Biblioteca Multimediale Marxista
Trento 17 dicembre 1968
COMPAGNI,
I ciclostilatori, i dattilografi e le dattilografe di questo documento sentono di dover "dare alcuni consigli". Ci saranno molte parole che si leggono con difficoltà (incomprensibili), qualche riga mancante, alcune pagine al contrario. Ebbene, guardate il documento del compagno vicino: certamente quello sarà completo. La perfezione tecnica borghese copre le mistificazioni politiche; NON E’ COSA PER NOI. Graficamente può sembrare un documento come un altro. COMPAGNO, non lasciarti ingannare dalla carente creatività degli esecutori tecnico-politici; LA LORO CONTRADDIZIONE SPECIFICA E’ RISOLVIBILE SOLO ATTRAVERSO UN LAVORO COLLETTIVO.
FOGLIO DI LAVORO POLITICO.
1° dicembre 1968, TRENTO.
Mauro ROSTAGNO – Renato CURCIO
"Quel che non è politica
non riempie la vita di
un uomo oggi"
(lettera ad una professoressa).
Fuori dai denti: questo non è un documento organico, compiuto con dentro già bellefatta la teoria, la strategia, il modulo organizzativo e le indicazioni puntuali di come si fa la rivoluzione presto e bene. Per cui, se uno è in cerca di queste cose, non le cerchi qui dentro. Ne rimarrebbe profondamente frustrato. Non ce le abbiamo messe, non perché non abbiamo voluto, ma perché non ne siamo stati capaci. Non riteniamo nessuno, tra l’altro, capace di queste cose. Non può essere opera di cervelli individuali. Queste cose, o riescono a farle i movimenti collettivi saldando insieme prassi e teoria (in quanto militante collettivo e intellettuale collettivo) o non riescono affatto (e se riescono non servono a niente, salvo a riempire la già strabocchevole Biblioteca delle Buone intenzioni e delle Cocenti Sconfitte). Dunque, questo non è un documento che dà "la linea". Molto meno, vuole dare piuttosto ai compagni degli elementi di stimolo a svilupparla collettivamente, e cioè in modo organizzato, critico-pratico. Questi elementi di stimolo, inoltre, non ce li siamo inventati noi in questi giorni di quieto inverno, ma li abbiamo invece raccolti (e selezionati, naturalmente) dagli appunti di studio e discussione collettiva che il movimento ha svolto nei mesi di settembre, ottobre e novembre. Il settarismo e la parzialità del "collage", d’altra parte, non sembrano mali incurabili. L’unilateralità del foglio può essere sorpassata dalla multilaterità del movimento che lo usa. Basta volerlo.
Ancora. Dal foglio (e da chi lo ha steso) uno può farsi usare: e questo sarebbe estremamente spiacevole. Prendendolo cioè come un qualcosa su cui "schierarsi": chi è d'accordo e chi no. Ma senza metterlo in discussione, modificarlo e riorganizzarlo. Quello che è, è. Punto a capo. O ci sto o me ne vado. Atteggiamento spiacevole e rinunciatario, con cui uno si dichiara, a priori, inferiore ad un pezzo di carta. Senza metterci dentro il proprio essere, per vedere, nonostante tutto, di farlo funzionare. Molto meglio sarebbe (ed anche possibile, speriamo) "usare" il foglio. Cioè porsi nell’atteggiamento secondo cui la forza in ultima istanza decisiva è l’uomo (la sua dimensione vitale, critico-pratica). Usare il foglio vuol dire partire da ciò che sta scritto per andarvi oltre, passando dallo schematico al complesso, dal suggerimento alla proposta. Vuol dire sviluppare un atteggiamento creativo, che non si fa definire dalle cose, ma concorre a determinarle. La preoccupazione di fondo – che temiamo di non essere riusciti a rispettare – è stata quella di "servire il movimento" con un foglio anti-autoritario. E ci è sembrato che un modo autoritario fosse quello della sistematicità. Dare cioè un qualcosa di già ‘organizzato’ concluso su se stesso. E allora abbiamo scelto la strada dei ‘frammenti’ delle ‘note’ del ‘materiale grezzo’ buttati già in modo da stimolare i compagni a coordinarli, provocarli ad una sintesi in prima persona. Siamo convinti che il movimento, i compagni siano una polveriera gigantesca di umanità teorica e pratica inespressa. Il punto è agire in modo da non buttare acqua sulle polveri. Il terrore di farlo – al di là della nostra volontà – ha contribuito non poco a rendere tormentosa la stesura di questi pezzi di carta. Tuttavia, abbiamo valutato che i rischi inerenti a stendere un foglio con questa metodologia e in questo modo fossero inferiori alla utilità che i compagni ne possono far sortire, se lo vogliono. Il resto è consegnato alla nostra militanza nel movimento. Abbiamo letto Huey Newton: "Dobbiamo impegnarci nell’azione perché la gente legga ciò che scriviamo" e "Il solo modo con cui possiamo educare il popolo è di dare l’esempio. Pensiamo che questo sia indispensabile" e ancora "Guai alla penna senza fucile, guai al fucile senza la penna". Se il foglio esprime oltretutto la miseria politica economica e sessuale dei compagni che l’hanno steso, la critica teorica e pratica dei compagni del movimento che da esso può svilupparsi per superarlo è il modo migliore per emanciparci dai limiti umani in cui siamo racchiusi, e l’educazione necessaria che ci deve essere impartita.
(+) Sulla lunghezza. Non è una questione di quantità. Mettere 500 problemi in 5 pagine non sarebbe stato serio (tenendo conto della nostra scarsa capacità sintetica). E avremmo fatto solo la lista della lavandaia. Così è venuto fuori di molte pagine. Pazienza. (Se abbiamo detto in 50 righe quello che si poteva dire in 5, questo speriamo che sia un vizio di cui riusciremo a scrollarci tramite la critica dei compagni e l’autocritica che speriamo di riuscire a farci).
NOTE SULLO SVILUPPO DEL MOVIMENTO (dal gennaio all’ottobre)
l. Il modo di produzione metropolitano (tardo-capitalista) è antagonistico. Vale a dire, riproduce continuamente al suo interno contraddizioni sempre più estese e sempre più intense. Il sistema politico metropolitano, che su tale base si erige, (combinazione gerarchizzata di istituzioni), è caratterizzato dallo sforzo sempre più dispotico, sempre più irresponsabile di controllare, di canalizzare, ridurre, manipolare, reprimere le tensioni ed i conflitti sociali che insorgono nei nodi strutturali del sistema (indotti dallo aumento quantitativo e qualitativo delle stesse).
2. Il modo di produzione metropolitano è generalizzato. Vale a dire, è penetrato in ogni dimensione dell'attività umana, tendenzialmente riproducendola a sua immagine e somiglianza. (Tendenzialmente: cioè, esistono ancora larghi spazi di arretratezza e di disomogeneità. La loro caratteristica però è di essere funzionalizzate al livello più alto di subordinazione e mercificazione. Es. il Sud rispetto al Nord, la scuola rispetto alla grande fabbrica, etc). (L'arretratezza non è estranea al sistema, è un modo di vita del sistema, una sua forma di riproduzione)
3. La generalizzazione del modo di produzione metropolitano è anche allo stesso tempo la generalizzazione dell’antagonismo (a strati crescenti e diversificati della popolazione. E, dunque anche la generalizzazione del controllo dispotico delle istituzioni sociali (sistema politico). Alla natura alienante del modo di produzione corrisponde la natura autoritaria del sistema politico. (Autoritarismo = autorità priva di senso, irresponsabile). In questa totalità concreata siamo inseriti fino al midollo.
4. La varietà estremamente differenziata delle produzioni particolari entro l'omogeneità generale del modo di riproduzione (qui per produzione si intende produzione sociale dell'individuo sociale, la complessità delle diverse sfere dell'attività umana) non va assolutamente dimenticata. Il concetto generale di istituzione - d’altra parte - non deve assolutamente far dimenticare le diverse determinazioni di ogni istituzione particolare, la particolare funzione che essa svolge all'interno il sistema complessivo (di produzione e di controllo sociale),
5. La contraddizione generale – dunque - che si riproduce a livello del sistema complessivo assume connotazione e densità del tutto particolari a seconda dello strato sociale che investe, del tipo particolare di produzione da cui insorge, dell'istituzione specifica entro cui si articola. (Es. La rivolta universitaria, quella degli studenti medi, degli operai di fabbrica, dei tecnici, etc. etc. possono certo essere sussunte entro la categoria generale di lotte sociali ed interpretate unitariamente in una dimensione anti-capitalista, ma tale processo di unificazione non deve smarrire le differenze quantitative e qualitative che esistono tra le lotte diverse di strati differenti, ed entro uno stesso strato sociale).
6. L’ampiezza e l’intensità crescente della contraddizione generale del sistema metropolitano trovano – oggi – nella istituzione scolastica e nella popolazione studentesca rispettivamente l’anello debole della catena delle istituzioni e il gruppo sociale più mobilitabile in direzione sovversiva. Questo è il ‘dato di fatto’ rilevabile anche da una analisi anche superficiale delle lotte sociali nella metropoli dell’anno 67/68. (I 6 punti precedenti hanno il solo significato precauzionale di non mescolare politicamente i due concetti di ‘lotta sociale’ e di ‘rivolta studentesca’). (L’ultima è solo parte della prima, anche se dall’anno scorso vi svolge un ruolo di stimolo e di indicazione rilevante) (e di ricordare ai compagni che un sistema può considerarsi completamente ucciso, quando la crisi è appunto complessiva: i dominanti non possono più continuare a dominare in quel modo determinato, e i dominati non lo sopportano più. Non è questo il caso, ma piuttosto quello di una crisi solo parziale, anche se estendibile). (La situazione non è rivoluzionaria). (L’analisi delle lotte sociali dell’anno scorso viene qui scontata. Si assume che i compagni ricordino il ruolo che vi ha svolto la rivolta studentesca, almeno in Italia? Germania, Francia? Messico). Vedi Reiser, Ferraris, Convegno di Venezia, Montly Review.
7. Per quali cause strutturali e sovrastrutturali, per quali motivazioni oggettive o soggettive l’istituzione scolastica e la popolazione studentesca si trovino oggi a giocare un ruolo essenziale nel corpo complesso delle lotte sociali anti-capitaliste nella metropoli, è stato e continuerà ad essere oggetto di indagine scientifica e politica. Qui si rende però necessario il rimando a testi già scritti, a ricerche già fatte, senza pretendere ad un riassunto elencativo e sviante. (I due volumi di Laterza e Marsilio sulla rivolta universitaria cogli ultimi 4 fascicoli di Quaderni Piacentini, sono forse i passaggi obbligati per una ricerca su questo punto). Il ‘perché’ della rivolta anche se necessario alla nostra coscienza individuale e collettiva è senz’altro meno urgente del ‘come’ la rivolta stessa si sia sviluppata. (A questo proposito, per un panorama nazionale delle posizioni politiche e per la dinamica delle problematiche, cfr. Il lungo saggio di Marco Boato apparso sugli ultimi 3 numeri di ‘Questitalia".
8. L’aumento quantitativo e qualitativo della contraddizione generale si esprime in una crisi radicale nel solo istituto scolastico. Gli ultimi mesi del ’67 (e poi per tutti il primo semestre del ’68) vedono un salto ‘politico’ collettivo della popolazione scolastica (in particolare universitaria, delle facoltà umanistiche, al Nord del Paese). Lo studente scopre il proprio disagio personale come una particella di un disagio più ampio, collettivo e al limite sociale. E collettivizza il disagio come problema da risolvere collettivamente in prima persona. La saldatura del singolo studente alla massa dei compagni si accompagna la saldatura di una analisi puntuale con una prassi trasformativa. Si forma l’embrione dell’intellettuale collettivo-militante collettivo, base materiale per la riapertura di un processo rivoluzionario anche nella metropoli. (Globalizzazione delle lotte internazionali d’emancipazione dell’uomo).
9. L’analisi smaschera l’istituzione. La scuola appare per ciò che è: un istituto di classe che riproduce il sistema generale di sfruttamento attraverso meccanismi determinati di a) selezione e di b) manipolazione. Il modo generale di funzionamento dell’istituzione viene puntualizzato: autoritarismo (accademico). La scuola serve fondamentalmente al sistema non insegnandoci a pensare criticamente, ma anzi, insegnandoci ad obbedire oggi per poter efficacemente comandare domani. Ma "il re viene messo nudo" veramente solo quando l’analisi si accoppia colla lotta di classe. E’ la dimensione critico-pratica e quella sola che colloca il movimento come qualcosa di ‘politico’". I faraoni della cattedra vengono sbeffeggiati in aula, impallidiscono, non sanno reagire né sul piano scientifico né su quello politico. Si coprono le svelate nudità e scappano via mostrando il culetto. Si occupano le università quasi contemporaneamente e quasi dappertutto. E si scopre un po’ di flusso vitale: si ride insieme, si inventano corsi, si scrive sui muri (anche se i muri di maggio ci faranno scoprire la nostra scarsa fantasia e la pigrizia della nostra emancipazione, ci mostreranno in concreto quanto lunga sia ancora la nostra strada per restituire l’uomo a se stesso come individuo sociale fisicamente ricco, sessualmente maturo, spiritualmente creativo). In quelle aule, beninteso, si fa anche "politica" (in senso restrittivo): si studia, si analizza, si tengono convegni, si elaborano proposte, si accenna timidamente ad "uscire sulla città". Nasce il mostro del ’68. Il Movimento Studentesco come movimento politico di massa.
