di escludere la possibilità di incoerenze?
Quest’organizzazione è il partito del proletariato. Il partito ha tutti i requisiti per questa funzione, perché in primo luogo, il partito è il punto attorno al quale si raccolgono i migliori elementi della classe operaia, che hanno legami diretti con le organizzazioni proletarie senza partito e molto spesso le dirigono; perché, in secondo luogo, il partito. come punto attorno al quale si raccolgono i migliori elementi della classe operaia, è la scuola migliore per la formazione di capi della classe operaia capaci di dirigere tutte le forme di organizzazione della loro classe: perché in terzo luogo, il partito, in quanto è la scuola migliore dei capi della classe operaia, è per la sua esperienza e per il suo prestigio l’unica organizzazione capace di centralizzare la direzione della lotta del proletariato e di trasformare quindi le organizzazioni operaie senza partito, di qualsiasi genere esse siano, in organi ausiliari e in cinghie di trasmissione che lo colleghino con la classe. Il partito è la forma suprema dell’organizzazione di classe del proletariato.
Questo non significa, s’intende, che le organizzazioni senza partito, i sindacati, le cooperative, ecc., debbano essere formalmente subordinate alla direzione del partito. La sola cosa che importa è che i membri del partito che fanno parte di queste organizzazioni e vi esercitano, senza dubbio, un’influenza, prendano tutte le misure di persuasione affinché le organizzazioni senza partito si avvicinino nel loro lavoro al partito del proletariato e accettino di buon grado la sua direzione politica.
Ecco perché Lenin dice che il partito è «la forma suprema dell’unione di classe dei proletari» e che la sua direzione politica deve estendersi a tutte le altre forme di organizzazione del proletariato (vedi vol. XXV, p. 194).
Ecco perché la teoria opportunista dell’«indipendenza» e «neutralità» delle organizzazioni senza partito, teoria che genera i parlamentari indipendenti e i giornalisti distaccati dal partito, i militanti sindacali gretti e i cooperatori imborghesiti, è assolutamente incompatibile con la teoria e con la pratica del leninismo.

4) Il partito, strumento della dittatura del proletariato. Il partito è la forma suprema di organizzazione del proletariato. Il partito è il fattore essenziale di direzione in seno alla classe dei proletari etra le organizzazioni di questa classe. Ma da questo non deriva affatto che il partito si possa considerare come fine a sé, come forza sufficiente a se stessa. Il partito non è solo la forma suprema dell’unione di classe dei proletari, esso è, in pari tempo, unostrumento nelle mani del proletariato per la conquistadella dittatura, quando questa non è ancora stata conquistata, per il consolidamento e l’estensione della dittatura, quando questa è già stata conquistata. Il partito non avrebbe potuto acquistare un’importanza così grande, nè prevalere su tutte le altre forme di organizzazione del proletariato, se il proletariato non si fosse trovato davanti al problema del potere, se le condizioni esistenti nel periodo dell’imperialismo, l’inevitabilità delle guerre, l’esistenza della crisi, non avessero richiesto la concentrazione di tutte le forze del proletariato in un sol punto, l’accentramento in un sol punto di tutti i fili del movimento rivoluzionario, allo scopo di rovesciare la borghesia e conquistare la dittatura del proletariato. Il partito è necessario al proletariato prima di tutto come stato maggiore di combattimento indispensabile per la conquista vittoriosa del potere. È superfluo dimostrare che senza un partito capace di raccogliere attorno a sé le organizzazioni di massa del proletariato e di centralizzare nel corso della lotta la direzione dell’assieme del movimento, il proletariato in Russia non avrebbe potuto instaurare la sua dittatura rivoluzionaria.
Ma il partito è necessario al proletariato non solo per la conquista della dittatura; ancor più esso gli è necessario per mantenere la dittatura, per consolidarla ed estenderla, nell’interesse della vittoria completa del socialismo.

È certo - dice Lenin - che ormai quasi tutti vedono che i bolscevichi non si sarebbero mantenuti al potere, non dico due anni e mezzo, ma nemmeno due mesi e mezzo, se non fosse esistita una disciplina severissima, veramente ferrea, nel nostro partito, se il partito non avesse avuto l’appoggio totale e pieno di abnegazione di tutta la massa della classe operaia, cioè di tutto quanto vi è in essa di pensante, di onesto, di devoto sino all’abnegazione, di influente e capace di condurre dietro a sé o attirare gli strati arretrati (vedi vol. XXV, p. 173).

Ma che cosa significa «mantenere» ed «estendere» la dittatura? Significa infondere in masse di milioni di proletari lo spirito di disciplina e di organizzazione proletaria; significa creare nelle masse proletarie una coesione, una barriera contro le influenze deleterie del carattere piccolo-borghese e delle abitudini piccolo-borghesi; significa rafforzare il lavoro di organizzazione dei proletari per la rieducazione e la trasformazione degli strati piccolo-borghesi, significa aiutare le masse proletarie a educare se stesse come forza capace di sopprimere le classi e di preparar le condizioni per l’organizzazione della produzione socialista. Ma realizzare tutto questo non è possibile senza un partito forte per la sua coesione e la sua disciplina.
La dittatura del proletariato - dice Lenin - è una lotta tenace, cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare ed economica, pedagogica e amministrativa, contro le forze e le tradizioni della vecchia società. La forza dell’abitudine di milioni e decine di milioni di uomini è la più terribile delle forze. Senza un partito di ferro, temprato nella lotta, senza un partito che goda la fiducia di tutto quanto vi è di onesto nella sua classe, senza un partito che sappia osservare lo stato d’animo delle masse e influenzarlo, è impossibile condurre con successo una lotta simile (vedi vol. XXV, p. 90).

Il partito è necessario al proletariato per conquistare e mantenere la dittatura. Il partito è lo strumento della dittatura del proletariato.
Da questo deriva che, con la scomparsa della classi, con l’estinguersi della dittatura del proletariato, deve estinguersi anche il partito.

