Biblioteca Multimediale Marxista


Perchè il fuoco non muore


 

Mosaici ribelli

Presentazione di Carlo Garavaglia

Quando l’artefice di questi mosaici mi chiese di pubblicarne il giudizio, stando io dentro é proprio il caso di dire da prigioniero rivoluzionario, una condizione che mi rende estramemente sensibile e partecipe di una memoria storica rivoluzionaria da valorizzare e praticare contro lo stato di cose presente. La mia risposta dopo qualche indugio fu positiva, considerando che per il suo valore artistico e degli accesi intenti che lo animano, l’iniziativa merita di venire accompagnata da un qualche pur piccolo contributo funzionale ad un corredo critico-introduttivo atto a meglio qualificarla, e considerando che chi come me ama l’arte o ne è semplicemente interessato può qui coglierne un’espressione di particolare valenza, capace con le sue forme e contenuti di rappresentare con antica materia nuovi orizzonti. In questo senso sarà proprio il piano artistico quello su cui vorrei soffermarmi, sopratutto perché è il piano centrale che più rappresenta, illumina e raccoglie tutti gli altri, una sorta di architrave che se ben riuscita tiene tutto o altrimenti tutto và giù. Fatta queste breve premessa entro subito nel merito con un PERCHÉ?
Un interrogativo che si pone di fronte ad una serie di mosaici che se sono una vera e propria opera d’arte lo sono in un modo che và oltre e anche contro una rappresentazione puramente estetica per invece raffigurare una complessa molteplicità di aspetti e di significati dal profondo contenuto, che trovano maggior forza e risalto, coerenza d’insieme e accesa espressività, proprio in quest’uso originale e sovvertitore del mosaico, di cui se ne rivolta la funzione tipicamente decorativa o chiesastico-imperiale assunta nella storia. Come meglio vedremo, stà proprio in questo complesso e alternativo modo di fare arte, di usare il mosaico, una prima e indicativa risposta alla domanda iniziale.
Conseguente alla quale viene poi quella del PERCHÉ la scelta dei compagni e delle compagne della RAF e della resistenza morti nelle carceri tedesche attorno agli anni settanta. In questa scelta si può dire abbia senz’altro pesato l’occasione del trentesimo anniversario della “strage di Stammheim”, in ragione del quale si è data la possibilità di attivare quella indomita memoria e quella coscienza antagonista che hanno ben chiaro come la critica-trasformazione del sistema dominante passa anche per la conoscenza la valorizzazione di quelle forze e soggiettività che tanto hanno dato in termini sia politico-rivoluzionari che di nuova umanità. Rappresentando con la loro esperienza un fulgido esempio nella storia rivoluzionaria, quindi una fonte luminosa di idee, valori e riferimenti da far valere tutt’oggi per coloro che unendosi alle classi e ai popoli oppressi lottano per liberarsi dalla barbarie del dominio imperialista. Rapprensentarne la memoria come in questi otto mosaici non è allora una mera manifestazione celebrativa o per così dire museale, come avviene in campo artistico anche in questi casi, ma è bensì un agire creativo che con le sue ricercate forme, colori, segni e strutture, può ritenersi un’illuminante e anche provocante fattore di riflessione, di stimolo e di detonante ricordo, in grado di rapportarsi alla storia come storia viva, capace di infuocare il presente e illuminare il futuro. Ecco allora che ai tanti PERCHÉ alla fine la risposta è una sola: PERCHÉ IL FUOCO NON MUORE! Per tenerlo acceso nella coscienza e nel cuore di chi lotta per un mondo di liberi e eguali senza più oppressi e oppressori, anche l’arte può dare un suo significativo contributo se si considera la sua immediata e fascinosa visibilità, la forza cioè che ha l’immagine figurativa di sollecitare sensibiltà ed emozioni, pensieri e memorie, facendolo con balenante efficacia.
Questo in generale, ma qui il pensiero va anzitutto ad un fare artistico che ancor più se dotato di una coscienza di classe, sa e vuole impegnarsi con la sua opera nel ridisegnare e trasformare la realtà, piuttosto che descriverla, abbellirla, fantasticarla o spettacolarizzarla come fin troppo spesso avviene. Un’arte quindi che come nel caso di questo gruppo di mosaici possiede una profondità di vedute e tutte quelle qualità di forma e contenuto in grado di dare, nello specifico, forza e spessore (di animare direi) alla molteplice ricchezza sia umana che politica che ideale di uomini e donne che hanno dato la vita e subito la morte per combattere contro la borghesia e il suo sistema di sfruttamento e allienazione, contro l’imperialismo a fianco delle lotte di liberazione dei popoli oppressi.