10. Per arrivare al "mostro" si erano rese necessarie, tuttavia delle operazioni preliminari. Tra tutte, la più importante è stata quella di liberarci degli Organismi Rappresentativi. "Rifiuto della delega". Basta colle elezioni dove tutti votano alcuni a fare politica in nome di tutti. E cioè sopra la testa di tutti e dietro le spalle di tutti e dunque contro tutti. Il "rifiuto della delega", tuttavia, esprimeva un programma politico ben più grande e radicale, anche se in nuce. Ed è stato sviluppato. Si è andati oltre, verso i partiti ed il parlamento (erano i tempi della legge Gui, la famigerata 2314). E si è deciso di non delegarli (in quanto legali rappresentanti del popolo?) a rivolgerci i nostri problemi. Solo lo sviluppo conseguente della lotta di massa contro la scuola lo avrebbe potuto in termini per noi soddisfacenti. Insomma, rifiuto della delega incominciava a voler dire "politica militante" in prima persona con controllo collettivo di quello che si pensa, di quello che si fa, delle conseguenze che ne scaturiscono! Da questa tematica politica viene fuori una forma organizzativa nuova: "L’Assemblea Generale decisionale" (tutto il potere all’assemblea) come forma collettiva critico-pratica. Bastano però poche ‘assemblee’ perché ci si accorga che qualcosa non funziona. (Oggi diciamo che le assemblee generali sono repressive e non emancipatorie). A parlare sono in pochi e sono sempre quelli, i "leaders". Gli altri terrorizzati e intimiditi, annotano o si addormentano o se ne vanno. Si sentono passivi, manipolati. Ed è vero. Si propongono allora le strutture di lavoro (le commissioni). Piccoli gruppi strutturati per ‘interessi’ (Medi, Fabbriche, studenti lavoratori ... verso l’esterno) (figura sociale del sociologo, autoritarismo, sessualità e repressione ... verso l’interno). Alcuni si disinibiscono, incominciano ad intervenire, si assumono responsabilità politica in prima persona. Ma ogni volta che si ritorna in assemblea si ripete la storia di sempre, anzi la "leadership" si concentra, nasce il leader carismatico. Non solo. Nelle stesse commissioni, la faccenda è ben lungi dall’essere risolta. Molti ascoltano e tacciono. Altri vanno e vengono sfiduciati. E si scopre allora a) la dimensione interiore della repressione (quella che viene prima di ogni commissione ed assemblea, e ha radici profonde, nell’infanzia, nelle turbe adolescenziali, nella famiglia, rafforzata e ratificata dalle istituzioni sociali, la chiesa i partiti la stampa la scuola elementare e media superiore e i gruppi amicali etc. ...) b) il processo di lunga durata per l’emancipazione (tra la affermazione "rifiuto della delega" e la realizzazione "delega abolita" ci sta un faticoso itinerario di lotta contro le istituzioni sociali e contro noi stessi come loro prodotti, processo che non può essere individualistico e psicologistico, ma solo collettivo e politico) c) che la politica deve essere distrutta, cioè ridefinita. (Si scoprono le dimensioni restrittive del "far politica" come separazione tra vita pubblica e vita privata, tra dimensione esteriore e dimensione interiore dell’essere sociale; e le fa saltare. "Far politica" diventa distruggere ciò che gli altri, le istituzioni, ci avevano detto che la politica fosse. E si parla collettivamente della propria ragazza, del lago, di oligopolio, della mamma, Guevara, ciho pochi soldi, uffachebarba, status e ruoli, andiamo a sentire l’erba che cresce ...) E comunque non basta, non si può essere soddisfatti.
11. All’inizio – (ma c’è un "prima ancora" di cui non si è accennato) – dunque è stato "Poter Studentesco", la lotta di massa contro l’istituzione scolastica, la popolazione scolastica scatenata contro l’autoritarismo accademico. Qualcuno scriveva sul frontespizio dell’università "non vale la pena di trovare un posto in questa società, ma di creare una società in cui valga la pena di trovare un posto!" Qualcun altro dentro le aule "non vogliamo mangiare alla vostra tavola, vogliamo rovesciarla". Ma la natura del movimento rimane, in fondo, scolastica, studentesca. La società, il* mostro istituzionale, rimane sullo sfondo. La logica di sviluppo è induttiva, legata al disagio reale. (per inciso, questo termine è scorretto. Era il disagio immediato quello da cui si partiva. Il disagio reale, quello causato dal complesso istituzionale, sarebbe stato recuperato evoluzionisticamente e in modo concreto attraverso tutta una serie di passaggi da effettuare. Per intanto di partiva da quello immediato, dal malessere verso il professore, contro l’autoritarismo accademico. Per 70 giorni si rimase chiusi in università, occupandola e funzionando a suon di commissioni e di assemblee generali (salvo poche eccezioni) (Medi – ma era un restare nelle scuole - ) (Fabbriche – ma non collegata alle lotte studentesche).
12. La natura studentesca del movimento alle sue prime fasi si esprimeva dunque nello slogan "POTERE STUDENTESCO". Il suo schema di politicizzazione era riassunto nella logica induttiva a partire dal disagio immediato, dalla lotta contro il professore autoritario fino alla lotta contro Johnson, ultimo anello di una catena di deleghe. Il suo rapporto teoria-prassi era riassunto in "primiero la lucha y la consciencia después" (prima la lotta, la coscienza dopo). Il suo schema organizzativo pretendeva di raggruppare tutti gli studenti e di esprimere le esigenze immediate. La lotta di classe contro la scuola era concentrata sulla seminarizzazione dei corsi e sulla distruzione degli esami individuali. (Tutto quanto si va dicendo è evidentemente uno schema forzato della complessità degli avvenimenti) (e come è ovvio la struttura della coscienza dei compagni era piuttosto differenziata rispetto a quanto si va riassumendo, alcuni più avanti altri più indietro, per intenderci). L’aspetto positivo è stato che la politicizzazione è sostanzialmente riuscita, almeno per un buon gruppo di compagni. L’aspetto negativo è stato quello della chiusura a riccio sulla scuola, nella limitazione dell’azione politica al tessuto scolastico. (Un breve accenno deve essere fatto, circa la positività dei 70 giorni d’occupazione insieme. Prima dell’occupazione esistevano molte persone "sparse" e tre "sette": i "cattolici" i "comunisti" e gli "psiuppini". Non esistevano tra i gruppi comunicazioni di tipo alcuno, salvo quelle politiche in senso restrittivo, e dunque in termini di scontro. Per il resto, circolavano i succedanei della comunicazione umana, e cioè, le dicerie, le presupposizioni, etc. che rinforzavano il carattere di setta, distinguendo in modo manicheo tra i "buoni dentro" e i "cattivi fuori". Bene i 70 giorni ci sono serviti a far saltare queste porcate. Ci si è scoperti reciprocamente come esseri umani, pieni di nuovi bisogni radicali e di vecchie putride necessità. Ma almeno le riserve mentali sono state messe nell’immondezzaio. E abbiamo cercato di guardarci per quello che eravamo. Con difficoltà e fatica, attraverso i mesi seguenti, il processo è stato sviluppato. Oggi non ne siamo del tutto liberi, ma parliamo di quelle cose come uno stadio ormai superato. Almeno una cosa: nel Movimento a Trento non esistono gruppetti precostituiti su base ideologica del tipo "tradizionale". E non è poco. Un piccolo frutto della rivoluzione culturale metropolitana.
13. A far "saltare" Potere Studentesco ha contribuito, non poco, la repressione. Essa ne ha evidenziato i limiti più gravi, ne ha messo a fuoco le ingenuità più smaccate, sollecitando così un processo autocritico di revisione teorico-pratica. Là dove tale processo è stato gestito politicamente in modo corretto (evitando l’opportunismo e l’Avventurismo), il movimento ne è venuto fuori ‘riqualificato’, teoricamente più ricco, praticamente più incisivo. A parte le specificità trentine, lo schema generale della repressione e della sua "funzione positiva" può essere così delineato:
A. Lo studente non accetta più di studiare e basta. Si pone delle domande radicali (perché studio? Per chi? Come mai io posso studiare e la maggioranza degli uomini no? Cosa mi serve questo tipo di studio? A chi serve? Etc.), ad esse si risponde con un’analisi radicale della istituzione scolastica (selettiva, manipolativa, autoritaria) e lotta per abolire le cose più deteriori che gli sono apparse, a questo livello, è lo stadio di Potere Studentesco e della lotta di massa contro la scuola.
B. A questo punto entrano in azione i meccanismi sociali di repressione (le istituzioni). Polizia e Magistratura da una parte, ma Stampa, Famiglia, Chiesa etc. dall’altra. Accettano l’analisi (diranno: le cose che dite e volete sono buone, il metodo per realizzarle no), accettano la lotterella riformistica (il "gattopardo": cambiare tutto perché niente cambi, ovvero: chiedete secondo le regole e secondo le regole vi sarà dato), quello che non possono accettare e neppure sopportare è appunto la novità radicale del movimento il suo aver saputo saldare l’analisi alla lotta sviluppando una dimensione attiva, critico-pratica, che non si appaga delle briciole ma vuole andare fino in fondo alle cose.
C. Lo studente (come collettivo in lotta ‘per una causa giusta’) scopre sulla sua pelle tutta la baracca: l’ingiustizia strettamente collegata di tutto l’apparato. Scopre la società come "mobilitazione generale" contro lo studente. A difesa dell’istituzione scolastica insorgono tutte le altre istituzioni (sia quelle di controllo, sia quelle di violenza, e tute con lo stesso fine: stroncare il nesso critico-pratico, separare l’analisi dall’azione, far rifluire la lotta dentro i canali istituzionali, muovere tutto perché non si muova niente). La ricerca delle ‘alleanze necessarie’ fallisce miseramente (sindacati e partiti sono esattamente come tutti gli altri, in più ti dicono che sono d’accordo con te ... se non fai troppo casino, se rinuncia trasformare le cose che pensi in azioni militanti e si smaschera anche la natura repressiva del revisionismo).
D. A questo punto, le alternative sono due. O accetti la repressione gratificante (la riformetta, la miniriforma etc.) e ti quieti, oppure vai avanti fino in fondo. Ma a questo punto per farlo occorre ristrutturare tutto sulla base di un principio: ‘contare solo sulle proprie forze?.
E cioè il movimento deve fare il ‘salto’. Per poter portare avanti la lotta contro l’istituzione scolastica deve lottare contemporaneamente contro le istituzioni societarie che impediscono lo sviluppo di tale lotta. Bisogna rompere il feticcio della limitazione al terreno scolastico. Da ‘Potere Studentesco’ il M. deve diventare ‘Movimento Studentesco Antiautoritario’. Impostare la ‘lunga marcia attraverso e contro le istituzioni’. E per impostarla deve rendersi conto del vuoto, no! Del pieno cattivo che ha attorno a sé (creato dal revisionismo): non esiste una teoria rivoluzionaria nella metropoli. Occorre ‘rendere rivoluzionari i rivoluzionari per rendere rivoluzionarie le masse’ (RRRpRRM) ...
14 (Sulla repressione). La natura ‘chiusa’’ cioè conservatrice-reazionaria del sistema, è data proprio dall’immediatezza e prossimità della reazione repressiva a qualunque movimento di emancipazione insorga nel tessuto sociale. L’illimitata (o quasi) tolleranza pura del sistema verso ‘ciò che si dice’ ha il suo rovescio simmetrico/complementare nell’intolleranza immediata al ‘ciò che si fa’. L’articolazione della repressione è sempre composita: marcia cioè su molti fronti e dispone di modulazioni differenti. In generale combina l’uso simmetrico di istituzioni di controllo manipolativo (istituzioni di ‘Ragione’) con istituzioni di controllo coercitivo (istituzioni di ‘Terrore’). (Il Terrore viene in soccorso alla Ragione quando questa non basta, il Terrore del manganello, della denuncia, del mandato di cattura è maritato alla Ragione della carota, della pazienza, della terra promessa). La superfluità del dominio, la sua illegittimità sostanziale è visibile inoltre attraverso il nesso ‘spropositato’ che si instaura tra lo stimolo e la risposta. (Es.: bruci un simulacro di auditorium in piazza e ti denunciano per incendio pericoloso. Dici ‘stupido’ ad un professore stupido e ti denunciano per interruzione di atto pubblico. Entri in un edificio pubblico sfondando la porta e ti denunciano per associazione a delinquere, etc ...). C’è qualcosa di neurotico, di psicolabile in tale mancanza di proporzione. (Tenendo conto che a un criminale di stato che passa il suo tempo a raccontare fandonie, impoverire la gente, far guerre senza dichiararle etc. .. come Johnson il peggio che può capitare è di ‘cambiare mestiere’). Il rischio del movimento verso la repressione è di deviare verso forme opportunistiche (farsi paralizzare dalla possibilità del suo scatenamento) o avventuristiche (non tenerne conto nella maniera dovuta e lasciarci le penne senza possibilità, di ritirata). Un altro rischio è di tenere eccessivo conto della repressione manifesta e di sottovalutare quella latente (quotidianamente praticata in maniera sottile attraverso forme di persuasione e ricatto economico-affettivo, ad esempio da istituzioni come la famiglia, etc...). Un terzo tipo di rischio è quello di considerare repressione solo quella violenta (Terrore: Polizia, Esercito, Magistratura) e non quella manipolativa (Ragione) (il cosiddetto riformismo, ad es., il quale invece è altrettanto repressivo proprio perché punta allo stesso fine: l’abolizione delle forme antagonistiche di pensiero-azione. Muta la modalità di abolizione non la sostanza).