5) Il partito, unità di volontà, incompatibile con l’esistenza di frazioni. La conquista e il mantenimento della dittatura del proletariato non sono possibili senza un partito forte per la sua coesione e la sua disciplina di ferro. Ma una disciplina ferrea nel partito non è concepibile senza unità di volontà, senza una completa e assoluta unità di azione di tutti i membri del partito. Ciò non significa, naturalmente, che in questo modo si escluda la possibilità di una lotta di opinioni in seno al partito. Al contrario, la disciplina ferrea non esclude, anzi presuppone la critica e la lotta di opinioni in seno al partito. A maggior ragione ciò non significa che la disciplina debba esser «cieca». Al contrario, la disciplina ferrea non esclude, anzi presuppone la coscienza e la volontarietà della sottomissione, perché solo una disciplina cosciente può essere effettivamente una disciplina ferrea. Ma finita la lotta di opinioni, esaurita la critica, presa una decisione, l’unità di volontà e l’unità di azione di tutti i membri del partito sono una condizione indispensabile, senza la quale non sono concepibili nè un partito unito, nè una disciplina ferrea nel partito.

Nell’epoca attuale di guerra civile acuta - dice Lenin - il partito comunista potrà adempiere il suo dovere soltanto se sarà organizzato nel modo più centralizzato, se vi regnerà una disciplina ferrea, confinante con la disciplina militare, e se il centro del partito sarà un organo autorevole di potere, fornito di ampi poteri che goda la fiducia generale dei membri del partito (Condizioni d’ammissione nell’internazionale Comunista, vedi vol. XXV, pp. 282-283).

Così va intesa la disciplina del partito nelle condizioni di lotta anteriori alla conquista della dittatura.
Lo stesso si deve dire, ma in grado ancora maggiore, della disciplina del partito dopo la conquista della dittatura.

Chi indebolisce, sia pur di poco - dice Lenin - la disciplina ferrea del partito del proletariato (soprattutto durante la dittatura del proletariato) aiuta in realtà la borghesia contro il proletariato (vedi vol. XXV, p. 190).

Ne consegue che l’esistenza di frazioni non è compatibile nè con l’unità del partito, nè con la sua disciplina ferrea. Non occorre dimostrare che l’esistenza di frazioni porta all’esistenza di parecchi centri, che l’esistenza di parecchi centri significa la mancanza di un centro comune a tutto il partito, la rottura della volontà unica, il rilassamento e la disgregazione della disciplina, l’indebolimento e la decomposizione della dittatura. Certo, i partiti della II Internazionale, che lottano contro la dittatura del proletariato e non vogliono condurre i proletari al potere, possono permettersi un liberalismo come quello di dare libertà alle frazioni, perché essi non hanno affatto bisogno di una disciplina ferrea. Ma i partiti dell’Internazionale Comunista, che organizzano il loro lavoro in considerazione dei compiti della conquista e del rafforzamento della dittatura del proletariato, non possono accettare nè «liberalismo», nè libertà di frazioni. Il partito è un’unità di volontà che esclude ogni frazionismo, ogni divisione di poteri nel partito.
Di qui i chiarimenti di Lenin circa il «pericolo del frazionismo dal punto di vista dell’unità del partito e della realizzazione dell’unità di volontà dell’avanguardia del proletariato, come condizione essenziale del successo della dittatura del proletariato», chiarimenti fissati in una risoluzione speciale del X Congresso del nostro partito: Sull’unità del partito.
Di qui l’esigenza di Lenin circa «la soppressione completa di ogni frazionismo», e «lo scioglimento immediato di tutti, senza eccezione, i gruppi formatisi sulla base di questa o di quella piattaforma», sotto pena «d’immediata e incondizionata espulsione dal partito» (Si veda la risoluzione: Sull’unità del partito).

6) Il partito si rafforza, epurandosi dagli elementi opportunisti. Fonte del frazionismo nel partito sono i suoi elementi opportunisti. Il proletariato non è una classe chiusa in sé. Affluiscono verso di esso continuamente degli elementi, proletarizzati dallo sviluppo del capitalismo, provenienti dai contadini, dai piccoli borghesi, dagli intellettuali. Nello stesso tempo si svolge un processo di decomposizione degli strati superiori del proletariato, composti principalmente di funzionari sindacali e di parlamentari che la borghesia corrompe, servendosi dei soprapprofitti coloniali. «Questo strato di operai imborghesiti - diceva Lenin -questa “aristocrazia operaia” completamente piccolo-borghese, per il suo genere di vita, per l’entità dei suoi guadagni, per tutta la sua concezione del mondo, è l’appoggio principale della II Internazionale e oggi costituisce il principale sostegno sociale (non militare) della borghesia. Si tratta infatti di veri agenti della borghesia nel movimento operaio, di commessi operai della classe dei capitalisti, di veri e propri veicoli del riformismo e dello sciovinismo»*.
Tutti questi gruppi piccolo-borghesi penetrano in un modo o nell’altro nel partito, portandovi lo spirito dell’esitazione e dell’opportunismo, lo spirito della disgregazione e dell’incertezza. Essi sono pure la fonte principale del frazionismo e della disgregazione, la fonte della disorganizzazione e della demolizione del partito dall’interno. Fare la guerra all’imperialismo avendo alle spalle simili «alleati», significa trovarsi nella posizione di gente che è presa a fucilate da due parti: di fronte e alle spalle. Perciò la lotta spietata contro questi elementi, la loro espulsione dal partito, è condizione pregiudiziale del successo della lotta contro l’imperialismo.
La teoria del «superamento» degli elementi opportunisti mediante la lotta ideologica all’interno del partito, la teoria della «liquidazione » di questi elementi nel quadro di un unico partito, è una teoria putrida e pericolosa, che minaccia di condannare il partito alla paralisi e a un’infermità cronica, che minaccia di dare il partito in pasto all’opportunismo, che minaccia di lasciare il proletariato senza partito rivoluzionario, che minaccia di privare il proletariato dell’arma principale nella lotta contro l’imperialismo. Il nostro partito non avrebbe potuto prender la strada giusta, non avrebbe potuto conquistare il potere e organizzare la dittatura del proletariato, non sarebbe potuto uscir vittorioso dalla guerra civile, se avesse avuto nelle sue file dei Martov e dei Dan, dei Potresov (35) e degli Axelrod (36). Se il nostro partito è riuscito a creare un’unità interna e una coesione senza pari delle proprie file, questo dipende prima di tutto dal fatto che ha saputo liberarsi a tempo del putridume opportunista, che ha saputo cacciare dal proprio seno i liquidatori e i menscevichi. La via dello sviluppo e del consolidamento dei partiti proletari passa attraverso la loro epurazione dagli opportunisti e dai riformisti, dai socialimperialisti e dai socialsciovinisti, dai socialpatrioti e dai socialpacifisti. Il partito si rafforza epurandosi dagli elementi opportunisti.

