Biblioteca Multimediale Marxista


Scritti e documenti della Sinistra Universitaria a Napoli


sommario

Premesse politiche

Introduzione ad un discorso sulla politica internazionale

"Sinistra da governo" e opposizione rivoluzionaria

Problemi del movimento universitario in Italia

Valore politico del Movimento studentesco

Nuovi obiettivi per il Movimento Universitario di opposizione

La sinistra universitaria di Napoli: Cronaca

La sinistra universitaria di Napoli: Documenti

Gli avvenimenti francesi e l'"unità antifascista"

In questo numero unico della Sinistra Universitaria, napoletana sono raccolti scritti e documenti di carattere politico generale ed altri scritti, di argomento più specifico, legati alle polemiche universitarie.Con questo lavoro, la Sinistra Universitaria vuole offrire un quadro delle sue posizioni politiche, soprattutto nei punti più essenziali e qualificanti.

Gli scritti ed i documenti di questo numero unico devono servire ad una presentazione; ed è bene che questa avvenga in termini abbastanza ampi e generali. Nel seguito, la Sinistra Universitaria napoletana inizierà una attività pubblicistica più regolare e arricchirà la sua presentazione; con scritti e documenti sulle lotte universitarie, dove cercherà di condensare i risultati delle esperienze del movimento studentesco di opposizione dell'Università di Napoli negli ultimi anni.

NUMERO UNICO DELLA SINISTRA UNIVERSITARIA DI NAPOLI — AMMINISTRAZIONE E REDAZIONE: U G O T R O I A — VIA GIROLAMO SANTACROCE, 5 — 80129 N A P O L I — 15 GIUGNO 1968


PREMESSE POLITICHE


Durante le agitazioni universitarie degli ultimi anni si sono venuti maturando, in molte città, nuovi gruppi giovanili, in polemica con la linea politica proposta, fuori e dentro la coalizione di governo, dai partiti che, "ufficialmente", sono di sinistra. Nelle occupazioni delle università e nelle relative esperienze di lotta, nei dibattiti e nelle polemiche che si svolgevano nelle sedi occupate si mostrarono limpidamente gli orientamenti di retroguardia dell'ufficialità di sinistra, e dei suoi sostenitori. Molti gruppi furono inizialmente sollecitati a contrapporre soltanto una linea di "politica universitaria", diversa da quella "ortodossa" sia nei contenuti che nella strategia di lotta; in seguito, cercarono e trovarono l'incontro con altri gruppi politici, a sinistra degli schieramenti ufficiali, e cominciarono a proporre e orientamenti politici più ampi.

A Napoli, la Sinistra Universitaria si è formata su queste basi circa un anno fa, raccogliendo insieme le sollecitazioni del movimento di opposizione che si sviluppava nell'Università e i contributi di. alcuni gruppi della dissidenza di sinistra. La base immediata per l'attività comune fu inizialmente fissata dagli aderenti alla Sinistra Universitaria in una dichiarazione politica. Vi si ribadivano, in contrapposizione soprattutto con i gruppi di "mediatori", che pretendevano conciliare i gruppi della dissidenza di sinistra ed i partiti della sinistra ufficiale, il rifiuto di ogni strategia politica fondata sul fronte unico antimperialista e sulla cosiddetta tattica entrista. Si riconosceva d'altra parte, che la polemica per il socialismo può oggi svilupparsi, nelle università, su ampie basi di massa, contro la politica di coesistenza e di integrazione dell'ufficialità di sinistra.

Nei mesi seguenti, gli aderenti alla Sinistra Universitaria hanno verificato che questa piattaforma poteva offrire, nelle condizioni concrete in cui si muovevano i gruppi della dissidenza di sinistra, un importante punto di partenza. Più precisamente, si può affermare che la piattaforma di partenza e tornata utile perché i diversi gruppi che vi si riconoscevano inizialmente non si sono limitati a mantenere tra essi uno stato di neutralità permanente, ma sono stati apertamente disponibili alla polemica interna, e vi si sono impegnati decisamente.

Per questa via, l'esperienza che compiono gli aderenti alla Sinistra Universitaria napoletana si ricollega via via a quella dei gruppi italiani della dissidenza che si impegnano oggi nel lavoro di ricostruzione di raggruppamenti politici rivoluzionari. L'esigenza di superare le formulazioni approssimative, spesso soltanto motivo di convergenze occasionali, si va facendo strada negli ambienti della dissidenza di sinistra - e spinge anche noi ad uno sforzo di lavoro interno di precisazione e di approfondimento teorico

Introduzione ad un discorso sulla politica internazionale


La strategia dell'imperialismo e le sue interne contraddizioni


Lo sviluppo dell’economia mondiale fino ad oggi dimostra che si sono verificate le tendenze storiche del processo di sviluppo del capitalismo analizzato a suo tempo da Marx: la spietata espropriazione di tutti i detentori di merci e dei mezzi produttivi (artigiani, contadini, piccoli e medi imprenditori, industriali...), l'accumulazione crescente dei capitali con i aumento ed il rinnovamento dell'insieme dei mezzi di produzione, la concentrazione in un numero sempre minore di mani di queste forze sociali, con la creazione di giganteschi complessi di stabilimenti e di aziende.

Sulla base della previsione marxista intorno alla crescente concentrazione e centralizzazione del capitale e dell'analisi marxista intorno alla scissione fra guadagno dell'imprenditore ed interesse, e alla autonomizzazione del capitale produttivo di interesse in forme parassitarie, Lenin indica nel 1915 i cinque principali contrassegni della fase imperialista, tutti ampiamente ritrovati nell'analisi strutturale della realtà storica contemporanea:


1) la concentrazione della produzione o del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2) la fusione del capitale bancario con il capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo capitale (finanziario), di una oligarchia finanziaria;

3) la grande importanza acquisita dall'esportazione del capitale in confronto con la esportazione di merci;

4) il sorgere delle associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;

5) la completa ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.


Per la comprensione delle forme dell'intervento delle forze imperialiste nel mondo moderno, non ci si può distaccare da tali premesse di fondo: ancora una volta l'analisi rimanda a Marx ed a Lenin. Verifichiamo oggi come le corporazioni multinazionali si estendano fino a dimensioni che superano largamente i confini dei singoli stati, e le holdings nazionali si colleghino in accordi, dividendosi i mercati e le fonti di materia prima. Questa tendenza all'integrazione del capitale a livello internazionale non annulla però l'influenza dello ineguale sviluppo del capitalismo nei vari paesi, e le contraddizioni tra i gruppi imperialistici continuano a riprodursi.

I governi dei paesi imperialisti intervengono nella vita economica in forme che vanno molto oltre i limiti tradizionali degli interventi in materia fiscale e creditizia; usano largamente strumenti nuovi e tradizionali per una azione continua di equilibrio e di orientamento. L'introduzione di una pianificazione economica di lungo periodo mossa dagli interessi economici e politici dei grandi gruppi del capitale finanziario, si accompagna alla compressione dei centri decisionali indipendenti nei vari paesi. I sindacati sono aggiogati strettamente alle corporazioni economiche e politiche dominanti attraverso svariati mezzi, fino alla politica dei redditi; i partiti politici tendono ad integrarsi reciprocamente e ad agganciarsi alle centrali politiche degli stati. Tutto questo permette agli stati imperialisti di trovarsi oggi inseriti in un ampio organismo e di contenere la spinta delle classi sfruttate dei loro paesi, e di temperare gli effetti di crisi parziali, economiche e politiche, utilizzando la solidale collaborazione degli altri stati imperialisti.

Partendo dall'analisi degli Stati Uniti d'America, della sua economia interna e della sua iniziativa a livello internazionale come centro dell'imperialismo occidentale potremo avere una visione un po' più completa delle contraddizioni che travagliano l'area propria del capitalismo avanzato e dell'intero sistema imperialistico.

Negli Stati Uniti d'America, gli inizi del 1967 hanno visto un graduale indebolimento dell'attività economica: dopo l'exploit industriale degli ultimi dieci anni (durante i quali si è avuto un aumento di quasi il 50% della produzione industriale) gli Stati Uniti si avviano verso una fase che se non è ancora di recessione, è di un pesante ristagno. La produttività industriale è diminuita, mentre crescono i salari ed il costo dei prodotti; lo stesso mercato finanziario è incerto, mentre le riserve di Fort Knox si sono ridotte pericolosamente. Tutto ciò avviene in una fase di elevata concentrazione: agli inizi del 1967 si registra la fusione dl oltre mille società; e sulle 200.000 esistenti le 20 maggiori controllano il 25% della produzione nazionale, le prime 200 il 75%.

Nella strategia che gli Stati Uniti mettono in esecuzione nel loro intervento imperialistico, è presente una prima direttiva: quella di mantenere in un costante rapporto di subordinazione economica e politica alla propria potenza, tutti gli altri paesi capitalistici del mondo occidentale. Sebbene la supremazia americana in tale ambito sia ancora ben salda, già possono notarsi a questo livello delle incrinature non lievi della posizione di predominio degli Stati Uniti. Partiti da una posizione di assoluta preminenza nel dopoguerra, gli Stati Uniti trovano da qualche tempo delle resistenze nel campo economico come in quello politico, da più punti del sistema di alleanze con gli altri stati a capitalismo avanzato; la penetrazione del capitale americano comincia a trovare nuovi ostacoli, mentre diventa sempre più difficile la stabilizzazione del dollaro come unità monetaria dominante del commercio internazionale.

Il piano Marshall dell'immediato dopoguerra, con tutti gli accordi successivi, mettendo in pochi anni l'Europa in grado di comprare, permetteva all'economia statunitense la soluzione di gravi problemi di giacenze finanziarie. Dei 500 miliardi di dollari, con i quali le società americane hanno raddoppiato negli ultimi sette anni i loro investimenti all'estero, oltre 1/3 riguardano l'area europea, che per molta società americane rappresenta ormai un mercato estero di vendita, superiore a quelle interno L’influenza del capitale americano è tuttora permanente, ai fini di evitare gravi squilibri nei mercati dei paesi occidentali nel campo finanziario come in quello più propriamente economico. Tuttavia, anche i capitalismi "inferiori" iniziano la produzione di beni strumentali in maniera specifica ad un certo livello del ciclo produttivo, pur non avendo né la forza né i mezzi necessari per portare a compimento un intero ciclo. L'industria americana — che è ben più forte, e può intervenire in qualsiasi momento del ciclo di produzione - domina a tal punto la situazione che, le industrie dei paesi occidentali per quanto accentrato (al meno in questi ultimissimi anni), incontrano enormi difficoltà per rompere la situazione presente a loro favore.

Comunque, i primi segni di una reazione all'assoluto predominio americano sono evidenti. Basti guardare all'antiamericanismo della Francia, dove il gollismo rappresenta gli interessi della grande borghesia francese, impegnata anch'essa strenuamente per una redistribuzione del mercato internazionale; o anche ai possibili sviluppi di un M.E.C. che non faccia parte della "frontiera della democrazia, che passando oltre l'Atlantico comprenda in sé pure l'Europa" (sono i termini con cui Kennedy esprimeva il programma americano di fagocitare interamente il capitalismo europeo) ma che anzi s'inserisce con proprie precise pretese imperialistiche, nel sistema del capitalismo internazionale, in lotta quindi con gli stessi Stati Uniti.

L'altra direttiva fondamentale dell'imperialismo americano investe le aree dei paesi ex-coloniali, dell'Asia, dell'Africa, dell'America Latina, dove, dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno soppiantato gli imperialisti tedeschi, belgi, francesi etc. In tali aree la politica americana è rivolta a favorire un graduale sviluppo delle forze produttive indigene, in limiti che non pregiudichino il proprio processo di accumulazione (è il caso di quei paesi che si sono conquistati l'indipendenza politica, ma che restano economicamente dipendenti dall’ex-metropoli o dai loro nuovi protettori come India, Turchia, Tailandia); oppure mira a conservare con la violenza, nell'arretratezza economica e sociale, quei paesi che non hanno ottenuto né l'indipendenza né l'unificazione territoriale, o che, dopo averla ottenuta sono ricaduti sotto il giogo dirette dell'imperialismo (come Congo e Vietnam).

Nell'uno e nell'altro caso l'imperialismo americano svolge da un canto, la funzione di scaricare all'esterno dei propri territori le pressioni economico-sociali interne, dall'altra parte mira a conservare, o ad ampliare la sua espansione. Gli investimenti dei paesi imperialistici nelle aree economicamente arretrate sono cresciuti di 47,4 miliardi di dollari dal 1951 al 1961. Ma questi capitali sono stati in effetti 20,9 miliardi se si tien conto degli interessi, pari a 26,5 miliardi che i paesi arretrati hanno dovuto consegnare e sono ancora maggiori se si tengono in conto i 13,1 miliardi praticamente annullati dalla degradazione della ragione di scambio.

Infatti all'incremento delle esportazioni dei paesi arretrati è seguito un crollo dei prezzi sempre più notevole; e l'aumento del tenore di vita delle popolazioni, derivante dall'accentuarsi degli scambi, ha approfondito la subordinazione all'imperialismo americano. Come unico esempio ricorderemo quello della Colombia dove se nel 1954 bisognava pagare 19 sacchi di caffè per un auto, nel 1962 ce ne volevano 32.