15. La prima fase di Potere Studentesco (i 70 giorni di occupazione) è schematizzabile in questo modo:
A. Successo interno (sul terreno scolastico) parziale
B. Sconfitta esterna (sul terreno sociale) radicale
A. Si poteva contare sul fatto che mentre noi eravamo rimasti fermi verso l’esterno, gli altri si erano mossi, riuscendo nella manovra di rendere incomprensibile la natura della rivolta, di incapsularla dentro la scuola, di isolarla rispetto al contesto. La città stava anzi attuando una reazione all’occupazione (che un medico descriverebbe come ‘rigetto di un organo esterno trapiantato’).
A e B sono interpretabili nel senso di ‘manovra repressiva riuscita’ (vedi nota 14) e di ‘incapacità del movimento a sviluppare una linea di massa. (Le due cose sono – evidentemente – correlate).
16. La seconda fase di Potere Studentesco (dalla fine dell’occupazione alla fine dell’anno accademico) presenta caratteri di schizofrenia: il movimento, si spacca radicalmente in due tronconi autonomi, che proseguono la lotta su terreni distinti, senza alcuna o quasi comunicazione interna efficace. Una fetta di quadri dell’occupazione si proietta all’esterno della scuola e si occupa ormai quasi esclusivamente delle lotte operaie. L’altra fetta rimane dentro l’Università a gestire politicamente i risultati conseguiti formalmente a fine-occupazione. Il mercoledì liberato dai gravami didattici (lo spazio strutturato) si risolve, salvo rare eccezioni (Assemblea operaia Italcementi, dibattito con Ferraris-Sclavi ...) in stanche assemblee fiume che si vanno man mano assottigliando per mancanza oggettiva di un interno significato politico. Le grosse cose realizzate sul terreno esterno (delle lotte operaie) non mutano il severo bilancio politico che si deve tracciare di quel periodo. Accenniamo a 4 punti.
A. Si produca il quadro specializzato (quello che sa di scuola e basta) (quello che sa di fabbrica e basta). La gestione politica unitaria del movimento complessivo non esiste. La speciosa distinzione tra ‘interno’ e ‘esterno’ - che qui usiamo in senso provocatorio – corrispondeva allora ad una separazione reale. (L’andare tutti al picchettaggio non risolve certo il problema) (Né il ritornare tutti in Università a contestare gli esami).
B. Sul terreno sociale la scarsa chiarezza teorica sulla natura complessiva del movimento e sulla sua dinamica interna si traduce in un atteggiamento populistico verso le masse. La metodologia della politicizzazione universitaria viene ‘riportata’ sugli operai. Si parlerà anche qui di ‘logica induttiva’ ‘partire dal disagio immediato’. La linea di massa è in realtà ‘adorare le masse’ (simmetrico dell’isolamento in cui ci eravamo rinchiusi). La linea politica viene stabilita a partire dai bisogni delle masse, senza distinguere tra bisogni immediati e bisogni reali, tra bisogni corretti e bisogni scorretti. La lotta operaia è vista come ‘lotta interna di fabbrica’ (corrispondente alla lotta interna alla scuola). Si cerca di creare una organizzazione operaia autonoma, dal basso: reparto per reparto. La parola d’ordine ‘potere operaio’ va di pari asso con ‘creare comitati di fabbrica’. (Non si vede nell’operaio l’uomo concreto, le 24 ore di vita vengono ridotte arbitrariamente alle 8 di fabbrica, si identifica l’attività speciale coll’esistenza complessiva: più o meno come si era fatto per lo studente). Un attivismo sfrenato che logora i quadri e impedisce loro di pensare, presi tra una manifestazione e l’altra, tra un picchetto e l’altro, caratterizza l’attività esterna di quella fase. La bandiera rossa (senza simboli) e il distintivo di Mao sono le caratteristiche principali ‘visibili’ del movimento (Per inciso, sia la bandiera rossa che il Mao hanno un’ottima accoglienza a livello operaio. Le titubanze spariscono in fretta. Tutte le manifestazioni, e se ne sono fatte molte, finiscono con gli operai coperti di bandiere rosse e di Mao, che ci strappavano letteralmente di dosso). Inoltre, nel rapporto con gli operai ci si definisce come ‘studenti’ e basta. La lotta contro la scuola dei mesi precedenti ed il maggio francese sembravano esimerci da ogni ulteriore chiarificazione. La collocazione sociale – studente – non veniva distinta da una organizzazione politica definita – il MS -. Inoltre il MS sembrava ‘rappresentare’ ‘tutti gli studenti’).
C. Atteggiamento ambiguo verso il MO. La critica al riformismo e al revisionismo, praticata verbalmente, non era assolutamente collegata ad una pratica (personale e sociale) conseguente. Si denunciava il partito restando nel partito. Si dichiarava la radicale differenza politica tra partito e movimento, militando poi in entrambi. (E’ stato solo dopo i fatti cecoslovacchi, e partendo dal dibattito sviluppato su di essi, che si sono visti i 4 ‘fatti’ del ’68 come una cosa unica (cioè: l’offensiva vincente del popolo vietnamita organizzato in guerra di popolo, il maggio francese, lo sviluppo, internazionale del MS, la Cecoslovacchia come putrescenza generale del revisionismo rinascita generale della globalizzazione della lotta offensiva rivoluzionaria). E da questa ‘cosa unica? Si è risaliti all’incompatibilità politica – oggi – di una militanza attiva nel movimento e nei partiti. Con fatica, tormentosamente, ci si è staccati a poco a poco dalla Grande Mamma). Inoltre: si è distinto (giustamente fra partiti e sindacati. E verso questi ultimi si sono coltivate speranze ambigue. Si parlava di ‘uso operaio del sindacato’. Lo slogan del ’68 ‘studenti e operai uniti nella lotta’ veniva fuori da una base politica confusa, da un rapporto coi sindacati al continuo limite tra tattica e tatticismo. La corretta preoccupazione di evitare il verbalismo pseudo-rivoluzionario (l’attacco ideologico frontale ‘puro’ all’organizzazione sindacale) si trasformava talvolta nell’inibizione politica alla critica puntuale, dimostrabile, fondata.
D. Il vuoto teorico (che in realtà è ‘pieno cattivo’) sulle prospettive generale si traduceva un’incapacità autocritica. Alla fine di ogni azione si ripartiva su una azione successiva, senza fermarsi a ‘correggere il tiro’. Mancava la discussione collettiva sui limiti delle azioni svolte, sul coordinamento fra le varie attività, etc. ...
Più in generale, la linea politica di potere studentesco non veniva riconsiderata alla radice. E ciò che poteva essere stato buono per un giorno rischiava di diventare verità universale immodificabile. Tutto questo produceva nei quadri uno stato depressivo accentuato, una insoddisfazione collettiva irrisolta. La nausea dell’attivismo ha portato alla necessità quasi biologica di mangiare libri insieme. Sono cominciati allora i seminari teorici dell’estate.
17. Nel giugno ’68 (con una metodologia scorretta) 3 compagni (Mauro Rostagno, Paolo Sorbi, Elena Medi) elaborano un foglio di lavoro che poi viene diffuso poco e male (100 copie circa) ai quadri. Il foglio non viene discusso collettivamente e da molti neppure letto. Resta così inutile e inutilizzato. Lo riportiamo qui sopprimendo 21 righe, in quanto lo riteniamo utile oggi all’autocoscienza critica del MS attuale.
Avviso: le cose vecchie e sbagliate del foglio (uso operai del sindacato, tutta la parte "proposte di strutturazione" e "strategia e tattica") sono lasciate intatte, proprio per aprire lo spiraglio alla ricostruzione storica del MS stesso. Le righe soppresse riguardano frasi non coerenti con l’insieme del documento, o eccessivamente affrettate.
NOTA: è bene non saltare la lettura di questo "foglio nel foglio", specie per i quadri ‘vecchi’.
FOGLIO DI LAVORO GIUGNO ’68 – TRACCIA DI DOCUMENTO SULLA SITUAZIONE
E PROSPETTIVE DEL MS
(Questa traccia è la registrazione di un discorso orale riassuntivo che si riferisce alle discussioni avvenute nei precedenti mercoledì, è un documento interno e non ha nessuna pretesa di completezza e di organicità).
I PUNTO. Le lotte sociali in Europa nel quadro delle lotte generalizzate del terzo mondo.
Si parte dall’Atlantico, fino all’altra parte: lotte in Portogallo, in Spagna, in Francia, in Germania, in Inghilterra, in Olanda, in Italia, nei Paesi Scandinavi, in tutto il continente, e poi anche la Jugoslavia, la Polonia, la Cecoslovacchia, ecc. C’è quindi un clima molto teso di lotte sociali. Queste lotte sociali si inseriscono in un clima di contestazione internazionale, che viene portato avanti dalle ribellioni molto estese che ci sono per esempio oggi anche in molte Università dell’America Latina, o dalle lotte di guerriglia nell’Africa nera o dalle lotte di liberazione nazionale dell’Asia. La punta massima di questa contestazione pratica è nel Vietnam, il luogo cioè dove tutto il sistema capitalistico occidentale, nella sua specie più sublimata, cioè nel punto più alto della sua tecnologia più potente (americana) viene posto in crisi dall’organizzazione dell’uomo. Quindi il Vietnam è importante perché è la dimostrazione pratica di come l’organizzazione politica umana possa sconfiggere qualunque tipo di apparato tecnologico. Ma in questo clima di lotte del terzo mondo c’è il fatto nuovo costituito dalle lotte europee. Quindi le lotte sociali in Europa spostano il discorso (di qualche anno fa) dell’accerchiamento della campagna intorno alla città, ad un livello nuovo: non esiste più un capitale avanzato e uno arretrato, una lotta autentica rivoluzionaria in quei paesi con noi come retroguardia, non c’è più un’Europa che è un’isola di pace nel mare della tempesta mondiale, ma c’è anche in Europa la ripresa di una lotta rivoluzionaria. Dalle lotte sociali dunque viene fuori un quadro molto aperto di dinamica e di scontro sociale, e proprio in un momento di intenso sviluppo capitalistico: cioè quello che è rilevante è che questa dinamica e questo scontro vengono fuori non mentre il capitalismo è in crisi, ma mentre è in sviluppo economicamente. C’è una grossa disponibilità di lotta, in tutti gli strati sociali. Questo addirittura potrebbe essere lo slogan: guardando lo spazio sociale attorno, quello che si nota è che la lotta è la regola, e non l’eccezione, cioè non c’è più la tranquillità sociale e le lotte come eccezione, come poteva essere a novembre e a dicembre, quando dicevamo: c’è Capo Rizzuto, c’è Cutro, ci sono gli attrezzisti dell’Olivetti, se oggi scorriamo le pagine dei giornali vediamo che c’è un mare di lotte che vanno dalla Sicilia fino alla Valle d’Aosta. Lotte che chiamiamo lotte sociali: perché non sono solo lotte operaie, ma sono lotte di massa, di tiro nuovo usiamo cioè un concetto di tipo nuovo. Non sono lotte socialiste, ma lotte sociali, non esprimono cioè una carica rivoluzionaria intensa già realizzata ed organizzata: per cui non lotte socialiste, ma lotte sociali. E lotte sociali in un duplice senso. Che non sono solo lotte della classe operaia, ma anche degli studenti, del contadino e anche di strati tecnici, etc.: lotte cioè che investono tutto il tessuto sociale. Viviamo dunque la crisi del Capitalismo; che non è crisi economica ma crisi politica, e proprio al più alto livello di sviluppo economico. (Altro esempio: la contestazione nera dei ghetti neri dell’America, ma anche la contestazione bianca degli studenti nell’America). Ai più alti livello dello sviluppo tecnologico e nel momento di intenso sviluppo capitalistico c’è una crisi politica verticale di tutta la società. Viviamo cioè in un momento in cui il sistema sociale conosce due cose: la crisi della legittimità delle istituzioni da una parte e il vuoto di consenso che si crea attorno alla centralizzazione del potere politico dall’altra. Davanti a questa crisi politica del capitalismo qual è la reazione? La reazione è di tipo amministrativo, cioè una reazione repressiva che fa uso dello strumento della polizia o della magistratura o delle riforme, ma la reazione del capitalismo alla crisi del capitalismo aperta dalle lotte sociali è una reazione che non risolve le radici della crisi. Es.: la Francia: essa pone semplicemente in crisi il sistema capitalistico, ora, questa crisi può venire riassorbita, cioè l’enorme spallata che studenti e operai hanno dato al regime gollista lo fa barcollare e vacillare, questo può rimanere in piedi, può recuperare la lotta studentesca e operaia, può rimanere un regime capitalistico più autoritario e più repressivo di prima, ma rimane infinitamente meno solido, anche se in apparenza è formidabile, perché non c’è mai la soluzione di quelle cause che sono alla base della crisi stessa. Questa incapacità del sistema di sviluppare strumenti che riescono a recuperare e a risolvere le origini e le cause che generano la crisi è dimostrato ovunque. Se dunque anche le lotte esplodono, e poi rifluiscono e vengono piegate dal nemico di classe, esse si riproducono, si estendono e si accumulano.
Es.: sono partite le lotte in Cecoslovacchia, si sono estese in Spagna, si sono ributtate in Germania e sono passate in Italia, sono andate avanti per dei mesi e poi sono esplose violentemente in Francia. Estensione quasi endemica, accumulazione delle lotte, trascendenza.
Se poi si fa l’analisi interna delle lotte si vede che per esempio – parte la lotta studentesca, poi si estende allo strato operaio, poi arriva a coprire i tecnici, poi i contadini, poi anche strati di cittadinanza quasi burocratici. Quindi, da paese a paese, e – dentro ogni paese – di uno strato sociale a tanti strati sociali.
(+) NOTA: il livello politico delle lotte è tuttavia molto differenziato da strato a strato. Non è un pasticcio generale in cui tutto è uguale.
