Biblioteca Multimediale Marxista


Guerra agli umani


Si consente la riproduzione parziale o totale dell'opera
e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali
e a condizione che questa dicitura sia riprodotta.

(c) 2003 by Wu Ming
Published by arrangement with
Agenzia letteraria Roberto Santachiara

(c) 2004 Giulio Einaudi Editore s.p.a. Torino

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A Sofia,
per le sue meraviglie
e a Chiara,
per l'ennesimo dono.


1. Gladiatori

L'auto arrampica nervosa le prime curve. Fari abbaglianti scavano il buio. Asfalto sale tra i castagni, sei chilometri oltre il paese. La strada di servizio per il ripetitore di Colle Torto.
All'ottavo tornante, una carrareccia si stacca sulla destra. Il motore scala. Le ruote sterzano. Un ventaglio di luce corre tra i cespugli.
Caprioli intenti a brucare sciamano verso il bosco.
La sterrata attraversa il pascolo e raggiunge i ruderi di un casone.
Rovine recenti, finestre ancora intatte. Auto in circolo sull'aia in disuso. Paia di fari convergono al centro.
Una portiera si apre, un piede calca la polvere. Il dottor Taverna è nuovo, alle Banditacce. Rinaldi lo precede e fa le presentazioni. Pubblico vario: allevatori, commercianti, albergatori, balordi. Una quarantina in tutto. Mani stringono mani, sorrisi allo specchio, nomi cancellano altri nomi, sguardi. L'ultima mano ritira le banconote. Lo spettacolo costa trenta euro. Altre dita sfogliano pezzi piú grossi.
- Trecento su Conan, alla prima.
- Facciamo quattro. Sei riprese.
- Quattrocento sacchi? Ci sto.
Le piccole scommesse sono libere. Sopra il mezzo milione, devi passare dal capo. Pagamento assicurato e zero problemi. Stasera, tutte puntate per Conan. Il tempo che ci mette per far fuori l'altro. Tre riprese oppure cinque, due minuti piuttosto che quattro.
L'altro si sta preparando, sotto il tetto sfondato della vecchia stalla. L'altro non ha nome. Al massimo lo sfidante, e basta. Allaccia i parastinchi dietro il polpaccio. Protezioni da hockey foderate di gommapiuma. Idem per le spalle. Sull'avambraccio sinistro, un pezzo di grondaia in rame, tagliato per il lungo e imbottito. Le scarpe sono un modello da cantiere, con punta salvadita rinforzata in acciaio. Guanti da lavoro, tirapugni a destra, scudo in plexiglas a sinistra. Scioglie i muscoli come un pugile suonato. Aspetta.
Arrivano altre auto, il cerchio si allarga. Si fa a turno coi fari per illuminare lo spiazzo. Secondo appuntamento della stagione, pubblico triplicato. La notizia gira. La gente è curiosa. Il business promette.
Ultime puntate. Il dottor Taverna non si butta, vuole solo guardare. Rinaldi ha messo cento sacchi su Conan, alla quarta. Vino rosso e grappa allentano la tensione. Chi vuole coca, sa da chi andare. Chi vuole donne, pure. Roba buona, buoni prezzi. I veterani si accordano per i prossimi incontri. Dove, quando, chi. Il capannone sarà pronto a fine mese. Un tizio alto, fisico da orso, capelli invecchiati con trent'anni d'anticipo, si stacca dal gruppo e compare nella stalla.
- Vieni qua.
L'altro si avvicina. Orso fruga una tasca, gli porge qualcosa
- Alla sesta, okay?
L'altro allunga la mano e butta giú le pasticche. Annuisce, incapace di parlare.

Jakup Mahmeti appoggia la scala ai rami del castagno, quattro metri sopra il centro dell'arena.
Anche alla luce dei fari, le lunghe foglie seghettate rimangono grigie. Polvere. Polvere ovunque. Gli scavi per la ferrovia non risparmiano niente. Mahmeti impicca sul ramo un randello di tre spanne e un coltello da caccia. Il nodo è fatto per cedere al primo strattone. Un bonus da videogiochi per il povero sfidante.
Ghegno e il Marcio si perderanno l'incontro. Turno di guardia sulla strada, uno all'incrocio con l'asfalto, l'altro sul lato della faggeta, la via di fuga, sette chilometri sconnessi per sbucare sulla provinciale. Casomai passasse la volante che non deve passare. Sigaretta fumata all'unisono, passatempi diversi. Il Marcio divora una rivista per cazzi solitari. Servizi a pagamento, pornocasalinghe, attrezzi sessuali. Ghegno si distrae con le funzioni del cellulare.
Orso lega una fune al tronco del castagno. Sul capo opposto c'è un moschettone. Il moschettone arpionerà un collare. Il collare serve a trattenere Conan a fine ripresa. Oppure quando l'altro si arrende. Altrimenti Conan non smette.
Conan è un fila brasilero di linea dura. Una specie di molosso da presa, razza selezionata dai fazenderos brasiliani per dare la caccia agli schiavi in fuga.
L'altro è un nigeriano di ventisette anni. Mai combattuto prima. In gergo: un pivello. Jakup Mahmeti lo manda a chiamare. Si comincia.
Molti spettatori si rifugiano in auto. Altri sul cofano. Conan è un cane addestrato, attacca solo l'avversario, ma meglio non rischiare. Conan è eccitato. Sessantacinque chili di muscoli e irruenza. Allenamento duro, fatto di corse, botte, digiuni e gatti feriti da sbranare. Conan è strafatto di aminoacidi e anfetamine. Gli danno da bere. Orso gli strizza una spugna sulla testa. Se non fosse addestrato, ci vorrebbero tre uomini per attaccarlo alla corda. Orso lo afferra per il collare e gli si inginocchia di fianco.
Lo sfidante entra nel cerchio di luce, al guinzaglio di un angelo custode ubriaco di Jack Daniel's. Ha una ramazza di dreadlocks legata sulla testa. Ha lo sguardo fisso, occhi pallati. Ha la fifa tatuata sulla pelle.
Quella del guinzaglio è l'ultima buffonata partorita dal Marcio. Quasi nessuno la trova cosí divertente ma ogni tanto tocca dargli ragione. In fin dei conti, ha pure un suo scopo. Fughe dell'ultim'ora possono sempre capitare.
Orso mormora qualcosa all'orecchio del cane. Quello scopre le zanne e si mette a ringhiare. Silenzio improvviso, discorsi inghiottiti a metà. Lontani rumori di strada e un fitto squittire tra i rami. Una donna nasconde la faccia sulla spalla della vicina. Il rudere, le auto, l'arena, gli spettatori: un unico animale notturno che trattiene il respiro.
Mahmeti si avvicina al cane col sigaro tra le labbra. Tira una lunga boccata e glielo spegne in testa. Lo scatto della bestia solleva polvere e grida.
Un balzo giaguaro, impressionante e rabbioso. Il nigeriano si copre con lo scudo. L'urto lo rovescia: ha le gambe molli. Finisce per terra e si scompone. Scalcia come una blatta per non farsi addentare la caviglia. Riesce a mettersi su un fianco, prova ad affondare il tirapugni nelle costole del cane. Lo sfiora appena. Quello ha stretto i denti sul bordo dello scudo e non molla piú. Con un colpo secco butta la testa all'indietro: l'angolo cede come cartone. Al secondo assalto, il plexiglas resiste meglio. Non altrettanto il braccio sinistro del nigeriano, infilato nelle cinghie. Gli strappi dell'avversario lo costringono ad aprire la guardia.
D'istinto, reagisce col destro, appena sotto la tempia. Conan rimane stordito, ma non molla. Tira lo scudo in modo da sfilarlo. Si abbassa sulle zampe anteriori e spinge con quelle dietro. Al quarto strattone lo sfidante allarga le dita. È senza protezione. È sempre per terra.
Un crocefisso d'ebano sulla polvere bianca.
- Duecento su Conan prima della fine.
- Andata.
Il nigeriano ansima, la lingua in gola. Prova a mettersi in piedi, ma il cane gli è addosso, zampe sul petto. Se lo azzanna sopra le spalle, è K.O. tecnico. Vince Conan, match sospeso. L'uomo si protegge col braccio metallizzato. Troppo lento. Il muso del cane penetra la guardia e punta la clavicola. L'uomo gli afferra il collo prima che i denti si chiudano. Il cane si scrolla con rabbia. Qualcuno urla.
- Tirati su, dai!
- Forza, negro, forza!
Quelli che hanno puntato sulla prima stringono pugni, occhi, mascelle.
- Dài bello, sbrana, sbrana!
Ma l'Orso soffia nel fischietto e strattona la corda. Fine Primo Round. Il braccio del nigeriano è ridotto male. Sangue impregna la gommapiuma.
Nel breve intervallo, sacchetti di patatine e sorsate alcoliche per combattere il freddo. Gli insicuri ritoccano le scommesse. I piú esperti lo hanno già fatto, durante lo scontro, come agenti di borsa prima che il titolo crolli.
Seconda Ripresa. Niente sigaro, solo una pacca sulla schiena. Conan si acquatta, ringhia, scarta di lato e si acquatta ancora, testa bassa e sedere alto. Si direbbe che studia l'avversario, il momento migliore per il balzo. L'altro trema e saltella. Passi laterali da granchio per non offrire il fianco scoperto. Conan prova un paio di attacchi, ma il nigeriano incassa con quel che resta dello scudo.
Al terzo tentativo, l'uomo parte in anticipo, finta a destra e cambia direzione. Il cane scivola ma gli è addosso lo stesso. L'altro salta: un metro e mezzo di elevazione. Afferra il randello mentre le zanne del fila gli sfiorano un piede. Ricade male, non ha tempo di girarsi. Alza il bastone e lo riabbatte dietro di sé. Conan è un buon incassatore. In allenamento lo chiudono in un sacco e lo riempiono di calci. Il primo colpo è una carezza sulla schiena. La testa scatta ad addentare una coscia. Gli occhi del nigeriano si rovesciano. Sa che non deve uccidere, ma il dolore svuota il cervello. Inizia a pestare come un martello pneumatico. Tre, quattro mazzate.
Rumore di ossa rotte. Intorno: di nuovo silenzio.
Conan ha mollato la presa. Non si muove piú. Una ragnatela di sangue avvolge costole e schiena. Striature nerastre sul pelo chiaro.
Pochi avevano puntato sul nigeriano. Adesso riscuotono, sorriso da intenditori stampato tra le orecchie. Per il vincitore, niente premio partita. È per terra anche lui. Ha fatto fuori un campione da sessanta milioni.
- T'ammazzo, negro!
Una lama di otto dita spunta dalla zampa dell'Orso. Si lancia sul nigeriano, che trascina la gamba per uscire dall'arena.
Mahmeti tira la corda del cane. Quel tanto che basta per sgambettare la vendetta.
- Calmo, Pinta. Non è problema.
A un cenno della testa, un paio di sgherri affiancano il vincitore. Casomai volesse un passaggio.
L'Orso solleva da terra uno sguardo furente. Si tira su, spazzola i pantaloni col taglio della mano e sputa dritto nella schiena del gladiatore.
Il cane sembra morto davvero.
Qualche spettatore prova a sorridere, scherza ad alta voce. Altri mettono in moto e sgommano via.
Mahmeti, Rinaldi e il dottor Taverna discutono fitto. Affari. Cani da caccia, import illegale dalla Slovenia. Un'offerta interessante. Una stretta di mano.
Gli sgherri scortano il nigeriano nella stalla. Ha due brutte ferite. Quella sulla coscia, aperta fino all'osso. L'infermiere del gruppo decide per qualche punto.
- Su con la vita, Niger - commenta uno durante la sutura - combatti gratis una decina d'anni e glielo ripaghi, il campione.
L'altro ride: - Che poi combattere gratis ti fa pure piú onore. I gladiatori veri combattevano gratis. Non sei contento?
Il nigeriano strabuzza gli occhi, ma non è una risposta. Il cosiddetto infermiere lo sta ricucendo a crudo, senza anestesia.
L'onore gladiatorio è l'ultimo dei suoi problemi.


2. Perfect Day

È il primo giorno d'ottobre. Mattina. La gente parla di clima estivo e cappotti ancora nell'armadio. Io sono senza lavoro. Da una settimana.
Niente di strano. Inserivo dati nel computer di una ditta. I dati sono finiti. Lo stipendio anche. Restano settecento euro in banca, un mese d'affitto arretrato, la bolletta del telefono e uno zaino, pronto da mesi, dietro la porta di cucina.
Prima dell'estate pulivo cessi al cimitero. Non era infame come sembra. Il luogo è poco affollato e nessuno molla una sepoltura per andare a cagare. C'erano fiori freschi per la mia ragazza e certe mattine non bisognava nemmeno dare lo straccio. L'azienda leader nel settore ne ha dedotto che il personale era in forte esubero. S'imponeva il taglio di un addetto su tre. Ho salutato le due colleghe bielorusse e coi soldi dell'ultima settimana mi sono preso lo zaino.
Ora sento che ci siamo. Ho appena fatto provviste.
Fuori dall'ipermercato, carrelli e abbronzature mi circondano minacciosi. Gente che guadagna. Vorrei aggrapparmi a un colletto qualsiasi, e sussurrare parole indecenti all'orecchio del proprietario: - Ehi, amico, senti un po' qua: il sottoscritto non fa un cazzo da una settimana. Non è disgustoso?
Una batteria di cabine telefoniche mi richiama all'ordine. Almeno mia sorella la dovrei avvertire.
Parto, Sandra. È deciso. Se c'è riuscito Thoreau posso farcela anch'io. La massa degli uomini conduce vite di quieta disperazione. Siamo solo attrezzi dei nostri attrezzi, assediati da eserciti di necessori. Questa civiltà si basa su non-cicli ed è votata all'estinzione. Il futuro è nelle attività silvopastorali.
L'apparecchio funziona solo a scheda. Uno su cinque accetta anche monete, ma so già cosa mi aspetta. È fuori servizio. Mangia i soldi oppure li sputa. Ha la cornetta spalmata di resina.
Decido per un biglietto. Meno inconvenienti.
Arrivo a casa, appoggio la spesa, accendo una sigaretta e lo stereo. Perfect day, Lou Reed, versione noise dei Melt Banana.

Cara Sandra,

ormai da una settimana non telelavoro piú. Lungi da me l'idea di cercare un altro impiego qls. Ho preso in odio ogni lavoro da me fatto sotto il sole. Ma non vengo a dirti che tutto è vanità. Soltanto: il sottoscritto ha già dato. C'è un tempo per ogni cosa, e quel tempo è finito. Se uno è soddisfatto di questa vita, s'accomodi. Per quanto, l'uomo che lavora per sopravvivere non possa godere di una vera integrità. Da anni sorvolo l'abisso della disoccupazione cronica a spasso su corde sottili. Ho speso le migliori energie a mantenermi in equilibrio. Adesso basta. È giunto il momento di dare un'occhiata di sotto.
Lo zaino è lí da quest'estate, lo sai. Ho un quaderno fitto di appunti, stratagemmi copiati da diversi manuali. So già dove andare, un luogo isolato e tranquillo che per il momento non rivelerò a nessuno. Vorrei evitare che una fila di persone si presenti ogni giorno davanti al mio rifugio con l'intento di farmi rinsavire. Non sono impazzito, anzi, mai stato piú lucido. Voglio solo diventare ricco: se questa è follia, la condivido con la maggior parte degli uomini. Un individuo è tanto piú ricco quanti piú sono gli orpelli che può trascurare. Vivrò in una grotta, mangerò bacche, castagne e farina di formiche. Mi scalderò col fuoco. Chi è il sultano di Brunei in confronto al sottoscritto? Questo mondo non ha bisogno di me, e viceversa. Pari e patta, il cerchio si chiude e il sottoscritto parte per la tangente.
Mi farò vivo quando lo riterrò opportuno.
Saluta i nipoti,
Marco 'Walden', supereroe troglodita.