Avendo nelle proprie file dei riformisti, dei menscevichi - dice Lenin - non si può far trionfare la rivoluzione proletaria, non si può difenderla. Questo è evidente dal punto di vista di principio. Questo è stato confermato luminosamente dall’esperienza della Russia e dell’Ungheria. In Russia, molte volte vi sono state delle situazioni difficili, nelle quali il regime sovietico sarebbe stato rovesciato di certo, se dei menscevichi, dei riformisti, dei democratici piccolo-borghesi fossero rimasti in seno al nostro partito; ... in Italia, per riconoscimento generale, si avvicinano battaglie decisive del proletariato contro la borghesia, per la conquista del potere statale. In un momento simile, non solo è assolutamente indispensabile allontanare dal partito i menscevichi, i riformisti, i turatiani, ma può esser utile persino allontanare da tutti i posti di responsabilità anche degli eccellenti comunisti, che sono suscettibili di tentennare e manifestano delle esitazioni nel senso dell’ “unità” coi riformisti... Alla vigilia della rivoluzione e nei momenti della lotta più accanita per la vittoria di essa, le minime esitazioni in seno al partito possono perdere tutto, possono far fallire la rivoluzione, strappare il potere dalle mani del proletariato, perché questo potere non è ancora solido, perché l’attacco contro di esso è ancora troppo forte. Se in un momento simile i capi tentennanti si tirano in disparte, questo non indebolisce, ma rafforza e il partito e il movimento operaio, e la rivoluzione (vedi vol. XXV, pp. 462-464).


IX. Lo stile nel lavoro

Non si tratta dello stile letterario. Voglio parlare dello stile nel lavoro, di quell’elemento particolare e originale nella pratica del leninismo, che crea il tipo speciale del militante leninista. Il leninismo è una scuola teorica e pratica, la quale forma un tipo speciale di militante del partito e dello stato la quale crea uno stile speciale di lavoro, uno stile leninista. In che cosa consistono i tratti caratteristici di questo stile? Quali sono le sue particolarità?
Queste particolarità sono due:
a) lo slancio rivoluzionario russo e
b) lo spirito pratico americano. Lo stile del leninismo consiste nell’unione di queste due particolarità nel lavoro di partito e di stato.
Lo slancio rivoluzionario russo è un antidoto contro l’inerzia, lo spirito abitudinario e di conservazione, la stagnazione del pensiero, la sottomissione servile alle tradizioni degli avi. Lo slancio rivoluzionario russo è una forza vivificatrice che sprona il pensiero, che spinge in avanti, che distrugge il passato, che dà una prospettiva. Senza di esso non è possibile nessun movimento in avanti. Ma v’è ogni probabilità che esso degeneri, all’atto pratico, in un vuoto manilovismo «rivoluzionario», se non lo si unisce, nel lavoro, con lo spirito pratico americano. Esempi di una degenerazione simile ce ne sono a bizzeffe. Chi non conosce la malattia del miracolismo «rivoluzionario», della pianomania «rivoluzionaria», che traggono origine dalla fede cieca nella forza di un decreto, capace di tutto disporre, di tutto trasformare? Uno scrittore russo, I. Ehrenburg (37), ha descritto, nel suo racconto Uscomcel, il tipo di un «bolscevico» che, preso da questa malattia, si è posto il compito di fare lo schema dell’uomo idealmente perfetto e... s’è «annegato» in questo «lavoro». Nel racconto v’è molto di esagerato, ma non v’è dubbio che la malattia vi è ben colta. Mi pare però che nessuno abbia saputo schernire questo genere di malattia in modo così crudele e implacabile come Lenin. «Presunzione comunista»: così egli bollava questa fede morbosa nei progetti miracolosi e nella fabbrica di decreti.

La presunzione comunista - dice Lenin - significa che un individuo che si trova nel partito comunista e non ne è ancora stato espulso immagina di poter assolvere tutti i suoi compiti a colpi di decreti comunisti (vedi vol. XXVII, pp. 50-51).

Alle chiacchiere «rivoluzionarie», Lenin era solito contrapporre cose semplici e di ogni giorno, sottolineando in questo modo che il miracolismo «rivoluzionario» è contrario allo spirito e alla lettera del vero leninismo.

Meno frasi pompose - dice Lenin - più lavoro concreto, quotidiano... Meno cicaleccio politico, più attenzione ai fatti più semplici, ma vivi... dell’edificazione comunista... (vedi vol. XXIV, pp. 343 e 335).

Lo spirito pratico americano è invece l’antidoto contro il manilovismo «rivoluzionario» e contro il miracolismo fantastico. Lo spirito pratico americano è una forza indomabile, che non sa e non riconosce nessuna barriera, che rimuove con la sua tenacia pratica ogni sorta di ostacoli che, una volta incominciato un lavoro, anche piccolo, non può non portarlo a termine, una forza senza la quale è inconcepibile un serio lavoro costruttivo. Ma lo spirito pratico americano ha tutte le probabilità di degenerare in un affarismo gretto e senza principi se non lo si unisce con lo slancio rivoluzionario russo. Chi non conosce la malattia del praticismo ristretto e dell’affarismo senza principi, che porta non di rado certi «bolscevichi» alla degenerazione e all’abbandono della causa della rivoluzione? Questa malattia particolare è stata descritta in un racconto di Pilniak (38), La fame, in cui sono rappresentati dei tipi di «bolscevichi» russi pieni di volontà e di decisione pratica, che «funzionano» molto «energicamente», ma non hanno prospettive, ignorano «il perché e il come» e perciò smarriscono la via del lavoro rivoluzionario. Nessuno ha schernito in modo così caustico come Lenin questa malattia dell’affarismo. «Praticismo gretto» e «affarismo senza testa»: così Lenin bollava questa malattia. Egli le contrapponeva di solito l’attività rivoluzionaria vivente e la necessità di avere delle prospettive rivoluzionarie in tutte le cose del nostro lavoro quotidiano, sottolineando in questo modo che l’affarismo senza principi è altrettanto contrario al vero leninismo, quanto lo è il miracolismo «rivoluzionario».
Unione dello slancio rivoluzionario russo con lo spirito pratico americano: tale è l’essenza del leninismo nel lavoro di partito e di stato.
Solo quest’unione ci dà il tipo completo del militante leninista, lo stile del leninismo nel lavoro.