II PUNTO. Il nuovo tipo di lotta che si è creato svela un tipo nuovo di sistema sociale, cioè noi abbiamo scoperto che il capitalismo, l’imperialismo sono concetti storici prima delle realtà storiche (scoperte ed elaborazioni di questi ultimi mesi): cioè non c’è un’analisi una volta per tutte data dell’imperialismo e del capitalismo, ma abbiamo fasi nuove, storiche del capitalismo e dell’imperialismo. Oggi viviamo in una fase determinata, specifica: una fase tale di riorganizzazione capitalistica – per es. su scala internazionale – che, unificato il mercato mondiale imperialistico, oggi decide di assegnare agli Usa il controllo dei mezzi di produzione, e all’Europa fondamentalmente la produzione dei beni di consumo. Questo provoca dei grossi conflitti inter-imperialistici e un riassetto entro l’Europa di tutti i livelli produttivi dei paesi stessi. Si hanno perciò due processi: di centralizzazione e concentrazione del capitale, e di diffusione del capitale. A Trento, come nelle altre zone, per es., tre, quattro industrie si riuniscono in una sola industria e fanno con 400 operai quello che prima facevano con 1.200 operai in 4 industrie diverse e questo colpisce violentemente la classe operaia. A Trento per esempio la Brinkmann, la Coster sono effetti di un processo di concentrazione e di centralizzazione del capitale che poi passa ad uno stadio diffusivo, cioè l’azienda, che ha il suo grosso gigante produttivo a Dusserdolf o Milano, decide di dislocare un piccolo stabilimento in una zone dove c’è abbondanza di forza lavoro e non c’è industria, perché così può produrre lo stesso materiale con dei costi infinitamente inferiori, ma a questo punto, monopolizzata la forza lavoro di quella zona e assunte oche persone, esercita uno sfruttamento repressivo brutale che suscita tutta una serie di scontenti e di tensioni politiche. Oggi cioè si guarda una mappa europea e si butta una gomma a caso, non si batte in una città dove non si possa dire che in quest’ultimo mese non sia successo una grossa lotta: è insomma un fenomeno esteso e generalizzato dovuto a questo processo di riorganizzazione capitalistica. Cosa c’è di nuovo però che dal nostro punto di vista ci interessa? C’è che tutti gli istituti di questo sistema assumono funzioni nuove, cioè rimanendo pur uguale dal di fuori la struttura, la funzione cambia radicalmente: assistiamo cioè a un processo di vanificazione della distinzione tra struttura e sovrastruttura, ed anche tra vita pubblica e vita privata Oggi il controllo complessivo del sistema fa sì che non si abbia più spazio residuo per l’individuo: il ciclo capitalistico controlla l’uomo dalla mattina quando si alza alla sera quando va a dormire, e poi anche nel sogno, non c’è mai un momento di vita privata, tutto è annichilito nella pubblicità individualizzata della vita. Lo stesso per struttura e sovrastruttura. Si ha infine, ad un livello diverso – e siamo qui arrivati alla scuola – il fatto che la scuola, struttura identica con funzione radicalmente diversa, viene ad essere un centro di contestazione sociale amplissimo.
III PUNTO. La scuola e le funzioni nuove della scuola.
L’intervento massiccio dello Stato nell’economia fa sì che venga a crollare il vecchio tipo di capitalismo (concorrenziale analizzato da Marx) dove c’è la pianificazione nell’azienda ma l’anarchia nella società. Nel momento in cui la fabbrica diventa la società tutta e la società diventa una fabbrica, la programmazione della fabbrica diventa la programmazione societaria: in Italia proprio in questi anni ‘65-’70, d’imposta la programmazione generale del paese che controlla tutto: turismo, sport, scuola, fabbriche, agricoltura, industria ecc. Cioè c’è il bisogno di centralizzare e programmare tutto il paese. A questo punto ogni parte dei sistema viene funzionalizzata al sistema stesso. Questo non passa se non attraverso delle grosse lacerazioni sociali. Il fatto di far diventare la scuola – scuola di élite, scuola di massa – una cosa carica di esigenze infrastrutturali non soddisfatte, la violente subordinazione della scuola alle esigenze dell’industria, con la scomparsa di ogni mediazione, fa sì che la scuola venga impattata da un urto molto forte. E questo rivela la scuola come l’anello più debole di tutto il sistema sociale: cioè la scuola e lo strato specifico che c’è dentro, in particolar modo gli studenti sono lo strato sociale più facilmente rivoluzionabile di tutta la società. E di qua si può partire per estendersi poi a tutti gli altri strati. Cfr. Tutto il grosso discorso sulla scuola autoritaria e la scuola classista: scuola classista per un motivo economico e per un motivo politico – scuola di tutti classista per tutti, la scuola autoritaria, cioè dentro tutta la scuola i più rivoluzionabili sono gli studenti e non i professori perché subiscono dentro la scuola un processo di asservimento e di controllo sociale esercitato dal professore sullo studente. Resta però determinato il fatto che la mobilitazione generale sul "no all’autoritarismo" come parola d’ordine è oggi un problema largamente superato: ormai va affrontato il problema in tutta la sua dimensione sociale complessiva ...
In più abbiamo tutto un altro discorso sulla scuola: scuola selettiva, manipolativa e di legittimazione sociale.
Selettiva: abbiamo visto, manipolativa: attraverso i contenuti e attraverso i metodi di legittimazione sociale: cioè serve a conferire uno status e legittima lo status cioè una volta che uno sia ingegnere può anche non fare l’ingegnere però viene visto come l’ingegnere.
Abbiamo un terzo discorso sulla scuola, cioè la scuola come lager, non come frigorifero, neutrale, ma come un contenitore trasformatore di una massa sociale giovanile chè veramente largamente pletorica e inutilizzabile dentro le esigenze complessive dello strato capitalistico. La scuola insomma perde le sue autonomie e diventa un’articolazione dello stato: nel momento in cui si urta la scuola si urta con ciò tutto lo stato, cioè tutta la programmazione e lo stato ci rovescia contro tutti i suoi istituti repressivi. Di qua si passa a tre diversi nuovi discorsi: cioè detto in forma mitica, Mao-tse-tung, Rosa Luxemburg e Che Guevara.
Il M.S. come mobilitazione complessiva di massa di una rabbia sociale che viene subito organizzata politicamente scopre tre importanti concetti:
1. il concetto di pratica sociale, cioè che l’unico modo per acquisire nuove conoscenze è questo: partecipare alle lotte aggressive che trasformano la realtà (Mao-tse-tung).
2. Il concetto del rifiuto della delega e della tematica consiliare, cioè il rifiuto della delega nel M.S. è l’esigenza oggi sentitissima e diffusa di tutti gli strati sociali, di riassumere in prima persona il diritto di fare quelle scelte che concernono i momenti fondamentali della propria vita, per cui ogni persona passa da oggetto manipolato a soggetto politico-decisionale.
C’è poi il discorso della tematica consigliare cioè del collettivo di lavoro che non demanda sopra di sé nulla, ma che autodecide e vuole sperimentare da se stesso i propri errori. Il Movimento Operaio, il Movimento Rivoluzionario reclama il diritto di fare degli errori da se stesso e di sbagliare con la propria testa: meglio quello che non il più infallibili Comitato Centrale (Rosa Luxemburg).Concetto del rapporto oggettività e soggettività e dell’uomo nuovo, cioè oggettività-soggettività significa che il rivoluzionario non può aspettare che esistano le condizioni oggettive per poi cominciare a fare casino, ma deve cominciare a farlo subito: ‘el deber de todos revolucionarios es hacer la revolucion, ma immediatamente, questo. Perché il tipo nuovo di rapporto fra prassi e teoria che oggi viene dato dal livello capitalistico è tale che la soggettività diventa oggettività cioè la presenza soggettiva, attiva nelle lotte, trasforma l’oggettività e la solidifica. La soggettività diventa oggettività, crea cioè le condizioni oggettive della rivoluzione. Es.: in Francia, in una condizione che poteva non essere tale, l’innesco della lotta studentesca ha provocato l’esplosione della lotta operaia (anche se questo non va visto in forma mitologica, anche se già in Francia c’erano due lunghi anni di preparazione e di lotta operaia che hanno conosciuto episodi giganteschi). Quanto all’uomo nuovo va bene qui la famosa frase "Togliatti muore nel ’68": Togliatti non è morto allora, ma è morto politicamente oggi, cioè nel momento in cui le masse sociali, le lotte sociali hanno dato una grossa spallata ai nemici di classe in Europa, ed hanno buttato dentro il sistema capitalistico tutto un modo nuovo di concepire la prassi che è poi la forma più alta di vita. Vale a dire che si è riscoperta una concezione militante di far politica, cioè la frase tradizionale di qualche anno fa: io non faccio politica perché è una cosa sporca, perché – come abbiamo visto – è una cosa fatta dagli altri, usata dagli altri, si è scoperto che la politica è militanza (Guevara). E questo proprio perché si è distinto partitico da politico, proprio perché si è distrutto la delega, perché si è ridata ad ogni persona la dimensione di soggetto politico. Allora il concetto di uomo nuovo vuol dire anche: tipo nuovo di quadro, tipo nuovo di militanza, tipo nuovo di uomo.
• tipo nuovo di quadro: significa un quadro autodecisionale, cioè che non aspetta le direttive dall’alto per eseguire, ma è invece una persona che decide da se stessa (anche se non in modo individualistico, ma nel collettivo di lavoro o nel consiglio luxemburghiano) le attività politiche comunitarie: nega l’avarizia di Barbiana per affermare la politica di Barbiana, cioè la soluzione collettiva dei problemi universali.
• tipo nuovo di militanza: cioè noi non possiamo accettare le nostre limitazioni universitarie, anche se questo è corretto come modo di partenza, poiché occorre negare la propria determinazione capitalistica per riscoprirsi come uomo tout-court (Cfr. Dutschke). Quindi lo studente e la militanza politica – in generale – di una persona è rivolta a tutti gli strati sociali oppressi, brutalizzati dall’attuale sistema. Per cui per militanza noi abbiamo un concetto di pratica sociale attiva che è la presenza del soggetto ovunque ci sia bisogno di lui. Militanza significa anche un’altra serie di cose: cioè che si distrugge il partito come ente burocratico, militanza come vita in collettivo, decisioni in collettivo, strumentazioni in collettivo.
Tipo nuovo di uomo: emerge dalla sintesi del discorso sul quadro
nuovo e di quello sulla militanza nuova. Cioè bisogna che noi cominciamo
a realizzare fin da adesso elementi di contro-società, è il tema
dell’utopia operante: noi non possiamo più parlare di un’utopia,
di un modello sociale futuro che abbiamo in testa, ma dobbiamo cominciare A
COSTRUIRLO FIN DA ADESSO.
Dice Gang: bisogna stare attenti che gli elementi di contro-società che
costruiamo non contengano insieme agli elementi rivoluzionari o utopici anche
gli elementi del Termidoro. Cioè dobbiamo stare attenti che quando costruiamo
elementi contro-societari – i gruppi di autodecisione politica, i Soviet
– all’interno non vi sia il minimo difetto o la minima riproduzione,
meglio, di quelle che sono le pratiche capitalistiche: perché come sarà
la società di domani lo si vede dall’oggi – questo è
il senso, cioè quello che facciamo oggi decide di quello che sarà
la società di domani a tutti i livelli politici e di intervento sociale.