Rileggo il messaggio una decina di volte. Non è facile spiegare. Voglio dire: mia sorella conosce la situazione, sa dello zaino e di cosa significa. Tuttavia, non sono sicuro di essere stato chiaro.
Il sottoscritto non condanna lo stile di vita comune. Sbattersi, lavorare, amare una donna, prolificare, nutrire il cervello con roba piú o meno buona, nutrire il corpo con roba piú o meno biologica, frequentare centri commerciali, abitare una zona dignitosa. È un modello non ciclico, prossimo al collasso, ma chi se ne frega del modello. Il collasso del sottoscritto è molto piú imminente. Tanti auguri a chi si sente tranquillo.
Grazie al cielo, non tutto il mondo è qui. Puoi cambiare aria. Diventare l'eroe della vita nei boschi. Non come alla televisione, aspiranti Robinson su un'isola deserta, fai il fenomeno due mesi e poi torni a casa. Questa vacanza da me stesso è qualcosa di piú serio. Tornare a casa non rientra nei programmi.
Il punto è: non ho piú una donna, sono orfano e non ho nemmeno l'automobile. I lavori che dovrei desiderare mi paiono intercambiabili. Gli amici anche. Bravissime persone, per carità: è il sottoscritto che non funziona. Quando passi il giorno a sbrogliare il groviglio della tua vita, non ti restano molte energie per le relazioni. Cominciano a farti schifo tutti. C'è un livello di guardia: oltre quello, la nausea non si concentra piú su un singolo aspetto, tracima e inonda il resto, senza distinzione. Un lavoro indegno sta ancora sotto il livello. Due no. Il sottoscritto ne ha sempre avuti due: fare un lavoro merdoso, cercarne uno decente. Troppo vecchio per questo, troppi titoli per quest'altro, niente esperienza di carpenteria metallica.
Se avevo dei figli, era un'altra cosa. Non li trascinavo certo in una situazione simile. Le comuni fricchettone non sono il mio genere. Nemmeno gli eremiti, se è per questo. Il sottoscritto non ha bisogno di ritrovare sé stesso. È solo stanco di calci nel culo, altro che new age. Un etto di Buddha, due fette di Gesú. L'esistenza appronta già i suoi fardelli. Lo zaino, meglio tenerlo leggero.
Per questo, quattro anni fa ho venduto l'automobile. Lavoravo fuori città. Facevo il casellante. Ogni mattina, quaranta minuti di coda per arrivare allo svincolo. La sera, stessa musica. L'esaurimento nervoso non s'è fatto aspettare.
Cado in depressione ogni volta che il semaforo sgocciola auto nel gorgo di un incrocio.
Il traffico metropolitano è un traffico d'armi. Guerra umanitaria: difendere il sacro diritto al risparmio di tempo. Ma pensando ai soldi, cioè ore di lavoro, spesi per acquistare un'auto e rifornirla di carburante, per pagare lavaggi e pagare posteggi, piú il tempo bruciato nel portarla dal carrozziere, e i soldi della manutenzione, e le giornate trascorse a scegliere il modello adatto, mi sono chiesto dove sia finito il tempo risparmiato. Una bella bicicletta me ne regalava di piú.
Eppure, c'è voluto l'esaurimento per convincermi. Vendere l'auto e spostarsi in bici. Morale: lacrime, bruciore agli occhi, tosse cronica. Ho provato a tornare indietro - fermi tutti, mi sono sbagliato - ma il nuovo stipendio non me lo permetteva. Avevo cambiato lavoro: il casello dell'autostrada era troppo lontano per la bicicletta. Da allora, niente piú auto. Ho pure disimparato a guidarla. Allo stesso modo, ho deciso di vivere nei boschi perché quaggiú non vado bene nemmeno come lavacessi. Allo stesso modo, non mangio carne perché non posso permettermela. Poi, certo, trovo l'allevamento intensivo una terribile crudeltà che riversa sul genere umano cascate di karma negativo, vaste e imponenti quanto il Niagara degli sciacquoni, l'Iguazú dei piatti sporchi, l'Oceano mare dei bidè. Acqua potabile per pulirsi il culo: non conosco ingiustizia piú odiosa.
Tuttavia, pratico l'igiene intima con discreta attenzione.
Fossimo negli anni Cinquanta, mi metterei a rubare. Altri tempi. Potevi svaligiare un appartamento senza essere armato. Rapinare un gioielliere con destrezza. Svuotare un furgone portavalori con un piano perfetto e senza colpo ferire. Una cosa alla portata di tutti, bastavano fegato e cervello.
Oggi la vera delinquenza è roba da professionisti. Che ci sta a dire il sottoscritto?
Da lavacessi onesto a rapinatore di lavacessi non vedo un allettante cambio di prospettiva.
A meno di incontrare il Cristo nella cella a fianco, fargli una bella sviolinata e convincerlo a portarmi in Paradiso. Sarebbe un modo buffo per tornare alle origini, i primi approcci del sottoscritto al mondo del lavoro. Sono laureato in Scienze Religiose. Ho scritto una brillante dissertazione su Disma, ladrone crocefisso alla destra di Gesú e passato alla storia come "buono". Eppure nessuno dei Vangeli, nemmeno quelli apocrifi, lo definisce tale. Aveva trafugato i rotoli della legge. Rubato il tesoro di una sinagoga. Rapinato la moglie del sommo sacerdote Caifa. La si smetta col buonismo: Cristo ha portato in Paradiso un malfattore. Tra l'altro, non era nemmeno pentito.
Dopo una simile dimostrazione di acume intellettuale ero convinto che le porte dell'accademia mi si sarebbero dischiuse. C'era fila per entrare, ma il talento avrebbe prevalso. Per darne prova ulteriore, decisi di impegnarmi in un dottorato senza borsa di studio, durante il quale mi mantenevo con il lavoro in un call center e intanto scrivevo un'opera straordinaria, destinata al piú alto riconoscimento nel premio internazionale Mircea Eliade.
Monoteismo e menzogna esplorava la propensione alla frode di Giacobbe, patriarca del popolo eletto, e di Pietro, fondatore della Chiesa cristiana. Il primo ingannò il padre Isacco, mezzo cieco, fingendosi Esaú, suo fratello maggiore, che per un piatto di lenticchie gli aveva venduto la primogenitura; il secondo negò per tre volte di conoscere il Nazareno, negli attimi concitati che seguirono al suo arresto. Cosa significano i due episodi? Perché a Geova piacciono tanto i bugiardi? Non dimentichiamo che Gesú si portò in cielo un ladro...(a questo proposito, si veda la tesi di laurea: Santi & furfanti. L'episodio del "buon ladrone" alla luce del detto taoista: "Annientate i santi, liberate i briganti e il mondo ritroverà l'ordine").
Per la prima volta dalla morte del grande studioso rumeno, la giuria del premio a lui dedicato usò la parola 'deficiente'(halfwit) per respingere una candidatura.
Il sottoscritto passò ad occuparsi full time delle richieste telefoniche dei clienti. Poi prese il lavoro da casellante, convinto di potersi dedicare alla stesura di qualche opera fondamentale. L'esaurimento nervoso glielo impedí.
Arriviamo a oggi
Rileggo il messaggio per mia sorella un'ennesima volta. Può andare.
Modifico l'annuncio sulla segreteria telefonica, anche se spegnerla sarebbe piú sensato.
- L'utente da lei desiderato è definitivamente assente. La invitiamo a non riprovare piú.
Passo in cucina, controllo provviste. Qualcosa mi sarò dimenticato, per forza.

Fiammiferi. Cento scatole dovrebbero bastare.


3. Charles Bronson

Teorema:
In un paesino di mille abitanti, dotato di Municipio, cinema e sportello bancomat, il numero di bar è maggiore o uguale a tre.
Uno dei vecchi. Uno con tabaccheria. Uno per la teppa.
Esempio:
Castel Madero. Anche se il municipio fa piú scena che altro e ormai le riunioni importanti si tengono alla Delegazione di Borgo, undici chilometri piú giú, grumo di case ingrossato dalla nuova fondovalle come un banco di sabbia in un fiume limaccioso. Anche se il cinema è un parrocchiale, nato come teatrino, e sopra il palco c'è ancora scritto "Educando ricrea", con generazioni di bambini a chiedersi chi sia questo signor Ricrea, se il proprietario del locale o il mitico parroco che l'ha costruito, don Educando. Adesso è morto pure il cappellano, l'unico che sapeva far camminare le macchine. Ultima proiezione: un Jim Carey vecchio di sei mesi. Il cinema si chiama ancora cosí, con tanto di scritta sopra la porta. In realtà, schermo e poltrone non ci sono piú. Ci tengono le attrezzature per la processione di San Crispino e qualche confessionale masticato dai tarli.
Il bancomat funziona quasi sempre.
Dei tre bar, due si fronteggiano sulla piazza. Il terzo, quello con tabaccheria, affaccia sulla strada principale, sotto una fila di tigli.
Il terzo è gestito da una donna.
Il terzo è l'unico a offrire scotch puro malto. Oban, Talisker, Lagavulin. Invecchiati sedici anni, destinati a camparne cento. La maggior parte degli avventori adora un'altra trimurti: Grappa, Prosecco e Amaro.
Anche per questo, il bar Beltrame sembra spuntato a Castel Madero come una palma da cocco in mezzo agli abeti. Da fuori ha un aspetto normale, un lungo caseggiato grigio topo, con due panchine di guardia all'ingresso, le vetrate sulla strada e il portone massiccio, antico, con la data sull'architrave mezza nascosta da un'edera ribelle. Poi alzi la testa e vedi l'insegna, con quei caratteri allungati un po' art nouveau, dipinta in rosa su un riquadro bianco. E la scritta dice: "Cartolibreria Beltrame", e sotto, piú in piccolo, "di Beltrame Glauco e Figli". Allora entri, spaesato, e ti ritrovi nel salone di un rifugio di montagna, una roba che starebbe bene sulla Marmolada, a tremila e passa, con la neve alta fino al tetto e i pinguini che implorano di entrare. Tavoli in legno di pino, tovaglie quadrettate, due panche per lato. Lampadari fatti con ruote da carro e foto in bianco e nero su tutte le pareti. Il camino che pulsa in un angolo e la stufa in ghisa subito di fronte. E quando vedi la proprietaria girarsi verso lo stereo e mettere su un Cd, sei già pronto per un canone degli alpini a sette voci piú solista. Invece striscia fuori dalle casse Roger Nelson detto Prince e viene a sussurrarti di un giorno nero, di una notte burrascosa, e se non è lui sono le malie elettroniche di un qualche artista dal nome crucco o i gloriosi Pixies, che vagano per il locale in cerca di una mente smarrita.
Incantato dalla musica costeggi il bancone, tutto legno e pietra, e scopri che la stanza ha la forma di una L, e sul braccio corto c'è un salottino che sembra di essere al Village: divanetti male in arnese, tavolini bassi, vecchie poltrone e scaffali di libri quasi fino al soffitto.
Bene, ti domandi, poiché siamo a Castel Madero, ottocento metri sul livello del mare, e non a Manhattan, NY, quali segrete alchimie permettono la sopravvivenza a un locale come questo?
All'osservatore attento bastano un paio di occhiate per risolvere l'arcano.
La prima in direzione del banco tabacchi, dove Mindy si sforza di assimilare nozioni da un tomo formato dizionario. Prepara un qualche esame importante, la ragazza, qualcosa che viene dopo la laurea, ma nessuno degli avventori sembra interessato all'argomento.
Piuttosto, interessa sapere una volta per tutte quale sia l'esatta misura dei suoi reggiseni - la quinta? la sesta? - e di preciso quanti se la sono fatta, in paese, e se questa sera è libera oppure no.
La seconda occhiata è per un cartello enigmatico, Si Fa Credito A Chi Legge, che per quanto ammantato di mistero nomina comunque la parola magica, messa al bando da tutti i bar della valle.
Credito.
La terza occhiata te la rifila Gaia Beltrame, se non la pianti di guardarti intorno come un agente del Sisde e non ti decidi a ordinare.
Poi magari capita che un ciccione cinquantenne, che ci prova con Mindy da quando era bambina, finisce per apprezzare il gusto torbato del Laphroig, le canzoni di Leonard Cohen e i primi tre capitoli di un poliziesco francese ambientato a Marsiglia. Però è raro, e tra studiosi di reggiseni, squattrinati in bolletta e amanti delle donne che rifilano certe occhiate, il parco clienti del bar Beltrame può considerarsi completo.

Gli ultimi due avventori di quella sera non facevano eccezione. Il piú anziano alzò il bicchiere. Altro giro.
- Questo lo paghi - disse la barista da dietro il bancone.
- Perché? Sono fuori di molto? - domandò l'uomo.
- Sedici euro. E tra dieci minuti, sei fuori anche di qui. Sto chiudendo.
- Va bene, Gaia, senti, allora...Mi gioco il bonus.
- Il bonus?
- Precisamente.
Gaia sfilò un registro da sotto la cassa, lo aprí davanti a sé, ci fece scorrere il dito.
- Non dire cazzate, Buzza: non sei nemmeno segnato.
- E allora? Lettura personale. - rispose quello con mezzo rutto.
- Fantastico. Tieni conto che il manuale di istruzioni per il decespugliatore non te lo do buono.
La mano dell'uomo frugò sotto la giacca e calò sul bancone un tascabile dalla costa sottile.
- L'ho finito l'altro ieri.
- Uomini e topi? - domandò Gaia senza nemmeno voltarlo.
- Precisamente.
- Buzza: ci ha già provato due settimane fa, con Uomini e topi.
- Stavolta l'ho letto, giuro. - L'uomo schioccò un bacio sugli indici incrociati.
- Va bene. Sentiamo.
- Eh, dunque...Fammi pensare: il romanzooo. affronta. il problema dell'emigrazione contadina. all'Ovest. Terra di marcate promesse...
La mano di Gaia volò fulminea a capovolgere il volume. La voce si inceppò.
- Di' pure, Buzza. Marcate promesse?
- Eeeeeh...
- Sí?
L'uomo chinò la testa di lato, in parte per via dell'alcol, in parte nel tentativo disperato di sbirciare ancora la quarta di copertina. Nemmeno con la vista di Superman ci sarebbe riuscito.
- Un aiutino?
- 'Fanculo, Buzza. Non siamo a Domenica In.
Dall'altra parte del bancone, oltre la curva, nascosto dal paralume di una grossa lampada, l'altro cliente sembrò risvegliarsi da un sonno profondo. Col braccio teso, sollevò in aria un piccolo volume sgualcito, come il numero d'ordine per la fila dal macellaio.
- Con questo ce l'ho, un bonus per Buzza?
- Sto chiudendo, gente - rispose Gaia avvicinandosi.
L'altruista poggiò il libro sul finto marmo impolverato di zucchero. L'edizione ingiallita di una collana di fantascienza scomparsa da almeno vent'anni. Autore sconosciuto. Titolo: L'invasione degli Umani.
Pagine che sapevano di cantina. Stesso odore della montagna di bauli dove Gaia conservava l'intera sezione Usato della vecchia libreria.
La libreria fondata dal bisnonno Glauco nel 1913 ed ereditata dai fratelli Beltrame. I fratelli che l'avrebbero trasformata volentieri in un numero di otto cifre sui rispettivi conti correnti. Acquirente: il Consorzio Ferrovia Veloce, che voleva trasformarla in sede operativa per l'Alta Valmadero. Gaia si era opposta. Gaia si era indebitata fino al collo per rilevare la quota degli altri tre. Gaia aveva resistito cinque anni.
"Per metterlo nel culo a quelli della ferrovia."
"Per i baffi del bisnonno. Vedi la foto?"
"Per vendere Hemingway ai bifolchi come voi."
Le risposte cambiavano a seconda dell'umore. Il bilancio dell'esercizio non cambiava mai. Profondo rosso.
Era tornata dai fratelli e aveva fatto la proposta: mettiamo su un bar. Ci sto dietro io. Faccio tutto da sola. Voi mi aiutate con le spese e io vi ripago pian piano.
- Nella mia ditta abbiamo bisogno di una segretaria. - le aveva proposto Franco - Perché non ti trasferisci in città, una buona volta?
- Per metterlo nel culo a quelli della ferrovia - aveva risposto Gaia.
Aveva stivato quintali di romanzi nei bauli piú capienti che le era riuscito di trovare. Aveva attrezzato un angolo del locale con decine di scaffali. Aveva coperto gli scaffali con centinaia di libri. Aveva istituito la regola del bonus: Si Fa Credito A Chi Legge.
Giusto per sentirsi meno in colpa con il Dna.
- Com'è? - domandò Gaia, dopo aver sfogliato il volume.
- Boh - rispose l'altruista - L'ho trovato alla fermata. Va bene uguale se lo regalo?
Gaia sventagliò le pagine col pollice, indecisa. Lo scambio alla pari esigeva verifiche attente.
- Quattro euro, Buzza. Quattro euro e ringraziare - disse stringendo il libro al petto - E se è una vaccata puoi scordarti le Diana morbide per le prossime tre settimane, vero Mindy?
Mindy annuí, Buzza pure. Sollevò il bicchiere e dedicò l'ultimo brindisi al suo benefattore.