In tal modo, l'esportazione del capitale nelle aree del cosiddetto "sottosviluppo" si è estesa, conservando un ruolo importantissimo nell'economia dei paesi avanzati I profitti degli Stati Uniti in tali aree sono più che raddoppiati in percentuale negli ultimi anni; i guadagni delle grandi corporazioni economiche statunitensi per gli investimenti all'estero sono aumentati dal 1950 al 1965 di quasi quattro volte, da 2,1 miliardi a 7,8 miliardi di dollari

Per conservare tale posizione di predominio sulle aree arretrate i grandi paesi imperialisti si sono impegnati in una serie di vaste azioni di repressione, per isolare e distruggere i focolai di iniziativa politica e di azione armata che seguivano un orientamento antimperialista conseguente. Allo scopo di indebolire i gruppi anti-imperialisti, hanno spesso tentato di introdurre in essi elementi di divisione muovendosi a parziali concessioni nei confronti dei gruppi più moderati dei movimenti di liberazione sostenuti dalle borghesie nazionali; nella maggioranza dei casi, tuttavia, hanno dato incondizionato appoggio ai gruppi più reazionari ed alle caste privilegiate feudali, contribuendo a spingere nelle file delle forze anti-imperialiste ampi gruppi popolari. A difesa del sistema imperialista su scala mondiale, gli Stati Uniti, forti dell'enorme supremazia politica, economica e tecnologica sugli altri paesi imperialisti, hanno assunto una posizione di punta. Essi si presentano, ovunque nel mondo come i principali tutori dell'ordine politico promosso dai grandi stati imperialisti. Le basi militari, le flotte, gli aerei e gli eserciti americani sono sparsi in tutto il mondo; ed in tutto il mondo, gli uffici culturali e le organizzazioni economiche americane sono centro di raccolta del gruppi più retrivi e delle iniziative più reazionarie, dal Ghana al Congo, dall'Indonesia al Medio-Oriente e così via.

I ceti popolari sfruttati dei paesi coloniali e semicoloniali sono invece per la loro posizione pratica nelle società sottosviluppate, irriducibili nemici non solo dell'imperialismo ma anche dei vecchi ceti feudali e delle borghesie nazionali. Tuttavia i loro movimenti politici sono riusciti raramente a portare a compimento la lotta contro i gruppi privilegiati dei loro paesi e contro gli stati imperialisti. L'esperienza delle lotte dei popoli coloniali e semi coloniali, ha smentito in modo definitivo negli ultimi anni i propagandisti di un "Terzo Mondo" unitario, da riguardarsi come un blocco di forze sostanzialmente compatto. In realtà questi paesi sono oggi profondamente ed appositamente divisi, e forze molto diverse e contrastanti operano in essi.

Nella maggior parte di questi paesi economicamente arretrati, specie dell'Asia e dell'America latina, dominano ancora i gruppi peggiori agganciati strettamente alle centrali dell'imperialismo ed innanzi tutto ai circoli dirigenti degli Stati Uniti e questi gruppi seguono all'interno e sul piano internazionale una politica scopertamente reazionaria. In altri paesi, sono al potere gruppi relativamente illuminati della borghesia nazionale che assumono posizioni "centriste" e premono per un accordo generalizzato tra Stati Uniti ed URSS, e per una stretta collaborazione nell'ambito dell'ONU. In altri paesi ancora prevalgono gruppi più strettamente condizionati dai movimenti anti-imperialisti, che organizzano il loro potere sulla base del partito unico e della centralizzazione dell'economia intorno alle iniziative di Stato; sul fronte internazionale essi tendono a collegarsi con i paesi dominati dalle burocrazie, pur riservandosi ampi margini di indipendenza. Soltanto in pochi paesi i gruppi dirigenti dei movimenti popolari sono rimasti legati alle più radicali impostazioni anti-imperialiste e di lotta per il socialismo e sono riuscite a sconfiggere i gruppi più moderati. In tutti gli altri paesi, tuttavia, le condizioni raggiunte sono estremamente instabili, e le forze politiche rivoluzionarie hanno grandi possibilità di azione sui vari fronti, per la liberazione nazionale, contro l'imperialismo, e per il socialismo.

Negli ultimi decenni quindi sono venute sviluppandosi ancor più le contraddizioni tra popoli sfruttati del cosiddetto "Terzo Mondo" e i gruppi imperialisti dei paesi metropolitani: all'estensione praticamente illimitata del fronte di repressione imperialista degli Stati Uniti si va accompagnando un indebolimento sul fronte interno e sul fronte esterno della stessa potenza americana. Sicché tali aree acquistano un particolare ruolo nella lotta per il definitivo abbattimento mondiale dell'imperialismo.

In ogni caso la profondità dei loro colpi all'imperialismo sarà efficace solo se stabilirà un accordo con le lotte che nei parsi di capitalismo avanzato le avanguardie rivoluzionarie portano e porteranno avanti nella precisa convinzione che bisogna battere l'imperialismo nei centri vitali delle sue metropoli.


U.S.A.-U.R.S.S., coesistenza pacifica e competizione economica


L'ultima direttiva della strategia imperialistica, politicamente forse la più importante, è volta a stabilire un mantenimento stabile dell'equilibrio internazionale, attraverso la minaccia o l'accordo, tacito e palese, con quella potenza che in campo mondiale le ostacola più il passo: l'Unione Sovietica

Nella fase successiva alla fine del secondo conflitto mondiale si è attuato il consolidamento di quelle due potenze, la sovietica e la statunitense, che avevano saputo e potuto sfruttare abilmente il crollo dell'imperialismo tedesco. Sin d'allora si poneva un dilemma tra due vie strutturalmente possibili: o le due potenze affrontavano una disputa definitiva per il dominio mondiale oppure tentavano di incontrarsi in una economia mercantile unica. A vent'anni di distanza si può ben verificare come tra le due sia prevalsa la seconda. USA ed URSS partecipano oggi ad un unico sistema mondiale, e gli interessi dell'una e dell'altra potenza sono diventati interdipendenti, se non identici. A comprovare queste conclusioni sono i dati della politica economica internazionale sui rapporti di scambio tra i due "blocchi", quello occidente e quelle sovietico.

Gli Stati Uniti d'America, portando fino in fondo la strategia imperialistica di accordo internazionale cui si e prima accennato hanno abolito i controlli sull'esportazione nel commercio Est-Ovest, hanno concesso crediti commerciali sempre più vantaggiosi a Polonia, Bulgaria, Ungheria, Cecoslovacchia; hanno ridotto i debiti della Polonia, hanno offerto un prestito di 50 milioni di dollari per finanziare l'industria che la FIAT costruisce nell'URSS. A questi e molti altri trattati economici, si aggiungono accordi di natura strettamente diplomatica.

Per valutare la politica internazionale sovietica bisogna considerare la strutturale involuzione interna ed esterna dello stato sovietico, pure uscito della gloriosa rivoluzione d'ottobre. Fermiamoci per il momento sulI'anti-imperialismo pacifico e coesistenziale dell'URSS. Dall'affermazione della possibilità di costruire una economia nazionale che infrangesse la legge generale dell'accumulazione capitalistica o sfuggire alle ferree esigenze del mercato mondiale, fino a sostenere che in campo internazionale i paesi arretrati potessero accedere alla "indipendenza economica" ed al "progresso sociale" nel regime internazionale odierno, il passo è stato breve.

Ricordiamo Kruscev: "La competizione economica è diventata la via maestra della storia moderna"; o anche Suslov: "Oggi che la conquista della indipendenza economica ed il progresso sociale sono divenuti il principale orientamento della lotta anti-imperialista dei paesi liberati, una importanza particolare assume l’estensione della collaborazione economica dei paesi socialisti con loro, la concessione a questi paesi di un aiuto economico fraterno".

E' evidente che tali affermazioni si propongono di far credere che esistono delle formule di sviluppo del capitalismo mondiale che escludono il sottosviluppo, cioè il ritardo crescente dei paesi arretrati rispetto a poche grandi potenze. In altri termini il "capitalismo del nostro tempo" non comporterebbe più l'accumulazione della ricchezza da un lato e la crescente miseria dall'altro; esso sarebbe divenuto popolare, sarebbe in grado di risolvere in campo nazionale ed internazionale le sue contraddizioni.

La teoria della coesistenza pacifica e della competizione economica sono saldamente impiantate sulle tesi di Kautsky. Costui riconosceva il processo di concentrazione capitalistica, la dominazione del capitale finanziario ma affermava altresì che l'emancipazione delle colonie, il loro sviluppo industriale e gli accordi internazionali erano mezzi suscettibili di attenuare le ineguaglianze e le contraddizioni dell'economia mondiale.

Le tesi della coesistenza pacifica e della competizione economica diventano una copia delle formulazioni kautskiane sull'ultra-imperialismo. A rispondervi basta ancor oggi la critica di Lenin che denuncia l'utopia di uno sviluppo "uguale" di tutti i popoli, dimostrando il crescente divario tra i paesi superindustrializzati e quelli (che i russi di oggi chiamano) "sottosviluppati", e fa contemporaneamente rilevare la lotta accanita tra gli stati imperialisti per la suddivisione del mondo. Come esempi della realtà storica odierna basti ricordare che solo un quarto del commercio dei paesi imperialisti si rivolge al "Terzo Mondo", mentre il commercio di queste aree con i paesi superindustrializzati e ben 3/4 di quello globale; che tali paesi arretrati, mantenuti nelle forme economiche della monocoltura, sono dipendenti in modo assoluto dal paesi imperialisti nei loro scambi, e che i prezzi dei manufatti importati aumentano, mentre quelli dei prodotti di base esportati diminuiscono costantemente.

Questi pochi esempi mostrano la costante subordinazione economica di tali paesi alle grandi potenze capitaliste. Ma ci si può convincere dell'assurdità delle tesi revisionistiche di una emancipazione economica pacifica per i paesi arretrati, guardando alle continue guerre che piagano a morte le aree economicamente arretrate, prima tra tutte il Vietnam.

In conclusione, la politica estera sovietica non contrasta granché gli interessi economici e politici perseguiti dagli Stati Uniti d'America. Su tale base il disegno politico dell'imperialismo su base mondiale è ampiamente incoraggiato ed aiutato dai gruppi dirigenti dell'Unione Sovietica. Nei paesi "sottosviluppati", essi hanno sostenuto e sostengono, con aiuti economici, politici e militari, governi e movimenti che hanno la loro base economica nella borghesia e nei ceti feudali impedendo quindi la trasformazione di movimenti democratici di liberazione nazionale in movimenti per il socialismo e combattendone le avanguardie politiche rivoluzionarie. Negli stessi rapporti con le potenze imperialistiche I'URSS ha perseguito una politica dettata esclusivamente dalle esigenze di stato, ripiegando davanti all'iniziativa dell'imperialismo ed abbandonando i programmi internazionalisti di sostegno alla rivoluzione negli altri paesi.

Tale è la coesistenza pacifica, non strategia, semplicemente "errata", effetto esclusivo dei limiti "soggettivi" dei gruppi politici che dirigono lo stato sovietico, ma l'espressione più coerente ed organica degli interessi pratici della classe dirigente sovietica, interessi che, d'altra parte, non sono di genere "subordinato", ma interessi profondi di sfruttamento e di oppressione, né più né meno di quelli dei gruppi dominanti dei paesi imperialisti.

In realtà, il collegamento dell'URSS col mercato mondiale capitalistico, nelle torme della coesistenza pacifica e della competizione economica, e la penetrazione del capitale occidentale nei suoi territori, si sono realizzati nel quadro di uno sconvolgimento delle strutture proprie dell'economia russa. Si è cioè determinato in URSS e nei paesi dell'Est una situazione ben lontana dall'auspicata organizzazione nelle forme di una economia socialista. Tale situazione è caratterizzata strutturalmente dal prevalere di un ceto privilegiato che basa il suo dominio sullo sfruttamento dei ceti eminentemente produttivi: situazione da non considerarsi di livello "subordinato" rispetto a quella di più vecchia origine, che vede nei paesi del capitalismo occidentale la classe operaia opposta alla borghesia dominante.

Il XXI Congresso del PCUS colle sue rivelazioni sulla economia sovietica, mal strutturata e mal diretta da Stalin, rimetteva in discussione il sistema staliniano di pianificazione centralizzata e con essa l'intera teoria staliniana che l'avanzamento delle forze del socialismo dipendeva dalle capacità dello stato sovietico di tener testa all'imperialismo, in realtà, dal fallimento strutturale dell'esperienza del "socialismo in un sol paese", la classe dirigente sovietica concludeva che la centralizzazione statale dell’intera economia nazionale era più un impedimento che un vantaggio, e considerava che la "guerra fredda" non rispondeva né agli interessi economici, né a quelli politici dell'URSS. L'industria sovietica, ormai entrata a far parte organicamente del mercato mondiale, di fronte ai gruppi del capitalismo occidentale di elevatissima concentrazione, era nella necessità di diminuire i costi di produzione e di aumentare la produttività del lavoro, se voleva portare avanti, nel miglior modo, la concorrenza che l'entrata nel mercato mondiale imponeva necessariamente.

Il Congresso della destalinizzazione ripropone perciò la pratica liberal-democratica "della competizione economica", affibbiandole il nome di "socialista". E' in questo il più profondo significato delle nuove riforme che sanciscono, fra l'altro, il principio giuridico dell'autonomia di gestione e di finanziamento delle aziende di stato in URSS. A questo provvedimento se ne vanno man mano aggiungendo altri, che autorizzano le concessioni di crediti secondo il rendimento aziendale, l'aumento delle possibilità decisionali dei direttori di azienda fino al licenziamento degli operai senza la consultazione coi sindacati, etc.; ed effettivamente, in seguito a tali provvedimenti — d'altronde perseguiti in tutti i paesi dell’area socialista sovietica — si è constatato, a tutto i primi del 1967, un incremento produttivo.