I TRE GRANDI FATTI DEL 68:
1. l’offensiva vittoriosa del FLN
2. Il M.S. come movimento internazionale
3. Il maggio francese
Questi fatti ristrutturano necessariamente il quadro concreto in cui ci poniamo. E si pone allora in modo diverso il rapporto metropoli-Terzo Mondo, cioè finalmente appare una riscossa verso una società egualitaria anche in quei paesi che fino ad oggi sono i massimi responsabili dell’imperialismo, cioè dei sistemi mondiali di dominazione. Fino ad oggi il rapporto volontaristico che avevamo instaurato con il Terzo Mondo era quello che Guevara diceva; la nostra solidarietà con la lotta del terzo mondo somiglia all’urlo della plebe romana al circo dove i gladiatori si scannano, ora esso è diventato un diverso tipo di partecipazione, cioè oggi le masse studentesche, giovanili e proletarie sono scese dai gradini e sono andate anche loro già nel circo a fare la battaglia assieme ai gladiatori. Non assistiamo più impassibili solidarizzando allo scontro Vietnam-Usa, cioè tecnologia dell’uomo-tecnologia della macchina, ma siamo schierati tutti con la tecnologia dell’uomo e con la organizzazione politica come forma decisionale dell’uomo stesso. Quindi la metropoli comincia il suo processo di negazione. Il M.S., che è un po’ l’innescatore o il detonatore di queste lotte sociali o il detonatore di queste lotte sociali porta con sé una carica ideologica e critica che garantisce l’internazionalità e la globalità del discorso, cioè il solidarismo terzomondista anche se non è passato completamente a livello delle classi proletarizzate, però è estremamente cosciente e vivo nelle masse giovanili: anzi possiamo dire che l’esplosione violenta e aperta dello scontro politico col nemico di classe è stata preparata in tutto il ’67 e in tutta Europa da giganteschi e quasi settimanali scontri con la polizia, e comunque grosse agitazioni per il Vietnam (il ’67 è stato l’anno per il Vietnam) da parte degli studenti e di altre categorie. Tutto questo avviene in un contesto politico che è connotato di due concetti: il partito desocializzato e il sindacato depoliticizzato, cioè con dei partiti politici che dichiarano di negare la società attuale i quali hanno perso radicalmente la loro base sociale, che si dichiarano partiti operai ma non sono più operai, nel senso che l’operaio non è più soggetto attivo dentro questi partiti e che non c’è una politica operaia del partito, ma c’è una base operaia e un partito che fa la politica per gli operai – il che è un’altra cosa -; e poi perché il partito non entra in fabbrica, ma demanda la lotta operaia ad un alto organismo di massa: cioè il partito diventa parlamentare, e consegna al sindacato depoliticizzato la gestione delle lotte operaie. Vediamo cioè il sindacato che diventa unicamente il gestore ufficiale della Forza lavoro dentro la società capitalistica per una remunerazione del supersfruttamento che il sistema produce. Per cui le lotte operaie sono lotte rivendicative, e le lotte politiche sono quelle che fa il partito- questo è l’assurdo. Ma dicevamo prima che c’è in Europa una presa di coscienza gigantesca, un quadro aperto di dinamica e di scontro sociale, lotte sociali aperte, queste vanno proprio contro la riduzione rivendicativa del sindacato e la riduzione parlamentare dei partiti della tensione politica espressa dalle masse proletarizzate studentesche giovanili, che invece vanno verso una richiesta di potere aperta. Entra quindi radicalmente in crisi la socialdemocrazia del M.O. Europeo. E quel che preme sottolineare è che la critica alla socialdemocrazia non è più critica libresca fatta da gruppi elitari o da riviste, ma è ormai una critica sociale di massa, pratica, cioè in atto, condotta dentro le strutture e contro le strutture, è uscita cioè finalmente dai discorsi di biblioteca per diventare una pratica sociale di piazza. Ora dobbiamo porci il problema di quale riflesso politico le lotte provocano dentro le strutture. E’ evidente come oggi in Italia, come oggi in Europa, lo schieramento politico non rispecchia lo schieramento sociale, i partiti non rispettano la determinazione di classe. Allora noi oggi assistiamo per es. in Italia lo sfaldamento, lo spaccarsi completo dell’interclassismo cattolico, o d’altra parte alla messa radicale in crisi della base socialdemocratica della socialdemocrazia. Assistiamo ad un grosso movimento, per cui i partiti rimangono statici, e la base sociale, mescolata da come prima era loro consegnata, va invece riassestandosi, secondo la sua dimensione di classe: cioè oggi al di là di ogni frammentazione ideologica uno scopre la socialità. (Cfr. in Francia, in Italia questa grossa cosa dei "fermenti cattolici", il che non è un discorso strumentale, ma che deve essere analizzato scientificamente: cioè c’è una distruzione anche di tutti quegli apparati ideologici che finora avevano negato una determinazione di classe come determinazione fondamentale). Dunque lo schieramento politico in quanto tale non corrisponde più allo schieramento sociale, per cui occorre una distruzione sistematica di tutto lo schieramento politico, un rimescolamento delle carte. Questo pone il problema del partito rivoluzionario e del rapporto uomo-natura-storia. Quando noi diciamo che è cambiato il modo di produzione delle merci, cioè il modo capitalistico di produzione su cui si fonda il sistema sociale complessivo e l’imperialismo, diciamo che è cambiato anche (poiché non si producono solo le merci) il modo di produzione dei beni e dei servizi che viene attuato attraverso l’uomo: quindi la produzione delle merci dà una determinata produzione dell’uomo. Oggi la produzione sistematica dei mezzi di distribuzione è la produzione sistematica della distruzione e degli uomini. E questo a cui noi oggi ci si ribella. Il rapporto tra uomo e natura dato dalla macchina capitalista viene negato. L’uomo non accetta più, non solamente il rapporto attuale fra operaio macchina e natura (cioè la macchina capitalista, quindi la grande industria, la fabbrica e lo sfruttamento), ma non accetta più neanche quell’altra mediazione che gli si era offerta dalla teoria del M.O.: cioè il partito marxista-leninista come medio fra l’uomo arrabbiato e la natura inerte, come l’uomo trasformatore della natura inerte. La scelta: o macchina capitalistica o partito, o merce o compagno, rimane ancora valida, ma trova una collocazione diversa.
Concetto di spontaneità. Cosa si è scoperto con queste lotte politiche? Che bisogna distinguere il partito tradizionale dalla organizzazione nuova delle lotte. Sinteticamente è: queste lotte hanno scoperto che si è superato il concetto di avanguardia così come definito da Lenin a favore del concetto di coordinamento: cioè c’è un opzione generale a favore di attività di coordinamento invece del concetto di avanguardia del partito. Vale a dire: lotte studentesche, lotte contadine, lotte operaie, delle casalinghe, etc. che poi vengono coordinate da un comitato centrale che è l’avanguardia politica, non è vero niente, c’è invece un coordinamento generale fra questi gruppi di base autonominati (per usare una terminologia di Dutschke) che pongono dentro di loro elementi di contro società attiva. Quello che si rifiuta è la centralizzazione ideologica ed organizzativa per portare avanti un processo insurrezionale o comunque di critica sovversiva rivoluzionaria. Se noi osserviamo le nuove lotte operaie, le nuove lotte sociali che si sono aperte in Europa, si osserva che si potrebbe quasi definire lotta per la lotta; in cui sono più importanti le lotte che non le rivendicazioni. Si possono fare centinaia di esempi, le "lotte rivendicative" non sono tali, perché l’operaio, finita la lotta, ha nostalgia della lotta e la vuole riprendere. Alla Michelin fanno le lotte, gli sanciscono un accordo con una parte normativa ed una salariale, la rifiutano e fanno quattro giorni di sciopero, e poi firmano un accordo che è esattamente lo stesso di prima. Questo mette in crisi il discorso "leninista" della spontaneità. Lenin diceva: se noi abbandoniamo le masse proletaria alla loro spontaneità, la spontaneità operaia non riuscirà a generare altro che tradeunionismo, cioè la coscienza sindacale della propria presenza di corpo sociale come forza lavoro dentro il sistema capitalistico. Oggi invece la spontaneità operaia va largamente oltre il tradeunionismo: l’analisi di Lenin non è che sia sbagliata, ma non va più bene. Oggi l’operaio spontaneo, lo studente spontaneo, il contadino spontaneo è tutt’altro che tradeunionismo: le loro lotte sono lotte di potere, anche se il sindacato le riduce a rivendicazioni e il partito le riduce a parlamentarismo. L’ideologia come cristalizzazione, l’ideologia istituzionalizzata viene criticata: questo non vuol dire che non rimanga o non si accetti nessuna forma di ideologia, cioè rimane chiarissimo che l’analisi che viene fatta della società è un’analisi che si rifà largamente all’analisi marxista dell’imperialismo e dei modi di produzione capitalistica; mentre viene largamente rinnovato, ma senza separare l’analisi dalle conclusioni, il modo con cui poi queste contraddizioni specifiche vengono risolte. Il rifiuto della centralizzazione è anche il rifiuto della internazionale, cioè come non pensiamo più a partiti nazionali, non pensiamo più neanche ad una internazionale dei partiti nazionali, ma pensiamo invece a forme diverse. Dev’essere chiaro che il processo di liberazione o è mondiale o non è; la libertà o è un concetto assoluto o è un concetto fasullo, o siamo liberi sempre e tutti o no è libero nessuno, poiché la libertà di uno non si può costruire sulla mezza libertà di un altro. Da qui tutto il discorso metropoli-terzo mondo, studente-operaio, ecc. per cui c’è la frase bellissima di Marx che dice che la luce della scienza non deve brillare sullo sfondo della tenebra di miliardi di uomini. Quindi il discorso della globalizzazione delle lotte rivoluzionarie deve passare attraverso un coordinamento non solamente attraverso gli strati sociali dentro un paese, ma fra paese e paese, e fra l’insieme dei paesi "evoluti" e "non evoluti". Il modo con cui noi vediamo questo coordinamento è un modo che passa attraverso una pratica sociale rivoluzionaria che costruisce fin da adesso elementi egualitari. Nel discorso contro la cristallizzazione e contro l’istituzione, c’è paradossalmente una riscoperta dei 16 punti del P.C. cinese: cioè l’esaltazione del movimento contro le istituzioni. Ogni istituzione in quanto tale è anti-umana (vedi "Che") la lotta dell’uomo è la lotta dell’umanità che ha detto basta e si è alzata in piedi, l’esaltazione del movimento e quindi delle responsabilità individuali. Quindi movimento vuol dire comitato, vuol dire soviet, vuol dire gruppi autodecisionali dentro tutto il tessuto sociale.
Azione extraparlamentare e azione antiparlamentare.
Il rifiuto della delega vuol dire che nessuno viene delegato a far politica per noi, ma la facciamo noi. E l’unico modo per farla noi è l’azione diretta: quindi l’azione diretta come azione extraparlamentare è l’unico modo risolutivo per affrontare i problemi della gente che ha deciso di risolverseli da sola. Ma assieme ad un’azione extraparlamentare, cioè un’azione che si muove dentro le strutture contro le strutture, cioè dentro e contro i partiti attuali per la loro distruzione e il loro annichilimento: uno dei presupposti della strategia rivoluzionaria a livello continentale è la distruzione del sistema attuale dei partiti comunisti europei, ed insieme a loro di tutto lo schieramento politico, quindi compresi anche i cosiddetti partiti socialisti. Occorrerà fare allora azioni specifiche anche contro questo tipo di istituzioni tenendo conto che tale azione antiistituzionale va organizzata a seconda di come sono le istituzioni. Per cui una cosa sarà il nostro attacco ai partiti, un’altra sarà il nostro attacco ai sindacati, perché diversa è la loro funzione e collocazione.
Rapporto studenti-massa proletarizzata.
Riguardo al problema terzo mondo-metropoli, abbiamo visto che il nostro ruolo è enorme: deve diventare una nostra azione politica sistematica quella di portare elementi internazionali dentro le masse in lotta. Proprio perché l’operaio è spoliticizzato e depoliticizzato, non prende coscienza del rapporto metropoli-terzo mondo, mentre noi ne possiamo prendere coscienza grazie al rapporto critico sovversivo che abbiamo verso il tipo di analisi sociali che ci è consentita. Dobbiamo portare dentro le lotte sociali questa dimensione internazionale di sfruttamento mondiale: abbiamo cioè un ruolo di attività ideologica molto preciso. Questo non vuol dire assolutamente porsi all’avanguardia: vuol dire che noi dobbiamo continuamente ‘ricordare’ cos’è il Vietnam, cos’è la Rhodesia, cos’è il peone, cos’è il ghetto nero, cos’è due miliardi di affamati nel mondo. Cfr. la frase di Don Milani "l’operaio non sa la lingua". Cioè non è noi dobbiamo andare a dirgli come si deve organizzare, come si deve liberare, come dev’essere internazionalista la classe operaia, ma dobbiamo portare dentro la classe operaia quegli elementi che poi essa stessa si auto-organizza in modo proprio.
Teoria rivoluzionaria.
Ovvero parla chi ha fatto l’inchiesta, per dirla alla Mao: cioè non si accetta più assolutamente nessun tipo di distinzione antidialettica tra azione e teoria. Guevara è l’"uomo che simbolizza l’unità nella prassi che abbiamo voluto stabilire tra azione e teoria, cioè non possiamo più accettare la divisione dentro lo stesso movimento o dentro lo stesso compagno la divisione tra una pars theoretica e una pars pratica, per cui ci sono gli esecutori e ci sono quelli che comandano. La teoria rivoluzionaria non può essere opera di coloro che non hanno fatto prassi rivoluzionaria! Il che significa che la teoria è una rimasticatura, una meditazione, un prolungamento dentro il cervello di quello che si è fatto tutto il giorno con le mani. Non si può più accettare la divisione tra ciò che dice la bocca e ciò che fanno le mani, tra ciò che dice la lingua e ciò che hanno fatto le tue dita. Quindi la teoria rivoluzionaria va vista come un momenti di una azione pratica eversiva e non come una frazione della sovrastruttura bolscevica, cioè non possiamo più pensare a un comitato staccato che elabora una teoria e poi la somministra al popolo, né d’altra parte vuol dire che noi, distrutto il concetto d’avanguardia, distrutto il concetto della sovrastruttura bolscevica, cediamo tutto in mano alla spontaneità sorgiva delle masse, poiché sappiamo che lì va fatta un’opera precisa di mobilitazione, sollecitazione, coscienzializzazione, politicizzazione. L’opera di politicizzazione dev’essere anche un’opera di globalizzazione della politicità (dimensione internazionale, vedi sopra).
Utopia operante come potere rosso.
O formazione di centrali decentralizzate, ovvero lunga marcia attraverso le istituzioni. Ora, dall’anello più debole all’anello più forte. Noi oggi abbiamo imparato che si può colpire simultaneamente la città e la campagna il capitalismo debole e il capitalismo forte. Rimane tuttavia il fatto che nella nostra strategia e nella nostra tattica dobbiamo partire dall’anello più debole per marciare contro quello più forte. L’università e la massa studentesca, la scuola e la massa scolastica sono indubbiamente l’anello più debole. Quindi dobbiamo organizzare l’università e la scuola come zone di ritirata come una zona di potere rosso, uno spazio antiburocratico dal quale non ci sbatte più via nessuno. Cioè una zona dalla quale siamo liberi di partire, usare la tattica della rete da pesca, andare nelle masse e poi ritornare nei momenti di repressione per rimeditare e per ripartire ancora in avanti: ma deve essere una zona di arretramento possibile. La zona liberata dentro la società capitalistica. Di qui si inizia la lunga marcia attraverso le istituzioni, cioè si parte dalla scuola per andare in tutte le istituzioni dove individuiamo la base materiale per un rapporto critico sovversivo: queste sono, in modo fondamentale, le fabbriche (e quindi la classe operaia di fabbrica), la campagna (e quindi i lavoratori della terra), i quartieri poveri (e quindi la gente dei ghetti) ... ma poi anche tutt’un’altra serie di istituzioni: l’esercito, la famiglia, la chiesa, gli ospedali, etc.