La saracinesca si bloccava spesso. Piú spesso al momento di abbassarla. Quasi sempre troppo in alto.
Il figlio del macellaio lo sapeva e la spiava tutte le sere. Pronto a intervenire.
- Grazie Loris, non ti dovevi disturbare. - disse Gaia alla fine.
- Scherzi? Nessun disturbo. Anzi: se una di queste volte mi ci fai dare un'occhiata...
- Eh, sí, magari, molto gentile. Adesso però devo scappare. Bisogna che do da mangiare a Charles Bronson. Un'altra volta volentieri.
- Come vuoi. A domani.
Mentre raggiungeva il fuoristrada, Gaia guardò l'orologio. Quattro minuti e trentadue secondi. Per un pelo. Vent'anni di esperimenti dimostravano che Loris Turrini non sapeva stare cinque minuti da solo con lei senza provare a baciarla. Uno stress infinito.
In un paesino di mille abitanti, dotato di Municipio, cinema parrocchiale e sportello bancomat, essere single non è mai solo una scelta.
Nel comune di Castel Madero c'erano sí e no quattrocento individui tra i venticinque e i trentacinque anni. Oltre duecento erano di sesso femminile. Piú un centinaio di maschi in vario modo coniugati. Tre pazzi completi, cinque tossici e sette alcolisti all'ultimo stadio, due gay orgogliosi e quattro latenti. Poi dodici coetanei nativi del paese, sempre insieme, dall'asilo alle medie, per strada, in corriera, in discoteca e a pattinaggio. Se gliene piaceva uno, se l'era scelto da prima. Al momento, li sopportava appena come amici. Poi una cinquantina di soggetti improponibili, compresi Loris e altri due storici pretendenti in cerca di una mamma. Degli ex, cinque in tutto, meglio non dire altro.
Charles Bronson era un sanbernardo di cinque anni.
Single per scelta? Gaia aveva smesso di raccontarsela.
Abitava subito fuori dal paese, alle Case Murate. Rustici in sasso ristrutturati, di quelli che altrove vanno a ruba tra i villeggianti radical chic. Non a Castel Madero. Non dopo l'apertura dei cantieri per la ferrovia veloce. Un villaggio di container aveva colonizzato il panorama. Rumori e passaggi di camion facevano altrettanto coi pensieri. Due appartamenti su sette erano già disabitati.
Il fuoristrada si arrestò davanti al cancello. Gaia spense il motore. Scese.
Il muso di Charles Bronson tardava a comparire.
- Charlie! - chiamò la donna - Dove sei, bello?
Nessun rumore di cespugli o foglie secche.
Nessuna risposta abbaiata.
Aprire il cancello. Correre alla porta. Controllare di non averlo lasciato in casa.
- Charlie! Tò, c'è la pappa, vieni?
Una colonna di autocarri si rincorse lungo la strada.
Gaia perlustrò le stanze. Tornò fuori. Era sicura di averlo lasciato in giardino. Il cancello sembrava chiuso bene.
Alla luce delle prime stelle, già vecchia di migliaia di anni, trovò l'interruttore dei faretti esterni.
Guardò sotto le siepi. Dietro la baracca degli attrezzi. Dappertutto.
Controllò la rete con una torcia elettrica e scoprí la falla.
Charles Bronson aveva scavato. Aveva spinto e deformato il ferro.
Forse inseguendo qualcosa.
E continuando a inseguirla, fino a perdere la strada di casa.


I
Da Emerson Krott, L'invasione degli Umani, Galassie 1981. Capitolo 6.

Apollo, Dio del calore e della vita, trapassò coi suoi dardi il serpente Pitone che si torse sanguinolento esalando in un vapore infiammato l'ultimo spiro della sua vita e della sua rabbia impotente. Gli dèi, indignati di vedere la terra abbandonata a mostri informi, prodotti impuri del fango, si armarono a lui dietro: Diana lo seguí da vicino, offrendogli la sua faretra; Minerva, Mercurio si lanciarono ai suoi fianchi per esterminarli; Ercole li schiacciò con la sua clava; Vulcano cacciò a sé dinnanzi la notte e i vapori impuri, mentre Borea ed i Zefiri disseccavano le acque col loro soffio, e davasi l'ultima opera per dissipare le nubi.

Memoria di Eugenio Delacroix, sul suo Soffitto d'Apollo al museo del Louvre.

Pascolava tranquillo il branco di torosauri, sotto il sole avido del Cretaceo. Quindicina di esemplari sfavillanti squame, intenti a biascicare equiseto e rotolarsi nel fango.
Rimpianse Zelmoguz le solite spedizioni, ricche di partecipanti e generose di prede. Nella caccia al duello, la piú adatta e spettacolare con bestie come quelle, quindici navi segugio erano il minimo indispensabile.
Dopo lunga insistenza, dopo molto parlare, si era fatto convincere dal cognato a sperimentare una nuova tecnica, l'incalzata al velociraptor. D'accordo, ma durante i salti di singolarità un passeggero del cargo aveva avuto problemi di ibernazione, ci s'era dovuti fermare al Quinto Pianeta, scongelarlo, farlo riprendere, ripartire. Avevano allungato il viaggio di parecchio, e il convoglio era arrivato a destinazione in ritardo di migliaia di anni. Nel frattempo, a quanto pare, i velociraptor si erano estinti, o avevano intrapreso una qualche epica migrazione, fatto sta che le monoposto segugio, addestrate per individuarne l'odore a grande distanza, non rilevavano nulla di interessante.
All'interfono, la reazione di Arogar: - Chi se ne frega? Già che l'abbiamo montata, la trappola, tanto vale usarla lo stesso.
- Vietato - interferí con voce meccanica la segugio.
- E nient'affatto divertente - precisò Zelmoguz, sprezzante.
Non aveva torto. L'incalzata mostrava i suoi pregi solo con bestie rapide e scattanti, sauri veloci e di piccola taglia. Dapprima la flottiglia punzecchiava il branco come uno sciame di tafani, nuvola pestifera nel caldo dell'estate. Inferociti gli animali, imbizzarrite le prede, si procedeva al contatto ipnotico. Per farlo, bisognava portarsi molto prossimi alle bestie, a pochi metri dai denti affilati, aumentando il rischio ed esaltando le doti acrobatiche della propria segugio.
Attraverso il contatto, la squadra di suicidatori cercava di spingere le bestie in direzione di una trappola, il piú delle volte una grotta, attrezzata per fulminare chiunque vi entrasse con una scarica elettrica da migliaia di volt.
In questo modo, non subiva lacerazioni la pelle dell'animale, il manto lucido di squame, e poteva trasformarsi in abito o trofeo, a seconda dei gusti. Soprattutto, come in ogni caccia, nessun componente della squadra uccideva la preda, azione giudicata rivoltante, imperdonabile sozzura. La preda moriva, spinta da un crudele destino, presentatosi per l'occasione sotto forma di invisibili onde cerebrali.
Difficile era mantenere il contatto quando l'animale si metteva a correre, a scartare, a saltare a destra e a sinistra. Bastava una distrazione e si spezzava l'ipnosi, si scioglieva il legame, e la preda recuperava abbastanza istinto per distribuire morsi e colpi di coda alle segugio e ai loro simbionti.
Con un sauro lento, un pachidermico ceratopo, quel tipo di caccia non aveva senso alcuno.


4. Biglietto integrativo

Ho un telo impermeabile tipo militare.
Ho cinquanta metri di cordino di canapa.
Ho una lente d'ingrandimento sei per.
Ho speso tutti i soldi senza pensare al biglietto. Con gli spiccioli metto insieme un euro e mezzo, buono al massimo per venti chilometri. Devo farne settanta, ma salgo lo stesso. Oltre allo zaino, una vecchia valigia piena da scoppiare.
Mi sistemo. Intorno, tre posti vuoti e un bocchettone del riscaldamento regolato male. Aria bollente che sa già di sudore. L'anidride carbonica farà il resto. Buonanotte a tutti.
Ho un kit di pronto soccorso.
Ho tre chili di semente: fave, fagioli e marijuana.
Ho un magnifico portamonete in pelle di vacche magre. C'è solo la chiusura in ottone, come la mascella di uno squalo sdentato. Il resto l'ho strappato via. Non serve.
Guardo allontanarsi la periferia, il profilo delle colline dietro un velo di nebbia. Corrono veloci gli alberi in primo piano, piú lente le case, quasi immobile l'orizzonte. Schegge di mondo scivolano sotto i vagoni, sbriciolate in polvere sottile. Droga del viaggiatore. Migliaia di posti attraversati in fretta, intuiti solo con l'occhio, trattengono il cuore come pelliccia tra i rovi. Non commuovono i ricordi, piuttosto quello che non potrai ricordare. Un prato oltre la massicciata, dove sdraiarti, annusare l'erba e osservare il tramonto. Un campo da calcio fangoso e una partita di terza categoria che avresti voluto giocare. Il marciapiede vuoto di una strada sconosciuta, illuminato appena dall'insegna di un bar, dove forse gli avventori non parlano solo di lavoro e certo un cappuccino costa meno che sotto casa.
Il controllore arriva dopo mezz'ora. Sto fissando un pescatore immerso nel fiume fino alle anche. Sono sul punto di piangere. Senza pensare gli allungo il biglietto, scaduto da una manciata di chilometri.
- Questo andava bene per Masso. Si è dimenticato di scendere?
- No, scendo a Bocconi. È che non mi bastavano i soldi.
- Ho capito. In questo caso, devo farle la contravvenzione. Sono trenta euro piú tre di biglietto integrativo.
Scarabocchia un pezzo di carta, lo strappa dal blocchetto e me lo porge.
- Guardi, forse non mi sono spiegato: non ho una lira, altrimenti lo facevo, il biglietto.
- E non poteva dirlo prima? - è davvero contrariato. Si guarda intorno in cerca di consensi - Mi fa scrivere tutto quanto e adesso dice che non può pagare!
Appallottola il foglio giallo e lo infila in un posacenere stracolmo.
- Deve darmi un documento. La multa le arriva direttamente a casa. Sono novanta euro piú tre di biglietto integrativo.
Estraggo un fossile di carta d'identità: - La tenga. A me non serve piú. E ci aggiunga pure cinque euro, per il disturbo. Avrei dovuto spiegarmi meglio.
E lui: - Non faccia lo spiritoso. È già tanto se non la faccio scendere. - Scuote la testa e mi riconsegna il tutto, con l'aggiunta di una seconda ricevuta.
- Lei è molto gentile. - insisto - E non intendo prenderla in giro. Se mi lascia il suo indirizzo sarò lieto di inviarle un regalo. Le sembrerà strano, ma sono uno degli uomini piú ricchi del mondo.
Niente. Non ne vuole sapere. Dev'essersi convinto che sono un idiota. Accarezza i baffi ingialliti e passa a controllare altri biglietti.
Appena si allontana, socchiudo il finestrino e lascio che il vento mi strappi di mano ogni cosa. Una vecchia lancia occhiate di disappunto. Non posso fare a meno di gioirne.
Ho un sacco a pelo pesante.
Ho un badile pieghevole e alcuni attrezzi da immanicare.
Ho tre libri di grande valore. Vorrei impararli a memoria e recitarli in giro, dove nessuno li conosce, magari in cambio di pane e formaggio.
Dal sedile dietro, ondate imponenti di discorsi del cazzo si alzano minacciose, destinate a infrangersi sulle orecchie del sottoscritto. Maledizioni contro gli immigrati. Sproloqui sul mercato del lavoro. Plausi alla chiusura delle frontiere. Discorsi da treno. Il sottoscritto è: incapace di far finta di niente; incapace di intervenire, soltanto altra bile che finisce nello stomaco; incapace di considerarle parole vuote, rituali, formule magiche per ingannare il tempo.
Le parole vuote mi spaventano piú delle altre.
Per fortuna, come ogni supereroe che si rispetti, ho la mia arma segreta. La estraggo dalla valigia, infilo le cuffie, spingo play. Per quanto apocalittiche, le urla degli Skiantos mi placano come ambrosia.

Quando c'è l'epidemia,/ puoi scappare dalla zia/ mentre in caso d'esplosione/ provi solo l'emozione/ quando scendi dal droghiere/ chiedi un kilo di bromuro/ se rimani solo tu/ il prim'anno sarà duro.

Ho venti confezioni di pile da un volt e mezzo.
Ho un programma graduale di disintossicazione da Cd.
Ho cercato invano un lettore a dinamo, come le radio a manovella per i villaggi africani piú sperduti.
Quando le pile finiranno, spero di imparare a suonare l'armonica a bocca, o qualche flauto primitivo fatto con rami di sambuco, o un'ocarina di terracotta. Vorrei evitare le percussioni, se possibile. Ho vissuto diversi anni con branchi di bongoloidi accampati sotto casa, e certe sonorità mi hanno rotto i coglioni. Ma senza musica non ce la posso fare.
Anche per le sigarette ho un piano di disintossicazione.
Smetterò di fumare. Con impegno. Almeno venti volte al giorno.
Poi passerò alla marijuana autoprodotta. Sempre che mi ricordi dove ho infilato le cartine.
Intanto, il treno attraversa implacabile il Grande Nulla sospeso tra periferia e campagna. Nessuna strada asfaltata avrebbe altrettanto coraggio. Come perle di un collier post-atomico, si susseguono piste da kart, cadaveri di vecchie fabbriche, chiese talmente brutte che nemmeno Dio, nella sua infinita misericordia, gli farebbe la grazia di una visita.
Alla stazione successiva sale una ragazza e l'odore ferroso di notte sui binari. La ragazza viene a sedersi di fronte al sottoscritto. Ha la pelle bianchissima e la guance rosse di freddo. Tengo gli occhi bassi, lei li punta fuori dal finestrino. Neri come pozzi artesiani. Fingo anch'io di osservare il paesaggio. In realtà studio la sua espressione, riflessa sul doppio vetro, sovrapposta come uno spettro all'acqua torbida del fiume. Mi piacerebbe chiederle cosa ne pensa del mio progetto. Se per caso non se la sente di accompagnarmi, se le pare follia. Purtroppo, non sono mai stato bravo ad attaccare discorso. Forse lo diventerò, di qui in avanti. Dicono che il soliloquio fa bene al cervello, ma solo in piccole dosi.
L'arrivo a Bocconi è previsto per le nove e trenta. La corriera per Castello passa due volte al giorno, alle sette e quindici e alle diciotto e quarantacinque, con cambio a Piantalascia e al Passo delle Vode. Sono trentadue chilometri. Credo proprio che li farò a piedi. La corriera non si può prendere, senza biglietto. L'autista controlla i passeggeri uno a uno, al momento di salire.
Ci vorranno molte ore, ma non me ne curo. Posso fermarmi quando voglio. Costruire un riparo, mangiare qualcosa, riposarmi. Altro che vacanza. Lí c'erano sempre posti da visitare, il piú possibile, e tabelle di marcia da rispettare. C'erano percorsi stabiliti, montagne da scalare, mete da raggiungere. C'era da riempirsi gli occhi e impiegare le giornate nel modo migliore, sfruttare al massimo le ferie prima di tornare in città, all'altro lavoro. Perdere tempo era l'unico spreco riprovevole. L'acqua potabile nello sciacquone era tutt'altro che un problema.
Ho carta e penna.
Ho un binocolo ultraleggero.
Ho un chilo di bromuro.
Il peso dello zaino non mi spaventa. Conosco altri fardelli. Questo almeno posso poggiarlo, tutte le volte che desidero. Se impiegherò dieci giorni, che importa?
La strada si rinnova a ogni curva.