In questo quadro l’idea di ravvivarne il ricordo con la creazione di otto ritratti su mosaico, ognuno rappresentativo delle personali caratteristiche di volta in volta indicate, sempre come parti di un tutto ben definito, si rivela una scelta che in ambito artistico é difficile a compiersi, la dove riesce nella complessa e pur fondamentale impresa di creare uno stretto legame, dall’interattiva forza e bellezza, tra le diverse qualità che compongono l’opera cioè tra il materiale usato, la forma, il contenuto e il valore (i valori!) con cui la si vuole caratterizzare. L’opera dunque, crea una avvincente e sinergica convergenza tra: un materiale resistente (emblematico della “resistenza” che si vuol rappresentare), solido e di lunga durata, roccioso eppur pregiato e dall’anima tenera qual’è il marmo, la FORMA particolare del mosaico, di una tecnica artistica che affonda le sue radici nel tempo, originalmente capace di rendere con la sua matericità dalla complessa e complessiva trama una visione fortemente espressiva di queste immagine-tipo e della loro così affinata unità del molteplice; il CONTENUTO dell’opera atto a sostanziare per renderla viva e reale, la memoria di questi rivoluzionari immortalandone la figura - si può ben dire data “l’eternità” del materiale utilizzato attraverso dei volti il cui alto e altro profilo umano e ideale viene da un’articolata e musiva trama scandito in diversi ma convergenti segni e linguaggi, numeri, parole e cittazioni dal profondo e rivoluzionario richiamo; infine il VALORE insito in un fare artistico che non è fine a se stesso, mera operazione estetica o performance “concettuale” su cui dissertare, ma una forza creativa concreta che animata da una coscienza sociale attiva e collettiva cerca di interagire con la realtà e la storia dando al movimento che ne ha voluto e ne vuole rivoluzionare il corso un proprio originale e manifesto-contributo. Quel che poi viene dato con questo materiale (e che materiale!) sfida al tempo e ai tempi, che si può dire voglia visibilmente riflettere e quindi trasmettere la marmorea resistenza e la vivida e tagliente nonché combattente immagine di una memoria storica rivoluzionaria da ravvivare nel presente e immettere nel futuro con tutto il suo grande lascito di esperienza e valori.
Per questo insieme di motivi e quindi per la valente e rara capacità di stringere come in un sol pugno tutte le componenti dell’opera, dalle più strutturali e finalizzate a quelle di maggior pregio figurativo, la serie di questi otto mosaici si può considerare un ragguardevole esempio di opera-attiva, cioè di un’arte che agita e agisce sostenuta da una coscienza storico-politica e da ricercate qualità artistiche unite, l’una e le altre, in un tutt’uno che la rende un’opera d’arte completa, ricca di bellezza, di emozioni e riflessioni, di storia e memoria, rabbia e rivoluzione. In tal senso quella che qui si mostra è una coscienza e una pratica artistica altra e soprattutto contro quel grigio e asfittico panorama presente anche in questo campo, dove l’arte, ancor più oggi, sembra aver in generale smarrito un’autuonomia di pensiero e d’azione socialmente mirata e alternativa, che in aderenza con le dinamiche della realtà e dei suoi conflittuali fermenti, sappia cogliere e rappresentare quelle idee-forza trainanti di critica e superamento dell’ordine esistente, di ricerca di nuove e più ampie prospettive. Mentre invece quello a cui frequentemente si assiste è una sorta di “ritorno all’ordine” (che oramai concede anche le trasgressioni più ardite se formali e consumistiche) e di un rendersi l’arte quasi sempre funzionale a quel mercato che la usa come merce spettacolo su cui profittare coprendo tutti i bisogni, più o meno indotti, di godimento di un bello quando rassicurante e idealizzato e quando pieno di effetti speciali e solo virtuosistiche fantasie, quindi tanto effimero quanto privo di profondità e contenuti. Una merce-spettacolo, allora che per le caratteristiche che assume riflette a suo modo quelle proprie della degenerazione e del fallimento di un sistema capitalistico sempre piu in crisi, così asfitticamente saturo e incapace di sviluppare tanto più in forme socialmente utili e avanzate, quelle forze umane e produttive che anzi tende a distruggere. Così da non sapere più andare/guardare avanti, riproponendo piuttosto il vecchio magari sotto mentite spoglie, oppure contemplandolo o dando semplicemente fumo negli occhi, come è il caso delle sempre più simili, fatue e conformistiche forme di espressione figurativa e di comunicazione imperanti, siano esse artistiche, pubblicitarie o mediatiche. In conclusione se l’arte ha ancora un senso socialmente e creativamente valido, questo non può certo realizzarsi dentro gli spazi, le dimensioni e pseudo-contenuti dati e compatibili con questo sistema dominante storicamente terminale, ma è solo fuori e contro di esso che si può riprendere e rilanciare… quel mirabile filorosso che sa legare il fare artistico alla critica sociale, la rappresentazione estetica alla profondità di vedute, la ricerca di nuovi spazi e linguaggi alla radicalità con cui si guarda al futuro. Com’è il caso del nostro Paolo Neri e dei suoi mosaici ri-belli, a dimostrazione di un’arte resistente anche alle offese e alle ingannevoli sirene di questi mala tempora, che sa e vuole essere rabbiosamente autonoma e quindi esaltare la sua forza creativa rendendola parte e partecipe della più grande opera che la storia conosca, quella rivoluzionaria di emancipazione e liberazione dell’uomo. Un’arte dove il fuoco è ancora presente, e questo e tutto.

Carlo Garavaglia