Potere rosso e spazi strutturali.
Spazio strutturale inteso non nel senso di contestazione didattica. Ossia la scuola ai burocrati e il MS agli studenti. Si tratta di trovare dentro la scuola quello spazio dal quale non ci possono cacciare, cioè il nostro spazio vuoto riempito politicamente da noi, nel quale – come potere rosso – dobbiamo già cominciare a realizzare elementi di contro società. Cioè la lunga marcia attraverso le istituzioni crea poteri rossi dove si comincia già a gestire la società alternativa. E quindi il MS deve già incominciare ad essere alternativa nella sua prassi, quindi: quadro del tipo nuovo, militante di tipo nuovo, uomo di tipo nuovo. Qui occorre fare la più grossa valutazione strategica: cioè la valutazione del momento congiunturale che stiamo passando. Questo chiaramente non è un momento di stallo ma un momento di transizione. Di transizione di potere dalla crisi politica del capitalismo ad una società di tipo egualitario. E’ tuttavia questo momento – di transizione non di stallo – un momento che non è rivoluzionario, cioè un momento in cui non si pone immediatamente il problema della presa del potere politico, ma un momento prerivoluzionario. Non si tratta quindi allora di organizzare le masse per prendere il potere ma di rendere rivoluzionari i rivoluzionari, di rendere rivoluzionarie le masse. Il che vuol dire dobbiamo ancora svolgere un grosso lavoro sul materiale primo che abbiamo a disposizione, che è l’uomo (studente), cioè dobbiamo ancora lavorare molto su noi stessi, politicamente, e quindi formarci tutti come quadri politici. Realizzare dentro l’Università, dentro tutto il MS il salto da quadro politicizzato a quadro politico: cioè da un quadro che ha la comprensione intellettuale delle mostrificazioni a livello mondiale ad un quadro che al di là della comprensione trasforma questa in attività pratica quotidiana. Il Che dice: il nostro amore per l’umanità deve trasformarsi in atti quotidiani di amore concreto verso l’uomo, questo è il passaggio dall’acquisizione mentale alla prassi critica sovversiva. Questi ci pone il problema dei diversi livelli di maturazione negli strati sociali. Strati già politicizzati possono non rientrare nella prospettiva che noi vogliamo usare, e non ci interessiamo quindi tanto a quelli, quanto ci interessiamo invece di stati magari non politicizzati (come esempio operai, gente del ghetto, contadini, studenti) anche se sono su posizioni non violente, su posizioni riformiste – perché non ci interessa tanto il livello di maturazione raggiunta, ma la prospettiva verso la quale vanno marciando. Cioè dobbiamo distinguere tra prospettive di tipo diverso entro diversi livelli di maturazione. Sono accettabili quindi entro una stessa prospettiva livelli diversi di coscienza (cfr. rapporti tra Carmichae e Martin Luther King).Si centra allora il discorso sulla avanguardia. Cioè noi possiamo comportarci come avanguardia ma verso quegli strati semipoliticizzati, depoliticizzati, con una politicizzazione agli inizi, per cumularli, per farli trascendere, per portarli ad un livello avanzato, cioè ad un livello di comprensione reale, scientifica, della brutalizzazione mondiale, e poi di trasformazione pratica della stessa. Dobbiamo cioè dare per scontato che l’uomo non è mai ciò che è, ma ciò che può diventare. Il succo della dialettica è che la determinazione è negazione, e può essere negata. Così un uomo che un anno fa, o un compagno che anche adesso non è sulle nostre posizioni può essere portato sulle nostre posizioni. Il che non vuol dire legalizzare l’opportunismo, e quindi modulare la nostra azione secondo la coscienza degli strati più bassi, ma scegliere quelle forme di organizzazione politica che a livello attuale dei nostri rapporti con la base studentesca, con la classe operaia e con tutto il resto ci consenta di recuperare e di portare con noi strati crescenti di popolazione studentesca e in generale proletaria. Cioè non si può rinunciare strategicamente al discorso dell’allargamento della base sociale del movimento. Specie nelle scuole. La verticalizzazione, che è oggi irreversibile, è data solo dall’avanguardia. Deve invece diventare un momento di allargamento della base sociale. Cioè non possiamo separare la verticalizzazione delle lotte dalla loro orizzontalizzazione ma il momento della verticalità (cioè della crescita politica sovversiva) deve diventare funzionale al momento dell’allargamento. Quindi oggi la nostra coscienza politica deve essere riversata su altra gente, deve trasformare la loro insoddisfazione in rabbia politica, e poi questa in organizzazione politica sovversiva. La zona della scuola, la zona dell’Università, è la zona di autodifesa del movimento studentesco, dalla quale si parte per fare la lunga marcia, usando forze sociali e forze politiche ed il tipo di relazioni fra esse distruggendo le forze politiche attuali, ma con un rapporto modulato: ad es. non si può negare adesso la funzione di controllo che ha il sindacato, ma dobbiamo imporre un rapporto di forza per cui noi riusciamo a far passare un uso operaio del sindacato. Assistiamo, assieme alla grandissima ripresa delle lotte sociali, e quindi alla riconsegna della prassi nelle piazze, nelle fabbriche, nelle scuole e nelle campagne europee, ad un altro fatto: alla sconfitta tattica di queste lotte. Questo documento lo facciamo nel giugno ’68, e questo non è indifferente perché viene dopo la rivoluzione di maggio – una rivoluzione che è finita male. Però dobbiamo dire come Marx: è morta la rivoluzione, viva la rivoluzione. Si impara più sbagliando che non vincendo sempre. La Francia ci insegna questo: che la sconfitta tattica non è una sconfitta strategica, che il capitalismo non riesce a risolvere le accuse della sua crisi, che può pacificare per il momento a livello sociale: può imporre la pace politica con la repressione, le elezioni, le riforme, ma non impone la pace sociale. E la riapertura del conflitto sociale riapre il conflitto politico generale. Noi non abbiamo però posto in crisi tutti gli strumenti di lavoro politico esistenti. Non siamo ancora riusciti a generare, ad esprimere i nuovi strumenti delle lotte di tipo nuovo. Attraversiamo cioè una fase larga aperta e nuova di sperimentazione di strumenti. (Il passaggio dalle lotte sociali da una fase difensiva ad uno offensiva richiede una radicale ricollocazione dei vecchi strumenti, una invenzione audace di strumenti nuovi). Gli istituti politici intermedi, i comitati di fabbrica, i comitati di quartiere, i comitati studenteschi, sono momenti sperimentali di azione politica spesso però inadeguati e insufficienti al livello nuovo di scontro offensivo nel quale ci troviamo. Non siamo in grado di prefigurare o dire con esattezza quali sono le forme successive verso le quali andiamo. Il problema nostro quindi – teorico e pratico – è che – rispuntata la prassi politica, rispuntate le lotte sociali – dobbiamo oggi dare a queste lotte strumenti più efficaci, più incisivi, che riescano continuamente a tenere aperta una breccia nella pace politica (che il nemico riesce temporaneamente a imporre con la repressione-riforma) per riaprire continuamente un discorso di contestazione globale. Detto in altri termini, dobbiamo riuscire a organizzare la contestazione globale ma anche la contestazione permanente. L’organizzazione di tutto questo, passa attraverso la creazione – dentro ogni angolo, ogni piega del tessuto sociale – di elementi di sovversione autogestiti, ai quali viene riconsegnata la facoltà e la capacità di decidere – affidandosi ad un processo cumulativo di trascendenza e quindi di trasmissione dalle lotte di avanguardia alle lotte di retroguardia. Possiamo vedere come, se le lotte sociali sono preparate dal basso, organizzate dal basso, sollecitate dal basso in modo che si muovano dentro le pieghe della struttura sociale, poi si possa fare lo "innesco a detonatore". Cioè una esaltazione dei momenti di conflitto da parte del MS, gli scontri di barricate, gli scontri di piazza, possono allora veramente esercitare una funzione di detonatore dentro le lotte sociali, ed aprire dentro le pieghe del tessuto sociale degli squarci veri e propri. Ma questo non è l’organizzazione della violenza autodistruttiva, cioè l’esaltazione della violenza in quanto tale e quindi dello scontro per se stesso (estetico): lo scontro va calibrato continuamente a tutta la situazione complessiva, nella misura in cui apre dentro le pieghe sociali delle grosse lacerazioni. Sennò la violenza che si autoelimina perché appare semplicemente il terrore ed il terrorismo del nemico di classe.
I° Frammento: Discorso critico sull’occupazione (per parlare della scuola) Occupazione come fatto difensivo: abbiamo verificato che dopo 70 giorni di occupazione noi eravamo finiti con l’accerchiamento della popolazione, e abbiamo scoperto che, settanta giorni dopo la fine dell’occupazione, dopo settanta giorni di lavoro fra la gente, oggi potrebbe essere accerchiata sì, ma dagli operai che ci difendono eventualmente da aggressioni della polizia. Questo ci deve insegnare parecchio sul modo in cui intendiamo riprendere le lotte nella scuola. Cioè la prospettiva che noi ci poniamo, di blocco della scuola (con l’altro di distruzione della Nato) deve essere tale da calibrare questo momento. Nel momento in cui si distrugge dentro la scuola bisogna costruire fuori la scuola, cioè trovare quei modi, quegli strumenti che operino all’esterno della scuola per rendere coscienti soprattutto gli stati oppressi, del lavoro politico che noi facciamo nei confronti della scuola. Quindi non solamente fare il discorso egualitario, fasullo e mistificatore verso la classe operaia dicendo loro che noi vogliamo la scuola di tutti per tutti innanzitutto perché questa sarebbe una presa in giro: non è realizzabile nel sistema attuale, e quindi questo vorrebbe dire chiamare gli operai a far la rivoluzione sans le savoir. Cioè bisogna dir loro chiaramente che l’unico modo in cui noi possiamo realizzare una scuola egualitaria è in una società egualitaria, quindi bisogna distruggere la società poi la scuola. Ma anche per un’altra considerazione: perché la classe operaia e tutta la gente all’esterno della scuola deve essere interessata alla lotta degli studenti contro la scuola. Perché i primi a soffrirne, i primi ad esserne colpiti, i primi ad essere violentati dal tipo di scuola attuale sono proprio fondamentalmente gli operai, e poi anche la cittadinanza in generale. Infatti la scuola produce due tipi di uomini: i tecnici di produzione e gli esperti del terziario. Quindi l’operaio che è controllato dall’impiegato di fabbrica, dal cronometrista, dal tagliatore dei tempi, dal direttore del personale, dallo psicologo di fabbrica, dal medico di fabbrica, dal dirigente commerciale etc. cioè da tutto un sistema di torchiatura esterna, deve ricordarsi che questo sistema di torchiatura è prodotto ideologicamente e materialmente dentro la scuola, per cui non può essere insensibile alla lotta che noi facciamo per una modificazione dei contenuti e dei metodi, per un riassetto radicale della scuola stessa, perché quello che esce dalla scuola va a colpire in prima persona la classe operaia stessa. Quindi la base dell’alleanza non è il salario generalizzato, ma è un altro discorso: noi facciamo un’azione contro una cosa che poi colpisce direttamente voi. Tutta la popolazione – quella violentata dalla stampa quotidiana, dalla televisione, dalla radio, dal cinema, dalla pubblicità, dalla distribuzione commerciale penetrativa, dalla persuasione occulta, è prodotta ancora una volta dall’esperto del terziario, dalla scuola attuale che produce la rotellina funzionalizzata che imbonisce, allocchisce e intontisce la gente. Noi dobbiamo colpire, chockare ma poi anche politicamente lavorare sulle persone per farle entrare nello spazio antiautoritario, per allargarlo e farlo diventare universale: e questo deve trovare nel momento della scuola un momento unificante. Non possiamo assolutamente abbandonare il discorso politico sulla scuola così come l’abbiamo fatto finora, per fare un discorso politico tout-court, bisogna conservare questa originalità del MS e ribadirla in ogni fase del lavoro politico: quando siamo con gli operai dire: non siamo un gruppo militante di studenti che lottano contro la scuola e per questo lottano anche contro la fabbrica, perché la lotta contro la fabbrica è la lotta contro la scuola, perché è la lotta contro la società attuale. Idem quando facciamo lavoro su altra gente che non lavora in fabbrica, perché anche loro sono colpiti dalla scuola attuale. Questo vuol dire non perdere – anche se non limitare – quella matrice che ci dà un marchio di originalità politica. Questo significa anche mostrare di volta in volta il collegamento che esiste fra la scuola e tutti gli altri raggruppamenti sociali proprio perché non c’è più autonomia fra scuola e industria, tra scuola e industria e polizia , tra scuola e industria e polizia e magistratura, perché tutto è collegato, allora dobbiamo collegare tutto anche noi, far vedere come la scuola sia un istituto repressivo diffuso, come la violenza della scuola sia una violenza atmosferica che pervade tutta la società civile.