5. Selvatico nero

Troppe regole del cazzo.
I cartelli. Le pettorine. I verbali.
Boni sbirciò le lancette sotto la manica del giaccone. Non c'era verso di cominciare a un orario decente. Proibito prima delle 10. Proibito dopo le 17.
Rizzi era un caposquadra rigido, scrupoloso. Eletto per mancanza di alternative. Su quaranta cacciatori, l'unico coi requisiti. Cinque anni d'esperienza e diplomino: gestione faunistico venatoria della specie cinghiale.
Prima di sorteggiare le poste verificava che tutti indossassero le casacche arancioni col numero della squadra. I fucili dovevano essere scarichi. Sul tipo di canna era piú permissivo. Usare la liscia era consuetudine, non regola. Quanto alle munizioni, evitava di perquisirti per il controllo, ma stai sicuro che gli dispiaceva.
Poi ispezionava i cartelli. "Attenzione. Battuta al cinghiale in corso". Se erano poco visibili, li spostava. Se ne mancava uno su un sentiero da funghi, ce lo metteva.
Era come viaggiare in Ferrari con uno che fa i cinquanta nei centri abitati, rallenta col giallo e si lamenta se non metti la cintura. Uno strazio. Appena possibile, Lele e Graziano dovevano frequentare il corso provinciale. L'esperienza ce l'avevano. Avrebbero sostituito il Pignolo.
Nessun altro caposquadra s'intestardiva tanto sui cani. Mai piú di quindici. Tutti addestrati per il cinghiale. Altrimenti, rischi che vanno dietro ad altre bestie. Come se le altre bestie fossero tranquille, con una cinquantina di cani e persone a spasso per il bosco.
Puttanate. Ipocrisie come la benzina verde e le giornate senz'auto.
Sauro Boni accennò un tip tap. Era nervoso. Aveva i piedi congelati. Le ossa delle gambe si inzuppavano di freddo. Infilò una mano nel tascone dietro la schiena. Estrasse una bottiglia di plastica riempita di sangiovese. Se l'era dovuta nascondere là dentro: Rizzi non ammetteva alcolici, alle poste.
Tirò un paio di sorsate. I cani abbaiavano distanti. Aspettare.
Il dottor Taverna era stato in Romania e diceva che là si cacciava davvero. Prezzi bassi, foreste secolari, selvatici in quantità e poche limitazioni. Mille euro viaggio escluso per tre giornate di caccia e quattro notti a pensione completa. Piú quattrocento per bestie da due quintali e zanne di sedici centimetri. Piú duecento di eventuale accompagnatrice all inclusive. Sui Monti Carpati potevi pure sparare agli orsi, ma lí i prezzi salivano. Almeno ottomila euro. Taverna ne aveva preso uno, s'era fatto spedire la pelle, la teneva sul muro. Ingrassava un chilo tutte le volte che ci passava davanti.
Altro sorso di vino. Arbusti e cespugli attendevano il tepore meridiano come farfalle dentro bozzoli di gelo. Il carro del sole s'era impantanato nella nebbia.
Vibrò un cellulare. Boni rispose. Forse Apollo aveva bisogno di una mano.
- Pare che sono una decina, - disse Lele - esclusa la scrofa. E secondo Gianni c'è anche un solengo, bello grosso.
- Si sarà fatto una scopata. Sono da voi?
- No. Sembrava che venivano, poi hanno girato. Sai cosa fa l'Atletico?
- No.
- Perché m'è arrivato un messaggio di Buzza, dice che perdono tre a zero, ma per me è una balla.
- Sicuro. Se so qualcosa, ti chiamo. In gamba.
Il cellulare tornò nella tasca, accanto all'impugnatura del coltello bowie e all'accendino formato proiettile.
Un solengo "bello grosso" non si vedeva da tempo. Opinione generale: l'Oasi di Monte Budadda funzionava da rifugio. Pressati dalle doppiette, i selvatici si nascondevano dove la caccia era proibita.
Rizzi non era d'accordo.
Numero uno dava la colpa al clima, al caldo torrido, all'effetto serra.
Poi diceva che in Romania era diverso perché negli anni Ottanta c'erano stati attenti, avevano controllato la fauna, fissato criteri per l'abbattimento. Cosí adesso avevano gli orsi nell'orto di casa e potevano permettersi di accopparne qualcuno. Idem coi cervi. Ma qui da noi nessuno faceva i censimenti fatti bene, la Provincia fissava i carnieri un tanto al chilo, i controlli erano da barzelletta. Con un andazzo simile le specie piú delicate rischiavano grosso. Niente piú lepri. Niente daini. Solo cinghiali.
La caccia non è uno sport - diceva Rizzi- La caccia è passione. E d'accordo sul non chiamarla sport, per far ingoiare frasi fatte agli ecologisti da salotto. "Sport vuol dire armi pari", eccetera. Per Rizzi era diverso: non era uno sport perché non c'erano record da battere. Cazzate: alzi la mano chi non misura le zanne di un trofeo, chi non passa dal bar a vantarsi del peso di un solengo. E non era uno sport perché non c'era un vincitore. La passione consisteva in questo: portare ordine nella selva. Eliminare i nocivi. Regolamentare le popolazioni. Affrontare il selvatico con le armi dell'organizzazione: cani addestrati, fucili efficienti, sopralluoghi e scelta delle poste.
Bella passione da ragioniere.
Un cretino, comunque. Capace di incazzarsi se gli dicevano che poteva sparare piú dell'anno prima. Perché cinque lepri? Li avete fatti i censimenti?
Al diavolo Rizzi. E al diavolo anche Taverna. Boni non aveva tanti soldi. Altro che Romania. Altro che orsi. Se voleva sparare di piú doveva mettersi con Sardena, che certo di scrupoli se ne faceva pochi.
E se voleva prendere qualcosa lí, in quel momento, faceva meglio a star pronto.
I bracchi lavoravano bene: dividere il branco, portare a tiro una bestia per volta. La canizza era assordante. Decine di zampe battevano la pista. Lontane, vicine. In una direzione, nell'altra. Grida suine e spezzarsi di rami.
Arrivavano.
Boni vide l'onda di adrenalina allagare il sottobosco, afferrargli i piedi, arrampicarsi lungo la spina dorsale, gonfiare le braccia che sollevavano l'arma. Mire in fibra ottica nuove di zecca inquadrarono le siepi lungo la pista. Piantò il reticolo su una zona scoperta, oltre la macchia di felci e pungitopo. Venti metri. A giudicare dai rumori, era da lí che sarebbero usciti.
Respirò a fondo, immobile, cercando di placare battiti ed eccitazione. Le dita scivolarono sull'otturatore, pronte. Vibrazioni di cellulare solleticarono le palle. Ricevuto un nuovo messaggio: forse il risultato dell'Atletico.
Con scarto improvviso schianti e latrati cambiarono direzione, come moscerini ubriachi di caldo, puntando di nuovo al cuore della fustaia.
Boni tolse l'occhio dal mirino. Abbassò il fucile.
Dall'imboccatura opposta del trottoio un frusciare di sterpi raggiunse le orecchie.
Attimi sospesi. Solita sensazione che tutto svanisca, oltre i primi cespugli. Una scheggia di mondo in orbita intorno a Giove.
Disorientato, muso all'aria, il selvatico nero fiutava la via di fuga tra le poste.
Lo scatto dell'otturatore lo fece partire. Boni non ebbe tempo di mirare. Sparò d'istinto, alla sagoma, prima che la bestia si rintanasse nel folto.
Combustione di polvere da sparo. Pressione oltre il livello critico. Sauvestre calibro dodici inizia la corsa. Abbandona il bossolo. Entra nella canna.
Braccia e spalla del cacciatore assorbono il rinculo. Gas e pallottola escono dall'arma. Fiammata. Detonazione. Colpo di frusta.
Sauvestre si impenna, effetto dello stoppaccio. Discende la parabola e colpisce l'animale poco sopra la natica destra. Venti metri in tre centesimi. Seicento metri al secondo. Sauvestre buca la pelle, strappa e recide tessuti, apre la cavità permanente. Subito dietro, l'onda di choc s'allarga e restringe. Pulsa rapida, violenta. Dilata il foro, lacera la carne, strappa cellule nervose per suscitare paralisi e morte.
Poi Sauvestre esce, due dita sotto la coda.
La preda spiccò un balzo tra i cespugli, leggero. Il secondo proiettile non la raggiunse nemmeno.
- Arriva, Sandro, arriva. - gridò Boni al vicino di posta.
Con un certo rammarico si trattenne dal controllare le tracce dello sparo, i segni del sangue, i frammenti d'osso. Indizi fondamentali sull'esito del colpo.
Non bisognava confondere la traccia. Cani da sangue avrebbero scovato il ferito in un secondo momento. Forse già cadavere. Forse in attesa del colpo di grazia. In ogni caso, meglio recuperarlo. Perso il branco, molte bestie giovani vagano ai margini del bosco e squassano le coltivazioni. Cosí gli agricoltori del bioecocazzo possono dire che la caccia non aiuta a limitare i danni, anzi, li aumenta pure, perché sparpaglia i branchi e spinge gli animali verso i campi. E se poi convincono un po' di gente, finisce che la battuta al cinghiale la mettono fuorilegge anche da noi. Come in Germania.
Boni scacciò con la mano i suoi stessi pensieri, sperando che il messaggio sul cellulare lo consolasse per la padella.
L'Atletico vinceva due a uno.
Ripose il telefonino, sistemò il berretto, ricaricò l'arma. Pronto per la seconda occasione.

Il dolore è una frustata. Secca, continua. La paura è il fantino che sprona nell'ultima corsa. Slalom disperato tra roveri e cespugli. Schiuma rossa nelle froge spalancate, mentre il fiato si spezza e la fitta stritola i muscoli. L'animale ferito travolge siepi e grovigli di spine. Proiettile lui stesso, sessanta chili sparati contro il bosco. Scia di sangue e bava per un banchetto di formiche. Lampi di panico nell'aria sottile.
Attraversa una mulattiera. Salta un fosso. Inciampa su una pietra e si riprende. Dal sonno profondo alla fuga in sette minuti netti.
Si ferma. Annusa la macchia. Deve localizzare inseguitori e uomini appostati.
Un paio di cani lo fiutano. Staccano il branco per stargli dietro. L'odore del sangue confonde ogni disciplina.
La preda riprende a scappare, in salita, verso Monte Budadda. Eco di spari riempie le orecchie. La ferita urla piú di ogni stanchezza. Fuggono scoiattoli, fagiani, bisce. Come se cani e pallottole fossero anche per loro.
Due minuti lunghissimi. Muscoli che diventano pietra. Poi l'abbaiare dei cani resta indietro. Qualcuno li ha richiamati all'ordine.
Il ferito si risveglia dalla fuga in una zona sconosciuta. Non è abituato a girare il bosco in piena luce. Vorrebbe nascondersi, ma non sa dove andare. Istinto ed eccitazione suggeriscono di muoversi. Vaga fino al tramonto, annusando l'aria. Cerri e castagni lasciano posto agli abeti. Poi gli abeti si aprono in una vasta radura punteggiata di ginestre. Chiazze d'erba e di terra. Uno stagno melmoso risuona di grugniti. Un altro branco.
L'animale si avvicina, cauto. C'è acqua per bere, acqua per lavare il sangue e cancellare le tracce, fango per scacciare pruriti. Lo spiazzo accanto alla pozza è disseminato di ghiande, radici, barbabietole e cereali. Due o tre bestie mangiano senza posa. Altri stanno a mollo. Una coppia si agita scomposta, forse un corteggiamento. Girano in tondo, inseguendosi la coda. Sbavano. Fanno strane capriole. Impennano sulle zampe posteriori. Una danza mai vista.
Sul fianco della collina, oltre i cespugli, svetta un'altana camuffata di rami. Dalla feritoia dell'altana sporge la canna di un fucile. All'estremità opposta del fucile, la spalla di un cacciatore ne sorregge il calcio. Il cacciatore è De Rocco Luigi, addetto al prelievo selettivo del cinghiale nell'Oasi di Monte Budadda. Abbatte gli animali secondo un criterio. Occhio nel mirino, non si accorge della coppia danzante, piú spostata rispetto al branco. Altrimenti, riporterebbe tutto sul registro, e farebbe rapporto, alla prima occasione. I comportamenti insoliti vanno sempre segnalati.
I selettori sono gli unici a poter sparare dentro la riserva. Fanno parte di un progetto piú ampio, tecniche alternative per il contenimento del cinghiale. Coltivazioni a perdere in mezzo al bosco, recinti elettrici, cattura, selezione.
Tre volte su quattro bisogna eliminare esemplari di circa un anno. Altrimenti i branchi diventano troppo giovani, anarchici, e i maschi solitari li spingono ai margini del bosco. Verso le coltivazioni e alla conquista di nuovi spazi.
All'imbrunire, gli animali abbandonano le lestre per cercare cibo. Sguazzano nell'insoglio, fiutano la pastura imbandita per loro. De Rocco li osserva con attenzione, attraverso l'ottica della carabina. Non deve sbagliare, pena la sospensione. Valuta il sesso, l'età approssimativa. Sceglie le prede e aspetta che salgano a mangiare. Questa notte abbatterà una femmina sotto l'anno.
Un maschio di quasi sessanta chili bordeggia il branco all'uscita dalla pozza. Si tiene distante, ma in contatto odoroso. Cerca di capire se potrà scroccare la cena.
L'estraneo è ferito. Sangue recente incrosta le setole. Ma: non sembra in pericolo di vita. Non ha arti spezzati. Non presenta malattie evidenti. Non rientra nelle eccezioni al Piano di Abbattimento e De Rocco ha già sfruttato la sua quota di adulti. La scorsa settimana, a un passo dalla sospensione, ha rotto il femore a una scrofa uccisa per errore. Forse l'hanno bevuta, forse hanno chiuso un occhio.
Bonus esaurito, comunque. Segnalerà la bestia e niente piú. Meglio concentrarsi sul branco.
Nel mirino dodici per, la testa di una femmina sembra a meno di dieci metri.
L'età è quella giusta. Sette, otto mesi al massimo.
Il cacciatore ferma il reticolo in un punto dietro l'orecchio. Spara.
Il Ferito non ha toccato cibo ma il boato lo rimette in fuga.
De Rocco scende la scaletta, fucile a tracolla, e raggiunge lo stagno per marchiare la preda.
Si china sulla testa sanguinante, afferra un orecchio.
Sorpresa: due piccoli fori lo attraversano sotto la punta.
Hanno un aspetto familiare.
Il cacciatore afferra il marchio come la tessera di un puzzle.
Infila i punzoni nei fori.
Incastro perfetto.