Pubblicato per la prima volta nella Pravda nell’aprile-maggio 1924 e, contemporaneamente, nel volume Lenin e il leninismo.

Note:

14. Seconda Internazionale. L'esperienza della Comune di Parigi (1871 e la dissoluzione della I Internazionale aprirono nella storia del movimento operaio una fase nuova, che vide il sorgere - fra il 1875 e il 1898 - di numerosi partiti socialisti: il Partito socialdemocratico tedesco (1875), il Partito socialista operaio spagnolo (1879), il Partito operaio francese (1880), il Partito operaio belga (1885), il Partito socialista bulgaro (1891), il Partito socialista italiano (1892), l'Indipendent Labour Party inglese (1893), il Partito operaio socialdemocratico russo (1898), e altri.
La necessità di coordinare le varie organizzazioni nazionali al fine di condurre nel modo più efficace la lotta comune per l'abbattimento del capitalismo e l'emancipazione della classe operaia portò alla convocazione del congresso costitutivo della II Internazionale, che si tenne a Parigi il 14 luglio 1889 per iniziativa di Jules Guesde e Paul Lafargue, dirigenti del partito francese. il successivo congresso, tenutosi a Bruxelles nel 1891, fu celebrato come la vittoria del marxismo nel movimento operaio dell'epoca, contro le tendenze proudhoniane ed anarcosindacaliste.
Allo scoppio della prima guerra mondiale la II Internazionale entrò in crisi, rivelando l'ormai netta prevalenza - al suo interno - delle posizioni revisioniste e socialscioviniste, che tradirono apertamente l'internazionalismo proletario e si schierarono in difesa delle varie borghesie imperialiste. In seguito allo sfacelo della II Internazionale, fu fondata a Mosca il 2/6 marzo 1919 - per iniziativa di Lenin e dei nuovi gruppi e partiti comunisti - la III Internazionale, che prese il nome di Internazionale Comunista.

15. Karl Kautsky (1854-1938). Compiuti a Vienna i primi studi iniziò nel 1875 la sua attività di militante socialdemocratico, collaborando al "Volkstaat" di Wilhelm Liebknecht. Si avvicinò al marxismo nel 1880, e l'anno dopo conobbe a Londra Marx ed Engels. Fondò nel 1883 a Stoccarda, e diresse fino al 1917, "Die Neue Zeit", la principale rivista teorico-politica della socialdemocrazia tedesca. Fra il 1885 e il 1890 soggiornò nuovamente a Londra, dove diventò segretario di Federico Engels.
Rientrato a Stoccarda nel 1890, ebbe l'incarico dalla direzione del Partito socialdemocratico di redigere la parte teorica del nuovo programma del partito, approvato nel 1891 dal congresso di Erfurt (e criticato da Engels), che rimase valido per la socialdemocrazia tedesca fino al 1921 e servì di modello ad altri partiti della II Internazionale.
Nel corso del grande dibattito sul revisionismo di Bernstein, difese le posizioni "ortodosse" del marxismo, ma si oppose all'espulsione di Bernstein dal partito, chiesta da Rosa Luxemburg.
Fino alla prima guerra mondiale fu il maggiore esponente, all'inter- no del Partito socialdemocratico tedesco, della tendenza centrista, affermando che la rivoluzione proletaria era storicamente "inarrestabile", ma sostenendo che l'avvento al potere del proletariato sarebbe avvenuto attraverso la progressiva democratizzazione del regime borghese. Funzionale a tale scopo sarebbe stata, secondo Kautsky, la cosiddetta "strategia del logoramento", che egli contrappose alle posizioni rivoluzionarie della sinistra del partito, rappresentata da Rosa Luxemburg, Franz Mehring e altri.
Importante fu la sua opera di curatore di varie opere di Marx ed Engels; in particolare Kautsky curò, dopo la morte di Engels, la pubblicazione dei manoscritti di Marx noti col nome di Teorie sul plusvalore o Storia delle teorie economiche (il cosiddetto "Libro IV del Capitale").
Allo scoppio della prima guerra mondiale assunse posizioni socialpacifiste e nel 1917 avversò con accanimento la Rivoluzione d'Ottobre, la presa del potere da parte dei bolscevichi e l'esercizio della dittatura proletaria in Russia, coprendo dietro un formale ossequio all"'ortodossia" marxista la sua reale rottura con il marxismo. Lenin bollò queste posizioni kautskiane nel suo celebre opuscolo La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky (1918).
Nel 1917 Kautsky fu uno dei fondatori in Germania, del nuovo Partito Socialdemocratico Indipendente (USPD), di tendenza centrista. Dopo l'avvento della Repubblica di Weimar, collaborò nel 1918 con il nuovo ministero degli Esteri tedesco, presiedendo all'edizione ufficiale dei documenti relativi allo scoppio della prima guerra mondiale.
Negli ultimi venti anni della sua vita si riconciliò con Bernstein e diventò il teorico riconosciuto del riformismo socialista europeo; nel 1923 si ritirò in Austria, dove pubblicò le sue ultime opere. Fra i suoi scritti principali si ricordano: Karl Marx' okonomische Lehren (Le dottrine economiche di Karl Marx) , 1887; Vie Agrarfrage (La questione agraria), 1890; Das Erfurter Programm in seinen grundsatzlichen Teil erlautert (Il programma di Erfurt spiegato nelle sue parti fondamenentali), 1892; Bernstein und das sozialdemokratische Programm (Bernstein e il programma socialdemocratico), 1899; Die soziale Revolution (La rivoluzione socIale), 1903; Der Weg zur Macht (La via al potere), 1909; Die Diktatur des Proletaliats (La dittatura del proletariato), 1918; Demokratie und Diktatur (Democrazia edittatura), 1918; Die Internationale und Sowjetrussland (L'Internazionale e la Russia sovietica), 1925; Die materialistische Geschichtsauffassung (La concezione materialistica della storia), 2 voll., 1927.