Questo incremento avviene grazie all'ormai completa apertura del mercato interno agli investimenti dei paesi dell'area occidentale basti ricordare gli accordi con la FIAT, con l'Olivetti, con la BMC inglese, con parecchie branche dell’industria francese (per la televisione a colori, e per forniture di auto dalla Renault e dalla Peugeot); ed è addirittura vicino un accordo di vaste proporzioni con l'American Motor Corporation. Conseguentemente all'integrazione tra le aziende occidentali e quelle orientali dell’area sovietica, si va formando una fonte di sovraprofitti in campo internazionale. I gruppi revisionisti dei paesi cosiddetti socialisti tendono a partecipare più strettamente al mercato capitalistico internazionale, insieme con quel partiti dell’occidente europeo che usano ancora e falsamente il nome di "comunisti", a ricavare da ciò la possibilità di sopravvivere come incancrenito fenomeno di corruzione in seno al movimento operaio.

Si conservano dovunque le distinzioni tra il sistema occidentale e quello sovietico. A differenza del primo, che sfrutta ormai le sue forze produttive in maniera parassitaria, il sistema sovietico è In fase di pieno sviluppo delle proprie forze produttive. D'altra parte il particolare accentramento statale sovietico compiuto a più livelli, vi ha reso ormai definitivo il distacco tra società civile e società politica, e stabilito un rapporto di assoluta subordinazione della prima alla seconda attraverso un capillare apparato di controllo e di repressione burocratica. Possiamo perciò avanzare l'ipotesi che fa della Russia il modello sociale, in prospettiva, più avanzato.

In rapporto a tali conclusioni, risulta evidente che il tradimento da parte dell'URSS degli interessi del movimento operaio internazionale assume il valore di un disastro storico incalcolabile. L'appoggio strutturale nel campo economico-politico, che lo stato sovietico ha offerto ed offre alle potenze del mercato mondiale capitalistico, e l'organico inserimento della stessa URSS in esso, propone alle forze rivoluzionarie la tesi che l'avversario principale da combattere nella realtà storica contemporanea non sia più solamente il capitalismo occidentale nella sua veste internazionale, ma forse, ancor più la stessa URSS.


I problemi della costruzione del socialismo in Cina


La Cina , negli anni. Sessanta, svolge un ruolo di primaria importanza storica, aiutando l’allargamento della comprensione del tradimento sovietico, oltre le ristrette avanguardie ancora ligie agli ideali rivoluzionari, alle più vaste masse struttale nel mondo. La posizione politica della Cina, di rinnovata rottura dell'equilibrio internazionale, si contrappone alle false tesi di pacifico progresso economico e sociale, propagandato tanto da parte americana quanto da parte sovietica.

Essa contribuisce a rendere coscienti più vasti strati del movimento operaio della situazione di crisi in cui si trova oggi il movimento comunista internazionale. Questa situazione è caratterizzata, a livello internazionale dal passaggio dell'URSS nel campo dei paesi che si reggono sullo sfruttamento e sull'oppressione, fatto che si riflette nella politica revisionata da essa perseguita a livello internazionale. A questa situazione si collega l'assoluta mancanza di partiti politici, strumenti di guida della rottura rivoluzionaria dell'ordine costituito, nelle realtà nazionali ed in quelle internazionali.

Senza impegnarsi in un discorso politico sulle possibilità rivoluzionarie a lunga scadenza della Cina, si può dire che l'esperienza cinese, anche se non completamente adeguabile alla realtà dei paesi industrialmente avanzati dà un contributo largamente positivo all'allargamento della preparazione, teorica e pratica della futura rivoluzione comunista. In realtà questa esperienza va inquadrata nelle difficoltà storiche che la Cina si trova ad affrontare nella costruzione del socialismo, difficoltà — dovute soprattutto alla realtà internazionale che la condiziona da ogni lato.

Per studiare un po' più da vicino tali difficoltà e quindi i limiti di alcune soluzioni ma anche gli aspetti positivi da recuperare, per una strategia rivoluzionaria nazionale ed internazionale, possiamo analizzare la realtà politica cinese sulla base delle condizioni che Trotsky poneva, in un discorso al IV congresso dell'Internazionale Comunista del 1922, come preliminari alla costruzione politica ed economica del socialismo. Egli vedeva tale costruzione come dipendente: 1) dal livello delle forze produttive, specialmente dai rapporti reciproci tra industria ed economia contadina; 2) dal livello culturale ed organizzativo della classe lavoratrice che ha conquistato il potere statale; 3) dalla situazione politica nazionale ed internazionale (se la borghesia è stata vinta completamente o offre ancora resistenza, se hanno luogo interventi militari stranieri e così via). Tali tre punti non costituiscono per noi naturalmente, un arido elenco ma lo sfondo problematico su cui basare una indagine sulla realtà economica e politica della Cina.

Un primo punto fermo per una comprensione un po' più approfondita della realtà economico-sociale della Cina dei nostri giorni è il giudizio sulla natura della rivoluzione cinese. Tale giudizio ce lo offre lo stesso Mao-Tse-Tung ne "La Nuova Democrazia": "La rivoluzione cinese è una rivoluzione contadina, la lotta contro gli invasori giapponesi è fondamentalmente una lotta contadina, il regime di nuova democrazia consiste fondamentalmente nel dare il potere ai contadini".

La sconfitta del proletariato cinese, avvenuta ad opera del nazionalista Ciang Khai-Scek, fece sì che la rivoluzione dovesse ripartire dalle campagne; e ciò ha posto un primo condizionamento ed un primo limite ai fini della costruzione del socialismo. La tradizione marxista, ha, in effetti, giustamente sottolineato l'incapacità delle classi contadino e piccolo-borghesi di avere una politica propria e Lenin ha più volte specificato come la condizione prima per movimenti rivoluzionari dell'oriente economicamente arretrato fosse quella di una direzione proletaria che trascinasse dietro di se i contadini, secondo quella formula della "dittatura rivoluzionarla e democratica degli operai e contadini" che era stata positivamente sperimentata nella rivoluzione del 1917 in Russia.

Troviamo dunque in Cina una realtà in cui prevale fondamentalmente l'agricoltura sull'industria, in una situazione politica internazionale di isolamento della Cina del resto del mondo (un isolamento cui contribuisce attivamente la politica dello stato sovietico). Come affermare in realtà il socialismo in Cina su di una base economica strutturalmente contadina? Come risolvere i problemi dell'industrializzazione e creare una grande industria moderna, condizione per una politica autonoma indipendente dall'intrusione e dall'influenza dell'URSS e del blocco occidentale?

Queste domande pongono in tutta la loro drammaticità la lotta che strenuamente il popolo cinese sta portando avanti per avviare e consolidare le prime forme di economia socialista. In realtà non è assente dai convincimenti dei dirigenti cinesi che l'impianto economico e politico del socialismo nel loro paese può diventare duraturo solo nel contesto di un rivoluzionamento economico e politico internazionale e nella realtà di una alta industrializzazione, sulla base di una situazione interna che veda definitivamente sconfitte le ancor vive resistenze dei ceti medi e piccolo-borghesi.

Questa giusta impostazione nella linea della costruzione del socialismo in Cina ha determinato conseguenti comportamenti storici: il primo convincimento è rispecchiato nel rigetto deciso delle tesi sovietiche delle coesistenza pacifica e sulla competizione puramente economica con le forze imperialistiche, e ha dato luogo, a partire dagli anni 1958-59, ad un violento conflitto tra i due paesi; il secondo ha doto luogo ad un potente rivolgimento interno alla stessa Cina. Su richiamo della direzione del PCC le masse cinesi si muovevano per superare le contraddizioni, seppur non antagonistiche in seno al popolo che Mao Tse-Tung aveva da tempo individuato: iniziava come fenomeno storico, la rivoluzione culturale e proletaria cinese.

Ci preme, a questo punto, caratterizzare correttamente la rivoluzione culturale proletaria cinese; per dimostrare come dalla maturazione dell'esperienza interna derivi il deciso atteggiamento di lotta in campo internazionale all'imperialismo ed al revisionismo di ogni tipo.

La rivoluzione culturale e proletaria è caratterizzata a nostro parere, da due aspetti fondamentali, il primo di questi deriva dalla suddetta esigenza interna di una rapida industrializzazione; la situazione storica della Cina in campo mondiale è tale che essa deve contare sulle sue sole forze e, in mancanza di aiuto esterno, ricorrere ad un poderoso sforzo di tutte le sue componenti sociali. Dunque, strutturalmente, la rivoluzione culturale e proletaria ha in primo luogo il significato di aiuto e appoggio solidale dell'intero popolo cinese alla classe proletaria, impegnata da questi anni in poi ad,un faticoso lavoro di produzione industriale.

A questo significato della rivoluzione culturale si collega l'altro, pur di per se fondamentale, significato, che è bene esprimere proprio con le parole della risoluzione dell'agosto 1966 del CC del PCC sulla grande rivoluzione culturale proletaria: "Trasformare la fisionomia morale di tutta la società col pensiero, la cultura ed i costumi nuovi, propri del proletariato".

E' difficile cogliere l'importanza di questo punto in tutti i suoi infiniti aspetti. Basti pensare, comunque, a quanto si mostra necessario, nello stesso Occidente, raggiungere, per tutte le forze autenticamente rivoluzionarie, una fondamentale impermeabilità nel confronti dell'ideologia borghese, che è una delle cause dell'ingabbiamento delle energie rivoluzionarie della classe operaia occidentale.

Al livello più propriamente politico, la rivoluzione culturale proletaria ricerca un livellamento ad un unico piano sociale di tutta la popolazione, con l'eliminazione di quei gruppi privilegiati che agivano nella convinzione della necessità della reintroduzione dello sfruttamento in Cina. E' qui il significato più profondo della rivoluzione culturale nella storia del movimento operaio: nel tentativo di sviluppare, in un paese economicamente arretrato che presenta le prime fisionomie del socialismo, una linea politica che eviti di ripetere quelle esperienze che in altri paesi "socialisti" hanno portato alla costituzione di società basate sulla diseguaglianza sociale e sullo sfruttamento. Questo tentativo si è esplicato in diverse forme: oltre che in quella già ricordata della mobilitazione di massa contro i gruppi privilegiati nel Partito e nell'economia, attraverso l'opera di rigenerazione dal basso degli istituti rivoluzionari, secondo le concezioni di "pratica sociale" e di dialettica rivoluzionaria proprie dell'esperienza maoista.

Questa è la risposta alla seconda condizione che Trotsky poneva come necessaria per la costruzione del socialismo. Non si può negare che "il livello culturale od organizzativo della classe lavoratrice che ha conquistato il potere statale" sia in Cina, effettivamente, molto alto.

Comunque rimane ancora aperta la soluzione del dilemma cinese: basteranno le forze oggettive e lo sforzo soggettivo della direzione e delle masse cinesi a resistere alla pesante oppressione ed al ricatto costantemente esercitato in campo internazionale sulla Cina da parte dello strapotere americano e sovietico? Di qui scaturisce, per maturazione colla sua propria esperienza politica, l'impegno che in campo internazionale la Cina promuove. Purtroppo tale impegno è ancora limitato dall'esperienza propria della rivoluzione cinese e reso sempre più difficile dalla poco intelligente politica che, alcuni gruppi che si richiamano alla Cina, portano avanti nei paesi a capitalismo avanzato.

Alle fondamentali acquisizioni storiche, che hanno portato alla rottura dei maggiori partiti comunisti della ufficialità dell'occidente europeo, non è in verità seguito un eguale sforzo di comprensione della realtà sociale ed economica dei paesi avanzati. Ed I cinesi sono i primi a riconoscere come non si possa meccanicamente applicare il risultato storico dell'esperienza cinese, anche nella sua più approfondita elaborazione. In realtà, se in campo internazionale la posizione della Cina è difensiva rispetto alla pressione imperialista, seppure in posizione di reale frattura dell'ordine mondiale costituito, bisogna riconoscere che nelle aree di capitalismo avanzato si e ancora in una posizione di riflusso storico ed ad un livello limitato di elaborazione teorica.

Solo quando questi pesanti condizionamenti che vincolano il proletariato occidentale verranno, col tempo e colla dura pratica politica, sciolti, la lotta nel cuore dell'imperialismo, insieme all'ingabbiamento dell'imperialismo nelle aree coloniali prospettato dai cinesi, potrà portare alla definitiva sconfitta del sistema mondiale di sfruttamento, ed alla possibilità per tutto il mondo di costruire una nuova realtà sociale ed economica, quale è prospettata dalla visione comunista di Marx e Lenin.


"Ritengo che per noi tutti, tanto per i compagni russi che per i compagni stranieri, l'essenziale sia questo: dopo cinque anni di rivoluzione russa, dobbiamo studiare. Soltanto ora abbiamo la possibilità di studiare. Non so per quanto tempo questa possibilità potrà durare. Non so per quanto tempo le potenze capitaliste ci lasceranno la possibilità di studiare tranquillamente. Ma ogni momento libero dall'attività combattiva dalla guerra, dobbiamo utilizzarlo per studiare , e per di più, cominciando dal principio. Tutto il partito e gli strati della popolazione in Russia lo dimostrano con la loro sete di sapere. Questa aspirazione allo studio dimostra che oggi il compito più importante per noi è: studiare, ancora studiare. Ma anche i compagni stranieri debbono studiare".


(LENIN, relazione tenuta al IV Congresso dell'Internazionale, il 13 novembre 1922)


"Sinistra da Governo"

e

opposizione rivoluzionaria

Nell'ambito della dissidenza di sinistra, in Italia e fuori, si discute da molto tempo sul giudizio da dare sulle organizzazioni politiche tradizionali del movimento operaio, e sull'opportunità di costruire nuovi raggruppamenti politici in grado di esprimere le esigenze rivoluzionarie del proletariato. In questo articolo, ci proponiamo di esaminare questi problemi e di delineare alcune risposte preliminari ai vari quesiti.