Fa buio. C'è una luna sottile.
Rumore di vento che spettina i rami e ululati lontani come le stelle.
Il Ferito si è ingozzato di faggiole e lombrichi, ma non sa resistere all'odore delle pannocchie. Avanza, muso incollato al terreno, finché s'imbatte in una gabbia metallica. La aggira, cercando un pertugio. Eccolo. Il Ferito esita sulla soglia. Se non vedesse una via di fuga, subito dall'altra parte, eviterebbe di entrare. La seconda apertura lo convince.
Entra. Inciampa. La via di fuga si chiude di colpo. Qualcosa scatta dietro di lui.

Il furgoncino ancheggia sui lastroni, carico di casse e suini.
Ultima tappa: la gabbia dei guardiacaccia. Come rubare la trottola a un bambino.
Il giro ha già fruttato tre esemplari. Due scrofe per l'allevamento e una bestia rossa per la trattoria. Guadagno atteso: cinquecento euro.
Sardena guida e pensa alla grana.
L'altro bada a parlare.
- Strano. Com'è che l'allevamento ne vuole ancora?
- In che senso, strano?
E l'altro: - In che senso: la stagione è cominciata, i lanci clandestini si fanno in estate. Chi glieli va a prendere i cinghiali, a metà ottobre?
- Chi glieli va a prendere: i ristoranti, gli agriturismi, le trattorie.
- La trattoria la serviamo già noi, scusa.
- Sí, va bene, la trattoria. Sarà mica l'unica, no?
Sardena si gratta via un foruncolo, passa la mano sul parabrezza appannato e riprende.
- Poi c'è questa storia dell'Oasi. Pare che si divertono a buttargli dentro dalla finestra i cinghiali che quelli fanno uscire dalla porta. E con gli interessi, se possibile.
- Cioè, scusa: in modo che i cinghiali continuano a far danno e i metodi alternativi se la prendono nel culo? Vuol dire che...
- Vuol dire che siamo arrivati. - taglia corto Sardena.
Il furgone infila il muso contro una piccola frana.
L'Oriente inghiotte le prime stelle.
Due ombre scivolano nel bosco reggendo una cassa. La appoggiano e si avvicinano alla gabbia. Vuota.
- Sfiga - commenta l'altro.
- Un cazzo. Guarda lí.
Sardena indica un cumulo di terra smossa all'interno della gabbia.
- Sono arrivati prima i guardiacaccia - commenta l'altro.
- Impossibile. Prima delle sette non passano mai.
- Be', allora chi?
- Non lo so - pausa - Almeno per ora.

Il foglietto è passato inosservato. Troppa poca luce.
Il foglietto è attaccato col nastro adesivo a una placca di metallo.
La placca direbbe: Oasi Protetta di Monte Budadda - Prelievo e censimento ungulati.
Ma la placca è coperta dal foglietto. E il foglietto dice:

CINGHIALI LIBERI! AL GABBIO I CACCIATORI!
VIVA L'ESERCITO MADERESE DI LIBERAZIONE ANIMALE.

Alle sette ci sarà piú luce. Le guardie forestali lo noteranno. A meno che il vento non se lo porti via.


6. Sessanta milioni

Il capannone veniva su bene. Al catasto figurava come ampliamento della Tana del Vagabondo, vecchia porcilaia trasformata in canile per i randagi della valle.
Duecento metri quadri in piú significavano permessi per altre bestie. Almeno settanta. Settanta cani significavano duemila euro al giorno di contributi comunali. Quasi un miliardo e mezzo all'anno di vecchie lire. Mantenere i cani poteva costare molto meno. Bastava dargli poco da mangiare. Bastava non perdere tempo a pulirli. Bastava imboscare qualche carcassa alle cave di gesso. O riciclarla nella catena alimentare degli altri ospiti.
I cani sarebbero entrati nella nuova struttura solo per combattere. Contro altri cani e contro uomini. I trovatelli potevano stringersi nella porcilaia. Non c'era bisogno di tanto spazio. L'azienda sanitaria locale non sarebbe venuta a ficcare il naso. Preferivano chiudere un occhio e risparmiare i soldi per la struttura pubblica. Pensavano: meglio vivere alla Tana che morire avvelenati coi bocconi. La presenza del canile aveva risolto il problema. Forse perché gli stessi che ora accoglievano i randagi avevano passato mesi a confezionare polpette al fosfuro di zinco.
Sedici cani stroncati dal veleno. Emergenza. Il canile municipale è fetido e stracolmo. Gli accalappiacani del comune non sono all'altezza. Meglio privatizzare.
L'avviso di gara non s'era fatto attendere. Tre associazioni cinofile s'erano impantanate con la burocrazia. I tempi erano scaduti. Una quarta aveva sforato il budget previsto. La Tana s'era aggiudicata l'appalto.
Jakup Mahmeti brindò alle buone idee. I giorni passati sulla strada, a vendere roba e farsi chiamare Caffelatte, si allontanavano mossa dopo mossa.
Spese un terzo della cifra dichiarata. Il problema polpette era fuoco al culo delle amministrazioni. Non attesero la fine dei lavori. Fecero subito il sopralluogo. Videro l'ufficio. Pulito, accogliente, muri tappezzati di manifesti contro gli abbandoni, poltroncine girevoli, ficus in un angolo, bambú nell'altro. Videro il primo edificio del canile. Nuovo di zecca. Isolante acustico, box regolamentari, cucce coibentate, infermeria. Il resto andava ristrutturato, ma il progetto prometteva bene. La mano di intonaco sui muri esterni delle porcilaie le faceva sembrare meno fatiscenti. Due settimane piú tardi, i primi ospiti. La parte a norma, per combattenti e importazioni illegali. La parte decrepita, per i randagi. I lavori di ristrutturazione si fermarono lí.
L'intero complesso sorgeva in zona isolata, sul crinale sopra Castello, coperto di boschi e prati da pascolo. Le abitazioni piú vicine erano un agriturismo di ex-tossici, a sei chilometri, e la fattoria degli Hare Krishna, ancor piú lontano. Occhi e orecchi indiscreti ridotti al minimo.
Tre persone si alternavano come custodi. Una vecchia roulotte senza ruote, appoggiata su pile di mattoni, faceva da guardiola. La chiamavano Il privé.

La Fiat Panda avanzò nel fango del parcheggio. L'abbaiare dei cani copriva ogni rumore. Adelmo Asturri detto Pinta sfilò dall'abitacolo il suo metro e novanta. Addosso, la divisa di sempre: maglia da calcio biancorossa, jeans blu scuro e scarponi da trekking. Aria gelida risvegliò il mal di testa sotto la canizie precoce. Gli altri erano già dentro.
Salutò con un cenno per non interrompere. L'interrogatorio era appena cominciato.
- Allora, Kunta Kinte, basta menate. Ci dici chi sono 'sti amici tuoi e la piantiamo lí.
Il nigeriano stava seduto sulla sponda del letto. Marcio lo osservava impettito, mani sui fianchi. Classica posizione per sembrare piú massiccio. Nel suo caso, fatica sprecata. Ex cicciobomba rinsecchito dalla coca, con residuo di panza e muscoli gonfiati alla rinfusa da otto mesi di palestra galeotta, il Marcio aveva un fisico senza arte né parte. Niente bicipiti da pugile, niente spalle da buttafuori, niente ciccia imponente da padrino mangiaspaghetti. Per guadagnarci in autorevolezza, non era su quello che poteva puntare.
- Io no amici. Io non so - rispose l'interrogato.
- Ma perché devi fare lo stronzo? - insistette il Marcio grondando sudore - Te lo chiedo con le buone, perché non me lo vuoi dire?
- Dicono che due giorni coi pitbull schiariscono le idee.
Il nigeriano fissò Pinta per capire fino a che punto diceva sul serio. Di certo non scherzava, non lo faceva mai. Nemmeno quando gli aveva proposto di combattere. Cinquanta euro a ripresa, cento per le ferite gravi. Gli altri lo avevano sconsigliato, ma lui non aveva scelta. Posta troppa alta per giocarsela con un rifiuto. Quelli della Tana gli davano già il lavoro normale: assunto in nero come tuttofare, c'erano buone possibilità che lo mettessero in regola, prima o poi. L'ufficio immigrazione non era l'azienda sanitaria. Un controllo, un'irregolarità e addio appalto. Adesso, visti gli ultimi eventi, doveva pure ripagare il campione. Trentunmila euro. Sessanta milioni. Dove li trovava, se non combattendo?
- Dimmi solo se ti torna, d'accordo? - la domanda di Pinta interruppe il gladiatore al capitolo Piani di Fuga. - Tu non sei stato ai patti. Hai parlato con i tuoi amici. Gli hai detto del combattimento. Gli hai detto che se non ti facevi vivo entro una certa ora, dovevano preoccuparsi, venirti a cercare, chiedere in giro. È per questo che stamattina erano giú al bivio a parlare col Re dei tossici e poi sono venuti qua intorno a sbirciare dalla rete. Giusto?
Giusto. Non ci voleva un genio a capirlo. Fela e Beko si erano mossi male. Metterli in mezzo era stato un errore.
- Chi tace è consente, molto bene. - riprese Pinta - Adesso basta che ci dici dove stanno, cosí andiamo a spiegargli un paio di cose e si sistema tutto.
- Spiego io. Dico che no problema.
Due colpi di clacson rubarono a Pinta le parole. Il Marcio sbirciò dalla finestra. Una donna si sbracciava dietro il cancello. Era rivolta verso il privé. Doveva aver visto qualcuno.
- C'è una tizia che vuole entrare.
- Be'? Cazzo fa Ghegno? Non è lui di turno?
- Quello manco sa cos'è, un turno.
- Vai tu allora. Oh, Bingobongo, se anche questa è amica tua va a finire male, intesi?
Il Marcio atterrò nella melma che circondava la roulotte. Entrò in ufficio dall'ingresso di servizio e azionò il cancello automatico.
- Ghegno? Oh, dove sei finito?
Zero risposte. La porta si aprí prima del previsto. Il Marcio fu colto di sorpresa. Non capitava spesso che qualcuno arrivasse fin là.
- Salve - biascicò.
- Buongiorno.
Ci fu un attimo di silenzio, che il Marcio non seppe riempire.
- Mi chiamo Gaia Beltrame. Sto cercando il mio cane, un sanbernardo. È scappato di casa l'altro giorno e mi hanno detto in Comune di venire qui.
- Un sanbernardo, eh? Non mi pare proprio.
- Si chiama Charles. Charles Bronson, per l'esattezza. Ho qui due o tre foto, non si potrebbe controllare?
Il Marcio guardò. Charles Bronson in giardino. Charles Bronson e padrona. Charles Bronson col ghigno di Armonica in C'era una volta il West.
- Aspetti un attimo, eh? Torno subito.
Raccolse le foto con mano tremante e girò le spalle al grazie della donna. Cosa si faceva in quei casi? Uscí dal retro e si diresse ancora verso il privé. Una sciatalgia permanente lo obbligava a zoppicare come un tamburino a molla. La mano destra premeva un punto subito dietro l'anca. Quintali di pomata analgesica non erano serviti a sconfiggere il dolore. Piuttosto, erano serviti a trasformare il Marcio nel piú inveterato cocainomane della Valmadero. Almeno secondo la teoria del complotto messa in giro dall'interessato.
- Quel fricchettone del cazzo! Sparisce cosí, da un giorno all'altro, lui e il suo banchetto. Io senza quella pomata boliviana sono fottuto, capito? Non riesco neanche a camminare. Guarda caso, proprio il giorno dopo passa il mio pusher e mi regala un paio di bustine. Io sono steso a letto, sudato fradicio, faccio fatica a girarmi. Sniffo di brutto e mi sento un po' meglio. Sai perché? La cazzo di pomata era una roba Incas, strapiena di coca. E allora dimmi che quello stronzo non era d'accordo col pusher! Che poi da quel giorno, altro che regali, lo pago eccome, ma almeno posso camminare, no? Almeno quello...
Dentro la roulotte, l'interrogatorio proseguiva. Nessuno si era spostato di un millimetro. Parevano manichini in vetrina.
- Hai capito? - diceva Pinta - Appena stai meglio con la gamba te ne torni a casa. Però devi stare muto, muto con tutti. Non devi parlare a nessuno. E questi tuoi amici che sanno degli incontri, bisogna che ci dici chi sono, altrimenti ci mettiamo a cercarli noi, e quando poi li becchiamo sono cazzi loro.
- Scusate un secondo - si inserí il Marcio - La tipa vuole sapere se abbiamo trovato un sanbernardo. Questo qui. Si chiama...
Pinta prese le foto e le lanciò come stelle ninja in faccia al nigeriano.
- Le dici che il cane non c'è. Le dici di fare dei manifestini e di promettere una bella ricompensa. Vedrai che dopo lo troviamo.
Tutti risero, escluso Sidney, il nigeriano. In pochi squarci di riflessione aveva concluso che l'unica fuga possibile era tornare in Nigeria. Ma non gli bastavano i soldi, era piú povero di prima, e aveva speso una fortuna per partire. La possibilità era pura astrazione.
Il Marcio raccolse le foto e tornò verso l'ufficio. La donna alzò uno sguardo interrogativo dal suo pasto di unghie.
- Niente, guardi, nessun sanbernardo. Provi con degli annunci, magari una ricompensa.
- Niente sanbernardo? Davvero? Eppure quelli del comune...
- Qui non c'è. - Il Marcio iniziava a innervosirsi. Dove s'era ficcato, lo stronzo? Era lui che si doveva smazzare certe situazioni.
- Ma...È proprio sicuro?
- Ascolti, sono appena stato a controllare. Vuol venire lei, là dentro?
La voce di Ghegno calò quasi dal cielo. In realtà era soltanto in piedi, accanto al bambú.
- Il mio collaboratore diceva per dire, signora. Il canile non è ancora aperto al pubblico. Se mi lascia una foto e il suo numero di telefono, controllo di persona che non ci siano errori. Nel caso, le faremo sapere.
Gaia girò l'immagine di Charles B. in giardino, prese una penna e scrisse il telefono sul retro.
- La ringrazio molto. Spero di sentirvi presto.
- Non mancheremo - concluse Ghegno stringendole la mano. Aveva fatto il pierre per una discoteca e la faccia da bluff non gli mancava.
La donna uscí. Il Marcio asciugò il sudore col fazzoletto da naso. - Sei un coglione, Ghegno. Sempre a cazzeggiare.
- Ah, io sono un coglione? Ci mancava poco che le stendevi il tappeto, alla tipa.
- Non faccio la segretaria, io. Non ne so un cazzo di 'sta roba.
Uscí sbattendo la porta mentre Ghegno se la rideva. Pestò per la quarta volta le proprie orme e si diresse zoppo verso la roulotte. Gli servivano le chiavi del furgone. Doveva fare una consegna importante a Sardena, il tizio di Ponte.
Questa volta i manichini si erano mossi. Pinta era al cesso e Nigeria si era beccato dei ceffoni. Aveva la faccia gonfia e parlava piú del solito.
- Io non ha detto loro di combattimento. Solo che se non chiama, loro viene a cercare. Adesso io telefono e dico tutto okay.
Dal bagno non arrivava risposta. Il Marcio si inserí nel soliloquio.
- Dicci dove stanno e come si chiamano. Dopo puoi telefonare anche al Papa.
- Loro non sanno niente...
Il Marcio fece uno scatto in avanti e afferrò Sidney per il ciuffo ad ananas che portava in testa. Gli fece piegare il collo, chinandosi per ringhiare a un centimetro dalla sua faccia.
- I nomi. E il posto dove abitano.
Sidney lo fissò. Sidney disse: - Roger Ojumba e Maké Zanda. Lavorano per ferrovia. Stanno in Meleto, dove non so.
Il Marcio mollò la presa. Soddisfatto.
- Pinta, hai finito? - domandò al paio di tette sulla porta del bagno - Muoviti, su. Andiamo da 'sti negri.