16. Augìa. Re dell’Elide. La ripulitura delle stalle di Augia fu celebrata nel mito greco, come la sesta delle dodici fatiche di Ercole, il quale eseguì in un solo giorno il compito affidatogli, deviando il corso del fiume Alfeo e facendone passare le acque attraverso le stalle.

17.Georgi Valentinovic Plekhanov (1856-1918). Nato da una famiglia di piccoli proprietari terrieri, fu avviato alla carriera militare, che ben presto abbandonò per dedicarsi all'attività rivoluzionaria. Aderì al movimento populista, ma quando in questo prevalsero le tendenze favorevoli al terrorismo individuale, si orientò verso le posizioni dei sostenitori di una rivoluzione sociale da realizzarsi attraverso lo sviluppo di organizzazioni operaie e fondò, nel 1887, la Lega dei lavoratori della Russia settentrionale.
Nel 1880 lasciò la Russia per sottrarsi alla repressione zarista e si stabilì in Svizzera, dove entrò in contatto col movimento operaio occidentale, maturando la sua definitiva adesione al marxismo teorico. Nel 1882 fu il primo traduttore in russo del Manifesto del Partito comunista di Marx ed Engels. Nel 1883 fondò a Ginevra, insieme a Pavel Akselrod e Vera Zasulic, il "Gruppo per l'emancipazione del lavoro" (la prima organizzazione socialdemocratica russa), traducendo altre importanti opere di Marx ed Engels, svolgendo un imponente lavoro di analisi e di divulgazione della teoria marxista polemizzando con i populisti e con i "marxisti legali" russi, col neokantismo, col revisionismo di Bernstein, con l'empiriocriticismo di Bogdanov, e intervenendo attivamente sulla stampa dei partiti socialisti di Germania, Francia, Belgio, Inghilterra, Italia e Svizzera.
Dopo la costituzione, nel 1898, del Partito Operaio Socialdemocratico russo, si incontrò nel 1900 a Ginevra con Lenin e fondò- insieme a lui e a Martov - l'''Iskra'' e la "Zarià" . Nel 1903, al secondo congresso della socialdemocrazia russa in cui si profilò per la prima volta la divisione fra bolscevichi e menscevichi, stette dalla parte di Lenin nella lotta contro gli economicisti, ma si oppose alla concezione leninista del partito basata su un rigoroso centralismo democratico.
Di lì a poco avvenne il distacco di Plekhanov da Lenin e il suo passaggio alle posizione mensceviche: sui fondamentali problemi della strategia e della tattica della rivoluzione russa, Plekhanov sostenne la necessità - per il proletariato - di allearsi, nell'imminente rivoluzione democratica, con la borghesia liberale e non con le masse contadine sfruttate e oppresse.
Dopo l'insurrezione di Mosca del dicembre 1905, repressa sanguinosamente dallo zar, affermò opportunisticamente che "non bisognava prendere le armi"; non seguì il gruppo dei "liquidatori", ma continuò a ritenere il proletariato russo non ancora sufficientemente evoluto e maturo per assumere la direzione di una rivoluzione socialista. Nel 1908 fondò a Ginevra, con Akselrod, Martov e altri dirigenti menscevichi, il "Golos Sotsialdemokrata" ("La voce del socialdemocratico").
Allo scoppio della prima guerra mondiale assunse posizioni socialscioviniste di "difesa della patria" e, dopo la rivoluzione di febbraio del 1917, sostenne la politica di Kerenskij mirante a proseguire la guerra contro la Germania. Fu contrario alla presa del potere da parte dei bolscevichi, considerando la Rivoluzione d'Ottobre un gravissimo errore e ironizzando sul programma leninista, così il pioniere del marxismo in Russia si trovò, al termine della sua vita, nel campo dei nemici della rivoluzione proletaria.
Morì il 31 maggio 1918 in un sanatorio finlandese. Fra le sue opere principali: Il socialismo e la lotta politica (1883): Le nostre divergenze (1885); Anarchismo e socialismo (1894); Sulla questione dello sviluppo della concezione monistica della storia (1895); Le questioni fondamentali del marxismo (1908), Il materialismo militante (1908-10); La funzione della personalità nella storia (1898); Saggio sulla storia del materialismo (1896); Il movimento proletario e l'arte borghese (1908); L'arte e la vita sociale (1912); Storia del pensiero sociale in Russia, 3 volI. (1914-17).

18. Col nome di "menscevichi" (in russo menscevìk=minoritario) furono chiamati gli appartenenti alla corrente opportunistica piccolo- borghese della socialdemocrazia russa. Essi furono così denominati perché, nel II Congresso del Partito Operaio Socialdemocratico russo (che si tenne a Bruxelles e a Londra nel luglio-agosto 1903), rimasero in minoranza (in russo menscinstvò) nell'elezione degli organi centrali del partito, mentre la maggioranza (in russo bolscinstvò) dei voti fu riportata da Lenin e dai compagni che ne sostenevano le posizioni rivoluzionarie, i quali - da quel momento - furono chiamati" bolscevichi" (in russo bolscevìk maggioritario).
Quando, dopo l'effimera unificazione del 1906 fra le due frazioni del POSDR, avvenne - nel 1912 - la rottura definitiva fra bolscevichi e menscevichi, e questi ultimi, alla Conferenza di Praga, furono espulsi dal partito, il termine "bolscevico" fu aggiunto, fra parentesi, al nome del partito leninista, che da allora si chiamò Partito Operaio Socialdemocratico russo (bolscevico). L'attributo rimase anche quando, nel 1918, il partito - su proposta di Lenin - assunse il nuovo nome di Partito Comunista (bolscevico) di Russia e, successivamente, quello di Partito Comunista (bolscevico) dell'URSS; fu mantenuto fino al XIX Congresso del 1952, nel quale fu presa la decisione di non aggiungere più il termine "bolscevico" al nome del partito.
I principali esponenti del menscevismo russo furono Plekhanov, Akselrod, Martov, Potresov e Dan.
All'epoca della rivoluzione del 1905, i menscevichi si pronunciarono contro l'egemonia del proletariato e per l'intesa con la borghesia liberale. Negli anni della reazione che fece sèguito alla sconfitta della rivoluzione democratica, molti di loro diventarono dei liquidatori. Dopo la rivoluzione di febbraio del 1917 entrarono a far parte del governo provvisorio borghese, ne sostennero la politica imperialista e lottarono contro la rivoluzione proletaria in sviluppo.
Dopo la Rivoluzione d'Ottobre, che considerarono "prematura", presero posizione contro il potere sovietico.