Movimento operaio e politica del P.C.I.


Non si può negare che, negli ultimi anni, all'interno del movimento operaio nei paesi di capitalismo avanzato si sia diffuso un fortissimo senso di disagio e di frustrazione. I gruppi dirigenti dei partiti e dei sindacati della sinistra ufficiale sono stati sempre più spesso indicati come i responsabili di questo stato di disagio per la loro politica di rinuncia e di capitolazione. Si sono così sviluppate ed acutizzate contraddizioni fra il movimento operaio di base e le sue organizzazioni tradizionali.

Consideriamo il caso dell'Italia. Gli operai disertano i sindacati ed i partiti politici; ad esempio, le cellule del P.C.I. sui luoghi di lavoro passano da 11.495 del 1954 a 5.917 del 1962, mentre gli iscritti al partito di condizione operaia passano da 856.314 del 1954 a 643.733 del 1962 (*).

Gli operai votano scheda bianca alle elezioni del. le commissioni interne di fabbrica; alla FIAT nelle votazioni del 1967 si è regolato così quasi il 30% del votanti. Ma gli operai non si limitano a queste reazioni; si ribellano contro i funzionari politici e sindacali, scioperano e manifestano contro il loro parere, si organizzano in nuovi gruppi dissidenti. Anche al di fuori della classe operaia si registrano manifestazioni cospicue di dissidenza nei confronti dei partiti della sinistra ufficiale; ad esempio, le ultime agitazioni universitarie hanno visto da parte degli studenti scesi in lotta una notevole insofferenza nei loro confronti.

Tale situazione e incoraggiata dagli stessi gruppi dirigenti di questi partiti, la cui linea politica è quella dell'alleanza con i gruppi più "avanzati" del capitalismo per realizzare un ordinamento che, pure eliminando alcune sacche di arretratezza presenti nella società italiana, vi conservi lo sfruttamento e il lavoro alienato. Si legge, infatti, nelle tesi del X congresso del P.C.I.:


(*) Dati citati da Enrico Berlinguer, attualmente membro dell'ufficio politico della direzione del P.C.I., nel fascicolo di settembre-dicembre 1963 di "Critica Marxista"


"Antistorico, assurdo, sarebbe, infatti, ritenere di poter fondare un'alternativa all'attuale corso economico sul ritorno a un meccanismo capitalistico concorrenziale di vecchio tipo e di poterla fondare comunque al di fuori del capitalismo di stato... Ciò significa che è da respingere ogni modello di programmazione che tenda a fare dell'attuale ordinamento proprietario, dell'attuale struttura economica un limite invalicabile e che tenda quindi a precludere la strada a un'ulteriore estensione del capitalismo di stato... L'affermazione dell'autonomia della classe operaia, e in. primo luogo l'autonomia rivendicativa e sindacale, non va intesa come tendenza della classe operaia a isolarsi o a difendersi della programmazione" (*).

Queste affermazioni non sono apparse improvvisamente negli ultimi anni ma sono la naturale conseguenza di una linea politica adottata fin dagli anni della resistenza. Su "Rinascita" n. 3, agosto-settembre 1944, si legge: "La classe operaia sa che non è oggi suo compito lottare per la instaurazione immediata di un regime socialista". Ma gli obbiettivi e la strategia dei Partiti della sinistra in questo dopoguerra sono meglio spiegati da Giorgio Amendola nella relazione presentata ad un convegno tenuto all'Istituto Gramsci in Roma nel marzo 1962:

"Il partito comunista pose l'obbiettivo della costruzione di una democrazia di tipo nuovo; non la restaurazione della vecchia democrazia prefascista, ma la creazione di una democrazia nella quale potesse essere limitato, attraverso profonde riforme di struttura, il potere delle vecchie classi dirigenti e del gruppi monopolistici e assicurata la partecipazione delle classi lavoratrici alla direzione del paese. Era una nuova concezione strategica della rivoluzione, secondo la quale la lotta per il socialismo coincideva con una lotta per una profonda trasformazione democratica del paese, che permettesse alla classe operaia ed alle forze lavoratrici di giungere democraticamente alla direzione del paese" (**).

In effetti tale "concezione strategica" è tutt'altro che nuova nella storia del movimento operaio. Già nel 1917 Lenin bollava di tradimento analoghi discorsi, e definiva "rinnegato" il loro autore, Karl Kautsky. Seguendo questa linea politica, la direzione della sinistra italiana ha costretto la classe operaia a limitarsi ad una lotta anti-fascista sotto la direzione della borghesia e ad appoggiare, nel dopoguerra, sempre in funzione subalterna, lo sforzo di riedificazione del capitalismo in Italia. In questo ambito, la linea della sinistra italiana è stata sempre molto precisa: appoggiare l'azione dei gruppi pi più avanzati del capitalismo, quelli legati alle forze più moderne del capitale finanziario e al capitale monopolistico di stato, nel loro sforzo di svecchiamento delle arretrate strutture della società italiana.


(*) Tesi del X congresso del P.C.I., pp. 48-51.

(**) G. Amendola, Classe operaia e programmazione democratica, Editori Riuniti, Pag. 208.


Sviluppo economico e linea politica dei gruppi dominanti


In Italia, il processo di a "rinnovamento" e di adeguamento delle strutture agli sviluppi della grande industria e iniziato relativamente tardi; solo negli ultimi 15 anni ha assunto un ritmo sostenuto e i gruppi "rinnovatori" hanno potuto acquistare un certo peso.

L'inserzione dell'Italia nel M.E.C. e la politica economica dei governi democristiani di cauto appoggio alle holdings di stato (esemplare è il peso che l'ENI ed Enrico Mattei hanno avuto nella politica italiana di questo dopoguerra), e alle grandi corporazioni ,private - anche se temperata da enormi riconoscimenti ai gruppi più retrivi, come nel settore agricolo - sono stati all'origine del cosiddetto miracolo economico italiano.

Si considerino alcuni dati. Tra il 1950 e il 1962 il reddito nazionale italiano si è raddoppiato sulla base di un tasso medio di sviluppo annuo di circa il 6%; la quota destinata agli investimenti è passata negli stessi anni dal 18% al 26%; tra il 1948 e il 1963 la produzione industriale si e quasi quadruplicata, mentre il reddito lordo prodotto per lavoratore dipendente era nel 1962 superiore dell'82% al 1953.

Tale sviluppo è stato fortemente aiutato dall'intervento pubblico che si valeva di uno stretto controllo statale sugli istituti di credito commerciale e industriale. La maggiore banca commerciale del paese, la Banca Nazionale del Lavoro, è controllata per l'80% dallo stato, mentre le altre tre maggiori banche sono controllate per 4/5 dall'IRI. Tutte le operazioni di credito si svolgono sotto il controllo dell'istituto centrale di credito, la Banca d'Italia.

Il ruolo del settore pubblico negli investimenti nel settore dell'industria e dei servizi è messo in rilievo dai seguenti dati; nel 1963 l'investimento fisso complessivo delle imprese pubbliche (IRI ed ENI) fu di 700 miliardi di lire rispetto ad un investimento totale complessivo di 3.150 miliardi. In particolare, l'IRI controlla il 100% delle linee aeree e dei servizi radio-televisivi e telefonici, l'85% della produzione di ghisa, l'80% dei cantieri navali, il 65% della produzione di mercurio, il 62% della navigazione passeggeri, il 55% della produzione d'acciaio, nonché rilevanti quote dell'industria meccanica. Si aggiunga il ruolo preminente dell'ENI nel settore del combustibili liquidi e gassosi e nella petrolchimica, nonché il monopolio statale della produzione e distribuzione dell'energia elettrica. Si rilevi infine che i settori controllati dall’IRI e dall'ENI si trovano ad un livello tecnologico superiore alla media nazionale e che nell'ambito del settore pubblico hanno quasi esclusivamente avuto luogo gli scarsi esperimenti italiani in materia di ricerca applicata e di forinazione di personale tecnico e specializzato.

Permangono tuttavia nella società italiana enormi sacche di arretratezza: l'agricoltura, la distribuzione, la scuola e l'università, l'organizzazione della ricerca scientifica, il settore edilizio, l'organizzazione sanitaria, la pubblica amministrazione. In questa situazione, le forze "rinnovatrici" non possono permettersi di combattere oltre certi limiti i gruppi più retrivi, che restano, sia pure in una posizione di subordinazione, dei partners ineliminabili. Questa circostanza e all'origine della cautela che i gruppi a rinnovatori" italiani dimostrano nella loro azione politica.

Si può comunque riconoscere l'esistenza di una linea "cavourriana" dei gruppi dirigenti italiani, volta a costruire un assetto polilico-sociale in cui le forme più progredite di conduzione dell'attività economica siano gradualmente introdotte, evitando però scontri troppo bruschi con le forze retrive del paleocapitalismo. La linea politica di centro-sinistra è stata elaborata appunto su questo filo. Questa politica è sufficientemente caratterizzata, anche alla luce delle considerazioni precedenti, dalla formulazione "progresso ordinato nella continuità", dovuta a Moro, e dall'altra, dovuta a Fanfani, "progresso senza avventure".

Un importante settore della sinistra ufficiale italiana, il partito socialista, si è inserito, attraverso la politica del centro sinistra, nella classe dirigente italiana, diventandone uno dei pilastri principali. Il ruolo del partito socialista viene illustrato dal. l'onorevole Giolitti che, pur figurando su posizioni di "sinistra" all'interno del suo partito, deve assegnare una posizione importante alle forze legate alla proprietà privata:

"L'obbiettivo finale della politica socialista comporta una trasformazione sostanziale del sistema capitalistico delle sue strutture economiche, dei suoi istituti giuridici (anche quando non venga più postulata la conversione totale della proprietà privata in proprietà pubblica), dei rapporti di potere tra le classi in esso esistenti, fino al totale superamento delle differenze e divisioni di classe" (*).

Dietro le roboanti promesse di "trasformazioni di struttura", si intravede l'assicurazione che resterà in auge tutta la vecchia merda della proprietà privata.


La politica del partito comunista in Italia


I margini troppo ampi che restano nell'organizzazione economica alle forme più arcaiche, le forme "privatistiche" creano gravi disfunzioni nel sistema produttivo, proprio per la presenza dl centri decisionali Indipendenti. La situazione è così sintetizzata da A. Shonfield:

"L'intero processo ricorda un poco il modo in cui un artista ostinato e sicuro di se come Picasso ha costruito alcune sue sculture, usando gli oggetti che gli capitavano sottomano, inclusi 2 giocattoli dei figli, e incorporandoli in un suo disegno"(**).

Ciò provoca lo sdegno del signor Amendola che, condividendo evidentemente il giudizio negativo di Krusciov sull'arte moderna, pare si sia assunto il compito di mettere un po' d'ordine, e magari di far rientrare nei ranghi perfino i cosiddetti "monopoli".

Leggiamo (***) la seguente giustificazione della politica del P.C.I. uscita dalla penna del sullodato signor Amendola:


(*) A. Giolitti, Un socialismo possibile, Einaudi, pag. 41.

(**) A. Shonfield, Il capitalismo moderno, Etas-Kompass, pag. 249.

(***) nelle pagine di "Critica marxista" del settembre-dicembre 1965.


"Il punto di partenza del nostro discorso sulla programmazione deve essere dunque questo: lo stato del paese, la gravità dei problemi, l'urgenza delle esigenze oggettive di sviluppo della società nazionale, la dimostrazione dell'impossibilità di rispondere a queste esigenze nel quadro di un sistema dominato dai gruppi monopolistici. La necessita di una linea di sviluppo economico che sia alternativa a quella seguita dai gruppi monopolistici deriva, dunque, da questa provata impossibilità. Il nostro discorso sulla programmazione acquisterà il respiro ed il vigore necessario, se sarà fondato sulla dimostrazione che si può uscire dalla crisi, superare lo stato di stagnazione, cui la politica del centro sinistra condanna l'economia italiana, e assicurare il progresso del paese, attraverso una politica di programmazione antimonopolistica, soltanto fondata sulle riforme di struttura. Riforme di struttura e programmazione democratica non sono le conseguenze di una aprioristica scelta ideologica, di una preferenza per un certo modello di sviluppo né un mezzo eversivo per scardinare il sistema e per aprire la strada al socialismo. Se fosse solo questo, se le riforme di struttura dovessero essere considerate unicamente, come a volte si dice, come "strumenti della lotta per il potere" esse potrebbero rispondere soltanto agli orientamenti di quell'avanguardia che ha già fatto una scelta socialista. E' vero che questa parte in Italia non è una piccola minoranza, è un movimento robusto che già, in tante regioni e province, rappresenta la maggioranza del popolo che lavora. E tuttavia vi è sempre la necessità di convincere gli altri, coloro che non hanno fatto ancora una scelta socialista, o che non intendono farla. E' per costoro non bastano la propaganda e l'agitazione; occorre la dimostrazione della necessità nazionale di un diverso tipo di sviluppo economico e politico, occorre la dimostrazione delI'impossibilità, senza un profondo rinnovamento strutturale e senza una programmazione democratica che determini la preminenza dell'interesse pubblico sugli interessi privati o di gruppo, di assicurare al paese non soltanto una precaria ripresa ma le condizioni di un regolare sviluppo economico, che garantisca a tutti gli italiani una occupazione migliori condizioni di lavoro e di vita, sicurezza di progresso democratico,

Riforme di struttura e programmazione democratica sono dunque gli strumenti necessari per dare una risposta ai problemi che travagliano il paese, per portare l'Italia fuori dalla crisi e dalla stagnazione. Se le riforme di struttura significano una modificazione del sistema di accumulazione capitalistico, dominato dai gruppi monopolistici, la loro necessità deriva dal tatto che questo sistema si e " inceppato", e che non si tratta di " riattivarlo", per passare poi, alle riforme, in un secondo tempo, ma di trasformarlo...

