Biblioteca Multimediale Marxista

Gli invisibili



 

 

 

Ringraziamo erCanto per aver messo a disposizione dei nostri lettori questo testo

INDICE
PRIMA PARTE [kb 130 HTML]

SECONDA PARTE [kb 134 HTML]

TERZA PARTE [kb 131 HTML]

QUARTA PARTE [kb 110 HTML]

Libro intero [kb 164 ZIP


Questa invisibilità del movimento degli anni '70 finito in galera, così fitta da far pensare ad alcuni di noi che si sono ostinati a parlarne di essere dei "fissati", è per la seconda volta lacerata nelle patrie lettere dal volume di Nanni Balestrini, Gli invisibili, che registra una voce dal carcere, quella di
Sergio, e le dà una forma splendida, come se quella sua scrittura nitida e scandita stavolta trovasse la ragione delle sue ragioni, sola nota possibile per questo racconto che viene dalle nostre spalle.(...)

Nel libro di Balestrini è invece denso d'un decennio, non frammentato, visto da "dentro" ma in continuità con il prima e il fuori, e colto in un soggetto assolutamente tipico, e in questo senso collettivo. Ancora presente e invisibile. Sergio lo abbiamo visto correre per le strade davanti alla polizia, qualche volta tirare una molotov, conosciamo i suoi occhi lacrimanti per le granate e l'espressione ostinata e sorpresa di quando la polizia gli salta addosso. Lo abbiamo visto a Milano, Torino, Roma, in qualsiasi manifestazione ci portassero i nostri non più sveltissimi piedi; ma anche nelle assemblee, nei bar, nelle comuni, nei gruppi. Sergio senza l'esperienza di Sergio sta anche ora per le strade, e se non ha, e forse non sa, la storia di Sergio è perché è nato dopo e quindi ignora quanto di sé sia o sia stato in galera; sa appena quanto di sé sta nella droga, che è una delle galere utili all'ordine stabilito, perdipiù affollate senza bisogno di carabinieri e magistrati.
Sergio è l'invisibile. Ora restituito da Balestrini, era il "movimento" più immediato e grezzo, ma prodotto da un macinio di idee e concetti che forse non aveva traversato, ma di cui gli arrivavano i terminali come una nuova affermazione dell'io, un io non solitario, possibile e forte e lieto e voglioso, ma negato dalle molte coazioni senza senso che gli presentavano scuola e/o fabbrica, paese e/o città, tutto ciò che non era lui e quindi come lui, e cui quindi reagiva negando.
No al preside, ai decreti delegati, al lavoro sfruttato, cui opponeva l'assemblea, il picchetto, anche il sabotaggio, che era meno dannoso del produrre - ammonito sempre da qualche gufo saggio dei gruppi o del sindacato che lui, Sergio, sbagliava in quanto non costruttivo; senonché chi l'ammoniva non riusciva né a costruire, né a dare ragione di Sergio a Sergio, e neanche di sé a se stesso - come la storia ha presto dimostrato. Nulla è stato impedito, dal non aver capito e abbracciato Sergio, da parte di chi si diceva con le forze del cambiamento. Sergio era il cambiamento allo stato grezzo, anche incolto e ingenuo; ma frutto d'una miniera, un pozzo di storia e idee, sulla quale continua a regnare l'oscurità. (...)
Credo che bisogna essere grati a Nanni Balestrini per aver dato la sua scrittura a questa crudele educazione sentimentale di un ragazzo degli anni Settanta. Chi cercherà, un giorno, altre singole vite ritroverà questo tessuto, la verità di questi passaggi fra bisogno, quasi selvaggio, di una appena intuita liberazione e la riduzione del corpo e della mente nel luogo in cui tutte le coazioni e le assurdità della società presente si condensano, il carcere. A questa verità la scrittura di Balestrini offre il registro fermo, senza urla né languori, di una coscienza sveglia e in attesa.
Rossana Rossanda



Di autoproduzione parlavo con Sergio Bianchi. Dal quinto piano del suo rifugio sul Lungotevere portava avanti "DeriveApprodi" praticamente da solo. Percezioni del presente. Come un instancabile lo vedevo cercare alleati nel conflitto comunicativo. Uno come lui l'aspettavo. Uno di quelli che incontri una volta ogni dieci anni. Uno che dà. Uno che ti mette in difficoltà e ti fa lavorare il cervello, ma alla pari, senza un cencio di spocchia da intellettuale da salotto. Sergio è quel ragazzo autonomo della provincia di Varese che con la sua vita ha scritto un libro che è storia, Gli invisibili, di Nanni Balestrini. Un giorno gli ho chiesto: "Perché non hai messo anche il tuo nome sopra il titolo?", mi ha risposto: "io ho raccontato... Nanni ne ha fatto un'opera letteraria".
Quando l'ho conosciuto guardava a distanza il nostro lavoro nella musica e il mondo dei centri sociali. Considerava la teoria di questo universo non debole, inesistente. E la pratica autoreferenziale. Dopo la Pantera si era convinto a rimettersi in marcia. "...Com'è possibile che il letamaio degli anni Ottanta abbia prodotto fiori coscienti del fatto che forme e contenuti della comunicazione sono le condizioni indispensabili per non farsi calpestare, annientare subito?". Il suo campo di battaglia era la lotta alla colonizzazione mentale, la cultura, la possibilità di parlare. Per lui le relazioni al primo posto, la rete. Lo vedevo mettere in contatto persone tra loro, raccogliere articoli, produrre libri, passare ore al telefono con tutte le città d'Italia. Si appassionava ai destini umani e avrebbe voluto per ognuno una sistemazione. Diceva: "Bisogna mettere i saperi a disposizione dei centri sociali per farli diventare i luoghi della cultura in città", ma poi ogni volta che ci entrava dentro ne usciva depresso... troppi problemi inutili mi ripeteva, troppe paranoie, quelli sono luoghi per incontrare persone, per socializzare, punto. L'autoproduzione la sentiva una camicia diforza. Per continuare il suo lavoro lo vedevo scrutare nel mercato... me ne parlava come un campo di battaglia, una guerra, mi diceva che incontrava papponi, furbi, fighetti, piccoli yuppie cresciuti che parlavano di imprese e denari e a cui avrebbe volentieri fatto saltare il cervello... e a cui intanto dedicava un pensiero:
"Oh se siete bravini
piccoli operatori culturali
con le vostre manine pulite
addestrate e svelte
a sciacquettare le acque marce
degli anni in cui siete cresciuti
Oh se siete bravini
a fare la schiuma dell'evoluzione
ora che la rivoluzione è finita
dite e ridite
perché l'avete sentito dire
non vi ricordate più da chi
Esibizionisti narcisisti
col culo incipriato cinguettate
cicisbei
nei salotti scemi dei giornali
delle radio e delle televisioni
annunciando il nuovo con il niente
Cinguettate anche con noi
pensate di tenerci buoni
per quanto credete che vi serviamo
ma il vostro timore traspare
quando vi sovvengono gli echi
della nostra confidenza con la benzina".