19. Noske Gustav (1868-1946), dirigente opportunista del Partito Socialdemocratico tedesco. Ministro della guerra nel 1919-20, organizzò la repressione dell'insurrezione di Berlino e l'assassinio dei capi spartachisti Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht.
Scheidemann Philippe (1865-1939), presidente del governo della Repubblica tedesca di Weimar. Soffocò nel sangue i moti operai spartachisti nel suo paese. Socialdemocratico di destra.
Mac Donald James R. (1866-1937), dirigente laburista, socialsciovinista.
Henderson Arthur (1863-1935), dirigente laburista e sindacalista, socialsciovinista all'epoca della I guerra mondiale.

20. "Sulla Scipca regna la calma", espressione russa che allude ad episodi della guerra russo-turca del 1877-1878 e cerca di nascondere le perdite subite. Usata nei comunicati dello stato maggiore del- l'esercito zarista.

21. Ludwig Kugelmann (1828-1902), medico di Hannover, amico di Marx e membro della I Internazionale. Le lettere di Marx a Kugelmann furono pubblicate per la prima volta nel 1902, a cura di Karl Kautsky, su "Die Neue Zeit" (la rivista teorica della socialdemocrazia tedesca), ma non integralmente. Furono omesse 13 lettere su 59, e molte altre vennero pubblicate con tagli di maggiore o minore importanza. Lenin ne sollecitò la traduzione in russo, che uscì nel 1907 a Pietroburgo con una sua prefazione. L'edizione integrale, in lingua tedesca, delle lettere di Marx a Kugelmann fu pubblicata soltanto nel 1940 a Mosca, a cura dell'Istituto di marxismo- leninismo. La lettera di Marx a cui si riferisce Stalin fu inviata da Londra a Kugelmann il 12 aprile 1871, dopo la caduta della Comune di Parigi.

22. Alexandr Fedorovic Kerenskij (1881-1970). Aderì nel 1905 al Partito socialista-rivoluzionario, schierandosi con la sua ala destra di tendenza piccolo-borghese. Eletto alla IV Duma nel 1912, guidò il gruppo parlamentare dei trudoviki ("gruppo del lavoro"), che oscillò continuamente fra i socialisti-rivoluzionari e i costituzionali-demo- cratici. Dopo la rivoluzione del febbraio 1917, assunse le cariche di vicepresidente del Soviet di Pietrogrado e di ministro della giustizia nel governo provvisorio presieduto dal principe Lvov. Dopo il rimpasto del maggio 1917, nel quale furono esclusi dalla compagine ministeriale i costituzionali-democratici, fu nominato ministro della guerra e della marina e diventò la personalità dominante del governo.
Fautore della continuazione della guerra imperialista, impose nel luglio all'esercito russo (già in pieno disfacimento) una nuova offensiva contro la Germania e l'Austria-Ungheria, la cosiddetta "offensiva Kerenskij", che finì in modo disastroso. Il fallimento del- l'operazione provocò l'ammutinamento della guarnigione di Pietrogrado, che Kerenskij represse sanguinosamente, mettendo fuori legge il Partito bolscevico e assumendo la presidenza di un nuovo governo provvisorio.
Con la sua politica opportunista e velleitaria, deluse le speranze delle masse popolari, rinviando ogni riforma a dopo la convocazione dell' Assemblea Costituente (che peraltro non convocò mai); minacciò anche di soffocare "col ferro e col fuoco" ogni movimento rivoluzionario delle masse, compresi i tentativi dei contadini di impadronirsi delle terre dei grandi proprietari fondiari.
Dopo il fallimento del tentato colpo di Stato del generale Kornilov, che aveva coalizzato contro il governo le forze reazionarie di estrema destra, Kerenskij assunse anche il comando supremo dell'esercito, ma fu travolto - nell'ottobre 1917 - dalla rivoluzione proletaria guidata dal partito di Lenin. Tentò di riconquistare Pietrogrado alla testa di un contingente di truppe cosacche, ma fu sconfitto a Gatcina. Completamente screditato, abbandonò la Russia e si rifugiò dapprima a Parigi e a Londra, poi (nel 1922) negli Stati Uniti.
Fra i suoi scritti, violentemente anticomunisti, si ricordano: Preludio al bolscevismo (1919), La rivoluzione russa del 1917 (1928), Memorie: la Russia alla svolta del secolo (trad. it. 1967).

23. Lavr Georgievic Kornilov (1870-1918). Nato da una famiglia di militari cosacchi, partecipò nel 1904-05 alla guerra russo-giapponese. Nella prima guerra mondiale fu prima generale di divisione, poi generale di corpo d'armata. Nel 1917, dopo la rivoluzione di febbraio e la caduta dello zar Nicola II, salì ai più alti gradi dell'esercito e nel luglio 1917 ebbe il comando di tutto il fronte occidentale. Entrato in contrasto con Kerenski, fu destituito.
Preparò allora un colpo di mano controrivoluzionario, si mise a capo di una piccola armata (la cosiddetta "divisione selvaggia") e marciò su Pietroburgo. il Partito bolscevico mobilitò le masse popolari e i reparti armati delle guardie rosse contro il tentativo di colpo di Stato del generale, senza per questo cessare la lotta contro il governo Kerenskij. Abbandonato dalle sue truppe a 20 km. dalla capitale, Kornilov fu arrestato e incarcerato, ma riuscì a fuggire e si rifugiò fra i cosacchi del Don, organizzò un esercito controrivoluzionario e combatté contro l'Armata Rossa. Fu ucciso nel 1918 in un attacco condotto contro la città di Ekaterinodar.