Il meccanismo dell'espansione monopolistica si inceppato, provocando una rottura del precario ed instabile equilibrio, e ha dimostrato in ogni modo, di non risolvere ma di aggravare tutti i problemi del paese. E' per realizzare un nuovo equilibrio, un "ordine nuovo" al posto del caos e dell'impossibilità del sistema capitalistico a risolvere i problemi della società italiana, che bisogna ricorrere alle riforme di strutture. Queste non sono, dunque un capriccio, il frutto di una astratta preferenza dottrinaria, ma una necessità nazionale... Perciò a questa linea di accumulazione monopolistica noi opponiamo, come alternativa democratica, una linea di politica economica programmata che vada oltre singole misure parziali non coordinate fra di loro, e sia fondata su una visione generale dello sviluppo economico del paese e su un piano di riforme volte a trasformare le strutture"(*)

Talvolta però anche il signor Amendola cede a debolezze "picassiane" , ed elogia disordine e confusione come nel seguente brano di un suo discorso al comitato centrale del P.C.I. nel maggio 1967, in cui esalta "un movimento generale di lotta che abbraccia. milioni di lavoratori: le popolazioni meridionali, i contadini, i medici, gli infermieri, i magistrati, i cancellieri, i professori, gli assistenti, gli studenti, gli impiegati degli istituti di previdenza, i dipendenti pubblici, i ferrotramvieri, i postelegrafonici, i pensionati", nell'elenco non figurano sol tanto le guardie e leprostitute, escluse queste ultime per evidenti motivi di moralità pubblica.

Una stringata enunciazione degli obbiettivi strategici del P.C.I. è stata esposta dal segretario del partito onorevole Longo - in una intervista al settimanale "L'Espresso", pubblicata il 20 settembre 1964 - "Noi non proponiamo la liquidazione del profitto, ma la liquidazione delle posizioni di rendita e di sovrapprofitto. Ogni imprenditore che si muoverà nell'ambito delle grandi scelte del piano dovrà avere la garanzia di un equo profitto". A garantire un "aequo profitto" agli imprenditori, come si deduce dal testo, potrebbero provvedere amici e collaboratori dell'onorevole Longo, inseriti in una rinnovata burocrazia, dove si ritrovino un po' tutti a godere le beatitudini del potere, in Una società dove permanga, con il profitto degli imprenditori, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

La stessa prospettiva di "conciliazione" generale è presente nella proposta politica di Antonio Giolitti. Le riforme "vengono a perdere ogni inutile coloritura punitiva' si presentano — come in effetti sono — non orientate contro qualcuno, bensì per conseguire fini che interessano l'etera collettività e per i quali è possibile sollecitare la partecipazione, trasformare la protesta in iniziativa politica costruttiva" (**).


Strategia dei "rinnovatori" e lotte popolari


Il problema politico che maggiormente angustia i "rinnovatori", i gruppi legati alle forze più moderne del capitale finanziario e al capitalismo monopolistici di stato, e i raggruppamenti della sinistra ufficiale — è quindi quello di guadagnare forza nei confronti dei gruppi più retrivi, evitando tuttavia che dall'intervento delle masse possano nascere centri di riferimento rivoluzionari.

Una soluzione di questo problema è illustrata sia da Giolitti che da Amendola. In sintesi, tale soluzione, che del resto feremo esporre direttamente ai geniali autori, e la seguente: "da un lato eliminiamo ogni possibilità di generalizzazione delle lotte popolari, rinchiudendole nell'ambito della società civile; dall'altro lato, utilizziamo tali lotte a livello della società politica, come mezzo di pressione contro i gruppi più retrivi".

Leggiamo la funzione che Giolitti attribuisce ai sindacati:

"La piena autonomia del sindacato nello svolgimento della propia funzione istituzionale postula una rigorosa delimitazione e non una indefinita espansione de, suo campo di azione Per adempiere alla funzione che gli è propria, il sindacato deve


(*) G. Amendola, op. cit., pp. 605-607.

(**) A. Giolitti, loc. cit., pag. 63.


fare scelte di fini e di mezzi secondo un sistema di valori che non può essere quello di ordine politico-ideologico generale proprio dei partiti, bensì deve specificamente rappresentare in un insieme coerente le esigenze salariali e normative dei lavoratori dipendenti nel rapporto conflittuale a livello di azienda, di settore, di categoria" (*).

E se qualche partito suggerisse al lavoratori obbiettivi rivoluzionari? Per carità, sentenzia mastro Antonio Giolitti, ciò vorrebbe dire spingere "la prevaricazione fino a voler assoggettare il sindacato a... scelte politiche ed ideologiche, dando luogo a quel sindacalismo di partito che sovverte i termini "industriali" del conflitto e del contrasto tra lavoratori dipendenti e imprenditori, calpesta l'autonomia sindacale e rende impossibile l'unita operativa e organizzata di sindacati a ispirazione partitica" (**).

Ed ecco, di rincalzo, il signor Amendola:

"La lotta (dei metallurgici) non ha obbiettivi politici, ma dalla lotta, dai suoi sviluppi, dalle esperienze che suscita, derivano conseguenze politiche e, che vanno valutate in tutta la loro importanza. La lotta è stata condotta, in piena autonomia, dai sindacati, che hanno finora realizzato, malgrado momenti di acuta tensione, una larga unità. CGIL e FIOM dirigono con autorità ed efficacia la battaglia, in stretto contatto con la CISL e la UIL. Ma la direzione autonoma del movimento rivendicativo non toglie alla battaglia il suo obbiettivo significato politico. E spetta ai partiti politici della classe operaia, spetta a noi comunisti, nell'adempimento della nostra autonoma funzione, sottolineare questo significato politico, trarre dalla lotta in corso la lezione politica che essa comporta, agire perché la esperienza acquisita dalle masse nel corso della lotta si trasformi in coscienza politica e in volontà rivoluzionarie" (sic!) (***).

I dirigenti sindacali, autentiche "cinghie di trasmissione" del capitalismo, si sono naturalmente tuffati con entusiasmo nella nuova prospettiva. Dice il "teorico dl sinistra. Vittorio Foa:

"La situazione di movimento che si è determinata nella CISL (e che trova riscontri importanti nella CGIL, come dimostra tra, l'altro l'appassionato dibattito interno sull'accordo quadro) apre una fase nuova e promettente per l'unità sindacale, proprio In quanto rompe le cristallizzazioni tradizionali, che sono necessariamente condizionate dalle vicende degli schieramenti politici, e riapre il discorso unitario al solo livello in cui esso può procedere spedito, quello all'interno della società e delle sue organizzazioni sindacali, senza mediazioni esterne e tanto meno di governo... Al convegno dei giovani metalmeccanici tenuto dalla FIOM in febbraio, dall'insieme degli interventi e risultato che i giovani operai e tecnici non discriminano nel processo unitario a seconda della sigla sindacale, ma a seconda della combattività e della volontà di lotta. E, solo su quel terreno che l'azione unitaria ha spazio per andare avanti" (****).

Torna qui acconcio ricordare l'aforisma del padre del revisionismo classico, Bernstein: "Il movimento e tutto, il fine è nulla".

La naturale conclusione di tutti questi discorsi sul sindacato è la costituzione del sindacato unico di tutti i lavoratori, completamente sterilizzato dai discorsi politici (naturalmente di opposizione), ed invece aperto ai valori "industriali" della società (cioè alla ideologia della classe dominante).


(*) A. Giolitti, loc. cit., pag. 56.

(**) A. Giolitti, loc. cit., pag. 56.

(***) G. Amendola, loc. cit., pag. 343.

(****) V. Foa, Problemi del socialismo, n. 27 febbraio 1988.


La naturale conclusione dei discorsi sull'"unità nazionale" attorno alle "riforme di struttura" è la proposta della Costituzione del "partito unico della sinistra italiana". Qual'è l'ideologia di questo partito? Eccola, dalla penna del signor Giolitti:

"L'inizio del processo di revisione ideologica, sulla linea: delle "riforme di struttura", può farsi datare dalla pubblicazione delle opere di Gramsci; il suo sviluppo è divenuto poi irreversibile quando con il rapporto Krusciov è suonata l'ora della verità... Si è andata da allora svolgendo la elaborazione teorica — e, per quanto riguarda il partito socialista in Italia, anche un. prima esperimentazione pratica — di una nuova linea politica " riformatrice"... il livello tecnologico e l'organizzazione della produzione raggiunti dalle società industrializzate non consentono, senza compromettere quei risultati ai quali neppure la classe operaia e disposta a rinunciare, di reintegrare il lavoratore nella sua personalità di uomo a livello dell'impresa... La contraddizione tra la volontà di trasformare il sistema, e l'esigenza riconosciuta di assicurarne l'efficienza mentre lo si trasforma, e insita nei termini stessi in cui si svolge il conflitto di classe nella società industrializzata, e la politica riformatrice socialista non fa che rifletterla e darsene carico, La classe operaia per prima non e disposta a pagare, per la conquista del potere politico,, qualunque prezzo, e meno che mai il prezzo di una crisi dell'apparato produttivo esistente" (*).

Riassumiamo ora il piano della "sinistra" ufficiale. Le azioni a livello delle società politica, dell'organizzazione generale del sistema di sfruttamento, sono solidamente monopolizzate dal "partito unico della sinistra italiana" a vocazione governativa, in condominio con i partiti borghesi. Tale partito dà ampie assicurazioni alla classe dominante di non turbare l'efficienza del sistema produttivo, anzi di difenderlo dagli attacchi del singoli capitalisti, dei "monopoli" e degli operai. Esso non deve necessariamente avere l'appoggio attivo delle masse, che oltretutto sarebbero felici del tozzo di pane che gli si è gettato e non desidererebbero "fare la rivoluzione", ma solo quello dei gruppi di tecnici ed amministratori "progressisti ", dei funzionari degli enti di stato e simili. Per quanto riguarda le masse, basta che rinuncino a costituire centri alternativi di lotta politica. Esse possono sfogare gli eventuali bollori ribellistici nei movimenti settoriali (che i sindacati e i gruppi "spontaneisti" minoritari provvedono a tenere spoliticizzati), dove la loro lotta potrà essere utilizzata per la demolizione degli ultimi baluardi del potere delle forze più retrive.


La dissidenza di sinistra: spontaneisti della "sinistra" PSIUP e "conciliatori" della IV internazionale


Non ci si deve stupire se questa impostazione strategica, dei partiti di sinistra, volta esplicitamente ad incoraggiare il capitalismo di stato, ha condotto all'apparizione di cospicue manifestazioni di dissidenza a sinistra dello schieramento ufficiale. In questa sede vogliamo riferirci in modo particolare alla "sinistra" del PSIUP e ai trotzkisti.

La loro polemica si rivolge particolarmente contro la tendenza alla concentrazione tipica della società moderna; non si protesta contro la concentrazione capitalistica, ma contro la concentrazione tout court. Non a caso i modelli ideali di questi gruppi sono certe forme di "socialismo" contadino pre-industriale, rilanciate recentemente In alcuni paesi del terzo mondo.


(*) A. Giolitti, loc. cit., pp. 42-45.


L'origine dei mali, secondo costoro, risiederebbe nella concezione leninista del partito, che avrebbe portato all'espropriazione dell'iniziativa politica delle masse a beneficio di un ristretto gruppo di "dirigenti". Scrive ad esempio Lucio Libertini, "teorico" della "sinistra" del PSIUP:

"Viene in luce a questo punto un limite virtuale ma importante del pensiero leninista, perché contrapponendo così schematicamente l'elemento cosciente (ideologia e partito) e l'elemento spontaneità (lotte immediate di massa) si rischia di creare tra loro una frattura: può venire a cadere il necessario rapporto dialettico tra di essi e può aprirsi la strada alla concezione del partito-guida, del partito che sia l'unico depositario della verità rivoluzionaria, del partito-stato. Soggetta agli stessi limiti è la concezione del sindacato come cinghia di trasmissione dal partito alle masse; su questo terreno nasce una concezione strumentale del sindacato" (*).