7. Dobbiamo lavorare

Polvere d'acqua galleggia tra le fronde. La nebbia cancella il mondo, dieci metri oltre il naso. Della grotta, nessuna traccia.
Da un paio d'ore arranco in salita. Terreno tanto ripido che pare strano ci cresca qualcosa. Un ceduo di faggi dritti come spilli, rami bassi e matasse spinose sullo scoperto. Il sentiero: pura utopia. Se esisteva, è sommerso da ginepri, rovi, legni secchi e scaglie di arenaria franate da chissà dove. Sembrano anni che l'uomo non passa di qui. In realtà, basta molto meno. La selva digerisce in fretta.
Ho scoperto la grotta durante uno stage di assenteismo al comune di Ponte Valmadero. In qualità di obiettore dovevo guidare lo scuolabus e accompagnare certi nonni a fare la spesa, dal medico della mutua o in pellegrinaggio alla Madonna delle Querce, una domenica al mese. Molte volte, i vecchi non volevano uscire - pioveva, faceva freddo, avevano male alle ossa - e allora il sottoscritto sbrigava le commissioni da solo. Siccome per comprare un etto di prosciutto non mi ci vogliono venti minuti, e non posso passare un'ora dal dottore al posto di un altro, finivo tutto in metà tempo, caricavo le sporte sull'auto comunale e andavo a farmi un giro. Verso l'ora di cena mi ripresentavo dai vecchi: avevano sempre da ridire sul colore delle melanzane e il grasso della bistecca, ma un racconto biascicato e un piatto di minestra li rimediavo lo stesso.
Stamattina ho preso la mulattiera di allora, in mezzo al castagneto. Poco oltre metà, filo spinato invalicabile bloccava il passo. L'ho aggirato, ma la traccia accanto ai paletti s'è persa quasi subito, tra piante di cardo, ortiche e ciuffi d'erba da mezzo metro.
Il sottoscritto ha pensato bene di proseguire.
Ho pensato: impossibile perdersi, basta risalire il costone, fino al limite tra il bosco e un pascolo piú pianeggiante, proprio sotto il crinale. Ma la nebbia e il fitto dei rami hanno spazzato via ogni riferimento. Il costone è diventato uno scivolo. Il crinale un miraggio. Lo zaino scava le spalle. La valigia riposa abbandonata in una minuscola radura, all'inizio della salita, dove ho passato la notte. Un giorno, forse, avrò voglia di recuperarla. Per il momento, mi accontenterei solo di cavarmi da qui.
Calma. Hai tutto il tempo che vuoi. Non sei in pericolo di vita. Posso appoggiare lo zaino, stando attento che non rotoli giú, sedermi su un sasso sporgente macchiato di licheni, aspettare che si alzi la nebbia, infilare le cuffie e ascoltare Mingus, godendomi il panorama sulla conca di Coriano. Allora perché questo sgocciolare d'ansia tra scatola cranica e cervello?
È chiaro. Alcuni neuroni del sottoscritto si ribellano ancora alla civiltà troglodita. Sono stato programmato per inseguire, per non fermarmi, per mettere la freccia e arrivare in fondo. Inutile fingersi puri: il nemico peggiore è sul fronte interno.
"La fretta è per chi fugge - diceva mio padre - Per chi scappa e non sa dove andare". Eppure lui e mia madre sapevano di andare a Torino e dai rilevamenti della stradale pare che facevano i centosessanta, prima di schiantarsi.
Certo, a uno sguardo distratto il sottoscritto potrebbe apparire il classico trentenne in fuga. Definizione che respingo con estremo rigore. Preferisco considerarmi il primo anello di una nuova catena evolutiva. Come quel pesce che uscí dall'acqua, si abituò al fango e divenne anfibio. Chi può dire se stava fuggendo da un lucciosauro o se invece era soltanto curioso?
- Non preoccuparti - mormoro a me stesso - Tira fuori il sacco a pelo e aspetta le stelle.
Già. Non so neanche l'ora. Le nubi hanno ingoiato il sole come una pastiglia per la tosse. Il sottoscritto è senza orologio.
Per darmi tono, potrei sostenere che il tempo è solo uno stato d'animo. Che le quantità non esistono e tutto è incalcolabile sentimento, perché cento metri non mi dicono niente, finché non so come devo percorrerli, e dieci chili cambiano, se devo caricarli in spalla o mangiarli, e in quest'ultimo caso gradirei sapere se si tratta di crema o di merda.
La verità è che ho scambiato l'orologio con un kit per accendere fuochi: selce artificiale e seghetto d'acciaio. Se ce l'avessi ancora, altro che incalcolabile sentimento.
Intanto, tra ansie e riflessioni sarà passato un quarto d'ora e soltanto adesso mi sfiora la mente l'unica cosa davvero importante. Controllo la borraccia. Vuota. Niente acqua. Neuroni nemici tendono a darla per scontata. Ragionano ancora in termini di rubinetto, piuttosto che di sorgente. Acqua potabile per pulirsi il culo.
Vicino alla grotta scorre un torrente ripido, fresco, cicatrice d'ombra e di pietra tra le pieghe della montagna. Polle verdi e profonde si alternano a piccole rapide e le marne scure del fondale sono lisce come lavagne. Purtroppo, sapere che si chiama Rio Conco non allevierà la sete del sottoscritto. Meglio tendere l'orecchio: l'acqua buona fa rumore.
Non un rumore qualsiasi. Quello qui sopra pare piuttosto una motosega, inframmezzata da poche, incomprensibili frasi.
Riprendo a salire, con rinnovata fiducia. Nessuno può dedicarsi al taglio del bosco in un punto tanto scosceso. Dunque la zona pianeggiante è a portata di mano. Piú o meno la stessa informazione che avevo prima. La rinnovata fiducia deriva solo dall'aver udito voci, rumori umani. Quasi che gli incontri coi miei simili siano sempre piacevoli e confortanti.

Appena la salita s'inclina a piú miti pendenze, trovo un abbeveratoio per animali, con un filo d'acqua tra il tubo di gomma e la vasca da bagno. L'erba è morbida come moquette, e i faggi sono piú radi, vecchi e solitari. Il luogo ideale per una colazione ancora da fare, dopo la notte all'addiaccio, in compagnia dei ghiri.
Colazione significa legna - la parola "asciutta" suona surreale. Significa costruire con le pietre un supporto per il bollitore. Ho sei etti di tè. Dovrebbero bastare per qualche mese. Finito quello, spero di scoprire le eccezionali proprietà rinfrescanti di qualche pianta locale.
Intanto la motosega riprende il suo mantra. Avanzo carico di legna, sperando che la nebbia non mi rubi il bagaglio.
Sono due. Africani. Segano rami e piccoli fusti. Mi avvicino.
- Salve, gradite un po' di tè?
Devo urlare. Spengono la sega, ripeto la domanda.
Il piú grosso scuote la testa: - Tu non deve stare qui.
Il piccolo aggiunge: - Noi deve lavorare.
Strana sensazione. Resto qualche secondo a fissare i due tizi e i loro arnesi sferraglianti. Poi decido: gli offrirò il mio tè, a qualunque costo. In mezzo al bosco, in mezzo alla nebbia, lontano da centri abitati degni di tal nome, il sottoscritto servirà agli amici boscaioli un ottimo tè cinese. "Dobbiamo lavorare" è una scusa inaccettabile. Non tollero che si preferisca la fatica a una tazza di tè caldo. L'aroma di questo wulong è piú forte di qualsiasi lavoro.
Mi ci vuole un'ora. I fiammiferi sono fradici. Selce artificiale e seghetto d'acciaio farebbero desistere un piromane. Non certo un supereroe troglodita, che senza la perfetta padronanza del fuoco è solo uno stronzo qualsiasi, a spasso per il bosco con un bagaglio troppo pesante.
Orecchio teso, controllo che gli ospiti non si allontanino. È bello avere una missione.
Terminata l'infusione, afferro il bicchiere d'alluminio e sollevo il bollitore. Nero come una scheggia di carbone. Raggiungo i due taglialegna, attento a non inciampare.
Urlo. La sega tace.
- Ecco il vostro tè.
Mi guardano. Si guardano. L'ostinazione del sottoscritto li rende increduli. Verso l'infuso nel bicchiere metallico e glielo deposito in mano.
- No, no. Tu carry go. Via.
Respinge il dono mentre l'altro risveglia il motore strappando sulla cordicella.
Non vorrei pensassero a una presa in giro. Sono solo l'ambasciatore di una civiltà nuova, per certi aspetti meno vantaggiosa di Babilonia, per altri ben piú avanzata. Nella cultura neo-cavernicola è impensabile bere una tazza di tè senza offrirne al primo venuto. E nessuno rifiuta perché deve lavorare.
Mi siedo su un sasso e continuo a fissarli. Il rumore è assordante, ma loro non hanno nemmeno un paraorecchie, qualcosa per proteggere il cervello ed evitare che si riempia di mostri.
Trascorrono minuti. Ho appena iniziato a sorseggiare il tè, quando dal bosco sembra filtrare una voce, un grido inciampato sulle corde vocali nel tentativo di scavalcare il frastuono.
Le macchine si arrestano. Le orecchie si spalancano.
- Fela! Beko!
Un individuo dall'andatura burbera avanza tra gli alberi. Viene dritto da questa parte, mi si pianta davanti ed esordisce: - Serve qualcosa?
Il tono sarebbe piú adatto per un 'cazzo vuoi?' - e il tono è il messaggio, come dice quel tale. Non aspetta risposta, si volta verso i taglialegna e domanda ancora: - È vostro amico questo?
I due si affrettano a negare. Terrorizzati
- Qui non si può stare. È proprietà privata. Non hai visto i cartelli?
Non devo averci fatto caso. Pensavo fossero divieti di caccia. L'idea di Proprietà Privata Nel Bel Mezzo Della Selva non appartiene al mio universo platonico. Mi limito a rispondere che non me ne sono accorto.
- Be', quando torni indietro, guardaci. Vedrai che ci sono. E adesso, vai. Dobbiamo lavorare.
È una mania, non ci sono dubbi. Passi una volta, non due. Ho già voltato le spalle, ma all'udire l'ennesima oscenità, mi blocco, riempio i polmoni, faccio dietro front e torno verso l'energumeno.
- Mi perdoni, Monsieur Proprietà Privata, ho dimenticato di offrirle una tazza del mio tè.
Si gratta perplesso. Ha lo stesso sguardo del controllore, quando gli ho offerto quella mancia. Gli abitanti di Babilonia non sono avvezzi alle gentilezze. Sospettano di chiunque voglia fargli un regalo.
- Cosa c'è ancora? - domanda strizzando gli occhi, come per concentrarsi su un compito piú grande di lui.
- Voglio solo che beviate un sorso del mio tè. L'ho preparato per voi, non vorrete farmi questo sgarbo.
I due boscaioli non trattengono un sorriso. La loro solidarietà mi incoraggia. Proprietà Privata sta perdendo la pazienza.
- Facciamo che sparisci prima di farmi incazzare, eh? Vuoi?
- Voglio solo che beviate...
Non regge. Gli uomini di Babilonia hanno un sistema nervoso delicatissimo. Urla una bestemmia sui pugni chiusi come fossero microfoni. Allunga la zampa sul manico del bollitore e me lo strappa di mano. Toglie il coperchio, lo lancia via tipo freesbee, rivolta la brocca e la scuote come un salvadanaio. Sputa sulla pozza di tè bollente e foglie marce, appioppa un calcio volante da rugbista al povero bollitore e mi saluta, grato di tanta premura.
- Vaffanculo, capito? Ti ammazzo!
Ho già visto abbastanza. Eloquente conferma di alcuni pregiudizi del sottoscritto sul conto della sua ex- civiltà.
Gli mostro le terga e torno sui miei passi. Le foglie morte arrivano al ginocchio. Odore di terra smossa, funghi e crauti andati a male. Respiro nebbia e fumi di legna bagnata. Se non fossi erbivoro, mi verrebbe voglia di speck.
Invece sgranocchio un cracker ponderando il da farsi.
Recuperare il bollitore.
Finire la colazione.
Trovare la grotta.