24. Iraklij Georgevic Tsereteli (1882-1959). Menscevico georgiano, fu deputato alla Duma nel 1907. Deportato in Siberia, ritornò alla vita politica durante la rivoluzione di febbraio del 1917. Membro del Comitato Esecutivo del Soviet di Pietrogrado, nel maggio 1917 entrò a far parte del governo provvisorio borghese, prima come ministro
delle Poste e poi come ministro dell'Interno, organizzando - in tale veste -la persecuzione nei confronti dei bolscevichi. Dopo la Rivoluzione d'Ottobre si rifugiò in Georgia, dove presiedette il governo menscevico controrivoluzionario di quella repubblica fino al dicembre 1920. Nel 1921 emigrò a Parigi.

25. Renaudel PieTre (1871-1935), uno dei capi riformisti del Partito socialista francese. All'epoca della seconda guerra mondiale, socialsciovinista.

26. Victor Michajlovic Cernov (1876-1952). Fu uno dei fondatori, in Russia, del Partito socialista-rivoluzionario (SR), nel quale rappresentò l'ala destra.
Durante la prima guerra mondiale fece parte della delegazione russa alla conferenza di Zimmerwald (1915), sostenendovi posizioni socialpacifiste.
Caduto lo zarismo nel febbraio 1917, fu per alcuni mesi ministro dell'Agricoltura nel governo provvisorio, dal quale si dimise per non essere riuscito a far approvare un suo progetto di riforma agraria; nel periodo della sua permanenza al governo, condusse una politica di dura repressione contro i contadini che si impadronivano delle terre dei grandi proprietari fondiari.
Dopo la Rivoluzione d'Ottobre, presiedette l'Assemblea Costituente russa nei due giorni della sua effimera esistenza (18 e 19 gennaio 1918), difendendo la legalità borghese contro la democrazia rivoluzionaria dei Soviet. Dopo il decreto di scioglimento della Costituente, emigrò prima a Parigi e poi (nel 1940) a New York.

27. Fiodor I. Dan (1871-1947). Fu, insieme a Martov, uno dei principali dirigenti menscevichi. Dopo la sconfitta della rivoluzione del 1905, fu il capo dei liquidatori all'estero, dove diresse il giornale "Golos Sotsial-Dernokrata" ("La voce del socialdemocratico").

28. Clynes Jobn Robert (1869-1949), dirigente del Partito laburista inglese.

29. Aleksandr VasiljevicKolciak (1873-1920). Ammiraglio russo. Partecipò nel 1905 alla guerra russo-giapponese e comandò, nella prima guerra mondiale, la flotta del Mar Nero. Dopo la Rivoluzione d'Ottobre espatriò in Giappone, da dove raggiunse Omsk, in Siberia, sede di un governo provvisorio antibolscevico. Qui, il 18 novembre 1917, con un colpo di Stato si proclamò comandante supremo di tutte le forze armate bianche.
Forte di un esercito di 150.000 uomini, messo insieme con l'aiuto delle potenze imperialiste occidentali (e, in particolar modo, della Francia), riuscì in breve tempo a impadronirsi di tutto il territorio siberiano, minacciando Samara e Kazan.
Si pose apertamente l'obbiettivo di restaurare il regime zarista e di restituire le terre agli agrari, attirandosi l'odio della popolazione, che fu da lui sottoposta a durissimi provvedimenti repressivi. Sconfitto da Frunze a Samara nell'aprile 1919 e rifugiatosi a Irkutsk, fu fatto prigioniero dalle truppe sovietiche e fucilato.

30. Anton Ivanovic Denikin (1872-1947). Generale russo che, dopo la rivoluzione di febbraio del 1917, fu posto a capo del fronte nordoccidentale. Avendo preso parte al tentativo di colpo di Stato del generale Kornilov, venne arrestato, ma - dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi - riuscì a fuggire e a raggiungere Kornilov nel bacino del Don, dove il generale Alekseev stava organizzando un esercito bianco.
Ne assunse il comando dopo la morte di Kornilov e, con l'appoggio dei cosacchi del Kuban, invase l'Ucraina, impadronendosi di Charkov, Kiev, Odessa, Orel e Rostov, dove pose la sede del suo governo controrivoluzionario, aiutato con denaro e materiale bellico dall'Inghilterra e dalla Francia.
Sconfitto nel novembre 1917 dall'"armata a cavallo" del generale Budienny, Denikin - mentre il suo esercito cominciava a disgregarsi cedette il comando a Wrangel e si rifugiò prima a Costantinopoli, poi in Inghilterra e in Francia. Nel 1945 emigrò negli Stati Uniti.

31. Nicola II Romanov (1868-1918). Zar di Russia, figlio primogenito di Alessandro III. Fu incoronato a Mosca nel 1896, con fastosi festeggiamenti che non si degnò di interrompere quando, nel corso di essi, centinaia di persone persero la vita in seguito a un incidente avvenuto nei giardini del Palazzo Imperiale.
Fu fautore di una politica di intesa con le potenze imperialiste occidentali (Austria e Francia in particolare) per poter sviluppare una politica di espansione imperialista russa nelle regioni dell'Estremo Oriente (occupazione militare della Manciuria, costruzioni ferroviarie in Cina). Scontratosi l'imperialismo russo con quello giapponese, la Russia di Nicola II riportò, nella guerra del 1904-05, una serie di umilianti sconfitte (a Mukden, a Porth Arthur e nella battaglia navale di Tsushima).
In politica interna Nicola II represse violentemente i moti popolari con le fucilazioni in massa e i pogrom antisemiti. Durante la rivoluzione del 1905 - nella tristemente famosa "domenica di sangue" - le autorità zariste fecero sparare sugli operai che manifestavano pacificamente dinanzi al palazzo imperiale chiedendo la giornata di otto ore e una Costituzione.
Durante il regno di Nicola II avvenne il decollo industriale della Russia: Pietroburgo e Mosca diventarono importanti centri produttivi e in Ucraina si sviluppò la siderurgia. La riforma agraria di Stolypin non migliorò la condizione della grande massa dei contadini, che divennero sempre più poveri; si ebbe un vasto esodo dalle campagne verso le città, con un grande incremento della popolazione urbana, che - fra il 1863 e il 1914 - passò da 6 milioni a 18 milioni di abitanti. Venne cosi a formarsi un proletariato urbano fortemente concentrato e combattivo.
L'entrata della Russia nella prima guerra mondiale e le disfatte subite dall'esercito russo determinarono il crollo del regime zarista, odiato dalla grande maggioranza della popolazione e profondamento minato al suo interno, fin dal 1912, da una vigorosa ripresa delle agitazioni operaie.
Nicola II, detto "il sanguinario", fu costretto ad abdicare nel febbraio 1917. Arrestato nel marzo, fu trasportato con la famiglia imperiale prima a Tsarskoe Selo e poi a Tobolsk. Dopo la Rivoluzione d'Ottobre fu confinato a Ekaterinburg, dove il soviet locale, preoccupato per l'avvicinarsi delle truppe controrivoluzionarie cecoslovacche che avrebbero potuto liberare l'ex zar e la sua famiglia, ne decretò la condanna a morte, che fu eseguita nella notte fra il 15 e il 16 luglio 1918.