In effetti, da questa esposizione traspare un sogno tipico della democrazia contadina, quello dell'"homo faber fortunae suae"; e, com'è noto, accade a molti che lasciano la campagna per la città, nel tentativo di far fortuna, di finire al servizio dei padroni delle fabbriche. Scriveva infatti Lenin nel "Che fare":

"Dal momento che non si può parlare di una ideologia indipendente elaborata dalle stesse masse operaie nel corso stesso del loro movimento, la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c'è via di mezzo (poiché l'umanità non ha creato una "terza ideologia", e d'altronde, in una società dilaniata dagli antagonismi di classe, non potrebbe mai esistere una ideologia al di fuori o al di sopra delle classi). Ecco perché ogni menomazione dell'ideologia socialista, ogni allontanamento da essa, implica necessariamente un rafforzamento dell'ideologia borghese. Si parla della spontaneità, ma lo sviluppo spontaneo dei movimento operaio fa sì che esso si subordini all'ideologia borghese,... perché il movimento operaio spontaneo è il tradeunionismo, la Nur-Gewertschatlerei, e il tradeunionismo è l'asservimento ideologico degli operai alla borghesia, Perciò il nostro compito, il compito della socialdemocrazia, consiste nel combattere la spontaneità, nell'allontanare il movimento operaio dalla tendenza spontanea del tradeunionismo a rifugiarsi sotto l'ala della borghesia; il nostro compito consiste nell'attirare il movimento operaio sotto la ala della socialdemocrazia rivoluzionaria. Ma perché - domanderà il lettore - il movimento spontaneo, movimento che segue la linea del minimo sforzo conduce al predominio della ideologia borghese? Per la semplice ragione che, per le sue origini, l'ideologia borghese è ben più antica di quella socialista, essa è meglio elaborata in tutti i suoi aspetti e possiede una quantità incomparabilmente maggiore di mezzi di diffusione. E quanto più giovane è il movimento socialista di un determinato paese, tanto più energica deve essere la lotta contro tutti i tentativi di consolidare le Ideologia non socialiste, tanto più risolutamente bisogna premunire gli operai contro i cattivi consiglieri che gridano


(*) L. Libertini, Dieci tesi sul partito di classe, ed. Samonà e Savelli.


contro la sopravvalutazione dell'elemento cosciente... La classe operaia va spontaneamente al socialismo; ma l'ideologia borghese, che è la più diffusa (e che risuscita costantemente nelle più svariate forme), resta pur sempre l'ideologia che, spontaneamente, soprattutto si impone all'operaio" (*).

Queste affermazioni - se erano vere al tempo di Lenin, quando non esisteva ancora la società "pianificata" moderna - hanno oggi una validità incomparabilmente maggiore (e ciò si può desumere dalle testimonianze in negativo dei signori Giolitti ed Amendola). Ecco perché la classe dominante ed i suoi alleati "di sinistra" si battono così accanitamente contro la politicizzazione dei movimenti spontanei e ne rivendicano la assoluta autonomia e "genuinità". Essi sono così sicuri - e l'esperienza di tutti i tempi e di tutti I paesi lo conferma - che, in queste condizioni, i movimenti spontanei si rifuggeranno sotto le loro ali, senza bisogno di sollecitazioni particolari. Per essi il nemico principale da combattere è appunto rappresentato dalle posizioni leniniste; e, nel quadro di una precisa divisione del lavoro, affidano questo compito a colore che, apparentemente su posizioni di ultrasinistra, conducono la sciocca polemica della spontaneità contro l'elemento cosciente, delle "masse" contro i "capi" della società contadina contro la società industriale.

Cosa propone il signor Libertini al posto del partito leninista? Il partito di massa:

"La scelta del partito di massa - riconoscibile non solo e non tanto dal numero degli iscritti ma essenzialmente dal rapporto tra il partito, le masse e le loro lotte - nasce dall'esigenza di ricavare dalle contraddizioni dello sviluppo capitalistico, agendo nel cuore stesso della società, il rovesiamento del sistema e la costruzione di un potere nuovo. Questa scelta corrisponde alla concezione di un partito realmente democratico che non è il depositario di una misteriosa verità che apporta dall'esterno alle masse (mi riferisco qui esplicitamente a quel limite della concezione leninista del quale ho già parlato e che occorre superare), ma al contrario trae continuamente la sua teoria dalla esperienza dei lavoratori: un partito democratico per l'alto livello di consapevolezza che cancella, la distinzione tra dirigenti e militanti per il rapporto dialettico continuo con le lotte dei lavoratori che annulla la separazione tra organizzazione e masse per il rifiuto della doppia e tripla verità e il forte ancoraggio all'ideologia: perché ricava continuamente dalla lotta di classe un insieme organico di valori alternativi alla società borghese ed in tal senso costituisce il nucleo di una società nuova... La presenza politica del partito nei luoghi di produzione si realizza seriamente nelle condizioni italiane, se ha Il compito di collegare l'azione rivendicativa e la battaglia per il controllo operaio e lo esproprio dei mezzi di produzione: se si pone li problema di costruire partendo dalle condizioni concrete e dalle lotte di ogni giorno, gli strumenti unitari di un potere nuovo degli operai, tecnici, impiegati nei luoghi di produzione: e se a questo tema ricollega il problema del rapporto tra fabbrica e società, della linea politica generale" (**).

In un certo senso, le prospettive politiche del Libertini possono apparire scontate - data la posizione pratica che questi occupa all'interno del PSIUP; ma possono essere di guida nell'analisi delle posizioni dei "cinesi" Bobbio e Viale, e degli altri gruppetti che ad essi fanno riferimento.


(*) Lenin, Che fare, opere scelte, Editori Riuniti.

(**) L. Libertini, op. cit.


Allo scopo è estremamente indicativa l'ultima intervista dei due "teorici" del movimento studentesco (*)

"Di fatto, in questi ultimi mesi il movimento studentesco è stato un movimento extraparlamentare. Le stesse forme di partecipazione politica che sono state concretamente costruite nel corso del movimento hanno indicato nuovi strumenti di partecipazione diretta che contestano in ogni caso il principio della rappresentanza per delega. Questi temi, portati ad una ulteriore maturazione, non possono che condurre ad una critica complessiva delle istituzioni parlamentari e dello stesso tipo di rappresentanza borghese. Al momento delle elezioni credo che il movimento debba sapere esplicitare sempre più questi temi, e quindi essere in condizione di fornire precise indicazioni. Non ci interessa assolutamente, in questo momento, (e sarebbe inoltre contraria alla metodologia del movimento), una polemica con i partiti politici su un terreno, puramente astratto ed ideologico".

Potrà certamente servire ad accrescere la fama di sottili teorici dei due "cinesi" di Torino, la contraddizione tra prima e seconda parte del brano: si comincia affermando che il movimento universitario rifiuta una strategia di tipo parlamentare, e si finisce sentenziando che una polemica contro i partiti opportunisti - che vivono solo per il parlamento - non deve farsi, "al momento delle elezioni", su un piano "astratto ed ideologico". Si dovrà comunque sottolineare, per la verità, che i due dichiarano di ispirarsi ad una nuova metodologia, la "metodologia del movimento universitario" (sic!) - la cui formula centrale parrebbe quella che non vi è alcuna possibilità di conoscenza senza passare per esperienze soggettive di tipo immediato.

Si può notare che questa metodologia rientra perfettamente nel modello proposto dal Libertini; e per questa via, nei modelli raccomandati dai gruppi dirigenti dei partiti di sinistra. E ciò che è comune a queste metodologie della dissidenza spontaneista e populista è il rifiuto dei risultati del lavoro di Marx e di Lenin: la costruzione di una scienza del proletariato, in grado di cogliere le relazioni fondamentali che sono alla base del movimento della società. Si ripropongono una visione soggettivistica ed un attivismo irrazionalistico, che finiscono con il condurre, nei binari già tracciati dalla borghesia.

Nella moderna società capitalistica, infatti, sempre nell'ambito della divisione del lavoro, esiste un posto anche per gli apostoli delle non meglio precisate "contestazioni globali". Scrive infatti il sociologo borghese Dahrendorf:

"...ogni tentativo di eliminare completamente il conflitto è destinato in quanto tale a fallire e anzi contribuisce alla intensificazione dei contrasti esistenti. La regolazione esige l’accettazione del conflitto; la cogestione è basata invece sulla convinzione che il conflitto sia un male e che esso debba essere abolito, Dal punto di vista di una efficace regolazione del conflitto, essa costituisce una istituzione erroneamente concepita, che contrasta - anziché agevolare - la tendenza generale alla diminuzione della violenza e dell'intensità del conflitto industriale" (**).

Ben vengano quindi i suscitatori di conflitti, purché questi siano rigorosamente delimitati in ambiti settoriali, e sterilizzati dai germi generalizzatori di una concezione Politica globale.


(*) Pubblicata su "Mondo Nuovo" il 24 marzo 1968.

(**) R. Dahrendorf, Classi e conflitto di classe nella società industriale, Laterza, pag. 462.

Molte cose dette al riguardo della "sinistra" del PSIUP, possono essere ripetute per i trozkisti della quarta internazionale. In effetti, il legame che esiste fra questi gruppi non è occasionale, e già Lenin nel "Che fare" metteva in evidenza il legame che esiste fra due facce della sottomissione alla spontaneità, l'economismo e il terrorismo.

"In generale, fra gli economisti e i terroristi, esiste un legame non accidentale, ma necessario, intrinseco... Gli economisti e i terroristi della nostra epoca hanno una radice comune: la sottomissione alla spontaneità. Economisti e terroristi si prosterrano davanti ai due poli opposti della tendenza alla spontaneità: gli economisti dinnanzi alla spontaneità del "movimento operaio puro", i terroristi dinnanzi alla spontaneità e allo sdegno appassionato degli intellettuali che non sanno collegare il lavoro rivoluzionario e il movimento operaio e non ne hanno la possibilità... Gli intellettuali sviluppano la lotta politica con le loro proprie forze, ricorrendo naturalmente al terrorismo... L'attività politica, ha una propria logica indipendente dalla coscienza di coloro, che, con le migliori intenzioni del mondo, fanno appello al terrorismo oppure domandano che si dia alla stessa lotta economica un carattere politico, L'inferno è lastricato di buone intenzioni"(*).

Analogo il comportamento dei terroristi russi del 1900 è in generale il comportamento dei trozkisti. Da anni, in effetti, i gruppi trozkisti, nella incapacità di elaborare una strategia rivoluzionaria indipendente, vivono ai margini dei partiti della sinistra ufficiale, elaborando via via, nuove tecniche parassitarie, dall'entrismo nel PCI, negli ultimi tempi un po' fuori moda, al più recente entrismo nel PSIUP. In pratica non si contesta ai partiti opportunisti la direzione della lotta e si finisce con accettarne la strategia globale; ci si limita a cercare di sfruttare i mezzi di cui questi dispongono ,per portare avanti, di volta in volta, gli slogans più di moda nella sinistra "à la page". Del resto. Il costume "terroristico" dei trozkisti è facilmente verificabile: cosa è infatti, se non terrorismo, l'intervento che essi praticano alle manifestazioni promosse dal PCI? Essi vi si inseriscono senza nessun lavoro preparatorio serio, senza nessun rapporto reale con le masse, dando soltanto fondo ad un ricco repertorio di urla, che rivelano un inguaribile velleitarismo pseudo-rivoluzionario.

Il fatto che i gruppi trozkisti si impegnano in azioni di tipo "terroristico" è conseguenza del modesto livello delle loro analisi, che non consentono formulazioni strategiche al livello delle contraddizioni reali e della coscienza delle masse. Su questa base, essi si arrangiano come possono. Così accade che negli ultimi dieci anni, sulla bandiere della quarta internazionale sono stati scritti, di volta in volta, i nomi di Tito, Gomulka, Nasser, Castro, Guevara, O Chi Min; e, negli ultimi tempi, lo stesso "Mao" comincia a riscuotere un certo successo nel loro ambienti.

Onde riuscire a giustificare questi accostamenti, che oggi sembrano paradossali, si possono tenere presenti molte eloquenti testimonianze, ricavabili dalle enunciazioni politiche di Livio Maitan. Ad esempio nella prefazione alla "Rivoluzione tradita" (edita da Schwartz nel 1956) si legge:

"C'é appena bisogno di ricordare che la gestione operaia ha continuato e continua ad essere assente dalle fabbriche sovietiche; e quanto tale gestione comincia ad essere introdotta, sia pure in forme limitate, in Jugoslavia, la polemica dei "teorici" sovietici si è scatenata furibonda, per il timore evidente dei burocrati che l'esempio possa riuscire contagioso".


(*) Lenin, Che fare - Opere scelte - Editori Riuniti.


Nel numero di "Bandiera rossa" del Dicembre 1965, si può poi leggere il resoconto dell'intervento di Maitan al congresso mondiale della quarta internazionale:

"(Maitan) ha quindi formulato una sua ipotesi sulla struttura attuale dell'Egitto e sulla possibilità, a suo avviso oggettivamente esistente, di una trasformazione dell'Egitto in Stato operaio, sulla base ai uno sviluppo conseguente dei processi già delineatisi, soprattutto dal 1960..."

Il Pantheon dei trozkisti ha bisogno di rinnovare continuamente i suoi ideali.

I motivi di fondo della carenza di linea politica che i gruppi della quarta internazionale dimostrano, sono da ricercarsi essenzialmente nello spirito "conciliatore", di gusto socialdemocratico, da cui sono animati nei rapporti con la sinistra tradizionale. Sul loro atteggiamento pesa certamente l'esistenza dei notevoli interessi pratici che li legano ai partiti ufficiali, allo loro stampa ed al loro editori; ma, soprattutto, esso è il riflesso di una debolezza teorica di fondo, che impedisce di affrontare coerentemente le difficoltà connesse ad una scelta rivoluzionaria. I trozkisti introducono così nel mondo della sinistra un atteggiamento di superficialità e d'incoerenza, che serve a renderli estremamente popolari nella media borghesia alla ricerca di "emozionanti" esperienze rivoluzionarie. Strettamente connesso a questo loro atteggiamento di matrice socialdemocratica, è la loro valutazione dell'Unione Sovietica, fondata sul misconoscimento della natura insanabile delle contraddizioni in essa esistenti. Dalla convinzione che le contraddizioni esistenti nell'Unione Sovietica siano di "seconda classe" si fa poi seguire che ad essa va rimproverato soltanto di essere troppo debole nei confronti dei comuni "nemici di classe":

"Va considerato altresì che nelle fasi più recenti gli aiuti militari della stessa URSS sono sensibilmente aumentati. Nel Vietnam sussiste il maggiore epicentro delle contraddizioni del mondo attuale e si scontrano duramente le forze dell'imperialismo e le forze della rivoluzione...