8. Rabdomanzia Operaia.

Lo sanno tutti: su dieci manuali pratici, nove sono una truffa.
Anche Gaia lo sapeva. Nondimeno, restavano le sue letture preferite.
Ovvio che non puoi diventare sommelier in dieci comode lezioni. Idem per il kung-fu, nonostante cento pagine tutte a colori. E anche molte ricette scritte hanno bisogno di correzioni, aggiunte, trucchi imparati per caso, dopo centinaia di soufflé rimasti seduti nello stampo.
Ci sono due scuole.
Una dice: se fai una cosa, falla bene, falla fino in fondo.
L'altra dice: fai cento cose, una fino in fondo, il resto per cazzeggio.
Per cazzeggio, ti dai un'infarinata di urdu con le cassette Assimil. Non puoi andare a Islamabad come mediatore Onu, ma al pakistano sotto casa chiedi la frutta nella sua lingua. Magari ti fa pure lo sconto.
Per cazzeggio, metti le mani su una chitarra e in una settimana suoni Knockin' on Heaven's Door. Gaia conosceva un tizio che sapeva fare solo l'arpeggio di Horizon's, il pezzo dei Genesis scopiazzato da Bach. Se gli chiedevi un accordo di do non sapeva nemmeno di che stavi parlando.
Per cazzeggio inneschi vere passioni, talenti naturali pronti per l'uso.
Dice la prima scuola: orrore! Tutto veloce, facile e a portata di mano! Culture millenarie in pratiche porzioni, cotte in cinque minuti, come noodles liofilizzati della peggior specie.
L'altra scuola dice: strano. Avete notato che 'sti tromboni scandalizzati spesso sono maestri da ottanta sacchi a botta? Gente che prima di farti suonare Knockin' on Heaven's Door passa i mesi a impostarti le dita, l'impugnatura del plettro, la postura del braccio.
Gaia non contestava la prima scuola: le vere passioni richiedono tempo. E senza passione, tutto si somiglia. Fare yoga o guardare la tele.
Solo che Gaia non sapeva resistere. Nonostante odiasse le armi, un manuale sulle pistole l'aveva quasi convinta a comprarsene una. Doveva guardarsi bene dallo sfogliare certi titoli: Sigaro, che passione, Il manuale della barba, Guida pratica per l'aspirante suicida.
Solo una volta aveva fatto il salto. Dal cazzeggio alla pratica costante.
Aveva trovato il libro nei bauli di nonno Glauco.
Il libro cominciava cosí: "Chiunque può essere rabdomante". Classico inizio. Nel cammino verso una società di eguali, certa manualistica vuol fare la sua parte.
Poi l'autore, Tom Graves, insegnava a costruirsi le bacchette. Prendevi due grucce di ferro, tagliavi, piegavi, buttavi il gancio, e ottenevi due pezzi a forma di L - un braccio corto e uno piú lungo. Il braccio corto era l'impugnatura. Se riuscivi, potevi infilarla in un manicotto di legno, o una guaina di plastica abbastanza larga, in modo che le bacchette, una volta in mano, fossero libere di ruotare a destra e a sinistra.
Gaia aveva una certa esperienza di bricolage - s'era già letta un paio di manuali, sull'argomento. In meno di un'ora, le bacchette erano pronte.
Una delle regole non scritte per l'appassionato di manuali è avere tempo a disposizione nella fase iniziale. L'esistenza della domenica la dice lunga sull'opinione di Dio in materia di cazzeggio. Senza un primo, piccolo risultato, tutta la baracca è a rischio di crollo.
Gaia era uscita subito per provare. Aveva sperimentato i primi esercizi. Tenere le bacchette in equilibrio statico perfetto. Immobili, anche camminando. Costruirsi un'immagine mentale dell'oggetto cercato. Imparare a leggere i movimenti delle bacchette. Imparare a non influenzarli.
Un pomeriggio di sforzi e una moneta da cento lire scovata tra ciuffi d'erba sul ciglio della strada.
Ulteriori tentativi, altrettanti successi. Gaia si era tuffata sui paragrafi successivi: le bacchette ad ipsilon, il pendolo, la regola del vescovo.
Ma la dinamica del cazzeggio non bada solo ai risultati - se riesci ti appassioni, se no, no. Altrimenti il tempo libero sarebbe lavoro sotto mentite spoglie. A otto anni puoi essere la grande promessa del controfagotto, ma se la musica barocca non ti piace, è probabile che a sedici molli tutto e ti dai alla batteria.
Gaia diceva: se non ami camminare, la rabdomanzia non è il tuo sport. Si fanno chilometri, con le bacchette in mano.
Poi c'era un'altra questione. Una questione filosofica.
Tom Graves diceva: il vero strumento del rabdomante è il corpo umano. Le bacchette, di qualunque tipo, servono solo per amplificare piccoli movimenti delle mani, dei polsi, delle braccia. Movimenti che altrimenti non ci accorgeremmo di fare. Reazioni del corpo in presenza di ciò che stiamo cercando.
Queste reazioni le ha chiunque. E infatti: "Chiunque può essere rabdomante".
L'esperto le sa interpretare, sa amplificarle con gli strumenti. La gente comune no. Ne è inconsapevole. Ma il corpo lavora lo stesso.
Gaia si era convinta che gran parte di quel che definiamo "casuale" è in realtà "rabdomanzia inconsapevole". Strani incontri, idee che attraversano il cervello, rinvenimenti fortuiti: tutte cose che il corpo ha cercato per noi, senza troppa pubblicità. Parlare di "destino" serve a non farsi troppi conti in tasca. Molto di quel che succede ce lo andiamo proprio a cercare.
Abbandonato il cazzeggio, abbracciata la passione, dopo un anno di allenamento Gaia aveva intravisto nelle bacchette una possibile fonte di guadagno. Un modo per tappare i buchi nel dissesto economico della libreria.
Tom Graves diceva: la rabdomanzia ha molte applicazioni pratiche. Non solo la classica ricerca di falde acquifere. Si può usare in archeologia, in architettura, in medicina. Per ritrovare persone, cose, animali. L'unica accortezza è: non servirsene per forza, anche quando si hanno a disposizione strumenti piú efficaci. Se cerchi del metallo e hai un contatore geiger, puoi lasciare a casa le bacchette. Che te le porti a fare?
Fiduciosa, Gaia aveva sparso la voce. Aveva tappezzato i paesi della valle con volantini e numeri di telefono. Aveva scritto ai giornali della zona. Aveva organizzato un paio di dimostrazioni - sebbene Graves sconsigli sempre di praticare in pubblico.
La gente aveva cominciato a telefonare.
Primo contatto: una quarantenne di Ponte. Aveva sentito dire che un'errata posizione del letto, in coincidenza con certi incroci energetici, può essere causa di cancro al cervello. Gaia rifuggiva da qualunque teoria: linee di Hartmann, psicotracce, aura, stress geopatico. La rabdomanzia serve a risolvere problemi. Non a farseli venire.
- Mi faccia capire, signora: lei ha mal di testa, emicrania, qualcosa del genere?
- No, no.
- Bene. Soffre di insonnia?
- E certo! Lei dormirebbe tranquilla mentre il cervello le si sta spappolando?
Prima di riattaccare, Gaia le aveva lasciato il nome di uno psichiatra bravo.
Ottavo contatto: un uomo di Castel Madero.
- Mi dica la verità: i numeri del Superenalotto. Riesce a trovare anche quelli?
- Mi dica la verità: se riuscivo a trovarli, mi facevo pagare per dirli a lei?
Ventunesimo contatto.
- Salve, è lei la rabdomante? Ah, bene. Senta, le do mezzo milione se riesce a trovarmi. Eh? Ci sta? Scommetto che non riesce neanche...
Ultimo contatto. Una voce strana, come distorta.
- Ciao. Senti: puoi trovare anche persone, vero?
- Persone, cose, animali.
- Io sto cercando, diciamo cosí, l'anima gemella, insomma una ragazza carina, disponibile...
Che palle. - Qualche preferenza sull'aspetto fisico?
- Ma, non so, sul metro e sessanta, occhi verdi, capelli scuri, labbra sottili. - Gaia riconobbe il proprio ritratto.
- Va bene. Altre cose?
- Be', non so, magari stasera possiamo vederci Da Massimo: mangiamo qualcosa, sistemiamo i particolari... - Gaia riconobbe la pronuncia della esse.
- Loris? Loris, sei tu? Ti sei bevuto il cervello?
La comunicazione s'era interrotta lí.
La carriera di Gaia pure. Possibile che cosí poca gente cercasse davvero qualcosa?
La maggior parte delle persone che aveva chiamato rientrava in una delle seguenti categorie: quelli che avevano bisogno di credere in qualcosa. Qualunque cosa, purché i miracoli fossero nuovi e nessuno chiedesse di amare il prossimo o non scopare; quelli che volevano metterti alla prova, denunciare la truffa. Poi magari, senza dire beo, si facevano dimezzare la pensione dal governo che avevano appena votato; quelli che in realtà avevano bisogno di tutt'altro, ma tanto valeva sparare nel mucchio.
Poi c'erano i curiosi innocui, o quelli che davvero avevano perso qualcosa. Ma telefonavano di rado, temendo che gli venisse chiesto un qualche atto di fede, o che il truffatore di turno provasse a spillargli i milioni. Quando poi si decidevano a provare, il piú delle volte trovavano occupato: i bisognosi di altro intasavano le linee per sparare nel mucchio.
La carriera di Gaia era finita lí. Libro e bacchette erano finiti da un'altra parte. Vai a capire dove.
Cercare un paio di bacchette da rabdomante è uno di quei paradossi che la vita non smette di creare.
Dopo averlo sciolto, Gaia sarebbe tornata ad allenarsi.
Ritrovato il vecchio smalto, trovare anche Charles Bronson non era certo un problema.


II
Da Emerson Krott, L'invasione degli umani, Galassie 1981. Capitolo 6.


- C'è qualche legge che vieta anche il duello? - chiese Arogar dopo lunga elucubrazione.
Murak: - Nessuna -
- È solo molto pericoloso - il cognato di Zelmoguz, con tono incerto.
- Questo lo so da me. Tentiamo lo stesso?
Magari, pensò subito Zelmoguz, ma preferí tacere, aspettando l'opinione dei piú esperti, il giudizio ponderato dei capisquadra. Per quanto ne sapeva, poteva anche essere impossibile, per i quattro che erano, costringere i taurosauri allo scontro mortale.
Dopo rapida consultazione, Murak e il cognato diedero il loro assenso. Le segugio accesero i propulsori di massa e avvicinarono il branco, lasciandosi alle spalle una scia invisibile di ioni accelerati. Crisopidi e libellule si spappolavano a velocità subluminale sui grandi occhi rossi delle monoposto. Tutt'intorno, il mondo muggiva, urlava, gracidava e gridava con una violenza di cui la Terra, milioni d'anni dopo, non avrebbe conservato neppure un'eco affievolita.
Planò la squadra sulla prateria paludosa, scivolò sul ricamo di canali e corsi d'acqua. Invertendo l'accelerazione delle particelle, le quattro segugio si arrestarono tra due torosauri giallastri che pascolavano bovini uno di fronte all'altro. Sovrastava le teste l'altissimo collare cefalico, mitra di carne per pontefici squamati. Erano piú o meno delle stesse dimensioni, dunque della stessa età, sebbene le scaglie gialle e nere che corazzavano i corpi avessero intensità e sfumature diverse. I due corni sulla testa misuravano almeno cinque piedi mentre quello nasale, al centro del muso, non superava i tre e mezzo.
Giunse il segnale di combattimento dalla monoposto di Murak. La caccia al duello richiedeva uno sforzo comune nella fase di contatto. Qui stava la differenza tra quindici suicidatori e quattro soltanto.
L'intera flottiglia si disponeva tra le due prede. Onde cerebrali dovevano attirare i torosauri uno contro l'altro, come grossi ed occulti magneti. Lo spettacolo del combattimento, cozzare di corna e collari, si mescolava con l'estrema difficoltà, per le segugio e i simbionti, di sgombrare il campo all'ultimo momento, un attimo prima dell'impatto di teste. Muoversi troppo presto significava rompere il contatto. Muoversi troppo tardi, morire schiacciati. Le segugio erano addestrate per valutare la situazione, per cogliere l'istante preciso. Ma bisognava fare i conti con un effetto indesiderato, un bug temibile e mortale. L'onda cerebrale creava sempre un fastidioso rinculo, ritorno di energia che poteva disturbare tanto le segugio che i simbionti. Quindici monoposto schierate erano in grado di farsi scudo contro il rinculo e lavorare tranquille, valutando con precisione il momento opportuno per abbandonare il cuore dello scontro. Quattro unità erano troppo poche per fare altrettanto. Il rinculo poteva creare interferenze nelle reti neurali. L'interferenza poteva influire sui tempi di reazione. Tempi di reazione dilatati - pur avendo a disposizione un propulsore di massa dall'accelerazione fulminante - potevano rivelarsi letali.
Inspirò profondamente Zelmoguz, alla ricerca della giusta concentrazione.
Un brivido accartocciò l'epidermide glabra, un lampo nervoso percorse la pelle.
La segugio ne valutò l'intensità e rispose al segnale.
I torosauri, inquieti, sollevarono il capo.


9. Poltiglia tossica

Esplosioni di mine. Frastuono di camion. Immense trivelle in azione.
I tavoli da picnic erano coperti di polvere. Il fiume strisciava nel fango. Monte Belvedere era un enorme frutto morsicato. Il bosco secolare di querce e castagni lo rivestiva di una buccia color autunno. Al centro, lo squarcio di roccia bianca pareva polpa succosa. Un verme gigantesco si scavava il pranzo.
Il popolo della scampagnata domenicale aveva abbandonato la radura dei barbecue. Il parcheggio poco sopra era vuoto da mesi. Oltre le acacie spinose, qualcuno ammucchiava pneumatici e rottami. La Panda bianca andò a fermarsi contro la staccionata. Scesero due uomini. Non erano lí per arrostire salsicce.
I nastri trasportatori vomitavano cascate di detriti. Macine industriali li frantumavano in diverse pezzature. Sassi, ghiaia, sabbia. Materiale per costruzioni. Riciclaggio perfetto.
Piú difficile metabolizzare i fanghi. Poltiglie argillose impantanate d'acqua e lubrificante. Pi Acca molto elevato con presenza di idrocarburi. Categoria rifiuti pericolosi.
In un primo momento, la vecchia cava di gesso era stata un'ottima discarica. Poi qualcuno s'era messo a fare la punta ai chiodi. Venne fuori che le frazioni di Monforte e Verano succhiavano acqua proprio da lí sotto. La faglia era superficiale. I fanghi rischiavano di contaminarla.
Si costituirono comitati. Catene umane bloccarono l'accesso alle cave. Qualcuno tagliò le gomme agli automezzi del cantiere. Gli ambientalisti vinsero la battaglia. La direzione dei lavori fu costretta a sviluppare un piano di smaltimento. Trovarono una ditta di Andria specializzata in materia. Affidarono il trasporto a una cooperativa: prezzi stracciati.
Camion carichi di melma attraversavano il paese. Cinquanta chilometri a nord di Andria uscivano dalla statale per infilarsi in una stradina. La poltiglia tossica si riversava in un'altra cava. L'olio metallico contaminava altre acque. Numerose frazioni bevevano merda. Nessuno fiatava.
La ditta di Andria firmava i documenti di trasporto. Far sparire quel genere di merce era il loro mestiere. Un lavoro impeccabile. Metà compenso se lo teneva la cooperativa.
Il Marcio contemplò dall'alto il traffico intenso di mezzi pesanti. Scrutava il cantiere con il binocolo, in cerca di due facce.
- Non starti a sbattere, che poi sudi - lo tranquillizzò Pinta - Aspettiamo la fine turno. Se non li becchiamo, torniamo da Bingobongo e gli spezziamo le gambe.
- Non è quello il problema.- Il Marcio era proprio nervoso. L'immagine oltre le lenti cominciò a tremare.
- E qual è, sentiamo.
- Nigeria lavora per noi. Lo teniamo per le palle con la storia di Conan. Ma con questi è diverso. Bisogna starci attenti.
- Attenti a cosa? - Pinta si spazientiva in fretta - Gli diamo un paio di mazzate, gli diciamo quel che gli dobbiamo dire e la colpa se la prendono i nazistelli.
- Bravo. E secondo te questi non vanno dritti a denunciarci? Possono farlo.
- Se loro ci denunciano, noi rompiamo la testa al loro amico e lo diamo da mangiare ai randagi. L'importante è farglielo capire. Niente stronzate.
- Sarà, ma io non sono tranquillo.
Le lenti del binocolo tornarono a puntare la strada. Ancora non l'avevano asfaltata. Ogni volta che un camion la imboccava, si scatenava la tempesta. Polvere copriva il mondo come nevischio grigio.
A scavalcare il fiume c'era un vecchio ponticello: lo avevano rinforzato, ma restava troppo stretto per l'incrocio dei mezzi. Molti preferivano la scorciatoia. La scorciatoia passava da un guado. Il guado era abituato a un traffico limitato: ogni tanto un trattore, ogni tanto un fuoristrada. Il guado era esploso sotto il peso dei camion eruttando fango nel letto del fiume. Pneumatici incrostati di varia merda avevano fatto il resto. Una parata di pesci morti sfilava verso valle.
- Ce ne sono almeno cinque, di negri. Come li riconosciamo? Io questi non li ho mai visti.
Pinta sbuffò - Ma perché non mi dai retta? Aspettiamo la fine turno e chiediamo a qualcuno scusi, conosce per caso i signori Roger Ojumba e Maké Kazzosikiama? Piú facile di cosí. Non c'è bisogno di averli visti. Sappiamo i nomi.
- Per me era meglio se li avevamo visti.
E Pinta: - Sí, ma se li avevamo visti non c'era bisogno che venivamo qua. Bastava seguirli subito.
E il Marcio: - Potevamo portarci dietro il tipo che ce l'ha detto. Quello che li ha visti parlare col Re dei Tossici e sbirciare dalla rete.
- Quello è una guardia forestale, Marcio. Ti pare che ce lo portavamo qui, gli facevamo riconoscere i tizi, e poi gli dicevamo scusa un attimo, molliamo due ceffoni a questi negri e torniamo subito?
- Pinta...C'è uno di loro che guarda da 'sta parte. Mi sa che ha visto la macchina. Te l'avevo detto che non...
La vista del Marcio tornò all'improvviso normale. I rami degli alberi, a fuoco. Le facce degli operai, lontane come formiche. Pinta lanciò il binocolo sul sedile anteriore.
- Hai rotto i coglioni con le paranoie! Se la coca ti fa 'st'effetto devi cambiare droga, ma in fretta, prima che cominci a guardarti nelle mutande per controllare se t'è marcito l'uccello.
- Cazzo c'entra la cocaina? Cerco solo di dare una mano. Se eri tanto bravo, potevi venirci da solo a spiegare le cose ai negri.
Pinta non rispose. Salí in macchina e accese una sigaretta. Fuori piovigginava. Ancora mezz'ora alla fine del turno.