2° Frammento: Sul concetto di dirigente. Le lotte attuali (il rifiuto della delega dentro il MS) hanno espresso il rifiuto del dirigente come mente organizzativa che dà la verità al Partito o alle masse. Dobbiamo tenere verso il dirigente il rapporto che teniamo verso gli altri strati sociali: cioè non un concetto di avanguardia ma di coordinamento. Il lavoro politico che la base studentesca fa sulle altre matrici sociali (classe operaia, quartieri poveri, esercito, donne, preti, ospizi, ecc.) deve essere di natura tale da rendere tendenzialmente superfluo il gruppo che ha iniziato il lavoro politico. Come fanno i neri, che organizzano la gente, ed il lavoro politico può andare avanti anche quando l’organizzatore politico se ne è andato. L’organizzatore politico deve essere un sovversivo permanente ma deve essere in modo tale da rendere sostituibile la sua presenza: deve riuscire a scatenare la soggettività in tutti i gruppi e in tutte le persone con cui lavora. Quindi come il gruppo iniziale studentesco (cioè l’anello più debole che va verso gli altri anelli della società per spaccare la catena) non lo fa in modo avanguardistico, cioè ponendosi davanti, ma sollecitando la partecipazione, l’autodeterminazione di quegli strati, così deve essere li rapporto tra quadro studentesco e dirigente politico. Cioè noi sappiamo che la distruzione della delega non è un obiettivo attuato, ma da attuare, e che non si attuerà neppure dopo la presa del potere politico. Cioè la reale uguaglianza, funzionalmente eguale, degli uomini è ancora utopia ma – discorso dell’utopia operante – dobbiamo allora cominciare già a fare il discorso della delega come discorso pratico. Cioè il dirigente deve lavorare sui compagni e i compagni sui dirigenti in modo tale che il dirigente diventi tendenzialmente superfluo. Tutto il discorso del leader e dell’esaltazione del leader deve essere radicalmente criticato, rovesciato e screditato sul piano ideologico, politico, teorico e sessuale proprio perché il dirigente è un momento di freno della coscienza soggettiva universale di questi strati.
3° frammento: Sul quadro politico: cioè quadro polivalente non quadro specializzato. La specializzazione del quadro non deve diventare la funzionalizzazione del quadro, sennò veramente la funzione fa il funzionario: e allora si crea l’esperto lavoro fabbriche, l’esperto lavoro quartieri, l’esperto lavoro esercito ecc. dobbiamo riuscire a creare il quadro polivalente, il quadro che sa muoversi, e col necessario tirocinio e apprendistato, in tutti i diversi strati sociali. Il problema della polivalenza e della non specializzazione pone il problema lavoro manuale – lavoro materiale. Così come abbiamo cominciato a dire e a fare che la persona che stende il documento se lo ciclostila per conto suo, per cui uno non pensa e l’altro esegue, così dobbiamo incominciare ad organizzare squadre di lavoro politico autosufficienti, i quali elaborano, producono, fanno il materiale complessivo e poi riescono a farlo travasare, sostituire, circolare per i quadri. Dobbiamo cioè creare questo tipo nuovo di uomo che sa muoversi non in modo umanisticamente universale ma che sa muoversi politicamente nelle situazioni determinate senza rendere mai indispensabile la sua funzione. Questa sarebbe sennò la insufficienza di un lavoro politico compiuto.
4° Frammento: Quando il guerrigliero si incontra con il peone, il peone deve sentire di trovarsi di fronte ad un eguale, il guerrigliero deve avere in più del peone due cose: una idea politica e il mitra. Cioè è il problema del comportamento politico e del comportamento sociale del quadro. Il che non vuol dire che chi è ricco dà il superfluo al povero, ma vuol dire una serie di cose che dobbiamo incominciare a porre come problema politica e attuare (cioè non si pretende di risolvere questo problema in un documento, ma di indicarne l’esistenza). Cioè è il problema di esercitare un lavoro politico, al di là della matrice studentesca, tenendo conto della determinazione specifica che lo studente in quanto tale ha come privilegiato nella società del privilegio rispetto al terzo mondo: privilegiato rispetto all’operaio, e privilegiato rispetto all’affamato. E’ il problema della distruzione di comportamenti interni, di abitudini interne, di morale interna che ha il quadro. Il modo con cui questo deve cambiare non è un modo individualistico e coscienzialistico, cioè attraverso una meditazione eremitale, può avvenire in un solo modo: nel lavoro collettivo, cioè il quadro che lavora nel gruppo di progettazione e azione politica insieme con gli altri, e insieme con gli altri fa critica e autocritica – che abbiamo già iniziato a fare ma in modo frammentario e informale.
5° Frammento: La grossissima cosa che il M.S. ha scoperto è la linea di massa. Niente è più deleterio, più frenante, più antipratico, che lo scontro di gruppi precostituiti che hanno la loro verità, cioè che lo scontro delle verità precostituite. Il discorso sulla linea di massa è un discorso che deve sciogliere nella pratica sociale ogni precostituzionale ideologica o gruppistica per ritrovare un rapporto di massa, cioè un rapporto sciolto.
6° frammento: Garanzia teorico-politica del lavoro della Sezione attività-massa non rivolti alla classe operaia. Es. i quartieri, gli ospedali, gli ospizi, l’opinione pubblica, ecc. Contro questo tipo di lavoro politico potrebbe essere fatta una critica: non è un lavoro rivoluzionario, ma è un lavoro populista, è un lavoro narodniko perché incide sulla coscienza ma non incide sull’accumulazione capitalistica. Ma abbiamo visto cosa vuol dire la rottura della falsa coscienza e la capacità di politicizzazione che questo comporta in tutti gli strati sociali che ne vengono investiti. La rottura della falsa coscienza è uno dei momenti primari del lavoro politico: non possiamo tenere come distinti, separato, il momento della falsa coscienza e il momento dell’accumulazione, proprio perché la massa politicizzata poi rovescia contro l’accumulazione capitalistica tutto il lavoro che si è fatto. Per cui rendere rivoluzionari i rivoluzionari non è un discorso radicale, ma è un discorso marxista. Ma questa critica è banale anche per un secondo motivo: per esempio i quartieri sono esattamente un bene prodotto da questa società attraverso un modo di produzione specifica, modo capitalistico che vuol dire produzione di beni, di servizi, di uomini. Ma la produzione di uomini, di servizi, di beni vuol dire anche proprio la produzione di case e quindi di luce, affitto, gas, trasporto, cinema, socialità, la sfera dei rapporti interpersonali ecc. Queste cose rientrano proprio dentro la sfera della produzione capitalistica stessa, non solo: ma come oggi si produce la merce, e assieme alla merce se ne produce l’obsolescenza per poterla infinitamente riprodurre nel giro vuoto della società mercantile fine a se sessa – come diceva Marx – (società astratta, che si riproduce nell’astrattezza), così come la Fiat produce la 500 e poi la svecchia per produrre subito un’altra che deve essere acquistata, così si produce la città e poi se ne fabbrica l’obsolescenza, con criteri di prestigio sociale, con una nuova architettura che costringe la gente ad adeguarsi continuamente a nuovi livelli di consumo civile, per cui questo consente tutta una messa in produzione in vari settori (edilizia, settore vetro, ceramiche, mobili ecc) con la possibilità di gonfiare infinitamente la massa di profitto. Quindi il lavoro sui quartieri è un lavoro che deve assolutamente investire li processo di produzione della città come bene umano, disumanizzato attraverso un processo di produzione disumana dell’uomo. Quindi è un discorso che incide direttamente sul processo di produzione capitalistica del bene proprio perché lo affronta come tale e lo distrugge come tale. Cioè nel discorso dei quartieri si fa il discorso della città comunista, tutto da inventare, ma da fare. Così il lavoro che deve essere organizzato nelle caserme, nelle carceri, negli ospedali, negli ospizi, sulle donne, sui preti, ecc. Ad esempio nelle caserme: l’esercito è una forma specifica del modo di vita capitalistico, perché questo comporta lo stato capitalistico e repressivo con forze repressive speciali (polizia, ecc.) cioè separate dalla società, opposte all’individuo (socialità opposta all’individuo, statalità opposta all’individuo). Il lavoro sulle forze repressive dello Stato è contro e dentro di esse: contro ad esempio gli organismi dirigenti di queste forze repressive, ma tentando di smuovere, di sottrarre, di portare dentro il campo antiautoritario tutte quelle forze sociali che sono per esempio il soldato semplice, la persona che viene controllata nella caserma, che viene funzionalizzata ad un servizio antiumano. Il poliziotto viene mandato contro l’operaio che lotta contro l’accumulazione capitalistica, e quindi c’entra parecchio, ecc.
7° Frammento: Problema del coordinamento orizzontale per facoltà. Due modi fondamentali: attraverso la centralizzazione, o attraverso un coordinamento tipo OLAS. Rifiutiamo il coordinamento per centralizzazione per il discorso dei diversi gradi di sviluppo, per la frammentarietà, ecc. E’ possibile invece cercare di creare un OLAS degli studenti, cioè un’organizzazione politica fra diversi gruppi autodeterminantesi che si spandono per il paese a creare una rete di comunicazione sociale e politica entro questi gruppi: una rete che non può imporre dall’alto una verità universale ma che la fa riscoprire dal basso. Ad esempio, tutti questi fuochi possono essere organizzati in un fuoco centrale, ad esempio la battaglia per la distruzione della Nato che può essere organizzata a livello europeo. Però non si può pensare ad un gruppo centrale che dirige le varie sedi, perché si riproporrebbe un meccanismo burocratico che ricade nel delegato di prima, che si vuole invece evitare. C’è però il problema dello sfasamento tra sede e sede e quindi del lavoro politico delle varie zone del Paese. Si pone allora un problema a due livelli: il primo discorso da attaccare è che la discontinuità fra sede e sede sia dovuta ad un vuoto di informazione: non è in realtà un problema di informazione, ma un problema politico. C’è anche questo per cui bisognerà organizzare strumenti di informazione, per esempio giornali, convegni o stages (giornale non nazionale, che viene fatto in sede e poi distribuito tra le sedi, al limite un giornale intersede, convegni tra i vari quadri di sede: però questi due strumenti si sono rivelati abbastanza inefficaci, il modo migliore sembra quello degli stages, cioè del gruppo di quadri che parte da una facoltà e va a lavorare in un’altra per dieci giorni o un mese e poi ritorna e ributta l’esperienza nella propria sede). Uno strumento di circolazione dei quadri tra le varie sedi può essere il lavoro sui fuori sede, come canale di espansione di una linea politica – senza comunque che nessuna linea politica si assuma il diritto di essere avanguardia rispetto alle altre -. Questo lavoro si deve porre sia al livello di università, sia sugli studenti medi, sia a livello di lavoro politico su altri strati sociali. Teniamo conto poi che un coordinamento nazionale delle attività pratico-sovversive del M.S. non può essere separato da un’organizzazione europea a livello continentale: i modi sono tutti da affrontare. (Il gruppo di progettazione e di azione contro la Nato dovrà affrontare proprio questo tipo di problema). Quello che interessa nei rapporti di coordinamento, non è tanto il livello di maturazione raggiunto, non è questo che interessa, ma qual è la tendenza di sviluppo verso la quale marcia il livello di maturazione. Il problema di omogeneizzazione dei livelli è il problema di come deve lavorare l’avanguardia: ripetendo, il gruppo che crede o si pone come avanguardia deve esercitare un lavoro politico che non lo qualifichi come tale, ma che tendenzialmente la riveli, superflua. Efficienza SNICK contro l’efficienza leninista: è più importante anche nei momenti di urgenza in cui occorrerebbe la centralizzazione, scegliere invece un’efficienza strategica a lungo termine che però responsabilizza dal basso in modo spontaneo la massa sociale. Non quindi l’efficienza dei comitati centrali leninisti, ma l’efficienza SNICK dei comitati di coordinamento che lavorano più a lungo con una strategia di guerra di lunga durata (e Marx diceva: la rivoluzione è una talpa che scava lentamente dal basso). A proposito della crescita spontanea dal basso, vanno sviluppati discorsi critici verso ogni forma di far fare la rivoluzione "sans le savoir": l’avanguardia politica deve continuamente evitare il problema degli obiettivi generali. Infatti l’obiettivo generale fornito dall’avanguardia alle masse è un modo strumentalizzante di porre il rapporto tra avanguardia politica e massa, perché l’avanguardia politica, che ha la strategia e la tattica, pone la tattica alle masse per farvi fare quella azione strategica che essa ritiene di dover fare.
8 Frammento: Sulla trascendenza: La rivoluzione di maggio insegna almeno una cosa: rimanendo vero il fatto che lo scontro per lo scontro è un discorso autodistruttivo, rimane vero anche che la partecipazione fisica allo scontro delle masse sociali – oltre ad avere un’azione di autoeducazione sul soggetto (e qui bisognerebbe leggersi i passi di Dutschke sugli scontri violenti con la polizia come autoeducazione) - sono però anche utili per un altro motivo: perché le caratteristiche di violenza, di scontro politico aperto, di esaltazione dei momenti di conflitto dati dal M.S. hanno una ripercussione sociale, di innesco, sulla classe operaia. Cioè la riduzione parlamentaristica e la riduzione rivendicativa delle lotte di potere svolte dagli strati proletari, attraverso meccanismi di delega, e l’insoddisfazione che questo ha procurato loro, fa scattare un meccanismo di ammirazione delle masse operaie verso l’avanguardia studentesca. E questo meccanismo di ammirazione è il discorso iniziale da cui si parte per trasformarlo in discorso politico organizzativo. Per cui anche a Trento bisognerà come movimento studentesco porsi il problema di riprendere l’esaltazione dei momenti di conflitto e rischiare anche il momento di conflitto aperto, senza che però questo sia strategicamente deleterio, cioè ostruisca alcuni punti di passaggio, esponga e bruci i quadri del movimento.