E nella stessa solidarietà col Vietnam contro il nemico di classe è possibile e necessario stabilire un fronte unico che, pur senza ignorare le contrapposizioni e le divergenze esistenti, miri a realizzare la convergenza di tutte le forze legate, in ultima analisi da uno stesso interesse di classe" (sic!) (*).

Essi svolgono, in sostanza, il ruolo di copertura a sinistra dei partiti della sinistra ufficiale. Ciò è molto evidente, e diviene addirittura macroscopico se si guarda alle iniziative dei circoli "Che Guevara", i cui militanti trozkisti sono all'interno o all'esterno del PCI a seconda della situazione locale. Laddove si sono radicalizzati e cominciano ad avere consistenza gruppi che si pongono in alternativa all'ufficialità, intere sezioni del PCI di ispirazione trozkista escono dal partito e servono a creare poli di riferimento "esterni", che siano un elemento di confusione adeguata alla nuova situazione.


La situazione dei paesi capitalistici avanzati


La circostanza, ora verificata, che larga parte della dissidenza di sinistra finisce spesso con il porsi


(*) Editoriale di "Bandiera rossa" del 15 gennaio 1968.


sullo stesso piano politico della sinistra ufficiale e con l'accettarne oggettivamente la direzione, rafforza il punto di vista, perfettamente naturale nell'ambito di una genuina impostazione marxista, che le posizioni della sinistra ufficiale non dipendono tanto da errori o tradimenti soggettivi, quanto dal suo collegamento con forze reali ed interessi pratici esistenti nel mondo di oggi. Esiste uno stretto collegamento tra i partiti dell'ufficialità di sinistra ed i gruppi privilegiati che sono al potere in Unione Sovietica e nei paesi dell'Est europeo; ed esiste una precisa convergenza di obbiettivi, almeno a breve termine, tra questi ultimi e le forze legate all'ala più illuminata del capitale finanziario ed al capitale monopolistico di stato dei paesi occidentali.

Ogni gruppo che voglia realmente contribuire al processo di costruzione di un partito rivoluzionario, non può sottrarsi al compilo di analizzare ulteriormente le forze reali presenti nel mondo d'oggi, soprattutto nei paesi avanzati. Si possono così ricostruire pienamente, muovendo dal recupero della tradizione rivoluzionaria del proletariato, ed anzitutto del leninismo, la basi scientifiche, e non utopistiche o "ideologiche", per le lotte rivoluzionarie. Individuare gli avversari, riconoscere gli alleati, capire le contraddizioni reali: questo resta sempre il punto di partenza, la premessa per la costruzione di un partito rivoluzionario.

Nel seguito, accenneremo sommariamente ad alcuni aspetti delle moderne società "industriali". Analizzare pienamente questi aspetti e comprenderne la interna dinamica è certamente importante, per l'arricchimento della teoria rivoluzionaria al livello del problemi di oggi. Senza tutto ciò, il riferimento alla tradizione rivoluzionaria di Marx e di Lenin può finire con l'assumere un significato puramente formale e scolastico, e così non basterebbe ad offrire una base per le lotte rivoluzionarie.

Importanti trasformazioni sono in effetti avvenuti nei paesi avanzati nei caratteri del modo di produzione, in seguito agli straordinari sviluppi dell'apparato produttivo, dovuti alla espansione della grande industria, ai progressi della scienza e della tecnica. Si assiste in tutto il mondo ad una crescente concentrazione finanziaria ed industriale. Le connessioni fra le varie industrie diventano sempre più strette e si raggiungono così le basi minime per i colossali investimenti necessari alle nuove industrie, rese possibili dal risultati della ricerca applicata.

Le grandi concentrazioni industriali diventano però rapidamente insufficienti a dirigere le iniziative produttive rese possibili dalla loro stessa esistenza. Negli Stati Uniti nessuno dei grandi colossi dell'industria aeronautica è stato in grado di affrontare il programma per la costruzione di un missile interplanetario e si è dovuto ricorrere all'intervento decisivo dello stato, che ha patrocinato la alleanza di questi colossi in un unico consorzio. Gli stessi sviluppi della scienza, che tendono ormai a diventare una forza produttiva importantissima, non possono più essere controllati da nessun gruppo privato isolato e richiedono sempre più l'intervento dello stato.

Questi sviluppi introducono nuovi elementi di turbamento per le vecchie forme politiche e sociali, tipiche delle società fondate sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, che sono da tempo in crisi. Per superare le difficoltà, si cerca, oggi, di introdurre tutta quanta la pianificazione centrale compatibile con la esistenza della divisione in classi. Sospinti dalle esigenze di sviluppo delle forze produttive, gruppi privilegiati dei paesi capitalistici avanzati cercano nuove soluzioni, in grado di assicurare la loro posizione di privilegio, e quindi l'esistenza dello sfruttamento.

L'esistenza di forti spinte verso una nuova strutturazione della società, nel periodo dello sviluppo della grande industria, era sottolineata già da Federico Engels, nell'Anti-Duhring:

"... in un modo o nell'altro, con "trusts" o senza "trusts", una cosa è certa: che il rappresentante Ufficiale della società capitalistica, lo Stato, deve alla fine assumerne la direzione... Se le crisi hanno rivelato l'incapacità della borghesia a dirigere ulteriormente te moderne forze produttive, la trasformazione dei grandi organismi di produzione e di traffico in società anonime e proprietà statale mostra che la borghesia non è indispensabile per il raggiungimento di questo fine. Tutte le funzioni sociali del capitalista sono oggi compiute da impiegati salariati... Ma né la trasformazione in società anonime, né la trasformazione in proprietà statale, sopprime il carattere di capitale delle forze produttive. Nelle società anonime questo carattere è evidente. E a sua volta in stato moderno è l'organizzatore che la società capitalistica si dà per mantenere il modo di produzione capitalistico di fronte agli attacchi sia degli operai che dei singoli capitalisti.

Lo stato moderno, qualunque ne sia la forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, è uno stato dei capitalisti, il capitalista collettivo ideale. Quanto più si appropria delle forze produttive, tanto più diventa un capitalista collettivo, tanto maggiore è il numero di cittadini che esso sfrutta. Gli operai rimangono dei salariati, dei proletari. Il rapporto capitalistico non viene soppresso. viene invece spinto al suo apice" (*).

Tutto questo processo, che secondo Engels rappresenta l'ultima fase di esistenza della società divisa in classi prima della, rivoluzione socialista, è così sintetizzato:

"...Parziale riconoscimento del carattere sociale delle forze produttive, riconoscimento a cui è obbligato lo stesso capitalista. Appropriazione dei grandi organismi di produzione e di traffico, prima da parte di società anonime, più tardi da parte di trusts ed in ultimo da parte dello stato. La borghesia dimostra di essere una classe superflua, tutte le sue funzioni sociali vengono ora compiute da impiegati stipendiati (**).

Questo processo di adeguamento delle strutture politiche e sociali richiede, per compiersi, notevoli sconvolgimenti. Tuttavia le forze legate al capitalismo monopolistico di stato non riescono, da sole, ad imporre il loro programma per le resistenze delle forze legate alle più arcaiche forme di produzione. Le incrostazioni del passato, il peso dei compromessi che quasi ovunque i gruppi capitalistici hanno dovuto stipulare con le forze più arretrate per conquistare e conservare il potere politico, sono spesso troppo difficili da eliminare, per forze che devono escludere programmaticamente la rivoluzione politica.

In questa situazione, operano però oggi nuove forze, in qualche misura esterne al quadro interno al capitalismo dei paesi avanzati: le forze messe in moto dalla rivoluzione d'ottobre e dalle suo conseguenze. La rivoluzione del proletariato russo, dapprima vittoriosa, fu costretta, per la sconfitta della rivoluzione negli altri paesi europei e per il basso livello di sviluppo delle basi materiali della società russa, ad una battuta d'arresto prima ed ad una rovinosa ritirata poi.


Engels, Antiduhring.

Engels, op. cit.


L'ala moderata dello schieramento rivoluzionario - ispirata da gruppi provenienti dalle aristocrazie operale e dalla piccola borghesia - riuscì ad impadronirsi del potere ed a realizzare un assetto economico, politico e sociale ben distinto dal socialismo, che consentiva una piena concentrazione ed unificazione della produzione.

Questo assetto sociale ha pressoché abolito la proprietà privata dei mezzi di produzione e la conseguente anarchia, e ha colpito a morte i gruppi sociali collegati con questo istituto. Sulla base della proprietà statale dei mezzi di produzione, esso è in grado di padroneggiare meglio degli assetti capitalistici tradizionali lo sviluppo delle forze produttive. Naturalmente, il livello delle forze produttive in Unione Sovietica non è oggi più elevato di quello dei paesi capitalistici avanzati; ma le sue istituzioni politiche e sociali consentono, in prospettiva, uno straordinario allargamento delle basi materiali della società, come è documentato dal ritmo di sviluppo dell'Unione Sovietica negli ultimi cinquanta anni, di gran lunga maggiore di quello degli altri paesi.

Tutto ciò non vale però ad eliminare lo sfruttamento e l'oppressione che sono anzi spinti ai livelli più progrediti. Leggiamo la testimonianza di J. Kuron e K. Modzeleywski sulla Polonia "socialista":

"Secondo la dottrina ufficiale viviamo in un paese socialista. Questa tesi si basa sull'identificazione tra proprietà statale dei mezzi di produzione e proprietà sociale dei mezzi di produzione stessa. L'atto della nazionalizzazione avrebbe assicurato l'industria, i trasporti e le banche alla completa proprietà della società e i rapporti basati sulla proprietà sociale sarebbero socialisti per definizione.

Questo ragionamento può sembrare marxista. In realtà, si è introdotto nella teoria marxista un elemento che le è fondamentalmente estraneo, cioè la concezione formalistica e giuridica della proprietà. La nozione di proprietà statale può nascondere contenuti diversi a seconda della natura di classe dello stato...

La proprietà statale dei mezzi di produzione non è che una forma delle proprietà. Appartiene ai gruppi sociali cui appartiene lo stato. In un sistema di economia nazionalizzata ha un'influenza sulle decisioni economiche complessivo, (e, quindi, sul modo di disporre dei mezzi di produzione e sulla ripartizione e sull'impiego dei prodotti sociali) solo chi partecipa alle decisioni dei pubblici poteri o può influenzarle. Il potere politico è legato al potere esercitato sul processo di produzione e di distribuzione..." (*).

L'assetto sociale dell'Unione Sovietica e dei paesi dell'Est europeo conserva, dunque, lo sfruttamento e l’oppressione. Ricordiamo Engels: "... Quanto più si appropria delle forze produttive, ... tanto maggiore è il numero di cittadini che esso sfrutta. Gli operai rimangono dei salariati, dei proletari". Il rapporto di sfruttamento, dice ancora Engels: "non viene soppresso, viene invece spinto al suo apice". Anche questo assetto, dunque, è minato da profonde contraddizioni: esso contiene ancora in sé le forze che dovranno condurlo alla morte.

Nei paesi capitalistici avanzati, è intanto in atto un complesso processo di "rinnovamento", sospinto dai gruppi capitalistici più moderni, ed In primo luogo da quelli del capitalismo monopolistico di stato, con l'appoggio delle forze della sinistra ufficiale, legate ai gruppi privilegiati che sono al potere in Unione Sovietica.


(*) J, Kuron - K. Modzelewski, Il marxismo polacco all'opposizione.


Tutte queste forze sono unite, da un lato nell'obbiettivo di distruggere le forze più retrive, dall'altro allo scopo di imporre un completo dominio sulla società civile. Servono allo scopo l'introduzione di una pianificazione di lungo periodo, mossa degli interessi economici e politici dei gruppi dominanti, la compressione dei centri decisionali indipendenti nei vari paesi e l'integrazione dei sindacati e, dei partiti.

Torna ancora una volta utile, riferire il parere dell'onorevole Giolitti:

"I problemi di direzione politica nella società industrializzata non possono più essere affrontati con i metodi tradizionali del regime parlamentare, se non a prezzo di una crescente ed ineluttabile soggezione del potere politico pubblico al potere economico privato" (*),

Giolitti chiama a suo soccorso l'opinione di Maurice Duverger:

"La preminenza dei legislatore è tipica delle società ancora, debolmente integrate nelle quali i principali servizi collettivi sono espletati da imprese private ed in cui il ruolo essenziale del potere è quello di arginare i conflitti tra gli individui e tra i gruppi, di favorire l'elaborazione di compromessi che vi pongano fine, di regolare con norme generali tali compromessi e di gestire dei servizi comuni di natura amministrativa (polizia, esercito, fisco). In una società pianificata in cui lo stato coordini il complesso delle attività sociali, questa funzione organizzativa non può essere adempiuta dagli organi legislativi, ma soltanto dal governo che diviene così il centro di propulsione e di decisione politica. L'indebolimento dei parlamenti e l'accresciuta importanza dell'esecutivo, tratti connessi all'evoluzione odierna di tutte le democrazie, sono le conseguenze politiche della trasformazione delle strutture socio-economiche, trasformazione causata a sua volta dal progresso tecnico" (*).