10. Survive

Nebbia. Giornata sementina su tutta la valle. Nebbia e nuvole basse. Nebbia impigliata nelle cime degli abeti. Nebbia a ditate contro i fianchi del Ceraso. Nebbia impastata dal vento sui prati scuri a ridosso delle case. Nebbia intrappolata tra le spine del sottobosco. Nebbia sinuosa e puttana, provocante nel vedo-non-vedo.
Nonostante la nebbia, sono certo di aver notato qualcosa di lungo e sottile spuntare piú volte dal bordo della scarpata, lambire i rami bassi di un faggio e scivolare giú. Riemergere e scivolare ancora. Si direbbe una corda, una fune da alpinista.
E un alpinista, al capo opposto della medesima.
Mi avvicino. Mi affaccio di sotto. Distinguo appena una sagoma e un elmetto giallo, sei metri piú in basso.
- Serve una mano?
L'uomo interrompe l'ennesimo lancio. Il cappio penzola dal braccio sospeso.
- No, grazie. Tutto bene.
Tutto bene? Il relativismo non finirà mai di stupirmi.
- Non faccia complimenti, sa? Se vuol lanciarmi la corda...
- Tranquillo. Ci sono abituato, l'ho già fatto altre volte.
- Abituato? Come vuole.
Per ogni evenienza, mi siedo sul ciglio del dirupo. Casomai il tizio cambiasse idea. Non voglio inaugurare la civiltà troglodita con una denuncia per omissione di soccorso.
Infilo le cuffie e affitto il cervello alla voce maestosa di Johnny Cash.
La corda scivola ancora.
Dieci tentativi piú tardi, tra un brano e l'altro s'infila il sospetto. Il Fustigatore di faggi potrebbe essere precipitato a valle, urlando come un disperato, senza che il sottoscritto ne avesse il minimo sentore. Per ogni evenienza, spengo la musica. Meglio verificare.
- Come andiamo? - domando senza nemmeno sporgermi.
- Ci siamo quasi - risponde la voce, meno convinta di prima.
Poi la fune atterra a un palmo dal mio piede. Ne ho abbastanza. La afferro di scatto, senza esitare, e con un tuffo di lato raggiungo una grossa pietra e ci passo intorno il laccio.
Anche la lotta piú inutile basta a riempire il cuore di un uomo. Lo strazio è nell'occhio che guarda.
Adesso la corda è tesa. L'uomo riemerge, l'ultimo colpo di reni.
È sudato. È sporco di terra. Ha le mani segate dalla fune.
- Visto? - commenta raggiante.
- Fortuna che aveva la corda.
- Non è fortuna. È preparazione.
- Ah, certo. Preparazione.
In effetti, non si può dire che l'Alpinista non sia preparato, per quanto un po' sovrappeso. Metri di cordino arrotolati sulla spalla. Moschettoni alla cintura. Zaino tattico. Elmetto da minatore.
- Comunque, è dura prepararsi per tutto. Se scivolando si faceva male...
- Macché scivolando. È solo allenamento.
- Allenamento? E per cosa?
- Per il peggio. Come dice il motto: prepararsi per il peggio, pregare per il meglio!
- Ah, molto interessante. Lo sa che io faccio l'esatto contrario?
Preparati Ciccione. È il tuo turno di rimanere basito.
- Voglio dire: mi preparo per il meglio, cioè per stare meglio, insomma, una società migliore, e intanto prego che la corda del mondo si spezzi, perché vede, ho l'impressione che sia già piuttosto tirata, e allora non vorrei che cede di schianto e ci troviamo gambe all'aria, tanto vale che si rompe prima, quando ancora non tutto è perduto, capisce?, quindi se l'Occidente vuole suicidarsi, niente in contrario, l'eutanasia mi trova favorevole, purché non la si eserciti sul sottoscritto, che nel frattempo preferisce senz'altro dedicarsi ad altri tipi di eu: l'eudemonia, certo, ma anche l'eupepsia, se vogliamo guardare all'immediato, e l'eugenetica, perché no?, mi offro volontario per qualsiasi esperimento.
Il Preparato slega la corda dalla grossa roccia, giusto per darsi un contegno. È chiaro che non aveva mai ascoltato niente di simile. Ma non è tra moschettoni e coltellini svizzeri che troverà gli strumenti per ribattere al sottoscritto.
Per mettermi in difficoltà, si accende anche una sigaretta.
- Lei pensi pure alla società che preferisce. - attacca dopo il primo tiro - Ma se mentre sta pensando arrivano gli Arabi e sganciano le bombe chimiche, non venga poi da noi a chiederci come fare.
- Da voi?
- Da noi. I "Duri a Morire". Il mio gruppo di sopravvivenza.
- Capisco. Se mi offre una sigaretta, le chiedo pure di cosa si tratta.
Die Hard mi allunga pacchetto e accendino. Forse non ha capito ancora con chi ha a che fare. D'altra parte, non sono stato molto chiaro. Estraggo dalla tasca il prezioso kit accendi fuoco, sfrego la sega d'acciaio sulla scheggia di selce artificiale e mi avvicino con la sigaretta in bocca, pronto ad aspirare qualche scintilla.
È la prima volta che provo. Un test importante. Ora so che occorrono sette minuti e i polmoni di Majorca.
Nel frattempo, Survival spiega meglio la faccenda.
I Duri a Morire si sono conosciuti su Internet. È stato lui a mettere l'annuncio, nell'apposita bacheca di un sito specializzato.

Cerco persone serie e qualificate per costituire gruppo in zona Val Madero, con lo scopo di allenarsi ed equipaggiarsi per qualsiasi genere di disastro, sia naturale che causato dall'uomo. Sono stato scout e ho una certa esperienza di vita nei boschi. Niente estremismo, niente politica. Solo attività e pratica.

Hanno risposto in sette. Due famiglie e un single. Tutti competenti in qualche attività. Il single è ingegnere civile: niente male. Un padre di famiglia è accompagnatore di media montagna: molto utile. Una delle mogli è infermiera: tombola.
Survival è maresciallo dei carabinieri. Non si sa mai. Un colpo di stato può sempre servire.
- ...comunque usare le armi non è nemmeno tra le attività principali, meglio imparare a servirsi di una corda in caso di frana, che in questa zona è il Rischio Numero Uno, in cima alla lista, prima dell'atomica e del black-out; però non puoi nemmeno far finta che il problema non esiste: briganti, predoni, tagliagole. Occorre essere pronti ad affrontare un mondo dove regnerà la legge del piú forte.
Non capisco perché usi il futuro. Il neoliberismo è una realtà consolidata.
Comunque, nutro forti dubbi sulla validità del progetto. Primo fra tutti: la presenza di uno sbirro.
Ringrazio per le spiegazioni, il Maresciallo ha fretta di congedarsi. Raccoglie le sue cose. Io mi guardo bene dal fare altrettanto: se vede quanta roba mi sono portato, attacca senz'altro a fare troppe domande. Meglio restare l'anonimo cercatore di funghi incontrato per caso in un giorno di nebbia.
Gli stringo la mano.
- Lei pensi pure a tenere duro. - lo saluto - E quando l'Esercito Rosso assedierà il vostro fortino, non mi venga a cercare. Sarò a Beijing, davanti a un piatto di anatra laccata, a siglare il patto di non aggressione tra il popolo cinese e il sottoscritto. Zaijian, tongzhi!
Vento tagliente rotola giú dai castagni e si porta via il Maresciallo.
Resta la polvere sottile negli angoli degli occhi e i profumi della sera sospesi sulla valle.


DOCUMENTO 1

OGGETTO: interrogazione del consigliere Manfredini sulla vendita di cinghiali vivi, catturati dagli addetti dell'Oasi di Monte Budadda, a un allevamento che li rivende a scopo di lucro.

1) Chiedo di sapere per quale motivo la Giunta Provinciale ha autorizzato la Direzione dell'Oasi Monte Budadda ad incentivare la cattura di cinghiali vivi da parte dei suoi addetti, invece di privilegiare il piú economico "abbattimento".
2) A questo proposito, chiedo di sapere se corrisponde al vero che la Direzione dell'Oasi vende cinghiali vivi alla sig.ra Sangiorgi Elide, proprietaria dell'Azienda Agricola Le tre campane di Coriano Valmadero, in applicazione di una fantomatica delibera dell'Aprile scorso.
3) Chiedo quindi di sapere perché, in merito alla "cessione" di cinghiali vivi alla suddetta Azienda Agricola non sia stata indetta una gara tra piú ditte, ma si sia optato per la trattativa "unica e diretta" senza che altri siano stati interpellati.
4) Chiedo di sapere quanti capi sono stati venduti fino ad oggi alla ditta in questione, e per quale corrispettivo.
5) Chiedo di sapere quale utilizzo viene fatto degli animali vivi e se corrisponde al vero che la suddetta Azienda Agricola li rivende ad aziende venatorie, e illegalmente anche a privati, con la motivazione di "ripopolamento e cattura", attività che troverebbe conferma nel recente ritrovamento di animali 'selvatici' recanti sull'orecchio la foratura di un marchio precedente.
6) Poiché si è sempre sostenuto che nel nostro territorio i cinghiali sono fin troppi e dannosi, chiedo di sapere come questa constatazione si concilia col meccanismo di cattura, vendita, acquisto e rivendita di cinghiali vivi per il ripopolamento.
7) Infine, chiedo di sapere chi ha deciso la nuova linea di condotta dell'Amministrazione Provinciale e come si intende operare per far chiarezza sull'intera vicenda.


11. Centauri di montagna

- Comunque, tocca cambiare sistema. - disse Erimanto tra i sobbalzi micidiali del furgonato tre ruote, unico mezzo a motore in dotazione all'Esercito Maderese di Liberazione Animale.
- In che senso? - domandò Zanne d'Oro
- Lo sai, no? A me 'sta storia della spedizione punitiva mi cosa il giusto...
- Ancora? Ma non ti stava bene la "decisione della maggioranza"?
- Sí, vabbe', che sareste poi voialtri due, ma comunque, non è quello il punto. Io dico: puniamoli pure, questi dell'allevamento, ma il problema resta.
- Quale problema? - lo incalzò Cinghiale Bianco evitando all'ultimo una buca colossale.
- Il fatto che se noi liberiamo i cinghiali, in fondo ai cacciatori ci facciamo un piacere. C'hanno piú animali da sparare e piú animali a far danno in giro. Non devono nemmeno cosarli dall'allevamento, come dite voi.
- Dall'allevamento non li prendono per un pezzo, 'sta sicuro.
Erimanto si arricciò la barba nervoso: - Sí, sí, okay. Non discuto. Ma dopo? O cosiamo il motto fino in fondo, e cominciamo a rinchiudere i cacciatori da qualche parte, oppure smettiamo coi cinghiali. A me, per dire, mi fan molta pena pure gli struzzi. C'è una fattoria giú a Ponte che ce n'è diversi. Eh, che ne dite?
Bianco attraversò il piazzale del cimitero e andò a fermare il tre ruote sotto i rami di un abete.
- Dico che ne parliamo dopo, Erimanto. C'è da scaricare gli attrezzi.
Attrezzi: tronchese da mezzo metro con testata in acciaio temperato, badile pieghevole, cassetta per il fai da te con pinze, martello e cacciaviti.
Abbandonato il mezzo, i tre imboccarono una mulattiera lastricata. Sassi scivolosi e sconnessi, illuminati a fatica dal bagliore della luna. A tappe regolari, sul ciglio del bosco, stazioni della Via Crucis scandivano la salita
Vento freddo sotto giacche e maglioni. Sudore da condensa. Sulla cartina, la linea rossa del sentiero tagliava le isoipse a mazzi di tre ogni mezzo centimetro. Pendenza del sessanta per cento. Rovi e ortiche ostruivano il passo. Tempo due anni e la mulattiera sarebbe sparita, dopo secoli di onorato servizio.
Zanne d'Oro lanciò un'occhiata intorno. C'erano solo alberi e buio. Anche azionando una macchina del tempo, poco sarebbe cambiato. Il tessuto e la foggia dei vestiti. La polvere sabbiosa sulle foglie di quercia. Il numero di stelle in un cielo piú scuro. La quantità di lucciole. Particolari da "Aguzzate la vista". Giusto la metamorfosi degli attrezzi poteva saltare agli occhi. La cassetta neanche tanto: legno invece di plastica. Badile e tronchese, già di piú. Potevano diventare crocefissi di una processione medievale. Poteva trasformarsi il metallo in canna di fucile e il legno del manico nel calcio. Archibugi da brigante, mitragliatori Thompson per ribelli di montagna.
La mulattiera disegnò un'ampia curva in un tratto pianeggiante, sull'orlo del pendio, dove gli alberi diventavano radi. Lontano, verso la testa della valle, un'esplosione di luce bianca squarciava la notte. Il cantiere della nuova ferrovia lavorava senza tregua. Mancavano pochi mesi all'inaugurazione.
- Che schifo - disse Zanne d'Oro.
Gli altri ristettero, come di fronte a un miraggio. Ebbero quasi l'impressione di percepirne il fracasso, orchestra di camion e ruspe, accordi di trivella e assolo stridulo per nastro trasportatore. Sentirono sulla lingua il sapore della polvere. Sentirono gli occhi infiammarsi e la pelle prudere. Sentirono l'odore dell'olio metallico e del carburante. La vista, non potendo sopportare l'assalto luminoso, distribuiva l'impatto sugli altri sensi.
- Dovremmo fare qualcosa - disse Bianco.
- Troppo tardi. Quelli ormai non li ferma nessuno.
- Qualcosa contro gli Umani - precisò l'altro con un sorriso strano. Forse un'allusione, che nessuno poteva capire a fondo. L'invasione degli Umani l'aveva letto soltanto lui.
Zanne d'Oro guardò di nuovo le luci del cantiere. La macchina del tempo si era inceppata. Appena oltre il bordo della notte, si agitavano ancora gigantesche città, buchi neri d'energia e sentimento, gonfie di fanali, lampioni, insegne luminose e neon. Stupide marionette aggrappate a fragili, elettrici fili. Rimpinzate di smog e rifiuti. Farcite di zombie, mitomani, aspiranti suicidi. Decise ad appestare il mondo con metri cubi di flatulenze, piuttosto che esplodere o partorire qualcosa.
A fatica, ripresero a camminare.
Erimanto giocava a tagliarsi il fiato con il tronchese.
- Metti giú quella roba - ordinò Bianco puntandogli la pila in faccia.
In quel punto, la mulattiera costeggiava un'antica piazzola da carbonai. Il terreno grufolato dai cinghiali era piú nero della notte. Quintali di legna bruciata avevano lasciato il segno. Quintali e quintali trasportati su e giú per i fianchi della montagna, a spalla e a dorso di mulo. Un lavoro di merda, una fatica immane. Doveva esserci qualcosa di sbagliato nell'idea stessa di combustibile. Ma scaldarsi era pur sempre il principale bisogno dell'uomo. Tutti gli altri potevano essere accomunati a quello. Quindi Emerson Krott aveva ragione. Doveva esserci qualcosa di sbagliato nell'idea stessa di umanità.
Lo sporgere dal buio di un angolo di recinzione, costrinse Bianco a rimandare i ragionamenti.
- Diamoci da fare - disse Erimanto con un colpo di tronchese a mezz'aria, non troppo distante dall'orecchio di Zanne d'Oro. L'attrezzo gli venne subito requisito.
L'Azienda Faunistico Venatoria Le tre campane possedeva quasi un quinto della foresta di Coriano, circa sessanta ettari di legna, animali, funghi e tartufi. Dieci chilometri di rete metallica circondavano la tenuta di caccia, l'antico monastero e le stalle. Serpeggiando attraverso il bosco, tagliavano il letto di due torrenti, diversi sentieri in disuso, antiche piste che gli animali della valle avevano sempre usato per raggiungere le praterie d'altura. Nessun'altra azienda della zona aveva il permesso per una protezione del