9° frammento: Frammento sull’avventurismo: Proprio per quello che si è detto prima (valutazione strategica generale) che questo non è un momento in cui si pone immediatamente il problema della presa del potere, mal ‘organizzazione di un lavoro politico, allora occorre dire che è avventurismo far sembrare o credere alle presone, alle masse che la presa del potere e la realizzazione di una società egualitaria è un’opera facile e rapida: bisogna invece continuamente sottolineare che sarà difficile e lunga. Non è l’esempio cubano ma è l’esempio cinese quello che abbiamo di fronte, cioè non è possibile l’organizzazione dell’isola felice con due anni di lotta, ma è possibile attraverso quarant’anni di resistenza. Bisogna cioè porre come strategia generale del movimento studentesco la strategia di una guerra di lunga durata, cioè di una lunga marcia attraverso le istituzioni, che sarà quarantennale, più o meno, ma che comunque strategicamente è infinita: cioè la rivoluzione è permanente e il rapporto critico pratico anche, la che anche la presa del potere politico non sarà né semplice né facile, proprio perché essa o è universale o non è. Quindi il lavoro sulla classe operaia, sugli ospedali, sugli ospizi, ecc. deve essere tale da porre sempre la soluzione definitiva come ultimativa necessaria, possibile (cioè bisogna ribadire che – valutazione strategica iniziale – viviamo nell’epoca della crisi del capitalismo e della attualità del socialismo), ma questo non deve diventare illusione avventuristica e quindi pensare che con uno scontro si innesca la lotta generale e questa rovescia lo stato capitalistico, prendiamo il potere e gestiamo un’isola felice di tranquillità e di pace sociale. Il processo è infinitamente più lungo, l’imperialismo è presente in tutto il mondo e le truppe dei marines sono pronte a sbarcare in qualunque lido si apra la possibilità di una liberazione umana. In Italia si riesce a dare una spallata al regime politico, e il giorno dopo è chiaro che abbiamo i marines in casa e la sesta flotta nel Mediterraneo che bombarda le coste. Questo apre un discorso sul rovesciamento violento del sistema. Cioè è chiarissimo che non c’è possibilità di un rovesciamento pacifico della società attuale, il che non vuol dire che bisogna cominciare ad andare nei poligoni di tiro, necessariamente (Discorso di Necht). La società violenta attuale può essere battuta solo con la controviolenza rivoluzionaria, la quantità e la qualità della controviolenza organizzata viene data proprio dalla violenza repressiva: è questa che dà la misura del grado di violenza che noi sapremo esprimere. In astratto si può e si deve affermare che la presa del potere è violenta, la violenza non è necessariamente armata e sanguinolenta, ma è violenza nella misura in cui prende, spacca, e distrugge la macchina repressiva dello stato, cioè comporta per es. lo svolgimento istantaneo di tutte le forze repressive (magistratura, legislativo, esecutivo, polizia, eserciti, lavoro parassitario cioè funzionari): cioè bisogna continuamente ricordare che la macchina dello stato deve essere spezzata e sostituita, non può essere conquistata e gestita.
PROPOSTE DI STRUTTURAZIONE DEL M.S.
Il M.S. si articola a tre livelli:
1. Assemblea generale
2. Consiglio dei Gruppi
3. Gruppi di progettazione e azione politica – GAP
Il GAP è l’unità irriducibile di decisione del movimento studentesco. Prosegue e sviluppa ad un nuovo livello l’attività e le finalità proprie degli "istituti politici intermedi" nati durante l’occupazione di febbraio-marzo. Lo studente che non partecipa attivamente e continuativamente ai gruppi (che potendo farlo non lo faccia) rimane semplicemente un essere frantumato e disperso, un oggetto di manipolazione del sistema scolastico e del sistema sociale complessivo, un "avaro" che tenta soluzioni individualistiche a problemi intersoggettivi universali. (Può partecipare alle A.G. ma non al consiglio dei GAP). Il GAP è un "collettivo" aperto di progettazione, azione, e teoria politica che sviluppa l’estensione orizzontale e verticale del M.S., seguendo i moduli dell’azione diretta anti ed extra-parlamentare (rifiuto della delega alle forze politiche). Le decisioni sono prese all’unanimità. I meccanismi di maggioranza e minoranza espressi attraverso il voto vanno progressivamente aboliti (rifiuto della delega alla maggioranza). Espansione della socialità dell’individuo. I GAP sono lo strumento primo di sintesi di azione e teoria del M.S. La delega all’A.G. viene tendenzialmente distrutta. Il tipo nuovo di quadro, di militante, l’uomo nuovo devono uscire dal GAP.
Proposta di GAP
1. autodifesa e repressione (forze del disordine)
2. blocco della scuola (università-media superiore-fuori sede)
3. distruzione opinione pubblica (anti-stampa, ecc.)
4. quartieri e provincia (contadini)
5. classe operaia
6. documentazione lotte sociali
7. strategia politica e azione diretta (cortei, manifestazioni)
1, 2 = zone di resistenza
3, 4, 5 = zone di espansione
6, 7 = zone di riflessione
I GAP lavorano come centri autogestiti, in piena indipendenza e autonomia. La sovranità del Gap può essere limitata solo dall’A.G. che ha diritto di censura. Tutti i GAP si riuniscono (settimanalmente) nel Consiglio dei GAP (nel giorno libero dalle attività didattiche). Si scambiano le esperienze di lavoro settoriale, se ne tenta una valutazione politica complessiva, si progettano e si coordinano le attività future. Il Consiglio è valutativo, non decisionale (per tutto quanto riguarda la totalità degli studenti, le decisioni sono prose in A.G., la quale è convocata ordinariamente dal Consiglio e in via straordinaria da un GAP).
NOTA. Sia i GAP, sia il Consiglio possono avere sede propria. L’A.G. è invece tenuta in facoltà (salvo occasioni straordinarie).
La proposta di ristrutturazione non è cristallina, ed è modificabile a seconda delle esigenze del M.S.
DEFINIZIONE DELLA STRATEGIA E DELLA TATTICA
Se strategia vuol dire date diverse azioni politiche, metterle in gerarchia, allora si può proporre una strategia del M.S. Essa parte da una valutazione complessiva (vedi sopra): ed è un momento prerivoluzionario e non rivoluzionario, in cui si pone ancora il problema del lavoro politico, del rendere rivoluzionari i rivoluzionari.
C’è poi una seconda valutazione: del momento europeo. Abbiamo visto.
Terza valutazione: del momento italiano. Prevediamo l’autunno e un inverno caldi, cioè la riapertura di grosse lotte istituzionali della classe operaia che continueranno ad essere lotte sociali molto aperte, che non si lasceranno facilmente risolvere in una riduzione parlamentaristica o rivendicativa da parte dei partiti o dei sindacati. Quindi noi dobbiamo essere presenti politicamente in questo tipo di lotte: ma per esserlo, occorre avere una base irrinunciabile di massa nella scuola. Allora la strategia del M.S. pone al primo livello non la classe operaia ma la scuola, e la strategia passa attraverso il blocco della scuola nel ‘68-69, come anello più debole. Qui si pone il problema del recupero della base sociale che non è stata presente durante quest’anno e l’estensione della politicizzazione e della trasformazione da quadro politicizzato a quadro politico alle matricole che interverranno il prossimo anno. Occorre quindi cominciare a progettare una serie di azioni che verranno poi effettuate dal GAP 2, blocco della scuola, nell’Università come momento primo da cui parte per fare azione politica negli altri luoghi. In primo luogo dunque blocco nell’università. In secondo luogo bloccare i licei e le scuole tecnico-professionali: cioè organizzare la base attuale di quadri del M.S. durante questa estate in GAP nella scuola media per politicizzare strati non politicizzati e per la trasformazione da quadro politicizzato in quadro politico dentro la scuola media. Queste sono le zone di resistenza, le zone di autodifesa, le zone di potere rosso del M.S.: la vastità e l’orizzontalità ci consentirà allora il rovesciamento sul lavoro politico nei quartieri, nella classe operaia, ecc. Allora al terzo livello si situa il lavoro politico sulla classe operaia: e qui occorrerà portare avanti un discorso strategico sui sindacati, un incontro sistematico con la base operaia, per un uso operaio del sindacato, per una distribuzione dei rapporti di delega e una democratizzazione dei rapporti interni: ma non come finalità, perché essa è di creare gruppi autodecisionali dentro la fabbrica stessa, quindi al di fuori delle strutture date, sia partitiche sia sindacali. Al quarto livello è la battaglia per la NATO, questo comporta l’estensione di un discorso politico internazionale sulla miseria mondiale anche a strati sociali che non sono di scuola né di fabbrica, su questo deve concentrarsi l’azione del GAP 3.Dovremo trovare le forme di collegamento con altre sedi nazionali ed internazionali e poi progettare forme originali di intervento che sensibilizzino ad un livello di base tutta la cittadinanza qua a Trento. Il quinto livello deve essere l’estensione a livello territoriale dell’azione politica, strategicamente la provincia viene dopo la città: cioè dobbiamo seguire la lunga marcia attraverso le istituzioni, la quale fa baluardo in ogni zona liberata. Si passerà in provincia solo quando saremo riusciti a costruire basi minimali dentro la città, si può già cominciare adesso a sperimentare una serie di fuochi dentro la provincia (Calceranica, Pergine, Rovereto, Schio ecc;) ma l’intervento proprio per la provincia verrà costruito e progettato quando il volume di base sociale nella città sarà cresciuto.
18. Terza fase del Movimento: (dalla fine dell’anno accademico, all’inizio del nuovo) i seminari teorici di gruppo. Questa terza fase si articola in tre momenti principali: un primo momento, in cui un gruppo di compagni decide di "usare l’estate" rimanendo a Trento a far vacanza teorica assieme. Tra una nuotata e l’altra si mettono su tre gruppi di studio (sull’imperialismo, sulle rivoluzioni del 17-20: sul movimento). Ogni gruppo legge e discute collettivamente il problema quando ritiene di essere giunto a risultati comunicabili, relaziona in assemblea congiunta dei tre gruppi. Questo modo di lavoro, anche se estremamente difettoso, ci è molto utile soprattutto come acquisizione di metodo: si scopre collettivamente come ci hanno diseducati al ragionamento collettivo, proprio attraverso le difficoltà che insorgano durante il lavoro, causate da atteggiamenti individualistici e soggettivistici. Si accorge sulla propria pelle di quanta pazienza rivoluzionaria occorre sviluppare per poter arrivare a mettere in piedi e far funzionare un "intellettuale collettivo". Un secondo momento è rappresentato dalla nostra partecipazione al convegno di Venezia. I lavori commissione durano una settimana, e i compagni hanno modo di prendere notizia diretta della complessità politica delle differenziazioni interne al movimento su scala nazionale. Il confronto delle nostre tesi con quella delle altre sedi sarà molto utile per la calibratura successiva del M. e svolgerà una funzione non secondaria nella autocritica di settembre-ottobre. Un terzo momento che copre l’arco di questi due mesi, è connotato da una serie di azioni "esterne" (Laverda, scontro coi sindacati, manifestazione contadina, Messico, etc....) da una lunga settimana di assemblee (sulla Cecoslovacchia, sul nostro atteggiamento verso il revisionismo, sulle prospettive di lotta) (dal 9 sett. al 14) ed infine da un grosso e complesso seminario teorico articolato in gruppi di studio e centrato sulla "riqualificazione strategica del movimento". Quest’ultimo momento ha creato grosse frizioni interne, è stato piuttosto discontinuo, non si è trovato un modo di lavoro completamente soddisfacente, e la comunicazione tra i gruppi non è stata delle più felici. Ciononostante, può dirsi parzialmente riuscito, almeno per quanto concerne lo elevamento della coscienza politica collettiva del M. e la riqualificazione della linea politica da sviluppare.
Seconda Parte
19. SCHEMA DELLO STATO ATTUALE DEL "MSA" TRENTINO
Diviso in tre parti:
1. Schema politico generale
2. Materiali di lavoro
3. Autocritica dei mesi Nov/Dic.
PARTE PRIMA
Schema politico generale.
(NOTA: gli slogans usati sono formalmente identici a certi slogan tedeschi, SdS – Dutschke, ma non vuol dire più di tanto. Il problema è di "contenuti politici". E su questi si spera che le differenze appaiano in tutta la loro forza. Già quanto ci aveva detto Bachaus in assemblea avrebbe dovuto chiarificare in questo senso. Non crediamo d’altra parte che il problema si risolva mutuando la struttura formale dello slogan).
Il movimento non è organizzazione né di massa né di élite, ma deve cercare di essere "organizzazione di radicalizzazione rivoluzionaria" (senza chiudere a riccio i già radicalizzati – élite – senza mettere nella stessa pentola gradi diversi o addirittura contrastanti di radicalizzazione per smania del numero – massa). Essa si struttura in a) nucleo attivo, b) campo antiautoritario, c) popolo. Tale strutturazione deve cercare di rimanere fluida ed aperta.
Il "nucleo attivo" corrisponde più o meno al MSAntiautoritario, composta da studenti universitari e medi (ma non esclusivamente). Non pretende di raggruppare TUTTI gli studenti, ma solo quella parte soggettivamente disponibile alla lotta antiautoritaria e antiistituzionale. (Appare la distinzione tra "studente con la testa da studente" e "studente con la testa da uomo", tanto per intenderci e tanto per richiamarci alla distinzione Black Panthers "negro con la testa da nero" e "negro con la testa da bianco"). Questo non ci esime dal cercare di lavorare col massimo numero politicamente possibile di studenti (linea di massa nella scuola).
Il "campo antiautoritario" si organizza attorno a "strutture di lavoro" (Istituti, commissioni, ...) (gruppi di base) messe in piedi dal nucleo attivo (nelle fabbriche, nei quartieri, nella scuola, etc.). Esso deve puntare al suo continuo allargamento, investendo progressivamente con la lotta un numero sempre maggiore di istituzioni. Se le strutture di lavoro non si chiudono a riccio, ma riescono invece a svilupparsi e a moltiplicarsi, allora il campo diventa la base materiale di lotta antiautoritaria e antiistituzionale nella metropoli (come momento della globalizzazione della lotta internazionale).
Il "popolo". Non se ne può dare una definizione rigida. In questo contesto, d