Si può ben capire la simpatia con cui i gruppi capitalistici più progrediti guardano alle istituzioni dell'Unione Sovietica, dove è vero che i capitalisti isolati sono quasi spariti, ma in compenso le centrali statali organizzano strettamente la classe operaia e controllano rigorosamente l'economia. Questi gruppi tendono quindi ad ottenere l'alleanza delle organizzazioni della sinistra ufficiale e dei sindacati, e. si proclamano sostenitori del "socialismo moderno". Il legame di questo socialismo con gli interessi del capitale finanziario e del capitale monopolistico di stato è chiarito dalla seguente affermazione di Servan Schreiber, direttore dell'"Express", che, in un articolo dai titolo significativo, "Justice comme moyen", scrive del socialismo moderno:

"Non si fonda più sui criteri innanzitutto morali (sic!), ma su considerazioni economiche. La giustizia sociale è in primo luogo il mezzo più efficace per far funzionare la macchina produttiva... La sinistra evangelica, missionaria di un universo di eguaglianza e fraternità assoluta, non ha che un avvenire di setta. La sinistra di governo (sic!), che per fare progredire il proprio ideale si applica a dimostrare la sua capacità di produrre più e meglio della destra, ha una grande carriera davanti a sé" (*).

Su queste basi. il collegamento tra le forze della sinistra ufficiale e dell'Unione Sovietica, e le forze più "progredite" del capitalismo, assume nettamente un carattere internazionale.


(*) Giolitti - Un socialismo possibile.


Tale carattere si manifesta attraverso gli accordi economici che collegano Unione Sovietica e i grandi paesi imperialistici, e attraverso il tentativo di costruire accordi di dimensione mondiale, i gruppi dirigenti sovietici e americani, dopo lunghi anni di "guerra fredda", hanno lanciato la linea di coesistenza pacifica con questo scopo; essi erano interessati ad una prospettiva di pianificazione delle forze produttive sul piano mondiale, che li ponesse in una posizione di preminenza e non li esponesse al rischio di una diminuzione di potere, per sommovimenti e turbamenti dello status quo, nei paesi capitalistici avanzati e nel terzo mondo.

Nella linea della coesistenza pacifica si realizza l'alleanza tra le potenze imperialiste, a tutt'oggi caratterizzate da un alto sviluppo delle forze produttive, e l'Unione Sovietica caratterizzata da posizioni politico-economiche più stabili. Tale linea segna la trasposizione al livello mondiale della alleanza tra i gruppi del capitalismo monopolistico di stato e la sinistra ufficiale: e non a caso, ha suscitato l'entusiasmo delle forze che nei vari paesi portano avanti la bandiera del "rinnovamento" del capitalismo.


La ripresa dei raggruppamenti rivoluzionari


L'esame delle posizioni dominanti nei paesi capitalistici avanzati, e nell'area sovietica del mondo "socialista", conferma che le "debolezze" governative e collaborazioniste dei gruppi politici di sinistra sono espressione di forze profonde e di interessi reali. Il processo di formazione di nuovi raggruppamenti rivoluzionari nei paesi avanzati, che possano contrastare il loro disegno politico, è appena agli inizi. Tuttavia, esso è spinto avanti, man mano che larghe masse compiono nuove esperienze del ruolo di copertura che l'ufficialità di sinistra si assume sempre più apertamente.

La formazione di una rinnovata coscienza dell'ineliminabilità delle contraddizioni tra il movimento operaio ed i gruppi riformisti resta una condizione preliminare per questi sviluppi. In effetti, la persistenza di incrinature nell'apparato di dominio sollecita spesso ad azioni positive, attorno a cui riescono a cristallizzarsi piccoli gruppi politici. Tuttavia, il processo di maturazione dei gruppi che si formano dietro la spinta immediata di lotte di massa va avanti lentamente, in mancanza di solidi centri di orientamento teorico e politico, Nell'ambiente culturale della sinistra italiana e della stessa dissidenza, le formulazioni nella linea della tradizione leninista sono un po' fuori moda; i successi dei vari Giolitti, Amendola, Libertini hanno prodotto un grave corrompimento teorico.

In questa situazione, è di grande importanza che si vada determinando una ripresa di studi e di interessi per il pensiero di Lenin, tale che ponga via i pregiudizi diffusi dalle interpretazioni di comodo (se ne legga un esempio nelle precedenti citazioni dalle tesi di Libertini). Accanto ai gruppi tradizionali, sollecitano oggi questa ripresa i comunisti cinesi con le loro polemiche teoriche e la loro iniziativa politica a livello internazionale. Le formulazioni della rivoluzione culturale cinese In particolare, cercano di inserirsi nell'ambito della tradizione leninista e di arricchirla anzi al livello delle più recenti esperienze, anzitutto dell'esperienza sovietica, che ha segnato insieme una grave battuta di arresto per il movimento operaio e la riaffermazione dello sfruttamento.

Si può valutare l'importanza della rivoluzione culturale cinese quando si tenga presente che, anche all'interno della repubblica popolare cinese, esistono forze contrastanti, ma qui i gruppi più avanzati sono riusciti, almeno finora, a sconfiggere le influenze più moderate, che potevano condurre ad una ripetizione dell'esperienza sovietica. Questa circostanza è stata indubbiamente facilitata dall'ampiezza della partecipazione popolare alla lotta contro il Kuomintang e, in seguito, dalla ampia partecipazione al processo dì costruzione della repubblica popolare cinese.

Dietro le parole d'ordine della rivoluzione culturale proletaria, si sono masse grandi masse, che hanno combattuto i gruppi privilegiati a tutti i livelli della società civile, nel tentativo di estirpare le radici di quelle forze, che, nell'URSS, esercitano oggi lo sfruttamento. La distruzione del gruppo di Liu-schao-chi, "quartier generale delle forze che hanno imboccato la via del capitalismo" in Cina, non è stata perseguita attraverso destituzioni dall'alto e misure amministrative, ma attraverso la mobilitazione delle masse contro gruppi privilegiati nel partito, nello stato e nell'economia, e la rigenerazione dal basso degli istituti rivoluzionari.

Si legge nella "risoluzione del comitato centrale del partito comunista cinese" dell'8 agosto 1966:

"Il principale bersaglio dell'attuale movimento è costituito da coloro che nel partito sono provvisti di autorità e stanno imboccando la strada del capitalismo. Il risultato di questa grande rivoluzione culturale sarà determinato dalla capacità o meno della direzione del partito di risvegliare coraggiosamente le masse... Nella grande rivoluzione culturale sono cominciati ad emergere molti elementi nuovi; i gruppi, i comitati della rivoluzione culturale e le altre forme di organizzazione create dalle masse, in molte scuole e complessi, rappresentano qualcosa di nuovo che riveste grande importanza storica.

Questi gruppi, comitati e congressi rivoluzionari sono eccellenti forme nuove di organizzazione, che consentono alle masse di autoeducarsi, sotto la direzione del partito comunista. Costituiscono un ottimo ponte di contatto tra il nostro partito e le masse, sono organi di potere della rivoluzione culturale proletaria.

La lotta del proletariato contro le vecchie idee, la vecchia cultura, le vecchie abitudini, eredità di tutte le classi sfruttatrici che hanno dominato per migliaia di anni, prenderà necessariamente molto tempo. Perciò i gruppi, i comitati e i congressi della rivoluzione culturale non dovranno essere organizzazioni di massa temporanee, ma permanenti... Dato che la rivoluzione culturale è una rivoluzione, è inevitabile che incontri resistenza soprattutto da parte di coloro, che, provvisti di autorità si sono fatta strada insidiosamente nel partito e stanno imboccando la via del capitalismo. La resistenza viene anche dalla forza delle vecchie abitudini esistenti nella società".

Questa risoluzione serve molto bene a caratterizzare gli obbiettivi della rivoluzione culturale proletaria. Essa riconosce implicitamente che i problemi della gestione e del controllo del potere hanno oggi una grande importanza, nelle condizioni concrete della fase post-rivoluzionaria in Cina. Le soluzioni proposte sono nella linea della tradizione leninista: il partito stimola le masse all'azione, ed esercita nei loro confronti una funzione di direzione; parallelamente, si formano consigli operai ed altre associazioni di massa con lo scopo di introdurre un reale controllo operaio e popolare; a tutti i livelli questi organismi cercano di stabilire un "ponte", tra le masse e il partito stesso, che diviene infine strumento centrale delle decisioni popolari.

L'importanza storica delle indicazioni della rivoluzione culturale cinese deriva dal fatto che essa è una prima azione di massa contro l'organizzazione della società e del potere che è riuscita a prevalere nell'Unione Sovietica e nei paesi dell'Est europeo. Naturalmente, non si può negare che l'espansione di questo movimento di massa è fortemente ostacolato, da un lato dall'esistenza di un implacabile accerchiamento internazionale - opera dei paesi imperialistici e dell'Unione Sovietica - attorno alla repubblica popolare cinese; dall'altro, dalla stessa situazione cinese, che presenta i caratteri tipici di una società contadina in via di sviluppo. Il basso livello delle forze produttive e delle relazioni materiali fra gli uomini pone rilevanti problemi, in connessione con la necessità dell'accumulazione primitiva; e si deve temere che, nel corso dello sviluppo sociale ed economico della Cina, possano riproporsi e prevalere soluzioni dello stesso tipo di quelle dell'Unione Sovietica, con i loro limiti profondi.

Su questa base, tenendo presenti le enormi difficoltà dei comunisti cinesi, si devono valutare alcune delle più estreme e deboli loro formulazioni - da quelle che sembrano proporre una soluzione ai problemi della costruzione del socialismo in Cina sulla base della sola lotta "contro i residui ideologici del passato"; a quelle che sembrano ignorare che la vittoria dei socialismo richiede che le forze nemiche siano battute nel cuore dell'apparato mondiale di sfruttamento, nelle "metropoli" del mondo, e ad opera, anzitutto, delle forze che agiscono al loro interno.

L'influenza che può avere la rivoluzione culturale nei paesi dell'Europa occidentale è molto grande. Per la prima volta, dopo molti anni, sono riproposte, al livello di massa, le tesi leniniste: e nello stesso momento la Repubblica popolare cinese, sul piano internazionale, si presenta come elemento di rottura, dell'equilibrio coesistenziale tra Stati Uniti ed Unione Sovietica.

In effetti, le sollecitazioni della rivoluzione culturale proletaria cinese come quelle che nel primo dopoguerra venivano dalle iniziative di Lenin, non sempre sono profondamente recepite negli ambienti di sinistra. Richiamati dall'esistenza del nuovo centro di riferimento esterno al livello internazionale, si formano numerosi gruppi di vocazione "estremista", espressioni del ribellismo endemico della piccola borghesia, del sottoproletariato, e dei gruppi sociali che, tagliati fuori dal progresso delle forze produttive, sognano, con le mani in mano, il riscatto dallo stato di frustrazione. Questo fenomeno è un segno accessorio dell'incapacità, propria di questi gruppi sleali, di porsi come forze antagoniste rispetto alla società, nel suo sviluppo: ai margini delle contraddizioni fondamentali del sistema capitalistico moderno, essi sono spesso i detriti di vecchie forme economico-sociali.

Il fatto è che lo stesso richiamo al leninismo può finire con l'assumere un significato puramente formale, in mancanza di una analisi adeguata delle contraddizioni proprie del mondo moderno, a livello dei paesi avanzati. E' necessario perciò il recupero pieno della tradizione teorica e politica del proletariato, devastata degli ultimi decenni, e la comprensione delle "novità", che discendono dalla comparsa della pianificazione introdotta sulla onda delle esperienze sovietiche.

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Abbiamo già riconosciuto che lo sfruttamento e la lotta di classe sono tuttora vivissimi, e che le contraddizioni fra i ristretti gruppi dei detentori dei mezzi di produzione e del potere politico e le masse popolari, in primo luogo il proletariato, sono molto acute. Un pilastro fondamentale nel sistema di sfruttamento è costituito dai gruppi dominanti nella unione sovietica e nei paesi dell'est europeo e dal sistema di cui sono espressione, caratterizzato da un elevato grado di centralizzazione e dalla introduzione della pianificazione economica. Nei paesi occidentali i gruppi legati all'ala più dinamica del capitalismo, al capitale finanziario ed alle centrali statali, tentano di padroneggiare lo sviluppo impetuoso delle forze produttive e le conseguenti contraddizioni, orientandosi sempre di più verso il capitalismo di stato; in questo sforzo essi trovano la naturale alleanza delle forze della sinistra ufficiale, legate con i gruppi dominanti nell'Unione Sovietica. Si apre così una contraddizione fra il proletariato e le sue organizzazioni ufficiali. Partiti della sinistra ufficiale e sindacati diventano, da un lato i principali stimoli per la modernizzaione del sistema capitalistico, dall'altro i garanti della non pericolosità delle opposizioni.

Il sistema dominante diviene sempre più centralizzato, i vari centri della società civile si trovano sempre più dipendenti dall'organizzazione politica centrale della società. Perciò le conclusioni di Lenin - che è indispensabile, per le forze rivoluzionarie, costituire un centro di reale contropotere a livello della società politica: il partito rivoluzionario - e sono potentemente rafforzato dall'esperienza dei "nuovi" sviluppi della società moderna, piuttosto che confutate, come vorrebbe l'ala "spontaneista" del movimento operaio.

Ai nostri giorni, i gruppi rivoluzionari, le avanguardie, che si formano all'interno delle società moderne, hanno due strade aperte. La prima strada passa attraverso l'impegno attivistico nelle varie lotte particolari, la sottomissione alla spontaneità nelle lotte settoriali contro i gruppi più retrivi, nell'interesse dei "rinnovatori": essa quali che siano le intenzioni dei suoi propagandisti, conduce all'arruolamento nelle file dell'esercito dei gruppi "rinnovatori", in lotta per l'introduzione di forme più "progredite" di sfruttamento.

La seconda strada invece è quella che porta alla costruzione di una forza rivoluzionaria del proletariato, rinnovata ed indipendente: su questa strada, le varie lotte particolari diventano, oggi, l'occasione per una scuola politica in cui, da un lato, le avanguardie apprendono dalle vi