32. Guglielmo II Hohenzollern (1859-1941), imperatore della Germania.
Giorgio V (1865-1936), re di Gran Bretagna e Irlanda dal 1910. Poincaré Raimond (1860-1934), presidente del Consiglio e presidente della Repubblica di Francia (1913-1920).

33. Kapp Wolfgang (1858-1922), nel 1920 diresse un putsch controrivoluzionario per rovesciare la repubblica di Weimar e restaurare la monarchia.

34. Martov. Pseudonimo di Julij Osipovic Cederbaum (1873-1923). Nel 1891 entrò in un circolo rivoluzionario studentesco e nel 1892 fu arrestato per la prima volta dalla polizia zarista. Dopo aver militato nelle file del Bund, nell'ottobre-novembre 1895 organizzò insieme a Lenin e ad altri dirigenti marxisti, l' "Unione di lotta per l'emancipazione della classe operaia" di Pietroburgo. All'inizio del 1896 fu nuovamente arrestato e, dopo un periodo di detenzione, confinato per tre anni a Turuchansk. Nd 1901 si trasferì a Monaco di Baviera, dove partecipò attivamente alla redazione dell"'Iskra" e della "Zarià".
Al IICongresso del POSDR, nel 1903, combatté - alla testa del gruppo menscevico - la concezione leninista del partito come reparto organizzato della classe operaia, contrapponendole un modello di partito mal definito e amorfo, che spalancava le porte agli elementi non disposti a sottomettersi alla più rigorosa disciplina. Da allora in poi, Martov fu il maggior ideologo del menscevismo russo. Nella Conferenza menscevica del 1905 sostenne che, nell'imminente rivoluzione democratica, solo la borghesia liberale avrebbe potuto esserne l'egemone, e negò la necessità dell'egemonia del proletariato.
Durante la rivoluzione del 1905 lavorò nel Soviet dei deputati operai e nella redazione della rivista menscevica "Nacialo" ("Il principio"). Arrestato dalla polizia zarista dopo la sconfitta della rivoluzione ed espulso dalla Russia, diresse il "Golos Sotsialdemokrata" ("La voce del socialdemocratico"), sostenendo le posizioni dei liquidatori. Alla fine del 1913 tornò in Russia e guidò l'ala destra della socialdemocrazia russa contro i bolscevichi. Durante la prima guerra mondiale capeggiò il gruppo dei menscevichi-internazionalisti, si oppose alla guerra e partecipò alle conferenze di Zimmerwald (1915) e di Kienthal (1916).
Dopo la Rivoluzione socialista d'Ottobre prese posizione contro il potere sovietico. Nel 1920 emigrò in Germania, dove pubblicò il periodico "Sotsialisticeskij Vestnik" ("Il messaggero socialista") e fu tra gli animatori della cosiddetta "Internazionale due e mezzo", di tendenza centrista.
Fra i suoi scritti principali: La lotta proletaria in Russia (1903); Storia della socialdemocrazia russa (1923); Bolscevismo mondiale (1923).

35. Aleksandr Nikolaevic Potresov (1869-1934). Negli anni novanta del- l'Ottocento aderì al marxismo e nel 1898 fu confinato nel governatorato di Vjatka per aver partecipato all' "Unione di lotta per l'emancipazione della classe operaia" di Pietroburgo. Nel 1900 emigrò all'estero e contribuì, con Plekhanov e Lenin, all'organizzazione dell"'lskra" e della "Zarià". Al II Congresso del POSDR, nel 1903, aderì subito al gruppo menscevico, di cui diventò uno dei maggiori dirigenti. Dopo la sconfitta della rivoluzione del 1905 fu uno dei capi dei "liquidatori" e, durante la prima guerra mondiale, un esponente dei socialsciovinisti. Nel 1925 lasciò la Russia, continuando - fra gli emigrati bianchi -la sua politica di ostilità al bolscevismo.

36. Pavel Borisovic Akselrod (1850-1928). Uno dei maggiori teorici e dirigenti del menscevismo. Dopo essere stato un seguace dell'anarchismo di Bakunin, nel 1879 - in seguito alla scissione dell'organizzazione populista "Zemlja i Volja" ("Terra e libertà") - aderì al gruppo "Cernyi peredel" ("Distribuzione generale"). Nel 1883 fondò in Svizzera, con Plekhanov e Vera Zasulic, il "Gruppo per l'emancipazione del lavoro". Nel 1903, al II Congresso del POSDR, si schierò con la minoranza menscevica, avversò le posizioni di Lenin e fu sempre un accanito avversario del bolscevismo. Dopo la Rivoluzione socialista d'Ottobre, propagandò - dall'estero - l'idea di un intervento armato contro la Russia sovietica.

37. Ehrenburg Ilja (1891-1967), scrittore sovietico di indirizzo realistico.

38. Pilniàk Boris (1894-1938), scrittore Russo.